Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka a cura di Carla Gianotti (Carocci editore 2025) a cura di Valentina Demelas

14 novembre 2025

L’edizione di Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka curata da Carla Gianotti per Carocci editore, è un’opera che segna una svolta nel panorama editoriale italiano. Per la prima volta viene proposta una traduzione integrale, condotta direttamente dal tibetano, di uno dei testi più importanti della spiritualità buddhista: la straordinaria biografia del grande yogi tibetano, figura leggendaria vissuta tra il XI e il XII secolo, celebrato per aver raggiunto l’illuminazione in un’unica vita.

Siamo davanti a un namthar, genere letterario tipico della tradizione tibetana che fonde narrazione biografica e insegnamento spirituale. La storia di Milarepa è un viaggio di caduta e riscatto: da giovane pastore colpito da ingiustizie familiari, si abbandona alla vendetta e impara le arti magiche oscure, provocando morte e dolore. Ma il rimorso lo spinge a cercare la redenzione sotto la guida severa del maestro Marpa, attraverso prove durissime che lo conducono a una radicale trasformazione interiore. Ritiratosi tra i ghiacci dell’Himalaya, Milarepa vive in meditazione e solitudine, componendo canti spirituali di folgorante potenza poetica. È la storia di un uomo che, nel trasformare il proprio veleno in medicina, ci ricorda che la salvezza non è mai fuori portata.

La potenza di questa narrazione non è solo storica o religiosa, ma anche letteraria. Tsang nyön Heruka, autore del XV secolo, costruisce un racconto avvincente, ricco di dialoghi e visioni, ma soprattutto pieno di umanità. Milarepa non è un santo inaccessibile: è fragile, determinato, poetico. Parla un linguaggio schietto, libero dai formalismi monastici, che ancora oggi sa toccare corde profonde. Il suo esempio, più che teorico, è esistenziale: una spiritualità vissuta, incarnata, che passa attraverso il dolore e la solitudine per approdare alla compassione.

La traduzione integrale in lingua italiana direttamente dal tibetano curata da Carla Gianotti, rappresenta il vero valore aggiunto di questa edizione. Esperta di lingua e cultura tibetana, la prolifica autrice ha già firmato in passato una prima traduzione del testo, ma qui ci restituisce un lavoro interamente rinnovato: più ampio, filologicamente accurato e arricchito da un apparato critico di rara chiarezza. L’introduzione, le note e il glossario rendono accessibile anche ai non specialisti un testo altrimenti difficile, fornendo al lettore strumenti preziosi per orientarsi nel pensiero buddhista. E se alcuni passaggi – soprattutto quelli più densi di dottrina o simbolismo – possono inizialmente spaesare, le spiegazioni puntuali e l’architettura limpida dell’edizione permettono di superare agilmente ogni ostacolo.

Particolarmente stimolante è l’accostamento tra Milarepa e figure della spiritualità occidentale come San Francesco d’Assisi, proposto dalla stessa Gianotti: entrambi vissuti ai margini delle istituzioni religiose, accomunati da un linguaggio poetico, da una radicale libertà spirituale e da un amore assoluto per ogni essere vivente. In un’epoca come la nostra, così affamata di autenticità, questa voce antica arriva a ricordarci che la vera trasformazione nasce dal coraggio di guardarsi dentro, di spezzare le catene dell’ego e ascoltare il battito profondo del reale.

Raro è trovare in Italia un editore disposto a investire in un testo tibetano classico con tanta attenzione. L’operazione di Carocci è coraggiosa e meritoria: il libro, già accolto con entusiasmo dalla stampa specializzata, rappresenta un ponte fra culture, tempi e visioni del mondo.

Vita di Milarepa non è solo la storia di un uomo straordinario, ma un invito a riflettere sulla possibilità – per ciascuno di noi – di cambiare rotta, trasformare il dolore in consapevolezza e trovare, nella pratica spirituale, una via di libertà. Una lettura che arricchisce e accompagna, per chi vuole andare oltre gli stereotipi sulla spiritualità orientale e confrontarsi con una saggezza millenaria, ancora pienamente viva.

Carla Gianotti insegna Buddhismo indo-tibetano e conduce da anni incontri di meditazione buddhista di consapevolezza e seminari sulle dimensioni simboliche femminile e materna. Oltre alla Vita di Milarepa, ha tradotto numerosi testi dall’originale tibetano. Tra le sue pubblicazioni: Cenerentola nel Paese delle Nevi. Fiaba tibetana (UTET, 2002), Milarepa, Il Grande Sigillo (Mimesis, 2004), In forma materna (Ibiskos, 2009), Donne di Illuminazione. Dakin e demonesse, Madri Divine e maestre di Dharma (Ubaldini, 2012), Il respiro della fiducia. Pratica di consapevolezza e visione materna (Mimesis, 2015), JO MO. Donne e realizzazione spirituale in Tibet (Ubaldini, 2020) e Custodire, concepire. Il tempo e l’eccedenza (delle cose) (Mimesis, 2021).

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.

:: Con parole precise. Manuale di autodidesa civile di Gianrico Carofiglio (Feltrinelli, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

