:: Gli amori di Frida Kahlo di Valeria Arnaldi – (Bizzarro/Red Star Press, 2016) a cura di Lucilla Parisi

3 gennaio 2017 by
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Y aunque te amo con locura ya no vuelves
Paloma negra eres la reja de un penar
Quiero ser libre vivir mi vida con quien yo quiera
Dios dame fuerza que me estoy muriendo por irla a buscar

Così recita la canzone popolare messicana Paloma Negra, interpretata tra l’altro da Chavela Vargas, cantante messicana talentuosa e appassionata, amica e amante di Frida Kahlo.
Versi di un’intensità disperata, come disperato è l’amore dell’uomo innamorato e tradito dalla sua “colomba nera.” Il cuore tradito, però, è quello della Kahlo, che Valeria Arnaldi ci racconta nelle pagine del suo libro a lei dedicato, ripercorrendone la vita attraverso i molti incontri di amicizia, amore e passione.

Frida era sedotta da bellezza e personalità, ovunque si trovassero.

La poliedrica artista messicana che ha saputo incantare con il suo fascino e la sua forza generazioni di uomini e donne, rimase prigioniera di un amore doloroso e complesso, quello per il due volte marito Diego Rivera, il pittore e muralista della Rinascita messicana (1920-1960).
Nonostante l’indole ribelle e il profondo desiderio di libertà che la contraddistinsero, Frida non riuscì mai a riscattarsi dalla sofferenza che quel legame intenso – nato quando, ormai pittrice ventenne, rivide l’artista già incontrato in passato – le procurava.
Traditore per vocazione, Diego Rivera ebbe numerose e spesso celebri amanti, relazioni mal celate e spesso scaturite nella stravagante decisione di portare la terza incomoda nella casa coniugale, nel diabolico tentativo del pittore di ottenere l’approvazione di Frida che, per compiacerlo, ne diventava amica, confidente e forse anche amante.

Rivera era affascinato da quel gioco di allacci che vedeva le sue amanti godere insieme a lui di una sorta di piacere diffuso e, come tale, moltiplicato. Era un solletico erotico e perfino una lusinga. Sapeva, infatti, che erano proprio le attenzioni che lui dedicava a quelle donne il primo motivo di interesse di Frida.

Se l’elenco delle amanti di Rivera fu degno di nota (la pittrice Irene Bohus, l’attrice messicana Maria Felix, solo per citarne alcune), quello di Frida Kahlo non fu da meno.
Le mancanze del controverso matrimonio spinsero la pittrice messicana a ricercare l’appagamento e la tenerezza tra le braccia di amanti (donne e uomini) appassionati, avvenenti e disposti ad accettare di condividere il cuore dell’amata con l’insensibile Rivera.
Nonostante, infatti, le fughe e gli strappi (significativo fu quello causato dal tradimento di Diego con la sorella di Frida, Cristina Kahlo), il legame tra i due non si spezzò mai definitivamente, fino alla morte della pittrice, venticinque anni dopo il loro primo matrimonio celebrato il 21 agosto del 1929.
Gli amori di Frida Kahlo è un percorso interessante e raffinato tra le numerose pieghe di una relazione amorosa per nulla semplice, ma destinata a sopravvivere anche per la stima e il rispetto che – nonostante i tradimenti – Frida e Diego Rivera nutrirono per il rispettivo lavoro e lo straordinario talento che li contraddistinsero. Diego fu per Frida un modello, un maestro e sicuramente un punto di riferimento anche nei momenti di maggiore difficoltà. Erano le sue attenzioni che, in preda al dolore fisico – eredità dell’incidente che la devastò a soli diciotto anni – e alla disperazione che ne seguiva, la pittrice anelava, nonostante il suo letto e il suo cuore furono spesso scaldati da altri corpi e da altri amori.

«Se soltanto avessi vicino a me la sua carezza», scrive sul suo diario la pittrice. «La realtà della sua persona mi farebbe più felice, mi allontanerebbe dalla sensazione che mi riempie di grigio […] Ma come gli spiego il mio enorme bisogno di tenerezza! La mia solitudine di anni».

Celebri furono gli intrecci amorosi con Leon Trotsky, Josephine Baker e Georgia O’Keeffe, incontri che – in alcuni casi – si trasformarono in relazioni profonde e durature come quella con il fotografo Nickolas Murray, che la immortalò in scatti meravigliosi, o quella con l’illustratore catalano Josè Bartoli, arrivato in un momento di grande solitudine e con cui accarezzò nuovamente il pensiero di una gravidanza ancora possibile e sempre negata dal suo fisico provato dai numerosi interventi (ben trentadue) alla spina dorsale e alla gamba. Furono tuttavia relazioni destinate a esaurirsi nella distanza e nel tempo, se non soffocate sul nascere dall’ingombrante presenza di Rivera nel cuore come nella vita di Frida.
Valeria Arnaldi pone l’accento sulla donna e sull’artista eccentrica, energica e talentuosa e si sofferma sugli eventi, gli incontri e gli intrecci che resero la vita di Frida Kahlo decisamente straordinaria, complice il grande fermento culturale e politico del Messico postrivoluzionario, che attrasse nel Paese artisti da tutto il mondo, molti dei quali incrociarono la strada di Frida Kahlo.
A questi intrecci e all’arte messicana del XX secolo è dedicata la mostra in corso presso Palazzo Albergati (Bologna) sino al prossimo 26 marzo, in cui sono esposti – insieme a opere della Kahlo e di Rivera – anche lavori di David Alfaro Siqueiros e di Marìa Izquierdo, la prima pittrice messicana a esporre negli Stati Uniti.
Della stessa autrice Valeria Arnaldi, consiglio la lettura di Tina Modotti hermana, dedicato – per chi ancora non la conoscesse – alla fotografa, attivista e attrice di origine italiana, vissuta in Messico e amica di Frida Kahlo.

Valeria Arnaldi, giornalista professionista, critica d’arte e scrittrice. Scrive su testate italiane e straniere. Cura mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero. Per l’etichetta editoriale Bizzarro! ha già pubblicato, tra gli altri, Tina Modotti hermana e Chi è Banksy? E perché ha tanto successo? 

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Roberto Gerilli, a cura di Elena Romanello

2 gennaio 2017 by

117_bigLiberi di scrivere ha recensito qualche tempo fa il divertentissimo Questo non è un romanzo fantasy, tra il nerd e il fantasy, ambientato a Lucca Comics and Games. Ora abbiamo incontrato Roberto Gerilli, l’autore, per farci raccontare qualcosa di più sul come e perché di questo libro.

Come e perché è nata l’idea di Questo non è un romanzo fantasy?

L’idea è nata durante la mia prima visita al Lucca Comics and Games, nel 2011. Avevo sempre sentito parlare della manifestazione ma con i miei amici non eravamo mai riusciti a organizzarci. Quell’anno andammo (per soli due giorni, partenza alle 5 di mattina, albergo a Montecatini, massacrante) e fu una folgorazione. La svolta però c’è stata quando grazie ad alcune amiche sono entrato in contatto con le comunità dei cosplayer e delle fangirl: sono una miniera inesauribile di fantasia.

Come sei entrato in contatto con il mondo nerd?

Sono sempre stato un nerd anche se non lo sapevo. Per anni ho pensato che i nerd fossero quelli in stile “uomo dei fumetti” dei Simpson (ne avevo conosciuti alcuni di quel tipo) per cui pensavo di avere molte passioni in comune con i nerd ma di non esserlo io stesso. Poi ho capito che (per fortuna) la comunità nerd è molto più sfaccettata e varia di quello che credevo, e io ne avevo fatto sempre parte.

