:: Liberi Junior – Una cosa difficile, Silvia Vecchini, Sualzo, (BaBao, 2016) A cura di Viviana Filippini

13 febbraio 2017 by
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Una cosa difficile è il libro per bambini di Silvia Vecchini, con i disegni di Sualzo. La storia realizzata per i piccoli lettori che ancora non sanno leggere ha per protagonista un bambino con le sembianze di cane. Il bimbetto fa di tutto pur di recuperare una rotella. Lui poi, impavido, sfida le intemperie e la montagna per raggiungere la cima. Qui trova un altro personaggio, un bimbo pulcino, al quale dà la rotella e dice una sola parola “SCUSA”. I due, a pace fatta, partono sullo slittino a rotelle per nuove mirabolanti avventure. Una cosa difficile è un libro che riesce a dimostrare come con il solo uso di immagini disegnate, di pochi colori (bianco, azzurro e nero) si riesca a creata una narrazione curiosa e avvincente. Il piccolo lettore che non ha ancora imparato a leggere riesce a comprendere la trama grazie alle immagini. Inoltre è chiaro è netto il messaggio, sul fatto che a volte ci sono cose da fare e da dire che non sono facili da compiere. Basta una buona dose di coraggio e di maturità, proprio come fa il bambino cane, per fare il possibile per recuperare la rotella e chiedere poi scusa all’amico di sempre e compagno di giochi. Una cosa difficile è sì un libro per bambini, ma la purezza tramite la quale i due autori riescono a comunicare il messaggio è così forte che non solo smuove l’animo bambino, ma anche quello adulto. È vero chiedere scusa non è una cosa facile da fare, e noi adulti lo sappiamo meglio dei bambini, ma queste pagine ci insegnano che è possibile farcela perché, a volte, basta poco per sistemare le cose.

Silvia Vecchini, nata nel 1975 a Perugia, è laureata in Lettere, studia presso l’Istituto Teologico di Assisi, scrive libri per bambini, testi scolastici e progetta materiale didattico. Con suo marito, Antonio Vincenti, ha creato Il Gruppo Sicomoro per svolgere insieme una attività editoriale rivolta ai bambini e ai ragazzi come autori e illustratori, sia nell’ambito della catechesi che dell’insegnamento della religione cattolica e della narrativa. Con le Edizioni San Paolo ha pubblicato, oltre ai lavori con Il Gruppo Sicomoro, i romanzi per ragazzi Rabbunì (2009) e Myriam (2011).

Sualzo è il vero nome di Antonio Vincenti. Sassofonista mancato, disegnatore autodidatta e interessato alle cose del mondo, inizia il suo percorso artistico negli anni Novanta collaborando con “Il corriere della sera”. Autore di libri per ragazzi, si ritrova ben presto a lavorare per le principali case editrici italiane. I suoi libri sono pubblicati in Francia, Portogallo, Croazia, Svizzera, Polonia, Nuova Zelanda, Malesia, Indonesia, Giappone, Cinea, Corea del Sud, USA. In Italia ha pubblicato L’improvvisatore (Rizzoli-Lizard, 2009), opera grazie alla quale ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al Festi’BD di Moulins. Nel 2013 pubblica Fermo, graphic novel edito da Bao Publishing con cui apre la collana “Le città viste dall’alto”. Nel 2014, sempre per Bao Publishing, illustra Gaetano e Zolletta, sui testi di Silvia Vecchini.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Michele Arigano, a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2017 by

indexMichele Arigano, di Enna, è uno degli autori della Bonfirraro Press, con il romanzo La famiglia Pickard, inquietante horror con echi di molta narrativa fantastica. Liberi di scrivere, dopo aver recensito il libro, ha voluto sentire qualcosa di più dal suo autore.

Come è nata l’idea del romanzo?

Sono stato ispirato da quello che la mente umana può fare, l’idea del romanzo è nata dalla voglia di raccontare una storia colma di mistero, partire da un personaggio comune che pian piano scopre il suo lato oscuro, affascinato dai luoghi isolati e colmi di storia, da famiglie con segreti inconfessabili, il racconto è partito da un viaggio ma è a Woodcutterhill che la storia ha preso vita.

Come mai la scelta del genere horror?

Il mio interesse spazia dal genere horror, fantasy e al genere giallo/noir, ciò che preferisco è scrivere storie piene di mistero, per il mio primo romanzo il genere horror è quello che meglio si è sposato con quello che avevo in mente.

Chi sono i tuoi maestri?

Sicuramente Edgar Allan Poe è lo scrittore che più mi affascina, leggere i suoi racconti ti fa vivere quelle emozioni che vorrei trasmettere a chi legge i miei romanzi. inoltre aggiungo Stephen King il maestro del genere horror e non solo.

Come mai l’interesse per l’horror continua ad esserci?

Come ho già scritto sono affascinato da tutto ciò che è mistero, il mistero fa parte del genere horror, anche se altri miei romanzi saranno di altri generi, tornerò sicuramente al genere horror.

Cosa pensi della narrativa di genere in Italia?

In Italia poter apprezzare la narrativa di genere è complicato a causa delle poche opportunità che si danno hai giovani talentuosi di oggi.

Prossimi progetti?

Ho appena terminato di scrivere un romanzo giallo, ambientato nella mia città, Enna, per rendere più veritiero il mio racconto ho anche collaborato con il Commissario Mario Giannotta che mi ha aiutato a creare una storia coerente e colma di mistero.