9 novembre 2025

Italia e mondo. Ultimi decenni soprattutto. Una comunità ha un primario contratto sociale, la fiducia in un linguaggio condiviso, un impegno reciproco di verità e di correttezza nei luoghi di comune cittadinanza, nel pronunciare o redigere parole, discorsi, metafore. Si pensi e poi si scriva una sentenza, il testo di una legge o un romanzo avremo dei destinatari, un “pubblico” che dovrebbe imporci di “acquisire” parole usate responsabilmente per dire, in forme e contesti diversi, una chiara verità, per quanto soggettiva e parziale. Scrivere e parlare bene, in ogni campo, ha un’attinenza diretta con la qualità del pensiero e del ragionamento. Implica chiarezza di idee da parte di chi elabora un messaggio e può provocare una percezione di onestà (o meno) in chi lo riceve. In particolare, nell’ultimo decennio abbiamo assistito, invece, all’avvento micidiale dei populismi, alla crisi dei linguaggi istituzionali, all’abuso consapevole della menzogna come tecnica politica. L’avventura politica di Donald Trump ha segnato un drammatico punto di svolta, imponendo al mondo intero una nuova grammatica della manipolazione. Una grammatica fatta di slogan ripetuti fino all’ipnosi, di frasi costruite non per dire qualcosa ma per scatenare reazioni emotive (pro o contro non importa) e disattivare intelligenza, senso critico, capacità di reagire con efficacia. Tutto ciò ha reso ancora più urgente il compito di difendere uno spazio pubblico fondato sull’onestà comunicativa e sulla responsabilità semantica. Ovvero su un insieme meditato di efficaci e democratiche parole precise (da cui il titolo) in grado anche di proporre (a noi lettori e ai partecipanti di qualsiasi dimensione collettiva) un manuale etico di lingua, scrittura e autodifesa civile (da cui il sottotitolo). Dare il nome giusto alle cose può essere un gesto rivoluzionario. Il grande intellettuale e karateka Gianrico Carofiglio (Bari, 1961), prima magistrato poi senatore infine esclusivo scrittore e divulgatore, da ormai venti anni è forse divenuto l’autore italiano più seguito e apprezzato (romanzi, racconti e saggi di vari generi). Qui fa tesoro di tutte le proprie autorevoli esperienze d’uso delle parole per insegnarci molto, con semplicità e acume, anche rispetto all’attualità. Il testo riprende un breviario pubblicato dieci anni fa: alcuni capitoli sono rimasti molto simili, altri sono stati riformulati in gran parte, altri ancora sono del tutto nuovi. I capitoli sono diventati tredici (erano undici); le parti sono rimaste due, ma la prima s’intitola adesso “politica e verità”; inizia ancora col potere delle metafore (il contemporaneo discorso politico “ricco di immagini e piuttosto povero di idee”) ma le esemplificazioni sono soprattutto riferite a dirigenti di governo e di partito degli ultimi anni, italiani e internazionali. Gli interi capitoli terzo e quarto sono dedicati agli “stati alterati di democrazia” e alla necessità di “smontare trappole”, ovvero a come valutare il presidente statunitense in carica. L’unico vero antidoto alla semplificazione violenta dei populismi è la complessità accessibile e strategica. La vera sfida è non imitare la comunicazione manipolatoria, non accettare i suoi ritmi e le sue movenze, non inseguire. Cambiare gioco. L’autore offre alcune regole teoriche e proprio diffusi consigli pratici, deliberatamente non sistematici: per un ascoltatore e un lettore, o comunque per un interlocutore consapevole, capire è un diritto e come tale va rivendicato. Lo verifichiamo esaminando testi, citazioni specifiche, esempi concreti e suggerimenti sapienti (una frase significativa in esergo a ogni capitolo), in modo di riuscire più spesso a dirci e a “dire la verità”, lasciando ovviamente all’epilogo gli spunti su cosa sia la verità, per concludere con aggiornate note e selettivi approfondimenti bibliografici (nel testo 2025 non vi è più l’indice dei nomi, presente nel 2015). L’obiettivo è diventare un buon comunicatore, non un’efficace manipolatore. L’interessantissimo testo si collega così ai precedenti recenti due volumi sulla gentilezza e il coraggio e sulla manomissione delle parole, come terzo momento di una riflessione dedicata alla politica e (più in generale) ai doveri civili intesi come metodo critico, come esercizio di rigore e immaginazione, come pratica. In copertina, una bella illustrazione di Francesco Carofiglio.

:: L’Africa che dicono misteriosa di Georges Simenon (Adelphi Milano, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

6 novembre 2025

Africa coloniale francese, quasi un secolo fa. Il grandissimo Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) era di origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione; ebbe varie mogli, quattro figli, diecimila donne (secondo i propri stessi vaghi ricordi), duecento pipe. Dopo aver scritto senza spostarsi un romanzo “artificiale” sulla regione delle Cateratte (Ottentotti e Pigmei, fiori e animali compresi), decide di andare laggiù davvero, 29enne. Compra un casco e s’imbarca con la moglie Tigy a Marsiglia, sbarca a Il Cairo, raggiunge Assuan e prosegue verso sud e poi verso ovest con aerei malandati. Dopo molti giorni riparte col piroscafo da Matadi (Congo) e fa ancora qualche scalo sul continente “nero”, talora divertito o disgustato. Vi scrive sopra gli immancabili interessanti pezzi solo una volta rientrato. Ecco qui appunto raccolti i relativi articoli: “L’Africa che dicono misteriosa”: raccoglie tre articoli usciti nel 1932 e nel 1933 su “Police et Reportage” e su “Voilà”.

:: Quaranta segni di pioggia di Kim Stanely Robinson (Fanucci 2025) a cura di Patrizia Debicke

6 novembre 2025

Fa caldo a Washington. Un calore quasi insopportabile, greve, stagnante e che sembra annunciare la tempesta. Il cielo resta immobile, nessuna nuvola in vista. Gli split dell’aria condizionata, circondati da  gente sudata, stentano a fare il loro lavoro.  
Questa è la realistica immagine iniziale di Quaranta segni di pioggia di Kim Stanley Robinson (Fanucci Editore), romanzo che suona come un monito per un’umanità cieca, intrappolata nella propria presunzione di dominio sulla natura.
Washington D.C. diventerà il cuore pulsante di un mondo prossimo al collasso, una capitale in cui la miopia dei governanti si è trasformata in simbolo dell’inerzia globale. Là si muovono i protagonisti, piccoli ingranaggi di un arrugginito meccanismo politico: Charlie Quibler, consulente per le politiche ambientali di un senatore illuminato ma impotente, e sua moglie Anna, brillante scienziata della National Science Foundation. Entrambi, in modi diversi, cercando di dare un senso a un futuro che pare volersi sfaldare sotto i loro occhi.
Charlie combatte contro il disinteresse dei potenti, costretto a tradurre in linguaggio politico l’urgenza scientifica del disastro climatico. Sente che la catastrofe non è più una minaccia lontana ma una realtà che avanza a passi misurabili: anno dopo anno il ghiaccio artico si ritira, le stagioni si deformano, i confini tra normalità e caos si assottigliano. Tuttavia, nei corridoi del potere prevale la riluttanza, l’incapacità di comprendere ciò che la scienza ripete da decenni. La politica, dominata da calcoli elettorali e interessi economici, preferisce rimandare, fingendo che la Terra possa attendere. Anna, dal canto suo, rappresenta la razionalità lucida della ricerca. Analizza, propone, tenta di orientare il sapere verso una tecnologia capace di invertire il processo, ma ogni passo avanti genera una nuova contesa. Nella competizione feroce per il controllo delle innovazioni, la scienza stessa diventa preda del mercato. E mentre la politica resta paralizzata, il sapere si piega al profitto. Accanto a loro, figure come Frank Vanderwal, biologo, idealista e inquieto, ampliano il quadro di una società che non sa più ascoltare i propri studiosi.  Scienziati che conducono ricerche sulla biotecnologia, assistono membri del governo o svolgono mansioni amministrative presso la National Science Foundation (NSF) degli Stati Uniti. Unica apparente diversità l’arrivo a Washington dei Khembalis, dotti monaci buddisti che lavorano per l’ambasciata dell’immaginaria isola di Khembalung, quasi sommersa dalla risalita delle acque dell’oceano.
Mentre questi eroi ordinari e straordinari lottano per trovare una soluzione, il destino sta per dare una svolta al loro lavoro, portandoli inevitabilmente nell’occhio del ciclone. E quando la natura si ribella, l’illusione del controllo umano si dissolve. Le tempeste devastano la costa occidentale, il mare inghiotte la California, e la capitale americana pare affondare sotto una pioggia interminabile. Constitution Avenue diventa una laguna, il Lincoln Memorial un simbolo d’impotenza. È la silenziosa ma terribile vendetta di un pianeta stanco e umiliato.
Robinson costruisce un romanzo corale e intenso, in cui la tensione non nasce dall’azione ma dalla consapevolezza. Il vero conflitto è morale e intellettuale: la scienza chiede ascolto, la politica risponde con il silenzio. La prosa, rigorosa e realistica, restituisce l’asfissiante atmosfera di un mondo sull’orlo della rovina, in cui ogni personaggio rappresenta una sfumatura del nostro smarrimento. Non ci sono eroi, solo esseri umani alle prese con la complessità del proprio tempo, incapaci di ammettere che il cambiamento è già iniziato.
Quaranta segni di pioggia è molto più di un romanzo di fantascientifica interpretazione distopica di un prossimo possibile futuro: è una parabola sul potere, sulla responsabilità e sull’arroganza della specie umana. L’autore non concede sconti né scorciatoie emotive. Mostra una Washington immobile, popolata da burocrati, scienziati e senatori che oscillano tra l’indifferenza e la paura, incapaci di agire finché l’acqua non invade le strade. Robinson invita a guardare sotto la superficie, a capire che la vera minaccia non è la furia della natura ma la nostra cecità. Con il ritmo misurato della riflessione e la precisione di un saggio travestito da romanzo, l’autore disegna un affresco inquietante del presente.
Quaranta segni di pioggia probabilmente è il più intelligente romanzo catastrofico che avrete l’occasione di leggere… Il vero protagonista è la scienza. Robinson, uno dei più visionari scrittori di fantascienza americani, bravo e preparato nello spiegare le  sfaccettature della natura, dimostra tuttavia come quest’umana dottrina  un tempo rispettata sia costretta a inchinarsi al capitalismo. Insomma il suo pare l’ultimo invito a tirare fuori la testa dalla sabbia e affrontare la minaccia del cambiamento climatico.
La temuta catastrofe non è più una possibilità: è già qui, e ci coglie di sorpresa mentre discutiamo, ancora convinti di poterla controllare.

