Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Giornalismo di pace, a cura di di S. De Michelis, N. Salio (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

29 luglio 2016
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Le caratteristiche salienti del giornalismo di pace consistono nell’esplorazione della genesi del conflitto al di là dei confini geografici all’interno dei quali esso si svolge; la sua storicizzazione; l’esposizione delle responsabilità di tutti le parti coinvolte; la messa in luce degli aspetti visibili e invisibili, quali quelli culturali e strutturali; l’abolizione dei tentativi di disumanizzazione di una o più parti; la necessità di dare più voce alle persone coinvolte, e non solo quando esse siano espressione di interessi elitari; il tentativo di ricercare soluzioni orientate alla “vittoria” di tutte le parti coinvolte, intendendosi con essa la ricerca di soluzioni che pongano gli interessi di ciascuna parte non più in antagonismo; l’enfatizzazione della nonviolenza, della risoluzione del conflitto, ricostruzione del tessuto sociale e rinconciliazione tra le parti.”

Se il giornalismo di guerra ha una genesi antica, già nell’antichità possiamo trovare traccia di cronache di guerra narrate con dovizia di particolari, esaltazione del vincitore, e collaterali derive da precursori dell’odierno giornalismo, il giornalismo di pace nasce e si sviluppa in tempi notevolmente più recenti. Se vogliamo il padre fondatore di questa nuova scuola di giornalismo etico è il sociologo e matematico norvegese Johan Galtung. Nome che forse ai più non dirà niente, ma che nel 1959 fondò il Peace Research Institute of Oslo (PRIO). Quattro anni dopo fondò la prima rivista dedicata il Journal of peace research, e se vogliamo da allora questa scuola di pensiero ha avuto modo di diffondersi e trovare le sue strade.
Se la violenza genera audience, buca lo schermo, cattura click su Internet facendo guadagnare testate e siti online, la non violenza è molto più silenziosa ma fattiva e perché no rivoluzionaria. Come è rivoluzionario il concetto che la pace è possibile, che la soluzione dei conflitti è una strada ragionevole, concreta e reale. Concetti che tendono a perdersi quando i meccanismi di escalation si innescano e da violenza si genera altra violenza, da rappresaglia si genera altra rappresaglia. La pace, per quanto fluttuante e non definitiva, ma sempre in essere, invece costruisce ponti, attuandosi tramite il dialogo e la ricerca della verità.
Quando si è immersi in contesti di violenza diffusa, anche la pace sembra una chimera, un miraggio, folle anche solo concepirla. Il nemico perde connotati umani, e raggiunto questo stadio di disumanizzaione è difficile tornare indietro. Se è necessario un giornalismo di guerra che ci racconti i conflitti in corso, che tenga i punti come si suol dire quasi fossimo a un incontro di boxe, è altresì necessario un giornalismo di pace teso alla risoluzione di quei conflitti che con la guerra non hanno soluzione. Soprattutto il nostro mondo attuale ne ha bisogno. Un vitale bisogno oserei dire.
Vi consiglio tanti libri, ma questo di cui parlo oggi mi sento davvero di chiedervi di leggerlo. Si intitola Giornalismo di pace, è edito dalle Edizioni Gruppo Abele, ed è curato da il compianto Giovanni Salio e dalla ricercatrice Silvia De Michelis. Credo che la lettura di questo libro ha due effetti positivi non da poco. Il primo è quello di porvi davanti alle notizie che ricevete ogni giorno da radio, televisioni, giornali, con uno spirito più critico, e meno facilmente manipolabile. Il secondo effetto, forse quello più rilevante è che trasmette un tale entusiasmo, una tale ragionata e ragionevole concretezza, che spero siano in molti quelli che dopo averlo letto decidano di agire sul serio come costruttori di pace.
Ma veniamo nel dettaglio e scopriamo di cosa parla. Innanzitutto è un testo di saggistica, raccoglie numerosi saggi e articoli apparsi negli anni tradotti finalmente in italiano e selezionati da Giovanni Salio e Silvia De Michelis. Numerosi anche i casi studio raccolti nel capitolo conclusivo. Tra le riflessioni che mi sembrano più significative, innanzitutto l’analisi dei conflitti, visti non come un male ma anzi come il motore propulsore della storia. Un’ occasione, invece che una strada che degenera inevitabilmente verso la violenza e la guerra. Lo spirito ghandiano che ha animato Johan Galtung, al quale personalmente mi sento molto affine, viene costantemente aggiornato nel difficile tempo presente da autorevoli pensatori e studiosi e il ruolo delle donne in questa evoluzione della comunicazione e dell’informazione, non è marginale.
Scegliere di condividere un giornalismo più consapevole, etico, non propagandistico o difensore di interessi di elite, che siano stati o corporazioni private, diventa quasi un passo obbligato quando se ne scoprono le qualità e le prospettive. Perlomeno è un’evoluzione naturale del giornalsimo come lo concepiamo ogni giorno. E questo tipo di approccio alla realtà, all’informazione, non sembra di esclusiva pertinenza del mondo del giornalismo. Insomma non solo i giornalisti potranno arricchirsi leggendo questo libro, che smaschera stereotipi e meccanismi nefasti che hanno inquinato la nostra capacità di comprendere la realtà e i suoi nascosti assetti.
Non solo successi, ma anche questioni aperte, dibattiti interni, punti di vista divergenti come anche solo sul concetto di verità, da Johan Galtung tanto difeso. Mai come questa volta posso dirvi, buona lettura.

Giovanni Salio, detto Nanni (Torino, 24 dicembre 1943 – 1 febbraio 2016) è stato tra i massimi esponenti italiani del movimento nonviolento. Fondatore nel 1982 del Centro studi e documentazione per l’analisi delle azioni dirette nonviolente di Torino, poi diventato Centro studi Sereno Regis, ne è stato presidente fino alla morte. Autore di numerosi scritti e saggi sulla nonviolenza, ha collaborato con Edizioni Gruppo Abele per l’edizione italiana del “Manuale pratico della Nonviolenza” di Michael N. Nagler (2014), di cui ha scritto la prefazione.

Silvia De Michelis, dopo la laurea in Giurisprudenza e un master in Criminologia Forense, è dal 2014 dottoranda presso l’Università di Bradford in Inghilterra. La sua attività di ricerca s’ìncentra sul tema del ruolo dei media nei conflitti.

