Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: The Graveyard Book, Neil Gaiman, P. Craig Russell (NPE, 2015) a cura di Elena Romanello

13 luglio 2016
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Prima di scrivere vari romanzi, per adulti e ragazzi, Neil Gaiman nasce come fumettista, visto che è autore della monumentale saga di Sandman, e non c’è da stupirsi se è rimasto questo suo legame con il mondo delle nuvole parlanti, dove spesso torna per raccontare in un altro modo le sue storie scritte.
The graveyard book è una graphic novel, uscita in italiano per il piccolo ma interessante editore Nicola Pesce, ispirata al romanzo di Gaiman noto in italiano come Il figlio del cimitero (Mondadori) e con i disegni di P. Craig Russell. Anche in fumetto, la storia rispetta perfettamente la vicenda originale, un romanzo fantastico certo, ma anche una storia di formazione su modello dei grandi romanzi dell’Ottocento, Dickens in testa, con archetipi come il rapporto con la morte e il cimitero che è luogo di passaggio tra vivi e morti e anche quindi di confronto tra dimensioni diverse dell’esistere.
Un vecchio detto africano dice che c’è bisogno di un villaggio per crescere un bambino: per Nobody, piccolo sfuggito al massacro della sua famiglia, sarà il cimitero dove si rifugia a crescerlo, con l’ombra della morte a cavallo, fantasmi di varie epoche anche dimenticati, come una strega morta poco più grande di lui che il protagonista aiuterà a trovare pace, un vampiro che è l’unico aggancio con il mondo fuori. Gli anni passeranno per Nobody detto Bod, con incontri con l’universo dei vivi, il pericolo incombente che qualcuno torni e finisca il lavoro per un oscuro disegno esoterico e il desiderio di scoprire il mondo fuori e nello stesso tempo rimanere con quella che è la sua famiglia.
The graveyard book, metafora del crescere e del significato vasto di famiglia, funziona quindi anche in disegni, accurati e pronti a riflettere le atmosfere tra vita e morte dell’odissea di Nobody nella ricerca di se stesso. Uno stile grafico, quello di Russell, che in questo caso si avvicina alla tradizione di illustrazioni britanniche, quell’immaginario fantastico in cui Gaiman pone le sue radici, tra fiaba, mito, folklore, leggenda.
Un libro, compendio del romanzo ma anche godibile a se stante, che non può mancare se si ama Neil Gaiman, autore dai mille volti e dalle mille sperimentazioni, ma che può essere anche un primo approccio al suo mondo. Perché vale per tutti, anche se non cresci in un cimitero con un vampiro come mentore, il sapere che un giorno sul cavallo della morte si salirà comunque ma che prima c’è la vita, in cui bisogna entrare con gli occhi e il cuore spalancati.

Neil Gaiman, inglese di origine e statunitense di adozione, è fumettista e scrittore, autore di opere come Sandman, Death l’alto costo della vita, Stardust, American Gods, Coraline. Vincitore di numerosi premi è considerato uno dei più grandi autori del fantastico viventi.

Craig Russell, vive nell’Ohio e ha alle spalle una carriera quarantennale come disegnatore di fumetti e graphic novel. Nel suo curriculum figurano supereroi e adattamenti di opere classiche come le Fairy Tales di Oscar Wilde. Di Neil Gaiman ha già adattato Coraline e The Dream Hunters.

Source: acquisto del recensore al Salone del Libro di Torino.

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:: Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari (Bordeaux, 2016)

12 luglio 2016
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La battaglia da vincere affinché tanti giovani musulmani non si trasformino in “attentatori fai da te” pronti a fare strage nei paesi dove sono nati e cresciuti è soprattutto culturale. Per questo la guerra della comunicazione è tanto importante.
Spegnere gli account dei sostenitori dell’Isis, arrestare chi diffonde sulla rete i proclami del Califfato o replicare con gli stessi mezzi sembra insufficiente di fronte alla determinazione e alla spregiudicatezza dell’esercito dei tagliagole.
Forse sarebbe più efficace interrompere il flusso di denaro che sostiene le campagne militari e mediatiche dello Stato islamico. Indagare davvero su chi c’è dietro ai finanziamenti a questi estremisti, su chi fornisce loro le armi e le attrezzature video di ultima generazione, su chi li aiuta a montare e a diffondere i loro raccapriccianti filmati. Nello stesso tempo è utile smascherare le false informazioni che circolano in rete, perché il confine tra vero e verosimile sembra confondersi ogni giorno di più. I media e i professionisti dell’informazione dovrebbero valutare con maggior attenzione provenienza e attendibilità dei materiali prima di pubblicarli, soprattutto se presi dal web, soppesandone l’utilità informativa più che la logica di “cassetta” o il timore di “bucare” quello che appare in rete. Bombardati da tante immagini di violenza e notizie frutto di propaganda i cittadini rischiano di perdersi. L’asticella dell’indignazione dell’opinione pubblica si sta spostando di giorno in giorno sempre più in alto, come avviene nei programmi televisivi in cui la ripetitività richiede sempre nuovi colpi di scena per ridestare l’attenzione. Il rischio è quello dell’abitudine.