Racconti Lucca Comics and Games: cosa è per te questa fiera?

Il Lucca Comics and Games è come il Paese delle meraviglie o L’isola che non c’è: un luogo in cui non sei costretto a crescere o in cui puoi tornare bambino. L’atmosfera che si respira in quei giorni… mi mette di buon umore anche solo a pensarci. ahahah

Qual è l’aspetto del mondo nerd che ti piace di più? E quello meno?

Ti rispondo indicandoti due personaggi di Questo non è un romanzo fantasy: Alessandra e Paolo Ziti. La prima è una cosplayer, una fangirl, una whovian, una ragazza che non si vergogna di credere nei suoi sogni. Incarna tutta la fantasia, la spensieratezza e l’allegria del “lato chiaro della Forza”. Sono gli aspetti che più amo del mondo nerd. Nel polo opposto c’è Paolo Ziti, un blogger che adora stroncare i romanzi, umiliare gli “indegni”, e che giudica la nerditudine delle persone solo in base al loro livello di conoscenza. È la personificazione dell’Uomo dei fumetti di cui parlavo sopra, il nerd che si prende troppo sul serio, il lato oscuro di questo mondo. Per fare capire la mia posizione a riguardo, faccio sempre l’esempio delle spade laser di Star Wars: c’è chi non dorme la notte per fare ricerche e scoprire se sono fisicamente possibili o meno, e chi le adora perché sono colorate e fanno swoosh. Io appartengo (con grande fierezza) al secondo gruppo.

Prossimi progetti?

Lo scorso 10 ottobre è uscito il mio nuovo romanzo Vietato leggere all’inferno. L’ho pubblicato all’interno del progetto Speechless Books ed è scaricabile gratuitamente in tutti gli store online. È un thriller/pulp ambientato in un mondo in cui la letteratura è considerata una sostanza stupefacente, un mondo molto più simile al nostro di quello che si potrebbe pensare (e sperare). È una storia a cui tengo molto ed è una storia nerd, ovviamente. Consiglio a tutti di leggerla, soprattutto perché è gratis! http://www.vietatoleggere.com

:: Gruppo di lettura – Il libro di gennaio

1 gennaio 2017 by

Benvenuti nel nuovo anno, come avevamo deciso, sceglieremo insieme il libro da leggere questo mese, che poi sarà discusso il 28 gennaio qui sul blog.

Qui sarà aperto un sondaggio, ognuno può scegliere il libro preferito, o votare per i libri già proposti, quello con più voti sarà il libro di cui ci occuperemo questo mese.

Il sondaggio sarà aperto un giorno.

Rendo pubbliche le votazioni:

L’ultimo vero bacio – Crumley VOTI 3

Il buio oltre la siepe – Harper Lee VOTI 2

Frankenstein – Mary Shelley VOTI 2

Il maestro delle ombre – D. Carrisi VOTI 3

[Se non arriviamo a una scelta diretta, ci sarà un’estrazione tra i libri più votati]

Chiuse le votazioni, provvedo all’estrazione tra L’ultimo vero bacio e Il maestro delle ombre.

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Libro estratto:

“L’ultimo vero bacio” di James Crumley

Appuntamento dunque al 28 Gennaio!

:: Liberi di Scrivere Award settima edizione – Le votazioni

1 gennaio 2017 by

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Giunto alla settima edizione il Liberi di Scrivere Award permette ai lettori di questo blog di  votare il migliore libro edito nel 2016.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di domenica 15 gennaio, scegliendo tra i libri candidati.

Vale solo un voto per lettore.

Menzione speciale per la migliore traduzione al traduttore del libro straniero più votato.

Dunque iniziate a votare lasciando un commento a questo post!

Prego i lettori di lasciare un solo commento con il voto, serve a me e al “notaio” Michele Di Marco come verifica per il conteggio dei risultati. Grazie a tutti.

Traduttori:

Alberto Bracci Testasecca

Nicola Manuppelli

Alfredo Colitto

Graziano Benelli

Federica Aceto

Vincenzo Vergiani

Ilde Carmignani

Delfina Vezzoli

Fabio Cremonesi

Bruno Arpaia

Giuseppe Iacobaci, Claudia Lionetti

Fabio Zucchella

Marco Emberti Gialloreti

I candidati:

“Alice from Wonderland trilogia” di Alessia Coppola, Self Publishing

“Ninfee nere” di Michel Bussi, giugno 2016, EO, trad. Bracci Testasecca A.

“Tempo assassino” di Michel Bussi, novembre 2016, EO, trad. Bracci Testasecca A.

“Il mio angelo ha le ali nere”, Elliott Chaze, ottobre 2016, Mattioli 1885, trad. Manuppelli N.

“Strane lealtà”, William McIlvanney, marzo 2016, Feltrinelli, trad. Colitto A.

“Il comandante dello zucchero”, Raphael Confiant, novembre 2016, Calabuig, trad. Benelli G.

“Appunti di meccanica celeste”, Domenico Dara, ottobre 2016, Nutrimenti

“Medusa”, Luca Bernardi, novembre 2016, Tunuè

“Delia è di nessuno”, Ilaria Melandri, luglio 2016, Laurana Editore

“La bellezza non ti salverà”, Francesca Battistella – Scrittura & Scritture

“Stirpe selvaggia”, Eraldo Baldini – Einaudi

“Le vittorie imperfette”, Emiliano Poddi – Feltrinelli

“La cappella di famiglia e altre storie di Vigata”, Andrea Camilleri, Sellerio

“Viva più che mai” di Andrea Vitali, Garzanti

“Pane per i bastardi di Pizzofalcone”, Maurizio de Giovanni, Einaudi

“Zero K”, Don DeLillo, Einaudi, Trad. Federica Aceto

“Sylvia”, Leonard Michaels, Adelphi, trad. V. Vergiani

“Notturno cileno” di Bolano, Adelphi, trad. I Carmignani

“Le cure domestiche” di Marilynne Robinson (ed. or. 1980 – trad. D. Vezzoli), Einaudi, novembre 2016

“Trilogia di Holt” di Kent Haruf (ed. or. 1999, 2004, 2013 – trad. F. Cremonesi), NN Editore, 2016. NOTA: Crepuscolo ultimo volume pubblicato in Italia – in realtà il secondo cronologicamente – è comunque un libro del 2016, e, anche se i primi due volumi della Trilogia sono usciti nel 2015, l’edizione in cofanetto è del novembre 2016.

“Padania. Vita e morte nel Nord Italia” di Massimiliano Santarossa, Edizioni Biblioteca dell’Immagine (prima edizione settembre 2016 – seconda ristampa Novembre 2016)

“Era la Milano da bere. Morte civile di un manager” – Alessandro Bastasi, Fratelli Frilli

“Questo libro non esiste” – Marilù Oliva, Elliot

“I Medici – Una dinastia al potere” – Matteo Strukul, Newton Compton

“Lettera a Dina” di Grazia Verasani – Giunti

“Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi” – Maurizio de Giovanni – Einaudi

“Il labirinto degli spiriti” di Carloz Ruiz Zafon – Mondadori, Trad. B. Arpaia

“L’albero delle bugie” di Frances Hardinge – Mondadori, Trad. G. Iacobaci, C. Lionetti

“Dove troverete un altro padre come il mio” di Rossana Campo – Ponte alle Grazie

“Le sfumature della luna”, Bilkis Saba – Koi press

“Il muggito di Sarajevo”, Lorenzo Mazzoni – Spartaco

“La fortuna ti sorride”, Adam Johnson – Marsilio, Trad. F. Zucchella

“Vita privata di una nazione”, Lee Eung-jun, Atmosphere Libri, Trad.  M. Emberti Gialloreti

“Nostalgia”,  Ermanno Rea, Feltrinelli editore

“Valporno”, Natalia Berbelagua, Edicola Ediciones

“Un tango per Victor”, Lorenzo Mazzoni, Edicola Ediciones

“Gli anni di Allende”, Carlos Reyes, Rodrigo Elgueta, Edicola Ediciones

:: Un’ intervista con Franco Pezzini, a cura di Elena Romanello

31 dicembre 2016 by

97Qualche giorno fa abbiamo parlato su Liberi di scrivere di Victoriana, ultima fatica di Franco Pezzini uscita per Odoya in cui racconta una fascinazione per un’epoca e una cultura nata in quel periodo. Ora abbiamo chiesto all’autore qualche informazione in più sul suo libro.