Source: libro inviato dall’Editore, ringraziamo Elena dell’ Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

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:: La città del terrore, Alafair Burke, (Newton Compton, 2016) a cura di Micol Borzatta

29 luglio 2016
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New York. East River Park. Mentre Ellie Hatcher e suo fratello Jess stanno facendo la loro consueta corsa mattutina, sono le 5:32, vengono attirati da un capannello di gente che sta indicando qualcosa. È così che Ellie, che in realtà è una detective della omicidi, rinviene il corpo di Chelsea Hart, una studentessa dell’Indiana a New York in vacanza, strangolata, accoltellata e con i capelli strappati.
Chelsea era stata vista l’ultima volta in un esclusivo locale di Manhattan, quando le sue due amiche l’avevano lasciata a ballare mentre loro tornavano in albergo a preparare i bagagli visto che sarebbero dovute partire tutte e tre la mattina dopo.
Ellie inizia subito a indagare insieme al suo partner J. J. Rogan, e seguendo gli insegnamenti del suo mentore collega il caso ad altri tre casi irrisolti avvenuti sei anni prima.
Nessuno però le crede quando espone la sua idea, tutti sono convinti che l’assassino sia un broker della City che quella notte ballava con Chelsea e che i casi del passato siano tre casi irrisolti che non hanno nessun legame né tra di loro né con il caso presente.
Ellie però non si lascia scoraggiare e continua a indagare fino a quando le sue teorie iniziano a prendere forma e concretizzarsi e con un grande colpo di scena scoprirà l’assassino.
Un grande romanzo thriller molto sui generis che non fa rimpiangere nulla al papà James Lee Burke.
Il lettore viene coinvolto fin dalla prima pagina nella vita privata della protagonista e, grazie alla narrazione alternata, in quella del killer. Trucco che porta il lettore ad avere informazioni maggiori rispetto ai personaggi, fattore che lo porta a iniziare a farsi subito le sue congetture, ovviamente molto spesso contrarie a quelle dei detective, visto che ha informazioni in più. Congetture che vorrebbe comunicare a Ellie e a J. J. grazie al legame che riesce a instaurare con loro tramite descrizioni molto profonde a livello mentale ed emotivo che li rende delle persone a tutto tondo.
Gli ambienti descritti hanno un qualcosa di noir che si scosta delle classiche atmosfere a cui siamo abituati quando si tratta di New York o di Manhattan, trasportando il lettore in vicoli bui, in strade di periferia o semplicemente in zone che a causa delle ore notturne molto tarde sono deserte e hanno perso tutta la loro allegria e vivacità che hanno di giorno.
La trama è coinvolgente, intensa e molto ben congeniata, infatti se il lettore seguisse esclusivamente le indagini di Ellie e lavorasse con le informazioni che i detective trovano man mano che le indagini vanno avanti, arriverebbe alle stesse conclusioni, ma c’è da dire che pur avendo molte altre informazioni in più, non è comunque così semplice risolvere il caso e si ritroverà a cambiare idea mille volte, idea che non sarà mai corretta come scoprirà con il colpo di scena finale.
Un romanzo davvero avvincente che se letto come primo non può far altro che invogliare il lettore a reperire gli altri quattro scritti da Alafaire per rimmergersi nella sua squisita narrazione.

Alafair Burke nasce nel 1969 in Florida, a Fort Lauderdale.
Figlia del romanziere giallista James Lee Burke è a sua volta una romanziera di gialli.
Professoressa di diritto e vice procuratore distrettuale dell’Oregon.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Eva Braun, Nerin E. Gun (Castelvecchi, 2016), a cura di Daniela Distefano

29 luglio 2016
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Come la Germania, Eva si diede a un uomo anormale, come la Germania credette in lui, come la Germania si lasciò guidare totalmente da lui, come la Germania lo venerò come un dio e lo amò come un padre, e come la Germania di quel tempo discese con lui nell’inferno.

Questa biografia della moglie del dittatore Hitler è una testimonianza di quanto poco sia emerso sulle dinamiche che risiedono nel Male umano. Chi era Eva Braun? C’è chi l’ha definita un’oca, una serva, un’attricetta infangata dal Potere, c’è chi l’ha voluta plagiata, corrotta, incurante degli eventi storici, popolana di lusso, soggiogata, incatenata ad Hitler come un cane nella sua cuccia. Forse bisognerebbe partire dal Vangelo, da così lontano e nello stesso tempo vicino. Il Signore ci fa sapere che all’ora destinata i buoni saranno separati dalla sterpaglia, cioè dai cattivi. Prima cresciute insieme le spighe di grano, quando vorrà Dio avrà luogo una divisione,  le spighe buone saranno separate da  quelle impregnate di zizzania. Ovunque ci sarà pianto e stridore di denti. La guerra più sanguinosa di tutti i tempi, quella più dolorosa per le modalità di morte applicate, è stata una dimostrazione di ciò che avverrà alla fine dei tempi. Eva Braun era una spiga non matura, ma di certo non cattiva; amante trascurata, giudicava gli avvenimenti internazionali dal suo punto di vista personale. L’uccisione di Ernst Rohm, il capo delle SA,l’assassinio di Dolfuss, l’incontro fra Hitler e Mussolini a Venezia, avevano un solo denominatore comune per Eva, erano tutti prestesi di Hitler per scaricarla. Era in un perenne stato d’ansia perché in ogni momento temeva di essere abbandonata. Più che amare Hitler, lo adorava come una divinità. Da questo punto di vista, potremmo persino azzardare che sia morte felice: aveva realizzato il suo sogno di sposalizio, non chiedeva altro. Sappiamo, dunque, che ha sbagliato, che è rimasta abbagliata dai fari dell’immondo, però forse non possiamo pensare che si trovi adesso all’inferno con suo marito. Eva era anch’essa vittima, non ha fatto male ad altri, solo a se stessa. Ha pagato con la vita, adesso riposa nella pace del silenzio. I sei milioni di ebrei uccisi da Hitler ululano nel suo sepolcro, lei ebbe la colpa di essersi resa protagonista di un mondo che non capiva. Perché il suo universo era solo lei, solo lui. Grazie alla scoperta di trentatré album di fotografie di Eva braun e di alcune pagine del suo diario privato in un oscuro angolo  degli archivi di Washington, l’autore di questo libro – alla fine degli anni ’60 –  fu in grado di ottenere la collaborazione di membri della famiglia Braun, che dopo ventidue anni di silenzio accettarono di parlare. Da questi colloqui è affiorato un ritratto di Eva Braun umano e non stereotipato: Eva una ragazza come tante, suscettibile, sensibile, attenta, premurosa, dall’anima aggraziata; una predestinata però a divenire stella cadente.

