:: Torto marcio, Alessandro Robecchi, (Sellerio, 2017) cura di Viviana Filippini

20 febbraio 2017 by
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Tutti vogliono avere ragione, spesso l’evidenza delle cose dimostra che forse le persone hanno torto marcio e Torto marcio è il nuovo thriller mozzafiato di Alessandro Robecchi, edito da Sellerio. Il tutto si svolge in una Milano cupa e grigia. Una città dove il centro a tratti sfarzoso e luccicante è tale ma, la periferia non è così lontana come sembra, tanto è vero che quei palazzoni più o meno visibili ospitano migliaia di vecchi, giovani, italiani, immigrati, criminali. Tutti sono diversi e allo stesso tempo tutti uguali perché poveri. Questa umanità derelitta incombe in modo costante nella storia. Non a caso a poca distanza dal crogiuolo vivente dove per sopravvivere ci si inventano tutti gli stratagemmi e politiche commerciali possibili e immaginabili, un imprenditore sessantenne, super ricco e dalla vita molto regolare, viene freddato a colpi di pistola. Ghezzi e Carella, due poliziotti che stanno agli antipodi per il loro carattere, compiono le prime indagine e notano che A) la pistola è molto vecchia; B) sul cadavere è stato messo un sasso. Perché? Le indagini sembrano arrancare fino a quando altri due corpi senza vita, di uomini della Milano bene, vengono ritrovati freddati con una pistola e con un sasso messo sul corpo. Tutti, investigatori e media alla ricerca dello scoop, parlano di serial killer. Vista la spinosità del caso il team Ghezzi-Carella viene estromesso dall’indagine, ma questo non impedirà ai due colleghi e ai loro aiutanti di continuare l’indagine, facendo dell’appartamento del vicesovrintendente Tarcisio Ghezzi e della consorte Rosa, casalinga dal fiuto investigativo geniale, la base dalla quale muovere l’indagine parallela. Accanto ai principali protagonisti s’innesta la figura di Carlo Monterossi, sull’orlo di una crisi di nervi e autore di un affermato programma tivù spazzatura, incappa nel «caso dei sassi» e con l’amico Oscar Falcone, vero detective, i due dovranno recuperare un antico e prezioso anello rubato. Avvenimento fortuito che li porterà a scoprire un’amara e impensabile verità sui tre omicidi. Torto marcio è un giallo intrigante nel quale Alessandro Robecchi oltre alle tre morti, mette in scena una serie di tematiche che sono specchio della società dei giorni nostri. C’è l’uomo solitario che sta pagando per colpe che non sono solo le sue. Ci sono giovani alla ricerca di un futuro migliore che sembra sempre sfuggire loro. Ci sono arricchiti che hanno tutto e non sono contenti di nulla. Robecchi, ci trascina nella storia, perché compie anche un’acuta riflessione sui media e sulla loro necessità esasperata ed esasperante di spettacolarizzare una vicenda privata, cercando persino di arrivare ad individuare il presunto assassino prima delle forze dell’ordine. Il tutto per fare ascolti e conquistare il pubblico. Infine, ed è questo il filo sottile che percorre tutto il romanzo di Robecchi, c’è il tema della vendetta personale che porterà uno dei personaggi presenti nell’intreccio narrativo a farsi giustizia da sé, in quanto esasperato, fino alla stremo, delle sconfitte della vita. Sarà proprio questo gesto – sbagliato vero, “ma fino a che punto?” il lettore arriverà a chiedersi- a spingere Tarcisio Ghezzi di Torto marcio di Alessandro Robecchi ad affermare che, nessuno ha ragione, perché quando anche l’ultima speranza di riscatto viene negata allora, forse è vero, tutti hanno torto marcio.

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011). Con Sellerio ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016) e Torto marcio (2017).

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: Gente di mare, A.J. Griffith-Jones (Creativia, 2017)

19 febbraio 2017 by

unnamedA.J. Griffith-Jones è la vincitrice, con una biografia molto ben documentata del Dr. Cream, del Jack The Ripper Book 2016, premio assegnato dai ripperologi alla annuale convention tenutasi a Londra. Un nome noto quindi nella stretta cerchia di appassionati e cultori delle vicende legate al più famoso e misterioso assassino seriale della Londra vittoriana.
L’autrice inglese tuttavia non scrive solo saggi storici, ma nasconde anche un lato più soft, se vogliamo, che l’ha spinta a scrivere una serie di cozy mystery novel, il classico poliziesco all’inglese, un po’ ispettore Barnaby, un po’ Sherlock Holmes, un po’ Agatha Christie.
In lingua inglese sono già usciti i primi tre romanzi della serie che comprenderà in tutto cinque volumi. Per ora sono disponibili The Villagers, The Seasiders, The Congregation. In italiano è disponibile invece solo il secondo episodio The Seasiders, con il titolo Gente di mare, distribuito da Babelcube, Inc e tradotto da Laura Contrada, gli altri saranno tradotti nei prossimi mesi.
I cozy mystery novel sono romanzi gialli in cui l’umorismo spesso ha un ruolo catartico, spezza insomma la tensione e stempera le sfumature eccessivamente drammatiche o violente che una storia può assumere. Sì ci sono delitti, intrighi, segreti, colpi di scena, twist imprevisti, ma tutto è giocato sempre con leggerezza, anche se spesso non sono dimenticati i risvolti psicologici o gustosi inside joke.
Gente di mare narra una storia ambientata in un’ amena città di mare dell’ Inghilterra del 1960. I due protagonisti Grace e Dick Thomas sono i proprietari della Pensione Sandybank, una pittoresca struttura alberghiera molto amata dai turisti, attratti sia dal panorama che dalla quiete della costa e dal buon cibo. Ma le città di mare, nonostante l’euforia del clima vacanziero, nascondono segreti, e l’ atmosfera di apparente normalità che ci accoglie all’inizio verrà ben presto turbata in un crescendo di misteri e delitti.
Lo stile è leggero, letterario, affatto banale, anche se la semplicità ne determina un tratto distintivo. La scorrevole traduzione aiuta a entrare in una storia di personaggi che nascondono la loro vera identità. Insomma nulla è come sembra in questo bel giallo ricco di colpi di scena e sorprese.
Scritto bene, ben tradotto, insomma da leggere, se amate il genere.

