Mi è capitato questo libro tra le mani quasi per caso, non è recentissimo avverto è uscito per la Fanucci nell’ottobre del 2005, ma devo dire che mi sono chiesta come fosse possibile che in tutto questo tempo non abbia mai sentito parlare di Boston Teran. Davvero una rivelazione.
Ma partiamo dall’inizio.
L’abisso della solitudine è innanzitutto la storia di una vendetta, la vendetta di un uomo John Victor Sully, sceriffo anonimo della contea di Los Angeles, che per ironia del caso finisce al centro delle macchinazioni di una banda di criminali che prima costruiscono delle prove a suo carico e poi lo vogliono morto. Ad occuparsi dell’incarico mandano un killer spietato, crudele, fatto di anfetamine, una donna Dee Storey che decide di portare con se la figlia tredicenne Shay per insegnarle cosa significa uccidere.
Ma tutto non va come previsto.
Sully è un osso duro, pure se sopraffatto, ferito, sepolto nel deserto, trova la forza di emergere dalla sua tomba, di sopravvivere. Comunque non potendo discolparsi dall’accusa di colpe non commesse decide semplicemente di sparire, attendendo il momento per vendicarsi e riscattare il proprio nome. L’occasione gli arriva undici anni dopo quando il destino riporta sulla sua strada sia Dee Storey, che sua figlia, ma questa volta le cose andranno diversamente, Sully ormai ha cambiato nome si fa chiamare Victor Trey, tutto è cambiato tranne gli abissi più oscuri del cuore umano pronti a sanguinare rabbia e disperazione.
L’abisso della solitudine è una scheggia impazzita tra il pulp e il noir, la storia di una vendetta con personaggi sopra le righe e bizzarri che difficilmente si dimenticheranno. I dialoghi sono acidi, fulminanti, pieni di feroce ironia. La solitudine e soprattutto la violenza filo conduttore di tutta la storia è descritta quasi al rallentatore in un montaggio di immagini iperrealistiche e sgranate. Non c’è redenzione ne possibile riscatto, tutti i personaggi sono vinti e battuti e in questo l’anima noir del libro accresce la tensione creata magistralmante e alimentata da uno stile diretto, allucinato, al vetriolo, pieno di accelerazioni, di scoppi improvvisi.
L’abisso della solitudine di Boston Teran Collana Dark , Fanucci Editore, pag. 463 , traduzione di Umberto Rossi.
Boston Teran è lo pseudonimo di uno scrittore statunitense. È nato nel South Bronx, a New York. Vive a Los Angeles. È diventato famoso con il suo primo romanzo “Dio è un proiettile”, (“God is a Bullet”, 1999) un thriller noir, crudo e spietato ambientato nella California della fine del XX secolo. Teran ha vinto importanti premi tra cui il premio “Winner of the 1999 Stephen Crane Literary First Fiction Award” per il suo primo romanzo “God is a Bullet”. Ha ottenuto anche delle nomination in altre competizioni letterarie
Domarő è un luogo che non è tracciato sulle carte nautiche, una piccola isola a nord di Stoccolma, vicino alla terra ferma, al limite del mare aperto, un angolo misterioso di Svezia fatto di ghiaccio e neve. A Domarő si erge il faro di Gåvasten che domina il villaggio vecchio, il piccolo porto, la cappella, la campana che avverte dell’arrivo delle tempeste. Tutto è pace e bellezza a Domarő, un rassicurante luogo in cui portare la famiglia in gita e Anders, Cecilia e la piccola Maja sono una famiglia, una famiglia felice piena di tenerezza e calore. Poi un giorno di febbraio un avvenimento inspiegabile giunge inatteso a rovinare la pace, a frantumarla come uno specchio in tante schegge scintillanti. Anders, Cecilia e Maja escono per fare una piccola gita fino al faro di Gåvasten, il vecchio faro di pietra simbolo solitario dell’isola. Avevano aspettato tutto l’inverno una giornata luminosa e serena come quella per andarci. Il vento si era placato, la neve scintillava ovunque in un accecante biancore e nessun pericolo sembrava dare pensiero. Il ghiaccio sotto gli sci era spesso, il cielo terso e rassicurante. Ad attenderli la porta del faro è aperta, possono entrare e visitarlo. Salgono la scala che porta al riflettore, il cuore del faro, le pareti circolari sono interamente in vetro, sembra di essere sospesi nel cielo e da li il panorama è mozzafiato. Maja con gli occhi e le mani schiacciate contro il vetro indica qualcosa sul ghiaccio, qualcosa che solo i suoi occhi possono vedere e un attimo dopo lascia i genitori per controllare la cosa o la persona misteriosa che ha appena visto. Da quel momento la piccola Maja svanisce nel nulla. Anders e Cecilia la cercano ovunque ma sembra quasi che sia stata