:: Blogtour – L’ assassino, La vendetta, di Robin Hobb (Sperling & Kupfer, 2016) – Vincitori

23 dicembre 2016 by

E’ stata effettuata l’estrazione dal blog Liber Arcanus.

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֎ Vince una copia di Il ritorno ֎

Alexandra Scarlatto

֎ Vince una copia di La Vendetta ֎

Marco Smeraldi

I vinictori hanno tempo fino al 7 gennaio per contattare info.liberarcanus@gmail.com e fornire un indirizzo utile per la spedizione.

Grazie a tutti per avere partecipato, e buona lettura!

:: Vento del sud, Elmar Grin (Marcos Y Marcos, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 dicembre 2016 by
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Non capita spesso di poter leggere un romanzo di un esponente della cosiddetta “intellighenzia sovietica”, tra censura, epurazioni e difficoltà varie che impedivano oggettivamente ai romanzi sovietici di uscire dai confini della Russia, ne sono giunti a noi molto pochi, e ancora meno sono sopravvissuti all’impietosa corsa del tempo, che tutto appiana e livella, rendendo obsolete e a volte scomode ideologie e concezioni del mondo.
Caso a parte sembra rappresentato da Vento del sud, (Veter s juga, 1946) del russo Elmar Grin, al secolo Aleksandr Vasiljevitš Jakimov, giunto in Italia già nel 1948, tradotto da Pietro Zveteremich, per l’editore Macchia.
A risollevarlo dall’oblio e dalla irreperibilità ci pensa l’editore Marcos Y Marcos, ripubblicandolo quest’anno, sempre nella bella traduzione dal russo di Pietro Zveteremich.
Il modo di scrivere del 1948 certo potrà suonare antiquato ad un lettore contemporaneo, ma sicuramente accresce il fascino di questo libro, soprattutto perché la poesia non passa mai di moda, e il registro poetico utilizzato in questo libro è senz’altro percepibile, una poesia minima, quotidiana, forse elementare, legata alla natura, ai moti dell’animo, alla crescita personale e alla presa di coscienza in questo caso di un contadino finlandese, onesto e operoso, prima schiavo e fedele al suo padrone, poi dopo un’ interiore lotta di classe, sempre povero, ma libero.
La componente ideologica è indubbia, (vinse il Premio Stalin 1947) tuttavia è evidente che l’autore, pur restando nei canoni dell’ortodossia sovietica, devia verso una concezione più spirituale di rinascita e affrancamento, che ne decreta in un certi versi la modernità e universalità, accostandosi alla grande tradizione russa ottocentesca, della rivincita dei vinti e degli oppressi.
Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi alla lenta cadenza del narrato, ad acquistare una certa attenzione per i fatti minimi che succedono della vita di Einari, voce narrante del romanzo, e di suo fratello Vilho. Certo la guerra farà da catalizzatore e punto di svolta, ma sono sempre gli episodi minimi, le sfumature, che Elmar Grin illumina con la sua prosa sobria e umile. Nessun stentoreo proclama, nessuna enfatica agiografia spiccia. Resta senz’altro un sapore vintage, anche ideologico, la Russia sovietica non è ancora passata attraverso il revisionismo e la demitizzazione di Stalin, tuttavia come documento di un’ epoca e di una mentalità non priva di derive utopistiche ed eccessivamente ottimistiche, cattura, e affascina. Potere oscuro della vera letteratura.

Elmar Grin è lo pseudonimo di Aleksandr Vasil’evič Jakimov, nato nel 1909 in una famiglia contadina nella campagna russa ai confini con la Finlandia. Poeta e autore di diversi romanzi, ha raggiunto la notorietà con Vento del Sud, vincitore del premio Stalin e tradotto in molte lingue.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Marcos Y Marcos.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Morire senza salute, Gabriele Pagliariccio (Dissensi, 2016)

23 dicembre 2016 by
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Soldi e salute, un binomio quanto mai esplosivo, al centro di dibattiti, tavole rotonde, riflessioni di economisti e filantropi. Binomio che risolleva il dilemma etico se sia giusto lasciare la salute, la vita umana, in balia di mere regole di mercato. I ricchi si curano, e sopravvivono, hanno al loro servizio le migliori strutture ospedaliere, i più avveniristici strumenti di diagnosi e intervento, i migliori specialisti. I poveri muoiono abbandonati nelle corsie di luoghi a cui non possono accedere, privi di coperture assicurative, privi delle più elementari tutele. Questo sembra lo scenario a cui sembra condannato il nostro mondo civilizzato, globalizzato, sempre più di stampo liberista e attento ai bilanci, al profitto, al PIL, dominato da una sorta di privatizzazione selvaggia, e da un prevalere di una sorta di selezione naturale sempre più disumana, sempre più simile all’eugenetica economica. Scenario che emerge dal breve saggio Morire di salute, del chirurgo vascolare, docente universitario, volontario in numerose missioni umanitarie, Gabriele Pagliariccio. Agile volumetto che esce nelle edizioni Dissensi, con una prefazione combattiva e sanguigna di Don Luigi Ciotti. Comunque se questa è la tendenza, da cui Pagliariccio ci mette in guardia, quasi metà del libro è dedicata a un caso virtuoso, forse unico, a una lezione di civiltà medica che arriva da un paese lontano dell’America Latina, che non molto tempo fa avremmo potuto definire tranquillamente Terzo Mondo, l’Equador. Insomma il mondo sta prendendo una gran brutta piega, ma non tutto è perduto, sembra dirci Pagliariccio, con una certa veemenza, non priva della forza di chi ha imparato molto di quello che sa sul campo. Morire senza salute si compone di tre sezioni: “La salute nel mondo”, “Il quadro italiano”, e appunto “Un paese solidale: l’Equador”. Nella prima parte abbiamo un taglio di respiro storico, atta a darci un breve quadro generale, con termini tecnici, tendenze, e una focalizzazione verso i singoli sistemi sanitari: nei paesi poveri, nei paesi cosiddetti emergenti, nei paesi post URSS, negli Stati Uniti, e nei paesi con sistemi universalistici Beveridge e Bismarck. Nella seconda parte l’autore analizza più nel dettaglio il settore Italia, vittima della tendenza generale in atto nei paesi industrializzati di cui parlavo prima, ma anche vittima di suoi mali endemici, come gli sprechi, la corruzione, l’incapacità amministrativa, i partitismi, i privilegi e la grande disparità e disomogeneità dei nostri sistemi regionali, (nascere nelle regioni del nord, a volte è per i pazienti molto più “felice” che nascere nelle regioni del sud o delle isole). Nella terza e ultima parte l’autore ci presenta il sistema Equador, come una sorta di modello, non privo comunque di precise congiunture forse non ripetibili altrove come il lavoro e il seguito che è riuscito ad avere tra la popolazione, il presidente Correa, o la presenza di figure carismatiche come l’ex ministro della salute Davide Eduardo Chiriboga (di cui pubblica una breve intervista). Tra welfare “casalingo” e l’Operazione Mato Grosso, veniamo a conoscere che la presenza italiana non è marginale in questo circolo virtuoso. Di Pagliericcio colpisce la limpidezza di pensiero, sebbene si evinca una certa matrice ideologica, le sue riflessioni non sono dettate da cieco fanatismo. Vede i limiti, le cose non ancora fatte e migliorabili, non proclama lo statalismo immune da vizi e distorsioni. E questo ha reso senz’altro la sua testimonianza, viva e sentita, di maggior effetto ed efficacia. Buona lettura.