Kim Stanley Robinson è nato nel 1952 in Illinois e si è laureato in letteratura inglese con una tesi su Philip K. Dick. Appassionato di alpinismo, vive a Davis, in California. I suoi romanzi sono stati insigniti di prestigiosi riconoscimenti, tra cui il premio Nebula, il premio John Wood Campbell Memorial e il World Fantasy. Di questo autore Fanucci Editore ha pubblicato il romanzo New York 2140 e la serie della Trilogia di Marte, capolavoro della letteratura di fantascienza, composta dai romanzi Il rosso di Marte, Il verde di Marte e Il blu di Marte.

:: “Nel nome di Maria. ‘Il caso Castorina’ e ‘la Vergine Piangente’”(Edizioni Segno) di Tino La Spada, a cura di Daniela Distefano

5 novembre 2025

Mi è stato donato il pdf di questo libro introvabile, reperirne la copertina è stato faticoso, leggerlo al computer è stato fuori tempo, ma alla fine eccomi a raccontare la crema di un dolce squisitamente mistico.

Protagonista – come capita il più delle volte nelle cose che balzano dal Divino – è una donna umile, una mamma che parlava con Dio, con la Madonna, ignara di quello che sarebbe successo una volta scoperto questo filo che la legava al Cielo sospendendola sulla Terra.

Ma seguiamo il tracciato disegnato dall’autore, Tino La Spada, colui che l’ha conosciuta e dopo l’iniziale scetticismo è stato contagiato  dal suo male d’amore verso Maria Santissima e Gesù  Crocifisso.

Maria Sardella Castorina ha dedicato 15 anni della sua vita al prossimo. Nel febbraio del 1991, colpita da ictus cerebrale, dopo 12 giorni di coma, muore a Catania, all’età di 55 anni.

Grazie ai colloqui con la Madonna, ai messaggi celesti, alle  lacrimazioni di immagini sacre (immagini che dopo aver trasudato un misterioso liquido bianco avrebbero finito col piangere sangue davanti a testimoni di sicuro affidamento quali primari di ospedale, cardiologi, agenti di polizia, giornalisti, gente comune), grazie a tutto questo ella portò alla fede un numero indicibile di persone, col suo sorriso spontaneo che spesso nascondeva un inesprimibile dolore.

Senza mai sentirsi protagonista, la veggente visse con una vana, quanto sofferta speranza: quella di vedere riconosciuta la miracolosa guarigione che nel ’75 aveva strappato alla morte l’allora piccola figlia Tiziana.

Più volte, accanto al Pontefice (la veggente si recò in Vaticano in quattro diverse occasioni), sentì vicino il coronamento dei suoi sogni. Ma sebbene per lei parlassero i fatti, quelle speranze finirono per dissolversi nel nulla, lasciandole  una sensazione  di colpa che, di certo, non meritava. Pur vivendo tra migliaia di persone, Maria si sentiva spesso sola, incompresa. Quando la conobbe il giornalista La Spada, il suo interesse per lei era destinato a durare poco, ben presto riuscì ad essere conquistato dalla sua bontà e generosità, diventando per lei un fratello. Molti accettarono  con riluttanza la sua  raffinata sensitività, ma per quanto qualcuno potesse contestarla, il tempo che passava prima che una “previsione” trovasse attuazione pratica, non superava la settimana! La più grande profezia di Maria Castorina fu l’anticipazione dell’attentato che Giovanni Paolo II avrebbe subìto in piazza San Pietro il 13 maggio del 1981, un giorno da decenni dedicato alla Madonna di Fatima. Col passare del tempo, Maria ricevette altri doni divini quali la trance, la chiaroveggenza  o la misteriosa apparizione di croci sulla fronte e sul petto. In vita, poi fece di tutto per nascondere quelle che definiva “modeste qualità di guaritrice”. Ma è ormai sicuro che molti ammalati usufruirono di una qualità che la Sardella esercitò in gran segreto senza ricevere compensi.

Il quadro che fece gridare inizialmente al miracolo è un’icona lavorata a sbalzo dal professore bolognese Furgieri, che i coniugi Castorina decisero di acquistare a Venezia per adornare il capezzale della loro stanza da letto. La sua presenza, fu inizialmente notata per la raffinatezza dei lineamenti che componevano la figura della madre di Gesù. Ma quando il fenomeno ebbe inizio, la cosa che più delle altre sembrò interessare ai fedeli, furono le tracce di sangue che scendendo dagli occhi della Vergine segnavano di rosso gran parte della scultura lasciando come una crosta.  Dopo il clamore suscitato dalle prime lacrime, per un po’ di tempo, il quadro fu esposto alla venerazione.

“Il caso Castorina” non vuole creare una nuova martire. Ma che Maria fosse ormai cosciente del suo cammino, non c’era il minimo dubbio. “Quando misi piede nella cappella di via Salesiani 33 –confidò in seguito la mistica – capii subito cosa la Vergine mi stesse chiedendo, avevo pensato ad una grande costruzione, ma quello che la Madonna aveva permesso di edificare, era il tempio dello Spirito; il tempio di quello “Spirito Santo” che qualche volta m’aveva parlato quando ero in trance, inviandomi messaggi di eccezionale Luce Divina”. Questa <<casa>> è una casa dove ognuno potrà sempre trovare se stesso.

Appena trovava un po’ di respiro, il suo pensiero volava agli ammalati. “Molti di loro vorrebbero vedere la Madonnina -ripeteva – ma viste le sofferenze che quotidianamente sono costretti a subire, sono convinta che molti di loro la Vergine ce l’hanno nel cuore”.

“Credo ci sia ben poco da capire, quando si dice che dovremmo essere come loro per meritare l’aiuto di Dio. Chi soffre è sempre vicino alla Verità. Chi, invece, crede di essersi evoluto, non di rado, scopre di non aver capito niente”.

