Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Un’intervista con Franco Forte, autore di Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2026

Benvenuto Franco, e grazie di avermi concesso questa nuova intervista per parlare del tuo nuovo romanzo storico, appena uscito per Mondadori, incentrato sulla figura di Marco Aurelio. Dopo Cesare, Marco Aurelio; da un condottiero militare a un filosofo. La storia di Roma è piena di imperatori e condottieri molto diversi tra loro, da Claudio, il mio preferito, a Caligola, a Nerone, a Cesare a Marco Aurelio. La storia di Roma è ancora attuale? Che insegnamenti, secondo te sono utili ancora oggi?

Più che la storia di Roma (che per quanto mi riguarda è comunque uno dei periodi più ricchi e affascinanti del passato in generale, sia per gli avvenimenti accaduti sia soprattutto per i protagonisti che hanno attraversato secoli di dominio del mondo) direi che è importante la Storia a 360°, quella con la “S” maiuscola. Per capirlo basta guardarsi un po’ attorno oggi, in Italia, in Europa e nel resto del mondo: quanti errori continuiamo a commettere a livello socio-politico? Quante guerre inutili continuiamo a combattere? Quanta arroganza, quanto bullismo c’è, nelle relazioni internazionali fra Stati e popoli? Tutte cose che sono già state affrontate e superate mille volte, nel passato, ma che oggi sembriamo ignorare, ripartendo ogni volta da zero. Eppure, certi pseudo dittatori d’oggi dovrebbero studiare i loro epigoni del passato, e rendersi conto che se hanno fallito i vari Mussolini, Hitler, Stalin, Napoleone e chi più ne ha più ne metta, prima o poi succederà anche a loro. La Storia andrebbe conosciuta per capire come comportarsi oggi, per evitare gli errori che hanno portato troppe volte gli esseri umani sull’orlo dell’abisso.

Cesare era un conquistatore, l’arte militare veniva prima del governo, era essenzialmente un soldato. Marco Aurelio era in lotta soprattutto con sé stesso. Che parallelismo è possibile tra i due imperatori?

In realtà direi nessuno. Giulio Cesare, come racconto nel mio precedente libro, “L’alba di Cesare – Il romanzo del De bello gallico”, era un uomo proiettato verso la ricerca del potere personale, dell’affermazione assoluta su tutti. La sua visione era molto chiara: rischiare il tutto per tutto – come fece inventandosi condottiero e conquistatore delle Gallie – in funzione di un obiettivo: diventare il dittatore di Roma. Marco Aurelio parte da un assunto molto diverso: lui voleva fare il filosofo, non aveva alcuna visione legata alla crescita del potere personale. Viene coinvolto suo malgrado negli ingranaggi della successione all’impero, e in parte se ne lascia stritolare, rinunciando alle cose per lui più preziose (lo studio quotidiano della filosofia, la donna di cui era profondamente innamorato, la madre che tanto gli era stata vicino nelle varie fasi della sua crescita) per “dovere di Stato”, per poter assolvere a quello che era il sogno di uno dei suoi maestri, Seneca, che sosteneva che non ci potesse essere miglior governante di un uomo saggio, di un filosofo. E dunque Marco Aurelio ha provato a fare questo: essere da una parte l’imperatore, l’uomo più potente di Roma, dall’altra mettere al servizio del popolo, dello Stato, tutto ciò che aveva imparato sulla ragionevolezza, sulla pietas e sulla giustizia, credendo con tutto se stesso che detenere il potere non significasse accrescere il proprio ego, le proprie ricchezze, il proprio prestigio e basta (come mi sembra facciano certi governanti d’oggi, in tutto il mondo), ma mettersi al servizio degli altri. Credo che Cesare si sarebbe fatto un gran risata, di fronte a una considerazione simile.

Il tuo Marco Aurelio appare estremamente moderno, è una tua forzatura, o le fonti storiche ti hanno tramesso questa modernità?

E’ moderno perché incarna tutto quello che i nostri governanti, oggi, sembrano ignorare e disprezzare: l’etica, la morale, la giustizia universale, il senso di appartenenza a una Natura che ci pervade tutti. Tutte cose che ha lasciato scritte e che sono giunte fino a noi, e che non a caso oggi sono raccolte in libri che sono dei veri e propri bestseller. Parlare di buon governo, di giustizia e di rispetto per chi è in difficoltà, non sembra in linea con quello che vediamo tutti i giorni al telegiornale, e lui lo faceva quasi 1900 anni fa. E poi penso ad alcune analogie con quello che succede oggi che sono abbastanza impressionanti. Per esempio, durante il suo impero divampò una guerra feroce fra giudei e palestinesi, che fece oltre 500.000 morti fra gli ebrei, a cui lui decise di mettere fine con l’intervento delle legioni (e chiedendosi perché mai quei popoli si odiassero così tanto, perché fossero così decisi a sterminarsi a vicenda), una situazione che pare ricalcare in modo impressionante quelle che succede oggi a Gaza; oppure la pestilenza che si diffuse in tutto l’impero e che falcidiò decine di migliaia di persone, in un modo molto simile a quanto fatto dall’epidemia di Covid che abbiamo dovuto affrontare qualche anno fa.

Quanto ti è servita l’approfondita lettura delle Meditazioni per creare il tuo personaggio?

In quel libro (io ho la versione intitolata Pensieri, pubblicata dagli Oscar Mondadori) c’è tutto il percorso fatto da Marco Aurelio da bambino fino alla morte sul limes danubiano; lo stesso percorso che nel mio libro ho cercato di ricostruire partendo dalle sue azioni, che anno dopo anno lo hanno forgiato e hanno fatto crescere dentro di lui la consapevolezza che la filosofia non può restare mero pensiero, ma deve potersi esplicare nella vita di tutti i giorni. Il mio è stato un viaggio tormentato ed esuberante, compiuto passo passo accanto a Marco Aurelio, e mi auguro che possa avvenire lo stesso con chi leggerà il romanzo.

Che fonti derivate hai utilizzato, la lettura di quali libri?

Impossibile citarli tutti, ho studiano per anni, attingendo a tutte le fonti storiche disponibili, dai classici antichi fino agli studiosi moderni che hanno verificato le fonti e le hanno sviscerate sotto ogni aspetto. Quando si tratta di Roma antica, per fortuna, i materiali non mancano, ma come sempre durante la fase di ricerca mi imbatto in chicche preziose, che servono a dare spessore alla ricostruzione del periodo che descrivo. Un esempio è il medico personale di Marco Aurelio, quello che lo ha accompagnato fino alla morte, Galeno. Altro personaggio molto legato alla modernità, visto che ancora oggi le preparazioni galeniche sono molto usate in farmaceutica. Galeno gli forniva un preparato antico che aveva rielaborato a suo modo, la Triaca, che conteneva decine di erbe e ingredienti, ma soprattutto l’oppio, aiutando Marco Aurelio a sopportare i dolori che lo devastavano (probabilmente aveva un tumore all’intestino) ma dandogli anche la possibilità, nei suoi deliri onirici, di poter parlare con i suoi maestri del passato, come Seneca, Eraclito, Epicuro.

Marco Aurelio ha incarnato una visione etica del potere, come buon governo, servizio, più che fonte di privilegi personali. Per Roma si può dire ha sacrificato tutto, la sua vita, i suoi amori. Secondo te sul finire della sua vita si è pentito di queste scelte così estreme?