:: La scelta decisiva, Charlotte Link, (Corbaccio, 2017) a cura di Giulietta Iannone

10 febbraio 2017 by
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Abbiamo da poco avuto il piacere di intervistare Charlotte Link, di passaggio a Milano, (chi è interessato alla trascrizione, può seguire questo link) per cui è ovvio che c’era un po’ di curiosità per il suo nuovo libro edito in Italia da Corbaccio, La scelta decisiva, (Die Entscheidung, 2016) un thriller psicologico teso e quanto mai attuale. La Link ha questo di bello ci parla del nostro mondo contemporaneo, e ci fa davvero venire paura di viverci, non certo per l’utilizzo di litri e litri di sangue, ma per il fatto che usa la realtà per catalizzare la paura, vera, che può toccare chiunque di noi, che fossimo poveri cristi che non possono più pagare bollette o riscaldamento, o un semplice caffè in quel di Sofia, o una ragazza in cerca di un futuro migliore per sé e la sua famiglia, pronta a partire per l’ignoto, col sogno di fare la fotomodella o l’attrice, o una ragazza con gravi problemi di anoressia, una madre alcolizzata e un fidanzato che sembra mandato dal cielo a salvarla e invece si rivela ciò che non è. Insomma non improbabili serial killer traumatizzati da piccoli sono al centro dei suoi romanzi e rappresentano il Male nei suoi libri, ma fatti concreti, associazioni a delinquere, che ne riflettono altre altrettanto criminali e soprattutto reali. Il tema del traffico di esseri umani è un tema terribile, il traffico è in mano alle organizzazioni criminali più spietate e genera indotti pazzeschi, quantità di denaro quasi senza fine. Giovani e bambini avviati alla prostituzione nei bordelli di mezz’Europa, del Sud America, dell’Asia, traffico d’organi, adozioni irregolari, quando va bene. E la materia prima è tanta, sempre fresca e incapace di difendersi. Si perdono le tracce di queste persone, i parenti non ne hanno più notizia, scompaiono letteralmente dalla faccia della terra, per una sorte che dallo schiavismo, e lo sfruttamento, porta inevitabilmente alla morte quando non servono più o tentano di ribellarsi e mettere in pericolo i grandi guadagni che ruotano intorno a questa tratta. La scelta decisiva parla di questo e lo fa da una prospettiva normale, quotidiana, attraverso personaggi simili a tante persone che potremmo davvero incontrare per strada. Protagonista di questo romanzo è un uomo imperfetto, più pieno di difetti che pregi, un traduttore freelance, insicuro, incapace di prendere posizione e di imporsi, di farsi rispettare dalla sua ex moglie, dai figli, dalla sua nuova compagna, dal padre che lo considera tutto per tutto un fallito. Ci sarà un’ evoluzione di questo personaggio, una crescita e tutto ha inizio con una scelta: un giorno incontra su una spiaggia deserta una ragazza dall’aspetto trasandato, magrissima, intenta a litigare con due uomini. Simon, questo è il nome del protagonista, ha davanti due alternative: tirare dritto, ignorare la tacita richiesta di aiuto della ragazza, farsi insomma i fatti propri non facendosi coinvolgere o al contrario avvicinarsi e aiutare la ragazza in difficoltà. Simon farà la seconda cosa, e già questa decisione è un primo passo, un passo decisivo che compie per non essere più il vecchio Simon, che anche i figli evitano, considerandolo noioso, e insopportabile. Nathalie, la ragazza, è accusata di essere entrata abusivamente in un appartamento, rovinandone la serratura. Simon paga i 50 euro per le riparazioni e si prende carico della ragazza portandola nella sua casa al mare. Sempre incerto se farsi coinvolgere o meno, l’ascolta e tra reticenze e silenzi Nathalie gli racconta una storia assurda, difficilmente credibile che la porta a temere di aver ucciso un uomo. Che fareste voi? Andreste alla polizia, nonostante la ragazza vi implori di non farlo? La caccereste, magari dandole un manciata di euro per tacitare la coscienza? O partireste per Lione, per vedere come sono andati davvero i fatti? Simon il vigliacco, il debole, l’uomo senza qualità, decide di partire e sarà l’inizio di una storia pazzesca, parallela alle vicissitudini di una famiglia bulgara che ha mandato la propria figlia maggiore all’ovest in cerca di un futuro migliore, e non ne ha più notizie. Raccontarvi altro della trama sarebbe sleale, ma vi assicuro che la scrittura è capace di prendervi, i capitoli sono brevi, repentini, si vuole davvero cercare di capire dove la storia porti, chi siano i cattivi, se Nathalie sia una vittima o un’ abile manipolatrice, se Simon riuscirà o no a diventare un uomo migliore. Davvero bello. Traduzione di Alessandra Petrelli.

Charlotte Link, nata nel 1963, è una delle scrittrici tedesche contemporanee più affermate. Deve la sua fama soprattutto alla sua versatilità: conosciuta inizialmente per i romanzi a sfondo storico, ha avuto molto successo anche con i thriller psicologici, tanto che ogni suo nuovo libro occupa per mesi i primi posti delle classifiche tedesche. In Italia Corbaccio ha pubblicato «La casa delle sorelle»; «La donna delle rose»; «Alla fine del silenzio»; «L’uomo che amava troppo»; «La doppia vita»; «L’ospite sconosciuto»; «Nemico senza volto»; la trilogia «Venti di tempesta», «Profumi perduti», «Una difficile eredità»; «L’isola»; «L’ultima traccia»; «Nobody»; «Quando l’amore non finisce»; «Il peccato dell’angelo»; «Oltre le apparenze»; «L’ultima volta che l’ho vista»; «Giochi d’ombra» (tutti anche in edizione TEA); «L’inganno» e il memoir «Sei nelle mie parole».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Altrisogni vol. 3 – Antologia di narrativa fantastica (dbooks.it, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

