Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Donne per il terzo millennio. Problema o risorsa?, Enrica Rosanna (Milella, 2007) a cura di Daniela Distefano

26 luglio 2016
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Questo libro è un’occasione per considerare i valori fondamentali dell’umanità. La Chiesa ringrazia la santissima Trinità per il “mistero della donna”, una cristallina ispirazione evangelica. E’ necessario fondare la “civiltà dell’amore”, seguire la missione nel mondo di un essere che sappia trasformarsi in “genio della donna”. Ma chi incarna questa genialità più di tutti? Ovviamente Maria, madre santissima del Signore. La storia della donna è un cammino sofferto e splendido. I movimenti femminili propugnano una liberazione della donna in quanto risorsa per il genere umano con la sua intelligenza, resistenza, fedeltà: risorsa morale, culturale, che deve sostenere la partecipazione del gentil sesso nei luoghi di potere. Ma non il Potere di dominio, semmai un potere inteso come “servizio”. Il tema della felicità, cioè della libertà e della pace è un traguardo che dev’essere raggiunto nel nostro cosmo oramai globalizzato. Ci vuole più solidarietà universale, specie tra i giovani che devono lottare per la pace, riducendo gli individualismi esasperati. Manca, di fatto, un reale processo di formazione. Don Bosco usava il termine “familiarità” per definire il rapporto tra adulti educatori e giovani. Oggi i ragazzi devono affrontare le problematiche di un mondo in crisi e in guerra perenne. Il drammatico attacco alle torri gemelle è stato macabro e inquietante, un’ombra lunga sull’Occidente. Tutti siamo stati lambiti dal terrore. L’educazione – non solo femminile – alla pace è un tassello imprescindibile per chi voglia seminare grano e non sterpaglia da bruciare. Il Signore chiede molto, ma dà anche molto. “La donna non può ritrovare se stessa se non donando l’amore agli altri”. Quello che Suor Enrica intende sottolineare è che l’uomo e la donna sono membri con pari prospettive per il Cristo Gesù. Non è una questione solo di privilegi o sotterfugi, di stipendi più alti per i maschi, di lavoro più duro per le donne, non è solo un fattore di schiavitù femminile, di casi di femminicidio, di vita beata che non sempre è fattibile. La donna, semplicemente, fa parte – come l’uomo – di un piano divino. Voler negare questo assunto significa non considerare il cammino sulla Terra come passaggio per il Cielo. Tutti dobbiamo lottare per i valori che ci appartengono. La crisi di oggi non è solo di genere, economica, politica, istituzionale, cancerogena per la società. Il fatto è che oggi abbiamo crocifisso Gesù senza neanche saperlo. Buttiamo un sasso nello stagno del benessere, del consumismo, del capitalismo, e cosa ne viene fuori? Il caos della perduta Babilonia. “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”, dice il Signore: noi stiamo seppellendo i nostri costumi, le nostre tradizioni, i nostri ideali, la fede in Dio, la speranza di salvezza. La competizione, la concorrenza, sono questi i nostri obiettivi. E il prossimo? C’è tra noi ancora un buon Samaritano? Forse sì, non siamo troppo pessimisti, però chi lo ringrazierà per il suo aiuto? Ritornando al tema del libro, cioè la donna, tutti dobbiamo sforzarci di essere grati a Dio per averla creata. Non è solo un fatto di procreazione, o di materna bontà. La donna non deve essere più schiavizzata, deve emanciparsi senza scavalcare nessuno, non è guerra, è libertà. Quali sono i modelli di donna a cui ispirarsi? Naturalmente, le donne del Vangelo, sante e pie mediatrici, esempi di vita consacrata all’eterno gaudio. Il Signore si serve di loro come testimoni della Resurrezione. L’umiltà, il coraggio, la franchezza, la devozione, la sottomissione, la preghiera, sono attributi delle donne del Vangelo. Dobbiamo a loro la fedeltà ai sacramenti del Signore. Assieme agli apostoli, e a tutti i cristiani, eredi di una testimonianza millenaria. Questo libro è un incipit alla riflessione su ciò che siamo e quello che con l’aiuto di Dio possiamo diventare. La donna è completamento del disegno divino, non riconoscere questo compito sarebbe un degradare l’umanità a qualcosa di spezzato e non fecondo.

Enrica Rosanna è Docente Emerito della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium» di Roma –