Gabriele Pagliariccio, medico italiano. Si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1988 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, si è specializzato in Chirurgia Generale presso l’Ateneo di Ancona nel 1993 e in Chirurgia Vascolare nel 1999 presso la stessa Facoltà. Ha seguito un Corso di Specializzazione in Diagnostica Vascolare GIUV nel 1993 ed ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Flebologia Clinica e Specialistica presso l’Università Cattolica. E’ professore a contratto dell’Università Politecnica delle Marche presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia generale. E’ docente della Scuola di Ecografia delle Marche della SIUMB.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Dissensi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gita al mare, Daniela Distefano

21 dicembre 2016 by

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Dormiva beatamente quando la padrona la svegliò.
Si scrollò il sonno agitando la codina, poi si eresse statutariamente, un attimo dopo cercava la sua pappa nella ciotolina, la leccò, ma non le bastò annusare il latte, voleva qualcosa di solido, un’acciughina di quelle che lei sapeva assaporare per ore.
Era quasi luglio, i fiori del giardinetto erano stanchi dei raggi, piegavano i petali in giù, la calura li rinsecchiva.
Un’altalena dondolava solitaria grazie ad un venticello sereno, la gatta Ludmilla ci saltava sopra e viaggiava, per tutto il giorno poi perlustrava il cortiletto, in cerca di svago, gioia, senza mai una tristezza, sempre uguale a se stessa.
Eppure la padrona aveva un suo cruccio riguardo alla gattina:
“Sono quindici anni che ce l’ho e non l’ho portata mai al mare.
Vuoi vedere che mi muore senza aver conosciuto questo prodigio della Natura?”
E così una mattina Ludmilla partì con la padrona per una nuova avventura.
Sembrava intimidita, come se dovesse temere chissà cosa:
“E se mi lascia sui bordi della strada come fanno tanti per liberarsi di noi piccole bestie?”
Ma, quando scese dall’automobile e vide lo specchio di mare di fronte e tangibile, strascicò un “miaooo” da urlo.
Non sapeva cosa fosse, e più si avvicinava alla sabbia, più non comprendeva nulla, però familiarizzò presto con i granuli del terreno, era diventata una sfinge, non si sapeva cosa pensasse.
La padrona al suo fianco sorrideva: “Hai visto dove ti ho portato? Ora facciamo il bagnetto.”
Ludmilla aveva un certo timore dell’acqua. Metteva una zampina a riva e poi la ritraeva, l’onda le spruzzava la sua simpatia, la micina era atterrita.
La padrona la prese in braccio,quindi la buttò nel mare, poi fece un tuffo ed entrambe rimasero così estasiate per tutto il giorno.
“Si è trattato di un malore improvviso, mi dispiace per vostra zia, signore.
Abbiamo fatto tutto il possibile, ma i soccorsi hanno tardato il loro intervento, è arrivata in ospedale già in fin di vita. Un infarto a cinquant’anni, molti sopravvivono, altri – purtroppo – ci lasciano.”
Il medico parlava col nipote della padrona.
Ludmilla era ancora sulla spiaggia, miagolava: aveva fame, sete, voleva tornare a casa, ma nessuno la udì, solo la danza dell’acqua la quietava.
Si sentiva abbandonata perché in certo qual modo lo era davvero.
Decise che non poteva aspettare ancora, il cielo era rosso, c’erano tanti punti luminosi che correvano assieme a lei, saltellava in ogni portone pensando fosse il suo. Poi tre teppistelli la presero con sé.
Uno le diede del formaggio, uno un calcio, un altro la spinse verso il centro della carreggiata.
Era sempre più disperata.
“Cosa ho fatto per meritare questo?” pensava.
“Io le ho voluto molto bene e lei – il mio angelo tutelare – è fuggita via lasciandomi sola al mondo.”
La notte era in cima alle ore. Da un balcone si sentiva il latrare di un cane, poi il rombo di una moto che sgommava, infine il rumore di un treno.
Non era con la padrona quando questa si era accasciata per il malore, ignorava la sua morte però ebbe uno strano sentore passando vicino al cimitero comunale.
Decise che avrebbe sostato lì per qualche ora, si addormentò sulla tomba di un signore.
Il mattino successivo vide il nipote della padrona all’entrata del campo santo.
“Toh, Ludmilla” disse lui riconoscendola.
“Su bella, dài carina, saluta per l’ultima volta la tua padroncina.”
Ludmilla si asciugò i lucciconi dagli occhi.
Un pezzo di lei era morto, ma
sapeva che il giorno e la notte sarebbero arrivati comunque puntuali come la pappa e il riposo.
Il nipote della padrona l’adottò, non era però amorevole come aveva sperato.
Un giorno le disse:
“Su bella, ti porto al mare, sei contenta?”
Ludmilla cominciò a contorcersi dalla gioia: di nuovo in gita, di nuovo le onde, il mare, il mare, il mare!
E al mare tornò, da sola.
Stavolta davvero abbandonata, contenta di poter ritrovare il dono della padrona intatto come i suoi pochi ricordi di animale senza memoria.
Diede la vita a cinque gattini, infine morì come muoiono le dolci bestiole: di felicità.

