:: Un’intervista con Eleonora Giorgi a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2017 by

Giorgi cop_5_aog.inddCiao Eleonora. Grazie per aver accettato questa intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Attrice, scrittrice. Chi è Eleonora Giorgi? Punti di forza e di debolezza.

Sono diventata un’attrice per caso, a diciannove anni, e non immaginavo che quella sarebbe stata la mia professione per la vita, e che mi avrebbe resa tanto popolare. Questo è stato a lungo motivo di indeterminazione e anche di confusione… Fra le tante attività svolte nello spettacolo, oltre che interpretare dei film, ne ho scritti, diretti e prodotti due, ho condotto programmi Tv e radiofonici, ho inciso un disco e fatto delle tournée teatrali, ma è stata la scoperta della scrittura, il dare luogo ad un libro con tutta la relativa, necessaria esigenza di solitudine e concentrazione, a essere stata rivelatoria della mia vera natura, della mia indole riservata e introspettiva: mai quanto in quest’anno e mezzo dedicato alla stesura, infatti, mi sono sentita tanto compiuta e in armonia con me stessa.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

E’ stato necessario scrivere un’autobiografia per raccontare le tante realtà della mia famiglia in parte straniera (mia madre è ungherese, mio padre mezzo inglese)… sarebbe davvero troppo lungo, qui!

Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?

Ho scoperto la lettura a dieci anni, anche per isolarmi dall’allegra confusione dei miei tanti fratelli (siamo cinque). Loro mi prendevano in giro e dicevano che ero lunatica e per questo mi avevano soprannominata Ofelia, in realtà la lettura mi permetteva di evadere dalla realtà e di trasferirmi nei sogni: vivevo immersa costantemente in un romanzo partorito dalla mia fantasia, ricco di riferimenti romantici. La prima lettura è stata il libro “Cuore” e una collana di libri per ragazzi vecchia di decenni ed ereditata dalla casa dei nonni, cui sono seguiti i tanti romanzi per ragazze, come “Piccole donne”. Nell’adolescenza era dilagato il ’68 e avevo scoperto, appassionandomene, la Beat generation. In seguito, e fino ad oggi, ho preso a leggere i tanti romanzi classici russi, inglesi, francesi, austro-ungarici, tedeschi, italiani e molti americani, da Scott Fitzgerald a Hemingway, ma seguo anche la narrativa contemporanea. Negli ultimi anni mi sono appassionata ai saggi storici e alle biografie, e ho scoperto Stefan Zweig, un autore austriaco dell’inizio del secolo scorso dalla produzione consistentissima: nell’ultimo anno ho letto quasi esclusivamente lui. Comunque il mio romanzo italiano preferito è “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un libro dell’archeologo Rodolfo Lanciani, che diresse gli scavi di Roma all’incirca nel 1880: la visione della città antica che ci restituisce è fantasmagorica, eccitante!

Hai da pochissimo pubblicato la tua autobiografia, puoi parlarcene?

Avendo avuto una vita ricca di eventi e trascorsa sotto gli occhi di tutti, divulgata nel corso di decenni da giornali, tv e media, ho sentito il bisogno di raccontare il mio punto di vista delle cose, astenendomi dal formulare giudizi e dal trarne conclusioni, nel tentativo di offrire ai lettori e al pubblico un’occasione di giudizio più appropriata.

A differenza di altre star della musica, della televisione, dello sport che scrivono libri, e sono affiancati molto spesso da ghost writer, tu invece hai scritto il libro in prima persona. Che bilancio ne hai tratto della tua esperienza come scrittrice?

Credo di aver già risposto più sopra: sì, il libro l’ho scritto interamente io ed è stata un’esperienza fra le più belle della mia vita. Alla fine la stesura era molto più lunga del dovuto, e ho dovuto quindi operare delle scelte e rinunciare a interi capitoli… chissà, magari scriverò “Nei panni di un’altra 2”!

Ti piacerebbe continuare a scrivere, magari pubblicando un romanzo o una raccolta di racconti?

Sì, mi piacerebbe moltissimo… Ci penso molto e presto mi deciderò, ma non so ancora verso quale progetto: ne ho in mente un paio, e non ho ancora deciso…

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La magia di entrare come per un incantesimo nella vicenda che stai raccontando, e di viverla col cuore mentre la scrivi…

Sei stata la moglie di un grande editore, quindi conosci il mondo dell’editoria molto meglio e molto più da vicino di molti altri. Cosa pensi ne stia determinando la crisi, il costante calo dei lettori. Avresti dei consigli, delle strade o strategie da intraprendere?

Anche al tempo del mio matrimonio con Angelo Rizzoli il mercato dei libri arrancava, i dati allora raccontavano di un’Italia agli ultimi posti per quantità di lettori nelle classifiche europee. Nell’ultimo decennio la situazione si è aggravata, anche se sussistono best sellers e grandi successi, spesso trainati da grande visibilità televisiva e mediatica. A me sembra che siano i giovani a disertare la lettura dei libri, alle volte sostituita dagli ebook, altre purtroppo trascurata a favore di altri strumenti di informazione e formazione, cercati nel Web.