inghiottita dal ghiaccio, pure le impronte sembrano scomparse. Sembra impossibile ma della bambina non c’è più alcuna traccia. Anni dopo Anders ormai quasi alcolizzato, con un matrimonio distrutto alle spalle, torna sull’isola come ubbidendo ad uno oscuro richiamo, non ancora rassegnato, sempre in cerca della sua bambina. Avvenimenti strani e minacciosi iniziano a costellare la sua indagine, inquietanti presenze popolano l’isola e solo indagando sul suo passato arriverà a scoprire che l’amore è una forza che supera ogni ostacolo e che fa attraversare anche gli abissi del mare e il regno dell’altrove pur di liberare la piccola Maja e riportarla alla realtà. Il porto degli spiriti appena uscito per Marsilio è il terzo romanzo dopo Lasciami entrare e L’estate dei morti viventi, di John Ajvide Lindqvist autore di culto scandinavo che a differenza dei suoi celebri colleghi interessati al poliziesco puro esplora il sovrannaturale con venature horror di notevole impatto emotivo. La trama è semplice si parte dalla scomparsa di una bambina per indagare su gli abissi di orrore e disperazione in cui cala un padre non rasseganato a perderla. Le frequenti incursioni nel sovrannaturale sono così immediate e spontanee che quasi ci fanno dimenticare che stiamo toccando le dimensioni dell’impossibile. Lo stile è limpido, a tratti brillante e poetico seppure utilizza un linguaggio semplice e diretto che ricorda il migliore King. Il protagonista Anders poi raggiunge quasi una dimensione epica nel suo ergersi contro le forze oscure che dominano gli abissi del mare e dell’inconscio. Con apprensione e tifando per lui seguiamo la sua indagine immersi nell’atmosfera inquietante, se non proprio angosciante dell’isola, e arriviamo allo stupendo finale sconcertati e nello stesso tempo avvolti da un che di liberatorio.
Allora mettete “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles in sottofondo e preparatevi a fare un viaggio senza cinture di sicurezza in un fantasmagorico lunapark, bombardati da luci psichedeliche e scintillanti fuochi d’artificio, dove la donna barbuta trova il suo posto tra le montagne russe e il tiroassegno.
In una Mantova cinquecentesca a tinte fosche, culla di intrighi e di delitti, incredibilmente brutale, avida e amorale, si muovono i personaggi de “I leoni d’Europa”(Scrittura & Scritture) romanzo d’esordio della interessante Tiziana Silvestrin, scrittrice mantovana, laureata in lettere, che vive e lavora a Roma. Ciò che colpisce sicuramente è il grande lavoro di ricostruzione storica svolto dall’autrice che ricrea un mondo, quello della Controriforma, fortemente caratterizzato da compromessi, sangue e veleni. La profonda conoscenza dell’epoca permette infatti alla Silvestrin di riportare fedelmente l’isensata intolleranza tra fazioni religiose del periodo, la brutalità, la licenziosità delle cortigiane e dei potenti. Benchè i fatti raccontati siano completamenti immaginari, sono nello stesso tempo basati su solide basi storiche che danno al racconto un acre sapore di verità. Tutto ha inizio il 3 luglio del 1582 all’interno della scura e umida basilica di Santa Barbara dove lo scozzese James Crichton e l’amico Thomas si aggirano furtivi con lo scopo di trafugare un misterioso manufatto. Disturbati dalle guardie devono darsi alla fuga per le vie di Mantova e da questo momento in poi prende il via una storia fatta di oscure macchinazioni e sordidi delitti in cui i giochi di potere dei grandi del tempo si sovrappongono alle meschine avidità e debolezze della gente comune. Il delitto di James Crichton porterà infatti alla luce un intrigo di portata internazionale che implicherà il convoigimento del ducato di Mantova, della Serenissima, di Elisabetta I e del suo temibile e oscuro consigliere Walsingham. Biagio dell’Orso, capitano di Giustizia, sarà chiamato a indagare sulla vicenda e toccherà proprio a lui fare piena luce, a costo di rischi personali, sulle inattese ramificazioni di questo oscuro fatto di sangue solo apparentemente accidentale. Per gli amanti del giallo storico è sicuramente un libro da non perdere, scritto con uno stile sobrio e personale, in cui l’incredibile quantità di informazioni e nozioni non intralcia la trama né sminuisce la suspense. L’investigazione è infatti la colonna portante del romanzo ed è singolare vedere come è portata avanti proprio con gli strumenti investigativi dell’epoca dove l’intuito e la perspicacia suppliscono all’uso delle impronte digitali o alle tecniche avveniristiche alla CSI.