Come nasce l’idea di ‘Victoriana’?

A monte del volume ci sono varie cose, a partire dalla mia passione per il mondo vittoriano. Il titolo è quello di una serie di pezzi che ho iniziato a pubblicare sulla webzine Carmilla online quando ancora non facevo parte della redazione. L’editore li ha notati, e la proposta è stata di fare un volume complessivo sul tema. Odoya sta varando da anni una serie di eccellenti Guide su generi letterari e cinematografici, però in questo caso si trattava di qualcosa di diverso, uno specchio d’epoca, e non volevo dare l’impressione di un clone di Wikipedia con voci di letteratura, storia, antropologia… Tanto più che mi pareva importante mantenere una certa “freschezza” legata a eventi che via via avevano ispirato quei testi (uscite di libri ma anche di film in sala o invece di dvd di culto, o magari mostre d’arte) e anche all’originalità di chi li aveva promossi: insomma la scelta è stata di mantenerne lo spirito “contingente”. Una parte di questi articoli di ‘Carmilla’ (non tutti, per vari motivi) è così entrata in versione riveduta, corretta e naturalmente aggiornata nel volume, ma insieme a materiali altri: contributi – anche questi più o meno modificati – che avevo scritto per ‘L’indice’ o per ‘LN_LibriNuovi’, o invece pagine nuovissime su ulteriori temi che pareva importante inserire. Una formula forse un po’ anarchica per cui mi piace l’immagine della lanterna magica, tanto più come evocata da Le Fanu in Carmilla (stavolta il romanzo): “vivid as the isolated pictures of the phantasmagoria surrounded by darkness”.

Perché oggi c’è ancora tutto questo interesse per l’universo vittoriano?

Per parecchi motivi, ma mi limito qui a citarne alcuni fondamentali.
Pensiamo agli eroi e antieroi della narrativa popolare vittoriana (Alice, Holmes, Dracula eccetera), poi non solo continuamente riproposti in libreria, ma traghettati in una quantità di film e telefilm di successo, fumetti, giochi di ruolo e derivati vari, indefinitamente incrociati in pastiche, oggetto di infiniti apocrifi e gruppi Facebook. Il loro valore è realmente quello di eroi del mito, sia pure su un palcoscenico diverso da quello dei miti antichi.
Ancora, pensiamo al peso di quella narrativa e di quell’arte sorti in un mondo (in qualche modo) globalizzato tramite l’impero britannico, e che hanno influito sull’immaginario a livello planetario: un autore come Dickens, per esempio, o i pittori preraffaelliti rappresentano espressioni culturali note praticamente a chiunque, in tutto il mondo, almeno come paradigmi.
Pensiamo poi al rapporto tra la pressione moralizzatrice di quell’epoca e tutto ciò che vi resta “sotto”, alluso, compresso: la sessualità, l’eros… dove proprio la compressione evoca qualcosa di infinitamente più forte e provocatorio di tanta sguaiata sessualizzazione da pubblicità di yogurt o di automobili che ci troviamo davanti oggi.
E pensiamo allo stesso rapporto tra l’impero retto da una donna come la regina Vittoria – a suo modo eccezionale e normalissima, in grandezze e limiti – e una serie di battaglie sociali, politiche e sessuali che in quegli anni anticipano da lontano quelle del nostro mondo.
Se poi si aggiunge la fascinazione estetica per un certo tipo di oggetti, abiti (il look neovittoriano oggi tornato di moda) eccetera, si comprende che il nostro orizzonte immaginale è per forza condizionato da quel teatro d’epoca – sia pure ampiamente reinventato al filtro di derivati cinematografici, fumettistici eccetera – sulla base delle nostre categorie.

Quali sono le tue icone personali legate a quel periodo?

Qualcosa è già emerso… Comunque Holmes, i personaggi del Dracula, Carmilla, Alice, i maghi della Golden Dawn, però anche tante altre figure, immaginarie o storiche, frequentate in anni e anni di letture, visioni di film (come gli Hammer, tanto intensamente “vittoriani”) e in fondo di sogni.
Ma aggiungerei anche icone di luoghi: da appassionato frequentatore di panorami britannici – qualcosa emerge anche nel libro – non posso dimenticare questa dimensione geografica. Rileggere The Hound of the Baskervilles in pieno Dartmoor, come ho avuto modo di fare qualche anno fa (e al mattino trovavo la copertina completamente incurvata dall’umidità sul comodino del B&B) è un’esperienza che può aggiungere qualcosa alla comprensione del libro.

Tra le iniziative contemporanee, film, mostre e simili, quali sono state secondo te quelle più valide verso questo mondo?

Limitandomi a quelle davvero contemporanee, di primo acchito mi vengono da citare gli Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. (deliziosi, fantasiosissimi) e la geniale serie televisiva Penny Dreadful, che riesce a rileggere la forma delle candide e folli macedonie all monsters degli anni Quaranta in chiave brillante e davvero inquietante. Poi, ovvio, c’è un vittorianesimo riflesso anche in serie intelligenti come lo Sherlock (post)moderno con Benedict Cumberbatch – mi ci trovo di meno, ecco tutto.

Prossimi progetti?

Tanti… e mi limito qui a quelli editoriali più vicini e già in corso di definizione. A partire da due nuovi testi per Odoya in uscita nel prossimo anno, rispettivamente sull’Asino d’oro di Apuleio e sul Satyricon di Petronio, sorta di inviti alla lettura un po’ in stile Victoriana, e derivati dei miei corsi torinesi alla Libera Università dell’Immaginario. L’idea e l’invito è di tornare a riappropriarci di una serie di classici: non per sostituirmi con la mia perifrasi ai narratori, ma anzi per rinviare con un approccio un po’ pop a pagine che vanno assolutamente riprese in mano anche da un pubblico non specialista. Teniamo presente per inciso cosa ha significato l’‘Asino d’oro’ per il fantastico moderno. E del resto un lettore un po’ particolare come l’occultista Aleister Crowley, in un’appendice della sua summa ‘Magick’, consiglia sia ‘Asino d’oro’ che ‘Satyricon’ come “preziosi per coloro che hanno lo spirito per capirli”… Insomma, una bella sfida.
Poi nel 2017 uscirà finalmente dopo una gestazione di anni una raccolta di saggi di parecchi amici scrittori – tutti straordinari – curata con Fabrizio Foni per Cut-up, ‘Jolanda & Co. Le donne pericolose’, dove a partire da una provocazione salgariana ci concederemo scampagnate su vari fronti dell’immaginario: lì io mi occupo di donne pirata.

Grazie per lo spazio che mi è stato concesso.