Oggi voglio presentare ai lettori di Liberi di scrivere un testo se vogliamo complesso, ma anche interessante e di stretta attualità, che potrà essere utile sia ai cosiddetti addetti ai lavori (studiosi, docenti, analisti, giornalisti) come ai semplici lettori, coscienti del mondo che li ci circonda, persone che si fanno domande, che cercano di analizzare e comprendere la realtà alla luce di un più serio approccio interpretativo. Insomma se non siete animati da questa curiosità, l’accostarsi a questo testo potrà sembrare decisamente ostico, ma se invece come avete familiarità con testi storici e di geopolitica, non potrete che trovarlo una lettura degna di attenzione e densa di spunti di approfondimento. Per coloro che non hanno questa familiarità cercherò comunque, nel mio modesto ruolo di cultore della materia, di fornire le più semplici chiavi interpretative per un’ agevole lettura.
Il testo si intitola Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 (Bordeaux, 2016) ed è il frutto del lavoro congiunto di numerosi esperti, – storici, analisti politici, analisti economici- , che hanno unito le loro forze nel tentativo immane di fare chiarezza, di evidenziare punti certi di analisi, di giungere a sicure conclusioni, per quanto la materia, quanto mai magmatica, lo permetta. Come è stato sottolineato in un dibattito viviamo in un mondo velocissimo, tutto ciò che si scrive è già parte del passato, per cui è bene sottolineare che questo testo, la cui pubblicazione ha una cadenza annuale, (esistono già due volumi riguardanti l’anno 2013 e 2014), è aggiornato al 31 ottobre 2015. Tenuto conto di questo, e partendo dal principio che attingendo alle radici storiche si può meglio capire l’attualità, e il presente, cercherò di darvi le informazioni basilari, anche piuttosto schematiche, per avvicinarvi al testo.
Innanzitutto la realizzazione della ricerca e della pubblicazione dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 rientrano nell’ambito delle attività scientifiche dell’area di ricerca storico- politica dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma, in collaborazione con il CeSI (Centro Studi Internazionali). Responsabili scientifici e curatori dell’opera sono il professore associato di Storia contemporanea Andrea Ungari e il dottore in Storia d’Europa Francesco Anghelone. La prefazione è a cura di Antonio Iodice (presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V). L’ introduzione è di Andrea Margelletti (presidente del Centro Studi Internazionali (CESI). E la postfazione, dal titolo L’Europa e il Mediterraneo, è di Stefano Polli (vice direttore dell’Agenzia ANSA).
Il corpo del testo è composto da due brevi saggi introduttivi di approfondimento, Media e Social Media dalle primavere arabe allo Stato Islamico di Alfredo Macchi e Lo stato Islamico: nascita e ascesa del nuovo modello di riferimento del terrorismo globale di Gabriele Iacovino. Seguiti da undici schede paesi, composte da una parte storica e una parte contemporanea, cadenzata da un profilo politico, economico e sociale. Andrea Ungari si occupa del profilo storico di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Israele, e Autorità Nazionale Palestinese. Marco Di Liddo del profilo contemporaneo di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Turchia. Francesco Anghelone del profilo storico di Egitto, Libano, Siria, Giordania e Turchia. L’analista Francesca Manenti del profilo contemporaneo di Israele. Stefania Azzolina del profilo contemporaneo della Autorità Nazionale Palestinese, Libano e Giordania. E infine Francesco Tosato del profilo contemporaneo della Siria, se vogliamo il più scottante data la guerra in corso e l’occupazione di parte del suo territorio da parte dello Stato Islamico.
Come dicevo l’utilità di questo testo non si limita a interessare gli addetti ai lavori, (molto di quello di cui si parla è conosciuto, ma qui viene espresso in modo sistematico, organico e sintetico, rispettando naturalmente l’aspetto scientifico e i rimandi bibliografici puntuali ed esaurienti) ma si estende anche ai lettori comuni grazie all’agilità di consultazione.
Non è un testo da leggere dalla prima pagina all’ultima, per lo meno io non mi sono approcciata con queste modalità. Ho letto certo in ordine prefazione e introduzione, per farmi un’idea degli argomenti che sarebbero stato trattati, poi ho letto la postfazione. Inseguito i due saggi introduttivi, che focalizzano gli argomenti principali dell’edizione di quest’anno: il ruolo dei mass media e lo stato islamico come modello di riferimento del terrorismo globale, solo pochi anni fa rappresentato da Al-Qāʿida. Inseguito sono passata a leggere le schede paese, partendo dalla Siria, la Turchia e l’Egitto. Poi sono passata a studiare le due schede rispettivamente dedicate e Israele e Autorità Nazionale Palestinese, e poi via via tutte le altre, in ordine casuale. Insomma ho gestito lo studio del testo con un approccio molto libero, e il testo fortunatamente lo permette.
Se vogliamo focalizzare i principali punti che possono interessare più o meno tutti, direi innanzitutto di considerare quanto la guerra in atto compiuta dallo Stato Islamico, non è esclusivamente una guerra di conquista territoriale, ovvero svolta su piano militare, ma lo scontro avviene ad un piano più alto ed esteso, in prima analisi culturale, politico, economico e sociale. Sembra un’ ovvietà, ma non lo è affatto in quadro quanto mai complesso e vittima di disinformazione. A quest’ ultimo tema si ricollega l’interessante approfondimento di Alfredo Macchi, e per chi volesse approfondire ulteriormente anche l’ intervista da noi condotta a Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015). Un altro tema è il disimpegno statunitense, prima in un certo senso paladini e propugnatori delle varie primavere arabe con la collaterale democratizzazione del Medio Oriente e Nord Africa, e poi chiusi nelle loro questioni interne o se mai rivolti a guardare verso il Pacifico e la Cina. Altro tema è le colpe e il ruolo dell’ Unione Europea, quanto mai essenziale per la normalizzazione delle sponde Sud del Mediterraneo.
In conclusione una lettura davvero proficua, che forse non giunge a conclusioni inequivocabili, (come potrebbe) ma aiuta a far luce su questioni da molti affrontate con superficialità e pressappochismo. La difficoltà dei temi non le giustifica, e non le scusa. Non in un momento storico così difficile e delicato.

In memoria di Nahel

Francesco Anghelone Coordinatore scientifico dell’Area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, è dottore di ricerca in Storia d’Europa presso la “Sapienza” di Roma e collabora con «Aspenia online». È autore di numerose pubblicazioni su Grecia, Turchia, Cipro e l’intero Mediterraneo sud-orientale.