:: Bookteen – Manuale del guerriero della luce di Paulo Coelho, (Bompiani, 1997) a cura di Lucrezia Romussi

21 dicembre 2016 by
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Il ‘’Manuale del guerriero della luce’’ è un libro scritto e pensato dallo scrittore e poeta brasiliano Paulo Coelho nato a Rio De Janeiro il 24 agosto 1947. L’autore, sin da giovanissimo, mostra una vocazione artistica ed una sensibilità assai rara. In età sbarazzina tende a rifiutare regole e dogmi comportamentali, causa questa di gravi contrasti con i genitori, i quali successivamente decidono di ricoverarlo in un ospedale psichiatrico. Qui viene sottoposto a un elettroshock poiché desidera studiare teatro, disciplina reputata dalla borghesia brasiliana come una sorgente di perversioni ed immoralità. Si cimenta, poi, nello studio dell’alchimia. Viene arrestato dalle forze della dittatura brasiliana, come sovversivo. Si sposa due volte. Successivamente, durante il 1981, nei Paesi Bassi entra in contatto con un maestro spirituale, da lui denominato “J”, che lo riconduce alla religione cristiana. Nel settembre 2007, l’ONU nomina Paulo Coelho il nuovo messaggero della pace. Pubblica diverse opere tra le quali ‘’Il Cammino di Santiago’’ e ‘’L’alchimista’’. Il testo preso in considerazione è edito da asSaggi Bompiani, con la traduzione di Rita Desti ed è stato da me acquistato in una libreria. L’opera inizia con un prologo, nel quale una misteriosa donna invita un bambino a scoprire un antico tempio edificato su un’isola. Una leggenda racconta che le sue campane, nonostante la struttura sia ormai sprofondata negli abissi del mare, continuino a suonare. L’ effetto acustico si manifesta dopo che il bimbo si abitua ai vari suoni dell’ambiente circostante come il verso dei gabbiani o il rumore del vento. Diventato adulto, torna sulla spiaggia, incontra nuovamente la figura femminile, per nulla intaccata dai segni del tempo, che gli consegna un quaderno azzurro e lo invita a prendere nota. Il libro procede come un manuale guida per il “guerriero della luce”. Tra le pagine, attraverso l’utilizzo di concetti metaforici e filosofici, lo scrittore racconta al lettore l’esistenza di un entità presente in ciascuno che crede nei sogni e nella loro realizzazione. L’essere ama la vita cercando di assaporare ogni momento concesso comprendendo la sofferenza e la gioia, sfidando le difficoltà e tentando sempre di riflettere e ragionare per vincere ogni battaglia, ma sapendo anche accettare la sconfitta intesa come fonte preziosa di miglioramento. Un vero “guerriero della luce” possiede la meravigliosa capacità di credere in Dio attraverso una fede pura ed incontaminata, l’unica forza essenziale e perfetta dell’uomo. Paulo Coelho in questo libro, attraverso un linguaggio semplice, esprime concetti determinanti per affrontare la vita in maniera giusta, onesta e vera. Per questo motivo consiglio l’opera ai ragazzi. Infatti, in questa fase della vita, ciascuno di noi deve ancora decidere cosa desidera fare della sua esistenza e siamo alla ricerca di valori, virtù e dogmi da seguire. In questo testo possiamo, infatti, certamente trovare elementi essenziali per una crescita morale ed interiore. Concludo con le parole della donna misteriosa che recitano: ‘’Un guerriero della luce non tenta di sembrare. Egli è.’’.

Paulo Coelho è nato a Rio de Janeiro nel 1947. È considerato uno degli autori più importanti della letteratura mondiale.
Prima che Coelho diventasse autore di best-seller è stato direttore teatrale, commediografo, hippy e noto autore di canzoni per alcune tra le più famose pop star brasiliane. Successivamente ha lavorato come giornalista e autore televisivo.
Dall’ottobre del 2002 Coelho è membro della Accademia Brasileña de las Letras. Inoltre è anche autore di una rubrica domenicale su “O Globo”, uno tra i quotidiani a maggior tiratura in Brasile e diffuso in tutto il mondo. Dal settembre 2007 è stato nominato Messaggero di Pace delle Nazioni Unite.
Le opere di Paulo Coelho sono state pubblicate in più di 170 paesi e tradotte in 72 lingue e hanno venduto ben 65 milioni di copie!
Ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti in molti paesi, fra cui il “Crystal Award 1999”, conferitogli dal World Economic Forum, il prestigioso titolo di Chevalier de l’Ordre National de la Légion d’Honneur, attribuitogli dal governo francese, e la Medalla de Oro de Galicia.
I lettori e i critici apprezzano in particolare il suo stile poetico, realistico e filosofico così come quel suo “linguaggio simbolico che non parla alla nostra testa ma al nostro cuore”.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La solitudine delle stelle lontane, Kate Ling (HotSpot, 2016), a cura di Elena Romanello

21 dicembre 2016 by
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Anno 84 della Missione, la nave spaziale Ventura è in viaggio infatti da ottantaquattro anni verso il sistema stellare Epsilon, da cui è arrivata una remota richiesta di contatto: ci arriverà tra duecentosessanta anni, con i discendenti dell’equipaggio di oggi, che non conosceranno mai cosa vuol dire vivere su un pianeta abitabile, sulla terraferma, ma solo il buio dello spazio.
In questa microsocietà strutturata e basata su rigide regole, dalla scuola alle unioni che bisogna fare per garantire una discendenza che un giorno arriverà forse a colonizzare un nuovo pianeta, la giovane Seren ha appena visto morire la nonna, l’ultimo essere sulla nave che ricordava ancora la Terra. Alla fine della scuola scopre che dovrà unirsi con Ezra Lomax, ragazzo che non sopporta, ma incontra Domingo Suàrez, un ragazzo con delle ombre nel suo passato per aver trasgredito alle regole di Ventura. Tra i due nasce l’amore, contro tutto e tutti, proprio mentre l’astronave arriva nelle vicinanze di un possibile pianeta abitabile, che potrebbe essere una soluzione di fronte ad un peregrinare senza fine e senza prospettive.
Sarebbe facile liquidare questo romanzo come l’ennesima storia young adult, che usa il fantastico come filtro per raccontare un triangolo: in realtà, per fortuna, nelle pagine de La solitudine delle stelle lontane c’è molto di più, e non solo una storia di formazione e di ricerca di una propria identità, ma anche una variante interessante su un genere che risorge sempre dalle proprie ceneri come la fantascienza.
I viaggi nello spazio sono, grazie a serie tv popolari come il sempre verde Star Trek, un tema principe del genere fantascientifico: in realtà, ipotizzare un viaggio nello spazio ha alcuni ostacoli insormontabili, a cominciare da quello, non risolto nemmeno nel futuro ipotizzato da Kate Ling, di non riuscire a superare la velocità della luce, e quindi dal dover pensare a astronavi generazionali di persone che dovranno per secoli vivere e riprodursi nello spazio in attesa che i discendenti di chi partì un giorno dalla Terra trovino un nuovo pianeta dove vivere.
Una prospettiva affascinante e angosciante, alla base di una distopia sull’astronave dove non si è costruita una società ideale come quella ipotizzata sull’astronave Enterprise, ma un mondo chiuso, basato su regole che alla lunga vanno strette e che forse bisogna pensare ad infrangere. La storia di una ribellione, certo, ma anche un modo per scampare a un destino ipotizzato da altri come scenario di un futuro possibile, in cerca di un mondo ideale talmente remoto da risultare impossibile.
La solitudine delle stelle lontane si rivolge ad un pubblico di adolescenti, ma non solo come del resto i libri della collana Hot spot di Castoro: gli appassionati di fantascienza più attempati troveranno tematiche e visioni che magari li hanno già affascinati decenni fa, nell’eterna ricerca di una casa e di una felicità fuori nel cosmo e nell’impossibilità oggi di realizzare in pieno questa utopia.