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Il segreto del Voltone. Il commissario Botteghi e una vecchia storia livornese, Diego Collaveri (Fratelli Frilli, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 luglio 2016
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Livorno. Piazza della Repubblica, più specificatamente sotto al Voltone. Giorni odierni. Il ritrovamento di un crocerista americano è la notizia che un giorno molto caldo sveglia di prima mattina il commissario Mario Botteghi. Lui e la sua squadra vanno subito sul posto a indagare, e sulle prime sembra una classica rapina finita male.
Botteghi, come da protocollo, inizia subito a recuperare e visionare tutti gli effetti personali del crocerista e la sua cabina, ed è proprio qui che ritrova un diario di un parente del defunto nascosto con molta attenzione e che riguarda il periodo dello sminamento avvenuto a Livorno nel 1945, fatto che gli fa capire subito che l’omicidio non è una semplice rapina ma qualcosa di più complesso.
A questo punto Botteghi è costretto ad andare in Ambasciata, trattandosi di uno straniero, e anche qui incontra molte perplessità, specialmente sulla fretta che l’ambasciata gli vuole mettere per la chiusura del caso.
Botteghi inizia a studiare con molta attenzione il diario e scopre che lo zio del defunto, insieme a un gruppo di partigiani italiani, era coinvolto nell’occultamento di un grande segreto che doveva essere tenuto nascosto a tutti ma specialmente ai tedeschi, e per questo venne messo proprio nelle gallerie sotterranee sotto al Voltone.
Pur essendo all’inizio molto incredulo sui fatti narrati, credendo come tutti che la storia delle gallerie e del tesoro fosse solo una leggenda metropolitana inventata per far divertire i ragazzini, Botteghi inizia comunque a indagare anche in quella direzione, sperando di trovare il colpevole dell’omicidio dell’americano. Inizia così l’indagine e il viaggio che unirà passato e presente in un vortice di colpi di scena e sotterfugi per arrivare alla soluzione del mistero. Tuttavia il mistero si riuscirà davvero a svelare?
Romanzo unico nel suo genere trattandosi di un ibrido tra giallo, ovvero tutto ciò relativo alla trama, e il noir, cioè tutto la parte riguardante l’introspezione di Botteghi che rappresenta il classico cliché del commissario da romanzo e film noir.
Nel noir c’è anche da specificare che si tratta di noir metropolitano grazie alla sua ambientazione tutta cittadina, infatti tutte le vicende sono ambientate a Livorno, più precisamente nelle vie e nelle zone intorno alla Fortezza Nuova e al Voltone.
Altro fattore ibrido che possiamo trovare è la mescolanza di fatti storici realmente accaduti, e dei quali Collaveri si è lungamente documentato facendo ricerche approfondite, spesso le stesse che poi fa fare a Bottteghi, sia a livello teorico tramite racconti, libri, documenti storici che direttamente sul campo.
Una scelta molto coraggiosa dell’autore è stata sicuramente quella di usare nel linguaggio parlato dei personaggi cadenze e terminologie vernacolari, ovvero specifiche livornesi. Dico che è stato un atto di coraggio perché questa scelta potrebbe restringere il target dei lettori, ma questo non avviene, perché il genio di Collaveri ha inserito delle note a piè di pagina dove spiega il significato dei termini, facendo così in modo che il lettore si appassioni di più, e per i non livornesi poter imparare di più città e i suoi abitanti.
Le descrizioni dei luoghi sono fatte attraverso gli occhi di Botteghi, grazie alla narrazione tutta in prima persona, in questo modo l’autore non è obbligato a limitarsi esclusivamente alla parte fisica e materiale dei paesaggi, ma può trasmettere tutta la magia che possiamo trovare racchiusa anche nella realtà in ogni mattone, ciottolo e filo d’erba di questa città quasi mistica.
Come detto da Collaveri stesso durante una presentazione del suo libro, quando ha scritto e creato Botteghi si è trasformato lui stesso in Botteghi, e questo il lettore lo nota per tutta la durata del romanzo, perché leggendolo diventa a sua volta il commissario vivendo tutto il libro in prima persona e toccando con mano luoghi, avvenimenti e personaggi.
La trama poi è così ben realizzata che l’autore riesce a dare tutti gli indizi al lettore per risolvere il caso già nella prima metà del libro, ma nello stesso tempo, durante la lettura, lo depista in modo da rendere tutto ancora più intrigante, come se Collaveri volesse giocare con lui e dopo avergli dato la soluzione in mano rendergli la decifrazione degli indizi complicata distraendolo e rigirandogli i pezzi in mano.
Un romanzo spettacolare scritto da un livornese DOC che sa conquistare con la sua fantasia e insegnarci anche nuove nozioni storiche nel modo più piacevole e avvincente che possa esserci, dimostrando conoscenza dei fatti e impegno nella ricerca fatta con testa, ma soprattutto con il cuore.

Diego Collaveri nasce a Livorno nel 1976.
Dal 1992 fino al 2000 lavora in campo musicale per la EMI Music.
Nel 2000 inizia a confrontarsi con la scrittura, prima partecipando a concorsi di poesia e narrativa e in seguito con le prime pubblicazioni.
Nel 2001 inizia a dedicarsi alla sceneggiatura, prima per il teatro e successivamente per il cinema.
Nel 2003 fonda la Jolly Roger production con cui produce video.
Dal 2014 collabora con La tela nera come critico cinematografico e dal 2015 è docente della Scuola di Scrittura Carver di Livorno.
Al suo attivo ha i romanzi Anime assassine pubblicato nel 2014 e L’odore salmastro dei fossi pubblicato sempre con Fratelli Frilli nel 2015.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli Editori.

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:: Il bazar dei brutti sogni, Stephen King (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 luglio 2016
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Stephen King è come il buon vino, invecchiando migliora. Per cui non dispiace molto rivedere, tra i venti racconti che costituiscono la raccolta Il bazar dei brutti sogni, alcuni magari usciti già altrove, e anche solo poco rimaneggiati e arricchiti. “Miglio 81” per esempio è stato già pubblicato in Italia con lo stesso titolo da Sperling & Kupfer nel 2011, per la traduzione di Giovanni Arduino. Sempre anche in Italia sono stati pubblicati “The Dune”, originariamente su Granta, (“La duna” su Granta Italia n°5 traduzione a cura di Letizia Sacchini; “A Death” originariamente su The New Yorker, (“Una morte” su Internazionale, traduzione di Diana Corsini), “Herman Wouk Is Still Alive”, originariamente su The Atlantic (“Herman Wouk è ancora vivo”, su Internazionale n° 911, traduzione di Wu Ming). Questi ultimi solo in America: “Premiun Harmony”, su The New Yorker; “Batman e Robin” su Harper’s Magazine; “The Bone Church” su Play Boy; “Morality” su Esquire; “Afterlife” su Tin House; “Tommy” su Play boy; “The Bus is another World” su Esquire e “Summer Thunder” su Cemetery Dance. Tutti gli altri sono inediti.
Ma il valore aggiunto, ciò che davvero rende questo libro imperdibile, che siate o non siate lettori storici di King, sono le premesse ad ogni racconto, una letteratura a parte, che ho sempre adorato, in autori come Asimov. Leggevo infatti i suoi libri per leggere queste premesse, anche Chandler non si ritraeva. Scoprire insomma cosa portò al racconto, facendo luce sulla stessa vita dell’autore, ma con pudore, come se si accendesse una luce discreta, e nulla più, beh è un’ esperienza piacevole e molto istruttiva. Stephen King hai il pregio del narratore accanto al fuoco, mentre i marshmallow sfrigolano sul fuoco, una notte di luna piena. In campeggio, sì, quando giunge l’ora, superata la mezzanotte, in cui i racconti di paura prendono vita. Anche noi, che non siamo americani, non facciamo fatica a immaginarci la scena e l’atmosfera. E non credo di sbagliarmi molto ne di essere irrispettosa. Ma King non è un autore da salotto, ecco. Con lui si sente l’odore della terra dopo la pioggia, si sentono i grilli e le rane toro che gracidano, c’è poco da fare.
Il bazar dei brutti sogni a mio avviso è un libro riuscito, che mi sento di consigliarvi senza esitazione. Comunque l’esperienza di lettura è diversa per ogni lettore, mi limiterò a raccontarvi la mia. Prima dei racconti ho letto tutte le premesse ai racconti, in un pomeriggio, con molto gusto e divertita curiosità. Poi i racconti. Non che ve lo consiglio, non che sia un’esperienza ortodossa, ma tant’è così ho fatto io. Prima dei racconti vorrei però parlarvi del curatore e dei traduttori. La traduzione infatti ha richiesto un lavoro collettivo che ha coinvolto Giovanni Arduino, Chiara Brovelli, Alfredo Colitto e Christian Pastore. La curatela del libro è di Loredana Lipperini. Essendo venti racconti sarà difficile che possa parlarvi estesamente di ognuno, ma posso sen’zaltro dirvi quelli che mi sono più piaciuti e mi hanno fatto più paura. Sebbene non l’orrore in senso stretto, traspaia da questi racconti. Se “Miglio 81” è uno dei suoi preferiti, o il finale de La duna addirittura è da lui definito “uno dei miei finali preferiti in assoluto”, tra i miei preferiti citerei senz’altro Il bambino cattivo, Herman wouk è ancora vivo e Il piccolo dio verde del dolore. Probabilmente a voi poco importa, e i vostri preferiti saranno altri, ma il bello è che questo descrive l’ora, l’adesso. Magari già domani avrò cambiato idea. Buona lettura.

Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha e la figlia Naomi. Da più di quarant’anni le sue storie sono bestseller che hanno venduto 500 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian De Palma, Rob Reiner, Frank Darabont. Oltre ai film tratti dai suoi romanzi, vere pietre miliari come Shining, Stand by meRicordo di un’estate, Le ali della libertà,Il miglio verde ¿ per citarne solo alcuni ¿ sono seguitissime anche le sue serie TV, ultima in ordine di apparizione quella tratta da The Dome, trasmessa da RAI2. Recentemente King si è dedicato ai social media e in breve tempo ha conquistato centinaia di migliaia di follower su Facebook e soprattutto su Twitter.
Nel 2015 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama gli ha conferito la National Medal of Arts.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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:: Venezia salva. Un film di Serena Nono, Simone Weil (Castelvecchi, 2015) Daniela Distefano

22 luglio 2016
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Una tragedia in tre atti diventa soggetto di un film assai intrigante. Simone Weil scrisse Venezia salva con il proposito di togliere il velo a certi altarini funerei. E’ un’opera che valica i confini del tempo. Serena Nono ne riprende lo spunto attuale e ne fa un film che prevede pure il coinvolgimento del popolare attore e comico David Riondino. Ma di cosa parla questo capolavoro di perfezione tempistica, dialoghi corti e lunghi, frasi che dilapidano i pensieri? Il marchese di Bedmar, ambasciatore di Spagna a Venezia, nel 1618 elaborò un piano per sottomettere, attraverso una congiura, Venezia al potere del re di Spagna che all’epoca era padrone di tutta l’Italia. Volendo rimanere nell’ombra, per il suo ruolo di ambasciatore, ne affidò l’esecuzione a Renaud, un gentiluomo francese, e a Pierre, un pirata provenzale, capitano e navigatore di fama. Il piano prevedeva un’azione improvvisa, in piena notte, appiccando molti incendi nei vari punti della città, seminando il terrore nei vari quartieri ed uccidendo chiunque tentasse di resistere. Tutto era fissato per la notte della Pentecoste. Jaffier, capitano di vascello, provenzale, provocò il fallimento della congiura confessandola al Consiglio dei Dieci per compassione verso la città. E’ un testo che si rifà al passato della nostra storia, correggendolo con un tocco di speranzosa fatalità. Jaffier il traditore o Jaffier il Liberatore? Il suo è stato un gesto di ineguagliabile coraggio o la resa di fronte ad un piano che minacciava di franare sotto i piedi? Di certo, Venezia è salva grazie a questo atto dalle conseguenze fortuite. Tutto il resto è Bene che vince sul Male: sempre. E se nel testo si legge

La misericordia è un attributo propriamente divino. Non esiste una misericordia umana. La misericordia implica una distanza infinita. Non si ha compassione di ciò che è prossimo, sappiamo che anche la pietà di un uomo può fare molto per la salvezza di tutti.

Simone Weil (1909-1943), ebrea, rappresentante della Sinistra Rivoluzionaria, partecipò alle Brigate Internazionali e, durante la guerra, fu attiva combattente.

Serena Nono, veneziana, classe 1964, diplomata in Belle Arti, ha frequentato la Kingston University di Londra.

Nota: La traduzione è affidata a Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito.

Source: libro inviatoal recensore dall’Editore

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:: Dottor Cannabis. La storia di un medico antiproibizionista, Fabrizio Cinquini (Dissensi edizione, 2016)

21 luglio 2016
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Non abbiamo scoperto tutto sul sistema cannabinoide, ma quel poco che sappiamo ci obbliga a restituire a questa sacra pianta il rispetto che pochi malfattori, per i loro biechi interessi, le hanno tolto, poiché libertà di terapia, di ricerca, di culto sembrano oggi in Italia parole prive di fondamento pragmatico.

