Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Belgravia, Julian Fellowes (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

29 settembre 2016
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Nato come feuilleton a puntate in formato elettronico, è uscito finalmente in un unico volume Belgravia, omaggio al romanzo ottocentesco di Julian Fellowes, sceneggiatore tra le altre cose di una delle serie di culto degli ultimi anni, Downton Abbey.
La storia ci porta a Bruxelles nel 1815, alla vigilia della battaglia di Waterloo, che cambiò definitivamente l’Europa, dove si incontrano tanti destini e persone, come la diciottenne Sophia Trenchard, figlia di James, fornitore di pane e birra ai soldati, che si innamora di lord Edmund Bellasis, pronto ad invitarla al ballo della duchessa di Richmond e a prometterle un matrimonio d’amore.
Waterloo distruggerà tante vite, lasciando tanti lutti: la storia si sposta poi venticinque anni dopo, con gli ormai anziani genitori di Sophia, morta prematuramente di parto dando alla luce il figlio di Edmund, alle prese con una nuova ricchezza, costruita grazie al loro lavoro, ma anche con gli intrighi dei conti di Brockenburst, genitori di Edmund caduto a Waterloo, che hanno paura di alcuni misteri che potrebbero venire fuori dal passato del loro figlio.
Leggendo le pagine del libro, avvincente ma più che ad un romanzo simile ad una sceneggiatura per un futuro sceneggiato o serial, è impossibile non pensare ad autori come Dickens, Thackeray, la stessa Austen e Elizabeth Gaskell, in un affresco che omaggia una delle epoche più vive ancora oggi nell’immaginario non solo britannico, l’Inghilterra ottocentesca e vittoriana, con forti contrasti sociali ma nello stesso tempo grande vitalità.
Fellowes mette al centro del suo libro tanti personaggi, non ultimi gli appartenenti alla servitù, che si confrontano in un mondo che cambia, prima dal punto di vista politico poi da quello sociale, dove si affrontano l’antica aristocrazia britannica, non più capace di mantenere fino in fondo ricchezza e prestigio vivendo in maniera totalmente parassitaria e il crescente ceto borghese imprenditoriale, che da una bancarella di vettovaglie a Covent Garden riesce ad arrivare a comprare una casa a Belgravia, sontuoso e moderno per allora quartiere di Londra.
Belgravia è un romanzo interessante comunque per chi ama l’Inghilterra vittoriana e i suoi protagonisti, per chi cerca una storia vicina a quelle classiche e non con modernizzazioni arbitrarie nel comportamento dei protagonisti, appassionante come i romanzi d’appendice dell’epoca senza scadere nel volgare di tante ricostruzioni moderne dove si parla solo di improbabili e anacronistiche storie d’amore. A tratti forse è già un po’ sentito, ma è un dejà vu o meglio dejà lu che piace e alla fine non stanca.

Julian Fellowes ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park, per la regia di Robert Altman, altro ritratto della servitù dell’aristocrazia inglese. Oltre a essere un celebre sceneggiatore, è anche uno dei più famosi attori britannici, lo si è visto in film come Il danno e Tomorrow Never Dies. Negli ultimi anni è diventato famoso per aver ideato il serial cult Downton Abbey, che racconta l’aristocrazia inglese e la sua servitù durante i primi decenni del Novecento.

Source: libro letto al Gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: Il regalo, Eloy Moreno (Corbaccio, 2016) a cura di Micol Borzatta

29 settembre 2016
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Lui ha tutto, ha un lavoro che gli rende bene, una moglie che ama e che a sua volta ha un lavoro che rende bene, una figlia bellissima che adora, una casa grande e da quella mattina anche una macchina nuova. Già il suo desiderio si è avverato, tutti i risparmi che ha messo da parte sono serviti per comprare quella macchina, con la quale quel giorno sarebbe partito per lavoro, una delle sue solite settimane fuori casa che spesso capitano. Solo che quella settimana anche sua moglie deve partire una settimana per lavoro e la bambina starà con i nonni, ma lei sa che le vogliono bene.
Appena arriva al solito autogrill a cui si ferma quando è in viaggio scende per andare a fare colazione, dà qualche monetina al barbone che suona la chitarra fuori dall’ingresso ed entra.
Poco dopo, appena sta iniziando a bere la sua tazza di caffè sente il rombo di un motore conosciuto, si gira e vede la sua macchina uscire dal parcheggio, uscire dall’area di sosta e prendere l’autostrada fino a scomparire.
A nulla serve correrle dietro, gli tocca tornare all’autogrill bagnato fradicio a causa della pioggia con il morale distrutto.
Per fortuna il direttore dell’autogrill, gentilmente, si prende cura di lui e gli procura un passaggio per arrivare all’Isola, un paesino lì vicino per fare la denuncia del furto.
Il passaggio glielo dà proprio il barbone seduto fuori, un musicista che in realtà recapita pacchi all’Isola ma che il suo vero lavoro è suonare ovunque.
L’uomo è disperato, ha paura, non si fida, ma intraprende comunque quest’ultima parte di viaggio per poter far denuncia e così tornare nel mondo normale, ma quello che lo aspetta è completamente diverso.
Un romanzo molto carismatico e profondo che si rivela essere totalmente diverso da quello che il lettore si aspetterebbe a primo impatto.
Infatti se a prima vista, dopo aver letto la quarta di copertina, ci si aspetta il classico romanzo di viaggi, stile on the road, dove il protagonista deve affrontare disavventure per conoscere se stesso e tornare migliorato, qui il viaggio è solo in un unico paesino. Il vero viaggio però è dentro alle persone che incontra in questo paese. Pur avendo tutte un segreto alle spalle, e pur essendo tutte in combutta contro l’uomo, lui le conoscerà solo nella versione migliore, quella rinata, quella che hanno ora, non conoscerà mai a fondo la loro parte nera e segreta, ma nonostante questo le loro spiegazioni, i loro insegnamenti, la loro dimostrazione pratica di vita lo porteranno a farsi un esame di coscienza per capire meglio cosa realmente vuole lui dalla vita e cosa invece sta facendo solo perché crede di volerlo a causa degli insegnamenti inculcatici dalla società fin da piccoli.
La trama di sottofondo è molto elaborata ma resa comunque semplice e di facile comprensione grazie allo stile narrativo semplice scelto dall’autore.
Molto ben sviluppati sono i pensieri del protagonista, la sua confusione, i suoi timori, i suoi sogni e le sue rassegnazioni, specialmente a fine romanzo quando dentro di lui inizia la lotta tra il voler provare a realizzare i suoi sogni e la parte più concreta che gli impone di lasciare i sogni chiusi in un cassetto perché la società è quello che richiede.
Il musicista, invece, è realizzato bene da un lato, ma dall’altro a volte forse è stato reso un po’ troppo pedante, con quel suo modo di fare da so tutto io che indispone, ma anche questo comunque dimostra la capacità dell’autore di realizzare personaggi molto realistici sia nel bene che nel male.