Concludo questa breve sintesi della storia di una donna straordinaria che ha aiutato Catania negli anni di svolta del suo cammino. Oggi Catania è un coacervo di colori lugubri, e a pagare il prezzo più alto di questa decadenza, sono, manco a dirlo, i ragazzi, i giovani. Si muore di droga e sesso, come e più di allora. Che fare? Forse sarebbe bello far conoscere loro la storia semplice e lineare di Maria Castorina.

<<Un giorno (si era nel periodo invernale del 1986), la veggente mi chiamò a casa dicendo che doveva parlarmi urgentemente… Tenuta fuori per diverso tempo, la droga era entrata e si era diffusa in pochi anni in tutta Catania. In prossimità della cappella si era verificato un evento straordinario… Quel posto era ritenuto un “covo” sicuro. Pertanto, una ragazza appartenente alla Catania-bene e il suo amico, avevano deciso di bucarsi proprio lì. Senonché una donna vestita proprio come la Vergine di via Nuovalucello, avvicinandosi alla ragazza esclamò: “Devi smettere. Così facendo andrai incontro alla morte”. La giovane, colpita da quella visione, rimase per qualche attimo in silienzio, ma quando riuscì a parlare, quella donna era andata via, sparendo vicino l’ingresso della piccola “abitazione” della Vergine>>.

La Santa Vergine Maria continua a piangere per noi, ma è segno che ci vuole salvi, che vuole salvare il mondo trasformato in ghiaccio sporco.

:: Le vie delle guerre di Andrea Santangelo (Il Mulino Bologna, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

30 ottobre 2025

Europa. Dal principio e ancora in corso. L’Europa ha una storia piena di guerre e conflitti che ne hanno plasmato non solo le vicende istituzionali e sociali, ma anche i rapporti con il mondo; non solo la politica e l’economia, ma anche l’arte, la letteratura, la filosofia, l’urbanistica. Molte nazioni europee hanno, inoltre, un passato coloniale e imperiale che le ha viste esportare armi e violenza in ogni angolo del pianeta. La guerra è stata “fedele compagna” degli europei per millenni. Dalla nascita delle fonti scritte, cioè più o meno da 5.500 (cinquemilacinquecento anni), si calcolano circa 14.700 guerre. E tutti gli abitanti del Vecchio Continente, nelle varie epoche, l’hanno vissuta sulla propria pelle, sin dalla più tenera età. Non esiste frazione, villaggio, vico o borgo europeo che nella sua storia non conti almeno un fatto d’armi e martiri da piangere. Non c’è città o centro urbano, insediamento produttivo, convento o luogo di culto che per cause belliche non sia stato distrutto o danneggiato, poi ricostruito, almeno una volta. Gli scontri sul suolo europeo tra eserciti contrapposti (talvolta con la presenza di, o contro, individui e fazioni di civili armati) tendono a ripetersi con una sconcertante regolarità in ecosistemi strategicamente importanti, che spesso sono conosciuti anche come posti ospitali e paesaggisticamente molto belli, devastati da innumerevoli invasori aggressivi o da forze militari, certo da quando abbiamo memorie scritte e, ancor prima, da quanto attestano le fonti archeologiche: la Francia del Nord (comprensiva dell’attuale Belgio), la valle del Po in Italia, le pianure della Germania centro-meridionale … pure gli agglomerati urbani come per esempio Catania, Lubiana, Famagosta, Helsinki … quasi ovunque esistono molteplici tracce stratificate (non in pace) di popoli e civiltà successive (stili architettonici, toponomastica, odonomastica) ed esistono, dunque, tantissime vie delle guerre nella nostra Europa (da cui il titolo).

L’archeologo e storico militare Andrea Santangelo (Torino, 1970) è stato a lungo docente universitario di letteratura angloamericana e da decenni è un grande storico della letteratura di viaggio. Questo colto documentato testo fa parte di una bella fortunata collana editoriale (Ritrovare l’Europa), che esamina alcune vie europee indispensabili a conoscerci meglio, dalle monete alle capitali gotiche, dalle città romane ora alle guerre: strade e ponti, mura e fortificazioni, castelli e valli. Dopo l’introduzione sull’identità e sulla preistoria del Vecchio Continente, l’autore ci guida attraverso sette itinerari (capitoli, ciascuno di decine di pagine) in un percorso storico e cronologico: Dalla Scozia al Mar Nero, sulle tracce del limes romano (spesso montano); Da al Andalus a Balarmuth, le vie delle guerre arabe (pure in Spagna e Sicilia); Con la “fortificazione alla moderna” l’Italia conquista l’Europa (armi da fuoco a Sassocorvaro, Anversa, Ancona, Villefranche-sur-Meuse, Acaya, Terra del Sole, Palmanova, Pavia, Malta e via sparando); Nord sud ovest est, le vie delle guerre europee del XVIII secolo (fra l’altro Narva, Bonn, Guastalla); Da Valmy a Waterloo, le vie delle guerre di Napoleone (e della sua Grande Armata); Da Ypres all’Isonzo, le vie della Prima guerra mondiale; Urbicidi premeditati, le vie della Seconda guerra mondiale (fra l’altro Varsavia, Belgrado, Londra, Coventry, Lubecca, Amburgo, Dresda, Rimini). Nessuno, una decina di anni fa, avrebbe scommesso un centesimo sul ritorno al combattimento nelle trincee come invece sta accadendo sul fronte russo-ucraino. La brace (militare) sta aspettando il suo momento per ardere ancora. Purtroppo. Tutte queste “vie” hanno allora forse un futuro e sono in parte, ormai e comunque, anche attrazioni turistiche. In fondo troviamo una pertinente breve nota bibliografica, ma non un indice di nomi e luoghi.

:: Se tu non ridi più di Barbara Perna, (Bompiani 2025) a cura di Patrizia Debicke