Nerin E. Gun, (1920-1987). Fu un giornalista turco-americano. Corrispondente di guerra a Berlino per la stampa neutrale, fu prigioniero nel campo di  concentramento di Dachau. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si stabilì negli Stati Uniti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Le rose rosse del Texas (1964) e Il carteggio segreto di Mussolini (1970). La biografia di Eva Braun fu pubblicata in America nel 1968.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Qui giaccio, Luigi Schettini, (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2016
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Il medico legale Tom Sermon si trova a Roma in vacanza con la famiglia quando viene coinvolto in un omicidio inquietante: al Verano, nella tomba dove riposa una parlamentare morta da poco tempo, sorella di un vescovo assassinato anni prima, viene trovato il cadavere di una donna imbalsamata viva, con in bocca l’inizio del Canto del capraio di Nietzsche, poesia molto originale nella produzione del discusso filosofo, che inizia proprio con Qui giaccio.
Nei giorni successivi avvengono altri omicidi, tutti con la stessa tattica, che rimandano ad un fatto oscuro, accaduto anni prima, durante l’elezione di un nuovo Papa, in una realtà parallela ma non simile a quella attuale, visto che si parla del 1991, finché non si arriva ad un finale a sorpresa, che ricompone una vicenda originale, che riecheggia i thriller d’oltre oceano, Harris, Deaver e Patterson in testa, tutta in salsa italiana intorno ad un luogo molto suggestivo e meno noto di altri suoi omologhi stranieri, il cimitero del Verano di Roma.
Non è il primo romanzo che Luigi Schettini ha dedicato a Tom Sermon, eroe ricalcato sui protagonisti dei telefilm stile CSI, ma è godibilissimo anche senza conoscere le sue avventure precedenti, sul modello della vecchia tradizione dei gialli, in cui c’era un eroe per tante avventure non legate strettamente.
Qui giaccio è un libro per gli amanti dei thriller sotto tutte le latitudini, con dentro la figura antica e sinistra dell’imbalsamatore, visto come punto di incontro tra vita e morte e come sorta di mago nero di potenze incontrollabili. A questo si aggiunge una strizzata d’occhio al genere alla Dan Brown, ma senza troppi eccessi, e all’attualità di certi giochi sporchi e nascosti protagonista anche della cronaca nera. Quello che però attrae del libro, prima di immergersi in pagine avvincenti e che filano lisce come l’olio, è la copertina, una rielaborazione grafica di un angolo del Verano, ma che riassume anche il tema del libro, il desiderio di vendetta contro un torto e la voglia di fare giustizia.

Luigi Schettini nasce a Roma nel 1989. Oltre ad essere un valente giallista, nella vita è insegnante/coreografo hip-hop e attore. Grande cultore del cinema di Dario Argento e della letteratura horror e legal thriller di Stephen King e Patricia Cornwell, scrive storie da sempre e all’età di 17 anni da vita al suo primo romanzo. Pubblica I delitti del faro nel 2008 e Giallo Zafferano nel 2011. Nel 2015 l’editore GOLEM pubblica il suo nuovo inquietante thriller, Qui Giaccio, lo stesso romanzo che ha superato le selezioni per il programma Rai “Masterpiece”, dal quale è stato poi escluso poiché si richiedeva che l’autore fosse inedito.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Golem.

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:: La casa delle signore buie, Pupi Avati, Roberto Gandus (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2016
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Nella Noto del Settecento, il giovane Moré Barreca è promesso sposo a Nunzia, primogenita del marchese Macola, ma si innamora della sorella minore Assunta, che viene però rinchiusa per non ostacolare delle nozze di interesse in un monastero di donne, la Contemplazione della morte, su un’isola, dove incontrerà un inferno in terra, capeggiato dalla badessa Orietta del Presagio. Solo un aquilone può permetterle di comunicare con Moré, che cercherà di andare in suo aiuto, sfidando pericoli e rischi, mentre Assunta cerca di sopravvivere in mezzo a donne che di santo hanno ben poco, in un luogo dove le nobili vengono a lasciarsi morire e restano dopo morte in saloni degli orrori che ospitano i loro cadaveri per i secoli a venire.
Da un’idea di Pupi Avati, che vorrebbe trarne anche un film ma per ora per i costi elevati non se ne parla, ecco un originale e agile romanzo a quattro mani con Roberto Gandus che si basa su un documento del Settecento nell’archivio del Santo Uffizio di Noto, per costruire una storia cupa e appassionante ricca di suggestioni.
Risulta evidente il richiamo al romanzo gotico inglese di fine Settecento, che scelse proprio ambientazioni del Sud Italia per raccontare le sue storie, a cominciare da Il castello di Otranto di Walpole, rivelando come terre assolate nascondessero segreti e orrori indicibili nei loro antichi manieri. Ci sono anche echi de La monaca di Denis Diderot, de I promessi sposi di Manzoni, ma anche de La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini, in una storia che ricorda gli orrori dei conventi e che riecheggia comunque anche i celeberrimi penny dreadful ridiventati famosi grazie all’omonima serie e che con altre forme e nomi erano popolarissimi anche in Italia, basti pensare al successo di un’autrice come Carolina Invernizio.
Un libro scritto come un film, con colpi di scena continui, passioni, delitti, eroi puri che lottano contro cattivi assoluti, antico per certi versi ma capace di avvincere ancora il pubblico di oggi: sarebbe bello che diventasse un film, pare che interessasse anche Guillermo del Toro che però si trova in grande difficoltà economica dopo il fallimento di un paio di suoi progetti, ma è già godibilissimo come libro, con un titolo che ricorda un film horror di Pupi Avati, La casa dalle finestre che ridono, ancora oggi uno dei più spaventosi del cinema italiano.
Una lettura appassionante ma anche di svago intelligente, adatta anche per l’estate ormai arrivata, giusto per condire il tutto con un po’ di brividi.

Pupi Avati, bolognese, classe 1938, è regista e sceneggiatore. Accanto ai molti film intimisti, ha diretto tre film di genere horror gotico come La casa dalle finestre che ridono, Il nascondiglio e L’arcano incantatore, forse meno famosi ma molto amati dagli appassionati di cinema di genere.