Cosa pensi dello sdoppiamento Fiera di Torino / Salone di Milano, a breve distanza uno dall’altro. Ci sarà secondo te un arricchimento per entrambi o un indebolimento?

Credo che la moltiplicazione dell’offerta, se di qualità, non possa che giovare al mercato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Gli incontri con i lettori per parlare del mio libro mi appassionano ma richiedono grande energia psicologica, dato l’argomento trattato. Alle volte hanno richiamato molti curiosi, attratti soprattutto dalla mia immagine di attrice: la conquista dei lettori è un lungo cammino di fiducia…

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Il mio rapporto coi lettori è lo stesso che intrattengo col mio pubblico: sono su Facebook, con una bacheca piccola e aperta a tutti: i miei amici possono postare lì tutto quello che vogliono comunicarmi! Fb e i social sono un’occasione straordinaria di contatto diretto col mondo!

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: hai nuovi progetti, un nuovo libro in cantiere?

A marzo uscirà nei cinema “Una famiglia a soqquadro” un film interessante, vivace e anche divertente, dal contenuto estremamente attuale, del regista Max Nardari, nel quale interpreto una donna della mia età davvero sorprendente. A inizio estate gireremo un altro film insieme, e nella prossima stagione tornerò a teatro con un testo americano e contemporaneo che mi ha innamorata. Nel frattempo mi applicherò nella scrittura!

:: Madame Claudel è in un mare di guai, Aurélie Valognes (Newton Compton, 2017) a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2017 by
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Libro delizioso, Madame Claudel è in un mare di guai, (Mémé dans les orties, 2015), della francese Aurélie Valognes. Edito in Italia da Newton Compton e tradotto da Federica Romanò. Si sa i francesi hanno un modo tutto loro di raccontare storie un po’ magiche, leggere, dalle tinte color pastello, in bilico tra la favola e il sogno. Avete presente le atmosfere delicate de Il favoloso mondo di Amelie? Quel non so che, tutto francese, appunto, che non scade però mai nella sdolcinatezza e nella zuccherosità. Madame Claudel è in un mare di guai racconta una storia chiusa nel microcosmo rarefatto di un condominio parigino, al numero 8 di Rue Bonaparte. Protagonista è un arzillo vecchietto, un po’ scorbutico e taciturno, Monsieur Ferdinand Brun, che proprio non ne vuole sapere di finire in una casa di riposo. La figlia Marion è lontana, vive a Singapore con il nipote di Ferdinand, la moglie l’ha abbandonato per il suo carattere ruvido e insopportabile, (scappando con un postino italiano), la solitudine è alleviata solo dalla compagnia di Daisy, un alano affettuoso e intelligente. Ma un giorno il dramma, il cane viene investito e ucciso, e da quel giorno è una lotta fitta, senza esclusione di colpi, contro i condomini, e soprattutto contro la terribile Madame Suarez, la portinaia, che lo odia dal primo momento che l’ha visto per il suo carattere indipendente e ostinato. Ma Monsieur Brun, inaspettatamente trova anche due improbabili alleate, Juliette, una dolce bambina di dieci anni, che ha dovuto crescere in fretta dopo la morta della madre, e Madame Beatrice Claudel, una novantenne arzilla quanto lui e fuori dagli schemi. Ricordate Poupette, la bisnonna di Vic ne Il tempo delle mele, beh un po’ la ricorda per la sua grinta e eccentricità. Una storia, dunque non priva di conflitti, ma tenera e delicata, che ci parla di amicizia, vecchiaia, finanche amore, e lo fa usando personaggi credibili e ben caratterizzati, che subito si guadagnano la simpatia del lettore. Una storia per un pubblico giovane, ma a dire il vero senza età, in cui il bene alla fine trionfa, (il lieto fine è assicurato) in un susseguirsi però di colpi di scena, che vedranno addirittura Monsieur Brun, soprannominato il “serial killer” accusato di omicidio. Ben scritto, divertente, intelligente, in parte spaccato di una condizione sociale reale, il mondo degli anziani (tra partite di bridge, e programmi alla tv), le problematiche dei figli combattuti tra la preoccupazione per la tutela dei loro vecchi genitori, e le legittime esigenze di indipendenza di quest’ ultimi, Madame Claudel è in un mare di guai è un libro che consiglio. Nasce come romanzo autopubblicato, il cui passaparola ha attirato l’interesse di un importante editore come Michel Lafon, diventando in breve un grande succeso editoriale francese. Ora sono curiosa di vedere quale sarà l’impatto in Italia. Esce il 9 febbraio in libreria, ho avuto modo di leggerlo in anteprima.