10 febbraio 2017 by

dbA qualche lettore appassionato di Lovecraft o di horror, fantascienza e fantasy classico americano potrà suonare già familiare il progetto della rivista Altrisogni: creare uno spazio per quelli che sono stati a lungo dei generi molto apprezzati dal pubblico, ma anche molto ignorati dalla critica. Un percorso già intrapreso dalla storica Weird Tales, la rivista pulp statunitense di racconti horror e fantastici nata nel 1923, che ha avuto tra i suoi più assidui collaboratori proprio il suddetto H.P. Lovecraft.
All’horror, alla fantascienza e al weird si aggiunge in questo terzo volume della rivista italiana anche il fantasy, arrivando a coprire praticamente ogni sfumatura dell’immaginario fantastico, di quei mondi “diversi dal nostro ma specchio del nostro”.
I sette racconti dell’antologia oscillano tra il mondo post-apocalittico della La lunga notte del ladro di ricordi, in cui un’eterna notte avvolge il mondo e esseri umani de-evolutisi in bestie cannibali vanno a caccia degli ultimi sopravvissuti, alla distopia classica di Furore, in cui l’umanità ormai del tutto apatica viene rifornita di emozioni in pillole da sette multinazionali, ognuna delle quali sintetizza un’emozione.
Il fantasy si divide tra il brevissimo Mordred, quasi un esercizio di stile sulla mitologia del ciclo arturiano che attraversa i pensieri e le tappe salienti della vendetta del giovane sul proprio padre (e per il quale per completezza consiglio anche l’omonima canzone Mordred dei Blind Guardian da ascoltare) e il più lungo Figlio di canti. Quest’ultimo, oltre ad essere un fantasy molto più classico e tradizionale, con abbondanza di magia e battaglie nonché con protagonisti di razze differenti, è stato anche uno dei racconti che ho più apprezzato per il sottotesto: in un mondo morente, reso sterile dalla contro-magia salmodiante degli Scribi, l’unica speranza è rappresentata da un bambino, l’ultimo Cantore, l’ultimo bardo, che dovrà continuare a narrare la storia di quel mondo per ridargli vita. Il tema è un classico nello studio delle “lettere” dalla Bibbia, a Platone, al filosofo francese Derrida: la lettera scritta, la ripetizione senza la comprensione, è sterile, è morte; solo la parola viva ha valore.
E infine “L’Orrore! L’Orrore!”, come dicevano Conrad e Dylan Dog. Un horror comico-grottesco in Hell Express – Consegna per l’Inferno, in cui lo sboccato e cinico protagonista, per evitare la dannazione, accetta di diventare l’autista di uno dei camion che portano ogni giorno le anime all’Inferno. Più classici invece Dietro il frigorifero, con la lenta, soprannaturale e spaventosa consunzione che colpisce la compagna della protagonista, e Veduta di Carcosa, che con un colpo di genio fantastico, che coinvolge anche il pittore Giorgio De Chirico, ambienta la mitologia lovecraftiana dei Grandi Antichi nelle nebbie della campagna padana.
Entrambi i racconti hanno, infatti, proprio il merito di saper rendere sottilmente inquietante anche qualcosa di vicino e conosciuto: in questo tipo di narrativa di solito, anche se è di un autore italiano, si tende a dare un’ambientazione americana, o perlomeno “straniera”, sia perché quella è l’ambientazione più diffusa, sia perché sembra più semplice e meno inverosimile credere a qualcosa di spaventoso se si trova in un luogo che non ci è familiare. Ma non è assolutamente questo il caso (le protagoniste di Dietro il frigorifero potrebbero essere le vostre vicine, i casolari sperduti della Bassa potrebbero essere quelli davanti a cui passate per andare al lavoro) e il risultato è davvero godibile.

Altrisogni è una rivista digitale nata nel 2010 per creare uno spazio per gli scrittori italiani di horror, fantascienza e weird e per i lettori appassionati del genere fantastico, con l’obbiettivo di fornire racconti appassionanti e curati, notizie sul fantastico e consigli per cimentarsi nella scrittura, senza mai soffocare la voce del singolo autore all’interno della collettività, tanto che all’interno dei numeri dell’antologia è possibile trovare un’ampia sezione finale dedicata alla presentazione degli scrittori ed alle loro biografie.

Source: gentilmente inviato dall’ufficio stampa di dbooks.it.

:: La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk, (Einaudi, 2017) a cura di Lucilla Parisi

10 febbraio 2017 by
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Chi decideva di farsi rossa, lo faceva perché sceglieva quel tipo di personalità. E io, dopo essermeli tinti, avevo lottato una vita intera per restare fedele alla mia scelta.

Una favola antica dal ritmo incalzante, personaggi che tornano per farsi reali, intrecci dettati dal fato, incontri presenti che sono già l’ombra di fughe passate. Il futuro è scritto nelle ossa, nello sguardo, nei gesti di ognuno e, per alcuni, anche nel colore dei capelli.
Così Orhan Pamuk racconta la sua favola dentro la favola. Le pagine si susseguono in un circolo tumultuoso e la sensazione è quella di percorrere strade già battute e di rileggere storie mai concluse.
Cem è solo un adolescente quando lascia Istanbul per raggiungere il villaggio di Ongoren, a trenta chilometri dalla città, oltre il Bosforo: lì affiancherà come apprendista Mahmut Usta per costruire un pozzo artesiano per conto di un imprenditore in cerca d’acqua. Per Cem è il primo, per Mahmut è l’ennesimo scavo: è bravo ed è uno stimato mastro cavapozzi.
Per Cem, con velleità da scrittore, è l’occasione per guadagnare dei soldi e iscriversi alla scuola preparatoria in vista del test d’ammissione all’Università, ora che il padre se ne è andato e sua madre non può aiutarlo.
Mahmut Usta è più di un mastro, è il padre che Cem non ha più. Tra loro, giorno dopo giorno, scavo dopo scavo, si rafforza un legame sempre più profondo e reso più forte dalla naturale ritrosia di Mahmut che parla al ragazzo solo attraverso le sue storie, quelle che gli racconta sotto il cielo silenzioso e senza luci di Ongoren, dove il tempo sembra essersi fermato. Sono tratte dal Corano, alcune, altre prendono vita dalla terra che Mahmut scava ogni giorno alla ricerca dell’acqua.