Eloy Moreno nasce a Castellon de la Plana nel 1976.
Laureato in Ingegneria Tecnica Informatica di Gestione all’Università Jaume I, ha iniziato a lavorare in un’impresa informatica per poi vincere il concorso di informatica al Municipio di Castellon de la Plana.
Il regalo è il suo secondo romanzo pubblicato, il primo è Ricomincio da te.
Nel 2008 ha vinto il concorso di Racconto Breve con La cama Creciente.

Source: ebook inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Ci proteggerà la neve, Ruta Sepetys (Garzanti, 2016)

26 settembre 2016
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La guerra è una catastrofe. Spezza famiglie in cocci irreparabili. Ma non è detto che coloro che se ne sono andati siano persi.

Ci sono pieghe della storia destinate a rimanere oscure. Episodi, vite vissute che non verranno mai ricordate, che non compariranno nei libri di storia, o nei discorsi di conferenze e dibattiti, perché nessuno si è preso la briga di narrarli, di tramandarli. E’ inevitabile, molto andrà perduto, quello che resta è solo un’ infinitesima percentuale di memoria condivisa.
Poi ci sono fatti nascosti nel passato che non vedrebbero la luce, che non giungerebbero all’opinione pubblica, se non per un concatenarsi di eventi, a volte fortuiti, a volte sorprendenti. Testimoni ancora in vita che decidono di narrare eventi di 70 anni prima, una ricercatrice, con il dono di saper scrivere, con la voglia e il coraggio di passare anni a viaggiare, scartabellare documenti, biglietti, leggere interviste, consultare biblioteche, e soprattutto lettori desiderosi di conoscere una storia per certi versi dimenticata.
Ruta Sepetys, già autrice di Avevano spento anche la luna (2011), ci riporta durante la Seconda Guerra Mondiale e nel suo nuovo romanzo, Ci proteggerà la neve, (Salt to the Sea, 2016) fa luce su uno di quegli episodi che senza di lei sarebbero stati destinati all’oblio. Ci narra infondo una storia di famiglia, al massimo conosciuta dai suoi stretti familiari, sussurrata in qualche incontro conviviale, destinata ad essere conosciuta solo dai pochi discendenti di coloro che la vissero. Una storia tragica, di dolore, di guerra, ma anche di coraggio, di eroismo, di speranza. Insomma una storia capace di coinvolgere e interessare anche coloro che non fanno parte del suo cerchio familiare, per il suo respiro universale, per il suo essere testimonianza e in un certo senso monito per le generazioni future.
Molto di quello che leggerete in questo libro probabilmente vi sorprenderà, arrivando a intaccare anche molte vostre convinzioni profonde. Alcuni fatti sono davvero incredibili, addirittura inverosimili, ma tuttavia la vita è incredibilmente più strana di qualsiasi cosa la mente umana possa inventare.
Cuore del romanzo è un episodio dimenticato che lascio le parole dell’autrice descrivere:

durante la Seconda Guerra Mondiale una nave nota col nome di Wilhelm Gustloff salpò durante una cupa bufera di neve, con a bordo più di diecimila sfollati, tra cui cinquemila bambini e adolescenti. La nave partì ma non arrivò mai alla sua destinazione stabilita. Scomparve. Cosa successe alla Wilhelm Gustloff e ai diecimila passeggeri che trasportava?

Tra quei bambini profughi dispersi per l’Europa ci fu il padre dell’autrice e una sua cugina trovò un passaggio sulla Wilhelm Gustloff. Da questo nucleo reale si è dipanata la storia di Joana, Florian, Emilia e Alfred. La storia di un gruppo di profughi (quanto oggi questa parola suona drammaticamente reale) in fuga dalla Prussia invasa dall’ Armata Rossa di Stalin. Per la maggior parte civili tedeschi, ma anche lituani come il padre dell’autrice, polacchi, lettoni, prussiani. Tutti in fuga verso il mar Baltico in attesa di una nave che li porterà (forse) in salvo.
La Sepetys ci narra le loro storie, drammatizzando certo, ma condensando esistenze reali, fatti vissuti. Così conosciamo una ragazza lettone all’ottavo mese di gravidanza, una infermiera lituana che ha lasciato il suo paese, Florian, un tedesco che nasconde un segreto che può renderlo ricco, ma anche portarlo alla morte. E ancora un anziano calzolaio, che sa quale scarpa ognuno dovrebbe portare per arrivare alla meta. Un bambino che ha perso la mamma e che ha adottato il calzolaio come nonne ed Eva una donna grande e grossa che trascina con un cavallo un carro che porta tutte le sue ricchezze.
Questo gruppo eterogeneo si trascinerà in mezzo alle insidie e ai pericoli tutto per arrivare al porto dove li attende la nave della salvezza. Non anticipo altro, starà al lettore arrivare a questo punto e proseguire seguendo il destino della Wilhelm Gustloff e dei suoi passeggeri, per lo meno di coloro che riuscirono a salire a bordo.
Ci proteggerà la neve, l’avete capito è un romanzo che non farà fatica a commuovervi, e a farvi sentire come reali le vite dei personaggi. Il suo realismo infatti, grazie all’attenta ricostruzione storica dell’autrice, è senz’altro la parte più efficace e sorprendente, soprattutto perché racchiude molte riflessioni sulla brutalità della guerra, che inevitabilmente rende peggiori alcuni e altri eroici soprattutto quando è in gioco la vita e la sopravvivenza.
La sorte dei civili nelle zone di guerra sono passati 70 anni ma non è cambiata di molto. I profughi fuggono in cerca di salvezza e son pochi quelli che riescono a trovarla.
L’edizione italiana è pubblicata da Garzanti e tradotta da Roberta Scarabelli.