Aurélie Valognes, si è laureata alla École Supérieure de Commerce de Reims. È specializzata in comunicazione e marketing, e ha lavorato per diverse multinazionali spostandosi tra Svizzera, Francia, Belgio, Paesi Bassi. Attualmente risiede a Milano. Il suo esordio è stato un incredibile fenomeno del selfpublishing, in seguito uscito in Francia per i tipi di Michel Lafon. Negli Stati Uniti è stato pubblicato solo in versione digitale e ha venduto oltre 160.000 copie. In Francia è uscito il suo secondo romanzo dal titolo Nos adorables belles filles. Per saperne di più www.aurelie-valognes.com.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Fieno falciato, Silvia Corsi, (Stampa Alternativa, 2016) a cura di Federica Belleri

6 febbraio 2017 by
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Primo romanzo per Silvia Corsi, scrittrice torinese. Un’indagine per Gioia, che da Parma si sposta a Torino. Un passato di sofferenza e solitudine, che le cambia il carattere. Una dote meravigliosa la sua, di memorizzare dettagli, colori, suoni, odori, numeri e volti, con grande naturalezza. Il suo ingresso in polizia, dopo aver fatto tutt’altro e aver combattuto il sistema con ogni mezzo. L’amicizia con Berto, il Capo, che la considera una figlia della sua professione e la morte di Pietro, figlio di Berto. Equilibri sottili, nell’esigenza di barricarsi dietro una freddezza che non esiste. Lacrime trattenute a fatica. Paura di innamorarsi e il terrore di trovarsi a gestire una vicenda troppo pericolosa.
Torino è protagonista di questo libro, tanto quanto i personaggi che lo animano. Il passato e il presente confusi nei viali e lungo la Dora. I quartieri che hanno segnato un’epoca florida e i locali dove si vive di sballo. Il contatto fra culture diverse, che spesso le vede scontrarsi.
Gioia è impegnata a rivedere le sue priorità,  combattuta fra sentimento e lavoro. Spigolosa e fragile, attenta ma imprevedibile. Un’indagine che si apre a diverse soluzioni. Quale sarà quella giusta?
Scrittura precisa, pulita. Intervallata da passaggi personali, intimi pensieri svelati al lettore, che si sente molto coinvolto. Frasi che esaltano la territorialità della storia, grazie alle espressioni tipiche del dialetto torinese. Trama ben costruita,  ritmo sostenuto. Ve lo consiglio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’autrice e l’Ufficio Stampa Stampa Alternativa.

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:: La famiglia Pickard, Michele Arigano, (Bonfirraro, 2014), a cura di Elena Romanello

4 febbraio 2017 by
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Il regista John Pickard ha avuto un breve e intenso momento di successo, nello spietato star system a stelle e strisce, ma ora si trova in un momento di grave crisi creativa e economica. Per ritrovare se stesso, decide di fare un viaggio lontano dalle grandi città, in quella profonda provincia che nei decenni ha ispirato artisti di tutti i tipi. Il suo errare lo porta a Woodcutterhill, un villaggio dove il tempo sembra essersi fermato, con le case fatiscenti, le strade piene di fango e erbacce, simile ai villaggi fantasma vicini, uno dei tanti lasciti della conquista dell’Ovest americano, ma abitato da una comunità che ignora il resto del mondo così come il resto del mondo ignora Woodcutterhill.
In ogni caso, John Pickard rimane colpito dal luogo, così diverso da quelli a cui è abituato, senza tecnologia e con ritmi che all’apparenza sembrano meno frenetici, e lì scrive un nuovo film, coinvolgendo anche l’amico sceneggiatore Mark Thomas, con cui torna poi per girare il suo nuovo lavoro. Ma a questo punto le cose si complicano, perché i due scoprono cosa c’è dietro Woodcutterhill, un’antica maledizione che porta le persone ad arrivare lì e a non riuscire più ad andare via, oltre che storie cupe e torbide di abusi e morti. Con loro ci saranno sette ragazzi, giunti lì in un momento di difficoltà, che accetteranno di collaborare alla lavorazione del film, con esiti però via via sempre più terrificanti, perché Woodcutterhill ha dentro di sì qualcosa di diabolico che rende schiavi, e il beneficio che John Pickard ha avuto in partenza si trasformerà in una trappola terribile.
L’italianissimo Michele Arigano si confronta in questo romanzo con archetipi della cultura popolare e non solo americana (tra le righe non c’è solo Stephen King ma anche Faulkner e Steinbeck) in uno dei generi più emblematici e inquietanti della contemporaneità come l’horror. Le pagine del libro ripercorrono i percorsi di un genere, da Lovecraft in poi, con l’arrivo dello straniero nel luogo che non conosce, spinto da un desiderio impellente del momento, l’incontro scontro con la realtà esistente e il risultato del conflitto, creando un crescendo di suspense dove Woodcutterhill diventa un emblema di circolo chiuso e spaventoso, un microcosmo che tutto ingoia, inquietante come i luoghi di Stephen King, luogo antico e pericoloso, rassicurante solo all’inizio.
Il risultato è un romanzo avvincente, interessante, agile come dimensioni, in cui gli appassionati di horror potranno assistere ad una nuova discesa agli inferi dell’animo umano secondo uno schema che a prima vista può apparire appunto come già sentito ma che funziona sempre. La famiglia Pickard, un titolo che anticipa un finale agghiacciante (ma se non si legge il libro non si capisce) è interessante comunque anche per i non patiti del genere, in un momento in cui da oltreoceano, luogo da sempre di frontiera e di incontro tra diversità, giungono notizie non certo rassicuranti.