Andrea Ungari Professore associato di Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi e docente di Teoria e Storia dei Partiti e dei Movimenti politici presso l’Università Luiss-Guido Carli. I suoi studi si sono concentrati sulla storia politica dell’Italia liberale e di quella repubblicana e sulla storia militare, con una particolare attenzione al ruolo dell’Esercito e dell’Aeronautica nella Prima guerra mondiale. Recentemente, ha collaborato con lo Stato Maggiore dell’Esercito all’elaborazione del volume Prospecta, sulle linee evolutive dell’Esercito italiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

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:: Il Settimino, Fabrizio Borgio (Acheron Books, 2016) a cura di Micol Borzatta

11 luglio 2016

indexDavide Bo sembra all’apparenza un ragazzo normale, ma è nato al settimo mese di gravidanza, oltretutto figlio di settimino. Questa sua condizione lo porta a manifestare dei poteri speciali.
Dopo che da ragazzo ha fatto saltare in aria la testa del padre con la forza del pensiero, dopo che lui uccise con un fucile la madre e la sorella, Davide è tenuto d’occhio, anche se a distanza, dal DIP, il Dipartimento Indagini Paranormali, più specificatamente da Stefano Drago.
Sarà proprio Drago che, anni dopo, interverrà per proteggere Davide da un gruppo dell’AISI che lo vuole rapire per utilizzarlo nel loro progetto Caino.
Tuttavia una terza forza in campo tenterà di confondere le acque e intralciare le indagini di Drago con lo scopo di uccidere Davide.
Drago si troverà a dover combattere contro il tempo e scoprire cos’è il progetto Caino, chi sono i resposabili coinvolti arrivando a smascherarli fin nelle più alte sfere e nello stesso tempo proteggere se stesso e Davide da morte certa.
Romanzo molto particolare con una partenza subito a tutto gas che fa capire subito al lettore il ritmo di narrazione a cui deve abituarsi per stare dietro alla lettura.
I fatti vengono descritti molto dettagliatamente, ma nello stesso tempo Borgio riesce a mantenere un’aurea di mistero che incuriosisce il lettore invogliandolo a leggere sempre di più dimenticandosi del mondo esterno.
Anche le indagini del DIP sono descritte molto minuziosamente, e anche se a volte sembrano noiose, come quando descrivono i filmati visionati, rendono il tutto molto più realistico, infatti nella realtà ci sono anche le parti noiose nelle indagini che non possono essere saltate se si vuole arrivare alla giusta conclusione. Ed è proprio quello che l’autore fa, una descrizione realistica con i giusti ritmi così da dare senso di realtà anche al lettore che percepisce il romanzo come un avvenimento concreto che gli si sta svolgendo intorno, dove non si ritrova nel ruolo di spettatore ma di protagonista.
Un’altra qualità del romanzo sono le parti accademiche che permettono al lettore di imparare cose nuove rendendolo sempre più interessante ed entrando sempre più nel profondo della narrazione, anche se una piccola critica viene spontanea, almeno per chi non è piemontese: l’autore usa troppe frasi scritte in dialetto che rimangono incomprensibili al lettore, a meno che, come dicevo prima, non è piemontese.
Per quanto riguarda la trama si può dire solo stupefacente. Un ottimo mix tra realtà e finzione che unisce due generi totalmente diversi, noir e fantasy, in un unico romanzo, in un’escalation vincente che il lettore non potrà mai dimenticare dopo averla assaporata fino alla fine.

Fabrizio Borgio nasce nel 1968 ad Asti. Nato prematuramente, e in anni inquieti, passa la sua infanzia e la sua crescita sviluppando fantasia e creatività leggendo libri e fumetti.
Appassionato di cinema e letteratura, nella fase adolescenziale, inizia a scrivere racconti.
Congedato dall’Esercito e buttato nel mondo del lavoro inizia a scrivere. Segue stages di sceneggiatura. Partecipa al premio letterario Il nocciolino di Chivasso ricevendo un premio dalla giuria.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Samuel dell’ufficio stampa Acheron Books.

:: La filosofia di Charlie Brown, Charles M. Schulz (Magazzini Salani, Anno 2015), a cura di Daniela Distefano

11 luglio 2016
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Dopo “Peanuts. E’ dura nascondersi dietro qualcuno che è verticale quando tu sei orizzontale” (2014) e “La filosofia di Snoopy. Era una notte buia e tempestosa” (2014), “La filosofia di Charlie Brown” (2015) è il terzo evento letterario di una trilogia che consacra la maestria di Charles M. Schulz nel far sorridere il lettore di ogni età convergendo la sua simpatia nei confronti di un “adorabile perdente”.
Apparso per la prima volta il 2 ottobre 1950, il buon vecchio Charlie Brown è capitano della peggiore squadra di baseball al mondo, non riesce a trovare il coraggio per parlare con la ragazzina dai capelli rossi, ma continua a sperarci, non si preoccupa mai di come comincia la giornata, è come andrà a finire che lo turba. Se la vita è come un gioco.. a volte si vince, a volte si perde, Charlie Brown sarebbe contento anche di pareggiare. Ecco due perle della sua scalmanata saggezza:

Battuti di nuovo, sono così stanco che non riesco a muovermi, sono perfino troppo stanco per piangere, se mi mettessi a piangere, le lacrime non mi correrebbero giù, scenderebbero camminando.

Una volta cercavo di prendere ogni giorno come veniva.. sai, vivere alla giornata.. la mia filosofia è cambiata… mi sono ridotto a vivere alla mezza giornata!

E’ un universo colorato quello di Charlie Brown, eroe incompreso persino dal suo cane. Vorrebbe trovare il coraggio di esorcizzare  le sue paure, ma  dirige una squadra che lo boicotta ad ogni partita. Il suo personaggio è sempre fedele a se stesso, vive di grandi slanci di amicizia, è pessimista creativo, si allena nella palestra del pensiero come antidoto ai malesseri della sua età. Il segreto del suo perenne successo? La tenacia nell’accettare le sconfitte.

Charles M. Schulz nasce a Minneapolis, nel Minnesota, il 26 novembre 1922. Schulz disegna Snoopy e la sua banda per 50 anni senza interruzione. Muore nel 2000, il giorno prima della pubblicazione della sua ultima striscia, dopo aver realizzato 17.897 strisce quotidiane e tavole domenicali.

Source: inviato al recensore dall’editore.