Kate Ling è nata e cresciuta a Londra, dove ha conseguito un master di scrittura creativa. Negli ultimi dieci anni ha lavorato come bibliotecaria nelle scuole di tre diversi continenti e come coordinatrice dei programmi di letteratura nelle scuole. Appassionata di fantascienza e viaggi, debutta con La solitudine delle stelle lontane. Il suo sito ufficiale è http://www.kateling.co.uk

Provenienza: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’ufficio stampa Castoro.

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:: Un’ intervista con Duane Swierczynski

21 dicembre 2016 by

duane-swierczynskiCiao Duane, è un piacere ritrovarti. L’ultima nostra intervista risale al 2009, quando uscì in Italia forse il tuo unico romanzo uscito da noi “Uccidere o essere uccisi” Severance Package (St. Martin’s Press, 2008). Era stato molto bene accolto, specie dagli esperti di settore. Ricordo critiche entusiaste al libro. Che esperienza è stata pubblicare in Italia?

Sono per un quarto italiano (dal lato di mio padre), quindi è stato elettrizzante essere pubblicato in Italia! L’unica cosa che mi ha colpito è la strana copertina, che ha raffigurato un uomo in un costume da animale con in braccio un fucile. Non ci sono fucili nel romanzo, e non ci sono costumi da animali. Licenza artistica, forse? Spero solo che i lettori italiani si siano divertiti leggendolo.

Ho comunque continuato a seguirti. Cosa è cambiato da allora, quali sono le novità?

Il libro apparve nel 2008, che è lo stesso anno in cui lasciai il mio precedente lavoro (ero editor di un giornale di Filadelfia) e iniziai a scrivere a tempo pieno. Così quello stesso anno tutto è cambiato! Ho scritto un sacco di script di fumetti per la Marvel, DC, IDW, Dark Hors, ho co-scritto una trilogia di thriller con Anthony Zuiker, il creatore della serie CSI (la serie Level 26, che sono abbastanza sicuro sia disponibile in italiano), e naturalmente, ho continuato a scrivere i miei romanzi.

Cosa hai pubblicato prima e dopo Severance Package?, che in realtà era il tuo quinto romanzo, un’ opera pulp, molto estrema.

Sì, Severance era piuttosto estremo, come tutto quello che scrivo, in realtà. Il mio primo romanzo è stato Secret Dead Men, un mix di hardboiled, horror e fantascienza. Dopo ho pubblicato The Wheelman (la storia di una rapina in banca), The Blonde (un thriller a orologeria). Severance Package è il mio quarto romanzo, in realtà. Dopo che è venuto Expiration Date (un murder mystery/science fiction, che è stato anche nominato per l’Edgar nel 2011), la Charlie Hardie trilogy (la mia versione del sottogenere “immortale eroe d’azione”), e poi due romanzi polizieschi: Canary e Revolver.

Dopo Canary (Mulholland Books, 2015), che quest’anno era trai nominati per il miglior romanzo ai 2016 Edgar Allan Poe Awards, ed era il mio preferito sebbene poi abbia vinto Let Me Die in His Footsteps di Lori Roy, hai pubblicato Revolver (Mulholland Books, 2016). Ce ne vuoi parlare?

Revolver è il mio tentativo di raccontare una lunga saga familiare, che abbraccia quasi 90 anni, lasciando fuori tutte le parti “noiose”. Così la narrazione ruota attraverso il tempo, saltando dal 1960 al 1990 ai giorni nostri (con un paio di deviazioni a sorpresa lungo la strada). Parla dell’ omicidio di due agenti di polizia nel 1965, e degli effetti a catena di questo crimine 50 anni dopo. E anche se non è autobiografico, tuttavia è stato in parte ispirato da un crimine reale avvenuto nella mia famiglia. Un giorno potrei scrivere un libro su questo caso.

Vedremo a breve qualcosa di tuo in Italia? Ci sono progetti di traduzione, o i tuoi lettori possono continuare a leggerti solo in inglese?

Per un breve periodo, c’è stata voce che il primo Charlie Hardie novel, Fun & Games, sarebbe stato tradotto in italiano. Ma adesso c’è calma piatta su questo fronte. Speriamo che i lettori inizino a chiedere a gran voce più Swierczynski tradotti! (Cioè, se riescono a pronunciare il mio cognome.)

Cosa stai leggendo attualmente?

In questo momento sono a metà di uno dei due volumi della storia di Star Trek, così come di un romanzo sci-fi intitolato Off Rock di Kieran Shea. Le mie abitudini di lettura seguono dei cicli, e in questo momento sono nel bel mezzo di un grande ciclo sci-fi. Credo che questo sia il modo in cui il mio subconscio mi distrae dalle assurdità in corso negli Stati Uniti in questo momento.

C’è qualche autore giovane in America che ci consiglieresti di tenere d’occhio?

Suppongo di aver raggiunto quell’età in cui non sono più un giovane scrittore … aspetta un minuto, mentre ingoio la mia pillola e trovo i miei occhiali da lettura … Tornando seri: se vi piacciono le dark private eye stories, vi esorto a procurarvi di Dave White, la sua serie di Jackson Donne (il più recente è il quarto: An Empty Hell). Se amate l’horror, c’è questo maniaco di nome Adam Cesare, che non manca di stupirmi. Procuratevi Tribesmen. E, infine, ci sono voci di un grande romanzo space opera dello scrittore di graphic novel Michael Moreci (autore di Roche Limit), e io non vedo l’ora.

Grazie della disponibilità, e spero che questa intervista permetta di farti conoscere ai lettori del mio blog che ancora non ti conoscono. Come ultima domanda mi piacerebbe sapere cosa stai scrivendo attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri.

In questo momento sto lavorando al mio undicesimo romanzo (sto ancora ballando intorno al titolo, ma ne ho due che mi piacciono) e sto lavorando su una serie di romanzi brevi con James Patterson (The House Husband, The Shut-In e Stingrays). Pensandoci bene, scommetto che saranno tradotti in italiano quanto prima. Mi sono anche trasferito con la mia famiglia a Los Angeles la scorsa estate, quindi spero di fare più cinema e TV, già che sono qui. Grazie per questa intervista, facciamolo di nuovo tra otto anni! (Se non prima).