Ho deciso di far partire il mio romanzo con un prologo in cui Marco Aurelio è sul letto di morte, e parla con i filosofi antichi che vede materializzarsi davanti ai suoi occhi a causa dell’oppio contenuto nel preparato che il medico Galeno gli somministrava per tenere a bada i dolori terribili che lo affliggevano. Poi, da lì passo alla sua infanzia, per spiegare come sia arrivato, nel corso della sua vita, all’amarezza, al dolore e alla rassegnazione che il lettore potrà cogliere nelle sue parole, nel suo atteggiamento, in punto di morte. Perché pur essendo l’uomo più potente di Roma, l’imperatore, Marco Aurelio, come dici tu, ha sempre sacrificato se stesso e i suoi desideri, i suoi piaceri, la sua serenità personale, a favore del popolo, dell’impero, di Roma. Il mio tentativo, in questo libro, è stato proprio questo: far capire come abbia fatto, un uomo con un futuro già scritto da altri per lui (dagli imperatori che l’hanno preceduto, dagli dei in cui credeva fermamente, dalla filosofia stessa che studiava), a consumarsi fino a quell’epilogo tragico e doloroso.

Il rapporto tra Marco Aurelio e il figlio Commodo emerge come una delle grandi tragedie del romanzo. Secondo te lo considerò un fallimento personale o una dimostrazione dei limiti del controllo umano sul destino?

Direi entrambe le cose. Commodo era suo figlio, e lui si batté perché diventasse imperatore, seguendo la linea di sangue, eppure… lui era diventato Cesare grazie a una adozione, non certo per linea di successione, e prima di lui lo stesso era accaduto con Antonino Pio, e prima ancora con Adriano. Insomma, si era introdotta da tempo a Roma la consuetudine di dare la corona d’alloro a chi lo meritasse, non a chi potesse ereditarla, e proprio lui, che era il più votato fra tutti a premiare il merito e la giustizia, arriverà a commettere un grande errore: cedere alla lusinga del sangue, della stirpe familiare, e consegnare l’impero a un figlio che si dimostrerà indegno per il ruolo. Credo che questa consapevolezza abbia contribuito, insieme alla malattia fisica e alle tante delusioni patite durante la sua vita, a portarlo prematuramente alla morte.

Nel tuo romanzo dai grande spazio alla figura della moglie di Marco Aurelio, un matrimonio certo imposto dalla ragion di stato, ma se vogliamo questa donna fu piuttosto trascurata dalla storia. Tu le rendi giustizia?

Faustina Minore, così si chiamava la moglie di Marco Aurelio, è stata una donna importante, sotto molti aspetti, dell’evoluzione della personalità e della figura di Marco Aurelio. Impossibile trascurarla. Io credo che le donne, nella Storia antica, abbiano sempre avuto ruoli fondamentali, e mi piace farli emergere, raccontarli meglio che posso, anche se la storiografia ufficiale sembra dimenticarsene, affidando loro solo particine secondarie. Faustina è stata la causa principale dei dubbi che più attanagliavano Marco Aurelio e che riguardavano la sua vita sentimentale, e una vera miniera d’oro per un narratore che deve confezionare un bella storia.

Quali furono i suoi maestri, da chi apprese il rigore morale, la saggezza stoica?

Nel libro ne cito una ventina, credo, perché durante tutta la sua vita Marco Aurelio si è sempre circondato di sapienti, che lo hanno prima guidato, poi affiancato. I più importanti restano Frontone e Giunio Rustico, ma per i più sono solo nomi vaghi, di cui si conosce poco. Eppure ebbero un ruolo fondamentale nella maturazione del pensiero di Marco Aurelio, che poi si è riversato nelle sue azioni, e dunque ho voluto averli sempre presenti nel libro, affidando loro il ruolo che meritavano.

Ci sono progetti di traduzioni all’estero?

Di solito arrivano sempre, ma visto che il romanzo è appena uscito al momento ancora non ho parlato di questo con il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini. Ma lui è bravissimo a promuovere i miei libri all’estero, e di sicuro presto arriverà qualche offerta.

A livello di vendite i libri incentrati sull’Antica Roma hanno un buon riscontro, anche a livello internazionale?

Direi proprio di sì. A dimostrazione di questo c’è il fatto che da anni vorrei tornare a scrivere della Milano del 1500, con i thriller storici che hanno come protagonista il mio Niccolò Taverna, ma… Mondadori pretende che io continui a dare al pubblico ciò che il pubblico vuole, e l’antica Roma è sempre al primo posto!

Dopo Cesare e Marco Aurelio, quale figura della storia romana senti di volere raccontare? O hai altri progetti? 

Sto già lavorando al prossimo romanzo, incentrato su una figura di spicco della Roma antica (eh sì, resto ancora in quell’ambito), che tutti conoscono… almeno di nome, perché poi nell’intimo resta un grande mistero, che cercherò di portare all’attenzione dei lettori l’anno prossimo. Ovviamente, per ragioni di riservatezza (e scaramantiche) non dirò chi è. Ma presto lo si verrà a sapere.

:: Un divorzio perfetto di Jeneva Rose (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

28 gennaio 2026

Un divorzio perfetto riprende la storia dodici anni dopo gli eventi de Il matrimonio perfetto e lo fa, trascinando subito il lettore dentro un universo narrativo torbido, manipolatorio, costruito su relazioni avvelenate e verità piegate a uso personale. Nessuna redenzione né consolazione. Qui impera l’ambiguità morale, labile territorio in cui  nessuno è davvero innocente.

Sarah Morgan torna in scena più sottile e consapevole. Non è più soltanto la brillante avvocata che aveva difeso il marito Adam dall’accusa di omicidio, pagata poi con una condanna capitale e una verità mai del tutto chiarita. Ora è una donna che ha ricostruito la propria immagine pubblica, con una nuova famiglia, una fondazione filantropica e un matrimonio destinato a implodere. Il tradimento di Bob, secondo marito e apparente uomo qualunque, agisce da detonatore emotivo e narrativo, aprendo una frattura che si allarga fino a inglobare il passato. Il divorzio diventa così il perfetto pretesto per riaprire ferite mai rimarginate, riportando sotto i riflettori il caso Kelly Summers e trascinando Sarah in una spirale mediatica e giudiziaria.

L’ambientazione resta quella tipica del domestic thriller americano: case borghesi, uffici legali, stazioni di polizia, tribunali e periferie rassicuranti solo in superficie. È un mondo ordinato, fatto di prati curati e sorrisi di circostanza, dove il male non irrompe dall’esterno ma cresce silenzioso tra le mura domestiche. Jeneva Rose gioca con questa familiarità, la usa come maschera dietro cui far scorrere vendette sottili, ricatti e strategie a lungo termine. Ogni spazio diventa funzionale al controllo, alla sorveglianza, al sospetto.

La trama intreccia tre principali misteri:  la riapertura dell’omicidio Kelly Summers, la scomparsa di Stacy, amante occasionale di Bob, e la morte sospetta di un poliziotto legato alle vecchie indagini. I piani temporali e i punti di vista si alternano con ritmo serrato, mantenendo costante la tensione. L’indagine questa volta risulta più solida e credibile, rispetto al primo romanzo, grazie alla presenza dello sceriffo Hudson e della vice Olson, figure non eroiche ma animate da un autentico desiderio di verità. Anche loro, tuttavia, si muovono dentro una rete di menzogne più grande di quanto si possa immaginare.

Il cuore del romanzo resta Sarah Morgan, magnetico e disturbante personaggio. Fredda, calcolatrice, brillante, incarna una forma di intelligenza predatoria capace di anticipare ogni mossa altrui. La sua fondazione benefica, i gesti pubblici di compassione, persino il ruolo di madre diventano strumenti narrativi, parti di una messinscena più ampia. Attorno a lei ruotano uomini convinti di avere il controllo e destinati a soccombere: Adam prima, Bob poi, entrambi incapaci di comprendere fino in fondo la mente con cui hanno avuto a che fare.