Michele Arigano è nato nel 1979 ad Halle, in Belgio, ma si è trasferito a cinque anni a Enna, in Sicilia, dove risiede tuttora. La famiglia Pickard è il suo primo romanzo.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa, si ringrazia Bonfirraro Press.

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:: 500 mila visualizzazioni!

3 febbraio 2017 by

cakeLo so è abbastanza infantile festeggiare le 500 mila visualizzazioni, i blog seri non lo fanno, ma ci sono così poche ragioni per festeggiare, e questo blog mi rende felice, per cui mi sono detta, perché no? E così ecco questo post un po’ bislacco. Che poi 500 mila visualizzazioni non sono poi nemmeno tantissime, spalmate in 5 anni, ma suvvia non sono manco poche. Anzi per me sono moltissime, considerati i libri di cui ho scelto di parlare, di cui abbiamo scelto di parlare, perché non sono sola a poratre avanti questo progetto. Potrei fare meglio, potrei fare di più. Me lo dico spesso, non sono mai contenta. Anche se devo dire ormai Liberi ha vita propria. Ha lettori in ogni angolo del mondo, non solo in Italia. E a loro soprattutto dico grazie, grazie di leggerci in italiano, non tutti sono italiani all’estero (anche se in molti lo sono) molti hanno imparato la nostra lingua perché amano il nostro paese. E questa è una cosa fantastica a mio avviso. Non trovate? Volevo fare un ebook da regalarvi, con il meglio, le cose migliori che abbiamo pubblicato online in questi 5 anni. Ma non so se riuscirò mai a farlo. Magari in futuro, prometto comunque di pensarci. Enjoy, e spero che per il milione non vi siate ancora stancati di seguirci.

:: A Milano arriva ‘Vivo e scrivo’: quando la scrittura incontra la psiche, a cura di Viviana Filippini

3 febbraio 2017 by

1Scrivere per liberare le proprie emozioni e comprendere il proprio io può avere effetto terapeutico. Tutto questo sarà possibile, per la prima volta in Italia, a Milano, da ActsFactory, con “Vivo e scrivo” un per-corso di cura di sé e lavoro sulle emozioni nel quale la scrittura incontra la psiche. ActsFactory è un ente che offre diverse attività creative e riabilitative con esperti e specialisti sotto la supervisione del Dott. Paolo Giovannelli, Psichiatra e Psicoterapeuta, docente presso l’Università degli Studi di Milano.
Tra le proposte per il 2017 “Vivo e scrivo”, un originale e interessante laboratorio di scrittura emotivo/creativa che ha il fine di portare le persone alla riscoperta del proprio corpo come spazio ricco di suggestioni, emozioni, tracce da rinvenire e seguire per la realizzazione di un racconto scritto.
Il corso:
Ogni lezione sarà suddivisa in due parti. La prima dedicata all’ascolto della propria fisicità ed emotività con domande come: Cosa vuole dirci il nostro corpo? Quale storia vogliono raccontarci le nostre emozioni? I partecipanti potranno rispondere a queste domande attraverso esercizi di visualizzazione creativa e tecniche di rilassamento. La seconda parte si occuperà degli aspetti più tecnici ed accademici della scrittura, dello studio del personaggio, della struttura e sviluppo della trama e di tutto ciò che occorre alla costruzione di una storia.
Il laboratorio sarà tenuto Emina Gegic, autrice e drammaturga e da Elena Mearini, scrittrice. Durante i laboratori ci saranno interventi di autori di narrativa contemporanea ed editori che aiuteranno a comprendere meglio l’arte di scrivere.

“ Vivo e scrivo” vuole dimostrare che la parola scritta , se usata con consapevolezza,può farci stare bene.
Il laboratorio è aperto a tutti, le sole prerogative richieste sono curiosità e voglia di riscoprirsi.

Durata del laboratorio: 8 incontri da 3 ore ciascuno, due mercoledì al mese dalle 18 alle 21.
Per informazioni: http://www.wecarepsichiatria.eu;
mail: info@actsfactory.it

:: Il gatto che insegnava a essere felici, Rachel Wells (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