Ruta Sepetys è nata negli Stati Uniti da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (2011). Sono seguiti i romanzi Una stanza piena di sogni (2013) e Ci proteggerà la neve (2016), tutti editi da Garzanti. Vive nel Tennessee con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: I mercanti dell’Apocalisse, di L.K. Brass (Giunti, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

26 settembre 2016
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Romanzo d’esordio dell’autore che si firma L.K. Brass, I mercanti dell’Apocalisse (Giunti, 2016) è un thriller che vuole mostrare al lettore il volto oscuro del mondo finanziario che ormai governa a tutti gli effetti il mondo, quello vero.
Daniel Martin, esperto informatico con un passato da hacker prima e agente segreto poi, comprende tardi di essere in pericolo, non realizza che sarà la sua stessa indecisione la condanna che porrà la parola fine alla sua vita, quella vissuta fino a quel momento almeno.
I mercanti dell’Apocalisse è un libro che nasce dall’idea di Brass di farne una serie e, in effetti, la vicenda in esso narrata sembra proprio un prologo che aiuta e invoglia il lettore a entrare e percorrere i sentieri del labirintico mondo che l’autore vuol fargli conoscere. Un universo fatto di byte, programmi, sistemi, misteri e segreti opportunamente celati dietro un’apparente normalità, falsa come falso è il mondo finanziario che la controlla.
A tratti sembra di rivedere le scene dei film della trilogia Matrix, firmata dai fratelli Lana e Andy Wachowski, ma solo per il senso di inquietudine che avvolge l’intera vicenda.
In Matrix l’intero genere umano è soggiogato dalle macchine di cui un tempo si serviva, ne I mercanti dell’Apocalisse i cattivi si servono delle macchine per controllare interi Stati. Ma chi sono questi cattivi.

«Quando abbiamo scoperto gli insider con Michael abbiamo fatto una stima ancora più precisa. Negli ultimi due anni le loro operazioni hanno fruttato circa sei miliardi e le scommesse contro i Paesi dell’euro come minimo settanta.»

Insider interni vendono informazioni a operatori del mercato finanziario che lavorano in maniera occulta ma costante per vanificare gli effetti delle misure poste in essere dalla Bce (Banca Centrale Europea) a tutela delle economie degli Stati deboli.
All’inizio dell’estate del 2007 delle insolvenze su mutui ipotecari concessi negli Stati Uniti generarono uno shock per la finanza mondiale con conseguenze definite epocali. A partire dal 2008 la crisi si è spostata in quella che viene definita “economia reale”.
Ci si chiede perché mai per investimenti sbagliati fatti da banchieri e finanzieri debbano farne le spese migliaia di lavoratori e risparmiatori in tutto il mondo.

«Anna continuò il suo racconto lasciandosi andare a un lungo sfogo. Scommettere con le economie di interi Paesi era un crimine senza appello. Sapeva che dietro le statistiche e il Pil c’erano le vite delle persone che pagavano a caro prezzo l’avidità di finanzieri senza scrupoli. »

Dalla sua uscita sul mercato librario, lo scorso marzo, si è letto molto su quanto, ne I mercanti dell’Apocalisse, ci fosse di autobiografico nel protagonista. Non importa quanto di personale Brass abbia voluto raccontare, ciò che bisognerebbe chiedersi è invece quanto ci sia di ognuno di noi nella gente vittima dei “mercati finanziari”.
Leggendo alcuni passaggi del libro che narrano delle menzogne e delle mezze verità spacciate per ineluttabili necessità con il contributo di governi e media ritornano alla mente le narrazioni di Michael Ende in Momo (Longanesi, 1984) il quale già nel 1973, anno di uscita del testo, denunciava l’inganno messo in atto dal sistema per rubare il tempo, e quindi la vita, alle persone con la promessa, falsa, di restituire loro tutto con gli interessi dopo il sessantaduesimo anno.
Lucio Anneo Seneca, vissuto a ridosso dell’anno zero, sosteneva che «il tempo è l’unica cosa che nessuno, nemmeno una persona riconoscente ci può restituire.»
Il tempo è fondamentale. Il tempo è lo spazio della vita. Maurizio Pallante ne I monasteri del terzo millennio (Lindau, 2013) descrive perfettamente le degenerazioni dell’attuale sistema che tenta di convincere tutti a identificare la vita con il lavoro e la produzione di oggetti o denaro e la rimanente parte di “tempo libero” come un vuoto da riempire con attività passatempo. Uno spazio quasi inutile.
L.K. Brass, forse per evidenziare il paradosso dell’attuale sistema, afferma che «tutto è pura finzione. Solo quando succede sui mercati finanziari è reale».
Ecco allora che un nuovo quesito si fa spazio nel lettore: perché lasciare tutto in mano a persone che fanno un gioco simile a quello d’azzardo anche dove quest’ultimo è vietato per ovvi motivi?
Si sofferma a lungo l’autore nelle descrizioni fatte dal protagonista Daniel Martin sulle similitudini tra finanza e gioco d’azzardo. Le differenze sulle conseguenze invece sono ben note.
I mercanti dell’Apocalisse di L.K. Brass è fuor di dubbio un gran bel libro che dice, senza tanti giri di parole, ciò che dovrebbe essere ormai chiaro a tutti e che invece si occulta e si finge di non capire solo perché un eventuale cambiamento forse spaventa più della crisi del sistema che in qualche modo ci si illude di riuscire a superare rimanendo indenni.

«La situazione economica sta precipitando. Uno stato è in default e sta trattando un condono quasi totale del debito, mentre un altro sta preparando segretamente l’uscita dall’euro. Le economie mondiali crescono, ma il divario fra le classi continua ad aumentare.»