Bob Miller è un antagonista meschino e arrogante, convinto di poter usare informazioni e minacce come leve di potere. La sua progressiva caduta ha qualcosa di grottesco e inevitabile, resa ancora più inquietante dal modo in cui la manipolazione si insinua nei dettagli quotidiani: un localizzatore sull’auto, messaggi ambigui, prove lasciate nel posto giusto al momento giusto. Ogni azione sembra casuale, mentre segue una implacabile logica.

Il ritmo cresce man mano con i colpi di scena che si susseguono con maggiore intensità. Alcuni risultano prevedibili per lettori usi al genere, ma funzionano grazie alla coerenza  e alla progressiva costruzione della tensione. La costante sensazione è quella di assistere a una partita a scacchi giocata su più tavoli, dove ogni pedina crede di poter agire liberamente .

Non tutti i personaggi risultano empatici, anzi. Quasi nessuno lo è davvero. Questa scelta, però, appare deliberata: Il divorzio perfetto non chiede identificazione, pretende attenzione. È un thriller che mette a disagio, solleva scomode domande sul potere della narrazione, sulla giustizia e sull’immagine pubblica. Chi racconta la storia vince, anche quando la verità resta sepolta.

Il finale, cinico e spettacolare, chiude il cerchio lasciando una scia di inquietudine e una porta socchiusa su possibili sviluppi futuri. Sarah Morgan ne esce intatta, forse persino rafforzata, simbolo di un mondo dove l’intelligenza senza scrupoli può riscrivere la realtà. Un thriller oscuro, divertente nella sua ferocia, capace di superare il primo capitolo della serie e confermare Jeneva Rose come abile tessitrice di inganni narrativi. Un libro che intrattiene, disturba e costringe a guardarsi le spalle… soprattutto se si crede di conoscere chi si ha accanto.

Jeneva Rose è un’autrice bestseller del «New York Times» e di «usa Today». I suoi thriller sono stati tradotti in più di trenta lingue e opzionati per diventare film e serie TV. Con la Newton Compton ha pubblicato La vacanza perfetta, Un matrimonio perfetto, La casa dei cadaveri e Un divorzio perfetto. Vive nel Wisconsin con suo marito, Drew, e i suoi testardi bulldog inglesi, Winston e Phyllis. Per saperne di più: jenevarose.com

:: Giorno della Memoria – Una cosa da niente di Mario Pacifici (Gallucci 2025)

27 gennaio 2026

Nel 1938 il regime fascista introdusse in Italia una serie di provvedimenti “In difesa della razza” che colpirono drammaticamente tutti gli ebrei del regno. I cittadini ebrei furono cacciati dalle scuole, dalle università, dall’esercito e dal pubblico impiego, mentre un’infinità di disposizioni vessatorie rendeva la loro vita impossibile in ogni campo. Persero il lavoro, e con esso la sicurezza di un dignitoso sostentamento. Coloro che possedevano aziende o terreni se ne videro spogliati. Furono proibiti anche i matrimoni misti.

Una cosa da niente di Mario Pacifici è una testimonianza essenziale e potentissima, che trova nella sua apparente semplicità la forza più profonda. Il titolo stesso racchiude il cuore del libro: l’orrore della persecuzione nazifascista e della Shoah non nasce solo da grandi gesti eclatanti, ma da una somma di atti minimi, di decisioni “normali”, di indifferenze e obbedienze quotidiane che, una dopo l’altra, rendono possibile l’irreparabile.

Pacifici racconta in dodici racconti avvenimenti minimi e fragili con una scrittura sobria, priva di retorica e di compiacimento emotivo. È una scelta stilistica eticamente forte: l’autore non cerca di scioccare il lettore, ma di accompagnarlo dentro una realtà che si svela proprio nella sua disarmante normalità. Le leggi razziali, l’esclusione progressiva dalla vita civile, la paura che diventa abitudine, fino alla deportazione e al lager, sono narrate come tappe di un processo graduale, quasi “logico”, ed è proprio questo che inquieta di più.

Il valore del libro, in relazione alla Giornata della Memoria, sta nella sua capacità di spostare lo sguardo dalla dimensione astratta della Storia a quella concreta delle responsabilità individuali. Pacifici mostra come la violenza non sia opera di mostri isolati, ma il risultato di una società che accetta, giustifica, minimizza. “Una cosa da niente” è ciò che si dice per tranquillizzarsi, per non prendere posizione, per non sentire il peso morale delle proprie azioni – o delle proprie omissioni.

Altro elemento centrale è il rapporto tra memoria e parola. Pacifici scrive non per vendetta né per autoassoluzione, ma per dovere civile. La sua testimonianza è un atto di resistenza contro l’oblio e contro ogni forma di negazionismo o banalizzazione del passato. In questo senso, il libro non si rivolge solo al passato, ma interpella direttamente il presente: ci chiede di riconoscere i segnali, di non considerare mai “da niente” una discriminazione, un linguaggio d’odio, una rinuncia ai diritti altrui.

In conclusione, Una cosa da niente è un’opera di grande valore morale e pedagogico. La sua forza non sta nell’enfasi, ma nella misura; non nell’eccezionalità del racconto, ma nella sua terribile normalità. Leggerlo in occasione della Giornata della Memoria significa accettare una sfida: non limitarsi a ricordare le vittime, ma interrogarsi sul proprio ruolo di cittadini, oggi, davanti alle ingiustizie che ancora nascono – troppo spesso – da “una cosa da niente”.

Mario Pacifici si è avvicinato alla scrittura nel 2008, vincendo con un racconto sulle leggi razziali il concorso indetto dal Festival della Letteratura Ebraica. Nel 2012 è uscita la sua prima raccolta di scritti brevi Una cosa da niente e altri racconti e nel 2015 Daniel il Matto. Con Gallucci, ha già pubblicato i romanzi storici La pedina e Rachele e Giuditta e l’albo La porta aperta con le illustrazioni di Lorenzo Terranera e dedicato alla storia vera di Ferdinando Natoni, Giusto tra le Nazioni che la mattina del 16 ottobre 1943 trasse in salvo Marina e Mirella Limentani.

:: Una camera tutta d’ambra, Vittorio Orsenigo (Bibliotheka, 2026) A cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2026