Mio padre non mi aveva mai raccontato una fiaba o una storia. Mahmut Usta, invece, notte dopo notte se ne inventava una, partendo dall’immagine sfocata e confusa del televisore, da un problema che aveva incontrato nell’arco della giornata. I suoi racconti non avevano un inizio, né una fine. Quanto erano veri, e quanto frutto della sua fantasia? Ad ogni modo, adoravo lasciarmene conquistare, e ascoltare la lezione che ne traeva.

 Poi un giorno, qualcosa si insinua nella loro quotidianità: un germe, un indizio, un presagio.
Cem incontra Gulcihan, la donna dai capelli rossi. E’ un’attrice e ha un marito. Cem ne rimane impressionato: è annientato dalla bellezza di questa donna matura e seducente, dal sorriso che gli rivolge al primo incontro, dalle allusioni del suoi sguardo. C’è qualcosa nella sconosciuta che gli toglie il sonno e che lo spinge, sera dopo sera, a raggiungere il centro di Ongoren per vederla o aspettarla, inutilmente, sotto la sua casa. Sotto il tendone del teatro è lei la madre di Sohrab ucciso in scena dal padre Rostam, protagonisti del Libro dei re, un poema epico scritto in Persia mille anni prima, “una sorta di enciclopedia delle storie dimenticate dei grandi eroi, dei sultani e degli scià del passato.” La scena riaccende in Cem il ricordo di Edipo e del padre Laio, della relazione incestuosa con la madre Giocasta e della tragedia che si consuma all’insaputa dei suoi protagonisti.

La sera mi immergevo così tanto nella lettura di quel libro che mi rendevo conto che non l’avrei mai più scordato, come le favole che sentivo da bambino, un sogno inquietante o un’esperienza personale indimenticabile.

Così la storia del pozzo, di Cem e della donna dai Capelli Rossi, prende una direzione inevitabile: questo entrare e uscire dalle fiabe, dai poemi epici e dalle parabole di Mahmut Usta dettano il flusso degli eventi, che si susseguono impetuose nella vita di ciascuno di loro, come una promessa mantenuta: tradimenti, fughe, sogni, successi, sensi di colpa, ritorni e presagi che prendono forma, pagina dopo pagina, in una continua sovrapposizione di piani.
La sensazione è quella di assistere alla catastrofe imminente, alla rivelazione divina, alla conclusione inevitabile della storia, come spettatori di una tragedia da consumarsi.

Perché le antiche fiabe e leggende alla fine capitano sul serio. Più uno legge e crede in quelle vecchie storie, più certe cose avvengono. E poi si chiamano leggende popolari proprio perché sono storie che possono capitare a tutti.

Orhan Pamuk è nato nel 1952 a Istanbul. Nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato Il castello bianco, La nuova vita, Il mio nome è rosso, Neve, La casa del silenzio, Istanbul, Il libro nero, La valigia di mio padre, Il Museo dell’innocenza, Altri colori, Il Signor Cevdet e i suoi figli, Romanzieri ingenui e sentimentali, L’innocenza degli oggetti, La stranezza che ho nella testa e La donna dai capelli rossi.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: La classe dei misteri, Joanne Harris (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

10 febbraio 2017 by
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Torna in libreria Joanne Harris, una delle autrici contemporanee più poliedriche e prolifiche, con La classe dei misteri, seguito non ufficiale de La scuola dei desideri, viaggio nei meandri dei collegi inglesi tra passato e presente, con toni thriller ma non solo.
Un nuovo anno è iniziato al St. Oswald, collegio antico dalle grandi tradizioni e dall’aspetto suggestivo, minato negli anni da alcuni fatti non proprio edificanti. Alla riunione di inizio anno l’anziano professore di lettere classiche Roy Straitley scopre con i suoi colleghi che si è deciso di scegliere un nuovo rettore, per dare nuovo lustro ad un’istituzione non cristallina e comunque legata ad una visione ormai forse superata di istruzione.
Il problema è che il nuovo rettore è Johnny Harrington, già studente di Roy, legato ad una brutta storia di decenni prima, tra bullismo, pedofilia, disagio giovanile, che il docente conosce e ricorda fin troppo bene. Tutto il corpo docente è entusiasta di questo nuovo arrivo che secondo loro non può portare che bene, ma Roy ricorda troppo bene un passato di anni prima e soprattutto non capisce come mai Johnny è tornato in un luogo da cui avrebbe dovuto voler stare alla larga. Man mano che l’anno procede ritornano fuori le violenze, le sopraffazioni e i problemi di un tempo, e il professor Straitley si trova di fronte ad un dilemma, tra denunciare il tutto e mettere fine a quella che sembra una maledizione che porta solo sofferenza ai ragazzi o chiudere gli occhi e salvare la scuola a cui ha dedicato tutta la sua vita.
La classe dei misteri è un libro complesso e avvincente, sospeso tra vari piani temporali, tra l’oggi e due passati, per raccontare le storie spesso tragiche di ragazzi e insegnanti, in un microcosmo che può segnare la vita e che è l’altro grande protagonista della storia, tra aule, dormitori, corridoi, anfratti nascosti. Un thriller per molti versi, ma anche un romanzo di formazione su modello vittoriano, oltre che un viaggio negli abissi dell’animo umano, con una denuncia non moralistica di gravi problemi come il bullismo, le violenze scolastiche, il disagio giovanile che può portare a comportamenti deviati come le crudeltà contro gli animali. Un romanzo intrigante, che può anche essere letto in maniera indipendente da La scuola dei desideri, capace di parlare di un microcosmo allucinante e di sicura presa, da cui resta difficile poi staccarsi, basato alla fine su un dilemma eterno, quello di voler cambiare, costi quello che costi, sperando che le cose migliorino, e il voler rimanere ancorati ad un passato come unico rifiugio della vita, tra il desiderio di giustizia e il voler dimenticare per un quieto vivere non sempre proponibile e sostenibile. Tutto questo in attesa della prossima sperimentazione di Joanne Harris, autrice che ha sempre e comunque qualcosa da dire.