L.K. Brass: Nato a Lugano, ha vissuto a Parigi, Vaduz, Chicago, Ginevra, Zurigo. Si occupa di sistemi informativi finanziari. I mercanti dell’Apocalisse è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Da quassù la terra è bellissima, Toni Bruno, (Bao publishing 2016) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2016
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Gli anni Sessanta e le tensioni tra Stati Uniti d’America e URRS, dovute alla Guerra fredda, sono al centro della graphic novel Da quassù la terra è bellissima di Toni Bruno, pubblicata da Bao publishing. Due mondi diversi, agli antipodi, alle prese con gli studi e le esercitazioni militari per mandare l’uomo nello spazio. Da una parte, nel paese stelle e strisce, c’è il professor Jones, esperto psicologo e ricercatore presso un’università statunitense. Dall’altra, in Urss, c’è Akim, uomo tutto d’un pezzo, appartenente all’esercito russo che lo sta preparando per una missione spaziale. Due vite lontane, diverse. Un giorno il professor Jones riceve l’avviso di chiamata per la guerra del Vietnam, e visto come stanno andando le cose, il giovane docente è molto preoccupato, ma un suo caro amico ha in serbo per lui una buona via di fuga. Mister Jones potrà evitare la guerra in Vietnam andando in Russia. All’inizio, l’americano non avrà la minima intenzione di partire, ma accetterà la proposta dall’amico e, di conseguenza, la missione da compiere. Arrivato in Russia, Jones dovrà scontrarsi con una cultura diversa da quella americana e con una società nella quale lo straniero è visto con profondo sospetto e lo è ancora di più se americano come lui. Jones, ridotto ad uno straccio dal poco riposo e dallo stress personale, si sente sì uno cencio, ma questo non gli impedirà di cominciare a svolgere il suo lavoro di psicoterapeuta con Akim. Il russo è il pupillo dell’esercito sovietico, però l’uomo è vittima di un qualcosa di sconosciuto (stress e traumi piscologici accumulati e non accettati) che gli impedisce di passare i test necessari per la missione fuori dal globo terrestre. Per mister Jones l’impresa lavorativa sembrerà diventare più complicata del previsto in quanto, oltre alle pressioni del governo russo – che non vede progressi, ma solo pecche nel lavoro che l’americano sta compiendo- il giovane professore dovrà scontrarsi con il muro di omertà e incomunicabilità dietro il quale si nasconde Akim. Tra tazze di caffè bollente, sigarette, gelide giornate e notti insonni, un po’ alla volta lo psicologo Jones non solo riuscirà a sconfiggere la ritrosia di Akim ma, diventando suo amico, lo aiuterà, con semplici espedienti (spostare i mobili nello studio delle sedute o cominciare a parlare di sé per aiutare il militare ad esporsi) ad affrontare le proprie paure, portandolo a parlare e a riflettere sui propri tormenti. La storia di Toni Bruno ricostruisce un’epoca storica del nostro passato recente nella quale le tensioni e la competizione tra Stati erano, e lo sono ancora oggi in certi casi, sempre dietro l’angolo. Da quassù la terra è bellissima è la narrazione per immagini di un’amicizia capace di andare oltre le diversità culturali e aldilà gli interessi politici, riscoprendo il lato umano dei protagonisti, spesso costretti a sentirsi solo degli ingranaggi della macchina governativa, per la quale il fallire e il sentimentalismo sono inaccettabili.

Toni Bruno è nato a Catania nel 1982, vive e lavora a Roma. Autore legato all’attivismo politico e all’editoria indipendente, ha disegnato per case editrici come Newton Compton e per riviste come L’Unità, Il Misfatto, Mamma! Antifanzine, Ztl Free Press, Sherwood Comix e tante altre. Ha illustrato i booklet degli album “Siamo Guerriglia”, “Rumbo al socialismo XXI” e “Banditi senza tempo” della Banda Bassotti. Ha pubblicato numerosi graphic novel quali Non mi uccise la morte- La storia di Stefano Cucchi (Castelvecchi Editori, 2009), Lo psicotico domato (Nicola Pesce editore, 2010) e Kurt Cobain- Quando ero un alieno (Edizioni BD, 2013) poi tradotto negli Stati Uniti, in Canada, in Spagna, in Brasile e Francia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Nick Carter si diverte (mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo), Mario Levrero (Calabuig, 2016), a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

23 settembre 2016
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Ed eccoti in partenza, Nick Carter, rifiuto umano. Chi credi di poter prendere in giro con il tuo rozzo travestimento da giardiniere? Ecco che ti trascini come un verme, senza voler ammettere il sordido vuoto della tua vita. Che senso hanno tutte le avventure che hai accumulato? A che cosa ti sono servite? A chi sono servite? […] Ah, Carter! Ecco che te ne vai, dicendo “arriva Nick Carter, il detective più famoso del mondo, a risolvere l’enigma”. Ma in fondo all’animuccia tua lo sai che non è così. L’enigma sei tu, Nick Carter, l’unico vero enigma che non hai mai risolto, l’enigma della tua vita vuota, della tua vera identità. Quanto denaro hai dato ai giornali perché gonfiassero le tue gesta? A quanti semplici piaceri della vita hai rinunciato in nome del tuo spaventoso narcisismo? Prendi il treno, Nick Carter, prendi il treno che porterà al castello verso una nuova vittoria artificiale. […] E tu, lettore, che ti impietosisci per il vuoto di Nick Carter, che cosa sai dirmi di te? Del tuo enigma, della tua identità? Non ti rendi conto che anche tu sei stato assassinato? Anche a te hanno piantato un coltello nella schiena il giorno stesso in cui sei nato. Ma nella tua cecità chiami vita la tua vita, quella ce trascini, come tanti lettori, infettando il mondo. Non è ancora nato il detective capace di indagare sulla tua morte, o lettore. Non sarai mai vendicato, anonimo verme. Tu non sei migliore di Nick Carter, e neppure di me.[1]