“Centoventi casse di ferro: i numeri appaiono chiari al centro di un drappo pesante fatto con il buon velluto del buio”.  Così si legge ad un certo punto tra le pagine del romanzo “Una camera tutta d’ambra” di Vittorio Orsenigo, uscito per Bibliotheka pochi giorni fa. Il libro presenta la prefazione di Sergio Romano, ex ambasciatore italiano in Russia che scrive parole per raccontare quanto quella pietra gialla – l’ambra- sia diventata la protagonista di un vero e proprio giallo storico. Durante la Seconda guerra mondiale, i Nazisti sequestrarono tante opere d’arte e tesori, riportando in Germania quello che ritenevano fosse loro.  Nel corso del tempo molte opere sono state ritrovate, altre no. Tra quelle mai più rinvenute c’è la Camera d’Ambra costruita da un architetto tedesco – lo scultore Andreas Schlüter-  per Federico I re di Prussia, che poi la donò al suo alleato, lo zar Pietro il Grande e alla sua famiglia. L’opera presentava per qualità e caratteristiche la grande maestria creativa degli  artigiani tedeschi  e anche per tale ragione  la Germania di Hitler la voleva riprendere e custodire nel cuore del Reich . I nazisti che fecero? La smontarono nel 1941 dal palazzo di Leningrado in cui si trovava e la portarono a Königsberg, nella Prussia Orientale. Il romanzo è diviso in due parti dove i nazisti e i militari russi dell’Armata Rossa, dai graduati ai soldati semplici, si alternano tra interrogatori, torture (costringere il prigioniero a bere piombo bollente), perlustrazioni e ricerche che  ruotano attorno alla Camera d’ambra, smontata in pochissime ore, collocata in casse poi spedite a destinazione, nascoste e misteriosamente scomparse. Un intreccio denso e particolareggiato che potrebbe essere trasformato in un film tra il giallo, il bellico, nel quale l’arte e i suoi misteri sono il centro della narrazione. “Una camera tutta d’ambra” di Vittorio Orsenigo, scomparso lo scorso anno, è caratterizzata da un intreccio che porta il lettore nel tortuoso agire  dell’essere umano dove la storia e l’arte si intrecciano, rendendo la Camera d’Ambra una vera e propria icona per i suoi tempi e la protagonista principale attorno alla quale ruota l’interesse di tutti i personaggi presenti. Certo è che, come dice lo stesso autore, lui stesso più volte nel tempo mise mano al testo, come per cercare la fine perfetta per un avventuroso fatto storico ammantato, ancora oggi, da forte senso di mistero.

Vittorio Orsenigo (Milano, 1926-2025), regista e scrittore, si avvicina al panorama artistico milanese dell’immediato dopoguerra. Seguendo l’invito di Elio Vittorini, cura un ciclo di letture alla Casa della cultura di Milano presentando una selezione di testi teatrali di Christopher Isherwood, Bertold Brecht e Wystan Hugh Auden, allora poco noti in Italia. Nel 1950 esordisce come regista al Piccolo Teatro di Milano, grazie al direttore Paolo Grassi, con Ubu Roi di Jarry e Le Mammelle di Tiresia di Apollinaire. Ha pubblicato, tra gli altri, con Greco&Greco, Sellerio e Archinto. (fonte sito Bibliotheka)

Source: ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo di Franco Forte (Mondadori, 2026)

25 gennaio 2026

Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo edito da Mondadori nella collezione Omnibus è il nuovo romanzo storico di Franco Forte dopo L’alba di Cesare. Lasciato dunque Cesare, e le sue campagne militari nella selvaggia Gallia, Forte si cimenta con la figura leggendaria di Marco Aurelio, un sovrano saggio, illuminato, moderno, tormentato, capace di incarnare la figura del sovrano filosofo, per cui la giustizia, il buon governo e la verità venivano prima del potere, accettato come un’incombenza anche gravosa e a tratti amara e dolorosa. Un imperatore per cui la pace, il regno delle idee, la rettitudine morale stoica portavano una luce sui compromessi, la violenza, gli intrighi del potere imperiale. Marco Aurelio non era un ingenuo, era ben conscio che il potere si ottiene e si mantiene con la forza, che è inevitabile essere costretti a combattere guerre e battaglie, ma l’accettava con rammarico, come una condanna a fronte di grandissimi sensi di colpa, perchè alla fine la vera battaglia la si combatte con sé stessi per vincere i propri difetti, i propri vizi, le proprie debolezze. La grandezza di Roma era per lui una luce di civiltà sulle barbarie, da conservare e difendere anche a prezzo di grandi sacrifici personali. Per Roma, per il popolo che governava si può dire, Marco Aurelio sacrificò tutto, i suoi amori, i suoi privilegi, finanche sè stesso. Ciò che colpisce maggiormente del Marco Aurelio di Forte è la grande modernità, la capacità di raccogliere un’eredità imponente e anche minacciosa, e conservare se stesso, dicevamo a prezzo di grandi sacrifici ma mai dimenticando che un sovrano è pur sempre un uomo, in balia della malattia, del dolore e della morte. Questa fragilità, questa autocoscienza, questa capacità di accettare i limiti umani danno a questo personaggio una profondità, e una solitudine molto moderna, che traspare in filigrana per tutta la narrazione. Forte con la sua penna affillata, dal respiro classico, ci porta a conoscere un uomo dell’antichità a cui sono stati dati poteri sovrumani, che si è trovato al centro di un impero sconfinato, in cui la sua parola era legge, in cui le sue decisioni erano ordini inderogabili, in cui la vita e la morte dei suoi sudditi erano realmente in balia delle sue decisioni. Marco Aurelio non approfittò di questo potere, non cedette alla tentazione del dominio, ne sentì invece il peso e la responsabilità. Perchè alla fine della sua vita, davanti all’eternità, il destino di tutti gli uomini è il medesimo, interrogarsi sul senso ultimo della vita e sulla sopravvivenza dell’anima. E sul senso del dolore. Quando anziano, nel suo letto, malato, in solitudine, circondato dagli spettri dei grandi filosofi che l’hanno formato non può che ripercorrere a ritroso la sua vita, dall’infanzia, all’adolescenza, alla maturità, e non basta essere imperatori, avere tutto il mondo conosciuto ai propri piedi, un destino comune ci aspetta e scherzo del destino proprio a un uomo saggio come Marco Aurelio spettò un figlio ed erede come Commodo, a ricordargli che ci sono forze e circostanze che sfuggono al nostro controllo, e possiamo affidare il destino degli uomini e degli imperi agli Dei.

Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Scrittore, sceneggiatore e giornalista, per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, L’alba di Cesare, Karolus, Carthago, Roma in fiamme e Romolo, il primo di una serie di libri dedicati ai sette re di Roma.

Source: PDF e libro inviato dall’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Il tiranno di Simon Scarrow (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

