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:: Intervista a Rosalia Messina, a cura di Milena Vallero

27 giugno 2016

Lia per locandinaCiao Rosalia e grazie di aver accettato di partecipare a questa breve intervista.

Grazie a te, Milena, per l’interesse nei confronti della mia scrittura.

Per prima cosa, mi piacerebbe conoscere qualcosa di te. Come sei approdata al mondo della scrittura?

Scrivo da sempre ma solo dal 2005 ho cominciato a farlo con l’intenzione di pubblicare. È venuto un momento in cui scrivere non mi è sembrato più sufficiente, in cui ho sentito il bisogno di essere letta. Scrivere è comunicare. Se nessuno ti legge, scrivere è un esercizio senza scopo. La mia prima pubblicazione, una raccolta di racconti, è arrivata nel 2010, quando ho vinto una selezione indetta dall’editore Perrone che premiava l’opera vincitrice con la pubblicazione. In quei cinque anni ho abbozzato diverse opere che poi ho ripreso e rivisto e infine, man mano che ultimavo il lavoro di completamento e revisione, ho pubblicato.

La tua storia personale ha mai fatto da sfondo alle tue opere?

A questa domanda non posso rispondere con un secco sì o un secco no, perché merita una risposta articolata. I romanzi sono tutti ambientati in Sicilia, a Catania, la città in cui fino a qualche tempo fa abitavo e quindi lo sfondo, per riprendere l’espressione da te usata, è uno sfondo quanto mai reale e appartenente al mio vissuto. Le storie narrate sono tutte inventate, però i personaggi a volte mutuano un tratto somatico o del carattere, un vezzo verbale, un tic, un dettaglio, a persone che mi è accaduto di conoscere. A volte su uno spunto reale ho costruito una storia che si è man mano sempre più allontanata dal punto di partenza per assumere una fisionomia tutta sua. E questa è una prima risposta, che resta in superficie. Se vogliamo andare più a fondo, allora devo dire che nelle storie che si scrivono c’è sempre anche chi le scrive, c’è la sua sensibilità, il suo sguardo sul mondo, gusti e disgusti, passioni e idiosincrasie, emozioni agite e negate. Non nel senso che chi scrive una storia racconta tutto questo di sé, ma nel senso che il modo di narrare è fortemente influenzato da tutte queste cose. Sul rapporto tra l’esperienza dello scrittore, il suo modo di essere e le storie che narra ci sono capitoli molto interessanti in un saggio che sto leggendo, “L’arte della psicoterapia e la psicologia dell’arte”, di Luca Casadio, psicoterapeuta e scrittore.

La tua scrittura è molto eterogenea: hai scritto romanzi, racconti e persino un libro di fiabe per bambini. Come ti trovi a gestire stili così diversi tra loro, e in quale di essi ti senti più «a casa»?

Mi sento a casa nel racconto e nella favola, nel romanzo sono una turista. Amo molto la dimensione del racconto, anche da lettrice. Un racconto non è un romanzo incompiuto, un aborto di romanzo, non è qualcosa di meno, è un modo diverso di raccontare la vita, cogliendola in un istante, in un episodio, in un periodo breve; il passato dei protagonisti può essere condensato in un flashback di poche righe, può fare capolino nei dialoghi mentre viene messo a fuoco un preciso segmento di esistenza. Un amico con il quale ci scambiamo impressioni di lettura ha già letto “Mi chiamo Lucy Barton” di Elizabeth Strout, scrittrice che entrambi amiamo molto. Io ancora no, è uno dei libri che desidero leggere a breve. Una delle cose che il mio amico ha messo in luce è che con poche pennellate questa gigantessa della letteratura contemporanea informa il lettore di tutto quello che occorre sapere del “prima” e dell’ “intorno” della storia. Ecco, questo mi piace del racconto, questo affacciarsi sul fluire di un’esistenza e isolarne un frammento, metterlo a fuoco, ingrandirlo, coglierne il significato e l’importanza. E questo per quanto riguarda il mio gusto, poi va detto che, come sappiamo tutti, gli editori italiani non sono in genere entusiasti dei racconti, forse perché il romanzo (soprattutto il romanzone di diverse centinaia di pagine) può essere venduto a un prezzo decisamente più alto. Se Alice Munro e Raymond Carver fossero nati in Italia per loro le cose sarebbero andate diversamente da come sono andate, immagino.

Parliamo ora del tuo ultimo romanzo. “Morivamo di Freddo” è un libro intenso e intimista, dove i sentimenti e la psicologia la fanno da padrone. È un’opera di pura fantasia o hai invece attinto da qualche esperienza reale per scriverlo?

Devo l’ispirazione iniziale di “Morivamo di freddo” a un episodio di cronaca (un anziano in stato di alterazione psichica che, sulla soglia della sua casa, in cu si era barricato da giorni, uccise un ufficiale), ma poi la storia si è sviluppata in modo del tutto autonomo, è stata riscritta, ha cambiato titolo ed è stata sottoposta a diversi editing e riletture. Prima della pubblicazione, è stata anche esaminata da due psicoterapeuti (che infatti cito nei ringraziamenti) che ne hanno saggiato la credibilità dal punto di vista psicologico-psicoterapeutico e hanno dato un prezioso apporto sotto questo profilo; esame e apporto necessari, visto che nella storia di Enrico, uno dei protagonisti, il percorso psicoterapeutico ha un certo peso e non come espediente narrativo per raccontare la storia anche dal suo punta di vista ma come strumento per mettere ordine nel suo personale caos. La depressione di Mauro, la personalità di Guido, le dinamiche familiari, il lato oscuro dei sentimenti, gli attacchi di panico di Enrico sono tutte pure invenzioni.

Da quello che si può evincere dal suo ruolo all’interno del romanzo, la famiglia sembra avere una grande importanza per te, vero?

Le relazioni familiari sono il terreno dal quale possono nascere piante rigogliose di ogni tipo, anche velenose. È l’argomento che trovo più interessante, fonte inesauribile di ispirazione, come del resto testimoniano le innumerevoli opere letterarie, teatrali, cinematografiche che in un modo o nell’altro ruotano intorno a un conflitto familiare. Ovviamente le famiglie felici non sono interessanti e nemmeno possono essere raccontate, tant’è che “L’ultima famiglia felice” di Simone Giorgi, giovane autore segnalato premio Calvino 2104, narra di una famiglia che felice è solo in apparenza. Perché non è detto che l’assenza di conflitti evidenti sia sintomo di “buona salute” dei rapporti. Nei romanzi e anche nei racconti che ho scritto, non soltanto in “Morivamo di freddo”, la protagonista in fondo è sempre la famiglia.

I personaggi principali del romanzo hanno tutti delle debolezze, più o meno marcate; non ci sono eroi in questo microcosmo, semmai sono tutti antieroi. Sembra una visione un po’ pessimistica della società…

A me piacciono sia gli eroi sia gli antieroi. Scrivo anche favole proprio per poter recuperare ogni tanto una maggiore pulizia di linguaggio e di andamento narrativo, per concedermi il lusso del lieto fine e del trionfo dei giusti. Nella scrittura non destinata ai bambini la visione del mondo dell’autore entra in modo meno filtrato che nelle favole, com’è ovvio. Siamo tutti antieroi, no? Siamo tutti capaci di grandezze e miserie. La vita non premia sempre la correttezza, l’onestà, i valori da libro Cuore che fanno sorridere (perché? Come osservava qualche tempo fa Raul Montanari in un social, non sono i valori nei quali affermiamo di credere?), quindi diciamo che per me questa visione delle cose più che pessimistica è realistica, perché poi credo – e si vede nelle mie storie − nella possibilità dell’individuo di migliorarsi, di raggiungere obiettivi positivi per se stesso e per il contesto sociale in cui è inserito. Però non credo (e come potrei, come potrebbe chiunque?) al bianco e nero, ai buoni e ai cattivi tutti d’un pezzo. A questo proposito, come emblematico del confine sottile tra bene e male anche dentro ciascun essere umano, cito il personaggio che nel film “Crash”, di Haggis, è interpretato da Matt Dillon, un poliziotto che può usare la divisa per commettere un abuso odioso su una donna (per sfogare frustrazioni facilmente intuibili, perché lei è ricca e gioiosa mentre lui si occupa di un padre invalido e l’assistenza pubblica gli nega ottusamente ciò cui ritiene di avere diritto) e poche ore dopo salvare la stessa donna, coinvolta in un incidente, trattandola con incredibile delicatezza e rassicurandola. Un vero antieroe.

Morivamo di freddo è uscito solamente in versione digitale. Cosa ne pensi della «lotta» tra ebook e cartaceo?

Colgo l’occasione per dire che sono molto soddisfatta della mia esperienza con la casa editrice Durango, perché ho visto nascere il libro a poco a poco e ho mantenuto un contatto costante con il direttore editoriale Massimo Giuliani e con l’editore Felice Di Lernia per tutto il processo dal quale alla fine è scaturito il prodotto finito, chiamiamolo così, e anche dopo. Un’esperienza divertente e creativa anche nella fase di trasformazione del manoscritto in ebook. Detto questo, come lettrice leggo ormai quasi esclusivamente in digitale. Premesso che un libro non si identifica con il suo contenitore, premesso che i materiali scrittori hanno avuto tutti il loro ciclo vitale (la pietra, la tavoletta cerata, la pergamena), premesso che non mi sdilinquisco per la carta e per il suo (inesistente) profumo (la carta non cresce sugli alberi o nei prati!), naturalmente ho una casa piena di libri, essendo cresciuta con i libri di carta, ma questi occupano moltissimo spazio e si riempiono di polvere. E di spazio non ne ho più. I vantaggi del digitale che apprezzo sono la possibilità di portare con sé più libri e la facilità di acquisto. Dal punto di vista degli autori, poi, soprattutto se esordienti (e chi non pubblica con le case editrici importanti resta esordiente a vita) la visibilità che può assicurare il digitale è sicuramente maggiore. Il digitale, last but not least, costa meno e non tutti hanno la possibilità e la voglia di spendere cifre che cominciano a essere rilevanti in un momento di crisi e disoccupazione.

Infine, questa domanda è d’obbligo: che progetti hai per il futuro?

Ho ultimato un’altra favola e sto revisionando un altro romanzo breve. Inoltre ho pronta da tempo una seconda raccolta di racconti, sto cercando un editore.

:: Intervista con Douglas Jackson, autore della serie di Gaio Valerio Verre a cura di Giulietta Iannone

16 giugno 2016

combSalve Mr Jackson. Grazie per aver accettato questa intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Douglas Jackson? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia, e grazie per il tempo che hai trovato per intervistarmi. Sono sempre felice di parlare di libri e di scrittura ed è bello che le persone si interessino al mio lavoro. Abito in una parte molto bella e speciale della Scozia chiamata Scottish Borders,(in gaelico scozzese Na Crìochan), in particolare vivo in una piccola cittadina che si chiama Jedburgh. Questo è importante, perché Jedburgh è piena di storia e l’essere cresciuto qui mi ha trasmesso il mio amore per il passato. C’è nell’aria il peso dei combattimenti tra Scozia e Inghilterra, oltre cinquecento anni di guerra. Una bella abbazia in rovina domina la città, e la sua particolarità è che è stata bruciata cinque volte dai predoni inglesi. Suppongo che non sorprenda quindi che la mia più grande forza sia probabilmente la mia capacità di recupero: ci hanno insegnato a non mollare e a non deludere nessuno. La mia più grande debolezza è il buon vino.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mia mamma e mio papà appartenevano alla classe operaia e hanno dovuto lottare duramente per crescere quattro figli. Ho comunque avuto un’ infanzia meravigliosa. Potevo esplorare la campagna a tutte le ore, o trascorrere i miei giorni libero di pescare o giocare a calcio. Andavo molto bene alle elementari, ma quando mi sono diplomato alle scuole superiori ho come perso il mio obiettivo. Recentemente ho scoperto di soffrire di una forma relativamente lieve di depressione bipolare da quando avevo 14 anni di età, il che può spiegare tutto questo. L’unica cosa in cui ero veramente bravo a era in inglese e soprattutto ho sempre avuto una grandissima immaginazione. Prima dei miei esami finali il mio insegnante responsabile della classe, che era anche il mio insegnante di inglese, mi ha detto che non avrei mai dovuto preoccuparmi di nulla. L’esito del mio esame di inglese infatti fu uno dei migliori del paese e infatti mi supplicarono di rimanere e di cercare di andare all’università, ma non ne potevo più della scuola.