Chiamato a svolgere un compito apparentemente di routine – vigilare sull’incolumità degli ospiti di Lord Ponsonby – il mitico Nick Carter si troverà ad affrontare i suoi nemici storici, affiancati da una temibile schiera di mostri marini…
Quando si parla di “sfondamento”, di “revisione”, “sospensione”, “decostruzione” dei canoni narrativi in ambito poliziesco, e in generale per tutto quanto riguarda il vasto campo del romanzo d’indagine, meglio andarci con i piedi di piombo: un po’ perché non ci si confronta con un genere, ma tutt’al più con un insieme di convenzioni condivise che disegnano diverse classi di oggetti narrativi (il “giallo classico”, il romanzo “a chiave”, il “mistery”, il “noir”, l’“hardboiled” ecc. ecc.) tra loro accomunati dalla famigerata “aria di famiglia” wittgensteiniana[2], e un po’ perché i tentativi di sconvolgimento, revisione, sospensione ecc., sono talmente diffusi e reiterati da definire, ormai, una classe di oggetti a sé, un variopinto insieme di romanzi d’indagine “indisciplinati”. Detto questo, nel caso di Nick Carter si diverte, strano ibrido datato 1973, proprio non si può proprio fare a meno di parlare di sforamento, trasgressione, di infrazione dei canoni: come interpretare, altrimenti, questo ammasso di elementi eterogenei? Come giustificare l’unità dei detriti pop che convivono in questo brevissimo pastiche, che sta al pulp un po’ come Il mostro degli Hawkline di Richard Brautigan sta al western (e/o al gotico)?
Ma andiamo con ordine; tanto per cominciare lo spunto, inequivocabilmente fornito dal protagonista: Nick Carter è un residuato dell’era pulp, passato dalle dime novels alla radio, ed entrato nella storia per i suoi tratti da super-eroe[3] ante litteram. Qui, invecchiato ma non per questo più fallibile o meno esibizionista[4] , il “master detective” è catapultato nell’alta società e messo alle prese con un caso “irrisolvibile”, in quanto del tutto inconsistente: a quanto dice il suo cliente, tale Lord Ponsonby, gli ospiti del castello di famiglia hanno ricevuto delle vaghe minacce e… chi meglio di Nick Carter per vegliare su di loro? Poi l’ambientazione, tutt’altro che realistica nell’improbabile sequela di castelli, sotterranei, scorci cittadini ecc. E ancora gli antagonisti: il perfido Watson (ebbene sì, proprio lui, il dottor Watson di holmesiana memoria…), la Vedova Nera[5] e l’esercito di mostri marini che ai due supercattivi dà manforte. E per finire gli allucinanti comprimari, dall’incomprensibile spalla Tinker, alla segretaria ninfomane (che, tanto per ribadire il gusto dell’autore per i paradossi, si chiama Virginia), dagli ospiti del ballo di gala allo stesso Lord Ponsonby.
Insomma, qui più che di fronte a una revisione, a un allargamento dei (presunti) canoni del (presunto) genere, ci troviamo alle prese con un piccolo grande collage[6], che vede giustapposti elementi gotici e “gialli”, riferimenti alla dime-novel, parentesi fumettistiche, trovate feuilettonesche e passaggi che strizzano l’occhio alla letteratura erotica[7]; un piccolo grande gioco di specchi[8] in cui, come si suol dire, tutto è possibile, ma niente è come sembra.
E in tutto questo, “Nick Carter si diverte” (e con lui l’autore, il lettore…).
Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, di Mario Levrero, è proposto ai lettori italiani da Jaca Book, collana Calbuig, nella riuscitissima traduzione di Sara Cavarero.

Jorge Mario Varlotta Levrero (Montevideo 1940 – 2004) ha pubblicato una decina di romanzi che lo hanno reso uno scrittore di culto, un punto di riferimento per molti autori latinoamericani. Appassionato di ipnosi, fenomeni telepatici, computer e libri gialli, ha esercitato molti mestieri, tra i quali il fotografo, il libraio, il direttore di riviste di enigmistica e l’autore di videogiochi. La rivista “Granta” lo ha recentemente proposto all’attenzione dei lettori europei nella rubrica Best Untranslated Writers.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’ Ufficio Stampa Jaka Book.

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[1] Mario Levrero, Nick Carter si diverte, Calabuig [Jaca Book], Milano 2016. pp. 65 sgg. Traduzione di Sara Cavarero.
[2] Motivo per cui tracciare dei confini precisi per isolare questi fantomatici “canoni” è tutt’altro che facile.
[3] Secondo la fortunata definizione dello storico del pulp Jess Nevins, Nick Carter è il “nonno di tutti i supereroi”.
[4] Cfr. p. 14.
[5] Classica femme fatale cattiva come il peccato e altrettanto irresistibile
[6] Il cui elemento d’uniformità è forse legato alla dissimulazione dell’operazione decostruttiva/ricostruttiva dietro la buffonesca, anacronistica maschera del pulp delle origini…
[7] Da segnalare l’ottimo lavoro della traduttrice Sara Cavarero, in grado di conservare, oltre al lessico specifico dei vari riferimenti, i furiosi stacchi della lingua originale, sempre oscillante tra presente e passato, tra la prima persona di Carter e gli interventi della voce “off” (così Levrero si rivolge direttamente al lettore e/o al protagonista), persa tra magniloquente sensazionalismo radiodrammatico e inedita ironia.
[8] Non a caso il tema del “doppio”, spesso introdotto dal passaggio di fronte a uno specchio, si rivela asse portante dell’intera narrazione (ammesso che di asse portante si possa parlare, vista la chiara eccentricità del romanzo).

:: La luce dei giorni, Jay McInerney (Bompiani, 2016) a cura di Micol Borzatta

21 settembre 2016
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Russel e Corinne Calloway. Coppia cinquantenne che vive a New York, in un loft a TriBeCa, lo stesso loft di quando erano ragazzi.
Lui editore di successo e lei impegnata nel sociale.
Entrambi vivono ancora i loro sogni e le loro ambizioni lavorative, ma il loro matrimonio ne risente.
A iniziare proprio dal loft, amato da lui ma odiato da lei che vorrebbe trasferirsi, anche per dare più spazio ai due gemelli undicenni, fino ad arrivare alla riapparizione di Luke, vecchio amante di Corinne, tutto sembra volerli mettere costantemente alla prova.
Russel infatti deve vedersela con gli alti e bassi editoriali che gli daranno sempre più pensieri, Corinne invece sentirà rispuntare nuovamente lo stesso sentimento che nacque fra lei e Luke quando lo vide la prima volta, quel famoso 11 settembre che riempì l’America di terrore, ma loro due scoprirono una forte passione.
Romanzo molto particolare con un inizio molto lento che non cattura il lettore, portandolo nella vita dei personaggi come un semplice spettatore esterno, senza nessun coinvolgimento.
Lo stile narrativo usato dall’autore è molto dispersivo, rendendo la lettura difficile e pesante.
I personaggi, come i luoghi, sono carenti di caratterizzazione e le descrizioni praticamente nulle, mancanza che trasmette una sensazione di sterilità al lettore che non riesce a immaginare l’atmosfera di sfondo.
La trama poi è completamente latitante, che non motiva per nulla la lunghezza di oltre 500 pagine.
Un titolo molto atteso che dovrebbe concludere, a dieci anni di distanza, la trilogia iniziata con Si spengono le luci e continuato con Good Life, ma che è stato strutturato male, deludendo un po’ il lettore.