19 gennaio 2026

Nel nono anno di regno di Nerone, Roma non è soltanto il centro del mondo conosciuto, ma anche una capitale sul punto di implodere. Simon Scarrow sceglie infatti  un delicatissimo momento storico e lo trasforma nel cuore pulsante di questo romanzo, spostando l’azione dalle lontane  frontiere al ventre molle dell’Impero. L’Urbe diventa un febbrile organismo, attraversato da paure, voci, congiure e violenze represse, dove ogni gesto politico rischia di avere imprevedibili conseguenze.
L’ambientazione è uno degli elementi più riusciti. Scarrow ci racconta una Roma viva, sporca, contraddittoria, lontana da un’idealizzata magnificenza. Le strade brulicano di tensione sociale, le coorti urbane disorganizzate faticano a mantenere l’ordine, il popolo sopporta  con crescente rabbia le arbitrarie decisioni del potere. I palazzi imperiali, con i loro sfarzosi banchetti e i giochi di ruolo tra senatori, prefetti e favoriti, contrastano con gli accampamenti militari, luoghi di disciplina e fatica. È una città divisa tra lusso e miseria, tra apparenza e controllo, pronta a incendiarsi al primo soffio.
Catone dovrà affrontare questo scenario dopo la campagna in Britannia, dopo essersi lasciato alle spalle il fronte aperto per affrontare una guerra più sottile. Il suo ritorno a Roma avrà inizialmente un sapore domestico, quasi illusorio, fatto di affetti familiari e momenti di tregua. Proprio questa parentesi renderà più netto lo stacco con il nuovo incarico, trasformando la sua nomina a prefetto delle coorti urbane in una prova morale oltre che militare. Catone è un comandante esperto, ma Roma lo costringerà a misurarsi con intrighi, ambiguità e compromessi, territori nei quali la spada serve meno della prudenza.
Il personaggio ha ormai raggiunto la sua piena maturità: non è più solo il soldato brillante, bensì un uomo consapevole del peso delle decisioni e delle fragilità del potere. Il conflitto tra dovere pubblico e protezione privata incombe su  tutto il romanzo, regalando consapevole spessore a un protagonista continuamente costretto a scegliere tra ubbidienza e giudizio. La sua integrità lo rende prezioso, ma anche pericolosamente esposto.
Macrone rappresenta l’altra faccia della medaglia. Più diretto, istintivo, legato a una visione del mondo semplice e solida, rimane il punto fermo in un instabile contesto lavorativo. Il suo ritorno al servizio attivo non avrà qualcosa di nostalgico: è invece il naturale ritorno di un uomo al proprio elemento. Il rapporto tra Catone e Macrone, costruito romanzo dopo romanzo, resta uno dei pilastri della serie. La loro fratellanza d’armi, fatta di rispetto, ironia e fiducia reciproca, rappresenta un legame in grado di resistere anche quando il campo di battaglia si sposterà nelle sale del potere.
Nerone incombe sulla trama con la sua costante e inquietante presenza. Scarrow lo tratteggia in precario equilibrio tra genialità artistica, narcisismo e paranoia. Ogni sua decisione appare potenzialmente fatale, ogni favore revocabile da un capriccio. Il suo rapporto con Catone, ambiguo, segnato da ammirazione e diffidenza, contribuisce a mantenere alta la tensione narrativa. Governare sotto un imperatore simile equivale a camminare su un terreno minato. (Per chi volesse capire vedo grandi similitudini con i nostri giorni e l’uomo alla Casa Bianca.)
Dal punto di vista strutturale, il romanzo funziona come un ponte. Le scene d’azione, pur ben costruite e coinvolgenti, richiamano situazioni già viste nella serie, e svolgono il compito di ribadire i temi centrali: disciplina, coraggio, spirito di sacrificio. Il vero cuore del libro risiede nella dimensione politica, nei discorsi sul futuro di Roma e nelle avvisaglie di un cambiamento epocale. Le ombre dell’Anno dei Quattro Imperatori iniziano ad allungarsi, preparando il terreno alla nascita della dinastia Flavia.
Scarrow dimostra ancora una volta grande abilità nel fondere personaggi di finzione e figure storiche, creando un affresco coerente e credibile. Questo capitolo, il ventiquattresimo della serie, non cerca lo shock narrativo, ma lavora per accumulo, costruendo tensione e aspettativa. Il pericolo, stavolta, non arriva da una ribellione lontana, ma cresce silenzioso nel cuore dell’Impero. Ed è proprio questa scelta a rendere l’ambientazione romana così potente: una Roma splendida e marcia, capace di divorare i suoi stessi difensori.
Ne risulta un romanzo di passaggio, forse meno esplosivo, ma fondamentale per comprendere l’evoluzione dei protagonisti e il destino verso cui stanno marciando. Una tappa necessaria, carica di presagi, che rafforza ulteriormente il legame tra Catone e Macrone e prepara il lettore a tempeste ancora più grandi.

Tradotto da Valentina Legnani e Valentina Lombardi.

Simon Scarrow è nato in Nigeria. Dopo aver vissuto in molti Paesi, si è stabilito in Inghilterra. È un grande esperto di storia romana. Il centurione, il primo dei suoi romanzi storici pubblicato in Italia, è stato per mesi ai primi posti nelle classifi che inglesi. Scarrow è autore delle serie Le aquile dell’impero, Roma arena saga, I conquistatori e Revolution saga. Ha fi rmato anche i romanzi L’ultimo testimone (con Lee Francis), Eroi in battagliaLa flotta degli invincibili, Il guerriero (con T.J. Andrews), Nel nome di Roma, La rivincita di Roma, Il tiranno e i thriller Blackout e La notte dei cadaveri. Per saperne di più: www.simonscarrow.co.uk

:: Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa (Bookabook, 2025) a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2026

In una ipotetica e distopica società futura, per arginare la piaga sociale dei femminicidi viene diramata una direttiva che autorizza le donne a uccidere, impunemente, un uomo al mese in caso di pericolo. Servirà a cambiare il tessuto sociale malato di misoginia e maschilismo? È questa la provocazione sottesa al romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa edito nel 2025 da Bookabook, casa editrice in crowdfunding. Se si può uccidere un essere umano in quanto donna, quanto ci si metterà a uccidere un essere umano in quanto uomo? Ma uomini e donne sono davvero simili? O provengono da pianeti diversi come diceva nel titolo il celebre saggio di John Gray? Il breve romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa non dà risposte certe ma apre un dibattito. Certo uccidere non è la soluzione, anche un comandamento biblico lo vieta, ma la provocazione serve ad analizzare in profondità alcune tematiche che spesso affrontiamo con leggerezza. Se pensiamo che nella legislazione italiana il delitto d’onore è stato abolito in Italia solo nel 1981, con la legge che ha eliminato l’articolo 587 del Codice penale, che prevedeva pene ridotte per chi uccideva la moglie, figlia o sorella per difendere l’onore maschile macchiato, si capirà certo che la misoginia è qualcosa di pervicacemente radicato nelle società arcaiche in cui le donne di fatto diventavano proprietà dell’uomo che poteva disporne a suo piacimento. Certo la società sta cambiando, il mondo si evolve, i diritti umani si affermano, ma alcuni privilegi sono difficilmente estirpabili. Ci prova lo Stato, ci provano i singoli individui. Colpisce la giovane età dell’autrice, ma sicuramente fa parte di una nuova generazione, di un tessuto sociale più sano, e più proiettato verso un futuro dove uomini e donne hanno davvero gli stessi diritti e le stesse prerogative. Romanzo breve dicevo, ma scritto bene, interessante e ricco di spunti. 

Giulia Crippa (Bologna, 1995) vive a Milano, dove ha studiato Comunicazione all’Università IULM, e ha lavorato in diversi ambiti, tra marketing, relazioni pubbliche ed eventi. Ha arricchito la sua formazione con esperienze internazionali e ha sempre coltivato la passione per la scrittura, approfondita attraverso corsi di giornalismo e sceneggiatura. Nel 2024 conclude “Un mondo che odia gli uomini”, il suo primo romanzo.   

:: Caro Lucio ti scrivo, Marino Bartoletti (Gallucci 2025) A cura di Viviana Filippini

16 gennaio 2026

25 lettere, una grande amicizia e qualche segreto, ma anche tanti aneddoti animano il libro  “Caro Lucio ti scrivo” di Marino Bartoletti, edito da Gallucci. Nel libro, il giornalista racconta la nascita dell’amicizia con Lucio Dalla, le passioni comuni per lo sport, in particolare per il basket, e tanti aneddoti che permettono al lettore di aver molti particolari e dettagli in più sulla figura di Lucio Dalla, scoprendo anche la sua dimensione umana, quella che non sempre emergeva dai media. Lettera dopo lettera, si conosce quanto è grande il legame tra Bartoletti e Dalla, un rapporto d’amicizia profondo e vero, sincero, che è durato fino alla fine, quando è arrivata improvvisa e inaspettata la scomparsa del cantautore. Oltre allo sport, dalle lettere di Bartoletti a Dalla, emerge, grazie a tanti dettagli e particolari, la dimensione professionale e umana di Dalla. Lucio era un grande maestro, sul lavoro molto esigente con se stesso e anche con i suoi collaboratori, in particolare quelli che per lui erano i “pupilli”, che avevano le capacità, doti e le qualità per poter fare musica anche da soli. Intenso però è anche il Dalla come persona, uomo ironico, con la battuta sempre pronta, ricco di una grande e vasta cultura, capace di passare dal jazz, alla musica classica, ai fumetti con quel bisogno costante e naturale di contatto umano con chi incontrava sul suo cammino. Le lettere di Marino Bartoletti, sono scritti fatti per un amico che non c’è più (anche se secondo l’autore, Lucio, potrebbe essersi nascosto in qualche angolino di Bologna),  un vero e proprio omaggio nero su bianco dal quale affiora una profonda amicizia, non solo consolidata dai tanti interessi e dalle passioni comuni, ma da un legame umano ben consolidato. In “Caro Lucio ti scrivo”, Marino Bartoletti, mette in evidenza la grande personalità artistica, creativa, musicale e umana che animava Lucio Dalla, una persona, un uomo, un professionista, un amico, al quale, come dice l’autore stesso: “Era impossibile non volere bene”.