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:: La vita a rovescio, Simona Baldelli (Giunti, 2016) a cura di Elena Romanello

11 luglio 2016
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Un paio d’anni fa lo storico Marzio Barbagli ha scritto un interessante e scorrevole saggio, Storia di Caterina che per ott’anni vestì abiti da uomo, che raccontava la vita di Caterina Vizzani, vissuta nel Settecento in Italia centrale, ragazza travestitasi da uomo per poter esercitare un mestiere che le permettesse di vivere ma anche per poter assecondare il suo amore per le altre donne, cosa allora messa sullo stesso piano della stregoneria.
Tra le persone rimaste colpite dal libro di Barbagli c’è Simona Baldelli, che ha scelto nel romanzo La vita a rovescio di raccontare la storia di Caterina come in un romanzo: del resto, di materia ce ne era, in questa epopea tragica e picaresca, da un’infanzia segnata dal vaiolo e dal desiderio di essere diversa fino alla prematura morte in un duello per seduzione, tra luci, abbastanza poche, e tante ombre del Secolo dei Lumi, un mondo comunque dominato dai maschi e dove le donne, ancora più di oggi, erano viste solo in funzione del potere patriarcale.
La vita a rovescio è quindi un romanzo storico, che racconta la vita materiale, anche nei dettagli più allucinanti come le abitudini igieniche, di chi per secoli non è comparso nei libri di scuola, sia perché appartenente ad una classe sociale non agiata, sia perché donna e per lo più lesbica, qualcosa di cui per secoli si è negata la stessa esistenza. Una vita materiale descritta con vivacità e spietatezza, scavando anche nell’intimità di donne oppresse da regole arcaiche ma capaci di cercare, sia pure di nascosto, una sorta di felicità.
C’è anche molto femminismo nella storia di Caterina, deturpata dal vaiolo, da sempre attratta da ruoli non certo consoni ai pochi offerti alle donne, che fa i conti anche con la condizione subordinata delle sue amanti, prostitute, cameriere, ragazze di buona famiglia, nobildonne, monache, ereditiere, tutte alle prese con i limiti del loro sesso che lei riesce a evitare grazie al suo travestimento. Poi ovviamente c’è anche la tematica omosessuale, e fa piacere vedere come anche in Italia, in un momento cruciale per i diritti, stiano uscendo tanti romanzi in tema, mentre in fondo si capisce come ancora oggi, in tempi di riproposta di ruoli di sottomissione per la donna e di stereotipi eterosessisti, certi discorsi siano attualissimi.
Caterina del resto è modernissima, un’eroina di romanzo storico non stupida e sottomessa al desiderio maschile come è stato per decenni, ma una ragazza in cerca di amore, desiderio, libertà e felicità, con il suo lavoro, con la sua intelligenza e il suo desiderio di amare chi incontra. E la cosa importante è che è esistita davvero.

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Ha esordito con Evelina e le fate, finalista al Premio Calvino e vincitore del premio John Fante opera prima. A questo hanno fatto seguito Il tempo bambino e La vita a rovescio, tutti e due per Giunti.

Source: inviato al recensore dall’editore.

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:: Presunto innocente, Scott Turow (Mondadori, 1991) a cura di Giulietta Iannone