Roberto Gandus, torinese, vive tra la sua città e Roma, è sceneggiatore cinematografico e autore televisivo. Ha scritto i romanzi L’ultima esecuzione e La sarta, usciti per Fratelli Frilli e Il Gyoko per Golem.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Golem.

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:: L’artista dei veleni, Jonathan Moore (Newton Compton Editori, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016
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Il giallo in tutte le sue sfumature, thriller in testa, è un genere che tira e attira sempre, con sempre nuovi autori e storie. Certo, non sempre è facile trovare nuove idee e ideare intrecci originali intorno ad un genere che è vincolato ad alcuni schemi, quali la ricerca di chi ha commesso un determinato crimine, ricerca spesso complessa e tutt’altro che scontata.
Chi nel genere thriller e giallo cerca qualcosa di originale e nuovo troverà senz’altro interessante L’artista dei veleni di Jonathan Moore, storia in cui tutto non è come sembra e dove le carte in tavola vengono stravolte varie volte, nel corso di una doppia indagine, poliziesca e personale.
Caleb Maddox è un tossicologo che studia gli effetti chimici del dolore e che svolge attività di consulenza saltuaria per le forze di polizia: dopo una brusca e violenta rottura con la sua ragazza, si trova in un locale per affogare i dispiaceri nell’alcool, e qui incontra la seducente Emmeline, che poi si dilegua. Caleb vuole ritrovarla ma deve collaborare in parallelo per lavoro ad un’indagine per omicidi seriali. La polizia infatti ripesca dei cadaveri dalla Baia di San Francisco e tra questi c’è anche quello di un uomo scomparso nello stesso locale e nella stessa notte in cui Caleb ha incontrato la misteriosa Emmeline, di cui non sembra esserci traccia.
I risultati delle analisi non rivelano alcun indizio, per cui Caleb inizia a collaborare di nascosto con il medico legale della città, e a analizzare le tracce chimiche sui resti delle vittime, che continuano a salire. Ben presto la caccia all’assassino si intreccia con la ricerca di Emmeline, mentre Caleb inizia a capire che la sua stessa vita può essere in pericolo e che c’è qualcosa che forse gli sfugge e che può essere essenziale.
Non si può rivelare molto di più di un libro che vive di colpi di scena e false piste, con un inizio in sordina ma interessante e un ritmo sempre più avvincente, capace di incollare alle sue pagine un autore scafato come Stephen King, che ha confessato di aver divorato senza staccarsi le ultime cento pagine. Basti dire che da questa storia verrà fuori tutto e il contrario di tutto, in un intreccio che ha tra le sue fonti remoti il capolavoro di Hitchcock La donna che visse due volte, ambientato non a caso sempre a San Francisco, città di frontiera, sospesa tra l’Oceano e una faglia tellurica che prima o poi si riattiverà. Il tema della ricerca del colpevole e della verità, leit motiv della narrativa gialla, qui diventa qualcosa di veramente insolito, tra vari piani di realtà, forse uniti e forse divisi, con al centro un eroe solitario, vicino ai moderni scienziati delle nuove storie thriller ma con echi dei personaggi di Poe e Lovecraft.

Jonathan Moore vive alle Hawaii, dove oltre alla scrittura coltiva anche la passione per l’andare in barca. Il suo lavoro ufficiale è fare l’avvocato, si è diplomato alla Scuola di Legge di New Orleans, e in passato ha lavorato come insegnante d’inglese, consulente in un carcere minorile, assistente di rafting sul Rio Grande e investigatore per un avvocato penalista.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Il ponte delle Vivene, Davide Dotto, (Ciesse edizioni, 2016) a cura di Viviana Filippini

28 luglio 2016
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Il ponte delle Vivene è il primo romanzo di Davide Dotto, il quale affonda le proprie radici nel mondo delle credenze e nel folclore popolari della Valle del Chiese. Tutto ruota attorno ad un antico castello incastrato nella roccia e ad un antico ponte di corda che attraversa lo strapiombo che sta dietro alla costruzione. Una sorta di confine tra il mondo degli uomini e quelle delle Vivene. Chi sono queste figure? Secondo i montanari della zona sono degli spiriti che custodiscono e proteggono la memoria della valle e che si manifestano in esseri che hanno la sembianza di donna. In questo mondo, in bilico tra realtà e tradizione atavica, arriva a vivere, da fuori della valle, Giuseppina novella sposa di Oreste. La giovane donna non solo dovrà abituarsi ad uno stile di vita per lei del tutto nuovo, ma dovrà farsi accettare anche da tutti i membri della comunità della Valle del Chiese. Un po’ alla volta, Giuseppina riuscirà ad integrarsi, ma la mancanza di un figlio che le permetta di sentirsi davvero parte del suo nuovo mondo la porterà a chiedere una sorta di intercessione allo spirito misterioso della Vivena, senza sapere quali saranno le conseguenze derivanti dalla sua scelta. Il ponte delle Vivene è una storia avventurosa nella quale la vita quotidiana dei protagonisti s’intreccia con figure leggendarie che si tramandano di generazione in generazione.Le Vivene cambiano aspetto fisico, ma sono sempre donne, caratterizzate da una saggezza profonda che il popolo ammira e allo stesso tempo teme. Nel libro ci sono figure femminili come Marlena, Adelina, Zoe che nel loro modo di fare e pensare hanno un qualcosa in più che le rende simili e, allo stesso tempo, diverse da tutti coloro che le circondano. Il ponte delle Vivene di Davide Dotto è un viaggio in un mondo che ci potrebbe sembrare lontano dai nostri tempi, ma da questa narrazione emerge quanto sia importante per le generazioni del domani mantenere vive e salde le radici del passato e delle credenze popolari.

Davide Dotto è nato a Terralba nel 1973 e vive nella provincia di Treviso. Laureato in giurisprudenza all’università di Padova nel 2000, è impiegato amministrativo presso un ente locale. Lettore onnivoro, da anni riempie quaderni di pensieri, note, impressioni. Da questi sono stati tratti racconti pubblicati i diverse antologie. Ha collaborato con Scrittevolemente.com, è tra i redattori di Art-litteram.com e cura il blog Il nodo della penna.com. Questo è il suo primo romanzo.

Source: inviato dall’autore che ringraziamo.