Marino Bartoletti (Forlì, 1949) è uno dei più celebri giornalisti italiani. È stato direttore del “Guerin Sportivo” e dell’Enciclopedia Treccani dello Sport. È una delle figure televisive più amate dal pubblico e anche un grande esperto di musica. Con Gallucci ha in corso di pubblicazione la serie per ragazzi La squadra dei sogni. I suoi romanzi “adulti” hanno riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica, tanto che La cena degli dei si è aggiudicato i premi Selezione Bancarella, Invictus, Libri d’Ulisse e Samadi, Il ritorno degli dei ha vinto i premi Bancarella Sport e Città di Castello, mentre La discesa degli dei i premi Kerasion e Terre d’Agavi e La partita degli dei il premio Lorenzo D’Orsogna. L’ultimo romanzo, Il Festival degli dei, è dedicato a Sanremo e ha riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica.

Source: inviato dall’editore.

:: “Beato Marco D’Aviano. Marco d’Europa dal Friuli a Vienna per portare la pace” di Don Marcello Bellina. A cura del Comitato Beato Marco per la canonizzazione. (Edizioni Segno) A cura di Daniela Distefano

13 gennaio 2026

La vita raccontata in questo libro, senza configurazioni iperboliche ma con pacatezza e amore, è quella di un predestinato: Marco D’aviano, beato, consigliere, servo di Dio in azione, guaritore, umile nelle sue penitenze, forte nella sopportazione, senza ombre, senza lacciuoli contorti nell’anima, anche quando dovette affrontare la guerra e i suoi inganni. 

Il 17 novembre 1631 nacque ad Aviano da Marco Cristofori e Rosa Zanoni, terzogenito di undici figli, fu battezzato con il nome di Carlo Domenico.

Dal 1643 studiò a Gorizia, nel Collegio dei  Gesuiti; da qui, quattro anni dopo, fuggì col proposito di giungere a Candia, dove Venezia combatteva contro i turchi. Stanco, si fermò a Capodistria e chiese aiuto ai Cappuccini. Nel novembre 1648 entrò nel loro noviziato a Conegliano: diventò Marco d’Aviano e professò i voti un anno dopo. Il 18 settembre 1655 fu ordinato sacerdote a Chioggia. Nel 1672 fu superiore del convento di Belluno e nel 1674 di quello di Oderzo.

Iniziò, intanto, la sua attività di predicatore, soprattutto del Quaresimale. Nel 1676, a Padova, benedetta una monaca inferma da 13 anni, questa d’un tratto guarì: episodio all’origine della fama di taumaturgo di padre Marco, la quale estense i suoi viaggi apostolici. Essi raggiunsero  l’Alta Italia e le attuali Francia, Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Boemia, Slovacchia, Slovenia, benedetto dalle popolazioni che il cappuccino riavvicinò in massa a Dio con la proposta dell’Atto di dolore perfetto: apostolo di Misericordia!

Giunse alla corte di Vienna, intrattenne stretti rapporti con l’imperatore Leopoldo I, divenendo suo fidato consigliere.

Il 12 settembre 1683, in qualità di legato del papa, il beato Innocenzo XI, fu presente a Vienna assediata dagli Ottomani: pregò offrendo la vita per la liberazione della città.

Riforma religiosa o militare

Da tempo nominato dal Papa “missionario apostolico” padre Marco si mise subito all’opera. Riordinò l’assistenza spirituale all’esercito, ravvivò nei soldati l’ideale per il quale combattevano. Li infervorò con la certezza che Dio era con loro, che li avrebbe aiutati. Li esortò a vivere una vita cristiana e a purificare le loro coscienze col pentimento sincero.  Finalmente li predispose alla confessione, alla comunione, all’Atto di dolore  e alla benedizione papale. Poi mise mano alla riforma dell’esercito imperiale. Grazie a Dio, il comandante supremo, il duca di Lorena, non fu solo valente generale; fu anche un uomo retto e un vero cristiano. Padre Marco ne ebbe grandissima stima e lo appoggiò sempre. Non gli riuscì difficile, poiché ebbe il diritto di partecipare ai consigli di guerra, d’intervenire con autorità nella discussione dei piani di battaglia..

Ma le armi di padre Marco si distinguevano perché colpendo al cuore ne facevano sgorgare fiumi di amore e riconoscenza.

Degna di ammirazione nel santo fu la preminente pietà, che si traduceva in una singolare capacità di coinvolgere e quasi travolgere, gli uditori, in forza dell’amore di quell’ ignudo  Crocifisso che padre Marco brandiva come un’arma decisiva, sino a farli commuovere e piangere. A farli piangere su di sè e sui propri peccati, a somiglianza di quanto il Cristo aveva fatto sulla via della croce con le donne di Gerusalemme. Anche nella fitta trama delle relazioni e delle iniziative che possono sembrare più propriamente politiche, apparve preminente la sollecitudine e operante l’intenzione di padre Marco verso gli aspetti spirituali, morali, formativi.

Si diceva che era stato anche uomo d’azione, come può esserlo un Santo che serve il Signore con i propri mezzi.

Padre Marco voleva lanciare una colonna di 4mila uomini lungo il Danubio per sorprendere e conquistare la fortezza di Nicopoli, tra Belgrado e Costantinopoli. Non ci riuscì, pur avendo l’appoggio dei migliori ufficiali.  Se si fosse dato ascolto al suo consiglio, la guerra sarebbe terminata una decina d’anni prima, con la liberazione totale dei paesi cristiani. Ma in quel frangente non c’era nulla da sperare, perciò padre Marco riprese la via del ritorno credendo di non farsi più  vedere  negli accampamenti militari. Si sbagliava… Rientrato al suo convento, godette la pace tanto sognata e scrisse all’imperatore: Me ne sto tutto con Dio e mi pare di essere in Paradiso, disponendomi per l’ultima chiamata.

Invece dovette continuare a consigliare, a benedire, a incoraggiare e a interessarsi dell’Europa e di tante persone ecclesiastiche, militari e civili che ricorrevano a lui. Aveva 60 anni. Gli acciacchi e le malattie, ma la divina chiamata dovette aspettarla ancora per anni.

Dopo la vittoria, egli tornò a Venezia. Qui apprese con gioia che il senato della città voleva ringraziare Dio e la Madonna per la grandiosa vittoria contro i Turchi.