Source: epub inviato dall’autrice.

:: Naoi, Bilkis Saba (Koi Press, 2017) a cura di Micol Borzatta

17 febbraio 2017 by
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Al suo risveglio Stuart capisce di essere nei guai. Legato su un tavolo di metallo, in una stanza illuminata da un neon intermittente. In tasca un timer metallico con il simbolo del logo dell’Endream con un conto alla rovescia: 3 ore 28 minuti 23 secondi. Nella stanza un secondo tavolo con una persona di cui vedeva solo braccia e gambe che si muovevano convulsamente.
Siamo in un futuro non ben precisato. A Brixtol ci sono un sacco di scontri e la criminalità è altissima a causa della sovrappopolazione.
La Endream, una multinazionale farmaceutica, viene incaricata di creare una pillola che provoca una morte indolore. La loro pillola fa di più: mentre ti porta alla morte ti fa vivere un’esperienza onirica appagante.
Il governo crea allora il Programma, tutti coloro che non sono sposati e non riescono a costruirsi una famiglia entro un certo numero di tentativi vengono definiti esuberi e quindi destinati all’uso della pillola.
Per Stuart è il suo ultimo tentativo, londinese cinquant’enne fa lo psichiatra, ma quando arriva al Ministero per incontrare la partner designata, scopre che il computer del Programma ha scelto una giovanissima ragazza orientale.
Cosa succederà tra i due per cui Stuart si sveglierà su quel tavolo?
Niente spoiler, sta a voi scoprirlo.
Grande partenza in cui il lettore si trova subito al centro dell’azione, per poi ripercorrere passo passo gli avvenimenti che hanno condotto ai fatti iniziali.
È così che facciamo un salto indietro nel tempo, ma ritrovandoci sempre in questo futuro distopico.
L’andamento narrativo rimane sempre molto veloce e adrenalinico, portando il lettore a divorare il romanzo, aiutato anche dalla sua brevità.
Le descrizioni sono davvero ben fatte e trasmettono perfettamente la visione del mondo che ha l’autrice.
Un romanzo che fa riflettere sul futuro che possiamo aspettarci continuando su questa via, che vuole essere un po’ thriller, ma dare speranza con la storia d’amore coprotagonista.

Bilkis Saba è di origini bengalesi, ma è cresciuta in Italia sin da bambina.
Attualmente lavora tra Milano e Londra.

Source: pdf inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ ufficio stampa Koi Press.

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:: Sedute spiritiche e un’altra prosa inedita, Thomas Mann, (Via del Vento Edizioni, 2016) a cura di Daniela Distefano

17 febbraio 2017 by
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Thomas Mann è stato un romanziere che non necessita di presentazioni, le sue opere, i suoi gioielli letterari parlano da soli, una leggenda della narrativa di tutti i tempi.
Eppure c’è ancora qualcosa che lo rende inafferrabile, lo dimostrano questi scritti inediti che la casa editrice “Via del Vento Edizioni” ha avuto l’onore di divulgare nel nostro Paese.
Nel primo racconto – “Sedute spiritiche” – si respira l’odore del mistero.
L’atmosfera è cupa, predomina l’ambiguità nel corso di una serata bizzarra.
In una casa frequentata da pittori, musicisti, professori universitari, scrittori, tutti sono accomunati dalla curiosità di assistere ai fenomeni mediatici.
E’ un’epoca crepuscolare quella vissuta da Mann che la traspone nel cerchio del tempo della storia raccontata.
Esoterismo e occultismo, già presenti nella Germania prebellica, si diffusero quasi capillarmente dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.
Il senso di frustrazione e disorientamento che ne derivò, oltre alla pessima situazione economica del popolo, conferì uno straordinario ascendente a questo genere di cose. Molti erano ciarlatani. Non pare però che sia questa la linea tracciata dall’autore anche se registra una fede cieca della gente a queste abilità. Sarà pure cieca questa fede, ma non sembra tutta finzione.

Nei fatti ogni pensiero di frode nel senso consueto e furbastro della parola si prospettava assurdo. Dietro l’atto di afferrare, scuotere e gettar via la campana non c’era verosimilmente nessuno. (..) Chi o che cosa sollevò il fazzoletto, deformandolo dall’interno?

La fantomatica ossessione per la seduta spiritica abbraccia il bisogno di evasione perché allora si era dentro la gabbia di eventi luttuosi.
La guerra, l’inflazione, la crisi economica, politica, sociale: meglio fuggire nel mondo dell’imperscrutabile, meglio sgattaiolare da questo cubico terrore, da quest’angoscia espressionista, da questa pazienza maltrattata.

Voglio ancora ricordare il fugace, labile, indistinto insorgere della materializzazione al termine della seduta di ieri, che per un attimo davanti alla tenda si accese come un fulmine, e voglio concludere chiarendo che quanto alla realtà, all’occulta autenticità dei fenomeni per me non c’è ombra di dubbio. Io sono convinto che una scienza futura sarà grata a quelli che oggi hanno avuto la mancanza di pregiudizio e il coraggio di affidarsi alla loro sensibilità.

Con queste audaci parole è posta una croce sul nostro istinto, perché l’occultismo non è stato creato dall’uomo, anche se solo l’uomo può sbracciarsi per riscoprirlo senza effetti collaterali e dannosi.
“La mia casa estiva” è l’altro racconto inedito che fa da contraltare al primo, quasi due opposti di ombra e luce.
Cavo connettente è il viaggio, non turbinoso, non incalzante;
piuttosto domina la placida serenità della contemplazione, un’inclinazione che si conquista col tempo, con l’avanzare dell’età e della saggezza.