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::La paura del desiderio, Claire Messud (Bollati Boringhieri, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016
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La voce narrante di questa storia, di cui non viene rivelato né il nome né se è uomo o donna, svolge la professione di ricercatore universitario e si trova a dover passare un periodo a Londra, per approfondire il tema della morte nella narrativa ottocentesca, ma anche per superare una storia d’amore finita. Nella capitale britannica, caldissima durante un’estate insolita, trova una sistemazione in quello che si rivela un non eccezionale quartiere periferico, e si trova come vicine di casa una madre anziana, mai in scena ma con una presenza incombente, e la sua figlia non più giovanissima, obesa, che si guadagna da vivere facendo la badante e sostiene di far morire prematuramente i suoi pazienti.
Durante i mesi passati nella casa di Londra, si crea uno strano rapporto di affinità e repulsione tra il narratore (o narratrice) e la vicina di casa, che spesso gli piomba in casa per parlare del suo lavoro, di sua madre, dei conigli di cui il o la protagonista sente solo l’odore, oltre che un’atmosfera di suspense che solo molto dopo verrà risolta con la verità su cosa poi è accaduto.
C’è un vecchio detto, trito e ritrito, che dice che nella botte piccola c’è il buon vino. Ecco, di fronte a questo romanzo di poco meno di centocinquanta pagine, più una novella lunga che un romanzo vero e proprio, viene voglia di citarlo, perché tutto è comunque ben dosato, in un thriller non thriller che parla di solitudine, di vite al margine, di rassegnazione e anche di seconde possibilità.
Tutti argomenti attuali, qui declinati in una città come Londra che per molti vuol dire ben altro che malinconia, desolazione, calura e alienazione, ma che qui viene descritta con pochi tratti vividi in un quartiere fuori dai giri turistici, Killburn, dove spesso si trova a vivere chi passa nella capitale britannica anche solo non lunghi periodi per studio e lavoro. La solitudine, scelta o imposta, è la coprotagonista della vicenda, tra un personaggio come la voce narrante che ha preferito privilegiare la carriera e gli studi lontano da casa e due donne che si sono trovate spinte, da vecchiaia, malattia, indigenza e abitudini di vita, fuori dalla società.
Un libro scritto come un giallo, che si legge in maniera veloce e appassionante, ma capace di far riflettere su tanto del mondo di oggi, sulle vite spesso tra sconosciuti che si vivono e nello stesso tempo sul desiderio alla fine di sapere che fine fanno le persone che incrociano i propri percorsi di vita, sia pure per poco.

Claire Messud, classe 1966, è nata nel Connecticut ed è cresciuta tra Stati Uniti, Australia e Canada. Ha scritto libri come I figli dell’imperatore (2007) scelto come Miglior Libro dell’Anno dal New York Times, dal Los Angeles Times e dal Washington Post, When the World Was Steady e The Hunters, composto da due romanzi brevi, La donna del martedì e La paura del desiderio. Vive a Boston con il marito, il critico letterario James Wood, e due figli.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Elena dell’ Ufficio stampa Bollati Boringhieri .

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:: Segreto di famiglia, Mikaela Bley, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016
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A Stoccolma, durante un freddo e piovoso venerdì di maggio, scompare la piccola Lycke, di solo otto anni, sconvolgendo un quartiere tranquillo e benestante della capitale svedese dove certe cose non dovrebbero certo succedere.
Ellen Tamm, giornalista televisiva specializzata in cronaca nera, si occupa del caso per il suo lavoro, scoprendo una serie di bugie e false piste, partendo dal fatto che il papà e la mamma di Lycke sono da tempo separati e che è stata la nuova moglie del papà ad accompagnarla al centro sportivo dove si sono perse le sue tracce. Ellen si trova a dover lottare con i drammi del suo passato, quando anche lei affrontò da piccola una storia simile nella sua famiglia, le frecciatine velenose dei suoi colleghi e l’ostruzionismo di un caso che diventa man mano sempre più problematico, fino ad alcuni sconvolgenti colpi di scena finali.
Da alcuni anni, i gialli scandinavi ci raccontano il lato oscuro di democrazie che da decenni si considerano all’avanguardia per tutela dei diritti umani e dello stato sociale, cose ottime ma che non impediscono devianze, comportamenti criminali, discriminazioni, violenze contro donne, omosessuali, bambini, migranti, recrudescenza di ideologie estremiste. Segreto di famiglia si inserisce in questa tradizione di romanzi interessanti, pronti a raccontare cosa si nasconde dietro una città ordinata e civile come Stoccolma, dove ci si confronta non con un omicidio ma con una cosa forse ancora più inquietante, la scomparsa di una persona, una bambina in questo caso.
I dati alla mano relativi alle scomparse di persone di ogni età nei Paesi occidentali sono a dir poco inquietanti, ci sono trasmissioni in tema, romanzi, telefilm, ed è e resta uno dei misteri più inespicabili e dolorosi, spesso senza soluzione. Non è un caso che qui ad indagare non sia una poliziotta ma una giornalista televisiva, emula dei suoi colleghi e colleghe che sulle reti europee presentano da anni trasmissioni per capire cosa succede là fuori, cosa inghiotte vite diverse, spesso tranquille e senza problemi, talvolta anche di bambini come capita nel libro.
Segreto di famiglia privilegia l’indagine psicologica all’azione, tra quartieri residenziali, luoghi di aggregazione, parchi, per ricordare ancora una volta che ogni progresso sociale è sacrosanto e doveroso ma non può cancellare del tutto il cuore nero che c’è negli esseri umani e che in alcuni di loro emerge in maniera tragica contro chi è più debole. Un thriller appassionante e inquietante, che riecheggia la realtà di chi non torna più a casa e di cui forse non si troveranno mai più le tracce.