29 ottobre 2025

C’è una Napoli che non dorme mai. Brilla di luce ingannevole sulle terrazze di Posillipo, ma nasconde in sé un dolore antico, talvolta quasi insopportabile. È in questa città contraddittoria, bellissima e crudele ma viva, che Barbara Perna ha ambientato Se tu non ridi più, il suo nuovo romanzo: un giallo che supera i confini del genere per trasformarsi in espressione dell’animo umano e, al tempo stesso, in una storia di colpa, amore e redenzione.
La vicenda prende il via da uno sconvolgente delitto ai danni di un’esponente della Napoli bene. Una bella e giovane donna, Serena Acton Bauer, viene rinvenuta cadavere nel Parco della Rimembranza, barbaramente soffocata con un sacco di plastica. Un gesto brutale, feroce e apparentemente inspiegabile.
A invocare giustizia e verità sarà una famiglia di grande peso, produttrice di una pasta rinomata e presente sulle tavole di mezza Italia. Ma dietro la misurata eleganza dei palazzi e il perbenismo di famiglie ancora condizionate da antiche tradizioni, si celano passioni inconfessabili e realtà oscure che nessuno osa davvero guardare in faccia.
A essere chiamata in causa sarà Amalia Carotenuto, detta Lia: un tempo uno dei migliori avvocati penalisti della città, oggi una donna affranta, soverchiata dal peso di un lutto e da un senso di colpa che non conoscono tregua. “Non sono più un avvocato”, ripete a tutti come un ritornello difensivo, quasi volesse proteggersi anche da se stessa. Da tre anni, infatti, ha lasciato le aule dei tribunali per insegnare diritto penale al Suor Orsola Benincasa, perché il quotidiano contatto con la legge non le offre più certezze, ma soltanto rimorsi. Tuttavia, quando l’impetuosa e carissima amica di sempre, Cetta Caracciolo, attrice mancata, pittrice per passione, figlia di una napoletanissima principessa che riempie la scena come una sovrana, le chiederà di far luce su quell’omicidio, Lia non saprà dire di no.
Richiamato in campo l’aiutante di un tempo, il fedele Picchio Malatesta, investigatore privato per vocazione e quasi suo personale segugio, oggi riciclatosi come tassista, Lia sarà costretta a confrontarsi con un’indagine che non rappresenterà soltanto un faticoso viaggio verso la verità di un orrendo crimine, ma anche un doloroso ritorno dentro di sé. Ogni indizio sembra condurre a un nuovo enigma, mentre ogni pista rischia di riaprire una ferita. Eppure, tra i tè, le colazioni e le chiacchiere dell’aristocrazia napoletana, le mura di Poggioreale e le aule universitarie, Lia dovrà affrontare i propri demoni per scoprire se la giustizia possa davvero ricucire gli strappi della sua anima.
Barbara Perna, magistrata e romanziera di grande sensibilità, scrive un’opera in cui la consueta ironia si intreccia con una profonda e a tratti sconvolgente intensità. Se tu non ridi più mette in risalto una tensione che nasce non tanto dall’indagine quanto dalle intime crepe dei personaggi. Napoli ne è il cardine più significativo: una città che osserva e giudica, che accoglie e respinge. Dalle sontuose dimore di Posillipo, dove il lusso si trasforma in corazza, al carcere di Poggioreale, dove l’umanità è ridotta all’essenziale, ogni luogo descritto racconta una parte della storia.
La scrittura della Perna è viva e palpabile: si percepisce nel profumo di pasta e patate che invade la cucina di Lia, nel chiassoso brusio dei vicoli, nelle voci sospese tra una battuta in dialetto e un pensiero doloroso. I dialoghi sono efficaci, capaci di restituire la musicalità partenopea e la sua naturale ironia. La prosa, brillante quando serve ad alleggerire, diventa tagliente quando affonda nel cuore della tragedia. Ottima la costruzione psicologica dei personaggi, che denotano maturità narrativa.
Lia è una figura complessa e divisa: madre ferita, donna colta, sospesa tra la razionalità della legge e il caos dei sentimenti. Il suo dolore è nascosto, rivelato solo da involontari cedimenti. Accanto a lei, Cetta e Picchio incarnano i due poli dell’esistenza: un’esplosiva vitalità dell’una contrapposta alla quieta saggezza dell’altro.
Il titolo del romanzo nasce da un verso di Euripide: “Se tu non ridi più, il mio dolore è gioia.” Un richiamo netto alla Medea, ma anche un presagio: nel cammino di Lia e delle altre madri del romanzo, il confine tra amore e distruzione diventa sottile, e la maternità un campo di battaglia dove il perdono sembra impossibile. La Perna affronta con coraggio il tema della colpa, scavando nel legame più profondo e doloroso dell’essere umano.
La trama si sviluppa con colpi di scena ben calibrati e una tensione che non si spegne mai. Ogni tassello dell’indagine si incastra in un mosaico complesso, in cui l’omicidio iniziale diventa il punto di partenza per una più ampia riflessione sulla giustizia e sulla fragilità umana. “Una cosa sono i pettegolezzi, altra le scabrose verità”: una frase che pare racchiudere l’essenza stessa del romanzo.
Se tu non ridi più non si limita a risolvere un delitto: tenta di comprendere cosa significhi davvero perdonare e quanta forza serva per accettare la realtà.
La Perna intreccia abilmente la suspense dell’indagine con la malinconia del dramma interiore della protagonista. Il risultato è un romanzo inquietante, che emoziona e scuote, in cui l’ombra della colpa e la possibile luce del riscatto si bilanciano in un Fragile e sofferto equilibrio.
Alla fine resta ferma  l’immagine di una città che brucia e consola, di una donna che tenta di rialzarsi e di un dolore che non si cancella, ma con cui si deve imparare a convivere.

Barbara Perna, vive e lavora a Roma. Ci tiene a precisare che però lei è partenopea, nata a Napoli il 6.9.69 (avete letto bene). Il superamento del Concorso in Magistratura nel 1998 le ha brutalmente stroncato una (forse) brillante carriera come attrice teatrale comica. Ha svolto il ruolo di giudice tuttofare un po’ in giro per l’Italia ma il suo cuore è rimasto in Toscana nel piccolo Tribunale di Montepulciano dove ha lavorato per cinque anni prima di trasferirsi a Roma. Scrive per passione, lavora per dedizione, legge per autodifesa. E viaggia molto, soprattutto con la mente. Per Giunti ha esordito con il romanzo Annabella Abbondante. La verità non è una chimera (2021) pubblicando poi Annabella Abbondante. L’essenziale è invisibile agli occhi (2022) – vincitore del Premio NebbiaGialla 2023 – e Annabella Abbondante. Il passato è una curiosa creatura (2024).

:: A mani nude di Marina Visentin (Laurana Editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

26 ottobre 2025

Sono quasi arrivata a casa, nessuno mi aspetta e va bene così. Le otto sono passate da poco e il cielo sembra in fiamme, come se laggiù, sopra i tetti, si fosse aperta una fornace incandescente, rosso vivo. E tutt’intorno un blu profondo che mette quasi paura.
In bilico sul buio, in attesa della notte, la città respira piano. Aspetta la fine dell’inverno.
Io mi godo il vento. È come uno schiaffo in faccia l’aria fredda, ma il rosso del cielo mi tiene compagnia. Come un abbraccio che scalda. Nonostante tutto.

A un anno dall’uscita di Aurora, Marina Visentin torna al noir, questa volta investigativo, con A mani nude. Stesso editore, Laurana, stessa collana, Calibro 9, stessa città: Milano.

Un piacevole ritorno allo stile particolare con cui l’autrice interpreta il noir e trasforma Milano in uno scenario vivido e dolente, coi suoi Navigli, il Cimitero Monumentale, le vie borghesi, i palazzi eleganti, i bar-tabacchi di periferia, i cortili, le case di ringhiera. In questi luoghi scorre e si dipana una storia che intreccia presente e passato: il passato degli anni Settanta, quelli della lotta armata e degli anni di Piombo, che ultimamente sembra vivere una riscoperta dopo anni di oblio.

Protagonista è il vicequestore Giulia Ferro, donna con un passato ingombrante: una madre dedita all’eroina, un padre militante. Carattere difficile, tanto quanto competente e brava nel suo lavoro.