Il senso della vista, la beatitudine per ciò che si osserva, l’attitudine a farlo, l’apprezzamento del mondo esterno cui si guarda con un certo ingenuo favore e con franchezza, sono qualcosa di tardivo. L’adolescente è un essere chiuso in sé, scostante, piuttosto ascetico, forse non sempre così, ma l’esperienza insegna che ciò accade. La sensibilità per l’osservazione sopravviene solo più tardi.

L’autore, il protagonista, nutre una forte simpatia per questo paesaggio:
la penisola di Neringa, la sottile lingua di terra fra il territorio di Memel e Konigsberg, tra la laguna curlandese e il Mar Baltico.
E noi godiamo delle sue emozioni trasfuse in uno stile letterario vertiginoso e di pura grazia descrittiva.

Thomas Mann ( 1875-1955) è stato uno dei maggiori letterati del Novecento, autore di grandi capolavori della letteratura tedesca come I Buddenbrook, La morte a Venezia, La montagna incantata.

Source: Libro inviato dall’editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento edizioni”.

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:: Liberi junior – L’uomo montagna, Séverine Gauthier, Amélie Fléchais, (Tunué, collana tipitondi, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

17 febbraio 2017 by
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Dal 9 Febbraio la Tunuè condivide con il suo pubblico un piccolo tesoro intitolato L’Uomo Montagna.
Nelle pagine iniziali di questo volume il primo sguardo che incrocerete sarà quello, dolcissimo, di un nonno. Dopo tanti viaggi insieme a suo nipote, il vecchio è pronto a compierne un ultimo, ma questa volta deve portarlo a termine da solo. Il bambino non vuole rassegnarsi all’idea di non poter più camminare con lui, ma il nonno è troppo stanco e le montagne che gli sono cresciute sulla schiena sono infinitamente pesanti: nessuno può spostarle, tranne il vento che “vive sulla montagna più alta di tutte”. È così che inizia per il bambino un viaggio di formazione, pericoloso e difficile ma alla fine del quale il piccolo si ritroverà cambiato, perché tutti i viaggi lasciano un segno in chi li compie, soprattutto quelli realizzati per amore di qualcuno.
1In tanti credono che scrivere libri per bambini sia facile. Nella loro mente sono sufficienti solo un’ideuzza, due o tre personaggi, quel poco di azione che basta, et voilà, la storia è fatta! Ovviamente, senza scordarsi delle immagini perché nei libri per bambini, non scherziamo, non possono mancare. La verità, però, è un’altra: scrivere per i più piccoli è un’impresa straordinariamente complessa e non tutti ne sono capaci. Séverine Gauthier, autrice di questo libro, sa farlo. In cinquantasei pagine riesce a parlare direttamente al cuore di chi legge e affronta nel modo più semplice del mondo questioni che neanche il più maturo degli adulti sa gestire serenamente, in primis la morte. In che modo ciascuno di noi si misura con la morte? Come la giustifichiamo a noi stessi? Come la spiegheremmo ad un bambino? Gauthier racconta ai più piccoli cosa voglia dire separarsi per sempre da una persona cara e il risultato è delicato come una carezza, rassicurante come un bacio sulla fronte. Chi ci lascia continua a vivere dentro di noi, costituisce le nostre radici e l’essenza di quello che siamo. Questa eredità di cui siamo custodi viventi e la sua importanza non rappresentano l’unico messaggio di questo volume. Infatti, Gauthiér racconta la necessità di saper chiedere aiuto e di avere l’umiltà di accettarlo quando ci viene offerto, perché più importante della meta del nostro viaggio è la possibilità di condividerlo con gli altri. Non serve a niente dimostrare di sapere fare tutto da soli se significa chiudersi in sé stessi e rinunciare a conoscere l’altro. L’Uomo Montagna insegna ai bambini che la diversità è preziosa e che ciascuno può mettere a disposizione di chi incontra il proprio talento e le proprie radici divenendo così strumento di aiuto e di conforto nelle difficoltà della vita, garantendo “sogni di cotone, di nuvole e di vento caldo”. In verità, accoglienza e solidarietà nascono spontaneamente nei più piccoli e sono gli adulti che purtroppo faticano a metterle in pratica…

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L’Uomo Montagna non sarebbe così tanto prezioso senza le illustrazioni di Amélie Fléchais, autrice francese di straordinario talento. I suoi disegni hanno linee morbide, i colori sono tenui e accoglienti durante le fasi più piacevoli del viaggio ma diventano più scuri e forti quando sopraggiungono momenti carichi di avversità, tenendo per mano il lettore in ogni istante e in ogni emozione. Fléchais è minuziosa nei particolari e se i suoi personaggi risultano amichevoli agli occhi dei più piccoli, sono altresì adorati dallo sguardo adulto. L’immaginario creato da questa autrice permette alla realtà del mondo di diventare incantata e leggera come in un sogno, traducendo perfettamente un testo così poetico.
Leggerete questa storia ai vostri figli o ai nipoti prima che vadano a dormire, la leggerete ai fratellini e alle sorelle più piccole oppure nelle biblioteche o nelle vostre classi. Però, L’Uomo Montagna parlerà sempre direttamente anche a voi e, attraverso i suoi personaggi e le illustrazioni color pastello, vi accorgerete di poter ritrovare l’abbraccio di chi non c’è più in quello di coloro che avete deciso di accogliere nel vostro meraviglioso viaggio. Traduzione di Stefano Andrea Cresti

Amélie Fléchais è una talentuosa artista francese, autrice anche del picture book Lupetto rosso e del graphic novel Il sentiero smarrito. Inoltre, ha lavorato a progetti di animazione come Brendan e il segreto di Kells, Kung Fu Panda e La canzone del mare.

Séverine Gauthier è scrittrice da sempre appassionata di letteratura per l’infanzia. Due dei suoi albi sono stati pubblicati nel 2008 da Delcourt, e hanno vinto numerosi premi. Insieme a Thomas Labourot ha creato le serie Washita (Dargaud) e Garance (Delcourt). Nel 2015 ha pubblicato il primo volume di Haida, L’immortale balena.