Mikaela Bley, classe 1979, vive a Stoccolma con il marito e i due figli. Prima di diventare una scrittrice a tempo pieno faceva la produttrice per il canale TV4. Segreto di famiglia è il suo romanzo d’esordio, l’autrice ne ha in progetto altri, oltre ad una serie tv con protagonista la sua Ellen Tamm.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Serva di Dio. Suor Maria Santina Scribano madre dei sacerdoti, Vincenzo Speziale (Edizioni Segno, 2016), a cura di Daniela Distefano

28 luglio 2016
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Suor Maria Santina Scribano, al secolo Emanuela Giovanna Scribano, nacque il 4 dicembre 1917 a Ragusa. Rimasta orfana di madre, fu affidata alla nonna paterna mentre sua sorella Michelina a quella materna. Tornata dal padre che nel frattempo si era risposato, la giovane visse dai 12 ai 15 anni i tre anni più duri e tristi della sua vita. Purtroppo la convivenza con la matrigna le procurò sofferenza ed umiliazioni. Avrebbe voluto amare Gesù, ma voleva farsi una famiglia. All’età di 15 anni decise di fare tutti i giorni la Santa Comunione in suffragio della sua mamma e ogni settimana si confessava.
Col passare degli anni, Emanuela si sforzò sempre di più nel morire a se stessa per far crescere in lei Gesù, convinta che a ispirarla era  l’amore di Dio. Tra il 1938 ed il 1941, si realizzò il suo sogno di fede, anche se non fu facile né semplice la vita in convento. I disegni divini sono imperscrutabili, però c’è un tracciato netto che separa gli uomini chiamati dal Signore. Una totale abnegazione li contraddistingue, una pena sopportata con lieve timore, la certezza di vivere con gioia il Calvario. Suor Maria Santina ha vissuto la Croce di Cristo con l’umiltà dei Santi e la tenacia degli eroi. Tutta la sua vita è una parabola di speranza, carità, fede, devozione, resilienza.  Ha assaggiato il sangue di Nostro Signore con la vergogna di non esserne degna. Perché esistono i Santi? Perché i miracoli, le profezie, i sogni realizzati? Forse Dio ha pietà di noi, manda suoi ambasciatori per illuminare il cammino verso il Cielo. Non è facile seguire il percorso di un Beato, però non ci sono alternative, il must è : “soffrire e non morire”. La strada verso la Liberazione dai ceppi terreni a volte è tortuosa, lunga, piena di buche, di sterpaglia, di fiori penzolanti, di orme animalesche; il sentiero che conduce a Dio ci fa paura, è un salto nel vuoto, ma è l’unico che può salvarci. “Tu hai parole di vita eterna, Signore”. Cristo è la sola Verità che ci rimane. Senza di lui il mondo è fatuo come un pozzo senz’acqua.

Vincenzo Speziale scrittore, già autore de “Il mistero di una vita beata Anna Biagi Taigi” ,“La Via Crucis dettata da Gesù a suor Josefa Menendez”, “Fatima aveva ragione”.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il risveglio della notte, Francesco G. Lugli (Novecento Editore, 2016) a cura di Federica Belleri e Serena Bertogliatti

27 luglio 2016
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Federica Belleri

Quartiere Ticinese, Milano. Inverno freddo, nebbioso, oscuro. La crisi economica devastante intimidisce gli acquisti natalizi e la mala impregna l’umore, si incolla alle anime. Franco ha una rinomata macelleria ma arranca tra le enormi difficoltà.  Sigari e alcool gli fanno compagnia e spesso si rifugia nell’ufficio del suo allevamento fuori città,  per evitare di tornare in una casa vuota e buia. Un incontro improvviso e un proiettile calibro trentotto sparato, lo sorprendono. Un pacchetto di banconote e un biglietto da visita, gli cambiano la vita. Diventa il Manzo e sta per entrare in un clan, cosa per lui inconcepibile. Perché lo fa? Perché ha bisogno di appartenere ad un branco? Forse perché è sempre stato il suo istinto? Forse perché la vista del sangue non lo disturba? Forse, perché può indossare una maschera e prendere le distanze da se stesso. Le famiglie Barone e Duca sono in guerra aperta. I morti si susseguono fra negozi bruciati e teste mozzate ritrovate nei Navigli. Milano è sotto assedio. La corruzione siede dietro scrivanie eleganti, in uffici lussuosi. Il commissario Giuffrida indaga, ma presto alcuni suoi file spariscono e viene dirottato su altri casi. È un poliziotto scomodo a molti. Il Manzo vive quest’avventura, fra proiettili, bustarelle, sesso e amore. Ha brevi crisi di coscienza, poi si rabbuia e torna alle dipendenze del temuto boss. È una pedina in una faida infinita? A voi scoprirlo. Acquisisce esperienza e impara ad osservare con occhio freddo e calcolatore. La Milano da bere è in netto contrasto con la periferia desolata e spettrale. I depositi di armi sono perfettamente nascosti dalla nebbia. I completi firmati celano sguardi minacciosi e duri. I poliziotti si vendono alla mala per arrotondare lo stipendio. Manzo non si pone troppe domande e cerca di restare a galla per sopravvivere in qualche modo. È davvero questo ciò che desidera?
Il risveglio della notte. Nero e crudo. Scorrevole la lettura, brevi e incalzanti i periodi. Numerosi i soprannomi che provocano il sorriso e le caricature dei personaggi, somiglianti spesso ad attori o cantanti. Leggero il sottofondo musicale, per una città dove nessuno è pulito e immune al ricatto. Milano ha due volti, come alcuni protagonisti di questa storia. Buona lettura.