Quali lavori hai svolto in passato prima di diventare uno scrittore a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

Non avevo idea di cosa fare quando lasciai la scuola. Per fortuna un amico, che era di qualche anno più vecchio di me, lavorava nel nostro ufficio locale di collocamento. Mi ha iscritto in quello che veniva chiamato “Youth Opportunities Scheme”, che in realtà era una sorta di database e se venivi scelto qualcuno ti metteva una pala in mano e ti diceva di scavare. La mia grande fortuna fu che la mia zona di scavi fu un accampamento romano in una valle remota vicino al confine. Era stato arato fino a togliere gli alberi e il nostro lavoro consisteva nel rimetterli. Abbiamo anche tagliato grandi blocchi di torba, mettendoli al loro posto. Mi sono reso conto che stavo facendo più o meno quello che i soldati romani avevano fatto costruendo il campo. C’era una fenditura nella colline che dominava il campo dove una strada romana è visibile ancora oggi. Verso sera mi piaceva andare lassù e un brivido mi corse lungo la schiena quando immaginai per la prima volta una legione in marcia. Dopo un paio di mesi mio padre mi convinse che stavo facendo un buon lavoro e quando apparve su un giornale una pubblicità in cui cercavano un giornalista tirocinante per il nostro giornale locale finalmente ebbi la mia occasione. Ho passato i successivi 36 anni facendo il giornalista. I giornali locali sono i luoghi ideali per imparare. Non c’è mai nessuna vera notizia, il che può sembrare abbastanza scoraggiante almeno fino a quando non ci si rende conto che con un po’ di fantasia si può trasformare qualsiasi cosa in una storia. Più tardi ho avuto un bella carriera di successo anche nei quotidiani nazionali, ho lavorato per il Daily Record e lo Scotsman. Questo è avvenuto più che altro per la mia attenzione ai dettagli, la mia capacità di recupero e di lavorare sotto pressione. E’ stato un lavoro molto impegnativo, ma mi sono anche divertito e sono riuscito a diventare vice caporedattore dello Scotsman.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura e per l’ Antica Roma?

Il mio interesse per la scrittura esiste da sempre, da quando posso ricordare. Mio padre mi portò alla biblioteca pubblica di Jedburgh quando avevo circa cinque anni e mi ricordo che vedendo leggere i libri pensavo ‘ posso farlo anche io’. Nella mia adolescenza ho scritto racconti (molto poveri), radiodrammi e poesie. Pulendo la soffitta qualche mese fa mi sono imbattuto in un manoscritto che scrissi quando avevo circa 24 anni. Era un thriller che buttai giù su una vecchia macchina da scrivere manuale. Non l’ avevo mai finito, ma era di circa 80.000 parole. La cosa strana è che non era neanche troppo malvagio, ma allora non avevo tempo per terminarlo o il denaro per fare vere e proprie ricerche in quei giorni senza internet. Il giorno che ha cambiato davvero la mia vita è stato quando ho pranzato con un’ amica giornalista che stava scrivendo un libro. Mi ha detto: ‘Penso che ne dovresti scrivere uno anche tu, Dougie, scommetto che sarebbe molto realistico.’ Pensai, va bene, forse è il momento. Nella lungo viaggio in auto verso casa da Edimburgo verso Bridge of Allan mi sono chiesto cosa avrei dovuto scrivere. I manuali dicono: scrivi ciò che sai, ma la mia vita consisteva in lavoro, mangiare, dormire, famiglia – e tutto da capo, che era piuttosto noiosa. Ho deciso di scrivere su quello che mi piaceva, e così ho scoperto che amavo la storia. Stavo ascoltando un programma alla radio, mentre guidavo chiamato History of Britain di Simon Schama, e l’attore Timothy West proclamò: ‘E l’imperatore Claudio guidò il suo elefante a Colchester e ottenne la resa delle tribù della Gran Bretagna.’ Sono andato a casa quella notte e ho scritto 500 parole di The Emperor’s Elephant e da allora ho scritto ogni giorno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Parlaci della tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti si rifiuti?

Ho avuto un percorso editoriale piuttosto strano e stressante prima di arrivare alla pubblicazione. Avevo scritto il mio libro The Emperor’s Elephant, ambientato prima nella Roma di Caligola, poi nella Britannia romana, e sapevo che non era abbastanza buono, ma non avevo la più pallida idea su come migliorarlo. Mi sono imbattuto così in un sito web di peer review in cui si caricano le prime 10.000 parole del tuo romanzo e le altre persone lo criticano. Possono essere molto feroci, ma il mio libro ha vinto il premio come libro del mese ed è stato inviato ad un editore professionista. Ha chiesto di vedere il resto del libro, gli è piaciuto, ma non abbastanza per farmi firmare un contratto editoriale. Dovevo prendere in considerazione di riprendere il primo terzo del libro – su Caligola – e trasformarlo in un romanzo. Con il tempo che avevo ce l’ho fatta, ho trovato un agente, che ha messo il manoscritto in mano a sei editori. Un giorno mi ha chiamato in ufficio e mi ha detto che avevo un contratto a cinque zeri.

Quali sono i tuoi autori preferiti del genere sword and sandal? Da chi sei stato maggiormente influenzato?

Stranamente non leggo molti romanzi peplum. Ho preso una decisione quando ho iniziato a scrivere storie ambientate nell’Antica Roma che non avrei letto nessun romanzo che avrebbe potuto influenzare la mia visione di quel periodo, e nel corso degli anni mi sono più o meno attenuto a questo. Gli unici che ho letto sono gli amici scrittori che mi hanno chiesto un parere, e posso consigliare, Ben Kane, Anthony Riches e Manda Scott. Sono tutti autori brillanti e che vale la pena di leggere. E non conto i libri pubblicati in modo indipendente. Simon Turney, Gordon Doherty e Kevin Ashman hanno tutti costruito grandi intrecci e sono seguiti da moti lettori, e non ottieni ciò se non sei bravo. Chi mi ha maggiormente influenzato è sicuramente George MacDonald Fraser. Lo si ama o lo si detesta, i romanzi di Flashman sono una superba combinazione di grandi personaggi, fatti storici e una combinazione tra azione e humour nero. Mi ha spinto a cercare di informare e nello stesso tempo intrattenere i miei lettori. Con grande soddisfazione ho notato che molte delle mie recensioni indicano sono riuscito a farlo. Mi piace anche John le Carré e Bernard Cornwell, perché fanno sì che la loro genialità sembri facile.

Raccontaci la tua routine di scrittura.

Mi alzo, faccio colazione, iniziare a scrivere, sosta per il pranzo, faccio una passeggiata o una corsa, scrivo di nuovo nel pomeriggio, e spesso di nuovo la sera. Mi sono prefissato un obbiettivo di 2.500 a 3.000 parole al giorno e lo raggiungo più le volte sì che no. Detto questo ci sono giorni in cui anche solo 200 parole sono una conquista.

Che tipo di ricerche svolgi per i tuoi libri?

Ho visitato Roma, Pompei, Ercolano e la Villa Oplontis per i miei libri, così come centinaia di siti romani in Gran Bretagna. Rende molto più facile capire la portata e la topografia di un luogo se vi si è stati. È inoltre possibile respirare la storia. Quando ero giovane ero solito parlare con le pietre di Jedburgh Abbey e loro parlavano con me. Tutti pensavano che fossi pazzo, ma penso che ci sia un fondo di verità in ciò. Mi piacerebbe fare molti più viaggi per le ricerche dei miei romanzi, ma non è finanziariamente possibile. Per i dettagli, io lavoro circondato da centinaia di libri su Roma, l’ Impero e i suoi nemici, e ho una scorta di parecchie centinaia di siti web sul mio computer che posso consultare. Ho fatto una grande quantità di ricerche per il libro che è diventato Caligola, perché sapevo molte meno cose su Roma di quanto pensassi, ma questo lavoro mi ha dato le basi per tutti i libri seguenti. Avevo creato un mondo, lo padroneggiavo, e sono stato in grado di costruire storie lì ambientate.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie di Gaio Valerio Verre?

Avevo pianificato Caligola come il primo di una trilogia su Bersheba, l’ elefante dell’Imperatore, ma il mio editore ha deciso dopo Claudio che due erano abbastanza. Il problema era che il mio protagonista era uno schiavo, che poteva solo reagire agli eventi, non crearli. Il mio editore mi ha chiesto di creare un personaggio nuovo, un eroe più mainstream. La terza parte della trilogia The Emperor’s Elephant è stata ambientata durante la ribellione Boudicca in Gran Bretagna. Avevo già un sacco di materiale e sembrava sensato utilizzarlo. Durante le mie ricerche avevo scoperto che a Catus Deciani, il procuratore le cui azioni scatenato la rivolta, era stato chiesto di inviare rinforzi da Londra a Colchester. Duecento uomini racimolati dal presidio e soldati in congedo marciarono per incontrare circa 50.000 cittadini britannici provenienti dall’altra parte. La mia fortuna è stata di scegliere come ufficiale in comando proprio il mio eroe di Roma.

Quanti libri sono previsti per la serie di Gaio Valerio Verre?

Mi è stato originariamente chiesto di scrivere una trilogia, che sembrava sufficiente in quel momento. Con il tempo ho finito per decidere che ci saranno almeno nove libri su Valerio. E’ stata la mia più grande fortuna quella di scegliere un’epoca di conflitti e battaglie, popolata da personaggi fantastici. L’imperatore Nerone, San Pietro e San Paolo, il generale dimenticato Gneo Domizio Corbulone, e gli imperatori dimenticati, Galba, Otone e Vitellio; Vespasiano e suo figlio Tito. Valerio incontra tutti.

Puoi parlarci un po’ di Gaio Valerio Verre?

All’ inizio è un giovane tribuno molto inesperto, un uomo destinato a tornare a Roma subito dopo il primo libro. La ribellione di Boudicca cambia tutto e Valerio scopre che ha una naturale propensione per la vita militare. E’ guidato dall’onore e dal dovere, forse troppo, ma qualcosa che accade alla fine di Hero of Rome lo cambia. Una delle cose di cui sono più orgoglioso è il modo in cui si sviluppa il personaggio. Penso a lui come una persona reale, e probabilmente lo conosco meglio di quanto i miei fratelli conoscano me.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura?