Source: libro inviato dalla casa editrice al recensore. Ringraziamo Simone, addetto stampa Tunué.

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:: Il mistero di Paradise Road, Pietro De Angelis (Elliot edizioni, 2016) a cura di Elena Romanello

16 febbraio 2017 by
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Nella notte del 15 gennaio del 1875, a Paradise Road, via di linde casette a schiera di persone della media borghesia, morirono nello stesso momento dodici persone, di varia età e non in condizioni di malattia, apparentemente senza motivo. Il fatto rimase un mistero sia per Scotland Yard che per la scienza.
Solo anni dopo emerge una possibile verità dal racconto di un uomo ricoverato in un manicomio: Lionel Morpher era un impiegato esemplare dell’Ufficio Brevetti che si era posto alcuni obiettivi fondamentali nella vita, come farsi una famiglia con Alphonsine. Ma qualcosa era andato storto, e Alphonsine si era appassionata alla poesia e poi ad un giovane poeta, con cui progettava di fuggire. A nulla erano valse minacce e lusinghe di Lionel, che aveva deciso di cercare di salvarla e ricondurla alla ragione con l’aiuto di una macchina misteriosa che si era procurato per vie traverse, che invece aveva causato la tragedia nella via.
Ancora una volta le atmosfere della letteratura vittoriana risultano vincenti anche oggi, con echi di Wilkie Collins e R.L. Stevenson, in un libro scritto oggi che immerge in quel mondo senza dimenticare tutte le suggestioni possibili, comprese quelle sociali, positiviste e steampunk.
Il mistero di Paradise Road ha diversi livelli di lettura: è un giallo paranormale di ambientazione ottocentesca, ma anche un esempio di narrativa d’anticipazione nel passato oltre che un quadro della società del tempo, raccontata anche in quegli aspetti privati di cui gli autori vittoriani non potevano tanto parlare, con riferimenti al ruolo subalterno della donna, visto che al centro di tutto c’è la ribellione di Alphonsine che viene trattata dal marito Lionel come una pazza da rinchiudere o da curare, ma anche a come veniva trattata la malattia mentale e a come erano risolti i problemi di disagio personale.
Un libro forse insolito nelle proposte editoriali di oggi, ma intrigante e senz’altro gradito per molti, visto che la fascinazione per l’epoca vittoriana è costante, raccontato da una voce italiana che si trova molto a suo agio in questa Londra nebbiosa e attratta dal progresso scientifico come soluzione a tutti i mali, sociali e dell’animo, a costo di crearne altri.

Pietro De Angelis è nato nel 1973 ad Ascoli Piceno. Dopo gli studi in filosofia, ha frequentato la Scuola Holden a Torino e il Corso per sceneggiatori Script/Rai a Roma. Nel 2006 ha pubblicato il manuale di scrittura creativa Il mondo narrativo. Come costruire e come presentare gli ambienti e i personaggi di una storia (Lindau). Sotto pseudonimo, ha esordito con il romanzo Primi riti del dolce sonno (Zandegù, 2006) e ha curato la raccolta collettiva di racconti The Sleepers. Racconti tra sogno e veglia (Azimut, 2008). Questo è il suo secondo romanzo.

Source: inviato dalla casa editrice al recenore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Nel dolore, Alessandro Zannoni (A & B, 2017)

16 febbraio 2017 by
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Mia madre si alza dal dondolo, scende i tre gradini pel patio e si ferma dopo pochi passi; indica il cielo e dice di guardare la meraviglia.
“Ma non dirmi che leggi ancora le nuvole” dico sorridendo.
“Non ho mai smesso, hijo”.
Poggio a terra la bottiglia vuota, mi alzo e mi fermo contro la balaustra, turo fuori il cellulare e digito il numero di Stella.
“E cosa dicono per me?, chiedo senza entusiasmo.
Licita Salomon Torres è un totem messicano piantato nel terreno, capelli crespi neri di tinta freschi raccolti sulla nuca, spalle ancora dritte nonostante la vita trascorsa, immobile, sguardo fiero. Sacre. L’incendio nel cielo gli arrossa la faccia stanca.
Porto il telefono all’orecchio e alzo gli occhi.
Nuvole veloci ci vengono incontro sfilacciate, sembrano lunghi fogli di giornale arrotolati r in fiamme. Dopo qualche secondo che le osservo, ho gli occhi che bruciano.
Stella non risponde alla chiamata.
Mia madre si gira verso di me. Sta piangendo.
“Parlano di dolore, figlio mio”.