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove attualmente vive. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno, e ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds.
I suoi libri sono tutti editi in Italia da Garzanti. Dopo Chocolat, il suo romanzo d’esordio apparso nel 1998, tradotto in tutto il mondo, da cui nel 2001 è stato tratto l’omonimo film, ha pubblicato Vino, patate e mele rosse (1999), Cinque quarti d’arancia (2000), La spiaggia rubata (2002), La donna alata (2003), Profumi, giochi e cuori infranti (2004), Il fante di cuori e la dama di picche (2005), La scuola dei desideri (2006), Le scarpe rosse (2007), Le parole segrete (2008), Il seme del male (2009), Il ragazzo con gli occhi blu (2010), Il giardino delle pesche e delle rose (2012), Le parole di luce (2013) e Un gatto, un cappello e un nastro (2014).
È anche autrice, con Fran Warde, di Il libro di cucina di Joanne Harris (2003), Al mercato con Joanne Harris. Nuove ricette dalla cucina di «Chocolat» (2007) e Il piccolo libro di «Chocolat» (2014).

Source: omaggio al recensore della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: C’era una svolta – 18 favole con un finale diverso, Autori Vari, (Quelli del Sabato, 2017)

9 febbraio 2017 by

nmOggi vi parlerò di un libro molto speciale, perchè speciali sono gli autori, i curatori, i disegnatori, e anche i lettori che lo leggeranno. E’ un libro di favole, forse le più famose della storia della letteratura, ma molto diverse da come noi tutti le abbiamo conosciute. Favole reinventate da 18 ragazzi ugualmente abili, dell’Associazione Quelli del Sabato, accompagnati da 18 autori professionisti, persone che han fatto della scrittura il loro mestiere. Ma chi sono Quelli del Sabato? Sono un gruppo di volontari e ragazzi speciali di Bellinzago Novarese, che si riuniscono il sabato, dal 1992, per attività ludiche e ricreative, e per sviluppare progetti come questo, questo bellissimo libro fatto di parole e immagini. Tutti conoscono le favole di Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Il Gatto con gli Stivali. Ecco gli autori sono partiti da queste favole e le hanno modificate, ampliate, abbellite con la loro creatività. Scrittori come Christian Mascheroni, Luigi Romolo Carrino, Fulvio Ervas, Eduardo Savarese, a coppie con ragazzi come Gabriella, Antonio, Renata, Eva, hanno unito la loro fantasia per far nascere questo libro magico e coloratissimo. Se avrete la fortuna anche solo di sfogliarlo vedrete oltre alle storie, anche le immagini incredibili di Hikimi (Roberto Blefari), e una cura per i dettagli e i particolari davvero professionale.

Credo che tutti gli autori vadano citati (in ordine di apparizione):

Ester Armanino e Gabriella, Biagio Autieri e Manuela, Christian Mascheroni e Tiziana, Luigi Romolo Carrino e Dalila, Lella Costa e Antonio, Barbara Di Gregorio e Cosimo, Emiliano Poddi e Nicoletta, Eleonora Sottili e Andrea, Linda Griva e Massimo, Fulvio Ervas e Mauro, Ivano Porpora e Luigi, Maria Paola Colombo e Renata, Raffaele Riba e Roberta, Cristina Di Canio e Isabella, Eduardo Savarese e Ilaria, Errico Buonanno e Ylenia, Isabella Dilavello e Fabio, Martino Gozzi e Eva.

Source: libro inviato da Ilaria, volontaria dell’Associazione “Quelli del Sabato”, che ringrazio.

:: Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo – Tilotta (Mondadori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

9 febbraio 2017 by
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Cosa siamo diventati? Si chiede Pietro Bartolo, il medico lampedusano che da oltre venticinque anni accoglie i migranti, li cura e li ascolta. Quelle storie, o meglio quelle vite si sono fuse alla sua e sono diventate un libro e anche un film documento. Una testimonianza, come sottolineano i due autori, che rappresenta anche un grande esempio di coraggio e impegno civile. Che doveva diventare un monito «contro l’indifferenza di chi non vuol vedere». Doveva. Ma così non è stato, con grande rammarico di Pietro Bartolo il quale, dopo il primo entusiasmo per i riconoscimenti a Fuocoammare e la diffusione di Lacrime di sale, ha realizzato che chi doveva concretamente recepire il messaggio non lo ha fatto e chiusure barriere muri confini indifferenza… non hanno fatto che aumentare. «Nessuna pietà». E lui ha realizzato di continuare a «combattere una battaglia senza speranza contro chi vuole eliminare il problema semplicemente cancellandolo».
Il “problema” sono i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, le donne e gli uomini, le famiglie e gli orfani che ogni giorno raggiungono le coste italiane a bordo dei mezzi di soccorso che li hanno strappati alla morte come i corpi di coloro che non sono stati altrettanto “fortunati”. Persone che nell’indifferenza generale diventano prima sbarchi e poi numeri, tanti numeri. Cifre così imponenti da diventare fastidiose oltraggiose e di recente addirittura pericolose. Per il terrorismo. Certo. Pietro Bartolo che da un quarto di secolo accoglie migranti non parla di terroristi e terrorismo ma di persone che hanno bisogno di aiuto. Persone che fuggono dalla guerra, dalla povertà… e lo fanno per cercare di rifarsi una vita o per salvare coloro che invece sono rimasti, i famigliari che li hanno visti partire verso luoghi che a loro devono sembrare quasi magici, dove si mangia ogni giorno, più volte al giorno e soprattutto dove nessuno ti spara addosso senza motivo.
Ma queste persone che sono apparse fastidiose agli europei quando hanno conquistato i loro Paesi continuano a essere considerate tali anche e maggiormente ora che si vuol far credere che siano loro a voler colonizzare l’Europa.
Pietro Bartolo e Lidia Tilotta hanno scritto un libro che non è solo un pugno nello stomaco, è uno squarcio nella coscienza di ognuno perché continuare a fingere di non capire come realmente funziona il mondo non fa degli occidentali persone migliori ma agevola chi crede solo alla forza del denaro, «un demone che continua a succhiare senza alcun ritegno il sangue di intere popolazioni soggiogate e impotenti» e trasforma le persone in «numeri senza identità e per questo, quindi, facili da eliminare senza lasciare tracce».
Uomini avidi e spietati che non si fermano difronte a niente, e non si parla di chi organizza la tratta degli esseri umani ma di chi «la consente, di chi vuole tenere il resto del mondo nella povertà, di chi alimenta i conflitti, li sostiene, li finanzia».
Lidia Tilotta afferma che il libro vuole essere «semplicemente una testimonianza. Messa nero su bianco senza edulcorazioni». Lacrime di sale in realtà è molto di più. Molto di più.