3 febbraio 2017 by
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Torna Alfie, il gatto protagonista de Il gatto che aggiustava i cuori, per un nuovo capitolo della sua epopea di gatto condiviso dagli abitanti di Edgar Road, dove ha trovato la sua casa, anzi le sue case, dove varie peripezie in seguito alla morte della sua anziana compagna umana.
Alfie racconta queste sue nuove avventure in prima persona, mentre vive i problemi dei suoi compagni umani, tra Claire, che vorrebbe tanto avere un bambino che non arriva e Alesky, che ha problemi di bullismo a scuola. Un giorno arriva nella via una nuova famiglia, misteriosa e schiva, che non vuole avere rapporti con il vicinato, e che riempie di sospetto tutti. Con queste nuove persone vive un qualcuno che colpisce subito Alfie, la bellissima gatta Snowball, che però è decisamente scostante e poco propensa a dare confidenza agli altri felini, con inevitabili invidie e dubbi da parte degli amici a quattro zampe di Alfie. Ma Alfie non si arrende e cerca di fare breccia nei suoi nuovi vicini umani, cercando di capire cosa c’è che li angustia tanto, anche perché si è preso una bella cotta per Snowball, anche se lei non lo tratta proprio bene.
Alla lunga, Alfie riuscirà a fare in modo che la nuova famiglia e i suoi vecchi amici riescano ad interagire, e a far emergere la verità su certi comportamenti, non certo da criminali come pensava qualcuno, ma legati ad un fatto triste e non ancora superato del loro passato recente.
Le storie con animali protagonisti hanno una lunga tradizione nei Paesi anglosassoni, basti pensare a titoli come La fattoria degli animali di George Orwell o La collina dei conigli di Richard Adams. Qui l’autrice sceglie un approccio diverso, quello di un universo parallelo di animali che sono visti dagli esseri umani come tali, ma che hanno capacità di relazionarsi e cambiare gli eventi.
Fiaba per tutte le età, la saga di Alfie si legge con simpatia, raccontando microcosmi umani alla fine molto realistici, dove la presenza di un animale domestico è riconosciuta come fondamentale. Un libro essenziale per i gattofili, anche se i puristi potranno notare che lo splendido gattino rosso di copertina non rispecchia il vero aspetto di Alfie, classico grigio tabby. Ma sono dettagli su cui si può sorvolare, con una storia positiva ma non buonista, che mette in pace con il mondo, anche solo per il tempo in cui la si legge.

Rachel Wells vive nel Devon con la sua famiglia, ha sempre desiderato scrivere e ha sempre amato i gatti come animali domestici. Ha combinato queste due passioni nei suoi amatissimi romanzi sulle avventure di Alfie: Il gatto che aggiustava i cuori (Garzanti, 2015) e il suo seguito, Il gatto che insegnava a essere felici.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa Garzanti, che ringraziamo.

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:: Predrag Matvejevic (7 ottobre 1932 – 2 febbraio 2017)

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:: Fine turno, Stephen King (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2017 by
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Dopo Mr Mercedes e chi Perde paga, chiude la trilogia Fine turno, (End of Watch, 2016) edito in Italia sempre da Sperling e Kupfer e tradotto da Giovanni Arduino, con una dedica niente di meno che a Thomas Harris. Piuttosto impegnativa direte voi? Concordo e rilancio soffermandomi sulle ragioni che hanno spinto il Re a giocare coi generi e tentare qualcosa che inevitabilmente scontenterà alcuni e deluderà altri: unire l’ hardboiled classico all’ horror (certo molto sfumato, ma presente). Insomma non un gioco da ragazzi. Però c’ era da aspettarselo che Stephen King ci avrebbe provato, è da lui, rientra appieno nella sua “poetica”, nella sua costante evoluzione personale, prima che artistica. Fine turno chiude un cerchio, dà compimento a una storia che poteva avere due derive: una prettamente razionale, riportando tutto ciò di apparentemente soprannaturale a una spiegazione, certa e scientifica; l’altra di stampo nettamente contrario dando alla fantasia campo libero, lasciando il soprannaturale prevalere a costo di deludere chi in un hardboiled vuole i duri fatti della vita, narrati senza ornamenti superflui o trucchi. Dunque che fa King? Prende questi due opposti e ci gioca, lasciando aperta l’eventualità che la tecnologia raggiunga e ottenga cose che apparentemente la ragione ci dice siano impossibili. Il potere della mente è ancora inesplorato, il potenziale che davvero racchiude ancora un mistero, venato dalla consapevolezza che ne usiamo solo una parte, sia nel bene che nel male. Quindi un cattivo come Brady Hartsfield una certa inquietudine la crea per i fenomeni di telecinesi che scatena, la sorta di invasione nelle psichi altrui, la sua capacità manipolativa, ampliata (forse) da medicine sperimentali date a lui come cavia non sappiamo quanto inconsapevole. Ho visto di recente un film Limitless, a sua volta tratto da un romanzo, Territori oscuri, dello scrittore irlandese Alan Glynn, e sicuramente chi li conosce sa di cosa parlo, quando mi accosto alle suggestioni fantasiose di sostanze che alterano i normali processi celebrali ampliandoli o distruggendoli. E ammettiamolo la materia affascina e spaventa, più degli omicidi mascherati da suicidi di cui il romanzo abbonda. Per non parlare degli Zappit, console portatili, porte del male, veicolo di messaggi subliminali letali, sotto le innocue apparenze di giochini elettronici. E il fatto che molti giovani e adolescenti (ma anche adulti) siano schiavi di smartphone, telefonini, tablet e quant’altro, non è fantascienza e quasi King sembra metterci in guardia. A modo suo, con le sue tortuose spire. Nelle note finali ci piazza anche il numero da chiamare per la prevenzione del suicidio, male reale, causa di innumerevoli morti ogni anno, e non solo mero pretesto per trovare materiale per un libro di paura. Come la malattia di cui soffre il protagonista, un’altra piaga inguaribile della nostra società, sempre più evoluta, sempre più tecnologica. Cioè ragioni per cui questo libro ci faccia realmente paura ci sono e esulano dalla bravura di King nel creare quell’atmosfera, quel particolare stato d’animo nel lettore di cui è maestro. Il nostro eroe Bill Hodges, e la sua fida assistente e socia Holly Gibney, (interessante personaggio femminile affatto scontato), insomma lottano contro forze soverchianti, contro un nemico che a rigor di logica dovrebbe vincere, anzi stravincere e spazzarli via. Più il nemico è potente, e più il valore dei buoni spicca e brilla di luce propria, sembra dirci King, e infondo come possiamo dargli torto? Malinconico il finale, ma infondo non poteva essere diverso, senza volere prevedere risurrezioni da soap televisiva. Una porta chiusa a doppia mandata. Non il classico lieto fine, ma qualcosa che ci va molto vicino.