:: Un trascurabile dettaglio, Anne-Gaëlle Balpe (Terre di mezzo, 2016) a cura di Viviana Filippini

31 dicembre 2016 by
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Il protagonista di Un trascurabile dettaglio libro della Balpe, edito da Terre di Mezzo, è un bimbo nato con una piccola differenza, così piccola che quasi, a dire la verità, in un primo momento non la si nota nemmeno. Poi quello che sembra un particolare marginale comincia a rendere un po’ complicata la vita del protagonista il quale, purtroppo, non riesce a fare le cose al meglio. Tutte le persone che lo circondano si accorgono di questa sua difficoltà, ma al posto di aiutarlo, cominciano a prendere le distanze da bimbo disegnato da Csil, che si ritrova senza amici e solo in compagnia di quel piccolo trascurabile dettaglio che rischia di fagocitarlo. Poi, l’incontro con uno specialista (anche lui affetto da un piccolo trascurabile dettaglio) che fornisce al nostro piccolo eroico protagonista la giusta formula magica per una nuova vita. L’albo della Balpe, illustrato da Csil, è un libro per bambini dai 5 anni in su, ma direi che è interessante anche per gli adulti, per un lettura di gruppo, per dimostrare come a volte i piccoli difetti che ognuno di noi ha, sono imperfezioni che possono crearci problemi e impedirci di vivere bene con noi stessi e con il prossimo. La soluzione, come fa il protagonista di Un trascurabile dettaglio della Balpe, è imparare a conoscere i propri difetti per controllarli, per non lasciarsi sopraffare da loro e per far capire a chi ci sta attorno che non sono così mostruosi come sembrano.

Anne-Gaëlle Balpe è nata nel 1975 e vive a Parigi. Autrice di libri per bambini e ragazzi, si divide tra la scrittura e l’insegnamento in una scuola materna.

Csil è nata nel 1977 nelle Ardenne. È illustratrice e art-director di libri per bambini.

Source: acqusito del recensore.

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:: Cicerone, Stefan Zweig, (Castelvecchi,2016), a cura di Daniela Distefano

31 dicembre 2016 by
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“La scelta più saggia, per un uomo intelligente ma non particolarmente coraggioso che si trovi alle prese con qualcuno più forte di lui, è di evitarlo e restarsene in disparte senza vergognarsi, in attesa di una svolta che possa sgombrargli nuovamente il campo. Marco Tullio Cicerone, il primo umanista dell’Impero romano, il maestro dell’Oratoria, il campione del diritto, per tre decenni si è dedicato alla difesa delle leggi dei padri e alla tutela della Repubblica (…) Ma ora è arrivato qualcuno più forte di lui: Giulio Cesare”.

Cosa può fare un monumento umano di tale grandezza di fronte al pericolo incombente rappresentato da un’altra statua vivente di eguale magnificenza? Il pensatore si allontana da un ambiente indegno di lui per ritirarsi nella propria inviolabile interiorità. Ogni forma di esilio per lui è una spinta al raccoglimento personale. Cicerone ha condotto processi nel Foro, ha comandato legioni sul campo di battaglia, da console ha governato la repubblica e da proconsole alcune province, milioni di sesterzi sono passati per le sue mani liquefacendosi in debiti. Solo a una cosa non si è potuto dedicare, la più importante: l’esame della sua stessa vita.
Adesso è arrivato il momento di riappropriarsi del suo spirito. Cicerone lascia  così Roma, la metropoli caotica, e fa ritorno a Tusculum, l’odierna Frascati, nella sua casa circondata da uno dei più bei paesaggi italiani.
Nuovamente sconfitto e amareggiato, farà ritorno ai suoi libri nell’isolamento della villa Pozzuoli sul golfo di Napoli.
E’ qui che redigerà il suo testamento politico e morale, vale a dire il “De officiis”, la dottrina dei doveri che l’uomo libero e onesto ha verso se stesso e verso lo Stato. Si tratta di un capolavoro letterario in cui prevale il sentimento di humanitas : la cooperazione tra gli uomini è l’ideale più importante e alto.
In questo opuscoletto di pochissime pagine, Stefan Zweig incanala il lettore verso la comprensione di scelte fatali che – per metà frutto del destino, per metà effetto dell’arbitrio dell’ànthropos – hanno accompagnato il tragitto di un letterato eccezionale e poliedrico.
Cicerone ha abbandonato strada facendo i bagagli ingombranti delle ambizioni smodate, le bramosie del Potere, gli appetiti di gloria, ha abbracciato la morte per non vivere da semplice spettatore del disastro di un mondo che oramai non gli apparteneva più.

Stefan Zweig (Vienna 1881- Petròpolis 1942) è stato  poeta, drammaturgo, romanziere, tra gli scrittori più popolari del primo Novecento e maestro del genere biografico.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Enzo dell’Ufficio Stampa “Castelvecchi”.

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:: Un’intervista con Germano Hell Greco

30 dicembre 2016 by

perfGermano, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Germano Hell Greco?

Ciao, grazie dell’ospitalità.
Germano è un ormai quarantenne, in ottima forma fisica e con tanti capelli, che è sempre stato un ronin, nella vita. Sognava da ragazzo di poter campare con le lettere (contro ogni auspicio e buon senso o sentire comune) e, oggi, in qualche maniera e con tante difficoltà, ci sta persino riuscendo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga (e meno male, sapersi già arrivati è una noia, no?).

Scrittore, editor, blogger, come concili tutte queste attività così impegnative?

Frazionando il mio tempo e rinunciando alla presenza online, oggigiorno purtroppo indispensabile. La mia giornata tipo è rigidamente suddivisa: a) per la maggior parte del tempo lavoro, ovvero faccio editing, b) scrivo, c) bloggo, sempre meno, per la verità, perché sono in fase remissiva. Il resto del tempo lo trascorro dando da mangiare al gatto, sbrigando altre faccende, guardando qualche film o serie con Silvia, la mia fidanzata.
È difficile, ma riuscire a far tutto dà grande soddisfazione.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Non ho storie del cesso da raccontare (tu che mi leggi da tanto dovresti ricordare la celeberrima storia del cesso tanto cara agli scvittovi). Ho iniziato a scrivere non perché fossi innamorato della sacra arte, ma perché, essendo mio padre un pittore e scultore, volevo trovare una via espressiva che fosse soltanto mia.
Tutto qua. Nessuna poesia, solo pura affermazione di sé.
Tra parentesi, ero pure bravino in disegno. Ma ormai ho mollato, non prendo una matita in mano da più di vent’anni. Adesso non riuscirei a disegnare nemmeno una casetta con l’alberello.

Sei autore della saga di Perfection, di The Lollipops, BitchBlade, spazi dall’azione all’avventura, dall’horror alla fantascienza. La versatilità pensi sia una dote fondamentale per uno scrittore?

Di sicuro dovrebbe esserlo per i lettori. Per gli autori non saprei, di certo è una qualità e non un difetto.
Come sempre, non ci sono regole e manualetti. Alcuni sono “autori da un solo libro”, altri si dedicano a un solo genere, altri spaziano. Nessuno è necessariamente migliore o peggiore degli altri.

Sei un autore prevalentemente autoprodotto, come mai questa scelta?

Esclusivamente autoprodotto, io però preferisco indipendente.
Dunque, ho fatto un paio di tentativi di pubblicazione classica in gioventù. Parlo di più di vent’anni fa: un racconto per un’antologia e un romanzo breve. Ovviamente sono stato cassato entrambe le volte e a ragione. A riguardarli oggi, quei racconti facevano schifo.
Il punto è che non ci ho più provato, da allora, a farmi pubblicare, perché per i successivi quindici anni non ho più scritto nulla, neanche una sillaba. Sono tornato a scrivere nel 2010. Così, è successo. E, a quel punto, l’adsl e l’internet mi hanno dato opportunità di indipendenza prima mai potute sognare.
Così ho provato la via nuova, eretica, e non l’ho più lasciata.
Non ho alcun interesse a farmi pubblicare da un editore tradizionale, pur collaborando in ambito lavorativo come editor, con privati e editori.