Pietro Bartolo: medico di Lampedusa, dal 1991 si occupa del poliambulatorio dell’isola. Da sempre in prima linea nel soccorso ai migranti, si è meritato numerose onorificenze. È uno dei protagonisti di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, docufilm Orso d’Oro 2016.

Lidia Tilotta: giornalista della testata regionale della Rai. Da Lampedusa ha raccontato più volte le storie dei migranti, di quelli che si sono salvati come di coloro che non ce l’hanno fatta.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Gli anni di Allende, Carlos Reyes, Rodrigo Elgueta, (Edicola, 2016)

8 febbraio 2017 by

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Scommetto che siete un po’ curiosi di sapere qualcosa di più del libro che ha vinto l’edizione 2017 del Liberi di scrivere Award. Io almeno lo ero,  sinceramente se non l’avessero candidato e poi votato in così tanti probabilmente non ne avrei mai sentito parlare. Gli anni di Allende è una novella grafica, il titolo dell’edizione originale è Los anos de Allende, uscita nel 2015 per Heditorial Hueders. I testi sono di Carlos Reyes, le illusitrazioni di Rodrigo Elgueta. Si inserisce nella tradizione di impegno civile e politico, e conservazione della memoria di grandi graphic novel, come Maus di Art Spiegelman, solo per citare la più famosa che mi viene in mente, e ci parla di un periodo storico a noi vicino della storia del Cile che va dal 1970 al 1973. La ricerca storica è stata affidata a Manuela Vicuna, la traduzione in italiano a Paolo Primavera. E’ in bianco e nero e devo dire che l’effetto grafico è molto pulito e di impatto (non c’erano né aree verdi né parchi, tutto era grigio e sporco), idoneo a mio avviso a narrare gli eventi drammatici di cui tratta.

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Salvador Allende morì l’11 settembre del 1973, durante il golpe militare che portò al potere il generale Pinochet. Salvador Allende cambiò la storia non solo del Cile e del Sud America, ma se vogliamo anche di tutti quei giovani che condividevano il suo sogno di un mondo più equo e più giusto, di un’ inedita via istituzionale al socialismo dal volto umano, e che nonstante tutto hanno continuato a crederci. Ancora oggi infatti questo sogno vive nella memoria di molti, non sono cileni, e credo che questo premio ne sia un po’ la prova, senza nulla togliere alla bravura degli autori di questo libro, Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta. La storia a volte è più facile conoscerla tramite una graphic novel, lo sperimento ogni giorno, l’impatto visuale aiuta a fissare nella memoria concetti, stati d’animo, avvenimenti. Forse non tutti conoscono i fatti che portarono al potere Salvator Allende, democraticamente eletto, e poi alla sua morte. Forse non lo collegano direttamente a Pinochet, che quest’ ultimo forse addirittura confondono con il suo omologo Jorge Rafael Videla, presidente dell’Argentina tra il 1976 e 1981 e di fatto artefice di una delle ditature militari più sanguinose del Sud America. Ecco questa novella grafica aiuta a fare chiarezza, a mettere tutti i tasselli al posto giusto, ad avere una visione di insieme.  Non che non sia doloroso, pur tuttavia è doveroso. Interessante il punto di vista esterno, del giornalista statunitense John Nitsch, che fa da filo conduttore e narratore di tutta la storia, dal suo arrivo in Cile al suo ritorno 41 anni dopo. Avrò modo di intervistare l’autore, sarà presente sia la versione italiana che spagnola, per i nostri lettori cileni. A presto, dunque.

Carlos Reyes è sceneggiatore, editore, esperto di comunicazioni audiovisive e docente. Tra i fondatori del sito ergocomics.cl, è uno dei creatori dei festival El Día de la Historieta e Viñetas del fin del mundo, e conduttore dell’omonimo programma radio. Co-fondatore della casa editrice indipendente Feroces Editores, è stato editore di Suda Mery K! – rivista internazionale di storie sudamericane. Ha collaborato a diverse pubblicazioni cilene e straniere attraverso saggi, interviste e fumetti. Alcune sue storie sono state pubblicate nelle raccolte Los 3 volumenes de La Ruta de los Arcanos, In Absentia Mortis e In Nomine Mortis e nei libri Heredia Detective e Cómo vivir un terremoto.