La parte più difficile di qualsiasi libro è la prima stesura, perché, molto spesso, ci si sente come se si stesse scrivendo spazzatura ed è difficile mantenere le proprie motivazioni. Qualunque cosa accada è necessario mantenere lo slancio. La prima volta che mi sono sentito un vero e proprio scrittore è stato quando ho letto una citazione di Stephen King, su come a volte ci si sente come si stesse spalando letame. Ho pensato che è quello che faccio! Il trucco è quello di continuare a spalare.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Non da quelli storici, anche se ho sempre pensato che Hero of Rome ha il tipo di trama concisa e focalizzata e una storia unica che si presterebbe a diventare davvero un grande film (stai ascoltando Mr Scott?). Scrivo anche thriller, come James Douglas, e un produttore cinematografico ne ha opzionato uno. Si tratta però di un cammino lento, abbiamo parlato per un paio di anni, e non posso entrare nei dettagli, ma se si farà davvero allora potrò scrivere nella mia villa toscana invece che in una stanza degli ospiti in cui sembra ci sia appena stata un’esplosione in un negozio di libri.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative? Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Ogni autore che dice di non leggere le opinioni dei suoi lettori o è un bugiardo o ha un tale successo che non è più necessario che il suo ego sia rassicurato. Gli scrittori si nutrono di lodi. Ci sediamo, soli davanti a un computer e le uniche persone che ci dicono che stiamo facendo qualcosa di utile sono quelle anime meravigliose che si prendono il tempo di andare su Amazon, o su qualsiasi altra piattaforma, e ci dicono quanto bene il nostro libro li ha fatti sentire. Sono fortunato che solo circa l’un per cento delle mie recensioni sono state critiche, ma alcune di esse possono essere molto sgradevoli. Si impara molto in fretta che, il più delle volte, non si parla del libro, ma del recensore.

Cosa stai leggendo al momento?

Ho appena finito l’ ultimo romanzo con Bernie Gunther di Philip Kerr, The Other Side of Silence. E’ una grande serie, ma penso che, anche l’autore l’ ha ammesso, in un paio di libri successivi il personaggio ha sentito un po’ di stanchezza e ha avuto bisogno di un periodo di riposo. In The Other Side of Silence è invece al massimo della sua forma. Sto sempre leggendo qualcosa, così ora sono (di nuovo per l’ennesima volta) con Master and Commander, il primo della superlativa serie con Aubrey e Maturin di Patrick O’Brian. Due grandi personaggi letterari e un ambiente fantastico, claustrofobico e un’ autentica ambientazione su una nave da guerra.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Scrivi il tuo libro migliore, non accontentarti di una seconda scelta. Non farti scoraggiare. Non mollare. Scrivi un altro libro.

Come è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace sempre comunicare con i miei lettori e ho sempre risposto ai messaggi. Potete contattarmi o tramite il mio sito web http://www.douglas-jackson.net (vergognosamente non l’ aggiorno da un po ‘, ma ho sempre un sacco di contatti attraverso il collegamento e-mail) o tramite Facebook https: // http://www.facebook.com/Doug-Jackson-author-245467143762/

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Lo adoro. Ho fatto eventi per tre e quattrocento persone e quelli per quattro bibliotecari e un cane randagio, ma si ottiene sempre qualcosa a livello personale e ti fa sentire di essere un vero scrittore. Ti racconto il mio momento più memorabile: stavo facendo una presentazione in un’ ala del carcere di Perth davanti ad alcuni dei criminali più pericolosi della Scozia. Qualcuno mi chiese quando sarebbe uscito il mio prossimo libro e io dissi che sarebbe stato fuori nel mese di agosto. Una piccola voce si alzò dal fondo della sala. ‘ Che coincidenza, sarò fuori pure io ad agosto. ‘

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi? Quando Avenger of Rome (il romanzo successivo a Combatti per Roma) sarà distribuito in Italia?

Non ho ancora una data per l’edizione italiana di Avenger, Giulia, ma mi metterò in contatto con te quando lo saprò. Non c’è niente che mi piacerebbe di più che fare un tour italiano. Io amo l’Italia. Ho vagato in lungo e in largo per il paese con Valerio, Roma è la mia città preferita di tutto il mondo, e ho amici a Milano. Forse, se i miei editori, Newton & Compton leggessero questo…

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena completato la fase a volte imbarazzante di revisione di Saviour of Rome, il settimo romanzo di Valerio, che è ambientato nelle miniere d’oro della Spagna Romana, e sto lavorando su Glory of Rome, che uscirà nell’ agosto del 2017. Ho bisogno di finirlo entro novembre, quindi è meglio tornare al lavoro. Grazie per le vostre meravigliose domande davvero acute e grazie per l’opportunità di raccontare la mia storia ai miei lettori italiani.

:: Un’ intervista con Wulf Dorn

16 giugno 2016

indexBentornato Wulf sul mio blog. Ormai sei un ospite fisso del mio spazio dai tempi de La Psichiatra. Ho praticamente recensito tutti i tuoi libri, editi in italiano, e ti ho intervistato due volte negli anni passati. I lettori del mio blog sanno che sei un autore che apprezzo molto, e mi premiano con molte visite ogni volte che parlo dei tuoi libri. Come ti spieghi questo grande successo? Ci sono scrittori che hanno lettori e altri veri e propri fan? Come ti spieghi questa fidelizzazione con i lettori?

Non ho una spiegazione, posso ipotizzare di essere riuscito a muovere nei miei lettori tutto un mondo di sensazioni. Sono molto felice e riconoscente della fedeltà dei miei lettori.

Tocchi temi che incidono nel profondo della psiche. E lo fai con cognizione di causa, come una persona che sa di cosa parla. Dopo tutto la paura di impazzire è una delle più ataviche dell’uomo, non trovi?

Certamente questa è una delle paure più antiche, quando non riesci più a capire fin dove è la realtà e dove comincia la nostra immaginazione. Spesso il confine tra ciò che definiamo pazzia e ciò che definiamo normale è fluido. La pazzia è nella maggior parte dei casi una esasperazione della realtà. Ho avuto numerosi pazienti che vedevano e sentivano cose che tutti gli altri non vedevano e sentivano. La paura di impazzire è una paura comprensibile che condivido con gli altri.

Finalmente torni in Italia con il tuo nuovo romanzo Incubo (disponibile dal 26 maggio) sempre edito da Corbaccio, il tuo storico editore italiano. Titolo originale Die nacht gehört den wölfen, “La notte appartiene ai lupi”, come diceva il padre di Caro. I lupi sono una figura totemica dell’immaginario, cosa simboleggiano nel tuo titolo?

Nelle favole il lupo simboleggia il male. Per Freud il lato bestiale dell’uomo.
Nel mio libro è una combinazione di queste due interpretazioni.

La sindrome del sopravvissuto, tipica di chi sopravvive a un incidente aereo (nel tuo libro Simon sopravvive a un incidente stradale) è una sindrome reale, documentabile, che si sviluppa in una sorta di senso di colpa. L’ hai applicata al tuo romanzo? In quale misura?

Questo tipo di sindrome è riscontrabile nei sopravvissuti alle catastrofi o agli incidenti. A maggior ragione se sono morte delle persone a loro molto care. I sopravvissuti si domandano perché io? E non loro? Ritengo che faccia parte del processo di elaborazione e lo si osserva spesso nei pazienti che hanno subito questo tipo di trauma.

Tema centrale del tuo libro sono i sogni, ricorrenti, spaventosi, una sorta di pulizia mentale che farebbe il cervello durante la notte per superare traumi e impurità. Da cosa pensi si generi la paura che essi scatenano? Possono essere un campanello d’allarme di un pericolo reale?

Ritengo che sia esattamente il contrario, vale a dire che sono le paure a generare certi sogni. E i sogni sono certamente sia un segnale di allarme ma anche uno strumento attraverso il quale riconosciamo ciò che ci fa paura e ciò che genera in noi preoccupazione. Solo dopo averlo riconosciuto possiamo fare qualcosa per vincere queste paure e aiutare noi stessi.

A un certo punto Simon soffre di vere e proprie allucinazioni (mi riferisco per esempio alla scena in auto con la zia, o quando il fratello Mike lo fa salire sull’ auto restaurata). Come le hai costruite? Volevi dare un tocco soprannaturale al racconto, o almeno dare questa sensazione?

Spesso è difficile far capire una paura. Certo è sempre possibile capirla attraverso le parole ma il risultato è troppo superficiale. Per queste due scene mi sembrava che il lettore potesse immaginarle meglio con una immagine. Mentre le scrivevo io stesso le osservavo e ne avevo paura. Così ho avuto la certezza che anche Simon ne fosse spaventato.

Hai uno stile semplice, immediato, capace di coinvolgere subito il lettore nella storia, non ci si stanca a leggerti. Inoltre crei una trama che davvero ti fa venire voglia di cercare di capire dove andrai a parare, in che abisso ci andremo a cacciare leggendoti. Pensi che questa caratteristica abbia avvicinato ai tuoi libri una variegata tipologia di lettori? E’ una cosa che ti viene naturale, o ci lavori molto su?

Ogni storia richiede un proprio stile. In questa in particolare mi è parso determinante avviare un confronto diretto con questo tema, quindi lo stile doveva essere altrettanto diretto, conciso e pregnante.

Che differenza denoti tra i lettori tedeschi e i lettori italiani? In cosa si assomigliano?

Ciò che mi colpisce in Italia e anche in questa intervista è la profondità delle domande dei miei lettori che vanno alla scoperta dei simboli più piccoli e nascosti della mia storia. E poi c’è tutta la generosità con la quale i lettori italiani accolgono il mio lavoro, cosa che m i fa felice e m i è di stimolo e motivazione nella scrittura.
Mi colpisce inoltre che molti lettori di tutto il mondo apprezzino i miei libri. Ricevo posta dall’Uruguay e dal Canada e ciò che mette in relazione tutti questi lettori è che si sono appassionati tutti alle mie storie. Per me questo è un sogno che si realizza.

Una curiosità, sono anni che i miei lettori vengono sul mio blog usando come chiave di ricerca “spiegazione del finale di Follia profonda (Dunkler Wahn)”, cosa nasconde quel finale?

La risposta si nasconde nella storia. L’indicazione più importante la si ritrova nel titolo dell’ultima parte di questa storia.

Cosa stai leggendo in questo momento? Ricordo che mi avevi consigliato Ursula Poznanski, e mi era molto piaciuta.

Attualmente leggo un nuovo romanzo di Joe Hill che in inglese si intitola The Fireman. Non so se ci sia già una traduzione italiana. E contemporaneamente sto leggendo un libro più tecnico sui meccanismi della pubblicità perché sto facendo delle ricerche per un prossimo romanzo.

Progetti per il futuro?

Professionalmente spero di scrivere ancora tanti libri che incontreranno il gusto dei lettori e nella mia vita privata vorrei continuare ad essere felice.

[Traduzione dal tedesco a cura di Francesca Ilardi]

:: Un’ intervista con Anna Luisa Pignatelli, autrice di Ruggine, a cura di Viviana Filippini

1 giugno 2016

ruggine

V:Benvenuta ad Anna Luisa Pignatelli autrice di Ruggine, edito da Fazi, ci racconta un po’ di lei e di come è nata la passione per la scrittura?  

A:Sono nata in Toscana, ho studiato a Siena e poi a Firenze Scienze Politiche, ho lavorato a Roma e vissuto molti anni fuori Italia. Ho un legame forte con la terra e la natura, forse perché mi sono occupata per molto tempo, se pure a distanza, di alcuni campi e di un bosco in Toscana.
La passione per la scrittura è nata da quella per la letteratura e la storia e dalla curiosità che sento per le persone e i loro segreti.

V:Cosa o chi le ha ispirato la storia di Gina/Ruggine?

A:In un borgo toscano mi era giunta la storia di una vecchia che aveva avuto una relazione insana con il figlio. Ma ciò che mi ha spinto a scrivere Ruggine è stata la voglia di parlare di una donna anziana, senza soldi, malandata, una che impersonifica l’essenza della marginalità e della solitudine.