Cosa leggevi da ragazzino, cosa hai continuato a leggere da adulto?

Da ragazzino leggevo Eco e i librigame di Lupo Solitario. Sì, ok, però ero comunque un ragazzino divertente, fidati. Poi ho letto di tutto, dalla filosofia ai saggi storici e letterari, soprattutto riguardanti la teoria della letteratura, che è una disciplina che mi affascina molto.
Ah sì, ho letto ovviamente anche Miller e Bukowski. Bukowski ha vinto. Se c’è uno che mi piace sempre e comunque è Charles, poche storie.
E poi, vediamo… c’è un’autrice contemporanea che mi piace molto: Kaaron Warren. E ovviamente Matt Ruff e Viktor Šklovskij.
Oggi continuo a leggere di tutto, dai manuali di marketing e social media, a quelli per la creazione di ebook, a racconti horror e di fantascienza. Tutto quello che mi capita a tiro.
Ah, ogni anno rileggo un manuale di grammatica italiana. Così, per restare in allenamento e non trascurare nulla.

Cosa stai leggendo in questo momento?

The Automatic Detective di A. Lee Martinez.

La tua carriera di editor freelance sembra scorrere parallela alla tua carriera di scrittore. Puoi trarre per noi un bilancio. Quale è l’aspetto più complesso e difficile per un editor?

Sopravvivere a facebook.
No, scherzi a parte, non so se esista un aspetto difficile, è un lavoro e quindi va preso seriamente. Diciamo che dopo un po’ che lo fai subentra il senso di responsabilità verso l’autore (o l’editore, o entrambi) che ti ha affidato il testo per migliorarlo. E quindi fai di tutto per spremerlo e renderlo migliore, scorrevole, ritmato, pulito.
Forse l’unico vero incubo sono i refusi, quelli sono diabolici e ti fanno perdere la vista.
Un bilancio… per ora l’esperienza è positiva, può migliorare. Migliorerà.

Mentre gli autori professionisti accettano più di buon grado di farsi editare, che qualcuno metta in discussione le loro scelte stilistiche, o corregga veri e propri errori se non concettuali, magari di resa di ritmo, hai notato negli esordienti più ostinazione, in certi casi? O è solo un preconcetto diffuso?

No, l’unico ostacolo sono e restano i soldi. Un editing costa. Molto in certi casi. Va da sé che un autore indipendente non può di solito affrontare tale spesa, e quindi fa a meno dell’editing, è normale e comprensibile, anche se tutto ciò va a spese della resa finale del libro.
Devo dire che, finora, ho avuto coi miei clienti sempre rapporti cordiali e proficui. C’è sempre stato un ottimo dialogo, rispettoso, teso esclusivamente a migliorare il testo, anche quando sono dovuto intervenire pesantemente “con la mannaia” (cit.). Io poi sono uno che dice le cose come stanno, ma nemmeno questo ha creato problemi. C’è stato un autore che, mesi dopo, mi ha pure ringraziato di averlo “bastonato”.
Poi c’è il fatto che anche io ricorro a un editor per i miei scritti, e anche io vengo bastonato, quindi conosco bene le sensazioni che si provano da entrambi i lati. Forse anche questo è un vantaggio.

Come ti orienti nella scelta dei testi da editare, ti è capitato di rifiutare un testo per pura incompatibilità?

Finora no, ma non nascondo che il pensiero di poter rifiutare c’è sempre. Credo che rifiuterei un testo mai revisionato dall’autore, quindi colmo di orrori palesi.
Per il resto, sono disposto a editare anche la lista della spesa, se me lo chiedono.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Credo di aver già risposto a questa domanda prima. Ma non ho maestri, solo opere che mi piacciono.

Quali sono le doti che deve possedere un autore indie? Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiato, pronto a dire ora smetto?

L’autore indie deve capire che del suo nuovo romanzo non frega niente a nessuno. È così. Perché è l’ennesimo romanzo indie e la gente è stufa marcia di vederlo spammato ovunque. E anche se non viene spammato ovunque, la gente è stufa marcia lo stesso.
L’autore indie deve perciò avere pazienza e aspettare anche anni prima di vedere qualche risultato e essere preso seriamente in considerazione dai lettori. Uno che vuole bruciare le tappe è solo uno che brucia in fretta.
L’autore indie deve valutare il proprio lavoro con oggettività: nel senso che se ci sono errori grammaticali, forse è bene considerare un ripasso delle basi e non spacciarsi per un talento incompreso. Perché non ci crede nessuno, al tuo talento, se al secondo rigo canni un congiuntivo.
L’autore indie deve migliorarsi. Sempre. Deve migliorare la sua conoscenza linguistica, e anche la conoscenza dei mezzi che usa per esistere: che siano ebook, siti di eCommerce, social media.
Come affronto e gestisco le critiche… è un discorso complesso. E, come detto prima, non c’è un manuale d’istruzioni.
L’unica distinzione è la costruttività di tale critica. Se è utile o meno. Se è una critica acida o meno, cattiva o meno. Se sottolinea aspetti che ignoro o meno. O se è del tutto fuorviante e tendenziosa.
Ultimamente tendo a sorvolare su qualsiasi critica o recensione. Sì, mi fanno piacere, ma non sono, né devono diventare un metro del mio lavoro.
Io da solo devo essere in grado di valutare i miei scritti, se un domani non dovessi più riuscirci, a quel punto smetterò.
Non direi che mi sono sentito scoraggiato. Diciamo che certe critiche mi hanno fatto incazzare come una bestia. Ma questo all’inizio. Ora, come detto, preferisco sorvolare. Si vive e si scrive meglio.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti?

Non ho conflitti in corso, che io sappia. Anche perché io e la critica non abbiamo rapporti. Di solito non invio mai copie staffetta a scopo recensorio, perché è una pratica che non gradisco. Quindi le recensioni avute sono arrivate da parte di veri ammiratori. O stroncatori.
Riguardo la ritrosia generale a recensire gli autoprodotti… esiste, c’è poco da dire. In certi casi è più un veto, una damnatio memoriae verso certi autori scomodi perché indipendenti e perciò incontrollabili, ma in altri è del tutto comprensibile: certi autoprodotti riescono a rendersi così odiosi e/o irritanti che personalmente non li recensirei nemmeno se mi pagassero. Immagino che per molti blogger valga questo discorso.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

Niente di tutto ciò, perché il settore è al collasso, come il mercato. Però offrono una vetrina in più, quindi servono a spostare qualche copia in più e a far circolare il nome. I lettori più attenti e affamati di novità, magari, se lo ricorderanno…

Come blogger ti occupavi prevalentemente di cinema, ma ricordo recensivi anche libri, come si è evoluta la tua attività di blogger?

Che è quasi finita.
Ma no, scherzo, riprenderò. Non recensisco più film e libri perché la reputo una perdita di tempo e un ottimo sistema per ricevere attenzioni indesiderate. Il blog, ora in pausa, è andato sempre più orientandosi verso articoli sulla cultura pop, temi personali o d’attualità. Parlo di quel che mi pare, insomma.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

A un nuovo volumetto di 2MM Darkest, a un nuovo volumetto di Perfection, a un nuovo horror rurale ambientato in Italia. Tempistiche? Imprevedibili.