Jay McInerney nasce nel 1955 ad Hartford.
Vive a New York dove è considerato il miglior autore del Brat Pack.
Autore di racconti e sceneggiature, tra cui un film interpretato da Angelina Jolie, è passato successivamente ai romanzi, dichiarando che, nonostante le apparenze, non sono autobiografici.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Frida dell’ Ufficio Stampa Bompiani.

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:: Nel paese dei mullah di Hamid-Reza Vassaf (Eris edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

21 settembre 2016
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Dalla fine degli anni Settanta l’Iran è periodicamente sotto gli occhi dell’Occidente, come unico Paese ad aver stabilito una teocrazia di stato dopo aver rovesciato il regime filo occidentale dello Scià, e come luogo di fermento culturale in tutte le arti creative, malgrado la repressione, dove i suoi abitanti vivono una doppia vita tra un pubblico di adesione ad un modello che sentono sempre meno e un privato in cui si sognano altri stili di vita.
Chi ha saputo raccontare questo mondo complesso, pericoloso, terribile ma non privo di fascino sono stati i fumettisti, in un Paese che chiuse le porte ai comics a stelle e strisce ma non alla voglia di raccontare per immagini la realtà. Dopo la condizione delle donne e delle ragazze raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, ne Nel Paese dei Mullah l’autore Hamid Reza Vassaf racconta l’incontro e confronto su un’isola deserta tra due rappresentanti della società iraniana, un soldato e uno scrittore, il primo giunto per caso, il secondo per scelta in cerca della tranquillità.
Attraverso le loro esperienze di militare fedele al regime e di intellettuale moderato e critico verso l’integralismo religioso, si ricostruisce la storia degli ultimi decenni dell’Iran, mentre i due protagonisti, pian piano vedono le loro certezze sgretolarsi di fronte ad un modello insostenibile e che soprattutto ha deluso chi ci credeva. Nelle tavole del fumetto, in un bianco e nero che colpisce con la sua essenzialità, si parla di tutti gli aspetti della vita quotidiana, come il matrimonio, le prigioni in cui finiscono criminali comuni ma anche oppositori al regime e persone contrarie alla morale come adultere e omosessuali, la politica, la libertà di stampa, i diritti delle donne e i diritti civili in generale, perché se le donne sono oppresse anche gli uomini non stanno bene, pur senza veli e altre costrizioni fisiche evidenti.
Per capire l’Iran, che da poco ha visto rimuovere l’embargo tra gli applausi soprattutto di molte aziende occidentali, ci sono senz’altro saggi e approfondimenti, ma lo sguardo impietoso e intenso che lancia questa graphic novel può aiutare più di molte opere più accademiche e paludate. Per le sue idee, Vassaf è stato costretto a lasciare il suo Paese, e questa e altre sue opere sono state messe al bando in Iran.

Hamid-Reza Vassaf è nato a Teheran nel 1970 e si è formato come fumettista, grafico e sceneggiatore. Ha insegnato comunicazione visiva alla facoltà di Arte e Architettura dell’Università Azzad di Teheran ed è stato a capo di uno studio grafico con cui ha lavorato con giornali, teatri e registi. Le sue tematiche preferite sono la libertà di espressione e la mitologia della Persia antica. Nel 2006 ha lasciato il suo Paese e si è trasferito in Francia, come Marjane Satrapi: tutte le sue opere, graphic novel e articoli, sono attualmente vietate in Iran. Nel paese dei Mullah è il suo primo fumetto ad essere pubblicato in Occidente ed è dedicato dall’autore alle donne iraniane.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Gabriele dell’Ufficio Stampa Eris.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La bambina col falcone, Bianca Pitzorno, (Salani, 2016) a cura di Micol Borzatta

16 settembre 2016
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Minervino Murge, paesino pugliese vicino ad Altamura. Siamo negli anni che vanno dal 1215 al 1230. Messer Rinaldo Rufo è il falconiere imperiale del re di Sicilia, Re Federico, e lo sta seguendo in Germania per essere incoronato Imperatore dall’Arcivescovo di Magonza. Con Messer Rufo c’è al seguito anche la figlia Costanza, nata durante il viaggio, e la moglie, Madonna Yvette, che però non potrà assistere all’incoronazione perché proprio quel giorno, il 25 luglio 1215, partorirà Melisenda.
Ritornati alla loro terra natia, la famiglia Rufo passa il tempo a gestire le proprie terre e allevare falconi mentre le bambine crescono e la famiglia si allarga, infatti presto arriverà anche Sibilla e in seguito Alice e Violante.
Costanza e Melisenda però hanno due sogni molto importanti, per Costanza è un sogno nato il giorno dell’incoronazione di Re Federico, mente per Melisenda è nato e cresciuto seguendo il padre nel suo compito di falconiere: vogliono partecipare alla crociata, la prima per liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli e la seconda per imparare nuove tecniche di falconeria per poter seguire le orme del padre.
Purtroppo gli anni passano e la crociata è sempre più lontana, ogni volta che arriva il momento della partenza Re Federico ha un nuovo motivo per rimandarla, fino a quando nel 1227 finalmente si parte. Costanza e Melisenda si travestono da ragazzi e si dirigono a Brindisi per partire, ma un’epidemia le ferma e ferma tutte le partenze. Anche l’Imperatore si è ammalato e non può partire.
Viene quindi nuovamente rimandato tutto e le due ragazze sono deluse e amareggiate e ritornano a casa con Costanza gravemente malata.
Riescono a curarla, ma il suo umore rimarrà nero per la delusione, ma non sa che molti altri avvenimenti dovranno accadere e cambieranno per sempre la loro vita.
Un romanzo davvero spettacolare, uno dei migliori letti quest’anno che sa unire storia e fantasia in una narrazione leggera e avvincente, senza appesantimenti creati da descrizioni troppo lente o da parti storiche troppo saggistiche.
L’autrice descrive la vita della famiglia Rufo vista dal punto di vista di ogni membro della famiglia dando così al lettore una visuale completa e la possibilità di affezionarsi al personaggio con cui ha più empatia.
I personaggi sono molto diversi tra loro ma tutti mossi da una grande passione e da una grande forza di volontà che è un ottimo esempio per i ragazzi, infatti questo romanzo oltre a far sognare gli adulti è adatto anche per un target molto più giovane, dove il lettore giovane può trovare insegnamenti importanti, come l’amore per la famiglia, la forza di volontà nel voler realizzare i propri sogni e il buon senso di portare sempre a termine i propri compiti anche quando non corrispondono alle proprie volontà, ma quando si ha un dovere da compiere va compiuto.
La storia è avvincente e il fatto che ripercorra svariati anni permette al lettore di capire perfettamente la motivazione che spinge ogni singolo personaggio a fare determinate scelte.
Una saga familiare davvero tenera e intensa scritta con maestria che alla fine del libro ti lascia quel senso di malinconia che solo i grandi libri sanno fare.