9 luglio 2016
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Alla fine degli anni ’80 un giovane avvocato di Chicago, allora trentottenne, esordì con un romanzo destinato a diventare una pietra miliare del legal thriller, un sottogenere piuttosto felice all’interno del thriller, specialmente statunitense. Si intitolava Presunto innocente (Presumed innocent, 1987), e l’autore avvocato era l’allora sconosciuto Scott Turow.
Probabilmente, (anzi è quasi certo) manco Turow era del tutto consapevole della portata che avrebbe avuto il suo libro, mentre lo stava scrivendo sul treno dei pendolari che lo portava ogni giorno in ufficio (un’ abitudine, quella di scrivere in treno, che portò avanti per decenni).
Non che prima di allora non esistessero casi di polizieschi o noir ambientati nelle aule di tribunale, nel vasto panorama della letteratura nordamericana, pensiamo al bellissimo Anatomia di un omicidio di Robert Traver (era il 1958) o addirittura ai polizieschi di Erle Stanley Gardner, scritti ancora prima, fin dagli inizi degli anni ’30, e c’è chi si arrischia, andando ancora più indietro nel tempo, pure a fare il nome di Wilkie Collins (se siete interessanti a una breve storia del legal thriller è disponibile online: qui), ma dopo Presunto innocente le cose non furono più le stesse.
Sicuramente nessuno prima di Turow aveva messo mai una tale tensione, tra contenuti sessualmente espliciti, paura e violenza, in un thriller a sfondo legale, forte di una struttura narrativa prettamente letteraria. Insomma sdoganò un genere e il successo che travolse l’autore resta per certi versi ancora misterioso, pensiamo solo che per ben 45 settimane restò nella lista dei best seller del NY Times. Un piccolo miracolo, se vogliamo.
Neanche Turow riuscì a scrivere niente di simile dopo, niente perlomeno di così innovativo, estremo, disperato. Quello che è certo il legal thriller esplose letteralmente grazie a questo romanzo. Schiere di avvocati di giorno, scrittori di notte, si lanciarono a emularlo, con alterne fortune, ma sempre avendo ben chiaro che la materia legale, seppur apparentemente caotica, se non proprio complessamente noiosa, si prestava invece inaspettatamente a diventare un humus narrativo di prim’ordine per mettere in luce dissidi etici, scrupoli morali, impegno sociale e civile.
La storia del vice procuratore capo della contea immaginaria di Kindle, Rozat “Rusty” Sabich, della bella e sexy collega Carolyn Polhemus, di Nico della Guardia, Sandy Stern, Tommy Molto, è difficile che non la conosciate, il film diretto da Alan J. Pakula, interpretato da Harrison Ford e Greta Scacchi, ha abbondantemente colmato ogni lacuna. Ciò non toglie che è un piacere rileggere questo libro, (dopo anni) pure se si conosce la storia, pure se già si sa il nome dell’assassino, le sue motivazioni, la sua rabbia. La bravura dell’autore è così manifesta nel costruire una trama perfetta, e perfettamente plausibile, oltre che psicologicamente inattaccabile, che è decisamente un piacere vedere la sua arte di “stratega” e costruttore di indizi, falsi indizi, prove presunte, all’opera.
Scott Turow non aveva grandi successi recenti con cui competere, per cui andò decisamente a mano libera e piazzò il funerale della Polhemus subito all’inizio (scelta interessante) dopo un breve preambolo (di una pagina, fronte retro) in cui rifletteva sul “mestiere” di pubblico accusatore (lo stesso che svolgeva nella vita l’autore nell’ambito della pratica legale) e sul sistema giudiziario nel suo insieme.
Veniamo così a conoscere le modalità della morte della donna (Law & order – Unità vittime speciali, non era ancora di moda, non si era soliti parlare di dettagliati referti ginecologici, quindi l’effetto era ancora più destabilizzante), come era considerata dai colleghi e che era l’amante di Rusty Sabich, a cui rovinò il matrimonio per poi lasciarlo per il suo superiore, (movente più che plausibile per fargli vincere il posto di presunto colpevole, data l’ossessione che l’uomo aveva per questa donna) a cui viene affidato il caso come pubblica accusa.
Scelta anche coraggiosa se vogliamo, che innesca una serie di spiegazioni a ritroso, filtrate dalle sedute con Robinson, lo psichiatra da cui Rusty andò quando tutto finì, capaci di generare la giusta suspense. Pian piano, (subito dopo l’elezioni che incoronano Della Guardia nuovo procuratore distrettuale) Rusty Sabich (di padre serbo, figlio della periferia, senza privilegi) viene incriminato, (accusato di stupro e omicidio), ed è a questo punto che le dinamiche interne della procura saltano, vendette, inimicizie, invidie, fanno da detonatore a una storia che molto deve alla personalità carismatica della morta (e alla sua disinvolta vita sessuale).
A questo punto tutto si giocava sull’ambiguità (morale) del personaggio, “mi augurai disperatamente che fosse morta” e di tutti i comprimari che ha intorno.
Essere accusati di un delitto non commesso, (specie in America in cui in alcuni stati si rischia tranquillamente la pena di morte) è sicuramente una paura concreta, ancora più per un avvocato che sulla vita e sulla morte di colpevoli e innocenti basa la sua carriera e la sua credibilità. Per non parlare dell’ aspetto mediatico di un processo (Il mio caso è uno di quelli che fanno parlare i giornali scandalistici venduti nei supermercati) e delle falle di un sistema penale (tema molto caro a Grisham e perché no, anche a Connelly) fatto anche di errori e troppo burocratizzato. Questa parte è dannatamente realistica, e cosciente. Insomma Turow sa di cosa parla.
Rusty Sabich per dimostrare la sua innocenza (ma è davvero innocente?, o è un inguaribile bugiardo che ci ha preso in giro per tutto il romanzo?) deve scoprire a tutti i costi come sono andate le cose, perché alcuni particolari proprio non tornano, (l’indizio del bicchiere viene posto in bella mostra già nei primi capitoli, senza alcuna enfasi, come si sa le cose in piena luce sono le cose a cui si dà minore o nessuna importanza), chi c’è dietro a quella apparentemente perfetta macchinazione (ai suoi danni?). I sensi di colpa non giocano a suo favore, (verso il figlio, verso la moglie, verso Carolyn stessa) ma anche i meccanismi più perfetti hanno falle e punti deboli, e l’assassino non è così freddo e infallibile come può sembrare. Per chi non conosce ancora la sua identità, scoprirla è sicuramente spiazzante, e in un certo senso il punto più riuscito del romanzo.
Oltre al meccanismo giallo, Turow è straordinario nel delineare caratteri, il capitolo in cui il giovane Marty parla della madre, o la descrizione della sensibilità della vittima nel trattare con i bambini, sono di una sottigliezza e lucidità disarmanti. Turow scava nelle motivazioni, anche le più banali. Evita digressioni superflue e rende necessaria quasi ogni frase. Insomma non può che lasciare ammirati e stupiti per la sua bravura.
Turow ci riprovò anni dopo con Innocent a dare un seguito al romanzo (ne fecero pure un film), non l’ ho letto quindi non do giudizi, ma credo questo sì, che una cosa perfetta vada lasciata così com’è. E Presunto innocente ha davvero il fascino delle cose perfette, o per lo meno delle cose che pericolosamente vi si avvicinano a questa chimerica perfezione. Ogni scrittore penso si meriti uno stato di grazia, almeno una volta nella vita, che gli permetta di scrivere un libro davvero riuscito. A Scott Turow è capitata questa fortuna.
Traduzione di Roberta Rambelli.

Scott Turow è autore di nove dei maggiori best seller di fiction, tra cui Presunto innocente, La legge dei padri, Prova d’appello, Innocente e L’onere della prova, tutti pubblicati da Mondadori. Si è cimentato anche con la saggistica in Harvard, facoltà di legge, incentrato sulla sua esperienza di studente universitario. I suoi libri sono stati tradotti in oltre venticinque lingue, hanno venduto più di trenta milioni di copie nel mondo e hanno fornito spunto per film e produzioni televisive. L’autore pubblica saggi e articoli su “The New York Times”, “The Washington Post”, “Vanity Fair”, “The New Yorker” e “The Atlantic”. Sito web: www.ScottTurow.com

Source: acqusito personale.

