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:: Recensione di Vita dura per le canaglie di Andrè Héléna (Aisara 2010) a cura di Stefano Di Marino

30 agosto 2010

vita dura per le canaglieSembra di vederlo ancora Lino Ventura nei panni di Maurice, simpatica canaglia che per vendicarsi del tradimento della sua ‘bella’ spara a lei e al suo amante, facendo secco anche un altro personaggio che si trova sulla sua strada in piena Parigi occupata dai Nazisti. Disgraziatamente il ganzo della fanciulla è un collaborazionista e l’altro morto accoppato fa parte della struttura spionistica dei tedeschi. Così comincia una fuga disperata verso non si sa bene dove, sempre con la pistola in pugno, coinvolgendo un amico e altri personaggi incontrati per strada. Coincidenze, colpi di scena, un’azione che non si ferma mai e porta il nostro a diventare un sicario per la resistenza. Con una ambiguità personale di fondo che  porta Maurice a camminare sul filo della sua convenienza e il patriottismo scoperto. Conoscevo già Héléna, autore prolificissimo, forse a torto (o magari anche con qualche ragione…) accusato di non star troppo a lambiccarsi sulle trame o quantomeno sulla pagina pur di dar sfogo alla sua creatività. Siamo della stessa gang, alla fine… Scherzi a parte l’ottima traduzione di Zucca, appassionato cultore del filone, rende tutta la canagliesca energia di questa storia che, rispetto ad altre dello stesso autore, ha un respiro (e troverà anche un seguito di prossima pubblicazione… in Il festival dei cadaveri) che le conferiscono un sapore epico. Proprio come quei vecchi film che ci piacevano tanto anni fa… Un modo di scrivere il nero europeo con vigore, passione e una strafottenza buscaglionesca che se la ride di certe correttezze politiche che, oggi, non fanno altro che legare mani e piedi a eroi che hanno bisogno di sganassoni e faccia dura per sopravvivere e appassionare.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

::Recensione di Le maschere della notte di Pieter Aspe

29 agosto 2010

wGiusto per dimostrare che il buon thriller europeo non è fabbricato solo in Svezia vi segnalo una piccola sorpresa proveniente dal Belgio: Le maschere della notte di Pieter Aspe vero e proprio autore di culto nel suo paese addirittura chiamato il Simenon fiammingo. Dal 1995 ha scritto una ventina di polizieschi ambientati a Bruges che hanno per protagonista il commissario Van In un poliziotto decisamente anticonformista e totalmente “politically incorrect”, con così tanti difetti che messi assieme non possono che farlo risultare simpatico. Forse ad alcuni non sarà passato inosservato che Fazi ha già pubblicato di quest’autore altri due titoli Il quadrato magico e Caos a Bruges rispettivamente primo e secondo della serie. Le maschere della notte è il terzo volume pubblicato originariamente nel 1997 con il titolo De Kinderen van Chronos sicuramente sarà apprezzato dai cultori dei polizieschi di impianto classico, dove l’intreccio, l’ambientazione, la ricerca del movente e i personaggi prevalgono sull’indagini alla CSI e l’adrenalina a fiumi. Aspe ha una scrittura piana, posata, un ritmo lento e i colpi di scena, seppure si susseguono di frequente, non danno mai spazio a sprazzi di violenza fine a se stessa. Tutto si svolge con leggerezza e velato humour anche se un pizzico di critica sociale dà spessore ad un genere che troppo spesso può scadere nell’omologazione o nella falsa copia dei classici. E ora veniamo alla trama. Tutto ha inizio con un macabro ritrovamento. Durante i lavori di ristrutturazione di una villetta nella zona residenziale della periferia di Bruges una bambina scavando nel giardino rinviene quel che resta di uno scheletro umano. L’ ignaro commissario Van In incaricato delle indagini si trova ben presto davanti un vero e proprio vaso di Pandora  pieno delle peggiori depravazioni della natura umana e aiutato dal suo assistente Versavel e dalla sua compagna e sostituto procuratore Hannelore Martens in attesa di un figlio, anche se ostacolato in tutti i modi da chi vuole addirittura insabbiare il caso per proteggere la rispettabilità e l’onore di una classe sociale altolocata e viziosa, riuscirà a far luce nel labirinto di intrighi e corruzioni che sembrano anticipare una pagina davvero buia della storia recente della società belga. Ringrazio la gentilissima Azzurra Carriero di Fazi Editore per avermi segnalato quest’interessante libro. Seguirà a breve una nostra intervista all’autore.
Traduzione dal Nederlandese di Valentina Freschi.