Bianca Pitzorno nasce a Sassari nel 1942.
Dopo essersi laureata in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Cagliari si trasferisce a Milano dove studia alla Scuola Superiore delle Comunicazioni specializzandosi in cinema e televisione.
Finiti gli studi ha lavorato presso la RAI di Milano seguendo programmi culturali e programmi per ragazzi. Ha anche lavorato come archeologa presso il Museo Nazionale G. A. Sanna a Sassari.
Autrice di testi teatrali, sceneggiature cinematografiche e televisive, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta opere di saggistica e narrativa, sia per bambini che per adulti.
Traduttrice di molte opere straniere, tra cui anche Tolkien, ha permesso la diffusione in Italia di autori spagnoli e inglesi.
Nel 1998 ha ricevuto il premio dell’Unione Scrittori e Artisti Cubani La Rosa Bianca per la sua collaborazione con la Biblioteca Ruben Martinez Villena dell’Avana a Cuba.
Nel 1996 le viene conferita la laurea honoris causa dall’Università di Bologna in Scienze della Formazione e nel 2012 è stata fnalista al premio internazionale Hans Christian Andersen Award conferito dall’International Board on Books for Young People e considerato il premio nobel per la letteratura dell’infanzia.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Vallardi.

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:: Come il colore della terra, di Marco Gastoni e Nicola Gobbi, (Eris Edizioni, 2015), a cura di Elena Romanello

16 settembre 2016
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Solo pochi ottusi pensano ancora che i fumetti siano robetta di pura evasione e di bassa qualità: da anni molte case editrici propongono storie, seriali o singole, le famose graphic novel, dove si riflette sull’oggi e il ieri in tutte le sue forme, presentando storie anche poco note attraverso immagini e parole.
Come il colore della terra, storia in salsa messicana ideata da due italiani, porta in un mondo diviso tra magia e realtà, il Chiapas, regione del Messico dove negli anni Novanta ci fu la rivoluzione zapatista, relegata sui mass media italiani a a poche righe amargine di altri fatti, tentativo di creare una società più giusta rispetto a quella imposta dagli interessi della criminalità e delle multinazionali.
Tutto viene raccontato, in tavole a colori pastello particolarmente suggestive, attraverso gli occhi di due bambini, José e Juana, che poi crescono, assistendo agli attacchi al loro villaggio, alla paura degli animali, con cui convivono come con degli amici, alle proteste per avere una vita dignitosa, loro, eredi dei Maya, popolo ridotto in schiavitù dai Conquistadores spagnoli e in cerca di un’identità e cultura, all’esperimento delle comunità zapatiste di una vita in armonia con i cicli naturali e l’ambiente.
A fare da voce narrante ci sono una volpe e un corvo, che discutono e osservano i comportamenti degli esseri umani in un piccolo paradiso terrestre che può diventare facilmente un inferno, ma il tutto è pervaso da un’atmosfera da favola e da magia, anche se la gravità di certi fatti non è certo nascosta.
Come il colore della terra si inserisce nella tradizione delle graphic novel di impegno sociale e su fatti di Storia contemporanea, con però una lievità in più, che rende la storia godibile e leggibile anche per il pubblico più giovane, che si troverà immerso, come anche il pubblico adulto, in un mondo tutto da scoprire e conoscere, per capire cosa succede in luoghi lontani ma nello stesso tempo interessantissimi,forse perché si sperimentano nuovi modi di vivere.
Tra le righe, c’è anche molto del realismo magico caro agli autori e autrici sudamericani, da Gabriel Garcia Marquez a Isabel Allende, che racconta in maniera efficace un mondo dove si sono mescolate, spesso in maniera tragica, culture diverse, ma dove questa visione fantastica della realtà e della natura ha dato un senso a tutto. Un’opera per tutta la famiglia quindi, spunto di approfondimenti sull’oggi ma in una prospettiva diversa, dove gli animali parlano e alcuni esseri umani provano a credere, nonostante tutto e contro tutto, in un mondo che può essere migliore.

Nicola Gobbi, di Ancona, è disegnatore di graphic novel su tematiche sociali per svariate case editrici oltre ad Eris. Appassionato di culture latino americane, ha avuto modo di visitare il Messico, e usa come strumento principe per i suoi disegni le buone vecchie matite colorate. Tra le sue fonti di ispirazione ci sono i fumetti argentini, con autori come Alack Sinner, Muñioz e Cyril Pedrosa.

Marco Gastoni, sceneggiatore, si occupa da anni del movimento zapatista in Messico e collabora con la fondazione Caffè Malatesta che importa il caffè coltivato nelle cooperative del Chiapas in un’ottica di commercio equo e solidale.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Gabriele dell’Ufficio Stampa Eris.