Il caso su cui indaga parte dal ritrovamento di due corpi: un ex terrorista rosso, Chicco Luini, con una fedina penale lunga e accidentata, annegato nei Navigli dopo essere stato pestato da tre ragazzi, di cui uno minorenne; e un appartenente alla Milano bene, Guido Andrea Del Corno, apparentemente morto suicida, impiccato nel Cimitero Monumentale, accanto al mausoleo di famiglia.

Due casi nati già chiusi, anche se il ritrovamento dei corpi avviene a un giorno di distanza l’uno dall’altro. Le vittime appartengono alla stessa generazione, ma sembrano provenire da mondi opposti. Tuttavia, qualcosa non torna: indagando, grazie soprattutto alle informazioni fornite spontaneamente da Vitalo, un amico del padre anche lui ex-militante, Giulia scopre un improbabile e torbido legame tra i due, che la conduce a un vecchio rapimento degli anni Settanta, che costò la vita al rapito, quando i militanti della lotta armata usavano i sequestri — come altri crimini — per finanziare la loro causa rivoluzionaria.

Marina Visentin scrive con precisione e sensibilità, sa unire i fili che legano il passato al presente, caratterizzando ogni personaggio con il suo bagaglio di sofferenza, difetti e pregi, senza calcare la mano sulla nostalgia. Delicato il legame tra la protagonista e il padre, a cui non smette di volere bene nonostante le sue scelte e i suoi errori, aprendo una strada verso la riconciliazione in un tenerissimo finale.

Ma è l’indagine l’ossatura portante della storia: l’interrogatorio dei testimoni, la ricerca degli indizi, i rapporti spesso conflittuali tra i colleghi della procura. L’autrice rende molto bene questa parte, con scrupolo e attenzione ai dettagli. Non è tanto la ricerca di un solo colpevole il punto centrale, quanto il capire cosa successe veramente: come si concatenarono gli eventi che portarono a tante altre vittime collaterali, quale fu la scintilla, come se il male si propagasse a onde e lasciasse dietro di sé una scia di morte.

Il passato non è idealizzato. Giulia è una poliziotta, una servitrice dello Stato — sebbene il termine sia desueto — e ha scelto una parte della barricata, nonostante le scelte del padre. Questo conflitto è una delle parti meglio descritte, con sensibilità e pudore.

A mani nude conferma Marina Visentin come una delle voci più solide e consapevoli del noir italiano contemporaneo. È un romanzo che unisce rigore investigativo e introspezione emotiva, storia collettiva e ferite private, in una scrittura elegante e mai compiaciuta. Non cerca il colpo di scena, ma la verità nascosta nelle pieghe della memoria.

Un noir intimo e civile, nel solco del noir civile di De Cataldo, ma con una delicatezza tutta femminile, attenta ai sentimenti, in cui il passato continua a bussare alle porte del presente e in cui la giustizia — come la vita — si compie solo a mani nude.

Marina Visentin è nata a Novara, da oltre trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista e traduttrice, una laurea in filosofia e un passato da copy-writer, ha collaborato con numerose testate scrivendo di cinema. Ha pubblicato saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia e costume (Filosofia Finalmente ho capito!, Vallardi, 2007; Raffasofia, Libreria Pienogiorno, 2021), romanzi gialli e noir (Biancaneve, Todaro Editore, 2010; La donna nella pioggia, Piemme, 2017; Cuore di rabbia, Sem, 2021; Gli occhi della notte, Sem, 2023; Aurora, Laurana Editore, 2024).

Source: libro inviato dalla casa editrice Laurana che ringraziamo, assieme all’autrice.

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::Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini, Filippo Tommaso Marinetti (Bibliotheka, 2025) A cura di Viviana Filippini

23 ottobre 2025

“Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini” è l’ opera di Filippo Tommaso Marinetti ripubblicata da Bibliotheka,  con una nota di lettura di Riccardo Calimani. Marinetti, tra i padri fondatori del Futurismo, scrisse, o meglio dettò il testo a due suoi amici – Corra e Settimelli- mentre era in un letto di ospedale militare a Udine, dopo essere stato ferito da una granata durante la Grande guerra. Cosa si legge tra le pagine di questo libro? Questo testo fu importante perché fu una sorta di supporto al passaggio del Futurismo da movimento artistico a fenomeno di costume. Nel libro il futurista parla della sua esperienza di amatore, di grande conquistatore di cuori, mettendo in evidenza anche gli intoppi che si possono verificare, il percorso di seduzione,  e ci sono delle pagine dove elenca pure veri e propri punti da seguire (22) per non cadere in errore, noto come “Manuale del seduttore”. Interessanti anche i primi capitoli dedicati alla donna e alle diverse sfumature  che essa può assumere nel corso della vita in rapporto alla guerra, alla velocità,  alle odore o all’ amore stesso. Pagina a dopo pagina, si ha come la sensazione che Marinetti sia distaccato nel narrare, ma in realtà è solo apparenza in quanto l’autore dimostra una profonda attenzione all’ analisi non solo del a rapporto tra uomo e donna, ma che anche delle problematiche emotive, psichiche ed emozionali che uomini e donne possono avere come singoli e coppia. La cosa che evidenzia lo stile di Marinetti in questo volume dove parla di amore,  seduzione,  è la sua classica irriverenza futurista, dicendo proprio quello che pensa e sente, unita ad una profonda ironia che gli permette di narrare le schermaglie d’amore, i sentimenti e la seduzione. Il libro è quindi un viaggio più a fondo nella vita di uomini e donne ai tempi di Marinetti e nella loro esistenze, dove la ricerca del vero amore  e dell’ essere davvero amati sono il problema fondamentale attorno a cui tutto ruota. Certo è che Marinetti in “Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini” sciorina  tutte le sue capacità amatorie, di grande conquistatore di cuore e donne…. Poi alla fine ne sposò una sola (Benedetta Cappa pittrice, scenografa e scrittrice esponente del Futurismo) alla quale rimase legato per tutta la vita e dalla quale ebbe tre figlie. Una marito fedele e padre amorevole che aveva messo da parte l’irriverenza giovanile.

Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d’Egitto 1876 – Bellagio, Como, 1944) Scrittore, drammaturgo, poeta, pubblica su Le Figaro, nel 1909, il Manifesto del Futurismo, inaugurando uno dei movimenti d’avanguardia più influenti e poliedrici di tutto il continente, a cui parteciparono grandi nomi del Primo Novecento, tra cui Boccioni, Carrà, Balla, Severini, Palazzeschi e Russolo. Un’esaltazione del dinamismo moderno, della macchina, della guerra, della violenza. Le applicazioni sono il romanzo Mafarka il futurista (1910) e, per la poesia, Zang Tumb Tumb. Adrianopoli, ottobre 1912 (1914), descrizione fonosimbolica di un episodio della guerra d’Africa.  (fonte sito Bibliotheka).

Source: 1A Comunicazione

:: L’orologiaio di Brest di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli 2025) a cura di Giulietta Iannone

22 ottobre 2025

Liberamente ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, ma rielaborati in chiave narrativa, L’orologiaio di Brest di Maurizio de Giovanni, edito da Feltrinelli nella collana I Narratori di Noir, è un noir atipico nel panorama letterario italiano, che unisce impegno civile, senso della storia, attenzione ai legami familiari ed esistenziali, e un’analisi accurata, seppure filtrata dal genere, degli anni di Piombo. Periodo storico quasi epurato dal dibattito civile italiano, non solo letterario.