Fino a che punto può spingersi l’arte? Quali sono i confini che separano il lecito dall’illecito, la sete di gloria, di oro, il desiderio smodato di superare se stessi, di trascendere, di sconfinare al di là del possibile? Hao Myung è un chirurgo plastico cinese, un uomo pericoloso, un uomo che vuole trasformare il corpo umano in tante tragiche opere d’arte, forzandone i contorni, violentandone la natura, per accrescere la sua fama, il suo genio, per non avere limiti e imposizioni. Il suo progetto scellerato necessita di un appoggio, di finanziatori che diano concretezza ai suoi vaneggiamenti, di un mecenate, di una struttura che ne gestisca la logistica e Hao Myung è un uomo dannatamente fortunato e li trova, trova Metafisica, un’associazione internazionale che in cambio dell’esclusiva gli permette di creare la sua personale galleria d’arte o meglio dire galleria degli orrori. Hao Myung cerca i suoi corpi tra i suoi pazienti, tra persone che detestano se stesse e cercano il loro vero fine ultimo, la loro essenza. E così è Ester, la splendida e bellissima Ester, che accetta questo patto infernale, accetta di diventare l’opera numero sei. Ma qualcuno non ci sta, i suoi genitori vogliono salvarla, trovarla, riportarla a casa, così Ivan si mette sulle sue tracce, il temibile Ivan, una spia delle spie, un uomo solo contro tutti, ma la sua lotta è impari specialmente perché la ragazza non ha nessuna voglia di essere salvata e vuole sublimarsi, diventare arte. Opera sei, strano libro di esordio di David Riva, è un ibrido, in bilico tra l’horror, la fantascienza, il thriller gotico, il saggio metafisico e ci porta in un mondo alternativo, un mondo dove l’orrore è voce del quotidiano e l’arte una quarta dimensione onrica e distorta. Edizioni XII ama rischiare, scommettere sui giovani, portarci in una terra di nessuno in cerca del fantastico, della meraviglia. Lo stile è crepuscolare, nero, pieno di sublimazioni distorte e tragiche. Si parla di bellezza e di percezione, di un qualcosa di effimero e nello stesso tempo terribilmente reale, di quel demone forse inconscio che spinge l’autore a creare una rivisitazione di Frankestein. Segnalo l’interessante copertina degli artisti di Diramazioni.
Dieci anni fa, sembra ieri ma ormai sono passati già dieci anni, moriva a Marsiglia Jean Claude Izzo e per celebrare questo anniversario Perdisa ha deciso di dedicargli una monografia che inaugura la collana “Rumore Bianco” creata e diretta da Luigi Bernardi. Ogni storia d’amore è unica a suo modo e racchiude sempre qualcosa di tragico perché l’amore è fatto così se è autentico, vero. Conobbi Jean Claude Izzo attraverso i suoi libri e me ne innamorai per una ragione semplicissima non potevo farne a meno. Leggendo Jean Claude Izzo- Storia di un marsigliese della giornalista e scrittrice Stefania Nardini ho provato uno strano senso di deja vu, una fortissima nostalgia e mi sono accorta che le ragioni di un amore possono essere molteplici ma ci accomunano in maniera impressionante. Jean Claude Izzo era un uomo che viveva la scrittura con passione, la stessa passione che metteva nel suo impegno politico o nel suo amore per le donne. “Jean Claude Izzo era un uomo che portava con sé un mistero”. Ecco penso sia questa frase ad avermi dato la certezza che ciò che sfugge alla nostra comprensione è sempre la parte che ci manca e dalla quale siamo inarrestabilmente attratti. Che Jean Claude Izzo sia uno tra i più grandi autori di noir mai esistiti, il padre del noir mediterraneo poco importa, pochi non conoscono