:: I piccoli fuochi, Ben Pastor (Sellerio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2016 by
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Francia occupata, autunno 1940.
Proseguono le indagini di Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht, prestato al Abwehr, servizio di controspionaggio militare del Terzo Reich. Personaggio complesso, creato dalla scrittrice italiana, naturalizzata americana, Ben Pastor, di cui in questa avventura conosceremo nuove sfumature e sfaccettature.
L’ordine non cronologico delle storie ci permette infatti di andare avanti e indietro nel tempo, sempre nel lasso temporale che vide l’Europa trasformarsi in un cumulo di macerie durante la Seconda Guerra Mondiale, e questa volta ci consente di approfondire la psicologia giovanile di Bora, ancora non temprata da anni e anni di guerra, sempre combattuta sul fronte interno, a indagare su singoli delitti, che quasi svaniscono sullo sfondo dei milioni di morti della guerra vera, quella di trincea, quella del deserto dell’Africa, o dello sconfinato e gelido fronte russo.
Ma le storie di Ben Pastor più che essere storie belliche di grandi battaglie militari sono storie di personaggi, di tormenti interiori, di battaglie etiche e morali per la maggior parte combattute nell’animo del protagonista, Martin Bora, di cui, anche grazie all’espediente interno della scrittura del diario, stiamo imparando a conoscere ogni piega, anche la più nascosta e poco marziale.
Dopo aver recensito Il cielo di stagno, Luna bugiarda, La strada per Itaca, e Kaputt Mundi, è la volta di I piccoli fuochi (The Little Fires, 2016) edito sempre da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Credo che i romanzi di Ben Pastor creino dipendenza, e soprattutto si fanno rileggere sempre con vivo interesse data la complessità che racchiudono, che non si esaurisce con la classica scoperta del colpevole.
Finita la lettura de I piccoli fuochi, già mi chiedo quale sarà il prossimo, quale periodo tratterà quasi con la lente di ingrandimento sempre sviluppando l’evolversi del personaggio, cosa non facile se consideriamo appunto che va avanti e indietro nel tempo, creando uno svolgimento in fieri, di stampo sperimentale. Un gioco che si presta a nuove revisioni e approfondimenti e se vogliamo adeguamenti per omogeneizzare le trame passate a quelle presenti.
Questo sforzo narrativo, sempre sul filo teso del funambolo, credo faccia dei Ben Pastor una degli autori più interessanti e originali del panorama contemporaneo, sia italiano, che straniero, considerata anche la sua peculiarità di essere a cavallo dei due mondi. Ciò che colpisce, in modo netto e vivido, è la grande verosimiglianza psicologica del protagonista, che forse solo chi ha vissuto con un militare può percepire pienamente in tutta la sua portata.
Niente è trattato con leggerezza o superficialità, e questa è senz’altro la parte che maggiormente apprezzo, che quasi relega a una dimensione incidentale la parte poliziesca della trama. Sì, certo ci sono delitti, ci sono indagini, più o meno ostacolate, ci sono i colpevoli, ma soprattutto ci sono i luoghi, le atmosfere, le ricostruzioni minuziose, e certosine, e lo studio dei caratteri, dei personaggi, che fanno dei suoi romanzi non mera letteratura gialla, alla maniera classica.
Non che sia facile leggere i suoi libri, ho perso il filo parecchie volte, un po’ perché la vita di tutti i giorni ci assorbe, e i suoi libri sarebbe meglio leggerli quando si ha tempo continuativo da dedicargli. Magari in queste vacanze di Natale, perché no. Ho forse divagato troppo scrivendo questa recensione, tralasciando la trama, ma cercherò di rimediare, senza dare troppe indicazioni su chi possa essere l’assassino o gli assassini.
Dunque Bora è a Parigi, sulla strada per il quartier generale dell’ Abwehr su boulevard Raspail, in arrivo dalla Germania. Ad accoglierlo, in modo quasi dimesso, la Francia occupata dell’ottobre del 1940. Molto diversa dalla Parigi gioiosa della sua giovinezza cosmopolita.
La missione che lo porta a Parigi è da lui definita di routine, di mera sorveglianza. Deve pedinare Ernst Junger, capitano dell’esercito e famoso scrittore dell’epoca, inviso al regime hitleriano. Missione che accetta quasi controvoglia, per l’autentica ammirazione che prova per Der Krieger, (Il Guerriero), begnamino tra gli eroi della Grande Guerra.
Ma per spirito di dovere, e stanca accettazione, è lì a Parigi, senza avere ben chiara l’idea di cosa consistano davvero i suoi compiti: mera sorveglianza, raccolta di indizi, tentativo di screditarlo e ucciderlo, per lo meno socialmente?
Il primo che incontra è il colonnello dell’Abwehr Hans Kinzel, sempre in abiti civili, che lo aspetta in una libreria, e al quale dovrà riferire per tutta l’indagine, alla quale si aggiunge una missione, questa puramente investigativa, sull’omicidio della moglie bretone del commodoro della Marina Militare Arno Hansen-Jacobi, il brutto incidente di Landernau.
Prima di lasciare Parigi per la Bretagna (dove anche Junger sembra essersi rifugiato) Bora incontra un misterioso polacco (terza indagine che dovrà seguire, anche se questa più sfumata), Zawadski, rigattiere proprietario di un negozio di Strumenti d’epoca, brocantage e spartiti che gli parlerà dei fatti di Katyń.
Tanti sono i piccoli fuochi che Bora incontrerà sul suo cammino, non ve li cito, vi lascio il piacere di scoprirli durante la lettura, posso invece dire che in questo romanzo la Pastor sperimenta anche nuove vie narrative, utilizzando sfumature horror, (L’uomo di Mont Velerien giaceva nella fossa, con barba e le unghie che crescevano ancora), una punta di sovrannaturale, con gli inspiegabili rumori notturni a Les Trepasses, tra leggende bretoni, e mitologia, e una più forte connotazione erotica, specie nelle scene che vedono Bora e la cantante Mome Chouette, (al secolo Nadine Lisieux, cantante di Cabaret e informatrice della Gestapo), protagonisti.
Che dire d’altro, dicevo che sono romanzi che creano dipendenza, e io infatti, con ancora l’eco dei mondi creati da questo romanzo, aspetto il prossimo. Buona lettura.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014) e Kaputt Mundi (2015).