:: Recensione di In terra ostile di Philip K. Dick (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010

fanPhilip K. Dick – celeberrimo autore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? da cui è stato tratto l’altrettanto celebre Blade Runner di Ridley Scott- non ha scritto solo opere di fantascienza, anzi con alterne fortune ha cercato anche di fare il grande salto nella cosiddetta letteratura alta. Purtroppo i suoi romanzi vennero spesso rifiutati o acquistati ma non pubblicati. Stessa sorte toccò a In terra ostile (titolo originale In Milton Lumky Territory), piccolo capolavoro già edito in Italia nel 1999 da Einaudi e ora “riscoperto” dalla Fanucci Editore.
Scritto da Dick nel 1958 – ma pubblicato postumo nel 1985 da Dragon Press – racconta la storia di un commesso viaggiatore, Bruce Stevens, per molti versi “figlio” del ben più celebre Willy Loman di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.
Bruce è un perdente. Del sogno americano conosce solo la faccia triste e oscura fatta di viaggi interminabili con la sua Mercury e notti passate in anonimi e pulciosi motel. Senza sogni, ambizioni, progetti, senza mai realizzare nulla trascina i suoi giorni ancora giovane ma vecchio dentro, prigioniero della sua solitudine e infelicità, finché un giorno durante uno dei suoi viaggi, per puro caso, incontra Susan Faine, una sua ex insegnante delle scuole elementari e di colpo la sua vita ordinata e monotona viene sconvolta e sogni e desideri, che sembravano irrealizzabili, divengono possibili.
Susan e Bruce si innamorano e nonostante la differenza di età decidono di sposarsi, ma non hanno fatto i conti con Milton Lumky, vendicativo e ingombrante, anche se a suo modo carismatico, rappresentante di materiale di cartoleria che sentendo invaso il suo territorio, non solo professionale, perseguiterà Bruce fino all’estreme conseguenze.
Ambientato nella sonnolenta provincia americana degli anni ’50, In terra ostile è un viaggio psicologico nelle più profonde pieghe dell’anima di tre personaggi diversissimi tra loro e nello stesso tempo accomunati dal disagio e dall’incertezza.
Per tutto il romanzo predomina una strana claustrofobica inquietudine e un angosciante senso di minaccia che scandisce il tempo con i ritmi del thriller, sebbene di thriller non si tratti. La finta normalità, che si sgretola scrostando anche leggermente la superficie dei comportamenti omologati e consueti, è il vero protagonista di questo libro, in un certo senso bizzarro e non convenzionale.
Sebbene apertamente non sia un libro di fantascienza, molte delle tematiche (fantascientifiche) affrontate da Dick nei suoi libri più famosi qui sono riprese e deformate portando all’attenzione del lettore quanto la realtà possa essere estraniante e “ostile”.
Amaro il lieto fine, ennesima beffa a coronamento di una vita votata al fallimento.
Davvero notevole la traduzione di Daniele Brolli, capace di dare profondità ad un testo che nell’originale americano utilizza un linguaggio elementare e semplice, quasi scarno, come era tra l’altro nello stile di Dick. Dello stesso autore potete leggere La svastica sul sole, Ubik, I simulacri, Cronache del dopo bomba. Traduzione Daniele Brolli.

PHILIP KINDRED DICK nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. Negli anni Settanta esce la sua ultima opera, La Trilogia di Valis, pubblicata da Fanucci Editore in un unico volume. Muore il 2 marzo 1982. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), ScreamersUrla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006). Nel 2008 è uscito il film Next, con Nicholas Cage, tratto dal racconto The Golden Man; mentre I guardiani del destino (2011) trae ispirazione dal racconto Squadra riparazioni. Fanucci Editore pubblica in esclusiva tutta la produzione di Philip K. Dick, considerato uno dei più importanti autori della narrativa americana del secondo dopoguerra.

:: Recensione di Fredda è la notte di Carlene Thompson a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010

1Blaine Avery ha tutto per essere felice: è bella, è giovane, ha un marito facoltoso che la ama, una figliastra adolescente da crescere, una casa bellissima immersa nel verde del West Virginia e può permettersi il lusso di ignorare chi la invidia e al massimo si limita a spettegolare alle sue spalle finché la vita non le presenta il conto e di colpo si trova sull’orlo dell’abisso ad un passo da perdere tutto.
Martin, suo marito, muore in circostanze misteriose, apparentemente si tratta di suicidio ma è impossibile che non si annidi il tarlo del dubbio: e se fosse stata lei a ucciderlo per ereditare l’ingente patrimonio?
Anche la figliastra Robin sembra pensarlo e quando la più cara amica della ragazza Rosie Van Zandt viene trovata morta nella sua proprietà alcuni particolari sembrano avvalorare l’ipotesi che Blaine sia la colpevole e i sospetti sembrano diventare certezze.
E’ questo è solo l’inizio.
Nuovi delitti si susseguono e Blaine non ha alibi credibili, anzi  è sempre nelle vicinanze dei ritrovamenti dei cadaveri, oltre a comportarsi in modo sfuggente come se nascondesse qualcosa.
Solo lo sceriffo Logan Quincey, ancora innamorato di lei dai tempi del liceo, sembra ostinatamente credere alla sua innocenza ed è il solo a fare di tutto per scagionarla trovando il vero colpevole.
Ma Blaine Avery è davvero innocente?
Questo dubbio accompagnerà il lettore fino al sorprendente finale.
Fredda è la notte  seconda opera della talentuosa Carlene Thompson  edito dalla Marcos Y Marcos, è un thriller psicologico singolare e ricco di atmosfera nella raffinata traduzione di Marzia Luppi Cortaldo.
Già edito come Giallo Mondadori n°2835 con il titolo Tutto ha una fine, titolo originale All fall down, unisce al classico mystery un tocco di romanticismo, imbastendo una storia d’amore che stempera la tensione e accresce l’approfondimento psicologico dei personaggi.
Come in un gioco di specchi, false piste si intrecciano accrescendo la suspance e il dubbio sembra giocare una carta importante nello svolgimento della trama incentrata sul classico gioco dell’innocente accusato ingiustamente.
Il finale del tutto inaspettato e sconcertante accresce il fascino di questo piccolo gioiellino.
Dell’autrice potete leggere sempre per Marcos y Marcos In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi e Stanotte sei mia.