V:Ferro è un gatto nero che fa da compagnia a Gina, chiamata da tutti Strega, questo mi ha ricordato il valore simbolico che nel passato veniva assegnato ai gatti (nei dipinti per esempio è segno del demonio). Nel suo romanzo che valore ha Ferro?

A:Ferro ha un valore positivo e , come ha rilevato Ida Bozzi nella sua recensione su La Lettura del Corriere della Sera, è un’estensione di Gina, le dà un nesso con la realtà: esce di casa e raggiunge svelto luoghi dove lei non può più andare, ha esperienze che lei non ha mai avuto, (amorazzi, avventure notturne e risse coi compagni ) la incuriosisce, la stupisce, e le dà la forza di vivere.

V:Gina è sola, è una donna anziana vedova, con una vita problematica, con un figlio che non la tratta molto bene. Perché i suoi compaesani al posto di aiutarla, provano verso di lei astio e odio?

A:Perché non chiede aiuto, perché non è di quel borgo, ma nata altrove. Perché ha pudore e si sente diversa per il suo carattere schivo e la sua storia con il figlio. E anche perché ogni comunità ha le sue streghe, i suoi orchi e i suoi eroi e a lei è toccato il ruolo di strega.

V:La protagonista è in un certo senso la rappresentazione del “diverso” che tutti temono e guardano con sospetto, perché nel suo romanzo e nella vita di oggi le persone hanno paura di “diverso”?

A:Il diverso ha sempre fatto paura: ognuno tiene nascosta la propria diversità, cerca di occultarla per farsi considerare dagli altri uno come tutti, con qualità e difetti che corrispondono agli stereotipi comunemente accettati di ‘persona normale’ o anche diversa, ma non troppo. La gente non è attratta da chi sente davvero diverso, chi non si cura dell’opinione altrui, chi sa fare a meno degli altri perché dagli altri non si sente compreso. E poi la vecchiaia, la povertà si preferisce ignorarle, non se ne vuol sapere. In una società che ha sempre fretta il vecchio è un fardello.

V:Perché Ruggine non riesce a fidarsi dell’unica persona (l’adolescente) del paese che vorrebbe aiutarla e le dimostra comprensione?

A:Ruggine intuisce che, per quanto la ragazza abbia curiosità per lei, è inviata dal padre per indagare nella sua vita . Inoltre Tamara è condizionata dall’ambiente in cui vive, per quanto desideri andarsene altrove neppure lei riuscirà a liberarsi della mentalità asfittica del borgo in cui è nata, dove la gente si spia e si nutre di invidie e di pettegolezzi.

V:Quanto Ruggine di sente responsabile/colpevole per il comportamento del figlio Loriano e del rapporto insano che si è sviluppato tra loro?

A:Non si sente responsabile per il comportamento del figlio, si sente colpevole solo verso se stessa, perché non ha saputo ribellarsi alla violenza di lui, l’ha subita perché ha avuto paura e non ha sentito la solidarietà di nessuno.

V:Il finale mostra una Ruggine che in un certo senso ha avuto un po’ di giustizia, ma la donna non è molto contenta di questo. Il suo stato d’animo come deve essere interpretato, come una sconfitta o come una sorta di scherzo del destino?

Come una sorta di scherzo del destino: finisce nella casa di cura dove era internato Loriano, il figlio perverso che lei sfuggiva e che, dimesso, viene riammesso nella comunità del borgo e visto con benevolenza, come una vittima di sua madre che invece viene considerata malvagia e pazza. Gina però non è una vittima, anche se ha dovuto subire molti torti: è coraggiosa, combattiva, le basta poco e ama la vita: mi è piaciuto entrare nella sua vita e constatare che, nonostante tutto, le piacciono i giovani, gli olivi, i noci, gli zingari e Ferro.

V:Se dovessero fare un film su Ruggine, quale attrice le piacerebbe vedere nel ruolo della protagonista?

A:Credo che sia difficile fare un film su Ruggine: ci vorrebbe un regista interessato alle stesse tematiche mie. Quanto all’attrice, dovrebbe essere italiana, meglio se toscana, con un forte carattere, una che non ha paura di fare la parte di una vecchia e di mettersi una gobba.

V:Sta già scrivendo qualche nuovo libro? (solo se può parlarne)

A:Sì, ma ancora è una bozza.

:: Due chiacchiere con Jeffery Deaver, a cura di Elena Romanello

30 Maggio 2016

deverJeffery Deaver, uno dei maestri del thriller, è stato in Italia, al Salone del libro di Torino a presentare il suo ultimo romanzo Il bacio d’acciaio e Verona dove è stato insignito del premio letterario Ilcorsaronero.
A Torino il suo incontro è stato molto affollato, da un pubblico di tutte le età, che da anni segue le avventure di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, in Il bacio d’acciaio impegnati in una nuova indagine che li riavvicina dopo un periodo in cui ognuno è andato per la sua strada.
Lincoln Rhyme è un eroe anomalo, un poliziotto geniale e disabile, che usa come arma non la forza fisica ma il suo cervello: Tutti abbiamo visto i film d’azione, con attori come Tom Cruise che affrontano lotte corpo a corpo con l’antagonista di turno, riuscendo poi ad uscirne con un colpo segreto di kickboxing o un’arma che esce al momento giusto. Ma io volevo fin dall’inizio fare qualcosa di nuovo, proporre un altro tipo di personaggio e stupire i miei lettori, perché credo che questo sia il nostro compito di autori, ha ricordato Jeffery Deaver di fronte ai suoi fan a Torino.
Non si può dire che non ci sia riuscito, e la sua forza è stata anche quella di parlare del dolore in una storia d’intrattenimento, oltre a quello di non mettere mai nel suo libro scene gratuite di violenza e di sangue. Il mio modello non è uno scrittore ma un regista, e cioè Alfred Hitchcock, che non metteva mai scene crude nei suoi film ma puntava tutto sulla suspense. Ritengo che comunque i miei libri possano essere letti in tanti modi, io parlo di dolore ma alla fine c’è anche speranza nelle mie storie, ha continuato Jeffery.
Stavolta Lincoln e Amelia, con l’aiuto di Juliet, la nuova protetta di lui che condivide anche lei una condizione di disabilità, devono investigare su un serial killer che sabota oggetti di uso quotidiano per uccidere le persone, con qualche richiamo, come ha fatto notare a Torino Donato Carrisi, che era insieme a Deaver all’incontro, alla vicenda italiana di Unabomber. L’idea per questo mio romanzo risale a mie esperienze di anni fa, quando facevo l’avvocato e mi occupavo di cause e responsabilità delle aziende produttrici, con di fronte i movimenti dei consumatori, ha ricordato Jeffery, che presenta nelle pagine del suo libro una caccia all’uomo cieca, verso un attentatore che non si capisce se sia in lotta contro il consumismo o se abbia altri moventi.
Su una cosa Deaver è certo: non ucciderà mai Lincoln e Amelia: Non sono George R.R. Martin con le sue morti improvvise, magari posso pensare di eliminare il personaggio secondario e carino che di colpo diventa importante ma loro due ci saranno sempre.
Jeffery Deaver è autore di trentanove romanzi e sessanta racconti e ha le idee chiare sulla scrittura e su cosa sono gli artisti: Io penso che ci sarà sempre che scrive storie e ci saranno sempre libri. Rembrandt, Mozart e Shakespeare sono stati all’epoca degli artisti che lavoravano su commissione, faticando per rispettare le scadenze, ma non per questo le loro opere sono brutte e scadenti, anzi. Vorrei anche citare qualcuno di più recente per quello che ha creato, l’amico Giorgio Faletti, che non posso non ricordare venendo qui a Torino.
Insomma, Jeffery Deaver è uno di quegli autori che sa coinvolgere e emozionare, non solo nei suoi libri ma anche di persona.

:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

28 Maggio 2016

bhyBentornato Luca, questa è la nostra terza intervista. Ci siamo lasciati nel 2014 con Un posto sbagliato e ci ritroviamo nel 2016 con I pregiudizi di Dio. Con te mi son giocata parte delle mie domande migliori, quindi cercherò di fartene di nuove, incentrate più che altro sul tuo nuovo libro. Parliamo appunto di I pregiudizi di Dio. E’ consigliabile prima aver letto L’uomo nero? O si può leggere come romanzo a sé stante?

I pregiudizi di Dio è un romanzo a sé stante. E’ una specie di spin off de L’uomo nero, nel senso che prende da quell’universo narrativo un personaggio e lo ricolloco in questa storia. Ognuno dei protagonisti de I pregiudizi di Dio: Andrea, Francesca, Marco, vive un presente delicato a causa di un passato difficile. L’Uomo nero racconta il passato di Marco. Per certi versi potrebbe essere più interessante fare l’opposto, leggere prima I pregiudizi di Dio e poi L’uomo nero.

Questo nuovo romanzo è parte di una serie, di una trilogia? Prevedi di scriverne ancora con questi personaggi? Se sì, hai già in mente quanti saranno? O lascerai che decida l’immaginazione.

Il progetto ne prevedere cinque, ma sarà il gradimento dei lettori a decidere la longevità della serie. Sarà comunque una forma seriale che non prevede un catartico azzeramento a ogni episodio, volto a riproporre il medesimo e rassicurante status quo. I personaggi muteranno l’idea che hanno di loro stessi e del mondo in cui vivono. Lo faranno in relazione a ciò che gli accade, alle decisioni che prendono, a quelle che subiscono. Nessuno di loro arriverà uguale a se stesso alla fine di questo viaggio, altri non vi arriveranno affatto.

Una forma di serialità che conserva comunque l’autonomia di ogni singolo romanzo.

Un uomo si presenta alla polizia denunciando la scomparsa della moglie. Un tipo losco, al quale siamo ben poco propensi ad esprimere simpatia. Come hai costruito questo personaggio? Ti serviva un elemento disturbante per accentuare le derive noir del libro?

Mi occorreva un uomo esecrabile, disturbante. Begucci serve per mettere il lettore di fronte alle sue responsabilità. Rileggetevi quest’ultima risposta dopo aver finito il romanzo, sono certo che vi risulterà meno criptica.

Siamo in un piccolo centro non lontano da Tivoli, odore di uova marce delle acque termali, cave di travertino, scheletri industriali, capannoni abbandonati. Sono luoghi a te familiari? Come si adattano alla trama del romanzo e ai personaggi?

La valle dell’Aniene la conosco bene. Mandela, il paesino da cui scompare Margherita, è il luogo dove è nata mia madre e dove ho trascorso tante estati da bambino e dove ora porto i miei figli per sottrarli alla canicola romana. Un luogo dell’anima, che mi serviva per rievocare i ricordi piacevoli di Andrea, quando ripensa a sua moglie che non c’è più. Ma volevo anche che i miei protagonisti vivessero in un esilio scomodo. Un’approfondita ricerca sul territorio mi ha fatto conoscere l’esistenza del posto di polizia di Villalba, che dipende direttamente dal commissariato di Tivoli, un luogo di ineguagliabile bruttezza, e che Andrea deve raggiunge ogni mattina attraversando il tratto più degradato della consolare Tiburtina. La valle dell’Aniene si è rivelato un contenitore di estremi, proprio ciò che mi occorreva.

Abbiamo tre protagonisti, due uomini e una donna. Sono più difficili da gestire che un unico personaggio principale? Come hai proceduto? Come hai sviluppato le interazioni tra loro?