Ancora si fatica a fare pace con un periodo drammatico della storia italiana, in cui la strategia della tensione, le stragi, gli attentati, le verità sepolte, la lotta armata di gruppi terroristici paramilitari imperversavano contro le istituzioni. Motivazioni sociali, ideologiche, politiche erano alla base di questi movimenti, con derivazioni più o meno opache tra servizi deviati e organizzazioni segrete parallele se non antagoniste dello Stato.

Fu una guerra civile, con vittime e carnefici, in cui spesso si era entrambi, e i meri esecutori non erano altro che pedine di mandanti che operavano nell’ombra.

De Giovanni, non senza coraggio, abbandona i canoni classici della sua narrativa, i suoi personaggi seriali tanto amati dal pubblico dei suoi lettori, per attingere a questo materiale incandescente e scrivere un romanzo ibrido tra cronaca e realtà.

L’orologiaio di Brest è un romanzo nuovo, con altri personaggi e altre motivazioni che esulano dal solo intrattenimento. Ricollegandosi alla narrativa civile di autori come Moravia e Pasolini, naturalmente con un altro stile e altre peculiarità, vuole fare riflettere, dare consapevolezza ai suoi lettori e portare all’attenzione dell’opinione pubblica temi come dicevo prima quasi rimossi.

Certo resta un romanzo, non certo un saggio sugli anni di Piombo, ma alcune dinamiche sono analizzate da de Giovanni con grande attenzione e rispetto sia per le vittime, sia per i colpevoli a loro volta vittime. Facendo sì che il romanzo per forza e intento si avvicini ai grandi romanzi di denuncia.

Memoria, perdono, senso di colpa, coraggio si intrecciano evidenziando che ci furono anche colpe precise, responsabilità, personaggi oscuri sorretti solo dall’ambizione o dalla sete di denaro che poco aveva a che fare con le ideologie, e tema controverso, che susciterà anche qualche polemica, presenti anche nelle insospettabili alte sfere ecclesiastiche.

Sto cercando di parlarvi del libro senza spoilerare troppo della trama, perché resta un’indagine, semi ufficiale portata avanti da una giornalista coraggiosa, Vera Coen, il personaggio più riuscito del romanzo, a segnalare quanto de Giovanni dia risalto e importanza ai personaggi femminili, il commissario in pensione Bruno Terenzi, e il professore universitario e ricercatore Andrea Malchiodi. L’indagine verte su un attentato avvenuto negli anni ’80 in cui persero la vita un magistrato e un poliziotto, padre di Vera. Chi furono gli esecutori, chi furono i mandanti, perché nessun gruppo eversivo rivendicò l’attentato? Sono tanti gli interrogativi che si pongono sul loro cammino.

Lo stile è scarno, quasi giornalistico, quanto più c’è di antipoetico, che ben si adatta a una storia tesa, cupa, dolorosa in cui è centrale il tema della memoria privata correlata a quella storica del paese. De Giovanni osa, arriva a fare provare compassione e pietà per il colpevole, perlomeno l’esecutore, descrivendoci anche la sua dimensione intima, la sua capacità di amare o credere negli ideali. Non c’è redenzione invece per i mandanti, spietati, occulti, ombre della storia senza coscienza. Passato e presente si alternano in capitoli senza datazione quindi ci vuole un po’ di pazienza e attenzione per seguire le fila della storia.

Con L’orologiaio di Brest, Maurizio de Giovanni firma un noir civile, asciutto, profondamente contemporaneo, dove i contorni della finzione letteraria si sovrappongono alle ombre della nostra storia recente.

Chi ha amato de Giovanni per la sua sensibilità e la profondità dei suoi personaggi ritroverà anche qui quelle qualità, ma declinate in modo diverso, più ruvido, più politico, più urgente.

“Era l’epoca delle stragi, della lotta armata, della politica sommersa. Un pm e un poliziotto, due caduti tra i tanti. Vittime di guerra, in un certo senso.”

L’orologiaio di Brest non è dunque solo un noir. È un romanzo sulla verità, e su quanto costi cercarla. Un libro che ci interroga, ci mette di fronte alle rimozioni collettive, e ci chiede di ricordare. Anche quando fa male.

Il titolo, simbolico e pregnante, richiama la figura di un artigiano nascosto dietro le quinte della storia, che costruisce meccanismi di morte con la stessa cura con cui si compone un carillon.

Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.

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:: A esequie avvenute di Massimo Carlotto (Einaudi 2025) a cura di Patrizia Debicke

20 ottobre 2025

Massimo Carlotto torna con A esequie avvenute e riporta in scena Marco Buratti, l’Alligatore, uno dei personaggi più amati e inquieti del noir italiano. Un ritorno atteso e che non delude. Perché questo suo nuovo romanzo è un viaggio nel cuore nero del Nord-Est, ma anche un’amara riflessione sul tempo che passa, sulla colpa e sulla possibilità, sempre più remota, di restare fedeli a sé stessi in un mondo dove la giustizia pare un ricordo sbiadito.
Fin dalle prime pagine ci si ritroveremo immersi in un gelido inverno, tra le paludi venete con la  nebbia che sembra voler inghiottire tutto. Una donna è stata rapita, ma la speranza di ritrovarla viva si spegne di ora in ora. Marco Buratti, investigatore senza licenza e con più ferite che certezze, accetterà l’incarico di consegnare il riscatto. L’ha chiesto Loris Pozza, imprenditore vicentino uso a “imbrogli” ed espedienti: false fatture, capitali riciclati, soldi che transitano per banche clandestine cinesi. Ma qualcosa va storto e la donna, una giovane moldava di nome Aliona, non verrà liberata nonostante il pagamento di un milione di euro.
Da qui partirà l’indagine, non autorizzata e piena di ombre, che diventerà la spina dorsale della trama. Buratti, e i  suoi inseparabili amici: Max la Memoria, mente lucida e ironica, e Beniamino Rossini, vecchio bandito dal cuore d’oro, dovranno muoversi in un territorio ormai irriconoscibile. Il Nord-Est descritto da Carlotto non è più quello degli artigiani divenuti imprenditori, ma una terra dove le nuove mafie: cinesi, ucraine, nigeriane, si sono radicate con disinvoltura, tutte pronte a spartirsi affari e potere.
La doppia trama si intreccia come due linee di basso in un brano blues: da una parte l’indagine sull’omicidio, dall’altra la personale battaglia di Rossini contro la tratta delle donne. Il vecchio contrabbandiere, stanco ma fedele a un codice morale tutto suo, libera una giovane ucraina schiava dei clan del suo Paese, scatenando una vendetta che travolgerà anche l’Alligatore. E mentre la violenza cresce, Buratti sarà costretto a spingersi dove non era mai arrivato, rischiando tutto pur di restituire giustizia a chi non può più parlare.
Carlotto alterna i toni della cronaca nera a quelli del blues più malinconico, componendo una sinfonia di dolore e rabbia. Il suo linguaggio è secco, tagliente, intriso di sarcasmo e pietà. Le sue frasi brevi con i dialoghi asciutti e le descrizioni essenziali restituiscono l’autenticità di un mondo dove ogni gesto pesa e ogni parola nasconde una verità. Non c’è spazio per l’eroismo né per la redenzione. L’Alligatore è un uomo che sopravvive, ma non vince. Porta addosso il peso di chi ha visto troppo, eppure continua a lottare, spinto da un istinto di giustizia che nessuna sconfitta è riuscita a spegnere.
Attorno a lui si muove una galleria di figure secondarie perfettamente delineate: malviventi, donne ferite, poliziotti disposti a chiudere un occhio, politici che fanno finta di non sapere. Tutti partecipano, consapevolmente o meno, alla grande recita del potere e della corruzione. In questo contesto il Nord-Est rappresenta più di un’ambientazione: è un personaggio vivo, spietato, dove il fango delle paludi si mischia al lusso delle ville di nuova costruzione, dove la nebbia nasconde affari, cadaveri e ipocrisie.
Il tempo, nel romanzo, è un protagonista silenzioso. Buratti è invecchiato, Rossini ha smesso di sparare ma non di combattere, Max osserva il mondo con l’amara ironia di chi sa che la memoria serve solo se non la si tradisce. Vivono insieme in una cascina, tentando una tregua con la vita, ma la quiete durerà poco. L’Alligatore non può sottrarsi al richiamo dell’indagine, alla necessità di ristabilire un equilibrio che la società ha da tempo smarrito. Il blues ancora una volta è la voce interiore del protagonista, una vera filosofia. “Quando hai il cuore fuorilegge non puoi pretendere che batta a un altro ritmo”, scrive Carlotto,  frase che è la sintesi perfetta del libro. Il blues accompagna ogni caduta, ogni bicchiere di “calva”, ogni colpo inferto o subito. È la musica di chi non si arrende, anche quando sa di aver perso.
La scrittura di Carlotto è matura, più introspettiva. Meno azione e più riflessione, ma il ritmo resta serrato. Il noir, per lui, non è evasione ma indagine morale: serve a mostrare ciò che preferiremmo ignorare. I soldi sporchi, la connivenza, la rassegnazione. Tutto ciò che rende la nostra società terreno fertile per il male.
Con A esequie avvenute, Massimo Carlotto non concede tregua. È un romanzo sulla perdita, sul rimpianto, ma anche sulla dignità di chi continua a cercare un senso. L’Alligatore, invecchiato ma indomito, resta una delle voci più autentiche della narrativa italiana contemporanea. La sua stanchezza non è resa, ma consapevolezza. E nella malinconia che trasuda da queste pagine si percepisce la maturità di un autore che, dopo tanti anni, non ha smesso di interrogare la coscienza del Paese.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). Nel 2024 esce Trudy. I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.