Serena Bertogliatti

Milano, oggi.
Franco Giannoni, proprietario della meneghina “Boutique della costina”, non se la passa proprio bene. Non se la passa bene per un cazzo, a dirla tutta.
La crisi ha falciato le gambe alla sua piccola ma rinomata attività. Una volta gioiello del quartiere, è ora disertata dai vecchi clienti – che, a tasche svuotate, ripiegano sulla carne dei discount, di qualità decisamente più bassa ma per un prezzo decisamente più abbordabile – come dai nuovi – che sperimentano le vie del vegetarismo e del veganesimo, snobbando i pregiati tagli per cui Franco è famoso. L’adorata mogliettina si è rivelata non poi così tanto adorabile e adorante: quando il contante ha abbandonato la cassa del negozio, lei ha abbandonato la casa del marito. In aggiunta, a dargli l’ultima e decisiva spinta dentro la fossa, è arrivata la morte del padre.
Seppellito il genitore, Franco ha cominciato a seppellire se stesso nell’alcol.
Il macellaio, uomo di vecchio stampo, non concepisce la disfatta: lotterà fino all’ultimo, senza cedere né versare una lacrima. Mentre il mondo gli collassa addosso, si ritira come un vecchio animale ferito nel suo appartamento da rifugiato e lì, stoico, osserva la semiautomatica che gli restituisce lo sguardo con suadenza.
Questo non è (più) un paese per macellai di qualità, e per il non più giovane Franco sembra non esserci ruolo rimasto.
Ma, per fortuna, esiste la Mala.
Dove cominciare, con questa recensione di Il risveglio della notte (Novecento, 2016) di Francesco G. Lugli, se non dalla forma, regina indiscussa della Milano da cui e di cui scrive?
Lugli ha, in questo romanzo, uno stile ben preciso e rodato. La narrazione al presente è veloce e d’impatto, e non manca di coloriture stilistiche che lo renderebbero abbastanza riconoscibile tra tanti imitatori. A proposito di imitazioni, la prosa generale ha un sapore molto virilizzato (termine, “virile”, che non si fa desiderare nel corso della narrazione), nel senso che ricorda prose simili similmente usate per dare vita a simili prototipi umani: diretti, duri, privi di fronzoli, violenti all’occorrenza. L’eroe maschio di una certa epoca e di un certo tempo, insomma. E, a proposito di tempi, credo che il libro sia particolarmente apprezzabile da una generazione non troppo distante da quella di Lugli (classe 1971) per l’abbondanza di riferimenti, più o meno diretti, a mostri sacri del cinema, dai Blues Brothers ad Al Pacino.
Al contempo, però, Lugli dà a Franco – “Manzo” per gli amici e soprattutto per i nemici, da quando diventa un sicario del crimine organizzato – un’ironia sottile e memorabile. È un disincanto che riconferma il cinismo del protagonista, ma al contempo smonta tutta la severità con cui molti dei personaggi – lui stesso incluso – sembrano prendersi sul serio. Ha il gusto di un certo cinismo da bar, buono per abbordare qualcuno, ma nella sua modesta dimensione sembra far intuire un personaggio molto meno “macchiettesco” di quel che a volte sembra (Io non sono un duro da film, è che mi disegnano così).
Il libro accusa purtroppo il colpo di un editing impreciso. Ho trovato 5-6 errori tipografici, frutto di sviste, più qualche errore grammaticale sopravvissuto a tutte le riletture. C’è poi la strana questione della disomogeneità tra i tempi verbali usati (“Manzo avrebbe capito quelle ultime parole solo più avanti. Al momento ha problemi più attuali.”) in alcune parti del romanzo. L’impressione (ma è, appunto, una mera impressione) è che a tratti Lugli abbia sperimentato uno stile in cui i tempi passati vengono talvolta usati come per “distaccarsi” dal presente della narrazione, per guardarla dall’alto, ma che tale stile non abbia del tutto attecchito, e si sia talvolta trasformato, semplicemente, in un passaggio arbitrario da presente a passato (come quando, nel bel mezzo di una narrazione al presente, appare un verbo al passato), e che il tutto non sia stato ben aggiustato in fase d’editing. Peccato.
La trama scorre lenta ma puntuale, costruendosi e svelandosi capitolo dopo capitolo. È una storia di gangster in pieno stile camorristico trapiantata al Nord. Sembra un esperimento: “Che cosa succederebbe se mettessimo una storia alla Casalesi nella città della nebbia e della moda?” E, nell’esserlo, diventa una critica: Lugli fa la sua ipotesi, inserisce questo male poco conosciuto alla capitale lombarda tra le strade milanesi, e suggerisce conclusioni politico-economico-morali. A voi il (dis)piacere di scoprirle (ricordandovi che è fiction, per piacere).
I personaggi, come accennato, virano verso la macchietta – facile, quando si ha un protagonista che associa il volto di ogni persona a un personaggio noto del cinema. Eppure c’è un “eppure”. Più che veri e propri stereotipi sembrano persone incastrate in un personaggio. Così come Franco, il macelliere di quartiere, indossando i panni di sicario diventa “Manzo”, similmente i suoi compagni di sventure sembrano usciti da un reality: ribadiscono di essere veri e reali (perché questo vende), ma lo fanno interpretando quella mezza maschera che l’organizzazione di un programma televisivo richiede. Sembrano insomma l’incarnazione dello strano paradosso che è figlio dell’iperesposizione sui media.
Poi, a volte, la sottile ironia del narratore subentra e spoglia tutti – per qualche breve ma indimenticabile secondo. Lugli sembra quasi, di tanto in tanto, consapevolmente o meno, portare l’esasperazione al suo massimo, facendola sfociare nel grottesco e nel tragicomico. E così i personaggi, improvvisamente, da temibili malavitosi, appaiono nudi di maschere, armi e vestiti – e in questa imbarazzante condizione s’intravede un po’ della loro tridimensionalità.
Concludiamo parlando di animali e donne. Partiamo dalle seconde, facendole entrare per prime.
In un contesto così tanto macchiettesco, e che segue una ben precisa estetica, le donne non potevano che ritornare ai vecchi ruoli di una volta. Non in cucina, no: tra la puttana e la santa. O puttana o santa. O un po’ l’una e un po’ l’altra per renderle appetitose all’occorrenza.
Così, tra mogli approfittatrici che vestono leopardato e puttane sulla via della redenzione che traboccano di gratitudine e misure di reggiseno, ho pensato che Il risveglio della notte sta a un certo pubblico maschile come i tanto criticati Harmony stanno a un certo parco lettrici. In comune hanno il mettere in scena un/a protagonista in cui il/la lettore/trice possa immedesimarsi, e che quindi è più vicino/a all’uomo e alla donna medi/e che a un ideale irraggiungibile, abbellirlo/a un po’ (muscoli per lui, pelle candida per lei – suppongo), e renderlo/a oggetto dei desideri sessuali di tutti i personaggi dell’altro sesso presenti nel romanzo. E ho pensato, mentre m’immaginavo i desiderabili corpi delle ragazze descritte, che probabilmente ben poche persone vorrebbero immedesimarsi nelle donne che circondano Manzo e negli uomini che circondano le eroine Harmony. E, pensando questo, mi sono detta che in fondo non so niente di Harmony, e che stavo ragionando per stereotipi. Appunto, mi sono detta, e il cerchio si è chiuso.
Quando mi è stato chiesto di recensire il romanzo ho, come da prassi, letto le prime pagine per capire se accettare o meno. Il tema sembrava bollente: un macellaio in rovina che si dà al massacro umano. Sembrava cadere a puntino in quest’epoca di lotte all’ultimo sangue (animale e umano) tra estremisti carnivoreggiandanti e vegani. Che morale avrebbe portato, il libro, dopo aver fatto diventare un macellaio di animali un macellaio di esseri umani?
In realtà il tema rimane di sfondo, così come – in una certa misura – il sangue e il massacro. Le scene di violenza sembrano quasi pudiche, asettiche: dettagliata è la descrizione di quel che accade dentro a Manzo prima di premere il grilletto, ma quasi dato per scontato è ciò che succede a causa di quel grilletto. Il risveglio della notte è, insomma, un romanzo adatto anche agli stomaci deboli, e non consigliato a chi cerca un po’ di (in)sano gore: non troverete filetti di esseri umani tra le pagine, né boss della mala scuoiati vivi.
Manzo è a suo modo una vittima degli eventi: è un macellaio, ma avrebbe potuto essere qualsiasi (o quasi) altra cosa. Quel che crea la trama non è il suo lavoro, ma la sua visione della vita – e di se stesso. E per questo, proprio per questo, sconsiglio il libro a chi già è sulla via del disfattismo e del cinismo: Manzo vi darà ragione, e ve la darà gratis, quasi cullandovi. Gioco troppo facile.
Per questo, e per altre ragioni più o meno menzionate, credo che Il risveglio della notte sia sostanzialmente un romanzo d’intrattenimento. Non esattamente d’evasione, dato che dà forma a una visione della capitale lombarda che è un passo oltre il pessimismo, ma ci sono strani modi di farsi confortare: tra questi, il rimestare nella solita vecchia merda e cercare di darle, se non un senso, un’estetica soddisfacente.
C’è una critica, e forte, a una certa italianità in divenire, ma è così tanto estesa, e comprende così tante cose, e così tanto vagamente, che sembra fungere più da sfondo, come il chiacchericcio cinico di sottofondo in un bar di Milano, tra un bicchiere di scotch, una sigaretta (un sigaro, nel caso di Manzo) e la rabbia provocata da quel senso di frustrazione che ci rode l’animo quando assistiamo a certe ingiustizie e non possiamo farci niente, neanche se maneggiamo tutti i giorni gli attrezzi di un macellaio.
Manzo, così, in tutta la sua political incorrectness, più che un pugno nello stomaco diventa un sorso di cattivo, e perciò rincuorante, bourbon.