Io ho bisogno di dare al lettore un punto di vista plurimo sulla storia, è il mio modo di raccontarla. Mi serve per poter rappresentare la realtà in tutte le sue sfaccettature, e soprattutto per non imporre un punto di vista, una verità, per lasciare a ciascuno la possibilità di scegliere seguendo la propria sensibilità. Volevo due investigatori che non si sopportassero, due uomini profondamente diversi, almeno in apparenza, così ho costruito il rapporto tra Marco e Andrea. Francesca avrebbe dovuto essere l’elemento stabilizzatore del gruppo. La via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La forma è il poliziesco classico, il procedural tanto caro alla letteratura di genere statunitense. Un’ indagine con le sue implicazioni, le sue derive. A che filone giallo ti sei ispirato? Ti senti più legato al noir di scuola francese, o a quello statunitense?

Io sono uno scrittore di noir, questo è il primo romanzo che scrivo ad avere la struttura del giallo. Per la prima volta posso dire al mio lettore: c’è un delitto, ci sarà un’indagine, alla fine il colpevole verrà trovato e punito, parola d’onore. Tutto ciò di solito fa sì che il giallo, diversamente dal noir, sia un genere consolatorio, perché prevede un lieto fine, come le fiabe. La sfida che mi sono posto era quella di lasciare inalterata questa struttura, ma di adoperarla in modo tale che non portasse a una conclusione consolatoria, dal mio punto di vista rendendola più realistica e meno fiabesca. Leggo più noir statunitensi, ma nello scrivere mi sento più vicino ai francesi.

Il male e il bene sono i pregiudizi di Dio secondo Nietzsche, un modo elegante per dire che male e bene non esistono, o per lo meno sfuggono alle classificazioni del senso comune. Come si riflette questo nel tuo romanzo?

I miei tre investigatori analizzano il caso con sguardi opposti, e ciascuno è convinto di possedere la verità. Ma quando il colpevole viene individuato senza nessuna incertezza, e ci si aspetterebbe che i loro punti di vista possano convergere, paradossalmente è proprio in quel momento che si trovano separati dalla massima distanza. Perché la dialettica si sposta dal piano giuridico a quello morale. Concetti come il bene e di male, il giusto e lo sbagliato, si dimostrano relativi. Ciascuno di loro risponde a una propria morale, a un proprio senso di giustizia. Non vale forse lo stesso anche per noi?

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

Spero francese.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il cartello di Don Winslow.

La violenza contro le donne sembra in perenne crescita, e non parlo solo di uomini che picchiano o uccidono mogli, o fidanzate. Anche verbalmente, tra estranei e sconosciuti, la misoginia è diffusa. Nei tuoi libri invece i personaggi femminili sono sempre positivi. Sei un autore “femminista”? Ti riconosci in questa definizione?

Beh in questo libro proprio femminista non direi. Ci sono tre donne, una è la vittima, una è una mamma scomparsa(non voglio dire di più, ma anche lei è un personaggio con le sue colpe). Poi c’è Francesca, perché immagino che è a lei che tu ti riferisca, che ha molte buone intenzioni, ma anche tante incongruenze e debolezze. E io la amo per questo.

Se Hillay Clinton diventasse il prossimo presidente degli Stati Uniti, che tipo di accoglienza avrebbe, secondo te? Pensi che questa misoginia scemerebbe?

Visto che l’alternativa è Trump spero che vinca la Clinton, ma se avessi potuto indicare una donna come primo presidente degli USA non avrei scelto lei. Michelle Obama, per rimanere in tema di First Lady, sarebbe stata una svolta.

Ci sono attualmente in corso progetti cinematografici?

Sì, ma mi taccio per scaramanzia.

Ti diverti di più quando scrivi per il cinema o quando scrivi romanzi?

Sono due tipi di soddisfazioni diverse, scrivere per il cinema alimenta il mio lato sociale, perché si scrive in gruppo. In questo senso è più divertente. Scrivere un romanzo è qualcosa che mi gratifica maggiormente, per il motivo opposto: un uomo solo al comando.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

E’ forse la parte più divertente e gratificante di questo lavoro, e anche la più stancante. Dall’incontro con i lettori vengono sempre fuori interpretazioni interessanti del romanzo. Molti ci rintracciano cose a cui io non avevo mai pensato. Ultimamente mi sono confrontato con uno “studioso di sistemi e simboli” il quale rivendicava come il mio romanzo fosse colmo di una serie di schemi/sistemi, filosofici e non solo, di cui io però ignoravo l’esistenza. Ho dovuto giurarglielo, e non mi è parso comunque convinto.

Progetti per il futuro?

Al momento promozione, di questo romanzo e dell’antologia E/O che uscirà in estate “Giochi di ruolo al Maracanà” che contiene anche un mio racconto con protagonisti gli uomini della Red. Poi mi rimetterò sul nuovo romanzo e sul cinema. Forse non in questo ordine.

:: Un’intervista con Stephen Gregory a cura di Giulietta Iannone

25 Maggio 2016

CORMORANO_Layout 1Benvenuto Stephen sul blog Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa mia intervista. Presentati ai lettori italiani, parlaci di te. È vero che hai lavorato come sceneggiatore con William Friedkin?

Sono innanzitutto felicissimo di essere stato finalmente pubblicato in Italia e ti ringrazio per l’intervista.
In breve, sono uno scrittore inglese con sette libri all’attivo. Ho abbandonato l’insegnamento negli anni Ottanta (dopo aver lavorato in diverse scuole in Inghilterra e nel Galles, in Algeria e in Sudan) per andare a vivere in un minuscolo cottage sui monti della Snowdonia, nel Galles meridionale.
I primi tre libri (che alcuni hanno definito “trilogia di Snowdonia”) li ho scritti in Galles, e sia l’ambientazione che il tema trattato riflettono la campagna selvaggia, le montagne, le foreste e le spiagge che ho amato.
Il cormorano ha vinto il Somerset Maugham Award ed è stato ben accolto sia in Europa che negli Stati Uniti. La BBC Wales ne ha poi tratto un film, una perla il cui protagonista è interpretato da Ralph Fiennes.
The Woodwich e The Blood of Angels, i due romanzi successivi, riprendono il tema dell’uomo costretto a fare i conti con i propri difetti e le proprie debolezze sullo sfondo di un tetro paesaggio invernale.
Qualche anno dopo ho ricevuto un’inattesa telefonata da Hollywood e sono stato chiamato all’estero per scrivere una sceneggiatura con il grande William Friedkin, agli Studios della Paramount. È stata un’esperienza impegnativa, emozionante e assai costruttiva. Portata a termine la sceneggiatura, dopo un anno di scrupolose riscritture, il progetto è finito nell’“inferno dello sviluppo”, come lo chiamano a Hollywood, e il film non è mai stato girato. Tuttavia proprio qualche mese fa la sceneggiatura è stata ripescata da un cineasta boliviano che sta cercando di finanziare il progetto insieme ad alcuni produttori in Germania e a Hollywood.

Il cormorano, (The Cormorant, 1986) con colpevole ritardo (parliamo di 30 anni), è stato pubblicato in Italia. È il tuo primo romanzo che giunge da noi. Come ti spieghi questa anomalia?

Sì, ci sono voluti 30 anni perché un editore italiano si mostrasse interessato al Cormorano. Il libro è già stato pubblicato in varie edizioni negli Stati Uniti e tradotto in tedesco e polacco. Mi lasciava francamente perplesso la mancanza di interesse degli altri editori europei, considerati il film e la notevole attenzione mostrata dalla critica.

Ho letto Il cormorano e devo dire che è un breve romanzo davvero singolare, non un horror in senso stretto, sebbene le atmosfere claustrofobiche siano piuttosto inquietanti. Come hai costruito la storia?

La trama? La campagna e gli uccelli mi affascinano sin da bambino, per cui quando mi sono trasferito in Galles negli anni Ottanta avevo già un’idea precisa per il soggetto e l’intreccio di un primo romanzo. La duplice natura del cormorano era perfetta per la storia di un giovanotto di periferia trasferitosi sulle umide e gelide montagne della Snowdonia… I cormorani li osservavo da sempre e riflettevo sul meraviglioso contrasto tra il profilo scuro e minaccioso delle loro ali che si asciugano al vento e le agili e argentee movenze durante le immersioni e la caccia subacquea.

Che letture ti hanno ispirato?

Da ragazzo ho letto Tarka la lontra di Henry Williamson e, più tardi, The Goshawk di T.H. White (oltre al classico e più noto Re in eterno) e mi sono smarrito nella natura più buia e profonda, un mondo fatto di animali selvatici e uccelli. Queste prime influenze sono state determinanti per tutti i miei libri, inclusi i romanzi più recenti che trattano del rapporto tra uomo e natura: The Waking That Kills e i successivi Wakening The Crow e Plague of Gulls.

La scena dei gabbiani che accorrono al richiamo del cormorano e ruotano sul cottage ricorda molto le atmosfere de Gli uccelli. È un omaggio a Hitchcock? Ci sono altri rimandi cinematografici?

Per quanto riguarda i gabbiani, di sicuro sono stato influenzato dal libro di Daphne du Maurier e dal film di Hitchcock, Gli uccelli. I gabbiani sono inoltre i protagonisti del mio ultimo romanzo, Plague of Gulls, ambientato sia nei dintorni che all’interno del castello di Caernarfon del XIII secolo, nel Galles settentrionale. Per qualche estate ho guadagnato un po’ di spiccioli facendo la guida al castello di Caernarforn (lo avrò visitato più di cento volte in compagnia di turisti di tutto il mondo) e io e mia moglie possedevamo una casetta all’interno delle mura medioevali della città. È stato praticamente inevitabile scegliere quel luogo e gli stormi urlanti e prepotenti di gabbiani come soggetto principale di un romanzo.

Sicuramente tu sei tra le persone più indicate a parlarne. Cosa ne pensi del legame tra letteratura e cinema?

Ovviamente mi interessa molto il rapporto tra libri e cinema. E, come la maggior parte degli amanti della lettura, dopo aver visto la versione cinematografica di un libro che mi era piaciuto ho preferito quasi sempre il libro al film. Credo che, tra tutti i miei libri, The Woodwich sia perfetto per il grande schermo… è il mio romanzo più forte, inquietante e impegnativo; l’effetto potrebbe essere scioccante.

Di cosa ti occupi al momento?

Faccio ancora l’insegnante. Da quasi quindici anni insegno inglese e francese nel Brunei Darussalam, nel lontano Borneo. Le mie allieve sono ragazzine del posto, divertenti, chiacchierone e birichine; è una gioia stare con loro, mi fanno restare giovane dentro! Ma il prossimo dicembre io e mia moglie Chris torneremo in Europa nella nostra cara vecchia casa nella Charente, in Francia, e si sa che le fattorie fortificate del XVIII secolo richiedono molto lavoro…

Anche gli altri tuoi romanzi saranno pubblicati in Italia?

Plague of Gulls sarebbe meraviglioso tradotto in italiano… è misterioso, bizzarro, forte, sarebbe divertente!

Infine, per concludere, l’ultima domanda: ora cosa stai scrivendo?

Al momento l’insegnamento e l’organizzazione del rientro in Europa mi impediscono di dedicarmi a un futuro progetto di scrittura, anche se ho in mente un nuovo romanzo che inizierò quando ci saremo sistemati in Francia. Ad ogni modo sto lavorando all’abbozzo di due sceneggiature con due compagnie diverse, e ho la folle idea di un musical che mi ronza in testa…

[Traduzione a cura di Daniela e Monica Pezzella]

 

:: Un’ intervista con Elena e Michela Martignoni

18 Maggio 2016

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E’ appena uscito il nuovo romanzo di Emilio Martini, Il mistero della gazza ladra nuovo capitolo della serie dedicata al commissario Bertè. Forse non tutti sanno che Emilio Martini è lo pseudonimo di due sorelle scrittrici, milanesi, Elena e Michela Martignoni. Oggi abbiamo l’occasione di conoscerle meglio. Seguiteci.