Stephen King, il maestro dell’horror è nato a Portland, nel Maine, nel settembre del 1947. Il padre, ex capitano della Marina Mercantile durante la Seconda Guerra Mondiale, scompare due anni dopo la nascita di Stephen, e la famiglia King, è costretta, per il lavoro della madre, a spostarsi tra Maine, Massachusetts, Wisconsin, Indiana, Illinois e Connecticut.
Oltre all’abbandono del padre, l’infanzia di King è segnata da un altro evento tragico: a soli quattro anni, assiste alla morte dell’amico, travolto da un treno mentre i due giocano sulle rotaie. Il piccolo Stephen torna a casa sconvolto ma senza ricordare nulla.
A partire dai primi anni delle elementari inizia a leggere da solo tutto ciò che gli capita tra le mani; è di questo periodo anche il suo primo racconto. Anni dopo trova nella soffitta della zia i libri del padre, amante dei racconti di Edgar Allan Poe, H.P. Lovercraft e Richard Matheson. Nel 1962 comincia a frequentare la Lisbon Falls High School e poco dopo viene contattato per lavorare al Lisbon Enterprise, settimanale di Lisbon.
Studia letteratura presso l’Università del Maine, dove tiene una rubrica sul giornale universitario. Per pagarsi gli studi, King lavora e vende alcuni suoi racconti. Nell’estate del 1969 conosce Tabitha Jane Spruce, giovane poetessa e laureanda in storia che diventerà sua moglie due anni più tardi. Conseguita la laurea, comincia ad insegnare lettere in una scuola superiore.
Il successo, e la prima vera pubblicazione, arriva con Carrie nel 1974, che supera il milione di copie vendute. Le notti di Salem (1975) e Shining (1977) riscuotono ancora più successo, con i rispettivi tre milioni e quattro milioni di copie vendute. Nel 1970 nasce la figlia Naomi Rachel e due anni dopo il figlio Joseph Hillstrom.
Due eventi tragici colpiscono lo scrittore negli anni a seguire: lo scrittore comincia ad avere seri problemi di dipendenza da alcol e droga, da cui uscirà solo dopo un processo di disintossicazione durato più di un anno. Nell’estate del 1999, inoltre, durante una passeggiata King viene travolto da un’auto subendo pesanti traumi. Sottoposto a numerosi interventi, ci vorranno mesi prima che King si riprenda totalmente.
Nell’arco della sua carriera, Stephen King ha venduto oltre 500 milioni di copie e dai suoi libri sono state tratte oltre 40 pellicole cinematografiche.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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:: Al Sassofono blu, di Serena Venditto (Homo Scrivens, 2016) a cura di Federica Belleri