La morte santa

Il 13 agosto 1699 ricevette la famiglia imperiale: imperatore e imperatrice erano a capo del suo letto. Una scena incredibile! Essi ricevettero  da lui una benedizione, l’ultima. Se ne andarono mesti, ma non fecero in tempo a partire in carrozza che un frate li richiamò: padre Marco era entrato in agonia. I due allora ritornarono  nella piccola cella, si inginocchiarono e subito, baciando il crocifisso di legno, padre Marco chiuse gli occhi per sempre. Aveva 68 anni di età, non compiuti, di cui 50 vissuti nell’Ordine dei Cappuccini.

Preghiera

Del BEATO MARCO D’AVIANO ALLA MADONNA

O Maria santissima, mia padrona

O Maria Santissima! mia padrona

Nella tua benedetta fiducia,

nella tua speciale protezione

e nel seno della tua misericordia,

mi raccomando oggi, e tutti i giorni,

 e nell’ora della morte.

Ogni mia speranza e ogni mia consolazione,

le mie angosce e tutte le mie miserie

la mia vita e il termine della mia vita,

tutto a te affido affinché,

per i tuoi altissimi meriti e intercessione tua,

tutte le mie opere si facciano e si dirigano

secondo la tua volontà e quella del tuo figlio.

Amen.

Merita più di un cenno l’autore di questo libro: Don Marcello Bellina, nato da emigranti friulani nel 1924 ad Arras, nella Francia Settentrionale. Fu ordinato sacerdote l’11 luglio 1948. Morì il 4 novembre 1992. Distinto fu il suo contributo alla cultura del Friuli, come scrittore. Questa biografia fu l’ultima fatica della sua vita ispirata da fede sincera e generosa nell’offerta anche della sua intelligenza all’elevazione morale, culturale e spirituale del popolo friulano.

:: Redenzione di Natale di Anne Perry (Giallo Mondadori 2025) a cura di Patrizia Debicke

10 gennaio 2026

Sulle rive fangose del Tamigi, dove l’acqua trascina i relitti, dove l’aria è ammorbata da acri odori e i destini  delle persone che ci vivono sembrano dimenticati, Anne Perry ambienta Redenzione di Natale, uno dei suoi più intensi scritti natalizi. Non narra del felice Natale delle tavole imbandite con le famiglie riunite attorno, ma quello che si insinua subdolamente  tra i gelidi vicoli frustati dal vento, sotto le luci tremolanti dei lampioni. Scrive di una Londra vittoriana stanca e ferita, popolata da poveri, orfani e anime abbandonate  ai margini. Ai margini dove si trova la clinica medica  del dottor Crowe, luogo di cura e di rifugio, umile presidio di umanità in un mondo dove la compassione pare trasformata quasi in un lusso.
Il dottor Crowe è un personaggio particolare, forte d’animo, coraggioso: un ottimo medico ma che ha dovuto testardamente lavorare e studiare per anni  per arrivare alla laurea, un uomo solo, animato da un incrollabile rigore morale, che lavora per poco, quanto basta ad andare avanti ma anche capace di offrire cure gratuite a chi non possiede nulla se non il proprio dolore. La sua clinica, affacciata sul fiume, diventa uno spazio narrativo centrale, quasi un ventre caldo pronto ad accogliere e riparare i derelitti  che si trascinano lungo le banchine. Al suo fianco, al lavoro c’è sempre Scuff, apprendista e figlio adottivo di William Monk, comandante della polizia fluviale di Londra e di sua moglie Hester,  un ex monello di strada da loro strappato alla miseria o peggio. Il loro rapporto è fatto di silenzi, di gesti e di grande fiducia reciproca. Il loro è un legame affettivo e di fiducia che non ha bisogno di proclami, ma si manifesta quotidianamente nella condivisione delle fatiche e nella scelta di restare dalla parte dei più deboli.
Il Natale incombe,  percepibile dagli ornamenti  appesi ai lampioni e dalle vetrine decorate, ma per Crowe rappresenta ancora e soprattutto un’insanabile  ferita. La  solitudine, sua e dei diseredati, par quasi più acuta in quei giorni, con Londra che esibisce una falsa  felicità . Ma sarà proprio in questo periodo che il dottor Crowe rincontrerà Ellie Hollister, una ricca giovane donna alla quale lui ha quasi miracolosamente salvato una gamba dall’amputazione dopo un gravissimo incidente. Ellie era stata travolta da un carro. Un sentimento tra loro, mai dichiarato, forse perché astretto tra affetto trattenuto e consapevolezza delle distanze sociali non era mai veramente sbocciato. La casuale  ricomparsa di Elli tuttavia : un fortuito incontro per strada, la diretta  testimonianza di una manifestazione di  violenza di quello che dovrebbe essere il  suo ricco promesso sposo, spingerà  Crowe a reagire e a  intervenire.
Da questo momento la storia, da quella che potrebbe essere solo la  condanna morale del comportamento del fidanzato della ragazza, sfocerà invece in un’ indagine  investigativa. L’incendio di un magazzino, il risarcimento assicurativo, la morte sospetta di un guardiano notturno diventeranno tasselli di una vicenda oscura, legata agli interessi di uomini solo in apparenza potenti e rispettabili. Perry non costruisce un giallo classico basato su colpi di scena serrati, ma accompagna il lettore lungo un percorso di progressiva scoperta, con la tensione che scaturisce dal contrasto tra giustizia e convenienza, tra verità e reputazione. Crowe dovrà muoversi con cautela, consapevole del rischio, sapendo soprattutto di non potere contare né su protezioni né su autorità ufficiali.
Contemporaneamente la clinica continua a lavorare grazie a Scuff, che si farà carico non solo dei tanti pazienti, ma anche di una bambina di strada, Mattie, e del suo gattino. Questa presenza introduce una nota di tenerezza, a simbolo di un’innocenza ancora recuperabile. Mattie rappresenta infatti ciò che il Natale dovrebbe davvero significare: accoglienza, calore, possibilità di un diverso futuro. Il suo inserimento nel quotidiano della clinica rafforza l’idea che la salvezza possa passare spesso attraverso i piccoli gesti quotidiani, piuttosto che non grandi dimostrazioni.
L’ambientazione si rivela senz’altro uno dei punti di forza del racconto. La Londra vittoriana di Anne Perry è cupa, nebbiosa, immersa in un freddo che sembra penetrare nelle ossa. I moli, le gru nere stagliate contro il cielo invernale, le strade, desolate, restituiscono un’atmosfera particolare, dove la bellezza natalizia convive con la più cruda miseria. In questo scenario, la luce non proviene dalle decorazioni, ma dalle scelte dei personaggi e dalla loro capacità di opporsi al dominante  cinismo umano.
Redenzione di Natale è una storia di riscatto, ma senza facili illusioni. Il lieto fine arriva, ma non cancella il dolore né promette miracoli. Offre piuttosto un certo senso di giustizia, fragile ma reale, conquistata grazie al coraggio di chi decide di non voltarsi dall’altra parte. Anne Perry firma così un racconto caldo e malinconico, capace di avvolgere il lettore come un abbraccio, ricordando che, anche nei luoghi più oscuri, l’umanità può ancora trovare il suo spazio.