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:: Il pozzo, Catherine Chanter (Marsilio, 2016) a cura di Elena Romanello

9 luglio 2016
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In un’Inghilterra di un futuro prossimo vittima di una siccità senza fine, Ruth si trasferisce con il suo compagno vicino all’unico pozzo d’acqua nel raggio di chilometri, suscitando invidie e gelosie che sfociano nell’accusa, reale o presunta, di aver ucciso il nipote di soli cinque anni.
Raccontato come flash back dalla protagonista, che si trova imprigionata nella sua stessa casa, Il pozzo è un romanzo d’esordio interessante e non facile da classificare come genere, con tante suggestioni.
Innanzitutto ci sono molti elementi del thriller, perché in fondo si parla di un’indagine su un omicidio, raccontata dalla principale indagata, che non ricorda fino in fondo come sono andate le cose e pian piano andrà lei in cerca di una verità che può rivelarsi terribile. Poi ci sono richiami ai romanzi al femminile e alle saghe familiari, la protagonista è una donna, tra l’altro non giovanissima, già nonna, con un rapporto non facile con la figlia Angie, che vede il proprio universo spiazzato completamente. Gli elementi preponderanti sono però quelli della fantascienza distopica, una società futura dove tutto è andato nel peggiore dei modi possibili, con al centro una catastrofe ambientale, non del tutto spiegato ma presente in tanti romanzi degli ultimi decenni, da La morte dell’erba di John Christopher al recente Deserto americano di Claire Vaye Watkins. Il tutto èi visto di nuovo in un microcosmo in cui si riflettono i cambiamenti sociali, tra cui la nascita di una religione tutta al femminile, le Sorelle della Rosa di Jericho, non certo priva di integralismo e dove come in tutti i futuri negativi esce fuori il peggio dell’animo umano.
Per questi motivi Il pozzo è un libro che può piacere a pubblici anche diversi, una metafora del nostro tempo attraverso l’immaginario, una ricerca di se stessi partendo dagli abissi in cui si può cadere, proprio come nel pozzo del titolo, simbolo di invidia sociale ma anche luogo dove si può scatenare il peggio. Si può restare catturati dal voler scoprire la verità su cosa ha fatto Ruth e nello stesso tempo seguire l’evoluzione di una società futuribile ma con dentro tante delle storture del nostro tempo, in un’opera prima in ogni caso interessante che fa ben sperare che si sia affacciata una nuova voce alla letteratura di genere e non solo contemporanea.

Catherine Chanter è originaria della zona a Sud Ovest dell’Inghilterra e ha ottenuto un master in scrittura creativa alla Oxford Brookes University. Ha già scritto vari racconti con cui ha ottenuto anche premi, Il pozzo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, Franco Matteucci (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2016
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La prima vittima sulle montagne di Valdiluce è un’orsa, sorta di simbolo e mascotte della zona, orrendamente uccisa e non per caso, ma che riesce a lasciare sulla scena del crimine un segno che può incriminare il suo assassino. Poi, altri delitti vengono commessi ai danni di esseri umani o tentati, come un avvelenamento di massa sventato per caso in un rifugio da poco inaugurato.
C’è quindi da fare per l’ispettore Marzio Santoni, non al suo primo caso in quella ridente vallata dove pensava di avere una vita piuttosto noiosa, ma forse alle prese con un lavoro molto pericoloso, con tante implicazioni che arriveranno a toccarlo anche di persona prima della conclusione della vicenda.
Il genere giallo in tutte le sue sfumature ha il dono non comune di essere sempre piuttosto convincente, e anche la serie dell’ispettore Santoni di Matteucci non scappa a questa regola, con titoli tra l’altro godibili anche singolarmente e non organizzati, come usa sempre di più anche nel genere, da Larsson in poi, sotto forma di ciclo.
I gialli nascono come ambiente loro naturale nelle città, ma in realtà possono funzionare anche altrove, come nelle incantevoli montagne dell’immaginaria Valdiluce, un po’ Dolomiti, un po’ Alpi piemontesi, perfetto scenario per commettere delitti aiutati anche dalla conformazione del luogo, che permette gesti che altrove sarebbero impensabili.
Interessante anche il discorso animalista, con la morte dell’orsa all’inizio, di sinistra attualità pensando al caso di Daniza, uccisa per giochi di interessi più grandi di ogni altra considerazione, per ricordare che comunque spesso la crudeltà sugli animali è tirocinio di quella sugli esseri umani. Ma nelle pagine de Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco ci sono tanti riferimenti all’attualità, speculazione edilizia, degrado ambientale, consumo del territorio, presenza umana invasiva, per cui in una qualunque località montana delle nostre Alpi si potrà trovare qualcosa della storia raccontata nel libro.
Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco è ovviamente un libro per tutti gli amanti del giallo, thriller e noir che dir si voglia e testimonia la grande versatilità e presenza anche degli autori di casa nostra. Detto questo, è anche un libro con altri livelli di lettura, una storia di attualità, come capita nei gialli migliori, da consigliare a chi si interessa di certe tematiche e come punto di partenza per discussioni e approfondimenti.

Franco Matteucci è autore e regista televisivo e vive e lavora a Roma. Insegna Tecniche di produzione televisiva e cinematografica presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha scritto i romanzi La neve rossa (premio Crotone opera prima), Il visionario (finalista al premio Strega, premio Cesare Pavese e premio Scanno), Festa al blu di Prussia (premio Procida Isola di Arturo – Elsa Morante), Il profumo della neve (finalista al premio Strega), Lo show della farfalla (finalista al Premio Viareggio – Rèpaci). È autore di una serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispettore Marzio Santoni: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve, Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco. I suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Antonella dell’ Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Il testamento del conte Inverardi, Luigi Valloncini Landi (Salani, 2016) a cura di Micol Borzatta