Carlene Thompson La “voce nuova” del brivido scrive da quando aveva otto anni, e si vede. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei centouno. Immagina la “scaletta” del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, mentre porta a passeggio due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un “albergo degli animali” a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Romanzi promossi a pieni voti dai lettori, che scrivono pareri entusiastici sui siti di tutto il mondo. Marcos y Marcos ha pubblicato Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte, Il nostro segreto, Ancora viva e Come sei bella stasera.

:: Recensione di Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

21 luglio 2010

Sangue di mezz’inverno di Mons KallentoftLinkoping, cuore della Svezia più profonda, campagna innevata, bucolica tranquillità agreste, sembra di vederla emergere dall’opuscolo pubblicitario di qualche tour operator specializzato in vacanze nei fiordi nordici. L’inverno è freddo a Linkoping e febbraio è il cuore dell’inverno, un inverno in cui la colonnina di mercurio è capace di scendere a distanze vertiginose dallo zero. Il cadavere di un uomo obeso viene rinvenuto nella campagna, nudo, impiccato ad un albero, con evidenti segni di torture. A Malin Fors, giovane e determinata detective della polizia locale con un vissuto tormentato, divorziata, troppa propensione per il bere e una figlia da crescere da sola, spetta l’ingrato compito di fare luce sul caso partendo dallo scoprire chi era la vittima, per poi procedere tra deduzioni e indizi semi ingoiati dalla neve e raggiungere il colpevole, capire le sue motivazioni, fare luce sull’intricato ginepraio che può generare un delitto. Perché le vittime sono indissolubilmente legate ai colpevoli e uccidere è sempre come morire un poco. Uscito il 10 giugno per l’ Editrice Nord, Sangue di mezz’inverno è il libro d’esordio di Mons Kallentoft un talentuoso giovane scrittore svedese che, osannato dalla critica e forte del successo ottenuto in patria con più di 300.000 copie vendute nella sola Svezia, si appresta a diventare un caso editoriale internazionale approdando contemporaneamente in ben 12 paesi europei tra cui l’Italia. Originalità del racconto è che anche i morti hanno voce. Segnalo tra l’altro l’ottima distribuzione, in tutte le librerie che ho visitato la sua copertina rossa era in bella mostra tra le novità. 

Traduttore Alessandro Storti

:: Recensione di Glister di John Burnside a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2010
glister

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Ammettiamolo, leggere Irvine Welsh che scrive: “Glister si colloca mille miglia dall’intrattenimento di massa dei polpettoni polizieschi che riempiono gli scaffali delle librerie ed è una delle più originali e entusiasmanti letture dell’anno” è senz’altro qualcosa che mette curiosità.
Cos’è Glister?
E’ innanzitutto un libro originale, e diverso dal solito, non solo una crime novel, ma un piccolo gioiello che trasmette al lettore un’ansia e un’inquietudine davvero rari. Parte della magia è creata senz’altro dal paesaggio e dall’ambientazione, una città postindustriale, circondata dallo scenario spettrale di un bosco avvelenato. I personaggi si muovono allucinati e straniti, e vagano come anime in pena in un deserto metropolitano, che rispecchia la desolazione che cola come lava incandescente e che come una ruggine sgretola ogni cosa.
L’inquinamento, dovuto ad una fabbrica chimica ormai chiusa, cosparge di un umore di morte ogni cosa, non solo gli alberi, l’aria, l’acqua ma anche l’anima degli abitanti, spettri, più che personaggi, di un dramma gotico senza redenzione o riscatto. Oltre a morire a casua dell’inquinamento, un’altra ombra nera pesa su Innertown. Ogni anno scompaiono, e presumibilmente vengono uccisi, i ragazzi del luogo.
Morrison, l’unico poliziotto di Innertown, invece che indagare sulle loro morti le occulta, e celebra uno strano rito costruendo – un giardino altare – nel bosco nel quale tenta di esorcizzare il suo senso di colpa e la sua debolezza e inettitudine.
Finchè Leonard, un ragazzo con l’hobby della lettura, si improvvisa detective e con l’aiuto degli altri ragazzi inizia a indagare, fino al terribile e sorprendente finale.
Glister, edito nella collana Le Strade di Fazi Editore, è un libro sorpendente; leggerlo è un’ esperienza insolita e sconcertante. John Burnside ha qualcosa in più, un valore aggiunto capace di trasformare un semplice giallo in un libro catartico e senza tregua. Che Burnside sia un poeta, oltre che un romanziere, è evidente dal culto che ha per la parola: ogni frase è cesellata e tornita come un merletto e sprigiona un fascino nero di indubbia suggestione. Poco alla volta si rimane catturati dal fascino ipnotico di questa prosa poetica, e non si può smettere di leggere fino alla fine.