Benvenute su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuna descriva l’altra, anche fisicamente.

Elena: Michela è estroversa, sensibile, abilissima pr, e soprattutto un vulcano d’idee, infatti la chiamo Leonarda (è nata il 15 aprile, come lui!) ed è pure un’inguaribile zuccona.

Michela: Elena è bugiarda! (scherzo…). Misurata nei gesti e nelle parole, è l’intellettuale del duo. Ha letto di tutto (ora addirittura testi e riviste di… fisica!). Precisione e cultura però non limitano la sua fantasia scoppiettante: a volte mi fa quasi paura, anche perché spesso è imprevedibile.
Fisicamente non ci assomigliamo, ma si vede che siamo sorelle e abbiamo la stessa voce.

Come vi siete avvicinate alla scrittura?

Siamo lettrici accanite fin dall’infanzia e ci siamo sempre cimentate nella scrittura, ma la volontà di farlo professionalmente è scattata vent’anni fa, dopo ‘l’incontro’ con i Borgia, protagonisti di cinque dei nostri romanzi.

I vantaggi e gli svantaggi di scrivere in coppia?

Non vediamo svantaggi, mentre i vantaggi sono molti; uno su tutti: imparare ad accettare le critiche e le prese di posizione dell’altra. Una lezione di umiltà che rende più ‘morbide’ e preparate di fronte agli inevitabili giudizi, non sempre positivi, di editori e lettori. In due poi possiamo lavorare ‘il doppio’.

Come vi dividete i compiti della stesura di un libro?

Intanto parliamo moltissimo tra noi, e nell’impossibilità di farlo de visu, ci telefoniamo (molto). Il primo passo infatti è l’invenzione della storia, la parte che ci diverte di più. Discutiamo a lungo, cambiamo spesso idea e smontiamo tutto, nomi dei personaggi compresi. Una volta stabilita la trama, la dividiamo in capitoli che ci suddividiamo. Questo sarebbe il metodo che ci siamo imposte, ma accade anche che Elena, improvvisamente inizi a scrivere a metà della storia e allora… cominciamo da lì. Insomma, prima regola: non ci sono regole, l’importante è che alla fine il prodotto ci soddisfi e i conti tornino, il che, soprattutto nel poliziesco, è la parte più difficile.

Il personaggio di Berté è un personaggio letterario, ma ispirato a uno sbirro in carne ed ossa, molto conosciuto a Milano. L’avete mai incontrato di persona? Che impressione vi ha fatto?

Il personaggio Gigi Berté non è la fotocopia perfetta del vero ispettore che ci ha ispirate, ma ha la sua stessa etica, il suo coraggio, la sua coda brizzolata e il suo amore per la buona tavola. Il ‘vero’ Gigi è per noi un amico e lo incontriamo sempre con grande piacere.

E’ da poco uscito Il mistero della gazza ladra. Un’ambientazione ligure per il vostro commissario. Come è nato il vostro interesse per la Liguria. E’ legato a ricordi di infanzia?

Da sempre frequentiamo la Liguria e quindi ne conosciamo il territorio e le dinamiche. È stato divertente spedire ‘in punizione’ il nostro commissario nel luogo dove passiamo le vacanze e immaginare il suo impatto con una realtà diversa da quella metropolitana. Ci piace immaginare Berté che si rilassa (o si infuria) passeggiando lungo la banchina del porto di… Lungariva, come facciamo anche noi.

Una commercialista viene uccisa in casa sua. Macabra la messinscena: un piede di porco, dei tarocchi, delle monete. Toccherà a Bertè intuire chi è il colpevole. A che tipo di noir vi ispirate? Quali autori vi hanno maggiormente influenzato?

Il nostro è un poliziesco piuttosto scanzonato, anche se trattiamo temi come il disagio sociale, le ossessioni, le diversità, il perbenismo. La connotazione prettamente noir invece si trova nei diversi racconti, scritti da Berté, inseriti all’interno dei romanzi. Prendiamo esempio e lezioni dai grandi scrittori, non solo noir; l’elenco dei loro nomi, e delle lezioni di stile che ci hanno impartito, sarebbe lunghissimo. Ne citiamo solo alcuni in un gran guazzabuglio: Manzoni, Maria Bellonci, Sandor Marai, Vargas Llosa, Garçia Marquez, Elisabeth Von Arnim, Simenon, Scerbanenco, ma sono solo alcuni tra i grandi autori che amiamo. C’è sempre da imparare dai classici, ma poi… bisogna cercare di andare oltre e inventare qualcosa di originale.

Datemi una vostra personale definizione di “noir”.

Noir è la parte deteriore del cuore umano. C’è chi riesce a dominarla o a sublimarla, chi no. Compito di chi scrive ‘di noir’ è portare all’attenzione di tutti il nero che vive in ognuno di noi per poterlo comprendere e governare.
Ci sono luoghi più ‘noir’ di altri. Le città in primis (ad esempio Milano e Torino), o appunto una località turistica descritta d’inverno, quando gli ombrelloni sono chiusi e le case deserte.
Infine il Noir come genere letterario non dà soluzioni o speranze. Semplicemente descrive, denuncia.
Un antidoto al noir presente nell’uomo? Natura, Cultura e Arte, in tutte le loro manifestazioni.

Ditevi una cosa che non vi siete mai dette prima. Senza ridere.

Tra noi non abbiamo segreti, ma se li rivelassimo… che ne sarebbe del mistero delle ‘sorelle noir’?

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Gli aneddoti più curiosi sono legati alle ricerche storiche (chi ha detto che la Storia è noiosa? Provate a fare ricerca e vedrete le risate!). Abbiamo incontrato personaggi straordinari e ci siamo spesso cacciate nei guai o in situazioni ridicole. In famiglia da anni ridono di noi perché quando viaggiamo per lavoro sembriamo ‘possedute’ e trascinate dall’entusiasmo perdiamo il buon senso. Ad esempio abbiamo girato tre volte intorno alla rocca di Senigallia cercandone l’ingresso (e chiedendo aiuto persino a turisti americani che ci guardavano straniti), provando a spingere con tutte le nostre forze una porticina di ferro murata da secoli… senza notare l’enorme ponte levatoio che portava all’ingresso. L’emozione a volte ci ottenebra i cervelli!

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpito? Quale consiglio gli dareste? Lo stesso che avreste voluto ricevere all’inizio delle vostre carriere.

Ragazza/o, continua a scrivere, anche se ti sembra che vada tutto storto e che nessuno si interessi al tuo lavoro; fallo per te, per quelli che credono in te, perché non ne puoi fare a meno… ma non farlo MAI copiando qualcuno, occhieggiando i generi di moda, o pensando ai soldi e al successo: rischieresti una grande delusione.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Litighiamo quasi quotidianamente, ma solo per il ‘bene’ del testo. Finita la discussione, parliamo d’altro e… litighiamo d’altro.

A che libro state lavorando in questo momento?

Abbiamo mille progetti, ma il tempo per realizzarli scarseggia: la priorità comunque resta il sesto e ultimo episodio del commissario Berté, ma in contemporanea stiamo scrivendo uno storico, ambientato a Milano nel XV secolo, che da anni ci intriga (gli amici sono stanchi di sentircelo raccontare e mai realizzare).

Avete già scritto, o in futuro scriverete un romanzo da sole, non in coppia?

Sai che non ci abbiamo mai pensato? Non si può mai dire, però… anche i Beatles si sono divisi…

:: Un’ intervista con Serena Lavezzi

16 Maggio 2016

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Un’altra giovane scrittrice si affida al crowdfunding per vedere pubblicato il suo libro. Si chiama Serena Lavezzi, è piemontese, si è laureata in Storia all’Università degli Studi di Torino, e la piattaforma che ha scelto è Bookabook. Volete saperne di più? Seguiteci, l’abbiamo intervistata.

Benvenuta Serena su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Quanti anni hai? Dove sei nata? Che studi hai fatto?

Grazie per l’accoglienza calorosa, sono davvero felice di essere qui per la mia prima intervista. Ti racconto qualcosa, ho quasi trent’anni e sono nata ad Alessandria, mi sono trasferita solo di recente in provincia di Novara. Ho studiato storia all’università, è sempre stata una mia grande passione sin dai tempi del liceo. Forse è anche per questo che nel mio romanzo si fa riferimento a eventi storici e molti dei fatti che narro si ispirano a storie reali.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono state le tue prime letture? C’è qualcuno nella tua famiglia o nella scuola che ti ha trasmesso l’amore per i libri?

Sebbene i miei genitori siano sempre stati degli accaniti lettori, credo che l’amore che provo per libri e lettura si sia formato in modo indipendente. E’ nato nella prima adolescenza e da lì non ho mai smesso di leggere. Ho iniziato con la collana Piccoli Brividi, già a quel tempo mi interessavano i gialli e gli horror! Ricordo che alcuni dei primi libri che ho letto erano quelli della saga di Harry Potter e le Cronache dei Vampiri di Anne Rice. Poco dopo ho iniziato ad appassionarmi anche ai saggi storici e ai romanzi classici, li leggevo a scuola durante le interrogazioni dei compagni o nelle ore libere.

Da scrittrice esordiente quali sono le principali difficoltà? Trovi attenzione presso i mass media: blog, giornali, radio, tv?

La difficoltà maggiore, come puoi immaginare, è farsi conoscere. Il proprio lavoro può piacere o meno, i gusti son gusti, ma il vero scoglio è permettere alle persone di fare quella scelta. E’ arduo avere la possibilità di far valutare il proprio lavoro alla stregua degli scrittori più conosciuti. Per il mio romanzo ho trovato un ottimo riscontro dai blog letterari come il tuo, dai siti che si occupano di scrittura e dalle amicizie personali del settore che ho coltivato nel corso degli anni, facendomi conoscere con racconti e articoli online. La strada è tutta in salita, ma non ho paura! Bisogna impegnarsi a fondo per realizzare i propri sogni!

Spiegaci in parole semplici in cosa consiste una campagna di crowdfunding, ancor più con finalità artistiche, ovvero per la pubblicazione di un libro.

In realtà è molto semplice: per il mio romanzo ho organizzato una vera e propria raccolta fondi. I potenziali lettori possono leggere un’anteprima del romanzo gratis e disponibile online in vari formati. Se decidono di contribuire possono farlo comprando una copia.
Se raggiungo i 2000 euro il romanzo diventerà una pubblicazione e verrà distribuito in tutte le librerie, fisiche e online. I sostenitori riceveranno ciò che hanno comprato e gli eventuali doni. Se la campagna fallisce nessun problema, verranno rimborsati tutti i soldi.

Come hai scelto la piattaforma Bookabook?

In realtà sono stati loro a scegliere me! Da un paio di anni scrivo racconti a episodi sul sito The Incipit, gli organizzatori del sito hanno iniziato una collaborazione con Bookabook che cercava autori validi da supportare. Incipit mi ha proposto e la mia storia è piaciuta, così abbiamo iniziato a organizzare la campagna di crowdfounding.

Parlaci del tuo libro Il Cestaio, una storia ambientata in Giappone, durante il periodo della conquista nipponica della Cina negli anni 30.