8 luglio 2016
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Luigi Valloncini Landi, figlio di Monia e Mario, rispettivamente la cuoca e il maggiordomo di casa Mandolossa di proprietà dei conti Inverardi, è cresciuto dentro quella casa mentre i genitori erano a servizio, come a loro volta i loro genitori.
Arrivato all’età scolare viene spronato dal conte, che si accollò tutte le spese, a proseguire gli studi fino a laurearsi. Cosa che fece, diventò medico e passò tutta la sua vita a Settepassi come dottore dei conti e del paese.
Grazie alla sua posizione prima di figlio dei domestici e dopo di medico, Valloncini ha potuto raccogliere ricordi diretti e indiretti della dinastia Inverardi della Pieve. Ricordi che decise di raccontare, partendo dal nonno del conte Gilberto fino ad arrivare a raccontare del figliastro, della vedova e dei nipoti del conte.
Una storia lunga quattro generazioni fatta di dolori, sofferenze, perdite, scelte difficili spinte dalla regola in uso noblesse oblige e altre motivate solo dalla cattiveria, dall’egoismo e dall’ingordigia, ma alcune, anche se poche, anche dall’amore.
Quando alla morte del conte Gilberto, grazie al suo testamento, sembrerebbe che le situazioni si potessero sistemare, ecco che la cupidigia risorge e nuovi complotti nascono sottobanco.
Pur trattandosi di una biografia inerente a una casata nobiliare, il romanzo non appare noioso come si potrebbe temere a un primo impatto, ma anzi risulta essere molto coinvolgente e appassionante, sia per il fatto che è raccontata da un diretto interessato, essendo l’autore un discendente dei domestici e cresciuto a contatto con la famiglia in questione, ma anche perché lo stile narrativo è molto scorrevole e porta il lettore a vivere in prima persona le vicende dei vari personaggi, prendendoli talmente a cuore che a volte vorrebbe intervenire per svelare quei segreti che chi li conosce tiene ermeticamente nascosti e chi non li conosce li cerca come se fossero ossigeno.
Le descrizioni degli ambienti e dei periodi storici sono fatte fin nei minimi particolari, così che anche il lettore più all’oscuro riesce ad ambientarsi e muoversi tra le pagine e gli avvenimenti come se fosse stato presente senza nessuna fatica, così da potersi concentrare sui drammi familiari e sulle varie personalità dei personaggi, che vengono descritti tramite i loro pensieri, i loro sentimenti e le loro azioni, molto più che fisicamente, proprio perché l’autore vuole dare molta più importanze al lato spirituale della famiglia piuttosto che ai tratti fisici e materiali in sé.
Un romanzo nato, come dice l’autore, “per descrivere un mondo che conosco bene ma non mi appartiene e per lasciare un segno di me.”

Luigi Valloncini Landi nasce a Settepassi nel 1929.
Nel 1954 si laure in Medicina e Chirurgia e per cinquant’anno fa il medico condotto.
Nel 2004, dopo essere andato in pensione, si dedica alla scrittura raccogliendo tutti i suoi ricordi di una vita.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Matteo dell’ Ufficio Stampa Salani.

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:: Sarai per sempre mia amica, M. O. Walsh (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2016
Sa

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Anni Ottanta: in un quartiere residenziale di Baton Rouge, Louisiana, una sera viene aggredita e stuprata la quindicenne Lindy, oggetto del desiderio di vari suoi vicini di casa, tra cui la voce narrante del libro, che a distanza di anni rievoca quei fatti ormai lontani, con l’ossessione di un amore acerbo e forse anche le sue colpe in un fatto che distrusse fiducia e senso di vicinanza in quella comunità. Il protagonista rivive un periodo che ha cambiato la sua vita, aprendogli le porte dell’età adulta, in cui ha cercato anche lui, con l’istinto di giustizia proprio della giovinezza, di proteggere e fare giustizia. Ma crescere è anche capire che certe cose non si possono cambiare.
Da decenni ci sono stati libri, film, telefilm, che hanno raccontato il lato oscuro della provincia, soprattutto di quella statunitense, e dei suoi quartieri bene, dove si nascondono, e tutto il mondo è paese, basti pensare alla cronaca italiana, drammi e delitti di vario tipo. Il tema però non stanca, soprattutto in una storia come questa, dove è accompagnato da una storia adolescenziale di formazione, non sappiamo quanto autobiografica per l’autore, ma struggente nel suo incanto e anche nella sua crudezza.
In ogni caso Sarai per sempre mia amica è più vicino a Il buio oltre la siepe che non a Peyton Place o Desperate Housewives, presentando un mondo e una situazione visti dagli occhi di un quattordicenne sognatore, un po’ schiavo degli ormoni, impotente di fronte alle brutture della realtà, capace ancora di soffrire dopo anni per quello che successe, perché con quello perse tanto di se stesso e delle sue certezze.
La struttura del libro è comunque quella di un thriller, visto che in ogni caso si indaga su un delitto, con un ricordo a distanza di anni: ma in fondo la storia parla della fine delle illusioni, della struggevolezza del primo amore, del rimpianto per ogni occasione persa e di quello che ci si lascia indietro senza possibilità di tornare indietro anche se lo si vorrebbe più di ogni cosa al mondo.
Sarai per sempre mia amica è un libro che si legge tutto d’un fiato, come un thriller appunto, ma che lascia con un groppo al gola: perché se magari, e per fortuna, non tutti sperimentano quello che è raccontato in queste pagine per quello che riguarda il crimine che avviene, tutti ricordano con rimpianto quello che non sono più e quello che se ne è andato per sempre.

O. Walsh vive a New Orleans, dove è il direttore del laboratorio di scrittura creativa dell’Università. Ha già scritto vari racconti, usciti su periodici e riviste letterarie. Sarai per sempre mia amica è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Bianca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: La strada delle ombre, Mikel Santiago (Nord, 2016) a cura di Micol Bozatta