John Burnside è nato nel 1955 a Dunfermline, in Scozia, ed è docente di scrittura creativa presso The University of St Andrews, a nord di Edimburgo. La sua vasta produzione poetica è stata insignita nel 2008 di uno dei più importanti premi di poesia del Regno Unito, The Cholmondeley Award, e la sua raccolta The Asylum Dance ha vinto nel 2000 il Whitbread Poetry Award. Autore di un memoir sul suo drammatico rapporto con il padre ( A Lie about My Fatheter, scelto dallo Scottish Arts Council come Non- finction Book of the Year), un uomo tirannico e violento che per anni ha vessato lui e la madre – tanto da spingere John all’alcolismo e alla droga prima, e più tardi a un temporaneo ricovero in un istituto psichiatrico -, Burnside ha scritto inoltre la raccolta di racconti Burning Elvis (2000) e numerosi romanzi: The Dumb House (La casa del silenzio, Meridiano Zero , 2007), The Mercy Boys (1999), insignito dell’Encore Award, The Locust Room (2001), Living Nowhere (2003) e The Devil’s Footprints (2007), finalista al James Tait Black Memorial Prize 2008 e all’International IMPAC Dublin Literary Award 2009. Glister è stato candidato al Warwick Prize 2009. John Burnside vive a Fife, in Scozia, con la moglie e i due figli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di ¡Tu la pagaràs! di Marilù Oliva a cura di Giulia Guida

5 luglio 2010

“E’ nelle notti senza pietà che devi continuare a ballare.” [Rileggendo “¡Tu la pagaràs!”, M. Oliva]

Gabriele Basilica segue da lontano il contorno accidentato del suo viso. Nascosto in un angolo buio della sala da ballo, lascia scivolare il suo sguardo sul sorriso fiero della Guerrera, sui suoi capelli arrabbiati, sulle cicatrici inchiostrate a dovere che le rigano la pelle come trincee di una terra deturpata, abbandonata da tutti, su cui le piante crescono forti per sopravvivere all’orrore del ricordo. E non ha ancora incontrato i suoi occhi, due diamanti neri, spezzati nel mezzo, lucidati da una passione irrequieta, che non trova tregua. Se non quando pratica la capoeira, arte marziale brasiliana spesso scambiata per una forma di danza. Se non quando balla nelle notti di salsa, lasciando che le sue mani e le sue gambe disegnino traiettorie sempre nuove, sconosciute anche a lei stessa. Mentre il suo corpo si trasfigura, riesce a sentirsi al centro e alla deriva di ogni cosa, perde il contatto con la realtà che la circonda, sente il battito del suo cuore sempre più veloce, che le ricorda che non sarà mai viva come in quei momenti. Perciò si fa dea tribale, fenice immortale, amazzone rapace, grido di guerra. E balla. Sotto il sole artificiale di una discoteca di Bologna, mentre il tempo si scheggia, gli spazi si mescolano, i corpi si sfiorano, i ballerini in pista cambiano maschera, almeno per una sera avranno un altro nome, un’identità diversa, una storia da raccontare che non sia quella della propria vita. E la Guerrera cambia forma: i muscoli si distendono, i tendini si sfilacciano, il sangue diventa elettrico. Elisa è pura energia, Basilica ne è come aggredito. E’ più di una donna, è una forza primitiva, un terremoto delle viscere, è una femmina di lupo. Inavvicinabile.
E intorno a lei si dimena quel bollente e stravagante universo latinoamericano che brucia di gelosie, vendette passionali, amori alcolici usati e poi chiusi a chiave chissà dove. E’ l’unica parte di mondo in cui Elisa sente di potersi liberare dal peso della sua infanzia di orfana, dalle intermittenze grigie del presente, dalle giornate stinte passate dentro la redazione-garage del temibile Torinelli ad accatastare notizie su notizie per la sua sottospecie di giornale locale. La salsa è il regno della “regla de ocha”, la santerìa, la religione africana esportata a Cuba dagli schiavi del continente, con il suo complesso santuario “yoruba” e i suoi numerosissimi “orishas”, divinità immateriali, impercettibili per l’uomo. E’ l’unico luogo in cui Elisa non deve giustificarsi, perché niente del mondo fuori ha importanza lì dentro. Quella è la sua gente, quelle sono le sue divinità. Tra il bancone di Azùk e i divanetti dove sta seduta per ore a chiacchierare con la sua coinquilina Catilina, cartomante e visionaria, vede gravitare sotto i suoi occhi tutta quella vita che non può morire né temere niente fin quando ci sarà musica su cui ballare. C’è El Cubano, il ballerino pugliese che si spaccia per nativo cubano e nasconde la sua ossessione per le donne super- size, Princesa nella sua pelliccia bianca di ermellino, vanitosa salsera dalla pelle bruna divorata dal sole, Manuela, l’insegnante di danza che dirige il locale insieme al dj El Pony, e nonostante abbia già una figlia e troppi anni per non sentirsi sola, non vuole essere messa da parte, deve avere la certezza di riuscire a piacere ancora.