Fra pochi giorni, lunedì prossimo 25 luglio, si discuterà in Parlamento la legge sulla legalizzazione della cannabis. Dopo il probabile sì della Camera, ci sarebbe solo più il voto del Senato, forse l’ostacolo più grande al varo della legge che prevedrebbe[1] la possibilità di coltivare cannabis a scopo personale (massimo 5 piante dietro comunicazione), la possibilità di detenere 5 grammi all’esterno e 15 in casa (esclusi i proventi della coltivazione autorizzata), la coltivazione collettiva sull’esempio dei Cannabis social club spagnoli e la produzione e vendita di cannabis sotto monopolio di stato. Divieto assoluto per i minorenni.
Il forte no della Comunità di San Patrignano[2], che teme l’esplosione di un nuovo problema sociale, al pari di quello che esploso dopo la legalizzazione del gioco d’azzardo, non è l’unica voce che si è levata. Esistono anche coloro che sono favorevoli alla legalizzazione come il chirurgo vascolare Fabrizio Cinquini, che partendo da una sofferta esperienza personale (contrasse l’ epatite C durante un’ opera di emergenza a bordo di un’ autoambulanza nel 1997) è arrivato alla convinzione che la cannabis per uso medico ha i suoi vantaggi, più che svantaggi. Insomma la cannabis non come porta verso l’eroina, ma come strumento di cura efficace, dal quale, svolto il suo utilizzo, si può facilmente disintossicarsi.
Fabrizio Cinquini nel suo libro Dottor Cannabis. La storia di un medico antiproibizionista, (2016, pp. 197, 12 euro) edito da Edizioni Dissensi, ci parla di questo. Un libro che consiglio di leggere, in qualsiasi modo la pensiate, per la forte passione che il dottor Cinquini ci mette a esporre le sue tesi, avendo vissuto sulla sua pelle il problema, subendo arresti, la detenzione domiciliare, il carcere e fin anche il ricovero in strutture psichiatriche.
Il fatto che sia un medico sicuramente è una garanzia di competenza, il giuramento che ha fatto gli impedirebbe in tutta coscienza di consigliare una cura che potesse danneggiare il paziente. Insomma Fabrizio Cinquini ci crede veramente, come ci credeva Marco Pannella, che molto fece nei suoi anni di attivismo per giungere a questa legge.
Togliere alla criminalità organizzata e al racket il monopolio della commercializzazione della cannabis e delle droghe leggere non è che una delle conseguenze positive del varo di questa legge che innescherebbe un iter virtuoso, più che un’ espansione dell’uso smodato di questa sostanza a mero scopo ricreativo. Essenzialmente è lo svincolare questa sostanza dalla leggenda nera che da anni la circonda, l’obiettivo primario. Insomma una rivoluzione di costume e di modo di pensare, arrivando a considerare e accettare gli effetti positivi di questa “droga”, che sarebbe più corretto definirla, pianta curativa.
E non si parla sicuramente solo di mere convinzioni, campate per aria e non suffragate da dati scientifici. Ma anzi la ricerca e lo studio (ancora in atto) degli effetti curativi di questa pianta hanno dimostrano quanto si riveli efficace nella cura di malattie come la sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica (SLA), cancro, leucemia, AIDS, fibromialgia,glaucoma, morbo di Chron, lesioni midollari, diabete, epilessia, depressione, osteoporosi, psoriasi, asma, ustioni, dolori cronici, insonnia. Come sempre sono le quantità e l’utilizzo sotto stretto controllo medico che fanno la differenza, dal semplice fai da te.
Introduzione di Gianluca Ferrara.
Postfazione di Matteo Provvidenza.

Fabrizio Cinquini (Viareggio 1963), medico-chirurgo, è noto a livello nazionale e internazionale nell’assistere i suoi pazienti attraverso cure alternative olistiche naturali. Ha partecipato a missioni in Rwanda, oltre che in zone dell’Europa, la Russia e gli Stati Uniti.
Ha prestato servizio militare nel Corpo Sanitario Aeronautico ed è stato per anni medico di bordo in equipaggi internazionali. Segue pazienti affetti da patologie legate sia alla sua specializzazione – la chirurgia cerebro-vascolare – sia da patologie neurologiche degenerative sia malati oncologici. Per le sue convinzioni, ha pagato con la carcerazione, gli arresti domiciliari e il manicomio criminale. Ideatore e animatore di svariate manifestazioni eco-tecnologiche sulla canapa medicale e industriale, da anni porta avanti il progetto per una produzione di canapa terapeutica attraverso le istituzioni militari, progetto in parte accolto dalla regione Toscana.
Vive a Pietrasanta ed esercita la professione tra Italia e Spagna.
Il 24 giugno 2016 Fabrizio Cinquini è stato assolto dal Gup di Lucca per coltivazione di 22 piante di canapa.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Dissensi.

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[1] http://www.cannabislegale.org/proposta-di-legge/

[2] http://www.vita.it/it/article/2016/07/18/cannabis-legale-san-patrignano-dice-no/140182/

:: La valle delle bambole, Jacqueline Susann (Sonzogno, 2016)