:: Zitelle, Kate Bolick (Sonzogno, 2016) a cura di Elena Romanello

30 dicembre 2016 by
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Il femminismo ha sdoganato molti comportamenti e modi di vivere per le donne, soprattutto qui in Occidente, ma non mancano i ritorni indietro e soprattutto resta ancora un po’ tabù il fatto che ci siano ragazze di tutte le età che non ci tengono a sposarsi e non vogliono essere bollate come infelici e incompleto.
Kate Bolick, giornalista e autrice, parte da un suo articolo di qualche anno fa in tema per costruire Zitelle, saggio gustoso che difende la scelta sua e di tante altre donne di non sposarsi, ricordando in partenza una frase che purtroppo si è ancora in molte a sentirsi dire: Chi sposerò? E quando?
Il libro è a metà strada tra un memoir personale sul come e perché l’autrice non si è sposata e un trattato sulla vita delle donne libere fuori e dentro negli Stati Uniti a partire dall’Ottocento, per arrivare a quella che oggi è una scelta condivisa da una maggioranza crescente di donne americane.
Per arrivare a questo c’è stata un’evoluzione e Kate Bolick parla dei suoi modelli, citando alcune icone protofemministe come la poetessa Edna St. Vincent Millay, di cui non ricorda purtroppo il suo impegno per far scagionare Sacco e Vanzetti, la scrittrice Edith Wharton, che nei suoi libri, a cominciare da La casa della gioia denunciò anche come fosse difficile per una donna non sposarsi, l’eclettica Maeve Brennan, che ispirò il personaggio di Holy Golightly in Colazione da Tiffany di Truman Capote, distrutto nell’adattamento filmico da un irritante lieto fine tradizionale.
Queste donne, in anticipo sui loro tempi, hanno ispirato l’autrice e possono ispirare anche chi legge il libro, molto americano negli intenti sociali e storici, ma in ogni caso divertente e godibile, per raccontare storie di tenacia, di affermazione, di avventure di vita. Un libro quindi per riflettere su come le idee e le azioni di donne che hanno precorso i tempi, ma anche per guardarsi dentro, per scoprire il modo di costruirsi una vita gratificante, assaporando la giovinezza o godendosi la mezza età e il poter finalmente farsi gli affari propri.
Ma Kate Bolick lancia anche un chiaro messaggio non solo per le single ma per tutte le donne: si può essere “zitelle” dentro. Perché vivere da sole non è una condizione imbarazzante a cui sfuggire, ma può essere una forma, esigente e appagante, di libertà.
Un libro per tutte le donne, quindi.

Kate Bolick vive a Brooklyn, insegna alla New York University e collabora con le maggiori testate americane, tra cui l’«Atlantic», il «New York Times», «Elle» e «Vogue». Qualche anno fa pubblicò un articolo memorabile in cui dichiarava di preferire una vita da single a un matrimonio mediocre. Il testo fece il giro del mondo e ispirò questo speciale memoir, diventato subito un caso editoriale. Zitelle è già stato tradotto in diverse lingue; il «New York Times» l’ha riconosciuto come uno tra i migliori libri del 2015.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa Sonzogno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’arte non è faccenda di persone perbene di Lea Vergine, (Rizzoli, 2016) a cura di Lucilla Parisi

30 dicembre 2016 by
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“L’arte è il magico e il mostruoso insieme”, e quando questo accade l’opera d’arte ti lacera senza che tu riesca, a parole, a spiegare il dolore. “Ci sono immagini che toccano chissà quali nodi del nostro inconscio, per cui ciò che stai guardando ti immobilizza”. E’ ciò che accade con la bellezza, quella bellezza che “può essere un colpo al cuore, un affanno.”
Così Lea Vergine, critica d’arte e autrice di numerosi libri, ci introduce nel suo viaggio attraverso la sua esperienza con la vita e con l’arte, dal suo passato “che non passa” e dove tutto cominciò – al quinto piano di un palazzo (“il grattacielo”) di Napoli situato nell’allora piazza Matteotti, oggi piazza Carità – al fermento culturale dei salotti milanesi, passando attraverso le Gallerie d’Arte romane, come La Tartaruga di via del Babuino o la Galleria Pogliani, solo per citarne alcune.
Era la fine degli anni Cinquanta quando, diciannovenne, lasciò gli studi universitari per scrivere d’arte su riviste e giornali napoletani, cimentandosi in quella che poi diverrà la sua professione di critica, nata dalla passione per l’arte e la scrittura. Dopo Napoli vennero Roma e Milano e, soprattutto, il necessario distacco dalla famiglia.
Lea Vergine ci racconta di un’infanzia complicata, fatta di separazioni e non detti: un pianerottolo divideva la sua casa, in cui viveva con i nonni paterni, dall’appartamento della madre e dei suoi fratelli più piccoli. Un compromesso per salvare le apparenze e le fragilità di un padre, morto giovanissimo, e di una madre incapace di volerla abbastanza e lei, Lea, stretta tra il peso delle aspettative dei nonni e i sentimenti contrastanti per una madre negata: “se l’infanzia è stata dura (ne posso parlare solo da un paio d’anni), l’adolescenza e la gioventù sono state molto peggio. Alla paura si è aggiunto il dolore e non mi riesce neanche adesso raccontarlo.
Nella delicata conversazione con Chiara Gatti che si sviluppa in queste pagine, Lea Vergine tenta di ricucire pensieri ed emozioni legate proprio a quel periodo della vita, rivivendo quelle immagini infantili come presagi carichi di significato. E vivi sono i ricordi di Napoli, come i sentimenti che ancora, la scrittrice, porta con sè: il turbamento alla vista dei colori dell’aurora sulla città, quella che – ventenne – correva ad ammirare, pescando, dal mare; la commozione per il tramonto sui muri delle case, il cui grigio e rosso pompeiano si mescolavano al viola, per compiere il miracolo; la nostalgia per i grandi spazi e l’architettura stratificata da secoli di storia, dominazioni e contaminazioni. E’ impossibile dimenticare l’esperienza di una città colma di tradizioni, profumi, suggestioni e Napoli, dal canto suo, non è una città che dimentica, anzi “è una città dove nessuno dimentica mai niente e dove tutto è successo ieri.
Roma e Milano vennero dopo, con gli incontri importanti e i luoghi di ritrovo, le occasioni di lavoro e gli scambi in un ambiente ricco di spunti e idee:

all’Hotel Continental, una volta alla settimana, Ettore Sottsass e Nanda Pivano tenevano banco. Erano incontri importanti per lo svecchiamento di Milano, perché Nanda arrivava dall’America e raccontava, mentre Ettore chiosava. A casa di Lalla e Gillo Dorfles esisteva l’idea di generosa ospitalità, proprio come a casa di Ottiero Ottieri e Silvana Mauri. […] La casa alternativa, oggi si direbbe, era quella di Achille Mauri, illuminata dalla presenza della moglie Diana, dove conobbi Carmelo Bene. […] Erano tutte case dove si cenava e poi si discuteva per ore, fino a notte. Tutto questo faceva di Milano una città diversa.

E poi il matrimonio con Enzo Mari “una pietra. Indispensabile.”
L’arte è il significato e la scrittura il mezzo: Lea Vergine scrive d’arte e non solo, e lo ha sempre fatto con cura, con la dovuta attenzione ai particolari, ai vezzi e al carattere.

Si scrive col corpo, dalla testa ai piedi. Muovo le mani sulla carta. Il tatto è imprescindibile. Devo sentire la materia della carta, devo sentire l’odore, e devo sentire la matita tra le dita, devo poter piegare il foglio in diversi modi. […] Le parole sono pietre che mi tengono ancorata alla scrivania. Sono particelle di un pensiero che prende forma. […] Butto sulla carta tutto quello che mi passa per la mente. Quando ho finito questo traffico, tra il demente e il demenziale, accendo un’altra sigaretta, prendo una forbice, ritaglio gli appunti, prendo una spillatrice e attacco gli appunti su un foglio. […] Spengo la sigaretta nel posacenere, lascio sul tavolo il testo concluso ed esco a comprare dei fiori. Fiori di stagione.