2 febbraio 2017 by
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Napoli. Profumi, odori, vita, passioni. Quattro amici che vi invito a scoprire piano piano. Samuel, Ariel, Kobe e Malù. Diversi ma uniti. Sconclusionati ma con una certa logica. Fra di loro un bellissimo gatto nero, dagli occhi verde smeraldo, Mycroft; l’immaginario fratello maggiore di Sherlok Holmes la fa da padrone …
Al Sassofono blu va in scena una cena con delitto. I quattro, pardon, i cinque vengono invitati a partecipare. Purtroppo il locale si rivela il luogo di un reale omicidio, per altro insolito. Malù, dal sorriso contagioso e seducente, ha la passione per l’investigazione, e questo caso è per lei. S’ impiccia, si intrufola dove non le sarebbe permesso, spiazzando anche il commissario incaricato delle indagini. Gli amici poi, sono ormai rassegnati a questa sua attrazione particolare. Sanno che, se Malù si mette in testa una cosa, quella deve fare.
Gli attori della compagnia che ha interpretato l’evento nel locale sono i principali sospettati. Malù scava nel loro privato con furbizia e tatto, ben calibrati. Non le sfugge nulla. Ma chi scava nel passato di Malù per portare la luce ai suoi momenti bui? Chi scava nel passato dei suoi affezionati amici? Fra sorpresa e sgomento anche Mycroft fa la sua parte, intralciando ma fiutando una possibile pista.
Chi ha partecipato a quella maledetta serata ha un passato e un presente. Soffre e ama, come chiunque altro. O forse di più? Vive di coincidenze, di occasioni sfumate, di sospiri soffocati. Chi è in realtà la donna uccisa? Cosa porta con sé? Come si sono intrecciati nella sua vita dolore, amore e morte?
Al Sassofono blu. Il sapore del giallo classico, dove gli indagati vengono riuniti da chi gestisce le indagini, esclusi uno ad uno da un ragionamento preciso, fino a lasciare il vero colpevole al centro del palcoscenico, di fronte a se stesso e alle proprie responsabilità. Il sapore di un’altra storia gialla e amara, che si mescola alla trama principale. Il miscuglio di canzoni, di sorrisi che il quotidiano ci regala. I colori, accesi e ben definiti, e un meraviglioso felino, capace di strappare coccole e tenerezze a chiunque.
Serena Venditto ci dimostra come la sofferenza e il dolore possano rimanere nella nostra memoria, stampati e indelebili. Silenziosi e innocui, in attesa del momento giusto per manifestarsi. E se il dolore arrivasse all’improvviso, quale sarebbe la nostra reazione? Quanto saremmo consapevoli del male che in quell’istante ci viene fatto?
Buona lettura.

Serena Venditto è nata a Napoli nel 1980, un giorno dopo Harry Potter. Ha esordito con una commedia rosa, Le intolleranze elementari (Homo Scrivens 2012), più volte ristampata e da cui è stata tratta una rappresentazione teatrale a cura della compagnia Parole Alate; nel 2014 ha pubblicato la commedia gialla Aria di neve, il primo romanzo in cui compaiono i 4+1 di Via Atri 36 e il gatto detective Mycroft, vincitore del premio della critica Costadamalfilibri 2015, seguito l’anno successivo da C’è una casa nel bosco (Menzione speciale al Giallo Garda 2016).
Ha partecipato all’Enciclopedia degli scrittori inesistenti 2.0 e a Faximile. 101 riscritture di opere letterarie, entrambi editi da Homo Scrivens; cura la rubrica Bar Sport per il sito Napoliclick.it.
Ama i libri e i colori: oltre a leggere e scrivere gialli, ha i capelli rossi, gli occhi verdi e un gatto nero.

Source: libro del recensore.

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:: La lettrice, Tracy Chee (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2017 by
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Nel mondo di Sefia leggere un libro è un atto proibito, i libri sono oggetti messi al bando e la cultura è trasmessa solo per via orale, come forma di controllo anche sulle classi subalterne. Anche se ha solo sedici anni, Sefia ha visto il padre morire assassinato in maniera brutale, è dovuta fuggire con la zia Nin che ha insegnato a cacciare, seguire le impronte e rubare tra mercati e boschi.
Ma un giorno anche Nin viene rapita da qualcuno di potente, che vuole scoprire i segreti che nasconde, e Sefia rimane sola, con un unico aiuto, un oggetto che il padre ha custodito fino alla morte, un manufatto rettangolare che nasconde un potere incredibile e pericoloso, visto che è uno di quei libri vietati in quel mondo.
Con l’aiuto del libro e di un ragazzo che incontra e che nasconde oscuri segreti, Sefia partirà alla ricerca della zia e dei misteri che nasconde la sua vita, in un mondo dove trovano spazio pirati e briganti, giochi di potere e magie, potenti quando partono dalla pagina scritta.
Il fantasy è e continua ad essere un genere amatissimo, non sempre è facile trovare però storie interessanti, soprattutto nei libri che nascono rivolti ad un pubblico di adolescenti, ma non è il caso di questa opera di esordio, ricca di spunti curiosi, a cominciare dal tema di fondo, la proibizione della lettura, che riecheggia un classico della distopia come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Là eravamo in un mondo di un futuro prossimo, con un’evidente critica della realtà del Novecento attualissima ancora oggi, qui siamo in un universo alternativo, dove i libri hanno un potere magico in più e per questo sono temuti, una sorta di merce pericolosa che viene temuta e che gira sottobanco.
Il mondo in cui Tracy Chee porta i suoi lettori è composito e ricco di suggestioni, con echi più di Dumas che di Tolkien, tra avventure di vario tipo e una rilettura fresca dell’archetipo del viaggio che accompagna la narrativa di genere fantastico dalle origini, dall’Odissea in poi. Tra l’altro, La lettrice è il primo capitolo di una nuova saga, come è ormai consuetudine del fantasy, e quindi resta alla fine del libro la voglia di capire come andrà avanti un’epopea in cui spicca un bel personaggio femminile, Sefia, ragazza in cerca di sé e della verità sulle sue origini, ma anche pronta a difendere il potere che le danno i libri.
La lettrice è senz’altro una storia avvincente per i ragazzi, soprattutto per chi è stanco di storielle melense con vampiri e lupi mannari, ma è piacevole e intrigante anche per chi ha un’altra età e magari viene da lunghi anni di letture del genere, che permettono di apprezzare questo nuovo universo parallelo in cui si viene catapultati.