Francesco G. Lugli, classe 1971, nasce e cresce in quel concentrato di traffico, cemento e contraddizioni che chiamano Milano.
Giornalista e scrittore, è stato capo redattore della rivista Midi Songs e ha collaborato con diverse realtà editoriali tra cui DVD World, AF Digitale, EuroMoto, Horror Mania e il quotidiano Libero. Attualmente si occupa di produzioni video e pubblicità in qualità di copywriter. Appassionato di cinema e musica, è incline a scrivere racconti di fantascienza, horror, surreali, noir e thriller. All’attivo ha i romanzi “Il Codice Beatles” (Cult Editore) e “Il risveglio della notte” (Novecento Editore), le raccolte di racconti “Sei passi nella nebbia” (dBooks) e “Scritti con il sangue” (Dunwich Editore), racconti sulle raccolte “Toilet n. 20″ (80144 Edizioni), “Un giorno a Milano” e “Una notte a Milano” (Novecento Editore), “Italian Zombie 2” (80144 Edizioni), “365 Racconti di Natale” (Delos Books), e l’ebook: “Amo il mio lavoro” (Simplicissimus – Viaggio d’inverno).

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa.

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:: L’ emozione in ogni passo, Fioly Bocca (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

27 luglio 2016
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Alma, mentre con l’amica Monica si trova in vacanza in un agriturismo a Varengo nel Basso Monferrato, incontra Bruno. Tra i due nasce subito l’amore, un sentimento talmente forte che spinge Alma a prolungare le vacanze fino a quando è costretta a tutti i costi a tornare a Bologna per l’inaugurazione della sua libreria, aperta con tanti sacrifici, investendoci tutti i suoi risparmi. Bruno è legato alla sua terra e all’agriturismo, è la sua vita e il suo sogno, fuori di lì si sente soffocare e morire.
Provano a far andare avanti la relazione a distanza, ma quando a capodanno Bruno la raggiunge a Bologna decide che è il caso di troncare la relazione perché non possono continuare a vivere in attesa di un futuro che non ci sarà mai perché nessuno dei due è disposto a lasciare la sua terra.
Frida è sposata con un medico volontario in Medici Senza Frontiere e ha uno studio a Torino. Ogni volta che il marito parte per una missione lei si sente persa, ma non lascia mai il suo posto per seguirlo, fino a quando nell’ultima missione lui muore e lei si sente vuota e senza nessuna più voglia di vivere.
Per motivi diversi entrambe decidono di intraprendere il Cammino di Santiago e durante la marcia si incontrano e decidono di fare il percorso insieme.
Durante i giorni di marcia si raccontano a vicenda le loro vite, le loro esperienze e le motivazione che le hanno spinte al viaggio.
Un viaggio che le porterà a scoprire molto di se stesse e ritrovare grandi verità.
Un romanzo incredibile che appena preso in mano potrebbe sembrare l’ennesimo polpettone copiato da Coelho, ma che invece è una scoperta riga dopo riga, come scoperta è il Cammino passo dopo passo, e il tutto scritto da una scrittrice che non ha nulla da invidiare a Coelho.
Immergendosi in queste pagine anche il lettore si ritrova a fare un Cammino dentro di sé, avvolto dalle atmosfere spirituali, romantiche e a volte anche difficili dei protagonisti.
Ogni persona che incontrano Alma e Frida sembra di incontrarlo fisicamente anche al lettore che uscirà dalla lettura e dai vari incontri molto più ricco rispetto all’inizio della lettura.
Un romanzo che sa come trasmettere il vero significato del Cammino di Santiago portando il lettore ad avere voglia di intraprenderlo a sua volta per immergersi sia nelle ambientazioni stupende descritte nel romanzo, ma anche in quel senso di appartenenza e di scoperta che ti trasmette il Cammino.
Ottimo romanzo consigliato sia agli amanti del genere, ma specialmente a chi si avvicina per la prima volta per la sua semplicità e il suo stile diretto.

Fioly Bocca vive sulle colline del Monferrato.
Laureata in lettere all’Università di Torino è specializzata in redazione editoriale.
Ha esordito con il romanzo Ovunque tu sarai che è stato da subito un grande successo ed è stato tradotto anche in Germania e Norvegia.
L’emozione in ogni passo è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato da Walkabout Literary Agency, ringraziamo Fiammetta.

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