7 luglio 2016
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Bert Amandale e Chucks Basil sono amici fin da ragazzi. Cresciuti insieme hanno mantenuto un legame quasi fraterno anche quando le loro strade si sono divise per seguire le rispettive carriere, Bert scrittore e Chucks musicista. Un legame talmente forte che quando Bert si trasferisce in Francia per cercare di sistemare il suo matrimonio si trasferisce anche Chucks.
Una sera, dopo essere usciti a bere, durante il ritorno a casa, Chucks investe un uomo. All’inizio scappa spaventato, ma poi torna indietro per soccorrerlo, ma il cadavere è sparito. Nei giorni seguenti nessuna notizia dell’incidente e quando è andato a costituirsi nessuno gli ha creduto.
All’inizio nemmeno Bert gli crede, ma quando pochi giorni dopo leggono sul giornale della morte di Daniel Someres, Chucks riconosce in lui il tizio investito, ma l’articolo dice che è morto giorni dopo e a 100 km di distanza.
Chucks inizia così a indagare, e quando la figli di Bert lo trova morto, sarà Bert stesso a prendere in mano le indagini, e le scoperte che farà saranno spaventose. Ombre nascoste così bene da sembrare raggi di luce.
Romanzo molto interessante, con un inizio un po’ lento per quanto riguarda il ritmo di narrazione, ma comunque molto coinvolgente essendo incentrato sulla capacità di Bert di capire cosa stia passando Chucks.
Descrizioni molto contraddittorie e frastagliate degli avvenimenti trasmettono al lettore la situazione di confusione mentale sia di Chucks, che crede di impazzire, trasmettendo anche la descrizione della trasandezza fisica in cui cade, che di Bert, che cade in una totale confusione perché da una parte crede all’amico, ma dall’altra teme che sia ricaduto nella paranoia e nella pazzia.
Dopo una prima parte lenta, che come spiegato sembra quasi un lungo prologo, si arriva alla morte di Chucks e al vero libro. Da questo momento infatti il ritmo dello stile narrativo cambia, diventando più veloce, come più veloci diventano i pensieri di Bert, che si ritrova a dover indagare sulla morte dell’amico perché è l’unico a non credere al suicidio. Il cambio di ritmo serve anche per trasmettere meglio al lettore il senso di angoscia di Bert, angoscia che effettivamente verrà provata fino alla fine della lettura, quando con uno spettacolare colpo di scena verranno alla luce tutti i segreti, o come dice anche il titolo, tutte le ombre.
Un romanzo che sa davvero come portare il lettore su una montagna russa continuativa, infatti come le montagne russe inizia piano per diventare sempre più travolgente e quasi spaventoso, dando continue scariche adrenaliniche inducendo così il lettore a non staccarsi mai.

Mikel Santiago nasce a Portugalete, nei Paesi bachi, nel 1975.
Chitarrista in una band rock vive per dieci tra la Spagna e l’Irlanda.
La scrittura è entrata nella sua vita quasi per gioco, ma in breve tempo si è ritrovato ai vertici delle classifiche spagnole e americane con il suo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Editrice Nord.

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:: Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Luciano Gallino (Einaudi, 2015) a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2016
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Quel che vorrei provare a raccontarvi nelle pagine che seguono, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea.
(..) Abbiamo visto scomparire l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità(..) Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa.

Luciano Gallino, sociologo di chiara fama, è scomparso lo scorso novembre 2015  a 88 anni. Prima di salire in Cielo, ha lasciato al mondo il suo ultimo lavoro, un testamento in forma di saggio, lungimirante, acuto, senza concessioni alla retorica o al nichilismo. I tempi in cui viviamo lasciano poche porte d’uscita dalla crisi, dilaga la rabbia, il senso diffuso di una discesa inarrestabile, l’età dell’oro vive nei lustrini di una speranza che scema di giorno in giorno. Eppure c’è un rimedio che lo studioso propone, una maggiore analisi, una speculare riflessione su ciò che è stato il capitalismo e che non è più.
Il primo aspetto della crisi del capitalismo riguarda la pauperizzazione del consumatore, vale a dire la condizione di povertà relativa in cui la crisi ha spinto milioni di persone delle classi medie e della classe operaia.
La crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Usa e Ue, e la successiva crisi del debito pubblico nel 2010 nei paesi europei, sono soltanto effetti collaterali di una profonda crisi strutturale dell’intero sistema.
A farne le spese è una figura sociale che tanta parte ha giocato nel campo del mondo capitalistico: il consumatore. Una delle cause di questa decadenza è la compressione generale dei salari reali in atto negli Stati Uniti e in Europa sin dagli anni Settanta. Si è inaugurata altresì l’età in cui la maggior parte delle forze di lavoro appare destinata a essere trasformata in esubero.
Come e perché si è arrivati a questo punto dell’evoluzione umana?                                                 <<La tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge>>.
Questa affermazione ha cessato di essere vera a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In quel periodo ha cominciato ad affermarsi nella produzione di beni e servizi a opera dell’impresa capitalistica un elemento rivoluzionario: la microelettronica abbinata all’informatica. Essa ha permesso di automatizzare  la produzione industriale. Il risultato è stato la riduzione della forza lavoro. Siamo entrati nella terza rivoluzione industriale, e ci siamo ancora dentro.
Paghiamo con la bassa occupazione il privilegio di vedere progredito di un passo consistente il cammino dell’uomo.
Basta leggere le pagine infervorate e insieme analitiche del Capitale di Marx per comprendere il salto storico che abbiamo compiuto degradando lo svilimento di un operaio costretto a massacrarsi di lavoro in nome di uno sfruttamento legale e comunemente accettato. Le sue braccia sono state sostituite da macchine efficienti e non deperibili, eppure sono questi gli effetti paralleli di una esplosione tecnologica non regolata e selvaggia.
La retrocessione è stata portata avanti dal vento di una  finanziarizzazione che contribuisce alla crisi ecologica. Si è cercato di tamponare il disastro, ma
le politiche di austerità si sono rivelate un fallimento.
In un articolo del 2009,  Matthew Richardson e Nouriel Roubini sostenevano l’esigenza di una << distruzione creatrice>>, secondo la ben nota definizione di Joseph Schumpeter. E’ quello che vediamo oggi ancora in modo offuscato e miope.
Il maggior timore di Schumpeter era che la creatività distruttiva portasse all’implosione del capitalismo, con la società incapace di gestire il caos. Aveva ragione ad avere questi timori – sostengono i due esperti.
Luciano Gallino non parla di distruzione creatrice, però lancia un allarme per le nuove generazioni: il declino oramai non solo economico minaccia la civiltà di cui siamo intrisi e tuttora indispensabile per andare avanti.

Luciano Gallino è stato professore emerito, nonché ordinario di Sociologia, all’Università di Torino. Si è occupato per lungo tempo delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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