Tracy Chee ha studiato letteratura e scrittura creativa all’Università della California di Santa Cruz e ha conseguito un Master of Arts alla San Francisco State University. Traci è cresciuta in una piccola città con più mucche che esseri umani, e ora si sente a casa in montagna, in mezzo alla natura e alle sue meraviglie. Vive in California con il suo cane. La lettrice è il suo romanzo d’esordio.

Provenienza: acquisto del recensore.

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:: Giuseppe Dossetti. Un itinerario spirituale, Giuseppe Alberigo, Alberto Melloni, Eugenio Ravignani, (Nuova dimensione, 2006), a cura di Daniela Distefano

1 febbraio 2017 by
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Il mio sacerdozio è nato per una scelta non mia, ma di altri, da uno sbocco, che è sembrato coerente, della vita che già conducevo, vita già consacrata nell’intenzione e nella forma, già orante, prevalentemente orante, con un dominio dell’orazione sull’azione, che intrideva, si mescolava nel profondo con la vita di ricerca e di studio…

Giuseppe Dossetti nacque a Genova nel 1913, fu deputato alla Costituente e nella legislatura successiva, si ritirò dalla vita politica per dedicarsi al sacerdozio monastico.
La sua strategia era la non ingerenza della chiesa nelle questioni di natura puramente politica e rispetto assoluto per la chiesa stessa come istituzione divina.
In questo libro che fa tappa nel vissuto di un uomo speciale si ricava linfa da una meravigliosa unità interiore, una lucida razionalità del suo procedere ragionando.
L’Italia di oggi, l’Italia della ritrovata “partecipazione popolare”, della “centralità repubblicana”, della “difesa dei diritti”, deve a Dossetti grande riconoscenza.
Sembra quasi un paradosso, ma è almeno divertente, che sia stato per primo
Il Sole 24Ore – di certo non il giornale della “povera gente” – ad “azzardare l’ipotesi che un po’ più di Dossetti e un po’ meno di realpolitik ci avrebbero riservato anni migliori di quelli che abbiamo vissuto”.
Ma come si sviluppò il suo percorso sociale che poi digradò lentamente verso il sacerdozio monastico?
L’attività pubblica di Dossetti incomincia con un colpo di fiuto, cioè con l’idea che se vuole avere un futuro all’interno della Dc deve “conquistare il Veneto”. E per conquistare il Veneto alla fine del ’45 dedica otto settimane di capillare predicazione repubblicana itinerante all’interno delle parrocchie, dei gruppi,
dei circoli, delle sezioni democristiane di questa regione.
De Gasperi non voleva che si prendesse posizione sul referendum istituzionale, Dossetti, invece, era convinto che senza una scelta repubblicana non si sarebbe dato un sicuro sviluppo democratico del Paese.
Da dove prese origine l’astio tra questi due giganti?
Lo scontro con De Gasperi non era solo un dissidio fra capi corrente, fra due grandi leader politici, entrambi di enorme statura morale e intellettuale.
I due si distinguevano su un punto fondamentale: per De Gasperi la questione di fondo era quella delle soluzioni pratiche, della empirìa, del concreto, mentre per Dossetti i problemi si potevano affrontare e risolvere solo partendo dal piano dei sistemi e delle istituzioni. Due prospettive diametralmente diverse.
Quale evoluzione si materializzò nelle sue scelte politiche?
La preoccupazione di Dossetti negli anni del primo dopoguerra è stata quella di una linea politica che certamente condivideva e che non gli era per nulla estranea, cioè l’opposizione al Partito Comunista: Dossetti non è mai stato un “criptocomunista”, “un pesce rosso che nuota nell’acqua santa”.
Gli anni successivi furono per lui quelli del silenzio espresso, della tacita lotta contro l’ipocrisia ed il degrado morale.
Mancano oggi figure che possano –  anche solo lontanamente  – accostarsi alla sua sagoma diritta, alla sua levatura spirituale, alla sua umile metafora di vita.
Un esempio però, il suo,  che porta frutto: oggi forse no, ma domani un nuovo Dossetti può farci rivivere il sogno di una fede che non stinge nel nero mare della perversità umana.

Giuseppe Alberigo (1926-2007)  è stato professore emerito di Storia della Chiesa all’Università di Bologna, ha diretto  l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna, fondato da Dossetti.
E’ stato direttore della rivista “Cristianesimo nella storia” nonché titolare della Cattedra Unesco di Bologna Giovanni XIII sul pluralismo religioso e la pace.

Alberto Melloni è professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dirige la Biblioteca G. Dossetti della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna.
Collabora con la Rai e il “Corriere della Sera”.

Eugenio Ravignani. Già vescovo di Vittorio Veneto dal 1983,  è vescovo emerito  di Trieste.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Sarah dell’Ufficio Stampa “Ediciclo- Nuova dimensione”

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