Rodrigo Elgueta è disegnatore di fumetti e illustratore. Ha esposto in Cile e all’estero. Si è dedicato alla gestione di attività culturali, organizzando e coordinando diversi progetti ed eventi di narrativa grafica. Ha lavorato insieme alle case editrici Arrayán, SM ediciones e Salo S.A., per la quale ha disegnato parte della serie Mitos y Leyendas. Ha pubblicato il fumetto di fantasia Dragón Lemur per la casa editrice Visual ediciones e la storia a fumetti Flamenco. Insieme all’autore Juan Vásquez ha creato la rivista di fumetti e illustrazioni Platino. La sua prima novella grafica, El origen, è stata scritta da Daniel Benavides e pubblicata da Catalonia. Ha partecipato alle raccolte di fumetti In Absentia Mortis e In Nomine Mortis con gli sceneggiatori Ángel Bernier e Carlos Reyes e, con quest’ultimo, ai volumi della serie Heredia Detective (LOM).


Intervista a Carlos Reyes qui

:: La questione Silvana De Mari, a cura di Elena Romanello

8 febbraio 2017 by

imagesLe scorse settimane sono state segnate, a Torino e non solo, da una polemica che ha avvolto una persona nota principalmente come autrice fantasy ma che già in passato aveva dato prova di una certa qual intolleranza verso il prossimo che percepisce come diverso da sue idee preconcette e discutibili.
Silvana de Mari, un passato e presente come medico endoscopista e come psicoterapeuta, è da alcuni anni autrice di libri fantasy di discreto successo non solo in Italia: ha cominciato con L’ultimo elfo, L’ultimo orco e Gli ultimi incantesimi editi da Salani, poi è passata a Fanucci con L’ultima profezia del mondo degli uomini, L’epilogo e Io mi chiamo Yorsh, prequel di tutta la serie, per poi approdare a Giunti dove è in corso di pubblicazione la saga di Hania.
I suoi libri sono ben scritti, avvincenti e con contenuti validi, con spesso al centro la lotta contro l’ermarginazione, il rispetto per chi è diverso e con grande attenzione ai personaggi femminili, non fanciulline sottomesse e in cerca del principe azzurro ma guerriere e maghe forti e volitive, come è spesso del resto abitudine del genere. Stupisce quindi, quando si va ad ascoltare l’autrice dal vivo in conferenze e simili, di sentire deliri sempre più intolleranti.
Fino a qualche tempo fa il suo capro espiatorio era il mondo islamico, poi è passata ad una lotta su due fronti, uno contro il femminismo (che ha permesso alle donne di studiare, lavorare, viaggiare e scrivere libri..), sminuendo drammi come il femminicidio dandone la colpa alle donne che non accettano più di fare gli zerbini degli uomini, e l’altro contro gli omosessuali, con toni di una violenza verbale da far inorridire, volgari, antiscientifici e discriminatori. Silvana de Mari ha manifestato una visione della Storia, della società e della vita reazionaria, legata a schemi eterosessisti che francamente fanno rabbrividire, e accusa gli omosessuali di essere pazzi, violenti, portatori di malattie, potenziali pedofili e da tacitare per il bene dei bambini e non solo. Poi pubblica per il Giorno della Memoria delle struggenti poesie sugli ebrei nei lager, senza ricordarsi forse chi altro era chiuso in quegli orrendi luoghi di sterminio e morte, tra gli omosessuali con il triangolo rosa e le lesbiche tra le asociali a Ravensbruck.
Giustamente ci sono state levate di scudi contro l’autrice, prontamente spalleggiata da alcuni dei movimenti politici più retrivi d’Italia, con segnalazioni all’Ordine dei medici, denunce da parte delle principali associazioni gay, critiche da personalità politiche come Chiara Appendino, sindaca di Torino, città dove la De Mari lavora, lettere alla Giunti perché ponderi bene la continuazione di questo rapporto editoriale, commenti indignati di semplici lettori, perché certe idee non possono passare lisce.
Il problema grosso non è tanto che Silvana De Mari ostenti le sue idee nel suo blog o nella sua pagina Facebook, ma che vada a divulgarle nelle scuole o in luoghi di cultura, come biblioteche e circoli, lanciando strali e odio, e arrivando a dire che vuole che i suoi giovani lettori e lettrici diventino gli alfieri delle sue battaglie per una società oscurantista, razzista, omofoba, in cui le donne siano di nuovo relegate in ruoli subalterni e in cui nessuno si azzardi a dire che essere gay è una normale possibilità che può capitare a chiunque. La libertà di opinione e parola non è andare in giro a dire qualunque delirio e a spargere odio immotivato perché è un mio diritto, ci sono dei limiti, limiti che purtroppo la dottoressa e scrittrice di cui sopra ha ampiamente superato.
Per cui ci sono senz’altro da fare alcune valutazioni in merito a quanto sia opportuno invitarla a tenere conferenze in luoghi pubblici e a quanto sia opportuno che l’autrice continui ad essere pubblicata da un editore di ben altra levatura (con i due precedenti se ne è andata perché non accettava di edulcorare le sue idee). In più, bisogna avere la responsabilità delle proprie parole e azioni e chi si lascia andare ad odi e intolleranze è anche giusto che venga perseguito nelle sedi idonee da chi si sente danneggiato.
Il fantasy è un mondo fantastico, ed è bene che non venga sporcato da ideologie reazionarie che con questo genere non hanno niente a che vedere né da spartire.