Nell’estate del 2011, ormai quasi sei anni fa, uscì un romanzo piuttosto insolito nel panorama italiano, insolito per linguaggio, temi, ambientazione, dal titolo Le cose di cui sono capace, (nella coraggiosa collana Corsari/PerdisaPop). Alessandro Zannoni, l’autore, non è che abbia smesso di scrivere da allora, ma sta di fatto che solo oggi, anno di grazia 2017, ha trovato un nuovo editore e noi possiamo leggerne il seguito.
E’ infatti uscito a gennaio, per la A & B, Nel dolore, stessi personaggi, stessa ambientazione americana, stesso stile pulp con sprazzi di violenza improvvisi, solo velatamente più malinconico, e crepuscolare, stesso linguaggio sboccato, in cui il turpiloquio quasi è un costante leit motiv che ci accompagna nelle vite e nei mondi dei personaggi tra malavita e tutori dell’ ordine molto sui generis.
Personale omaggio, molto postmodernista, al noir americano di gente come Crumley, o Thompson, (se leggete bene numerose sono le citazioni, e i rimandi Per il mio ennesimo colpo di spugna), tanto per intenderci. Seppure breve, il testo è ricco infatti di questi giochi interni che fanno la felicità degli appassionati del genere.
Nel dolore, dunque, è una nuova storia con al centro l’immaginaria città texana di BakereedgePass, e lo sceriffo Nick Corey, padre italiano, madre messicana, strano mescolanza tra sbruffoneria e disperazione. La morte di Rudy, amico per la pelle del protagonista è al centro dell’ indagine “poliziesca” della storia, che si dipana tra tempeste di sabbia, trattori volanti, e trivelle arrugginite e abbandonate.
Il romanzo è diviso in brevi capitoli, quasi racconti a sé, legati comunque dal tema conduttore, la vendetta, che Nick Corey vuole consumare, a costo di serie perdite personali. E cosa rischia di più, oltre alla vita, Nick Corey? L’amore di Stella, la sua donna, con la quale sogna di costruire finalmente un futuro sereno e solido, lontano dalla violenza che lo circonda.
Un cane, Abramo, farà capolino nella storia, omaggio (forse) a un altro celebre cane del noir (qualcuno si ricorda Fireball, il cane ubriacone de L’ultimo vero bacio) aggiungendosi ai tanti personaggi che costellano la vicenda, tra cui la madre di Nick, che legge le nuvole, e dà vita a uno dei bellissimi personaggi femminili che Zannoni sa creare, assieme a Stella, se vogliamo la dark lady del romanzo.
Dedicato a Luigi Bernardi. Strepitosa copertina. Per cultori del noir.

Nato a Sarzana, dove vive, Alessandro Zannoni ha pubblicato (dopo tre libri autoprodotti) due romanzi e una novella, nelle collane di PerdisaPop dirette da Luigi Bernardi. “Biondo 901”, uscito nella collana BabeleSuite, è diventato un monologo teatrale portato in scena dall’attore Alessandro Bertolucci. Ha scritto i testi del fumetto “Il cugino”, disegnato da Lorenzo Palloni. Dal 2002 organizza il festival letterario “Leggere fa male” a Sarzana, in Liguria. È stato anche conduttore radiofonico. A gennaio 2017 uscirà il suo romanzo “Nel dolore”. È ormai pronto anche il nuovo libro “Fottiti, Zanna”. Sito ufficiale: http://alessandrozannoni.strikingly.com

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa A& B.

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Nota: Potete leggere la nuova intervista all’autore a questo link

:: Il marchio dell’inquisitore, Marcello Simoni, (Einaudi, 2016), a cura di Elena Romanello

16 febbraio 2017 by
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La Roma seicentesca è un mondo pericoloso, dominato da vari poteri, non ultimo quello dell’Inquisizione, che non riesce a frenare fermenti e voglia di cambiare, grazie anche all’invenzione della stampa, una delle più trascinanti e per certi versi devastante per l’ordine costituito di tutti i tempi.
In un torchio tipografico viene ritrovato il cadavere di un uomo, un religioso, con in bocca un pezzo di carta con un brano di un libro libertino considerato eretico: su questo crimine, perpetrato alla vigilia dell’inizio del XIII giubileo indaga Girolamo Svampa, membro dell’Inquisizione ma anche scienziato, esperto di demonologia e stregoneria, in cerca sempre e comunque di una verità, anche misteriosa come il marchio che ha sul collo, un roveto ardente, testimonianza di un passato forse da dimenticare.
Con i fidi padre Francesco Capiferro e Cagnolo Alfieri, un bravo (sì proprio quelli di cui parlava anche Manzoni) che conosce tutti, Girolamo Svampa cerca di chiarire il come e il perché di questa morte truculenta e scomoda, partendo dalle sue doti investigative, che si basano sulla certezza di cosa è già accaduto. Ma presto Svampa e i suoi colleghi si troveranno in un mondo di bugie e di pericoli, di verità non dette e segreti che è meglio non svelare e il morto nel torchio non resterà solo man mano che ci si avvicina ad una verità che può essere davvero scomoda per molti.
Marcello Simoni torna in libreria con un nuovo libro pubblicato presso un altro editore dove parte a raccontare una nuova epoca, la Roma barocca di Caravaggio e Bernini, che mise al rogo Giordano Bruno e fece abiurare Galileo Galilei. Il risultato è di nuovo interessante, perché anche stavolta l’autore ci porta in un’epoca che solo all’apparenza è lontana e buia, perché sa renderla interessante e avvincente, raccontandone splendori e miserie, contraddizioni e grandezze, lati oscuri e quanto ha introdotto poi la modernità che è arrivata fino a noi, nelle vie di una città come la Roma barocca dove ancora in parte oggi ci si può immergere.
Un giallo storico, certo, ma anche il quadro di un mondo in profonda crisi e trasformazione, dove la possibilità di poter stampare i testi aveva aperto nuove possibilità anche di dissenso. Stavolta Marcello Simoni sceglie il registro di un giallo storico meno d’azione e più di deduzione, con un omaggio a Umberto Eco e a Il nome della rosa e un antieroe come investigatore che è inserito nel sistema religioso del tempo ma forse è anche pronto a scoprirne difetti e novità. Il tutto sperando, ma ci sono buone probabilità, che ritroveremo Girolamo Svampa, uomo forse in anticipo sui suoi tempi affascinanti, crudeli e corrotti, in nuove avventure.