19 luglio 2016
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Be careful what you wish for sembra una verità fondamentale a cui attenersi specie quando si è una giovane e bella ragazza della provincia che si reca a New York (alla fine della Seconda Guerra Mondiale) in cerca di fama, amore, soldi e successo. Nessuna delle tre protagoniste di La valle delle bambole (Valley of the Dolls, 1966) di Jacqueline Susann, Anne, Jennifer e Neely, la seguì e con tragiche conseguenze, vedendo gli esiti delle loro vite. Raggiungere i loro sogni le portò solitudine, infelicità, dipendenza da alcool e droga, addirittura una delle tre arrivò al suicidio. Insomma assistiamo alla desacralizzazione del sogno americano, compiuta certo con gli strumenti e la verve che la simpatica Susann disponeva.
Se vogliamo la lettura di questo libro e il suo valore sono più necessari per il suo essere un documento di un’ epoca, che per il valore e le qualità letterarie (oltre all’indubbio coraggio) della Susann. Gore Vidal, Truman Copote insomma non si sbagliarono di tanto, e non devono essere considerati come dei meschini e invidiosi rosiconi, anche se esternarono i loro pareri con la loro consueta insolenza. Tuttavia la sua prosa la si legge con estrema facilità e i temi seri che tratta, quasi incappandoci per sbaglio, dall’emancipazione femminile, al maschilismo e al materialismo presenti nella società americana, all’aborto, al suicidio, alle malattie mentali, sono il ritratto fedele di un’ epoca che preferiva nascondere la polvere sotto il tappeto, in favore di un certo entusiasmo simulato e un allegria pop, da boom economico. La Susann ne tratteggia le ombre con vivace arguzia, e la sua forte personalità e il suo umorismo anche amaro, sono un collante sicuramente efficace, padroneggiato con indubbia abilità.
A cinquant’anni dalla pubblicazione l’effetto destabilizzante è senz’altro smorzato. Ormai si parla di sesso molto liberamente, anche nei romanzi, forse meno di cancro, malattie mentali e suicidio. Per cui se vogliamo il suo romanzo non appare così datato come appaiono opere di quel periodo lette oggi. Il suo linguaggio pepato, la sua mancanza di inibizioni quando si parla di sesso (evidenziando come lo percepivano le ragazze degli anni ’60), sono senz’altro parte del fascino di questo libro, che anche oggi, in un’ epoca di post-femminismo come la nostra, conserva le sue peculiarità.
Non fu facile pubblicare questo libro negli anni ’60, numerosi editori lo rifiutarono e solo Bernard Geis Associates lo pubblicò nel 1966. Che Jacqueline Susann parlasse di sé e vi fossero molti elementi autobiografici è indubbio, come è indubbio che molte storie e aneddoti furono tratti dalle vite (travagliate) di molte star di quei tempi, a partire da Judy Garland.
Non ostante l’aura di scandalo, da alcuni questo libro fu tranquillamente definito un soft porno, La valle delle bambole fu un successo immediato e travolgente. Restò per ben 65 settimane nella lista dei best seller del New York Times, grazie anche alla grandissima campagna promozione che organizzò il marito della Susann, il produttore Irving Mansfield.
Per togliere un’ equivoco, le “bambole” del titolo non sono le protagoniste, ma le magic candy, gli psicofarmaci di cui le stelle del cinema facevano abbondante uso, sonniferi, stimolanti, antidepressivi, anfetamine.
Ne fecero un film, diretto da Mark Robson, con Sharon Tate nella parte di Jennifer North, e Susan Hayward in quella di Helen Lawson, in cui in un cameo apparve la stessa Susann (che tuttavia usò termini molto dispregiativi per definirlo). Da anni si parla di un remake con protagoniste Madonna (Helen Lawson), Jennifer Lawrence, (Jennifer North) Anne Hathaway (Anne Welles) e Emmy Rossum (Neely O’Hara). Chissà, vediamo, certo molto dipenderà dal regista, ma non è difficile predire un indiscusso successo. Come il libro, tradotto in questa edizione da Mariapola Dettore. Postfazione di Irene Bignardi.

Jacqueline Susann (1918-1974) era originaria di Philadelphia. A diciott’anni si trasferì a New York, dove lavorò come attrice e, per ben quattro volte, fu premiata come la “Donna più elegante della televisione”. Ma fu il successo dei suoi tre romanzi, tutti bestseller mondiali – La valle delle bambole (1966), La macchina dell’amore (1969) e Una volta non basta (1973) -, a trasformarla nella leggenda che ancora oggi si ricorda. Sposò il produttore Irving Mansfield. Da La valle delle bambole, il suo libro più famoso, ristampato diverse volte anche in Italia, sono stati tratti un film e una serie televisiva.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

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:: La lettera, Kathryn Hughes (Editrice Nord, 2016), a cura di Daniela Distefano

18 luglio 2016
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500.000 copie, 4.000 pareri favorevoli, per 130 giorni in testa alle classifiche, diritti di traduzione in 16 Paesi, diritti cinematografici e un successo strepitoso in tutto il mondo.  Quale può essere il segreto del successo di un libro? Una buona combinazione di fluida lettura, lingua non contorta, facile assimilabilità della trama. Anche se parliamo di un libro d’esordio, riscontriamo in esso una maturità che lascia intravedere un lungo esercizio di limatura e propensione al imbastire aneddoti. Insomma, si capisce che la scrittrice si è molto divertita nel raccontare una storia godibile e struggente. Siamo in Inghilterra, una giovane donna è infelice per via dei maltrattamenti subiti. Non ha più la speranza di liberarsi, però ci prova. Va via di casa, il marito però le giura di essere cambiato, lei è sola, si illude che davvero sia una persona migliore. Non è così. Un giorno, trova una lettera ingiallita ed inizia la sua alternativa all’oppressione. E’ una lettera d’amore, scritta nel periodo del secondo conflitto mondiale. Questa protagonista ammaccata dalla vita diventa investigatrice. Vuole sapere perché è finita la storia d’amore tra due giovani. Forse per la guerra? Forse perché non si amavano più? Forse perché dispersi come chicchi di grano? Da brava cantastorie, l’autrice pone il lettore nel processo di immedesimazione, ci si lascia coinvolgere da un narrare denso, molto fresco, intrigante. Ogni pagina contiene una sorpresa, un idillio arcadico di felicità da conquistare. Nasce la gioia di accettare quello che il destino ha in serbo per noi. “Niente è per sempre”, cantano gli Afterhours, ed allora perché non mettere un punto alle sofferenze? La giovane coppia di innamorati, come Romeo e Giulietta, è punita dal fato, ma il loro amore resiste nel tempo, come quei segni sulle pareti delle grotte ultramillenarie. La nostra “investigatrice per caso” scoprirà che il Bene trionfa sempre e comunque e il suo dolore svanirà se avrà coraggio.