E poi c’è  Thomàs Delgado sulla pista, spietato don Giovanni dei bassifondi, con cui la Guerrera porta avanti da un pò di tempo una relazione di sesso. E poi c’è Thomàs nel bagno, gli occhi forati, due buchi vuoti senza più sangue, infilzati da un oggetto contundente a due lame.
Ed ecco apparire sul luogo del delitto il fedele Mussito al fianco dell’ispettore Gabriele Basilica, personaggio maschile di primo piano in questo secondo lavoro di Marilù Oliva, già presente, seppur come figura di sfondo nel romanzo d’esordio dell’autrice bolognese, “Repetita” (Perdisa Pop, 2009, finalista premio Camaiore), nominato solo attraverso articoli di giornale. Tra le pagine di “¡Tu la pagaràs!” “Basilica assume uno spessore psicologico diverso, a tutto tondo, quello di un uomo che attraversa una profonda crisi matrimoniale e assiste stordito al crollo di tutti i suoi punti fermi. Marilù Oliva riesce a tratteggiare abilmente le debolezze, le insicurezze e il senso d’inadeguatezza di quest’uomo incamiciato, tutto d’un pezzo, che si ritrova catapultato in una dimensione da cui non potrebbe essere più lontano. Imparerà a conoscerne i meccanismi, le dinamiche umane, i rapporti di sangue grazie all’aiuto della Guerrera, valida collaboratrice nel corso delle indagini, ma anche probabile indiziata dell’omicidio di Delgado.
Per il suo secondo romanzo Marilù Oliva sceglie un approccio più diretto, che ben si adatta al ritmo movimentato del  noir d’azione, con uno svolgimento dinamico, denso di avvenimenti, in un susseguirsi di storie sapientemente intrecciate e di incontri-scontri tra i personaggi. Un romanzo, dunque, che si discosta dalla tendenza all’approfondimento psicopatologico, dettata dalla natura stessa del personaggio di  Lorenzo Cerè, ma che permette all’autrice di dar prova di un aspetto diverso della sua scrittura, meno riflessivo e più narrativo, che non lascia spazio all’approssimazione e si accompagna ancora una volta ad un’accurata conoscenza delle ambientazioni e della materia narrativa di cui si sta parlando. Un noir con i crismi, come lei stessa l’ha definito, in cui tutti i personaggi vengono spinti a forza sotto i riflettori in un barbaro faccia a faccia contro la loro imperfezione.

Autore: Marilù Oliva
Editore: Elliot
Collana: Scatti
Pp: 275
Euro: 16, 50

:: Recensione di Salto d'ottava di Antonio Paolacci a cura di Giulia Guida

23 giugno 2010

Giochiamo a riciclare la rivoluzione?” [Rileggendo “Salto d’ottava”, A. Paolacci.]