la sua trilogia marsigliese composta da Casino Totale, Chourmo – Il cuore di Marsiglia e Solea, e i suoi due romanzi Marinai perduti e Il sole dei morenti a mio avviso il più bello e dolente, ciò che veramente lascia il segno e oltrepassa l’indifferenza e la mediocrità e che Izzo era una persona autentica, con pregi e difetti, che non si mascherava per apparire migliore ne recitava la parte del grande scrittore, del giornalista e del poeta. Era tutte queste cose più molte altre ancora non ostante la sua breve vita, fa rabbia perché il cancro se lo portò via a soli cinquantacinque anni, morendo infatti così giovane lasciò un vuoto, uno strappo triste come una promessa non mantenuta e Stefania Nardini questo l’ha capito e nel suo omaggio, struggente e poetico come una dichiarazione di amore, si allontana dalle solite monografie, o biografie e abbraccia tanti generi diversi identificando l’uomo con Marsiglia la città simbolo per molti versi dell’universo Izziano. Ad impreziosire questo volume, cesellato come uno scrigno, testi inediti e per la prima volta tradotti in italiano dallo stesso Bernardi, tra cui brani delle sue poesie, e le bellissime illustarzioni in bianco e nero di Ivana Stoyanova. Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese di Stefania Nardini Perdisa Pop collana Rumore Bianco, 2010, pagine 174, Euro 14,00
Rosco Duncan è un veterano, ha conosciuto la guerra in Iraq, l’inferno di Fallujah, ha cicatrici invisibili che difficilmente si rimargineranno, ha perso amici, ha partecipato all’operazione Phantom fury per tentare di catturare al-Zarqawi e ha scoperto la faccia più nera di ogni conflitto, l’incompetenza dei propri superiori causa di morti inutili, di tanti sprechi di vite umane. Proprio per questo decide di lasciare i marine e andare a Los Angeles. Anche qui ci sono guerre da combattere e non meno pericolose, la droga è un mercato che cresce ogni giorno, un nemico altrettanto insidioso e pericoloso del terrorismo e così decide di arruolarsi nella polizia di Los Angeles e di entrare nella SWAT il nucleo d’elite super addestrato per combattere il crimine. Ma i fantasmi di Fallujah lo seguono, perché i nemici non sono sempre solo quelli dichiarati, perché la corruzione e il male si annidano dove meno ce lo aspettiamo e spesso ci si trova a combattere per la propria stessa sopravvivenza. In bilico tra l’action bellico e il police procedural, Angeli neri – L’ultimo agguato è un originale esempio dei confini che può esplorare il romanzo d’ avventura. C’è azione, ironia, suspance, adrenalina che scorre a fiumi ed è ricco di particolari tecnici molto realistici che danno al romanzo un valore aggiunto che soddisfarrà anche i palati più fini dei cultori del genere. Di taglio spiccatamente cinematografico ci immaginiamo nei panni di Rosco Duncan un Bruce Willis prima maniera sulle strade di una Los Angeles nera e pericolosa a lottare contro il crimine, un po’ guascone, un po’ eroe, coraggioso, leale, concreto, un personaggio tutto sommato positivo ma non esente da dubbi e umane incertezze anche se l’amarezza non diventa mai cinismo e la violenza non viene mai esaltata fine a se stessa. James C. Copertino riesce ad appassionare e divertire allo stesso tempo, senza mancare di un tocco di originalità che lo differenzia dall’action più grezzo di scuola nordamericana. Leggendolo avrete la sensazione di partecipare davvero alle operazioni, di correre a perdifiato per le vie di Los Angeles con la consapevolezza che dopo tutto il bene è sempre destinato a prevalere. 