Non si può fare a meno dell’arte, e se lo si fa sarebbe davvero un peccato: trovarsi di fronte all’ “enigma”, al metafisico, all’inspiegabile è qualcosa per cui vale la pena rischiare la caduta, la lacerazione che spesso l’abbandono alla bellezza può portare.
Ciò che si guarda è il riflesso dell’ignoto che ognuno di noi si porta dentro: l’arte non fa altro che riportare a galla l’arcano e il magnifico insieme. Certo non è per tutti e sicuramente “l’arte non è faccenda di persone perbene.” D’altronde

chi non è intento all’ombra dell’immagine ignora il senso dell’immagine poiché è nell’ombra che l’immagine ristà, celata. L’immagine, come la persona, senza ombra è l’immagine che non ha il doppio. […] E tuttavia l’ombra resta inaccessibile perché noi siamo l’ombra, giacché siamo fondamentalmente quanto ci manca.

Lea Vergine, critica d’arte, è autrice di numerose pubblicazioni tra cui Il corpo come linguaggio / Body Art (1974); Attraverso l’Arte / Prati-ca Politica (1976); L’Arte ritrovata (1982); L’Arte in gioco (1988); Gli ultimi eccentrici (1990); Arte in trincea (1996); Body art e storie simili (2000); Ininterrotti transiti (2001); Parole sull’arte (2008) e La vita, forse l’arte (2014).

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Favole migranti, AA. VV. (Amazon, 2016)

26 dicembre 2016 by

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Il 22 dicembre 2016 è finalmente uscito “Favole Migranti”. Tutto è nato qui  e dalla risposta a questa semplice domanda: perchè non scrivere un ebook di favole e il ricavato darlo per migliorare le vite dei più piccoli, bambini e ragazzi, spesso non accompagnati, che in questi anni stanno attraversando il Mediterraneo per venire in Europa? Abbiamo aperto un gruppo su FB, siamo una cinquantina e tutti abbiamo collaborato secondo le nostre disponibilità. Abbiamo deciso di autopubblicarci su Amazon, e mettere l’ebook al costo di 2,99 Euro, per ogni singolo ebook venduto avremo un ricavo di 1,65 Euro. Tutto il ricavato sarà devoluto come donazione alle associazioni che si occupano di questi ragazzi.

Terremo conto di tutto e vi terremo informati, su quanto raccolto, e su quali saranno le associazioni.

I racconti sono: Il viaggio di Amir – Giulietta Iannone, Alle luci dell’alba – Giancarlo Vitagliano, Amir e l’albero incantato – Federica Guglietta, La piccola foglia – Piermario Ramello, Il gatto pop corn – Piermario Ramello, Una Cenerentola con gli scarponcini rossi – Fioly Bocca, Laila e il filo magico – Elisabetta Forte, La stellina salterina – Denise Colletta, Hope – Patrizia Fortunati.

Una menzione speciale merita Fede Ghira, anche lei ha scritto un racconto che per ora non è stato accluso, per motivi tecnici, alla raccolta, speriamo di poterlo fare in futuro.

Abbiamo comunque dei debiti di riconoscenza verso Luca Morandi e GDBee per la bella copertina, verso Mala Spina, per l’impaginazione dell’ebook, e verso Viviana Filippini e Federica Guglietta per le correzioni.

Se l’acquistate e notate refusi o altro, segnalateceli, che poi aggiorniamo le correzioni, grazie a tutti.

Supporter: Giulietta Iannone, Fede Ghira, Roberto Saporito, Maria Chiara Paone, Tor K. Morisse, Milvia Comastri, Giancarlo Vitagliano, Luigi Romolo Carrino, Matteo Strukul, Viviana Filippini, Andrea Storti, Stefano Cavallin, Alessandro Morbidelli, Daniela Distefano, Piermario Ramello,  Carlo Maria Pozzan, Fioly Bocca, Federica Guglietta, Lorenzo Mazzoni, Davide Mana, Enrico Astolfi, Patrizia Fortunati, Denise Colletta, Simone Giulitti, Elisabetta Forte, Laura Mondarini, Sofia Bucci, Cinzia Pelagagge, Cira Acunzo, Maria Rubino, Eleonora Pernarella, Cesare Gurrado Pastore, Silvia Mor Salusest, Enza Giglio, Francesca Bacaloni, Ibr Dramé, Alessia Carnevale, Simone Tribuzio, Luigi Palazzo, Frances Fahy, Francesca Iervese, Giulia Mirimich, Cocca Esposito, Enrico Tribuzio, Federica Tavaglione, Veronica Vittoria Esposito, Alessia Guglietta, Federica Pontieri, Marco Berto, Natascia Tripolino, Carmina Locci, Veronica Della Vecchia, e Alessandra Manfredi.

:: Un terribile Natale, Giulietta Iannone

25 dicembre 2016 by

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Oggi è Natale, avrete ricevuto tanti regali, beh ho pensato di farvene uno anche io. Questo è un racconto natalizio, oggi è l’ultimo giorno utile, domani toglierò gli addobbi, anche dal blog. Nasce da un gioco sul blog di Giulio Mozzi, queste erano le regole: (qui), essendo stato scartato, penso di poterlo pubblicare sul mio blog. Che dirvi ancora, buona lettura!