La storia si svolge in parte nel presente, nel 1992, quando una giovane ragazza coreana raggiunge il vecchio cestaio giapponese nel paesino dove si è rifugiato, ai piedi del monte Zaō. Ha intrapreso un lungo viaggio per trovarlo e vuole delle risposte. L’uomo non è abituato ad avere visite e decide che parlare per la strada non è sicuro. Nasce così una lunga conversazione nella sua piccola casa. Sono le loro storie a rintracciare il passato e la trama torna indietro nel tempo, agli anni ’50 e poi ancora più in là, negli anni’30 in Cina.
I fondamenti della storia fanno riferimento a fatti realmente accaduti, ho aggiunto un capitolo finale proprio sugli avvenimenti dell’avanzata militare giapponese in Cina.
Ho voluto costruire una storia inventata attorno a eventi storici poco conosciuti e ne è uscito fuori Il Cestaio, una storia che parla di esseri umani e delle scelte che ognuno di noi si trova ad affrontare giorno per giorno.

Come è nato il tuo amore per l’Estremo oriente?

Sono stata fortunata, sono cresciuta viaggiando e ho continuato a farlo con la mia famiglia fin da ragazza. Ma non sono mai andata in Oriente, per assurdità. Eppure il Giappone mi ha sempre affascinato, l’ho conosciuto attraverso i romanzi degli scrittori nipponici che ho iniziato a leggere da giovane. Mi hanno fatto amare il loro paese attraverso le parole e me ne sono affezionata, nonostante non l’abbia mai visitato.

Il crowdfundig è un nuovo modo di promuoversi per chi ama scrivere, molto utilizzato all’estero ma ancora poco praticato e conosciuto in Italia. Come te lo spieghi?

Io credo che il motivo sia da ricercare nella socialità e nella condivisione, che ormai è sempre più veicolata dal computer. Non esiste quasi più il concetto di ‘comunità’, di aiutarsi l’un con l’altro con estranei, realtà ben radicate nei piccoli paesi, ma che va perdendosi sempre di più. I mezzi di comunicazione spersonalizzano gran parte dei nostri rapporti interpersonali.
Credo che tentare un progetto che per sopravvivere ha solo bisogno dell’aiuto di altre persone, per lo più sconosciute, sia un bel modo per ritrovare una dimensione umana. E’ uno scambio generoso per entrambe le parti ed è piacevole, credo, esser consapevoli di aver contribuito alla realizzazione di un sogno.

Fino ad oggi è stata un’esperienza positiva? Stai ricevendo buona accoglienza?

E’ un esperienza sicuramente positiva e, cosa ancora più importante, cresce nelle idee e nei fatti di giorno in giorno. L’aiuto di Bookabook è stato importante, sono sempre disponibili e questo per un autore emergente è fondamentale. I lettori sono ricettivi e disposti a mettersi in gioco, questa è la parte migliore! A breve organizzerò degli aperitivi letterari per farmi conoscere e delle vere e proprie presentazioni del libro.

Spiegaci in cambio delle donazioni cosa riceveranno in cambio i partecipanti.

Si può scegliere se contribuire comprando il libro in versione cartacea o ebook, io ho anche aggiunto dei gadgets come segnalibri dipinti a mano con scene che ricordano il romanzo e i suoi personaggi. Se la campagna va a buon fine riceveranno tutto ciò che hanno ordinato, senza spese aggiuntive naturalmente. Altrimenti verranno rimborsati per intero.

Hai già scelto l’editore che si occuperà della pubblicazione del tuo libro?

Se raggiungerò la cifra di 2000 euro tra sei mesi, lo stesso team di Bookabook si trasformerà in una vera e propria casa editrice e pubblicherà la mia storia.

Sei favorevole o contraria all’editoria a pagamento, anche in ambito accademico?

Contraria, perché in questo modo chiunque, anche se non ha talento, può definirsi scrittore. E’ uno spazio in più rubato a chi lo merita davvero.

Sei una scrittrice che legge? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono una vorace lettrice, ancora prima di essere una scrittrice. Leggo circa una quarantina di libri l’anno, spesso anche di più e non mi stanco mai! Ora sto leggendo “Chi perde paga” di Stephen King, uno dei miei scrittori prediletti.

Progetti per il futuro?

Sempre molti! Sto collaborando come storica per una nuova rivista d’informazione online (The Infotainment) ed è un progetto che vorremmo ampliare appena ne avremo la possibilità.
Partecipo a svariati concorsi letterari nazionali e sono costantemente alla ricerca di idee, storie e personaggi nuovi.

:: Un’intervista con Alex Connor a cura di Giulietta Iannone

6 Maggio 2016

seBenvenuta Alex sul blog Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Alex Connor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per questa intervista. È un grande onore vedere il mio libro su Caravaggio pubblicato in Italia.
Quindi per rispondere alla tua prima domanda. Il mio punto di forza? Sono una grande amante dell’arte e degli artisti. Sono affascinata dalla vita di queste persone, dotate di genio ma anche di tutte le fragilità umane. Direi che sono determinata a capire le persone e ho una curiosità senza fine verso il motivo per cui fanno quello che fanno.
I miei punti deboli: sono troppa passionale e testarda! Se credo in qualcosa, non mi arrendo fino a quando non l’ ho raggiunto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono stata educata in una scuola privata e ho trascinato i miei genitori in pazzi vagabondaggi per le gallerie di tutta Londra! Caravaggio e Artemisia Gentileschi sono stati i miei eroi fin dall’infanzia.

Vivi a Brighton, racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di questa città, le sue bellezze artistiche, i suoi parchi. Brighton è una città piena di idee, di eventi culturali, di ristoranti?

È una città meravigliosa affacciata sul mare, con grandi residenze georgiane dipinte di bianco che guardano oltre la Manica e la gloriosa campagna solo a un miglio nell’entroterra. A Brighton ci sono numerosi ristoranti, teatri e molte, molte persone coinvolte, o interessate, nei media e nelle arti.
Ho esposto i miei quadri a Brighton (così come molte volte a Londra) e ci sono sempre molti eventi culturali in corso – oltre al romantico, vagamente ridicolo, ma straordinario padiglione di Brighton! Se si desidera una città che abbia cultura, locali, architettura favolosa e affascinanti negozi nei The Lanes, allora questo è il posto che fa per voi.
Si tratta di una mix meraviglioso tra una granduchessa e una Drag Queen!

er2Sei un’ artista, una pittrice, quando ti sei resa conto che volevi essere anche una scrittrice?

Il mio apprendistato è stato unico. Sono stata vittima di uno stalker e sono stata aggredita a Londra e mentre mi stavo riprendendo da un’operazione ho letto un libro e ho pensato ‘posso farlo anche io’! Così ho scritto il mio primo romanzo e l’ho inviato a un editore.
Era terribile, ma per fortuna l’editore poté vedere qualcosa nella mia scrittura e mi commissionò di scrivere il mio primo romanzo. Poi il secondo, e il terzo …
La pittura è immediata; si possono vedere subito i risultati del vostro lavoro sulla tela, ma mi piace scrivere perché ci vuole tempo per crescere. L’arte è come incontrare qualcuno a una festa e diventare subito amici. La scrittura invece è come una storia d’amore lenta che richiede tempo per svilupparsi.

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

Avere la pelle dura! È necessario essere in grado di accettare le critiche e soprattutto essere in grado di criticare se stessi. È necessario avere fiducia, disciplina e motivazione, perché devi essere professionale se vuoi avere successo. I giorni in cui la scrittura sembra difficile sono i giorni in cui devi tenere duro. I giorni in cui tutto quello che scrivi sembra banale, sono i giorni in cui devi insistere e credere in te stesso. Questo è ciò che costruisce il coraggio e la forza che nutre il vostro lavoro.
E soprattutto, ci si deve divertire. Perché se vi annoiate di quello che scrivete, immaginatevi il lettore. Bisogna scrivere come se si stesse raccontando a qualcuno un’esperienza incredibile e si desiderasse conoscere ogni parola. Se vi divertite, siete sicuri che sarà un successo.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ho una confessione da farti – non leggo molti scrittori contemporanei (a parte Scott Turow e JW Hall) perché adoro gli scrittori più antichi come Dickens, Balzac, Dante, Zola, Tolstoj – tutti gli scrittori che hanno scavato in profondità nei personaggi. I lunghi, coinvolgenti romanzi che coprono lunghi periodi di tempo in cui seguo le vite dei protagonisti sono i miei preferiti e questi sono quelli che mi hanno influenzato.
Anche se sono scritti nel passato la gente non è cambiata, i valori umani – l’ amore, la rabbia, la rivalità e la perdita – sono gli stessi ora come lo sono sempre stati.
erHai iniziato a scrivere romanzi storici, e libri d’arte, poi nel 2011 Il segreto di Rembrandt, il tuo primo thriller, un grande successo. Come hai scelto questo genere particolare di giallo che unisce arte, cospirazioni, e vede sempre il passato e il presente strettamente correlati?

Ho voluto scrivere delle passioni della mia vita – l’arte, la storia dell’arte e il thriller. Perché io sono una storica dell’arte e mi è sembrato naturale usare i miei studi e perché io sono un’ artista che può analizzare i pittori e capire come hanno lavorato. Infatti, per ogni libro ho copiato i dipinti del Vecchio Maestro del quale stavo scrivendo. Come ho fatto per Caravaggio. (Vedi le fotografie allegate Davide con la testa di Golia e il mio dipinto di Luca Meriss (n.d.t. è un personaggio del romanzo, il blogger che dice di essere l’ultimo discendente di Caravaggio) in piedi di fronte alla Natività.)

The Caravaggio Cospiracy, è ora uscito in Italia per Newton Compton con il titolo Cospirazione Caravaggio. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Caravaggio è stato la mia ossessione fin da quando ero bambina. Ha catturato la mia immaginazione con la sua passione e la storia della sua vita. Sono rimasta affascinata da un uomo che è stato capace di uccidere e nello stesso tempo di dipingere con così tanta tenerezza. La sua breve vita è stata piena di violenza, di piaceri illeciti, di scandalo, e di mistero – il personaggio storico ideale come base di un moderno giallo / thriller.
Allora, dove ho iniziato il libro? Alla fine della vita di Caravaggio, non all’inizio. Nella parte finale, quando abbiamo pietà per questo gigante caduto in disgrazia.
Inoltre – essendo una grande appassionata di cinema – le opere di Caravaggio si rivolgono a me perché sono così “cinematografiche” e la loro luce ha una qualità visiva che supera quella di qualsiasi altro pittore. Scegli qualsiasi quadro di Caravaggio e hai tutta una storia, una storia sulla tela.

Raccontaci qualcosa dei tuoi protagonisti.

I principali protagonisti sono i mercanti d’arte- non posso dire troppo o se no rovino il romanzo per i lettori! – Ma The Caravaggio Conspiracy è uno studio su come l’avidità e la rivalità facciano emergere la cattiveria da questi uomini. Coinvolto nel vortice c’è Luca Meriss, un presunto discendente innocente di Caravaggio.
Come il libro continua il lettore entra nella trama e scopre che ogni personaggio ha qualcosa da nascondere – o da guadagnare – nella ricerca dei dipinti mancanti. Solo Gil Eckhart – l’eroe – mantiene il suo codice morale per un rapporto di lealtà con un vecchio amico. Ma gli costerà caro.

Il libro parte dal periodo in cui visse Caravaggio, fino al presente mercato dell’arte contemporanea del 21 ° secolo, nei paesi di tutto il mondo. E ovunque ci sono omicidi, o la memoria della morte, e ognuno è commesso per amore dell’arte.

Due dipinti, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi e il Ritratto di Fillide Melandroni, sono importanti nel corso della storia. Due dipinti perduti. Raccontaci la loro storia.