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:: La notte più buia, Monika Held, (Beat, 2016) a cura di Viviana Filippini

15 settembre 2016
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Heiner e Lena. Una coppia che vive la propria vita alla ricerca della tranquillità. Lena e Heiner sono i protagonisti di La notte più buia di Monika Held, e Heiner ha un’ossessione particolare: un vasetto con dei sassolini. Appena qualcuno gli fa visita, Heiner prende il vasetto, invita l’ospite a mettere le due dita dentro ai sassolini e poi chiede cosa siano. Le tante persone che hanno fatto questo gesto hanno dato diverse risposte, ma la verità, una volta scoperta, è quella che li ha lasciati più sbalorditi. Heiner è un sopravvissuto ad Auschwitz e per lui il passato nel campo di concentramento è divenuto una vera e propria fissazione che non gli da’ tregua, anzi ne è diventata la parte integrante della sua vita e di quella di Lena. Il legame tra il sopravvissuto e la donna è iniziato nel 1964, quando Heiner Rosseck, superstite di Auschwitz si trova a Francoforte, in tribunale per deporre al processo in corso contro i crimini compiuti dai Nazisti. L’uomo che, come emerge in ogni pagina, non ha mai superato del tutto il trauma dell’internamento, è costretto non solo a rivedere i perfidi aguzzini che aveva incontrato nei campi negli anni Quaranta, ma è obbligato a raccontare il passato, proprio per incastrare i colpevoli, per smascherare il ruolo, le responsabilità e le atroci azioni compiute dagli imputati nei campi di prigionia. Rivivere il dramma delle giornate della deportazione scatenano in Heiner un grave stress psicofisico ed emotivo che lo debilita in modo profondo. Proprio in tribunale una giovane donna, Lena, si accorge dello shock che tormenta l’uomo e lo soccorre. Questo gesto di solidarietà scatenerà tra i due una vera e propria amicizia che si trasformerà in storia d’amore. La notte più buia è un viaggio dentro alla vita passata di Heiner, dalla quale emerge quanto le sofferenze vissute nel campo di prigionia siano per lui dei segni incancellabili che hanno condizionato molto anche il suo rapporto con la ex moglie e con la figlia. Heiner ha visto fallire il suo matrimonio ma, nonostante tutto il soffrire, grazie all’incontro con Lena, è riuscito ancora ad innamorarsi. La nuova compagna del protagonista, come noi lettori, diventa testimone della vita di Heiner. Allo stesso modo, come molti altri sopravvissuti, Heiner torna ad Auschwitz dove porta Lena. Qui, nel luogo del dolore e della morte, come altre persone scampate al massacro, il sopravvissuto racconterà il suo dramma descrivendolo in ogni singolo e minimo dettaglio. Il bisogno di Heiner di esprimersi e di far conoscere quel passato è così grande che si ha come l’impressione che lui si senta quasi a proprio agio nel posto dove ha patito così tanto dolore e dove ha lavorato trascrivendo i nomi di centinaia di migliaia di innocenti uccisi dal regime, la cui unica colpa era di essere ebrei. La notte buia è una testimonianza molto intensa sullo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale ma, allo stesso tempo, la storia della Held diventa un monito per tutte le nuove generazioni a non dimenticare mai il passato, per non compiere, ancora, gli errori che costarono la vita a milioni di innocenti. Traduzione di Riccardo Cravero.

Monika Held è nata nel 1943 ad Amburgo. Per molti anni è stata corrispondente per il magazine Brigitte, scrivendo su Italia, Albania, Buthan, Paraguay, Guatemala e Mongolia. Ha ottenuto numerosi premi per i suoi articoli e per il suo impegno politico, tra cui il German Social Prize, l’ELisabeth-Selbert. Preis, il Reporting Prize e la Polish Medal. Attualmente vive in Germania, a Francoforte sul Meno.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa BEAT.

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:: Scrivere è un mestiere pericoloso, Alice Basso (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

15 settembre 2016
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Torna con una nuova avventura, tra giallo e gustose riflessioni sulla vita e la scrittura, Vani, la ghost writer protagonista de L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome e già entrata nel cuore dei suoi lettori e lettrice per il suo humour e per il suo non essere perfetta, ma molto empatica con le persone al posto del quale deve scrivere, al punto di svelare le loro anime e i loro segreti più nascosti.
Vani continua ovviamente a fare il suo lavoro di dare voce e scrittura a persone famose ma senza capacità nella gestione della parola scritta, nel suo mondo fatto di libri, musica e vestiti dark, che la rendono tanto simpatica alla sua giovanissima vicina di casa simpatizzante del movimento gotico in cui Vani si rivede giovanissima. Un lavoro non disprezzabile, quello di ghostwriter, visto che per riuscire a scrivere le storie di altri come fossero scritte dal diretto interessato o interessata, Vani deve entrare nella loro mente e capire come pensano e cosa hanno dentro da raccontare, quasi come una detective. Stavolta a Vani viene affidato il compito di scrivere le memorie tra piatti e vita vissuta di un’anziana cuoca, in servizio da anni presso una famiglia di imprenditori torinesi, visto che i libri di cucina vanno per la maggiore oggi.
Peccato che Vani sia negata per l’arte di fare da mangiare e si trovi affiancata per questo da una food blogger a dir poco insopportabile: per fortuna in suo aiuto corre il commissario Berganza, che l’ha eletta collaboratrice della polizia, ama la letteratura come lei, ma nel frattempo l’ha costretta a seguire un corso di arti marziali che Vani detesta quasi quanto la cucina.
A questo va aggiunto il ritorno in scena di Riccardo, ex di Vani, ma soprattutto la sconvolgente rivelazione della cuoca, che tra una ricetta e l’altra, si accusa di un delitto avvenuto prima nella famiglia. Per Vani è di nuovo tempo di indagare, scoprendo altarini e segreti, oltre che la verità su un fatto commesso anni prima, e rischiando anche non poco.
Tra giallo e commedia, si leggono con piacere queste nuove avventure di una ghostwriter acuta, a tratti pasticciona ma capace di sondare animi e sentimenti, in una Torino tra vie e collina abbastanza inedita sia per chi ci abita sia per chi l’ha scoperta come città turistica ma anche per chi, non torinese, ne è rimasto conquistato e ci è venuto a vivere, come l’autrice.
Alice Basso mescola bene gli elementi gialli con quelli di costume, raccontando tanto dell’Italia di oggi, tra mode culinarie e personaggi famosi usciti dal nulla e senza arte né parte, a differenza di Vani, che ha molto talento ma che è costretta a nascondere. Senz’altro le sue avventure non sono finite, anche perché il lavoro di ghostwriter offre possibilità infinite di incontri e di analisi. Una storia che si legge d’un fiato, in cui si ritrova molto dell’oggi e anche dell’ieri, con il richiamo alle dinastie di ricchi torinesi che forse qualche segreto che una cuoca potrebbe svelare ce l’hanno.

Alice Basso è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora in una casa editrice. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni e canta in una band di rock acustico per cui scrive anche i testi delle canzoni. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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