Nota: In copertina Acquarello e gouache su carta di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). Collezione privata.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cosa accade quando i diversi siamo noi? Intervista a Riccardo de Torrebruna per “Mardjan” (Edizioni Ensemble, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

20 dicembre 2016 by

riccardo-de-torrebrunaCosa accade se si immagina, anche solo per un istante, di vivere in un mondo dove le parti sono invertite? Dove i diversi siamo noi occidentali che ancora ci sentiamo padroni dell’universo?
Riccardo de Torrebruna lo ha fatto in Mardjan, un libro intenso profondo che raccontando una storia ne scopre un’altra al lettore. Una “Storia” che deve essere scritta e narrata per non essere dimenticata.
Ne abbiamo parlato durante l’intervista che gentilmente ha accettato di fare.

Mardjan accompagna il lettore in un intenso viaggio alla scoperta dell’Africa vera nascosta ignorata… Perché ha scelto di portare la scena nel Continente Nero?

Credo che l’Africa sia un luogo dello spirito, oltre che un continente e m’interessava raccontare una qualità specifica di quello spirito, qualcosa che in Europa è andato perduto. Inoltre, volevo raccontare dei personaggi africani che hanno tutta l’intenzione di restare nel loro paese e magari migliorarlo.
Sembra che oggi parlare di Africa significhi necessariamente fare un riferimento al tema dell’immigrazione. Siamo sovrastati mediaticamente da questa immagine, un’Africa che vuole invaderci. Nei miei sopralluoghi a Zanzibar e in Tanzania ho incontrato molte persone e la maggior parte di loro voleva restare, malgrado le condizioni siano difficili per tante ragioni.
L’Europa ha prima colonizzato e poi sfruttato in maniera subdola le risorse minerali ed energetiche dell’Africa. Ma questi atti hanno un prezzo, determinano delle conseguenze. In Mardjan, i personaggi di una troupe cinematografica entrano in rapporto con il magma di contraddizioni che la colonizzazione (anche quella musulmana e indù, oltre a quella europea) ha lasciato. Lo fanno in maniera inconsapevole, con la rapacità tipica dei predatori. Da quel momento in poi, il film che sono venuti a girare li condanna a un cambiamento ineluttabile. Le loro vite non riusciranno più a liberarsi da questa esperienza, dalle ramificazioni del corallo (mardjan significa, appunto, “corallo” in arabo), e saranno costretti a fare i conti con l’incertezza della loro identità.
È la sensazione tipica che si prova, come bianchi, a camminare in un bazar africano, dove i diversi siamo noi. Veniamo scossi dalla relatività del colore della pelle, dall’inappropriata accuratezza di ciò che indossiamo, tutto sembra stridere con la realtà che ci troviamo di fronte. Siamo sconcertati dalla potenza della natura, degli odori, dalla vitalità e dalla pazienza degli africani che sciamano lungo le strade. Ecco, m’interessava raccontare cosa succede dopo, al rientro nella comodità e nel confortante progresso di cui ci sentiamo protagonisti. La storia tormentata di questo film, Mardjan, è un pretesto per raccontare anche questo.

Un legame sottile ma resistente e persistente unisce i fatti dell’11 settembre alle vicende del libro. Gli attacchi terroristici del nuovo millennio hanno cambiato la Storia oppure hanno contribuito a svelarne aspetti reconditi?

Mardjan è ambientato all’indomani dell’11 settembre in un’isola, Zanzibar, che ha forti radici e una maggioranza di religione musulmana. I francesi della troupe non sono ben visti in un momento del genere, non si va per il sottile, ci sono forti pulsioni antioccidentali. Questo acuisce la tensione e descrive i germi di ciò che 15 anni più tardi è diventato un repertorio di violenza inaudita.
La collisione imminente si percepisce nell’aria, anche se non è ancora strutturata nelle forme che i media ci descrivono oggi. Una cosa è certa, l’indole africana sarebbe estranea al fanatismo terrorista. Solo la deriva dei campi profughi delle guerre interne veicolate dall’Occidente per interessi economici e oggi anche dalla Cina, i giovani ridotti a larve senza futuro, hanno poi dato vita (strano parlare di vita in questo caso) al fenomeno, hanno permesso che attecchisse anche in Africa.
È un ulteriore scempio che si è prodotto. Con questo non voglio dire che l’indole africana sia immune dal seme della violenza, ci sono esempi eclatanti in proposito, ma dal terrorismo e dal fanatismo di matrice islamista, sì, lo sarebbe stata senza l’avvento di certe condizioni.

Dominic e Milton, i protagonisti del libro, si sentono inversamente attratti rispettivamente dall’Africa e dalla Francia. In entrambi i casi il loro si rivelerà un viaggio di ritorno. Cosa voleva comunicare al lettore raccontando così in dettaglio gli stati emozionali dei due?

Dominic è un attore che vive nella precarietà, un idealista a cui è sempre mancata la giusta dose di cinismo per avere il successo a cui segretamente ambisce. Milton è un ispettore di polizia africano, un outsider che non ha amici tra i quadri corrotti del sistema, non è un eroe, ma non ha simpatia per gli africani che s’ingrassano con la corruzione, è uno che cerca di non sporcarsi, di mantenere una sua integrità. La lavorazione del film determina l’incontro delle loro vite. Uno è bianco, uno è nero. Dominic inizia un lavoro che solo Milton proverà a portare a termine, anche se non del tutto. Mi sono chiesto spesso: e se ognuno di noi, da qualche parte nel mondo, avesse un doppio, uno che non gli somiglia affatto, un “altro” che senza neanche saperlo è destinato a raccogliere il testimone di ciò che avremmo voluto realizzare, chi potrebbe essere?

Nella sua carriera ha avuto modo di confrontarsi con diversi mezzi comunicativi ma sembra che preferisca di gran lunga la parola scritta, perché?

Ho finanziato il privilegio di scrivere con vari mestieri. Il lavoro di attore in cinema è stato quello più redditizio; ma non sempre, anzi, quasi mai, si riesce a interpretare i ruoli che si vorrebbero. In teatro è diverso, ma si guadagna molto meno. In ogni caso, l’attore è esposto, non ha protezione, è sempre nudo in scena, se vuole fare sul serio. La scrittura è altrettanto rivelatoria, ma permette di non essere fisicamente davanti al lettore, gli si lascia il libro e ci si mimetizza. Ci si può permettere più tempo per elaborare la materia della scrittura. La vanità dell’attore si spegne appena le luci si spengono, quella dello scrittore dura finché qualcuno ha il tuo libro tra le mani e ci si può illudere che questo duri a lungo. Mettiamola così, anche se si potrebbe ribaltare l’intera faccenda.