:: Appunti di Vita Volume 2, Boulet (Bao Publishing, 2017) a cura di Micol Borzatta

8 febbraio 2017 by
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La vita di un fumettista non è assolutamente semplice. Partendo dal doversi mantenere con i propri disegni, spesso non molto capiti, a volte non giudicati appieno, fino ad arrivare a tutto il lavoro che c’è dietro, sia nella fase di creazione che nella fase di vendita e marketing. Ed è proprio della fase marketing, ovvero la presenza degli autori alle fiere del fumetto per sponsorizzare e proporre il proprio lavoro, che si vuole dedicare Boulet in questo secondo volume di vita quotidiana raccontata a vignette. Boulet infatti è un disegnatore di graphic novel molto conosciuto specialmente in Francia. I suoi lavori, spesso introdotti da Zerocalcare, hanno una comicità realistica che sa conquistare sia il mondo dei ragazzi, ma anche quello degli adulti, specialmente per la sua scelta di raccontare semplicemente la verità della vita, tutto quello che una persona che sceglie di fare un certo tipo di lavoro deve sopportare e affrontare per continuare a realizzare il suo sogno e potersi mantenere seguendo il suo sogno.
Partendo dalle domande incredule dei genitori che accompagnano i figli e che non credono che con quel genere di lavoro i loro piccoli possano un giorno mantenere adeguatamente una famiglia, tarpando loro in questo modo le ali e obbligandoli a scegliere percorsi scolastici più consoni, alle richieste assurde dei fan o della gente che pretende di avere un disegno con dedica arzigogolato in pochissimi secondi perché non ha voglia di stare in coda.
Raccontato con molto cinismo, ma anche accompagnato da disegni di qualità che prendono una vita tutta loro, e che invece di accompagnare il testo diventano protagonisti e il testo solo una spalla descrittiva a volte nemmeno del tutto necessaria, troviamo una situazione di vita reale che apre gli occhi su un mondo spesso conosciuto e giudicato molto sottogamba.
Una graphic novel di un certo peso, e non solo per il volume consistente di pagine, che introduce il lettore in una vita piena sacrifici e poesia e che sa come tenere il lettore attaccato alle proprie pagine, facendolo vivere concretamente e a 360 gradi ogni singola vignetta.

Boulet La vita del fumettista non sempre è così facile come la si immagina. Lo sa bene Boulet, al secolo Gilles Roussel, che nella raccolta di strisce del suo blog http://www.bouletcorp.com tratteggia con inconfondibile verve umoristica i chiaroscuri di una vita a fumetti. Apprezzato sia dal grande pubblico sia dalla critica (Lewis Trondheim lo ha scelto come autore per la serie La Fortezza, insieme a nomi del calibro di Joann Sfar, Kerascoët e Christophe Blain), Boulet è uno degli artisti che più hanno influenzato la scena contemporanea dei blog a fumetti nonché autori di prestigio come Zerocalcare. Nel 2015 Appunti di vita, la raccolta delle sue strisce a fumetti, viene pubblicata in Italia per i tipi di Bao Publishing.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Domani è domenica, Sandrine Fabbri (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

7 febbraio 2017 by
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Domani è domenica di Sandrine Fabbri, edito da Keller, è un romanzo coinvolgente e doloroso, nel quale la protagonista, nonché voce narrante, è una giovane donna intenta a ripercorrere la propria vita. Il tutto è da lei vissuto nel tentativo di comprendere quanto il carattere autoritario del padre abbia influito sulla drammatica scelta di sua madre. Una figlia, molto turbata a quanto si percepisce dalla sue parole,racconta la propria vicenda intima familiare evidenziando come il padre sia riuscito, giorno dopo giorno, anno dopo anno, a distruggere in modo completo l’io della mogli- madre che tanto aveva desiderato sposare. Quello che emerge dalle pagine della Fabbri è la diversità caratteriale tra i due genitori. Lui, sempre uguale a se stesso, è un immigrato sloveno fuggito da Tito, che non ha esitato ad italianizzare il suo nome. Amante del ballo, della musica, ha un carattere riservato e molto dispotico. Silvia, la madre, è la bella ed elegante ragazza un po’ bohèmienne, amante della propria indipendenza e della bella vita divisa tra canti e balli. Poi, l’incontro e l’amore per questo serioso immigrato scateneranno in lei, e nessuno riesce a capire il perché, una completa rinuncia alla propria autonomia. Il dramma completo della famiglia si verifica a Ginevra, quando un giorno, prima delle tradizionali vacanze estive, Silvia decide di farla finita con un salto nel vuoto dal quale sarà impossibile fare ritorno. La voce narrante della figlia della coppia guiderà noi lettori in una ricerca dolorosa della verità attraverso gli indizi derivanti da una scatola di vecchie fotografie, dal sapore di una pastina ai lamponi che ricorda molto le dolci madeleine di Proust e da una cartella clinica che prima non si trova e poi compare all’improvviso. Accanto a questi elementi tanti altri piccoli dettagli che mostreranno verità dolorose e sconosciute. Silvia, come il marito, ha avuto un passato tragico che la costrinse a francesizzare il suo nome in Sylvia, per nascondere le sue origini svizzero germaniche e sfuggire dalle persecuzioni riservate ai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, nazisti proprio per le origini tedesche. Il tentativo compiuto dalla figlia di ricostruire il doloroso puzzle della sua famiglia si rivelerà un rompicapo non facile da risolvere, come non sarà facile comprendere la scelta estrema della madre e il perenne atteggiamento prevaricatore del padre. In Domani è domenica di Sandrine Fabbri, marito e moglie sono due persone dalle vite tormentate, piene di traumi le quali, unendosi in matrimonio hanno come tentato di rinascere, peccato che la loro incompatibilità caratteriale abbia impedito loro il raggiungimento della pace condivisa. Traduzione Daniela Almansi.

Sandrine Fabbri è nata a Ginevra da padre sloveno italianizzato e da madre svizzera e ha lavorato a lungo come giornalista culturale. Dopo aver vissuto a Zurigo e Parigi, è tornata nella sua città natale dove insegna francese e comunicazione in un istituto tecnico commerciale. Ha tradotto Lukas Bärfuss e Sibylle Berg. Il suo romanzo Domani è domenica ha ricevuto il premio Pittard 2010 ed è stato tradotto anche in tedesco.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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