:: La vedova di Hong Kong di Kristen Loesch (Marsilio 2025) a cura di Giulietta Iannone

20 ottobre 2025

Hong Kong è una città di fantasmi. Spiriti, spettri, presenze inquietanti, leggende, maledizioni fanno parte della sua storia ricca di leggende urbane su case infestate, tram che specie di notte si popolano oltre di passeggeri di ombre di spettri di persone morte tragicamente, di spiriti di annegati, e vendicativi. La stessa cultura cinese ha grande rispetto per i defunti, per gli spiriti degli antenati che vengono celebrati in templi domestici, o anche in grandi feste cicliche come la principale la Qingming Jie (o Festa degli Antenati), durante la quale le famiglie visitano le tombe per pulirle e onorare i defunti con offerte di cibo, fiori e “banconote” finte da bruciare. Poi c’è la Zhongyuan Jie (Festa dei Fantasmi) o altro modo detta La Festa degli spiriti Affamati.

Il confine tra mondo terreno e aldilà è da sempre non solo frutto di superstizione ma legato alla religiosità cinese delle tradizioni taoiste e buddiste. Il sovrannaturale acquista per cui anche una valenza culturale, e identitaria molto radicata.

La vedova di Hong Kong (The Hong Kong Widow, 2025) di Kristen Loesch, tradotto dall’inglese da Isabella Zani, e pubblicato in Italia da Marsilio, pressappoco in concomitanza con la pubblicazione in lingua inglese, è un romanzo in parte ambientato a Hong Kong, che racchiude storie appartenute al patrimonio culturale e alle radici cinesi dell’autrice.

La vedova di Hong Kong è innanzitutto un romanzo misterioso e piuttosto complesso, che per originalità e profondità non assomiglia a nessun altro romanzo da me letto finora. Difficile classificarlo: in parte romanzo storico, in parte gotico e horror con venature di sovrannaturale sia tradizionale cinese che in parte anche occidentale, memoria familiare, thriller investigativo, romanzo psicologico con elaborazione del lutto, e anche romanzo di formazione, – Mei la protagonista cresce e si evolve e noi l’accompagniamo da bambina fino ad anziana- e tutte queste componenti si amalgamano, senza sovrapporsi, in modo armonico e naturale.

Diciamo che la storia ruota intorno a un mistero, uno delle tante leggende metropolitane hongkonghesi, qui drammatizzata e rivisitata dall’autrice: cosa successe realmente nel settembre del 1953 in una sontuosa villa coloniale di Hong Kong chiamata Maidenhair House di proprietà di George Maidenhair, personaggio centrale del romanzo? Il tema della casa infestata non è certo nuovo nel romanzo gotico, con venature horror, ma qui non mira a fare paura, piuttosto a inquietare il lettore per approfondire temi come l’elaborazione del lutto, i traumi bellici, il desiderio di vendetta, l’amore tra madri e figlie.

La struttura narrativa è a capitoli alternati con indicativamente tre linee temporali: Shanghai negli anni 30 e 40, Hong Kong nel settembre del 1953, e Hong Kong nel 2015. All’inizio si fa un po’ fatica a seguire le direttive temporali, ma poi tutti i nodi vengono al pettine.

Poi si parla di vendetta di Mei la protagonista e per tutto il romanzo non si capisce di cosa si debba vendicare, per quello è anche misterioso, poi in un capitolo sul finale lo dice ed è uno dei principali colpi di scena. Ma ce ne sono altri che non vi anticipo. 

La scrittura è poetica, aulica, ci riporta alle antiche saghe e leggende cinese, alle storie di spiriti, maledizioni e miti ancestrali. Mi sono piaciuti tutti i personaggi: Mei, soprattutto, Jamie, Susanna, Max, Holly Zhang, la vedova russa Volkova, anche George, più una figura paterna, un insegnante, che un amante di Mei, e questo equivoco forse rende anche complesso il loro rapporto.

In conclusione, La vedova di Hong Kong è un romanzo originale, raffinato e inquietante al punto giusto, che si distingue per la capacità di fondere mito, storia e introspezione in una narrazione che affascina e coinvolge fino all’ultima pagina. Un’opera che cattura, e quasi imprigiona nelle pagine e lascia un’eco profonda nel lettore, come solo le storie più autentiche sanno fare.

Kristen Loesch è cresciuta a San Francisco. Laureata in Storia, ha poi conseguito un master in Studi slavistici all’Università di Cambridge.  La bambola di porcellana  è il suo romanzo d’esordio, da cui verrà anche tratta una serie tv. Vive sulla costa ovest degli Stati Uniti con il marito e i tre figli.