In un’altra vita Konrad Jonsson era un giornalista affermato, girava il mondo, era qualcuno, in un’altra vita appunto prima di quello che successe a Baghdad, prima che il suo migliore amico venisse ucciso nel corso di un rapimento. Da quel momento infatti niente più per Konrad è lo stesso, tutto crolla, lascia il giornalismo, cade in depressione, si da all’ alcool diventa l’ombra di se stesso, un quarantacinquenne trasandato con lo sguardo da animale braccato. Ma dato che i guai non vengono mai soli, e quando capitano portano spesso amici, un giorno Konrad riceve una telefonata con la notizia che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati assassinati. Entrambi con un colpo di pistola alla nuca nel capanno degli attrezzi per un apparente rapina a Tomelilla una piccola cittadina nel sud della Svezia, una sparuta comunità nelle campagne dalla quale quasi trent’anni prima Konrad era fuggito. Mai avrebbe pensato di tornarci a Tomelilla la ridente Tomelilla con il vento sotto le ali, di tornare a casa, già nei luoghi della sua infanzia. Tornarci significherebbe fare i conti con il passato che pensava di essersi lasciato alle spalle per sempre, tornarci significherebbe lasciare che il passato ritorni a galla come schiuma sporca. Ma soprattutto significherebbe pensare ad Agnes, sua madre, la polacca, la straniera al tempo in cui essere polacchi era come essere zingari. Una donna dolce dai capelli scuri e gli occhi malinconici di cui non ha neanche una foto e fatica a ricordarne i lineamnti, una donna scomparsa improvvisamente senza lasciare traccia, una donna il cui nome quando veniva pronunciato in casa di Hermane e Signe l’atmosfera si riempiva di imbarazzo e si cambiava discorso. Forse i vecchi ricordi devono rimanere tali ed è un errore disseppellirli, forse Konrad non doveva tornare a Tomelilla ma ora è li come se il destino l’avesse chiamato ad un appuntamento inevitabile. Accolto con ostilità, guardato con sospetto da Eva Strom, l’ispettrice di polizia giudiziaria incaricata di indagare sul caso, Konrad si trova a farsi delle domande. Chi avrebbe potuto fare del male a Herman e Signe che si accontentavano di così poco in questa vita, che non davano fastidio a nessuno? Ma la polizia ha già i suoi sospetti, un movente, Herman e Signe erano ricchi avevano vinto dodici milioni di corone al Lotto e Konrad è uno degli eredi. Si può uccidere per dodici milioni di corone? Certo che si può uccidere se non fosse che un nuovo dupplice omicidio scuote Tomelilla. Due albanesi kossovari sorpresi a rubare in casa del vecchio Tore Tortensson, iscritto ad un partito nazionalista con radici neonaziste, vengono uccisi appunto dal padrone di casa in un atto forse di legittima difesa. Come non collegare i quattro delitti? Forse i due kossovari erano proprio gli assassini di Herman e Signe a cui questa volta era andata male. In città intanto il cuore razzista si risveglia, e in molti pensano che Tortensson abbia fatto bene, abbia agito nel pieno dei suoi diritti, facendosi giustizia da sé. L’atmosfera si fa tesa e l’odio alimentato dalla paura e dalla xenofobia si rivolge contro le famiglie di immigrati capri espiatori ideali a cui addossare la colpa di tutto quello che succede in città. Konrad si trova ad un bivio e ben presto intuisce che c’è un oscuro segreto nel passato della linda e sonnolenta Tomelilla, una colpa collettiva, vergognosa, terribile. Di colpo non ha scelta per capire cosa è successo ai suoi genitori adottivi prima deve scoprire cosa ne è stato di sua madre, indagare sulla sua scomparsa, anche se nessuno a Tomelilla vuole che la verità venga fuori, una verità scomoda, dolorosa, che ha le sue radici nel cuore stesso della comunità, nel suo cuore più oscuro fatto di razzismo e indifferenza, ma ormai Konrad non ha più niente da perdere , deve continuare ad indagare, a scavare nel fango se occorre, per ritrovare sua madre e infondo se stesso. Il bambino della città ghiacciata, annunciato come il più atteso thriller svedese dell’anno, ai primi posti delle classifiche mondiali è senz’altro un buon libro, scritto bene in cui suspance e critica sociale sono dosati per interessare il lettore. L’analisi psicologica è accurata, l’atmosfera di una piccola città svedese di provincia e bene resa. I tempi sono lenti come si addice al giallo scandinavo ma Lonnaeus è abile nell’incuriosire il lettore, nello spiazzarlo, nell’imporgli il suo punto di vista e i suoi tempi. Forse l’indagine poliziesca è solo un pretesto per fare luce sul razzismo nascosto nelle pieghe più oscure della civilissima società svedese, ma questo non è certo un difetto, anzi è un pregio che rende Il bambino della città ghiacciata qualcosa di più di un semplice thriller. A me è piaciuto e molto spero che piaccia altrettanto a voi.
Senza entrare nel merito della questione “Ma l’autore ha vissuto realmente quanto scrive?”, visto che in proposito si sono già espressi giornalisti, critici e lo stesso Lilin (1), personalmente ritengo che “Caduta Libera” possa essere letto come un romanzo di guerra a tinte forti, che può ricordare (mi si conceda l’accostamento azzardato) più le avventure del battaglione disciplinare di Willy “Sven Hassel” Arberg che i Dispacci di Michael Herr…
