Riccardo de Torrebruna: È nato a Roma, dove attualmente vive. Ha lavorato come attore di cinema e teatro in Italia e all’estero per poi dedicarsi alla scrittura (romanziere, drammaturgo, sceneggiatore) e alla regia.
Vincitore dei premi Enrico Maria Salerno e Oltreparola per la drammaturgia.
Esordisce come autore nel 2000 con Tocco Magico Tango (Minimum Fax). Pubblica poi Storie di Ordinario Amore (Fandango, 2003), con Luigi Turinese Hahnermann. Vita del padre dell’omeopatia (E/O, 2007), Blood&Breakfast (Ensemble, 2014), Hahnermann. Diario di un guaritore (Mincione, 2015) da poco tradotto in Messico.

:: I dodici bambini di Parigi, Tim Willocks, (Multiplayer Edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

20 dicembre 2016 by
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Nella Parigi in festa per il matrimonio nel 1572 tra Enrico di Navarra e Margherita di Valois, ma dove scoppierà l’eccidio ai danni dei protestanti destinato a passare alla storia come il massacro di San Bartolomeo, giunge Mattias Tannhauser, uomo che ha alle spalle una storia tormentata, di combattente tra Oriente e Occidente. Vuole ricongiungersi alla moglie Carla, incinta e quasi al termine della sua gravidanza, che è stata invitata ai festeggiamenti per le nozze, ma che sparisce nelle ore concitate successive al massacro, rapita dalla banda di pitocchi di Grymonde, mentre Mattias si trova imprigionato al Louvre, al centro di una cospirazione che vuole la sua morte, per questioni del suo passato e presente che danno non poco fastidio a vari potenti.
Mattias e Carla erano già protagonisti di un libro uscito qualche anno fa per Cairo editore, Religion, che raccontava il loro incontro sullo sfondo dell’assedio di Malta ad opera degli ottomani una decina d’anni prima dei fatti narrati qui. I dodici bambini di Parigi è godibilissimo anche senza aver letto il primo capitolo, che però aggiunge dettagli di comprensione importanti.
Tim Willocks, considerato da alcuni come l’erede di Alessandro Dumas padre e insignito a Verona del premio Salgari come migliore romanziere contemporaneo di avventura, porta in un mondo crudo e spietato, in uno dei momenti peggiori della Storia europea, durante uno dei fatti più vergognosi e intolleranti, oggi forse dimenticato ma che non è male da ricordare per non dimenticare nessuna discriminazione e nessuna vittima del fanatismo che trascinò nella follia parigini e non di tutte le classi sociali. L’autore costruisce un intreccio avventuroso e appassionante, ma realistico e non idealizzante, per raccontare quei giorni là, in una città che crollò sotto i colpi dell’integralismo religioso, non alieno a nessuna cultura. Un libro d’avventura ma anche una storia per non dimenticare, per appassionarsi tra corti corrotte e bassifondi restituiti con realismo e senza melensaggi purtroppo presenti per tanto tempo in tanti romanzi storici. Mattias e Carla sono personaggi a cui è facile affezionarsi, ma restano nel cuore anche i 12 bambini del titolo, simbolo di ogni vinto di tutte le epoche, da quella Parigi là alla Siria e ai barconi di oggi.

Tim Willocks, britannico, classe 1957, è psicologo, attivista sociale nella lotta contro le tossicodipendenze, cintura nera di karate, sceneggiatore e scrittore di thriller e romanzi storici. Ha scritto i romanzi thriller Bad City Blues (1991), Il fine ultimo della creazione (Green River Rising, 1995), Re macchiati di sangue (Bloodstained Kings, 1996) e Doglands (2011) e gli storici Religion (The religion) e I dodici bambini di Parigi (The twelve children of Paris). Da alcuni anni risiede in Irlanda.

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi di Scrivere Award settima edizione – Le candidature

19 dicembre 2016 by

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A gennaio come da tradizione del blog si terrà la settima edizione del Liberi di Scrivere Award. Non ci sono comitati di qualità, ogni voto vale un voto, ogni lettore voterà una sola volta. Sarete dunque voi a decidere quale libro è stato il migiore del 2016. Quest’anno ci sarà solo una preselezione: ogni lettore del blog potrà segnalare qui nei commenti a questo post i migliori libri, massimo tre,  letti nel 2016 (che siano stati anche pubblicati nel 2016)  per decretare alla fine il vincitore. Come gli scorsi anni segnalate anche libri di piccoli editori, ebook, in formato da edicola, autopubblicati, anche fumetti e graphic novel. Insomma diamo spazio a tutti, anche a coloro che solitamente sono penalizzati nei premi istituzionali. Per le candidature c’è tempo fino al 31 dicembre.

[Consiglio: nelle vostre tre preferenze mettete libri che non ci siano già in elenco, così allarghiamo la rosa dei votabili, poi a gennaio].

I candidati:

“Alice from Wonderland trilogia” di Alessia Coppola, Self Publishing

“Ninfee nere” di Michel Bussi, giugno 2016, EO, trad. Bracci Testasecca A.

“Tempo assassino” di Michel Bussi, novembre 2016, EO, trad. Bracci Testasecca A.

“Il mio angelo ha le ali nere”, Elliott Chaze, ottobre 2016, Mattioli 1885, trad. Manuppelli N.

“Strane lealtà”, William McIlvanney, marzo 2016, Feltrinelli, trad. Colitto A.

“Il comandante dello zucchero”, Raphael Confiant, novembre 2016, Calabuig, trad. Benelli G.

“Appunti di meccanica celeste”, Domenico Dara, ottobre 2016, Nutrimenti

“Medusa”, Luca Bernardi, novembre 2016, Tunuè

“Delia è di nessuno”, Ilaria Melandri, luglio 2016, Laurana Editore

“La bellezza non ti salverà”, Francesca Battistella – Scrittura & Scritture

“Stirpe selvaggia”, Eraldo Baldini – Einaudi

“Le vittorie imperfette”, Emiliano Poddi – Feltrinelli

“La cappella di famiglia e altre storie di Vigata”, Andrea Camilleri, Sellerio

“Viva più che mai” di Andrea Vitali, Garzanti

“Pane per i bastardi di Pizzofalcone”, Maurizio de Giovanni, Einaudi

“Zero K”, Don DeLillo, Einaudi, Trad. Federica Aceto

“Sylvia”, Leonard Michaels, Adelphi, trad. V. Vergiani

“Notturno cileno” di Bolano, Adelphi, trad. I Carmignani

“Le cure domestiche” di Marilynne Robinson (ed. or. 1980 – trad. D. Vezzoli), Einaudi, novembre 2016

“Trilogia di Holt” di Kent Haruf (ed. or. 1999, 2004, 2013 – trad. F. Cremonesi), NN Editore, 2016. NOTA: Crepuscolo ultimo volume pubblicato in Italia – in realtà il secondo cronologicamente – è comunque un libro del 2016, e, anche se i primi due volumi della Trilogia sono usciti nel 2015, l’edizione in cofanetto è del novembre 2016.