Kathryn Hughes è inglese, nata e tuttora residente nel Cheshire. Questo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Sassi vivi, Anna Rottensteiner, (Keller 2016), a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2016
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Sassi vivi di Anna Rottensteiner, edito da Keller, parte da un lungo flashback di Franz, uno dei protagonisti della trama, e conduce noi lettori alla scoperta del passato e della vite che i personaggi letterari vissero con tutti gli effetti e le conseguenze derivanti dalla Seconda guerra mondiale. Il romanzo della Rottensteiner è un viaggio tra i ricordi del passato e i dolori del presente. Negli anni Trenta/Quaranta del Novecento, teatro della narrazione è il Sudtirolo dove il giovane Franz vive con la madre che deve compiere un’importante decisione: aderire al Reich, mantenendo in questo modo la possibilità di continuare a seguire usi e costumi propri, o accettare l’annessione all’Italia, rinunciando però alle proprie radici culturali. La donna non accetterà nessuna delle due opzioni, trovandosi a vivere in una situazione nella quale lei e il figlio saranno guardati con dubbio e sospetto. Il tutto si complicherà ancora di più quando la madre di Franz deciderà di ospitare Armando, un professore romano, non ben visto dai sud tirolesi, perché sospettato di essere vicino al fascismo. Ad un cero punto, l’uomo verrà raggiunto da un certa Dora, la sua amata figlia, simpatica ed esuberante, che ha “perso la testa” (nel senso che lo ammira molto) per Mussolini. I destini di Franz e della ragazza si intrecceranno in modo indissolubile, quando lui, partito come soldato per il fronte, la ritroverà a Salò. Sassi vivi si addentra nei destini esistenziali dei due giovani, che finita la guerra si trasferiranno nei paesi nordici dove Dora comincerà a realizzare una serie di sculture – i sassi vivi- che la aiuteranno a fare memoria di tutto il male visto e vissuto durante il conflitto bellico. Il dolore e il senso di colpa che opprimono la donna saranno così gravi da impedirle di trovare la pace e la tranquillità esistenziale per vivere con Franz. Dora, schiacciata dal peso della sofferenza confesserà tutto il suo male esistenziale a Franz – e a noi lettori- per non aver mai compreso fino in fondo il padre Armando, non un fascista come tutti credevano, ma un partigiano che aveva sempre cercato di metterla in guardia dal suo ammaliamento per il regime. In questo piccolo romanzo la Rottensteiner mette nella trama non solo una storia d’amore, ma tutta una serie d’importanti tematiche ancora attuali al giorno di oggi. Tra le pagine ci sono il conflitto fra la generazione dei padri e quella dei figli; l’avversione verso coloro che non avendo scelto con chi schierarsi erano visti come dei traditori e come persone delle quali non fidarsi; il fatto che le guerre separano le persone impedendo loro di conoscersi realmente e, ancora, l’atmosfera di caos completo dell’Italia dopo il 1943. I sassi vivi realizzati da Dora sono opere d’arte, ma a lei permettono di dare forma alle individualità e al ricordo delle persone che ha conosciuto e, purtroppo, anche perso a causa della guerra e della incomprensioni. Sassi vivi di Anna Rottensteiner è una storia intensa, nella quale gli spettri del passato danno il tormento a Dora nel presente impegnata nella ricerca costante della pace persa. Traduzione Carla Festi

Anna Rottensteiner è nata nel 1962 a Bolzano, ha studiato letteratura tedesca e slava a Insbruck e ha poi lavorato per librerie e case editrici. Dal 2003 dirige il centro di letteratura LiteraturhausamInn. Sassi vivi è il suo primo romanzo. A febbraio 2016 è uscito il suo secondo libro NureinWimpernschlag.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Un ringraziamento a Silvia Turato dell’ufficio stampa Keller.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: L’arte del Rinascimento in Italia, Stephen J. Campbell, Michael W. Cole (Einaudi, 2015), a cura di Daniela Distefano

18 luglio 2016
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Il Rinascimento vide l’origine dell’arte nella mente del  creatore. Quando Raffaello scriveva che cominciava a dipingere con una << certa idea>>, quando Michelangelo descriveva lo scultore come colui che insegue l’<<idea>> contenuta in un blocco di pietra, o quando Vasari riportava la pittura, la scultura e l’architettura al principio del << disegno>>, essi asserivano che il solo lavoro non era  meccanico, ma anche intellettuale, un lavoro di pensiero. L’artista del Rinascimento era spesso apprendista di bottega, nella quale raggiungeva abilità tecniche mirabili. La trattazione comincia nel 1400, è corredata da ben 817 illustrazioni, 703 a colori. Un lavoro immenso.
Questo volume punta alla completezza piuttosto che all’enciclopedismo, un focalizzare l’attenzione sui singoli oggetti e monumenti, sottolineando i limiti di un approccio meramente biografico. E’ una puntigliosa dimensione auto-riflessiva. Il Rinascimento fu una rigogliosa occasione per riprendere le fila di un percorso di contezza delle antichità classiche, un ulteriore declinazione dell’umanesimo che lanciava reti per pescare nel mare della perfezione artistica passata. Fu cerniera tra il presente ed il futuro, come se tutta la vastità di immaginazione greco-latina fosse divenuta il trampolino da cui tuffarsi per immergersi nel fiume della bellezza figurativa. La grandezza del sua eredità è frutto di un cammino intrapreso dai pionieri umanistici che hanno indossato l’armatura classica più congeniale, salvo poi spiccare il volo come rondini che migrano verso porzioni di cielo non contaminate dalla trivialità grottesca o da stereotipi soggetti di un’arte che aveva bisogno di liberarsi. Gli autori di questo poderoso volume sono esperti conoscitori delle vicende artistiche dell’Italia, ma si soffermano anche su influssi culturali esterni. Un libro da leggere, da sfogliare, da meditare, da gustarsi non solo perché parla dell’ orgoglio di una nazione, ma anche del  suo apporto alla civiltà dell’intero Occidente.

Stephen J. Campbell è docente di Storia dell’arte alla Johns Hopkins University

Michael W. Cole è ordinario di Storia dell’arte e archeologia alla Columbia University.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Raccontami dei fiori di gelso di Aline Ohanesian (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

14 luglio 2016
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“A volte mi domando se il nostro kismet è come questa lana e se Dio lo tinge arbitrariamente di un colore o di un altro”.

“Ti serve un nome turco. D’ora in poi risponderai al nome di Seda. Significa “eco”, così che tu possa ritrovare la tua voce”.

“Una tazza di caffè t’impegna a quarant’anni di amicizia” recita un proverbio turco.