Secondo quanto attesta Cartesio nel suo Compendium musicae, l’ottava sarebbe il punto di partenza, dal quale per sottrazione si ricaverebbero tutte le dissonanze e consonanze. Infatti essa rappresenta l’intervallo sonoro in cui i gradi vengono ad essere ordinati. Gli estremi dell’intervallo d’ottava sono due gradi diversi tra loro, ma caratterizzati dallo stesso aspetto strutturale che si ripete sempre uguale a se stesso. Il salto d’ottava pertanto, che si presenta in genere nel senso contrario alla linea melodica da cui proviene, consiste nel passaggio da una vibrazione sonora alla stessa identica vibrazione, soltanto più acuta. Met è  un adolescente. Deve avere quattordici, forse quindici anni. Sta tutto dentro la sua felpa nera con la zip, una tavola da skate sopra quattro rotelle malconce per sfidare i propri limiti, abbattere le barriere delle convenzioni sociali. Un paio di All Star piene di buchi, scolorite, mezze scollate, perchè è così che le portano tutti. Altrimenti meglio non portarle affatto. I segni del tempo che passa raschiano contro le suole, fanno a pezzi la tela, ma lasciano intatta la pelle. Anche se Met sente che c’è qualcosa di storto in tutto questo. Che forse le cicatrici non ce le dovrebbero avere i vestiti, ma le persone. Che la rivoluzione non può stare in un paio di scarpe tutte uguali. Che la convenzione da combattere è annodata proprio tra quei lacci, in cui ci si sente così al sicuro, così invisibili, così arrabbiati, tutti assoldati nella fila di un’anarchia giovanilista antistituzionale, a pestare i piedi, abbattere ogni punto fermo, senza pensare a cosa costruire dopo. Destrutturare, fracassare, spezzare, creare distorsioni, tutti allo stesso modo, tutti senza un’idea di come rimontare i pezzi, né la voglia di domandarsi cosa farsene di un ipotetico futuro. E’ un’eventualità che non si mette in conto. Met si fa domande, ma non parla. Continua a camminare alla stessa velocità in questa spirale senza curve, aspettando di cavalcare la rampa giusta, segnando il punto decisivo, per fare quel salto nel vuoto e cambiare il corso degli eventi. Essere lui a scegliere le sue probabilità, le sue ipotesi di futuro, la sua definizione di rivolta. Essere lui lo spartiacque della sua vita, inseguendo sbagli che siano solo suoi,  cambiando livello, dimensione, intervallo sonoro. Riscrivere sopra queste rovine, che si ritrova tra i piedi, una musica del tutto nuova, lontana da etichette pseudo-alternative, senza ripetizioni, ritornelli, strofe fisse. Uscire dal loop di questo revival beat e costruire un mito tutto suo, che non sia riciclato da nient’altro.  Matteo è  un uomo adulto. Deve avere trentaquattro, forse trentasei anni, non riesce proprio a ricordare bene questa mattina. E’ il suo compleanno, così gli dicono i suoi dipendenti. Ma lui non riesce a decidersi. Faccia contro faccia. Lo specchio gli rimanda indietro un riflesso maldestro, un ipotetico presente di cui ha deciso poco o niente. Un divorzio alle spalle, due figli con cui non riesce mai a parlare, una casa di produzione cinematografica regalatagli dal padre- lui che di far cinema non ne aveva proprio voglia, ma chi mai potrebbe dire di no- una casa da soap opera americana in cui sembra un intruso. Lui che si sentiva così storto in tutto quel marcio, quando era ragazzo. In quegli ambienti da salotto pseudo-intellettuale, tra quei discorsi fatti di fumo, tutti a ricercare la parola più difficile, l’inquadratura più sofisticata, il montaggio più cerebrale. Tutti a fare acqua da ogni parte. Ci si era ritrovato dentro fino al collo, così come era piombato nella sua casa a cristalli liquidi. Vestiti, soprammobili, bottiglie di vino sui tavoli. Non si muove niente, tutto è disposto secondo un ordine artificiale, innaturale, finto. Non sembra ci sia abbastanza ossigeno per poterci abitare. Non c’è niente di usato, logorato, poi buttato via. I pavimenti non conoscono il rumore dei suoi passi, sono bianco freddo, senza una mattonella spaccata, senza una palla di polvere negli angoli. Matteo fruga le pareti con gli occhi questa mattina. Cerca disperatamente una macchia, un graffio, una crepa che gli raccontino qualcosa su di lui, che gli indichino finalmente il punto di rottura dove ogni movimento s’è fermato, mentre il tempo ha continuato a scorrere. Quel momento in cui tutta la sua vita è finita per diventare una linea retta, una spirale che si rincorre in tondo, un rivivere situazioni già vissute a diversi gradi di intensità e di consapevolezza, un salto d’ottava, un ciclico rincorrersi di svolte immaginarie, curve apparenti, un gioco di pieni e vuoti, l’inversione di direzione nello stesso intervallo sonoro, da una vibrazione all’altra. Sempre lo stesso suono ripetuto fino all’ossessione, alla paranoia, alla vertigine della monotonia. Met trova un cadavere di un ragazzo in una fabbrica abbandonata, il Rottame.Guarda la morte in faccia, ma non ne parla a nessuno.Matteo deve girare un documentario su quella fabbrica, riprendere il ferro ossigenato delle lamiere di giorno, le storie torbide che si racconta accadano lì la notte.Ora, non avrò  la giusta obiettività o competenza per scriverlo, ma non credo che di teste come quella di Antonio Paolacci se ne trovino molte in giro. Non è solo una prova di talento o di stile, questa sua seconda fatica. E’ una grande prova di intelligenza. Paolacci sa scrivere e soprattutto pensa prima di farlo, cosa che vi sembrerà banale, ma visti i tempi che corrono non lo è affatto. In più pensa con coraggio, tira fuori una salda coscienza critica antigenerazionale, una vitale e brutale  onestà intellettuale, tenendosi lontano dall’etichetta di genere come già aveva dimostrato di saper fare nel suo romanzo d’esordio, “Flemma” (Perdisa Pop, 2007).E soprattutto riesce a dire quello che deve e che vuole dire nei suoi romanzi, senza il bisogno di dirlo al di fuori.
Se non è  roba rara, questa. Fate voi.

:: Recensione di Lick di Lulu Berton a cura di Giovanni Choukhadarian

22 giugno 2010

Lulu Berton, Lick, Venezia, Sonzogno, 2010, 188 pagg., 16 euro

Il sottotitolo di questo esordio narrativo non mente: “commedia erotica in 6 atti”, si annuncia, e giusto quello si legge. Lulu Berton, che sembra un nome finto ma pare non sia, è una giovanotta mezzo italiana e mezzo americana. Qui racconta le paradossali vicende di una ragazzotta di Venezia, trasferita a Londra per scoprire la vita, il mondo e, come pare, soprattutto i fatti dell’amore carnale. Se qualcuno sta pensando a una Melissa P. in salsa leghista, no, non è quello. Berton, di mestiere giornalista chic, è troppo scaltra per un prodotto del genere. No, qui prevale la dimensione umoristica, quando non propriamente comica. La protagonista, che si chiama senza gran fantasia Lola,  fa la spogliarellista nei pub meno consigliabili, poi cambia e diventa richiestissima telefonista erotica, fin che non s’innamora di un chitarrista rock piuttosto sfasciato. Il basso continuo della narrazione è però il vecchio padrone di casa di Lola, fanatico cultore del suo giardinetto, in apparenza burbero come un Mr. Rochester 150 anni dopo, in realtà di un’ingenuità quasi dolce. Lulu Berton lo inserisce ogni tanto, a segnare i cambi di vita di Lola, come fosse lui il faro di una vita così scombiccherata. Le storie di Lola e compagnia sono raccontate con partecipe disincanto e il desiderio anche troppo esplicito di far ridere il lettore. Berton detiene una lingua letteraria disinvolta, adopera a volte similitudini meno che dantesche ma ha buoni tempi comici e usa con discrezione il paradosso, strumento retorico affatto maschile. Siccome l’estate comincia in questi giorni, Lick sembra un buon libro per accompagnare le giornate in spiaggia. Il mare, un lettino e l’ombrellone e un buon libro: non è questa l’estate dei lettori forti?