Faceva piuttosto freddo. Non un freddo terribile, intendiamoci. Ma una maglia di lana in più mi avrebbe fatto comodo. Anche un berretto, già che c’ero. E perché no, un paio di guanti. Di quelli morbidi, imbottiti, di pelle ancora meglio. Che non si comprano al supermercato, ma in qualche boutique elegante, ricercata.
Ma dato che la guerra uno la affronta con le armi che ha, mi accontentavo del mio giaccone giallo, un po’ consunto ai gomiti, ma ancora erede di una certa classe, che non sfigurava se paragonata alla totale mancanza di gusto della gente che incontravo per strada.
Quella notte.
Non una notte qualsiasi, certo.
Ricordavo altre notti, come quella. Di un’altra vita. Di altri tempi. Avevo una famiglia una volta. Una moglie, due figli e un gatto rosso, piuttosto scontroso e selvatico.
In notti come quella ci raccoglievamo intorno a una grande tavola di mogano, e cenavamo tutti assieme, ridendo, litigando, giocando a dama, in attesa della mezzanotte.
Sollevai la testa e osservai le luminarie lampeggiare a intermittenza. Un lumino credo fosse prossimo a staccarsi da una complicata ghirlanda di cavi e cristalli. Qualcosa di artistico, senza dubbio. Ideato da qualche architetto delle luci alla moda. Chissà il comune quanto pagava per quello spreco di energia, così discutibile. Ma non erano fatti miei.
Tolsi un pacchetto di sigarette dalla tasca e trovai giusto una sigaretta, piuttosto malconcia, sul fondo. L’accesi e continuai la mia strada, cercando di ricordare l’ultima volta che ero stato felice.
Non era così difficile a dire il vero. Non avevo da scavare molto a lungo nei ricordi. Anche se la memoria non era più quella di un tempo.
Tendevo a dimenticare le cose, come i volti delle persone. Anche la voce a dire il vero. Sì dimenticare la voce era quello che mi dispiaceva di più. Ci sono voci davvero belle, sarà il timbro, l’intonazione, il modo di addolcire le consonanti più appuntite.
Al diavolo!
Buttai la sigaretta, senza spegnerla, e entrai in un bar.
Le luci erano basse, e quel senso di solitudine che si attacca alla pelle in notti come quella, mi avvolse come una coperta calda. Mi diressi al bancone e in equilibrio precario mi sedetti su uno di quei sgabelli all’americana, tanto di moda nei locali in del centro. Sono più che altro trappole, dannate trappole, ma almeno fanno selezione. Un ubriaco lì non riesce a stare seduto.
Per me lo fanno apposta, sono scaltri, e malvagi, i proprietari di locali come quello.
Una musica diffusa, raggiunse le mie orecchie, quasi come se fosse nata all’improvviso. E prima solo il silenzio mi avesse fatto compagnia.
Non era una musica natalizia, grazie a Dio.
Almeno quello.
Sono così kitsch e di pessimo gusto quelle canzoncine. Come fatte di plastica.
L’ho già detto che odio il Natale?
Forse no, ma sono certo che l’avete capito da soli.
E dopo tutto sono in buona compagnia. Siamo in molti a condividere questa fobia.
Ordinai un caffè corretto.
Il barista, bizzarramente vestito da pagliaccio, mi guardò scettico, ma fece il suo lavoro senza lamentarsi.
Mi conosceva, non ero proprio un habitué, ma ci andavo spesso, quando non volevo stare solo.
Sul fondo c’era una porticina, nascosta da un pannello di velluto nero che dava su un corridoio, piuttosto stretto. Infondo una scala. Non avevo mai visto dove conduceva.
Decisi di scoprirlo quella notte.
Pagai il mio caffè e raggiunsi la porta. L’aprii con attenzione e accesi una luce, piuttosto fioca, ma sufficiente a intravedere il corrimano della scala. Nessuno mi fermò. Non badavano a me.
Non quella notte.
Faceva di nuovo freddo, non c’era riscaldamento, ma non ci badai.
Salii due rampe di scale e osservai i muri umidi e macchiati.
Non sembrava un posto abitato.
Sui gradini c’era uno spesso strato di sporcizia che si attaccava alle suole di gomma delle mie scarpe.
Raggiunsi una porta.
Bussai, ma era aperta.
La scostai e vidi la luce di un camino. Ardeva allegro e invitante.
Era l’unica fonte di luce della stanza.
Ma non mi potevo lamentare. La vista era ancora buona.
Chissà dove ero? Chissà chi ci abitava?
In un angolo, scorsi un baule, chiuso, molto bello. Dal coperchio ondulato. Sembrava un baule dei pirati. Magari dentro c’era un tesoro.
Già un tesoro, custodito in una stanza vuota, senza un minimo di sicurezza.
Oltre il muro sentii delle voci.
Più che altro dei sussurri soffocati.
C’era qualcuno che discuteva di qualcosa di davvero misterioso.
Purtroppo non distinguevo le parole. Mi sedetti su uno sgabello basso e mi riscaldai alla fiamma del camino.
Una presenza mi fece sussultare. Mi girai e vidi una donna.
– Ti aspettavo- disse tranquilla.
Era piuttosto bella, alta e ben proporzionata. Aveva una bocca grande, senza trucco, e orecchini di corallo, di un’eleganza delicata. Come quei gioielli vittoriani che si trovano spesso su donne dai lunghi colli madreperlacei.
– Ci conosciamo?-
– Non mi riconosci?-
– No, affatto- dissi secco e mi alzai. Già mia aveva messo in difficoltà, stare anche seduto mi metteva in una posizione di eccessiva inferiorità.
– Gloria, sono Gloria-.
Quel nome mi diceva qualcosa, ma era troppo dire che mi fosse familiare.
– Ti trovo bene, come stanno Cinzia e i ragazzi?
– Non ci sono più. Da anni ormai-.
Parlare dei morti mi metteva sempre a disagio. Ancora di più in una stanza estranea, con una sconosciuta che a differenza di me sembrava conoscermi molto bene.
– Mi dispiace, mi dispiace davvero. Che ora tu sia solo-.
Dispiaceva anche a me. E parecchio.
Forse quella conversazione era durata abbastanza.
Ostentando disinvoltura, cercai di guadagnare la porta, ma lei me lo impedì.
– Vuoi già andare?- disse sorridente. Più lei sorrideva più io mi sentivo gelare dentro.
– E sì, si è fatto tardi. Ho alcuni amici che mi aspettano- bofonchiai e lei annuì smettendo di sorridere. Fu allora che sentii un grido, un grido fortissimo e solo dopo qualche secondo capii che proveniva da lei. Il suo volto si contorse in una maschera di cera fusa.
Cera che mi colò ai piedi.
Ecco tutto quello che rimaneva di quella presenza.
Corsi via, sbattendo contro la porta, i muri.
Corsi giù per le scale a precipizio.
Tornai nel bar e col cuore in gola cercai di rallentare il respiro.
Stavo impazzendo.
Era certo, sicuro come il fatto che mi chiamavo Ubaldo Bianchi.
Il barista mi fece un cenno di saluto e osservai meglio i suoi ricci verde acido di nylon, e il naso rosso da clown.
Secondo voi era normale che un barista si vestisse così, in un locale mediamente elegante. Non era il segno che ero impazzito davvero?
La paura di impazzire mi accompagnava da tutta la vita. Anche prima di andare in pensione.
Ecco, ora la pazzia mi aveva trovato.
Non potevo più scappare.
Ma uno scampolo di senso comune, se non buon senso, mi spinse ad indagare.
Raggiunsi il bancone e chiesi al barista chi abitasse al secondo piano di quel palazzo.
– E’ disabitato da anni- disse servendo dei clienti.
Un brivido mi corse lungo la schiena.
– E prima chi ci abitava?-
– Non ricordi, ne parlarono tutti giornali- disse e mi sorrise. I clown non dovrebbero sorridere.
– No, forse ero fuori città. Ho abitato a lungo a Novara-.
– Fu uccisa una donna, una ventina d’anni fa-.
Era grottesca quella discussione, era grottesco lui, era grottesca la mia paura.
– Si chiamava Gloria, vero?-
– Sì, Gloria Visconti. Fu sorpresa nella notte da un ladro. Si disse. Ma le indagini non portarono mai a niente. Il palazzo andò in rovina, resta solo questo bar, e l’affitto che paghiamo ogni mese agli eredi-.
No, non era un ladro. Ora ricordo. Ricordo quel nome. Dunque avevo visto un fantasma.
– Io so chi l’uccise-dissi piano e lui oscillando la testa rise.
– E perché non l’hai detto alla polizia?-
– Non mi avrebbero creduto-.
Uscii dal bar, e mi appuntai mentalmente quella strada. Non ci sarei più tornato.
Urtai una coppia sorridente, che si dirigeva elegante verso una cena. E mi incamminai.
Strani scherzi ti fanno la memoria e i sensi di colpa.
Si risvegliano di colpo una notte, e ti macerano il cervello.
Conoscevo chi aveva ucciso quella donna.
E se ve lo chiedeste, no, non sono io.
Sarò un bugiardo, ma non sono un assassino.
Era un mio amico quell’uomo.
E non era un ladro, ma l’amante di quella donna.
Si suicidò quasi subito, non prima di avermi messo il suo pesante fardello sulle mie ossute spalle.
E io avevo taciuto, tutti quegli anni.
Ero un complice, per lo meno dell’inganno.
Chissà perché proprio oggi, tutto era saltato.
Perché avevo avuto quell’allucinazione, quella visione?
Era la notte di Natale, già.
Forse il peggior Natale della mia vita.
Ma sapevo cosa fare.
Senza esitare, mi diressi, a passi svelti, verso il più vicino commissariato di polizia.

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.