Il genocidio armeno ha un triste primato: fu il primo genocidio del ventesimo secolo, anche se lo stesso termine genocidio, l’uso di questo termine, non è universalmente accettato. La Turchia non riconosce il Medz Yeghern come tale, la morte di un milione e mezzo di armeni rientra tra le vittime di guerra. C’era la Prima Guerra Mondiale, anche gli innocenti morivano. Seppure documenti e testimonianze attestino la peculiarità di questo sistematico sterminio, i turchi vivono ancora come un’offesa questi accenni. Paradossalmente il genocidio ebraico, fatto salvo per gli odiosi, ma sporadici, fenomeni di negazionismo, ha trovato minori ostacoli al suo riconoscimento. La Germania, come stato, entità politica, non ha mai negato la Shoah. La Turchia appunto sì. È illegale parlarne. Se fossi una blogger turca rischierei l’oscuramento del mio sito, se non l’arresto da sei mesi a due anni per vilipendio dell’identità nazionale, in base all’art. 301 del codice penale. Ecco, chiarito questo, è più che evidente il significato che assumono libri come quello di cui vi sto per parlare. Un’umile voce, un eco (il nome turco stesso della protagonista del romanzo a questo rimanda) di quello che successe, ostacolato da una cortina di silenzio. Sul nostro blog già se ne parlò trattando questo saggio che invito a riscoprire se interessati all’argomento.
Ma cos’è un genocidio? Un genocidio, dice il dizionario, è la metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali. Il suo riconoscimento ha due conseguenze dirette: una morale, l’altra materiale, legata a un eventuale risarcimento dei discendenti delle vittime. Probabilmente lo stato turco è a questa seconda circostanza che si oppone più fermamente. Sta di fatto che gli eventi più lontani nel tempo, rispetto per esempio alla Shoa, hanno minori moderne documentazioni, ed anche una foto sappiamo tutti è possibile alterarla, o distorcere dati, termini, circostanze. Chi si approccia a tutto ciò con uno spirito scientifico non può non tenerne conto, ma la difficoltà di poter pervenire a una comprovata verità storica, non deve frenarci dal continuare a cercarla. Senza trasformare la Turchia contemporanea in un mostro mitologico a due teste.
Leggere libri come Raccontami dei fiori di gelso (Orhan’s Inheritance, 2015), è dunque un preciso atto morale, etico, e politico, e come dice l’autrice stessa gli storici, gli studiosi e i giornalisti che si battono per la verità dimostrano quotidianamente che la penna è davvero più forte della spada. Dunque anche un romanzo può rientrare in questa giusta battaglia per la verità, quanto mai la letteratura si presta a questo scopo e lo fa con le sue armi, e la sua voce.
Il libro è ispirato ai ricordi della bisnonna dell’autrice, che aveva 3 anni nel 1915, quando assistette all’impiccagione pubblica di suo padre e in prima persona partecipò alla fuga dalla Turchia. Da questo nucleo di vita raccontata, per “non dimenticare mai”, Aline Ohaniesian ha tratto il personaggio immaginario di Seda e di coloro che compaiono in questo libro.
L’eredità di Orhan, dal titolo originale, è infatti il pretesto da cui parte il libro che pian piano da eredità materiale assume, durante la lettura, un valore sempre più simbolico e morale. Alla morte del nonno, Kemal Turkoglu, il giovane Orhan parte da Istanbul, dove dirige una ditta di tessuti, verso l’Anatolia interna, la quint’essenza dell’altra Turchia, e giunge a Karod, dove sorge la casa di famiglia, abitata da suo padre Mustafa e dalla zia Fatma. Siamo nel 1990, il presente storico se vogliamo del romanzo. Alla lettura del testamento in una clausola del tutto inaspettata, il nonno Kemal destina la casa di famiglia a una donna misteriosa: Seda Melkonian. Spetterà a Orhan ad andare in California, dove l’anziana donna vive in una casa di riposo, per tentare di convincerla ad accettare un giusto indennizzo in cambio della casa in cui sono sempre vissuti suo padre e sua zia.
Seda Melkonian, all’inizio è piuttosto refrattaria ad accogliere questo giovane turco che riporta in vita il passato, ma poi decide di raccontargli la sua storia.
Con un linguaggio poetico e delicato, screziato di termini turchi, profumi, odori orientali, Aline Ohanesian ci narra la sua storia, alternando presente, il 1990 appunto, e il passato, il 1925, e creando una storia in qualche modo di investigazione. All’inizio non sappiamo dove l’Ohanesian ci porterà, quali sono i legami e rapporti tra i personaggi. E questa curiosità se vogliamo accresce l’interesse con cui seguiamo il dipanarsi degli eventi in una sorta di Mille e una notte turca. L’Ohanesian ha una grande capacità affabulativa, legata alla tradizione orale, ed è un vero piacere leggere le sue pagine, sebbene narrino anche fatti tragici come le deportazioni o lo sterminio dei cristiani armeni da parte del governo turco musulmano.
Traduzione di Stefano Beretta.

Aline Ohanesian, nata in Kuwait, vive in California con il marito e i figli. Il suo romanzo, segnalato da tutte le classifiche dei librai americani e pubblicato in tutto il mondo, è stato selezionato per il Flaherty-Dunnan First Novel Prize e finalista del PEN/Bellwether Prize for Fiction.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: L’ultimo bicchiere di Klingsor, Torgny Lindgren, (Iperborea 2016) a cura di Viviana Filippini