:: Schegge di Sebastian Fitzek (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

18 giugno 2010

Schegge di Sebastian FitzekBerlino, tardo autunno, giorni nostri. Marc Lucas è un avvocato e assistente sociale, il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri: ragazzi sbandati per lo più abbandonati per strada, drogati, disperati. Marc Lucas ha un dono, è un sensitivo, può avvertire stati d’animo, provare empatia e compassione. Marc Lucas è anche fortunato, è felicemente sposato con Sandra, è in attesa di un figlio, è felice, nulla potrebbe andare meglio, poi all’improvviso la tragedia. A causa di un incidente stardale di cui lui si sente responsabile, Sandra muore e con lei il bambino. La vita di Marc Lucas diventa di colpo insopportabile finchè un annuncio su un giornale non gli ridà speranza, un’ ancora di salvezza alla quale aggrapparsi con tutte le sue forze:

“Avete subito un grave trauma e volete cancellarlo dalla vostra memoria? Allora rivolgetevi a noi tramite e-mail. La clinica privata Bleibtreu cerca volontari per un esperimento sotto stretto controllo medico.”

Marc Lucas senza pensarci manda la mail e viene contattato. Incuriosito, spaventato, pieno di speranza si reca alla clinica Bleibtreu, compila moduli, fa analisi poi all’ultimo non se la sente. Non firma il consenso e torna a casa. Ma qualcosa è cambiato, qualcosa non va. La sua auto non è più parcheggiata al solito posto. Sulla sua porta non c’è più il suo nome. Le chiavi non entrano nella serratura e quel che è peggio quando suona alla sua porta viene ad aprirgli Sandra la sua moglie morta che non lo riconosce. Lo shock è paralizzante. Come può essere posssibile? Ma questo è solo l’inizio. Il suo telefonino è privo di memoria. L’unico numero che ricorda è il proprio, lo chiama e gli risponde Marc Lucas… ma non è lui. Si reca sul suo posto di lavoro e vi trova uno sconosciuto. Disperato raggiunge la clinica Bleibtreu e al suo posto trova un cantiere e una voragine aperta. Cosa gli sta succedendo? Sta forse impazzendo? Più indaga, e più invece di sciogliere i nodi scopre cose ancora più inverosimili: una sceneggiatura che sembra ripercorrere tutta la sua storia e anticipare il futuro, un numero di telefono al quale non può fare a meno di chiamare. Benvenuti nel mondo di Marc Lucas. Benvenuti nel peggior incubo che vi possa capitare dove verità e menzogna si confondono, dove tutto sembra una gigantesca allucinazione e si arriva persino a dubitare di esistere. Ma a tutto c’è una spiegazione, una logica, plausibile, spietata, ogni tassello anche il più isignificante si incastra alla perfezione nel perfetto ingranaggio ideato da Fitzek. Schegge è senz’altro uno dei più avvincenti e spiazzanti thriller degli ultimi tempi. Geniale nel suo esordio, incredibilmente coinvolgente, si legge tutto di un fiato non dandoti il tempo di fare altro. La curiosità ti spinge a giarare le pagine, e a chiederti sgomento, come il protagonista, ma che cosa sta succedendo? Sta tutto capitando solo nella mente del protagonista o i fatti sono reali e poi alla fine si troverà una spiegazione per tutto? I capitoli sono brevi, nervosi, la scrittura è sincopata, travolgente, i fatti descritti agghiaccianti nella loro apparente assurdità. Fitzek con un talento del tutto raro crea un gioco ad incastri senza descrivere in realtà avvenimenti violenti o raccapriccianti la tensione è puramente psicologica, tutto accade nella mente del protagonista e la sua angoscia viene trasmessa al lettore con naturalezza come in un meccanismo di vasi comunicanti.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Maledetta fabbrica AA.VV curatrice Simona Mammano, recensione a cura di Giulietta Iannone