:: Colpo di luna di Georges Simenon (Adelphi Milano, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

2 gennaio 2026

Libreville, Gabon. Un agosto dei primi anni Trenta del Novecento, quasi un secolo fa. La nave si ferma in rada; la terraferma è ancora lontana, appare come una sabbiosa linea bianca sovrastata dalla linea scura della foresta; grazie a una scialuppa e all’aiuto di un negro, il beneducato 23enne Joseph Timar, francese originario di La Rochelle (a sud-ovest, fra Nantes e Bordeaux), con tanti bagagli sbarca infine al porto della capitale della colonia. C’è un unico albergo, il Central, una costruzione gialla, arretrata rispetto alla banchina, a cinquanta metri dalle palme da cocco, e immersa in un intrico di piante dalle forme bizzarre. Le spoglie camere (tante sempre libere) si trovano al piano superiore: pareti in colori pastello, zanzariere sopra i letti, brulichii di animaletti, una brocca un catino un baule (i bisogni dietro un cespuglio, fuori). Sotto, nella sala principale, ci sono il caffè, aperto al pubblico (bianco), e il ristorante, dove quotidianamente mangiano gli scapoli (bianchi) della zona, ognuno possiede i propri tavolo e portatovagliolo. Grazie a un potente zio, lui è stato teoricamente assunto dalla compagnia Sacova, si presenta all’agenzia commerciale, malmessa; il direttore è ancor più stupito, il posto si trova praticamente a dieci giorni di navigazione, nella parte alta della foce del fiume, e la lancia è in riparazione, ci vorrà almeno un mese. Una delle prime mattine (di sudata pigra attesa) si presenta in camera la calma sorridente 35enne sensuale bianca Adèle e scatta d’improvviso un’intimità frenetica e brutale, non è il primo. Lei è la padrona dell’albergo insieme al bianco marito, Eugène, il quale muore dopo qualche giorno, quasi in contemporanea con l’omicidio di Thomas, il boy negro dell’albergo. Clima torrido equatoriale, torbido contesto coloniale, concessioni francesi di sfruttamento privato di innumerevoli alberi locali (ebani e mogani), regole storicamente razziali, da capire purtroppo. Anche questo romanzo è molto bello (non Maigret, non giallo). Mesto angosciante avvilente, sempre eccelso e struggente. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Questo breve impietoso excursus romanzesco nel mondo coloniale africano della Francia (visitato di persona poco tempo prima) è del 1933, già tradotto una ventina di anni fa. Scritto in un periodo di prodigiosa creatività, l’autore descrive l’ecosistema umano con crudo coraggioso realismo: da una parte la massa dei neri, schiavizzata seppur inafferrabile e minacciosa; dall’altra la comunità europea, mediocri funzionari più o meno cinici e più o meno corrotti, accanto a oppure essi stessi “naufraghi” della vita abbrutiti da caldo, alcol, febbri tropicali. La narrazione è in terza varia al passato, fissa sul giovane inesperto sprovveduto Joseph Jo, vieppiù angustiato dalla situazione. In copertina un nudo di schiena (d’incarnato scuro) su divano rosa di Vallotton (dipinto nel 1925), la coprotagonista verrebbe da dire. Il titolo allude ai tenebrosi allucinati chiaroscuri dell’Africa (che dicono misteriosa), a volte di notte appare il proprio colpo di luna, poi torna indimenticabile e inesorabile, una “crisi”, come potrebbe definirsi: “l’avrebbe aiutato, nel vuoto del letto, a ritrovare la carne troppo bianca di Adèle e l’aria pesante, e un sottofondo di sudore, e l’odore dei rematori neri, mentre sua moglie, in camicia da notte, gli avrebbe preparato una tisana”. I negri possono essere frustati o appesi, pagati o sparati, alla bisogna. Vini e liquori soprattutto patri (come giustizia e ingiustizia), ça va sans dire: champagne, pernod, calvados. Anche il contorno musicale ne risente.

:: La Fine dell’antigiudaismo cristiano – La chiesa cattolica e gli ebrei dalla Rivoluzione francese al concilio Vaticano II di Philippe Chenaux (Marietti 1820, 2025) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2025

Philippe Chenaux ripercorre le tappe del cammino lungo due secoli, dalla Rivoluzione francese fino al concilio Vaticano II, che ha portato la chiesa cattolica a superare le sue posizioni antigiudaiche. Gli snodi principali della storia europea fanno da sfondo alla ricerca dell’autore su alcuni passaggi cruciali: la soppressione dell’associazione Amici di Israele nel 1928, le motivazioni all’origine dei «silenzi» di Pio XII, la resistenza della Santa Sede alle iniziative del dialogo interreligioso che si moltiplicarono dal secondo dopoguerra e infine le posizioni di Paolo VI. Il risultato è un affresco che mostra aspetti inediti, o illuminati da nuova luce, della storia delle relazioni ebraico-cristiane.

La fine dell’antigiudaismo cristiano, del professore Philippe Chenaux è un ricco saggio storico che affronta uno dei temi più delicati e controversi che hanno caratterizzato la storia religiosa europea. L’obiettivo centrale del saggio di Chenaux è tracciare un percorso storico di quasi due secoli, dalla Rivoluzione francese al Concilio Vaticano II, per mostrare come, progressivamente, la Chiesa cattolica abbia abbandonato la sua lunga tradizione di antigiudaismo religioso e abbia avviato — pur con prudenza, difficoltà e contraddizioni — un’apertura di dialogo con l’ebraismo. Chenaux non propone semplicemente una cronologia di eventi, ma una narrativa articolata sulle dinamiche sociali, teologiche e istituzionali che hanno determinato la progressiva fine dell’antigiudaismo cristiano cattolico. Se vogliamo fu proprio l’Illuminismo e la Rivoluzione francese con l’emergere delle idee di eguaglianza universale a riassegnare uno status giuridico agli ebrei nelle società europee, prima relegati in ghetti o in posizioni di servitù e sudditanza, a cui venivano negati i più elementari diritti civili. L’accusa di “deicidio” sembra avere avvelenato per molti secoli i rapporti tra chiesa cattolica e mondo ebraico, e dobbiamo aspettare la svolta conciliare per mutare questa posizione. Ma se vogliamo sono gli eventi del XX secolo e soprattutto i silenzi di Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale i temi più controversi. L’eccessiva, per molti, prudenza del pontefice durante la persecuzione nazista culminata nella Shoah hanno lasciato una frattura quasi insanabile tra le due religioni che si può dire hanno una matrice comune e molte più similitudini che diversità, se pensiamo che la conversione di Israele segnerà la fine della Storia e l’avvento del Regno promesso già precognizzata da San Paolo. Un altro punto saliente ben evidenziato nel saggio è differenza sostanziale tra antigiudaismo (teologico) e antisemitismo (politico e razziale), quest’ultimo moltop più recente e germinato dalle stesse matrici politiche di stampo cristiano poi abbracciate in modo più radicale da correnti politiche più estremiste. Questa struttura pone l’opera tra la sintesi storica e l’analisi interpretativa, ricca di riferimenti documentari e di letture critiche dei comportamenti ecclesiastici. La fine dell’antigiudaismo cristiano di Philippe Chenaux è una lettura ben documentata e argomentata per chi vuole comprendere come la Chiesa cattolica abbia affrontato — e lentamente, con grandi resistenze, superato — secoli di pregiudizi religiosi nei confronti degli ebrei. Sebbene non risolva tutti i nodi interpretativi e lasci aperte alcune questioni critiche, rappresenta senz’altro un contributo significativo alla storiografia sul dialogo giudéo-cristiano.

Philippe Chenaux è professore emerito di Storia della Chiesa moderna e contemporanea alla Facoltà di teologia della Pontificia Università Lateranense. Ha insegnato nelle università di Friburgo, Ginevra e Arras. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia del papato in età contemporanea, la storia del concilio Vaticano II e del pensiero cattolico del Novecento, temi su cui ha pubblicato numerosi studi. Il suo libro più recente è Charles Journet (1891-1975). Un théologien engagé dans les combats de son temps (Desclée de Brouwer, 2025).

Source: libro inviato dalleditore.