Marcello Simoni (Comacchio, 1975) è un ex archeologo e bibliotecario. Con Il mercante di libri maledetti (2011), il suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il Sessantesimo Premio Bancarella. Un successo confermato da La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L’isola dei monaci senza nome, La cattedrale dei morti, L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni. Per Einaudi ha pubblicato Il marchio dell’inquisitore (2016). È tradotto in venti Paesi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: La donna che visse due volte, Pierre Boileau, Thomas Narcejac (Garzanti, 1967) a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2017 by
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La donna che visse due volte (D’entre les morts, 1954) è un noir francese della coppia BoileauNarcejac, dal quale Alfred Hitchcock trasse il celeberrimo Vertigo (Usa, 1958), per molti di gran lunga superiore al romanzo.
Se sia stato scritto da BoileauNarcejac su misura per piacere a Hitchcock, come una forma di compensazione per non aver potuto quest’ultimo girare I diabolici, soffiato, si fa per dire, da Henri-Georges Clouzot, è una questione dibattuta, e fa parte delle tante leggende che girano a Hollywood, molte volte create ad arte dagli Studios, anche se questa si basa su diversi reali fondamenti. Se vogliamo La donna che visse due volte è il compendio delle tematiche che ossessionarono il maestro del brivido inglese, riunite in un sol testo relativamente breve.
Io mi soffermerò più sul testo nella traduzione vintage di Roberto Ortolani, prima edizione ottobre 1967, Garzanti per tutti, e per praticità darò ai personaggi i loro nomi francesi, anche se Ortolani in questa versione, molti li italianizza, pur tuttavia è impossibile, anche solo a livello inconscio, non essere in qualche misura influenzata dal film, che a mio avviso ha il pregio di dare una forma concreta (grazie all’immagine, alla musica, ai colori, al carisma degli attori) a un testo che di per sé si nutre di immaterialità, privo pure, se vogliamo, di un vero stringente senso logico.
Che sia una storia di personaggi è indubbio, di doppi, riflessi, dal forte sapore psicanalitico. La donna che visse due volte è insomma uno di quei testi sui quali si potrebbero scrivere saggi tanto è denso di rimandi, riflessioni filosofiche, etiche e morali. Orientarsi non è affatto facile, e forse dare una spiegazione a ogni passaggio toglierebbe il fascino, anche ambiguo e morboso, di un romanzo fatto di ossessioni, paure, disperazione.
La trama se vogliamo è lineare: il protagonista Roger Flavières viene avvicinato da un vecchio compagno di università, Paul Gévigne, che gli chiede di seguire la moglie Madeleine, che teme soffra di impulsi suicidi, credendosi la reincarnazione della sua bisnonna, Pauline Lagerlac, morta suicida. Flavières la salva una volta dalla Senna, se ne innamora, e a causa della sua paura dell’altezza, non riesce a salvarla anche dalla caduta da un campanile. Nella seconda parte del romanzo, sono passati alcuni anni, Flavières incontra una donna che assomiglia paurosamente a Madeleine. Sogno, incubo, coincidenze, soprannaturale, follia?
La donna che visse due volte può senz’altro essere visto come la cronaca di una ossessione amorosa, di un pericoloso tentativo di far aderire la realtà al mondo interiore e disturbato del protagonista.
Se vogliamo Paul Gévigne andava sul sicuro scegliendo Roger Flavières come testimone. Ex poliziotto abile nei pedinamenti e nelle indagini, riformato, non è andato in guerra (la storia prende l’avvio a Parigi all’inizio della Seconda Guerra Mondiale) per una forma di pleurite, avvocato scalcinato, appassionato di essoterismo, proprio la sua vertigine per le altezze, (che causò, o per lo meno è forte il senso di colpa, la morte di un collega e la sua uscita dal corpo di polizia), tutto contribuisce a renderlo perfetto per il ruolo che il diabolico Paul Gévigne vuole che reciti. Un altro meno traumatizzato, meno schiavo dei sensi di colpa, meno romantico, meno naif avrebbe fatto in fretta a scoprire l’intrigo, bastava una semplice telefonata, che Madeleine gli prega di non fare.
Insomma col senno di poi la storia si regge su presupposti fragili come tele di ragno, che tuttavia avvolgono come una spirale il lettore. La folle è Madeleine? Che si crede una morta e tenta più volte il suicidio. O il folle è Roger? che sarà costretto a chiedere aiuto a uno psichiatra perché lo guarisca dalle sue nevrosi. C’ è una componente soprannaturale nell’ intreccio? Che poi la verità sia squallidamente prosaica, e la riproposizione di un cliché classico, per di più abusato, nulla toglie alla drammaticità del finale, alla decostruzione e dissoluzione del personaggio principale, che è stato ingannato, crudelmente, come sono stati ingannati con lui i lettori.

Pierre Boileau (1906-1989) e Thomas Narcejac (1908-1998), entrambi vincitori del Prix du Roman d’Aventures, hanno cominciato a collaborare nel 1948. Frutto di questo sodalizio sono stati numerosi racconti e ben quaranta romanzi, da alcuni dei quali sono stati tratti film di successo come La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock o I diabolici di Henri-Georges Clouzot.

Source: acquisto personale.

Nota: i collezionisti certo non si faranno scappare l’edizione Garzanti del 1958, come numero 141 della “Serie Gialla“, o la prima ristampa del 1967 come la copia in mio possesso. Nel 1977 la stessa traduzione di Roberto Ortolani venne riproposta da Mondadori con “Giallo Cinema” n. 5, poi nel 2003 passò alla Sellerio “La Memoria” n. 580. Tutte edizioni ormai fuori commercio e reperibili nei marcatini dell’usato. Attualmente è disponibile in commercio dal settembre 2016, la nuova traduzione Adelphi, di Federica Di Lella (che la cura) e Giuseppe Girimonti Greco.