13 luglio 2016
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Klingsor. Quando ho letto il nome nel titolo del libro L’ultimo bicchiere di Klingsor di Torgny Lindgren edito da Iperborea, ho cominciato ad avere un chiodo fisso in testa, perché mi ricordava qualcosa. A forza di scavare nella memoria mi sono ricordata che Klingsor è anche il protagonista del romanzo autobiografico di Herman Hesse (L’ultima estate di Klingsor), uscito nel 1920, con protagonista un pittore dalla vita appassionata e, ad un certo punto, in crisi. In realtà, anche il Klingsor di Lindgren è un artista, lui fa il pittore e chi leggerà il libro conoscerà la sua storia seguendo i passi e le ricerche che due critici stanno raccogliendo per farne un libro. La vicenda, ambientata nei paesi nordici, parte dal momento in cui il pittore Klingsor cammina nel bosco e trova su un ceppo di legno, ben saldo e ritto, un vecchio e antico bicchiere – l’ultimo- utilizzato da un suo lontano parente per sbronzarsi a Pentecoste. Quel bicchiere, rimasto intatto dopo un secolo, diventa per Klingsor una sorta di oracolo, dal quale il protagonista prende spunto per una propria riflessione personale – e molto particolare- sul senso della realtà. Klingsor afferma che ogni cosa esistente sulla faccia della terra è materia viva e pulsante, anche quando essa appartiene a quegli oggetti e cose che si ritengono inanimati. Per esprimere quella che per Klingsor è una vera e propria rivelazione, lui inizia a prendere lezioni di pittura per corrispondenza da una certa Fanny. Nella trama narrativa le loro lezioni a distanza diventeranno il mezzo per lo scambio di opinioni pittoriche ed esistenziali, e quando Klingsor comunicherà alla docente la sua sacra verità, lei si dimostrerà molto scettica. Lo additerà come un visionario e come un artista molto vicino agli uomini primitivi che veneravano gli oggetti o si creavano feticci. Klingsor non si farà intimorire da nulla e da nessuno, anzi reagirà con la sua ironia congenita, quell’arma che lo sostiene sempre, senza tradirlo mai, nella sua indagine esistenziale e filosofica. Il pittore non ascolta le critiche e gli attacchi, ma procede nel suo creare e cercare, facendo quadri su quadri, anche se in realtà le tele ritraggono solo oggetti e sempre gli stessi. La ricerca di Klingsor diventa per lui una vera e propria ossessione, e chiodo fisso è pure la indefinibile, ma squisita, zuppa ribollita più volte, che l’uomo usa come pasto dal quale recuperare energia e lo stimolo per continuare a cercare la sua verità. Questo impegno costante non impedirà al pittore di trovare moglie (la stessa Fanny) e di andare oltre la critiche di tutti coloro che non coprendono il suo bisogno di dipingere. Il personaggio creato dallo svedese Lindgren è un uomo originale, fuori dai canoni tradizionali, a tratti potrebbe sembrare folle e un individuo strambo da tenere ai margini della società ma, per Klingsor, protagonista di L’ultimo bicchiere di Klingsor i giudizi altrui sono irrilevanti, per lui dipingere non è solo un semplice mettere colori sulla tela. Per il pittore Klingsor muovere la mano sul quadro è un atto fisico ed emotivo, è un raccontare e sostenere il fatto che per lui non esiste confine tra la vita e la morte, perché la materia – anche se inanimata- è vita e la vita è materia. Traduzione Carmen Giorgetti Cima. Postfazione Lucio Morawetz.

Torgny Lindgren nato nel 1938 nel Västerbotten, nel nord della Svezia, è uno degli autori più originali ed eclettici per temi e scrittura della narrativa scandinava contemporanea. Accademico di Svezia, insignito dei più prestigiosi premi in patria e all’estero, dal Premio del Consiglio Nordico al Prix Fémina, e definito da Le Monde “tra i veramente grandi”, è noto anche in Italia per gli otto titoli già tradotti, tra cui BetsabeaPer amore della verità e La ricetta perfetta.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

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:: Tutta la verità su Gloria Ellis, Martyn Bedford (De Agostini, 2016) a cura di Micol Borzatta

13 luglio 2016
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Gloria è una ragazzina di soli quindici anni che odia la sua vita. Da quando il fratello maggiore Ivan è andato via di casa per frequentare il college, lei ha dovuto cambiare molto di se stessa per adeguarsi e conformarsi con la realtà che la circondava, ma sempre più spesso si ritrova a pensare che la sua vita è solo una menzogna, vorrebbe scappare, ma non ne ha il coraggio. Almeno fino a quando nella sua scuola non arriva Uman Padeem. Un ragazzo molto particolare che non ha paura di sfidare i professori o qualsiasi altra persona e non si lascia convincere a fare niente che non voglia.
Una sera Gloria dice a sua madre che dorme a casa di una sua amica, ma invece sparisce per due settimane.
I genitori sono distrutti e la polizia non smette di cercarla, quando compare come dal nulla.
La poliziotta Ryan è obbligata a interrogarla e Gloria racconterà tutto quello che le è capitato in quei quindici giorni, quello che ha pensato e perché lo ha fatto. È il momento della verità e soltanto la verità.
Un romanzo diverso da tutti i romanzi.
Già in partenza possiamo notare che Bedford ha voluto scegliere uno stile tutto particolare. Il romanzo infatti si apre con un interrogatorio, e per la precisione quello di Gloria Ellis, dando subito al lettore le informazioni di quella che sarà la protagonista del libro, che ci viene comunicato anche nel titolo, e del fatto che il mistero sottointeso è la sua sparizione per ben quindici giorni. Informazioni che invece di portare il lettore a distaccarsi dalla lettura, lo intrigano e lo coinvolgono perché rimangono in sospeso fino a quando dal secondo capitolo non sarà proprio Gloria a narrare in prima persona raccontandoci i suoi pensieri e quello che ha vissuto, seguendo quello che è il punto di vista di una bambina di quindici anni.
La trama, molto ben sviluppata, va a toccare tutti quegli argomenti caldi per un’adolescente, Gloria infatti racconta il suo sentirsi fuori luogo, il suo diventare convenzionale solo per uniformarsi con la società, il suo malessere emotivo causato da una famiglia che non la capisce fino in fondo e il suo primo amore.
Temi molto importanti che purtroppo colpiscono quotidianamente quasi ogni ragazzo e ogni ragazza e che spesso non hanno il coraggio di raccontare e di aprirsi. Il tutto farcito da eventi misteriosi che appaiono in un modo ma in realtà sono completamente l’opposto.

Martyn Bedford nasce a Croydon, nella zona sud di Londra, nel 1959.
Dopo aver ottenuto un Master of Arts in Scrittura creativa all’università dell’Anglia orientale lavora per 12 anni come giornalista.
Ha insegnato scrittura creativa all’Università di Manchester e all’Università di Leeds.
Nel 1996 pubblica Acts of Revision, nel 1997 Exit, Orange & Red, nel 1999 The Houdini Girl, nel 2000 Black Cat e The Virtual Disappearance of Miriam, nel 2006 The Island of Lost Souls, nel 2011 Flip – Scambio di persona, e nel 2016 Tutta la verità su Gloria Ellis.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’ Ufficio Stampa De Agostini.

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