14 giugno 2010

Maledetta fabbrica a cura di Simona MammanoNon capita giorno che non sentiamo per radio, per televisione o leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani notizie di morti sul luogo di lavoro. Contadini schiacciati dai trattori o falcidiati dalla mietitrebbia, operai folgorati dai cavi dell’alta tensione, muratori precipitati dalle impalcature, guidatori di tir coinvolti in incidenti stradali mortali magari reduci da turni estenuanti, senza pause, senza che vengano rispettate le più elementari regole di sicurezza per la salvaguardia dell’incolumità dei lavoratori. Le loro vite sono vite a perdere, ci si indigna, si recrimina ma poi ogni giorno tutto si ripete da capo come da copione. Maledetta Fabbrica – Il lavoro che uccide è un breve saggio che racchiude 5 testimonianze, cinque racconti di importanti scrittori tra cui Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli Jean, Pierre Levaray e Valerio Varesi che narrano in maniera coinvolgente e diretta, senza facili commiserazioni, questa immane tragedia perché la vita umana dei lavoratori in realtà è il bene meno tutelato e le campagne di sensibilizzazione ora in atto sono più o meno che un cerotto su una piaga sanguinante. Cinque racconti ustionanti, privi di retorica che portano all’attenzione una verità scomoda, un nervo scoperto che si vorrebbe ignorare, perché si preferisce ignorare che di lavoro si muore, che spesso le vittime non avevano alcun dispositivo di sicurezza, perché costa comprare caschi, scarpe rinforzate, cavi di sicurezza, è scomodo indossarli, è scomodo controllare che tutti i dispositivi di sicurezza delle macchine siano funzionanti, per una lamentela si può rischiare di perdere il posto di lavoro, non conviene, e il profitto è il vero dio da adorare e in suo nome che non si può perdere tempo ad occuparsi di una cosa così banale ed ininfluente come la vita degli operai. Tanto di disoccupati ce ne sono tanti, gente da sotituire come bullloni in un meccanismo disumano e inarrestabile. Carne da macello, italiana, straniera, più o meno in regola con i permessi di soggiorno alla faccia di tutte le manovre per regolamentare il lavoro nero. Invece di dare dignità a chi sceglie di non essere un delinquente ma più banalmente di lavorare per vivere si preferisce contare i morti, cifre inerti di una statistica, vittime di una guerra silenziosa che nessuno ha mai dichiarato e che non vedrà mai una fine. Da qualche tempo sì attraverso libri e articoli dei medici del lavoro, dei sindacalisti si inizia a denunciare i mali legati al lavoro:” lo stress, la disperazione, i suicidi, le malattie.” Si discute anche sempre di più che il lavoro uccide, ma non è ancora abbastanza. Maledetta fabbrica è un urlo silenzioso che sgomenta e indigna, una goccia di olio nel mare dell’indifferenza ma pur sempre un testo in cui nero su bianco si rivendica il diritto per i lavoratori di non essere numeri dimenticati di una statistica uccisi altre tutto anche dal silenzio. Un libro per riflettere, per arrabbirci, per piangere, per commuoverci, perché chi non ha perso in incidenti sul lavoro un padre, un figlio, un amico, un semplice conoscente? Questo libro è dedicato a loro.

Maledetta fabbrica Autori Vari curatore Simona Mammano Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, collana Senza Finzione, 2010 142 pagine, brossura,  Euro 14,00

:: Recensione di La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2010

Dopo avervi proposto thriller e noir, mie abituali letture preferite, ecco a voi una tenera storia ambientata a Orvieto, idilliaca cittadina umbra, luogo ideale per descrivere le dinamiche della vita di provincia. La libraia di Orvieto edita da Fanucci è la convincente opera prima dell’esordiente Valentina Pattavina, catanese, 42 anni, curatrice dal 1999 con Vincenzo Mollica della serie “Parole e Canzoni” di Einaudi Stile Libero. La Pattavina si avvicina per la prima volta alla narrativa con una storia delicata e divertente, una commedia nera in cui vari generi si intrecciano dando vita ad un piccolo gioiello davvero ben scritto, colto e raffinato. Scrittura minimalista, capitoli brevissimi, quasi schegge cadenzano, questo bizzarro e curioso romanzo che ha per protagonista Matilde una quarantenne single e irrequieta che dopo vari vagabondaggi per l’Italia, si rifugia ad Orvieto sfuggendo al proprio passato e raggiunge un’ oasi di sogno: può fare la libraia, sua grande aspirazione, grazie al vecchio e garbato professor Paolini; incontra buffi e teneri personaggi che l’accolgono come una naufraga e le fanno posto nella loro stretta cerchia di amicizie consolidate dagli incontri del sabato in cui si riuniscono per giovcare a carte, per mangiare piatti tipici umbri e per rinsaldare  una strana complicità che ben presto si rivelerà per lo meno sospetta agli occhi della attenta Matilde; finanche si innamora dell’affascinante e bel Michele, nipote del Paolini. Poi quasi per un gioco del caso emerge dal passato un omicidio irrisolto. Dieci anni prima infatti fu rinvenuto nel bosco il cadavere di un uomo, impiccato ad un albero, in una strana messinscena che apparentemente avrebbe dovuto fare pensare a un suicidio. I carabinieri indagarono svogliatamente facendo sì che le indagini raggiungessero un punto morto. Dieci anni dopo, quando ormai ogni pista sembra perduta e il colpevole vive indisturbato, Michele e Matilde riprendono le indagini e stranamente ostacolati dal gruppo di amici che li circonda, quasi trincerati dietro una fitta trama di silenzio complice, arriveranno finalmente a far luce sulla sconcertante verità.
La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina, Fanucci, Collezione Vintage, 2010, 244 pagine, brossura, prezzo di copertina Euro 16,00.

Valentina Pattavina, editor, è nata a Catania nel 1968. Ha studiato archeologia. Dopo un’intensa attività nel mondo dello spettacolo, nel 1996 inizia a lavorare nell’editoria, ricoprendo diversi ruoli in ambito redazionale. Collabora tra gli altri con Fanucci, Chiarelettere e Einaudi, in special modo con Stile Libero, per la quale dal 1999 ha curato insieme a Vincenzo Mollica la serie Parole e canzoni dedicata ai cantautori. Per Stile Libero ha scritto i libri Non principe, ma imperatore. Storia di Totò, dalla polvere del palcoscenico alle luci del cinema (2008) e La grande anima d’Italia. Alberto Sordi, dal teatrino delle marionette ai fasti del cinema, una monografia su Paolo Villaggio e una su Vittorio Gassman. Per i tipi di Fanucci ha scritto i romanzi La libraia di Orvieto (2010) e La libraia di Orvieto. L’ultima eredità (2011).