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:: La moglie perfetta, Roberto Costantini (Marsilio, 2016) a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2017 by
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Nel 2001 in una Roma assolata si intersecano le vicende di due coppie: da un lato il professore italoamericano di matematica Victor Bonocore, in Italia per impegni accademici, con la moglie Nicole Steele, dall’altra il pubblico ministero Bianca Benigni e il marito Nanni, psicoterapeuta. Due coppie che nascondono non pochi segreti, come le violenze di Victor su Nicole, che spinge la donna a chiedere l’aiuto di Nanni come terapeuta, attratto da lei ma anche dalla sua sorella sexy e pericolosa, Scarlett, che fa emergere i suoi mai sopiti problemi coniugali.
In parallelo compare il commissario Michele Balistreri, alle prese con il suo passato mai risolto legato anche ai legami poco chiari di suo padre con la mafia e ai suoi con l’eversione di estrema destra. Balistreri si trova a dover investigare sulla morte atroce di una ragazza, Donatella, che sembra risolta come un fatto di cronaca legato agli ultras fascisti e ad uno di loro particolarmente pericoloso. Il tutto sembra chiudersi con la morte del principale indiziato, ucciso dal padre di Donatella che poi si suicida, ma Balistreri sente che forse c’è dell’altro a cui non riesce ad arrivare.
Tutto viene sconvolto dalla morte di Victor Bonocore, dopo gli ennesimi maltrattamenti contro la moglie Nicole, che ha cercato protezione da Nanni: il commissario Balistreri indaga insieme a Bianca Benigni, credendo di aver trovato la colpevole in Scarlet Steele e coinvolgendo nell’arresto anche Nicole. Ma tutto precipita, Nicole sparisce, Scarlett si prende quattro anni per falsa testimonianza e quello che poteva nascere tra Bianca e Balestreri rimane in un limbo perché lei preferisce trasferirsi da Roma per amore del figlio leggermente autistico.
Passano dieci anni, a Balistreri capitano tante cose, compreso il ritrovare una figlia che non conosceva: un giornalista che indagava sul caso, ormai malato, lo contatta e gli dà nuove dritte. Per il commissario è giunto il momento della verità, oltre che di reincontrare Bianca Benigni, un quasi amore mai dimenticato, ormai separata dal marito e con il figlio grande e finalmente autonomo.
Dopo la trilogia del male Roberto Costantini ripropone il suo antieroe, in un intreccio parallelo ai fatti raccontati nei precedenti libri, ma alla fine godibile anche senza conoscerli. Anche questa volta si mescolano passato e presente, un cold case mai risolto e il desiderio di giustizia, le manipolazioni e le bugie che ci sono in tutti i matrimoni, forse anche solo per amore o per un significato sbagliato dato a questo, gli errori che si vorrebbero nascondere e un futuro che potrebbe essere diverso, ma forse tutto è già deciso e impossibile da cambiare. Un romanzo più psicologico che d’azione, che racconta anche di certe realtà nascoste italiane, dove Michele Balistreri si conferma un personaggio complesso, certo scomodo, ma alla fine con una sua umanità che non possono non farlo apprezzare, circondato alla fine da gente molto peggiore di lui. Sperando ovviamente che questa non sia la sua ultima indagine.

Roberto Costantini (Tripoli, 1952), è ingegnere, è stato consulente aziendale e oggi è dirigente della Luiss. È autore per Marsilio della Trilogia del Male con protagonista il commissario Michele Balistreri, composta da Tu sei il male, Il male non dimentica e Alle radici del male, bestseller in Italia, già pubblicata negli Stati Uniti e nei maggiori paesi europei, con cui ha vinto il premio speciale Giorgio Scerbanenco 2014 quale “migliore opera noir degli anni 2000”.

Source: acquisto del recensore.

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:: Addio a Jiro Taniguchi, a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2017 by

jiro-taniguchiA soli 69 anni se ne è andato Jiro Taniguchi, un mangaka che ha mostrato anche in Occidente le potenzialità autoriali del fumetto giapponese, molto popolare e amato dagli appassionati ma spesso, anche a torto, snobbato dalla critica come troppo seriale e commerciale.
Come altri suoi coetanei, Taniguchi è appassionato di manga fin da bambino, e iniziò la sua carriera come assistente di Kyota Ishikawa. Debuttò nel 1970 con Kurorohorumu (Cloroformio), e da allora si distinse per i temi insoliti che trattava nelle sue opere, a partire da Kareta heya (La stanza arida), storia breve incentrata su una stanza in cui l’autore aveva abitato e che era stata in precedenza una casa d’appuntamento. Nel 1971 vinse il premio Big Comics con Tōi koe (Voci lontane), mentre nel 1975 debutta con la sua prima serie, Namae no nai dobutsutachi (Animali senza nome), incentrata sugli animali appunto che saranno tra i suoi argomenti preferiti.
Nel corso degli anni Taniguchi collabora con lo scrittore Natsuo Sekikawa con cui realizza alcuni manga noir tra cui spicca la raccolta Tokyo killers e con Caribu Marley insieme al quale si occupa di raccontare storie ambientate nel mondo della boxe. Ma i suoi interessi sono vari, e vedono la nascita di opere diversissime, come Bocchan no jidai (Ai tempi di Bocchan), da un classico della letteratura giapponese, Bocchan di Soseki Natsume, ambientato nel periodo Meiji (1868-1912), il fantascientifico Blanca, le serie di racconti Genju jiten (Enciclopedia degli animali primordiali) e Aruku hito (L’uomo che cammina), il romanzo di formazione a fumetti Chichi no koyomi (Al tempo di papà), Ikaru (Icaro), frutto di una collaborazione con Moebius, il thriller Sōsakusha (La ragazza scomparsa), il western Ten no taka (Sky Hawk) .
Jiro Taniguchi ha vinto alcuni dei più importanti premi fumettistici giapponesi, come il premio Osamu Tezuka, è stato insignito in Francia della medaglia di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dallo Stato francese e del premio della fiera di Angouleme ed ha partecipato nel 2011 a Lucca Comics and Games.
Le sue opere, spesso autoconclusive e storie comunque brevi, si distinguono per uno stile di disegno limpido e maturo e per tematiche incentrate su riflessioni sulla vita, i sentimenti, la società. Lo stesso Taniguchi si è sempre sentito un outsider nel mondo dei manga.
In Italia le sue opere sono edite da Coconino, Planet Manga e Rizzoli e sono di abbastanza facile reperibilità, oltre che molto interessanti per chi cerca storie nuove, tra i manga e non, nell’opera di un autore che in molti hanno definito un vero e proprio poeta.