“Padania. Vita e morte nel Nord Italia” di Massimiliano Santarossa, Edizioni Biblioteca dell’Immagine (prima edizione settembre 2016 – seconda ristampa Novembre 2016)

“Era la Milano da bere. Morte civile di un manager” – Alessandro Bastasi, Fratelli Frilli

“Questo libro non esiste” – Marilù Oliva, Elliot

“I Medici – Una dinastia al potere” – Matteo Strukul, Newton Compton

“Lettera a Dina” di Grazia Verasani – Giunti

“Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi” – Maurizio de Giovanni – Einaudi

“Il labirinto degli spiriti” di Carloz Ruiz Zafon – Mondadori

“L’albero delle bugie” di Frances Hardinge – Mondadori

“Dove troverete un altro padre come il mio” di Rossana Campo – Ponte alle Grazie

“Le sfumature della luna”, Bilkis Saba – Koi press

“Il muggito di Sarajevo, Lorenzo Mazzoni – Spartaco

“La felicità ti sorride”, Adam Johnson – Marsilio

“Vita privata di una nazione”, Lee Eung-jun, Atmosphere Libri

“Nostalgia”,  Ermanno Rea, Feltrinelli editore

“Valporno”, Natalia Berbelagua, Edicola

“Un tango per Victor”, Lorenzo Mazzoni, Edicola

“Gli anni di Allende”, Carlos Reyes, Edicola

:: Un’ intervista con Bilkis Saba, autrice de “Le sfumature della luna”

19 dicembre 2016 by

41vmgwdtcwlBuongiorno Bilkis, e grazie della disponibilità. Da qualche settimana è uscito il tuo primo romanzo, Le sfumature della luna (Koi Press), che è balzato prepotentemente in testa alle classifiche di Amazon e sta vendendo molto bene anche nel formato cartaceo. Come ti spieghi questo interesse per una storia, tendenzialmente, marginale?

L’amore e l’amicizia non sono mai marginali e il mio romanzo parla di questi sentimenti. Marginale, semmai, è la collocazione: Dhaka, capitale del Bangladesh, anche se, con quello che è capitato negli ultimi tempi, penso agli attentati integralisti islamici, di Dhaka si è parlato fin troppo, in negativo. Le sfumature della luna è scritto in modo semplice, racconta di ragazzini che, una volta adulti, si scoprono potenziali amanti, si devono confrontare con le gioie e i dolori della quotidianità… insomma, penso abbia tutti gli ingredienti per non essere relegato come letteratura di nicchia.

Sei bengalese ma scrivi in italiano, perché questa scelta?

Sono nata a Dhaka, ma la mia famiglia si è trasferita a Milano quando avevo tre anni. Sono cresciuta e ho studiato in Italia. Mi sembrava logico cimentarmi nella scrittura usando la lingua che conosco meglio. Anche oggi, che vivo a Londra, a stretto contatto con la comunità bengalese, dato che vivo a due passi da Brick Lane, mi viene più facile pensare e ragionare in italiano.

Come è nata la storia di Le sfumature della luna?

Leggendo diversi articoli sulla condizione femminile in Bangladesh, il romanzo di Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, e guardando e riguardando il film The Millionaire di Danny Boyle. Volevo raccontare una storia di amicizia che si trasformasse in qualcosa d’altro e che avesse una connotazione diversa dal solito. Mi piaceva rendere epico il tentativo di un bambino (poi uomo) di salvare il proprio sentimento per una bambina (poi donna) nonostante tutto e tutti. Credo che ci sia un messaggio positivo e di speranza che passa per i più umili.

Parli, nel romanzo, della prostituzione in Bangladesh. Quanto c’è di vero?

Tutto. Il Bangladesh è l’unico paese musulmano dove la prostituzione è legale. Esistono delle vere e proprie città-bordello dove le prostitute entrano giovanissime, spesso vendute dalla famiglia, e percorrono tutte le tappe della loro vita all’interno di questi vasti agglomerati. Le stesse pastiglie che la protagonista del mio romanzo assume, steroidi da somministrare ai bovini, in Bangladesh vengono date alle prostitute molto giovani per farle gonfiare e dar loro forme più sensuali, con tutte le controindicazioni del caso. È una situazione paradossale e molto complessa che io stessa ho studiato e su cui mi sono documentata dal vivo in diversi miei viaggi a Dhaka e in altre città del Bangladesh.

C’è una denuncia verso la condizione femminile, quindi?

Ho la fortuna di non provenire da una famiglia tradizionalista e, personalmente, non ho mai vissuto le umiliazioni che molte mie concittadine (bengalesi e italiane) subiscono quotidianamente. Mi piace mettermi i tacchi alti, mi piace apparire, essere disinibita e detesto l’idea di avere una storia già consolidata con un uomo che non amo perché la mia famiglia lo ha scelto per me. Non sono una ragazza da storie fisse, ma credo nell’amore, nel sentimento dell’amore. Amore e amicizia sono i cardini su cui dovrebbe essere sostenuto il mondo. Voglio dire questo, e nel dirlo, sì, c’è una denuncia nei confronti dei maschi e della loro tracotante arroganza.

Come hai trovato un editore che credesse nel tuo testo?

Mi sono imbattuta nel progetto ThinkABook, un onesto e serio service editoriale. Gli ho proposto il romanzo. Tra i partner di questo progetto c’è Koi Press. Massimo Di Gruso, l’editore, mi ha detto che la storia poteva funzionare, ma che c’era da lavorare sulla scaletta e sui nodi narrativi. Sono stata affiancata in modo costante per cercare di dare una forma definitiva e concreta al testo. Prima c’era molta carne al fuoco, troppa. È stato fatto un lavoro davvero eccezionale. Sono molto contenta.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Pier Paolo Pasolini, Monica Ali, Elif Shafak, Elena Ferrante e Shazia Omar, bravissima scrittrice bengalese che in Italia è pressoché ignorata. Ha scritto un romanzo molto bello, Come un diamante nel cielo, che come nel mio libro racconta la Dhaka contemporanea.

Progetti futuri? So che non ti piace fare presentazioni.

Niente presentazioni per me. Mi annoiano e non credo di dare una buona impressione. Sono troppo aggressiva. Preferisco che le persone mi leggano, se ne hanno voglia. Vivo a Londra, dove sto conseguendo un master in comunicazione editoriale e nel tempo libero sto lavorando a un secondo romanzo. Questa volta ambientato negli Stati Uniti. Sarà sempre una storia d’amore. A me piace così.