:: L’oratorio di Natale, Göran Tunström (Iperborea, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

14 febbraio 2017 by
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“Un mese di giugno, all’inizio degli anni Trenta, Solveig Nordensson è nel cortile di ghiaia davanti alla sua fattoria, nel Varmland, i piedi appoggiati ai pedali della bicicletta nuova che le ha regalato Aron, come appena innamorata, calda di felicità, le mani sul manubrio scintillante. Sta per andare a Sunne a parlare con il cantore Jancke del concerto d’autunno che finalmente, dopo dieci anni di preparativi, avrà luogo.
Dice a Sidner: «Mi devo essere dimenticata di spegnere il giradischi.»
Poi gli scompiglia i capelli, accarezza Eva-Liisa sulla guancia e guarda il lago e le lunghe ombre del pomeriggio sui campi.
«Lo spengo io mamma,» risponde Sidner ma, come avrebbe poi aggiunto molte volte: «Non lo feci.» Tutti e tre restano per un po’ in ascolto verso la finestra aperta, all’interno la puntina danza i suoi canti giubilo…

Lasset das Zagen, verbannet die Klage,
Stimmet voll Jauchzen und Fröhlichkeit an!
Dienet dem Höchsten mit herrlichen Chören,
Lasst uns den Namen des Herrschers verehren!

Ecco che come già tante altre volte si fa silenzio nel loro intimo, si sentono vicini, avvolti dalla musica di Natale di Bach.
«Prima però devi spingermi, Sidner.»
E lu iappoggia le mani sul portapacchi, punta i piedi nudi nella ghiaia e le dà una spinta. Solveig si siede sulla sella e si lascia trasportare dalla discesa, i raggi cantano, sabbia esasolini schizzano via e lei si riempie i polmoni di tuta l’estate che le viene incontro dagli alberi e dai fossi, respira i profumi delle regine dei prati, delle presuole gialle e delle margherite, e Sidner corre dall’altra parte della fattoria, si affaccia alla parete scoscesa, proprio sopra la curva e grida «Ciao…»” (1).

A Sunne, nel Varmland, un concerto vero e proprio, di quelli che si tengono nelle grandi città, non c’è mai stato. No, a Sunne c’è solo un piccolo coro senza pretese, e da anni ormai il direttore, il cantore Jancke, ha detto addio alle sue grandi ambizioni. Ma poi arriva Solveig, che ha vissuto in America e che è tornata piena di allegria, di gioia e di passione; Solveig che è forse l’unica al mondo in grado di convincere tutti – cantore e musicisti, a impegnarsi per ben 10 anni nella preparazione dell’“Oratorio di Natale” di Bach. Ma, per via di un tragico incidente, il concerto tanto atteso non si terrà. Non come previsto, comunque: a condurlo, mezzo secolo dopo quell’autunno degli anni trenta, ci penserà Victor Nordensson, nipote di Solveig e musicista di fama internazionale…
Partendo da un evento tragico, che fornisce l’abbrivio alla vicenda, ma in un certo senso ne indica anche l’unico approdo possibile, Tunström costruisce una saga di famiglia dall’andamento circolare che, spaziando tra Svezia, America e Nuova Zelanda(2) e dialogando con la grande letteratura del Novecento(3), si dipana lungo un arco di cinquant’anni in un vitalistico proliferare di storie grandi e piccole, portate avanti attraverso un incredibile campionario di punti di vista, di voci, di scelte verbali e narrative(4). E forse è anche grazie a questa sua varietà, a questa sua freschezza tecnica che, pur nascendo da una riflessione sul dolore, sulla perdita, e sui suoi effetti sulla vita di chi resta, L’oratorio di Natale non risulta né cupo né doloroso, ma si legge come un romanzo vivo e pieno di luce, tutto pervaso da un’inspiegabile (ma a ben vedere giustificata) leggerezza.
L’oratorio di Natale di Göran Tunström, che vi segnaliamo con colpevole ritardo ma non senza convinzione come una delle uscite più interessanti del 2016, è proposto ai lettori italiani da Iperborea nella splendida traduzione di Fulvio Ferrari.

Göran Tunström (1937-2000), è stato uno dei romanzieri svedesi più innovativi di fine secolo. La sua sensualità e l’estro visionario e fantastico sono espressi pienamente nel capolavoro L’Oratorio di Natale, con il quale ha raggiunto il successo. Lettera dal deserto è il suo settimo titolo pubblicato in Italia da Iperborea.

Source:  libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

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(1)Göran Tunström, L’oratorio di Natale, Iperborea, Milano 2016, pp. 23-24. Traduzione di Fulvio Ferrari.

(2)Ma il centro del racconto resta sempre Sunne; “è una limitazione che mi dà libertà”, ha infatti dichiarato l’autore (cfr. la breve ma illuminante postfazione di Ferrari, in Göran Tunström, L’oratorio di Natale, Iperborea, Milano 2016, pp. 435-445), che nel ridotto microcosmo della sua città natale ha saputo costruire un intero universo narrativo.

(3)Ma non solo: tra le pagine di L’oratorio di Natale, oltre alle eco da Musil e da Mann -l’autore dei Buddenbrook, ma anche il Mann musicofilo e teorico del Doctor Faustus e di certi saggi d’estetica musicale- si leggono anche rimandi ad Hamsun, ombre di Goethe, reminiscenze di Rilke, per tacere dell’ambigua (doppia?) presenza della scrittrice Selma Lagerlöf, del ruolo svolto dalla Commedia di Dante, da Huckelberry Finn, dalla letteratura esoterica ecc.

(4)Dalla narrazione in prima persona con focalizzazione interna a quella in terza persona con focalizzazione zero, dal presente in uso nella parte relativa agli anni ’30 al passato remoto dell’incipit ambientato negli anni ’80 (come a voler riflettere non solo le voci, ma anche i vari modi di raccontarsi propri dei personaggi), dai modi da realismo magico al “semplice” resoconto, dall’inserto epistolare e diaristico all’uso diretto delle citazioni letterarie (penso, per esempio all’uso fatto dei testi di Dante e di Mark Twain) e musicali per far procedere l’intreccio ecc.