L’eroe, Gil Eckhart, si impegna a risolvere un orribile duplice omicidio, un paio di omicidi del passato, ed il mistero di due capolavori di Caravaggio perduti – uno rubato negli anni ‘60 e l’altro scomparso nella Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il primo, La Natività di San Lorenzo e di San Francesco, è stato un lavoro notevole appeso per più di trecentocinquanta anni sopra l’altare nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, in Sicilia. Ma una notte, nel 1969, è stato tagliato dalla sua cornice e rubato. Nessuno sa con certezza che cosa ne sia stato – è stato rubato su ordinazione? distrutto? E’ stato – come si mormora – rubato e successivamente distrutto dai maiali?
O esiste ancora? Se è così, Gil Eckhart deve trovarlo. Proprio come ha fatto per trovare il Ritratto di Fillide Melandroni – la più bella e amorale puttana di Roma.
The Caravaggio Conspiracy si sposta in tutto il mondo – da Londra, a New York, da Berlino a Nuova Delhi – sulle tracce dei dipinti scomparsi. E più vicino si arriva al loro ritrovamento, e più gli omicidi aumentano.

Quanto tempo hai messo a scrivere Cospirazione Caravaggio?

Di solito a scrivere un libro ci impiego nove mesi, tre per la ricerca e la pianificazione, sei per la scrittura, ma poiché sapevo già molto di Caravaggio questo romanzo è stato completato in sette mesi.

Il mondo artistico, con galleristi, antiquari, collezionisti, è davvero così? Fa davvero paura!

I cattivi ci sono ovunque! Naturalmente la maggior parte dei commercianti d’arte sono rispettabili e conducono una vita ammirevole, ma dove ci sono i soldi – un sacco di soldi – e molte reputazioni da proteggere, c’è a volte il crimine. Fino a 3 miliardi di dollari di oggetti artistici e manufatti vengono rubati ogni anno in tutto il mondo. Alcuni dipinti vengono rubati su ordinazione, da collezionisti senza scrupoli, altri contraffatti e spacciati per autentici. C’è un detto: ‘Corot dipinse 400 quadri. 1000 sono in America ‘.
Naturalmente ciò che scrivo è finzione, così alcuni dei personaggi presentano il lato peggiore della natura umana. Ma c’è sempre un eroe che bilancia!

Ti capita mai di usare le tue paure personali o le tue esperienze nelle tue storie?

No. Voglio esplorare l’ignoto, non ciò che mi è noto.

Cosa ti è piaciuto di più nello scrivere il libro?

Una scusa per scrivere su Caravaggio! Per trasmettere, spero, parte della mia ammirazione e del mio entusiasmo al lettore. Ci sono state molte brillanti biografie scritte su di lui, ma mi piace pensare che lui si sarebbe divertito moltissimo ad essere riportato in vita in un thriller!

Progetti di film dal tuo libro?

Non ancora…

Cosa stai leggendo al momento? Può dirci il nome di qualche thriller di esordio britannico, davvero brillante e interessante?

Al momento sto facendo ricerche sul mio nuovo libro e ho di che tenermi occupata, così purtroppo devo ancora recuperare il ritardo sugli ultimi thriller d’esordio! Ma mi sento di raccomandare lo scrittore britannico Nicci French (n. d. t. pseudonimo di due giornalisti londinesi, Nicci Gerrard e Sean French), e anche un libro intitolato Alex: Book Two of the Brigade Criminelle Trilogy di Pierre Lemaitre e Frank Wynne

Com’è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

I miei lettori sono una gioia e accolgo ogni richiesta di contatto. Gli scrittori lavorano in solitudine. Scriviamo, finiamo il libro, che poi va fuori nel mondo. Non siamo attori che possono vedere il pubblico applaudire o sbadigliare! Per questo un feedback è così importante per noi.
Chiunque è il benvenuto, può raggiungermi su Facebook – http://www.facebook.com/alexconnorwriter. O tramite i miei siti web – http://www.alexandra-connor.com o http://www.alexconnorthrillers.com. Oppure mi può seguire su Twitter – @alexconnorwrite. Io sinceramente amo moltissimo che i miei lettori si mettano in contatto con me.
Continuerò a scrivere finchè loro continueranno a leggermi.

Infine, per concludere l’ultima domanda: ora a cosa stai lavorando?

Sto lavorando a un libro sul pittore francese, Gericault. E – sono molto entusiasta di questo progetto – un romanzo su Artemisia Gentileschi e il circolo in cui è nata. Suo padre era il famoso Orazio Gentileschi e il suo migliore amico? Caravaggio.
Vedete, tutte le strade portano al re dei pittori.

Liberi di scrivere recensisce Cospirazione Carvaggio: qui

[Ringraziamo l’autrice per le immagini dei suoi due quadri].

:: Intervista a Roberto Carboni per “Agenzia Bonetti (e Bruno). Investigazioni Bologna”, a cura di Irma Loredana Galgano

5 Maggio 2016

carb

Con Agenzia Bonetti presenta ai suoi lettori Walther, un investigatore privato in bilico tra un cinico che dalla vita non si aspetta nulla e un sognatore che ha ancora voglia di crederci. Cosa vuole raccontare con questo personaggio?

Il povero Bonetti in realtà è un fobico, si trincera dietro falsi atteggiamenti solo per proteggersi. Sembra cinico, appunto, ma poi adora la sua famiglia e quando è solo, in macchina ascolta un cd di Concato. Una parte di lui vorrebbe vivere separato dal mondo (e un po’ lo fa) ma adora anche entrare in contatto con l’umanità, anche se in modo indiretto, investigando.
Perché mentre le personalità ossessive tendono al controllo spesso fine a se stesso, le personalità borderline amano esplorare e conoscere, solo in questo contesto riescono a sentirsi sicure.
Le mie storie hanno molte sfaccettature e Bonetti è solo una faccia del prisma. Poi c’è Petronio – suo fratello – la follia, la sregolatezza, una lunga storia di trattamenti psichiatrici forzati alle spalle. Petronio, troppo sensibile per resistere all’abbandono e alla successiva adozione, ha lasciato in quell’età infantile la propria integrità mentale, de-generando, diventando un caso sociale, schizofrenico, autolesionista, vittima delle proprie pulsioni.
Poi ci sono i ragazzini, pure loro abbandonati, e usati e abusati. E il loro padre alcolizzato, tossico e spacciatore. E il socio del padre, peggio del padre. E gli altri personaggi della Cantina, delinquenti, jazzisti tossicodipendenti pure loro. Ognuno a fare i conti con la propria Ombra.

Anche in questo, come negli altri suoi libri, i protagonisti sono derelitti, tossici, borderline… scavare nel torbido è per lei un modo per cercare di capire più a fondo la società contemporanea?

O forse capire me stesso, innanzitutto, e di conseguenza la società. Scavo dentro di me, cerco di aprire quei cassetti che gli altri in genere cercano di tenere chiusi. Sono attratto dagli stadi Borderline, dalle manifestazioni dell’inconscio. Sono totalmente incapace di giudicare, mi limito a cercare di comprendere. Per questo le mie storie sono così destabilizzanti per il lettore, che si trova di fronte a un racconto che non è né morale né immorale, ma solo a-morale. Cioè appunto privo di giudizio. Così la storia diventa anche uno specchio del lettore stesso. Sarà lui a dover decidere: comprendere o giudicare. Starà a lui stabilire se esiste malvagità o bontà (per me esistono solamente esseri umani). Non scrivo gialli, che suggeriscono sempre una linea morale. Che spiegano cos’è la luce e la inseguono, e naturalmente la raggiungono facendo il bene della società. Tutto questo è utopistico. Io scrivo noir puro, storie di umanità, della nostra società – lei stessa Borderline – pertanto la mia direzione è l’entropia, l’annichilimento, la degenerazione. Il noir è questo, appunto. E io cerco di rappresentarlo fedelmente.

Bologna la Dotta fa da sfondo ai suoi romanzi, ma è una città diversa da quella che si immagina. Lei racconta il volto oscuro di questa città oppure è tutta finzione?

Il lato vero della luna è quello in luce o quello in ombra? È sempre luna, no?
Ieri ero a colloquio con un sindaco per organizzare eventi estivi e ho fatto notare alla signora (si trattava di un sindaco donna) che un quadro nel suo studio mi ricordava La casa dalle finestre che ridono, e un altro Profondo rosso, e le ho spiegato il perché. Improvvisamente lei ha provato timore verso le due opere d’arte. Eppure le aveva in studio da anni e ne era affezionata. Però ne aveva sempre colto gli aspetti luminosi, mai quelli bui. I quadri non sono cambiati, è mutata la sua percezione. Ecco, il mio lavoro di portatore sano di angoscia è esattamente questo, mostrare i lati bui, quelli perfettamente possibili, che appartengono alla nostra società e che potrebbero investirci in qualsiasi momento, sconvolgendo le nostre esistenze.

I suoi lettori possono sperare in nuove avventure investigative di Walther Bonetti oppure ha in mente altri progetti editoriali?

A dire il vero ho già terminato altri due romanzi senza Bonetti, e ne sto scrivendo altri due sempre autonomi. Pertanto di Bonetti e Petronio non c’è traccia almeno per i prossimi quattro romanzi. Poi… chi lo sa, sono totalmente imprevedibile, perfino per me stesso.
Di solito non amo i seguiti o i personaggi eroi, perché in questo caso mi sentirei vincolato. L’eroe per esempio vince sempre e non muore mai, mentre nelle mie storie voglio che possa accadere qualsiasi cosa. Desidero che il lettore non sappia mai cosa potrebbe succedere. Togliere qualsiasi paletto di riferimento. La storia diventa così un immenso mondo buio che illuminiamo un metro alla volta, pagina dopo pagina. Sappiamo tutti che il buio è il mostro più grande, perché contiene tutte le nostre paure e ci fa ritornare bambini, e quindi vivi, sognatori, un po’ pazzi. Ecco, se so di avere regalato un po’ di questo al lettore, allora sento di aver fatto il mio stranissimo dovere.

:: Intervista a Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino per “Mi chiamo Thiago”, a cura di Irma Loredana Galgano

28 aprile 2016

thiago: Mimmo Oliva

Thiago è un personaggio dalle mille sfaccettature che compie il suo “viaggio” in Sud America. Perché avete scelto delle caratterizzazioni di stile al limite del caotico-confusionario?

Non vi è alcun dubbio che Thiago sia un personaggio dalle tante sfaccettature, e la provocazione del “caotico-confusionario” l’accetto ben volentieri. Noi abbiamo più volte sottolineato delle tante vite che raccontiamo, e nel farlo ci siamo resi conto che ognuna di queste è per forza di cose “non lineare”. Inoltre abbiamo provato a raccontare fenomeni di una società complessa, dove la linearità della trattazione avrebbe prodotto un effetto immedesimazione troppo limitativo. Abbiamo perciò scelto di risolvere la trama in modo decisamente insolito, dal disegno complesso, in modo da provare a sollecitare il lettore, cedendogli in cambio spazi in cui poter ricostruire antefatti, sviluppi, interconnessioni che, in questo modo, non sono presenti nel testo, ma compaiono alla fine della lettura. Proprio perché la struttura narrativa lo consente e, allo stesso modo, lo impone.

«Il viaggio di Thiago è soprattutto un percorso interiore, un percorso circolare di nascita, morte e rinascita.» Thiago lo possiamo metaforicamente vedere come l’incarnazione del “quarto stato”?

Bella domanda. E’ sicuramente un percorso tutto dentro se stessi ma lo sviluppo progressivo di ciò che viene fuori dal libro è quello di una nascita di cui non si può fare a meno (primordiale), una morte presunta e di una rinascita non scontata e che non sempre avviene. Il libro vive molto di metafore e quindi anche questa c’è, sottile a dir la verità e difficile da cogliere se non  a chi ha scritto il libro. Io personalmente mi sono immaginato un “quarto stato” che gira le spalle al Sistema, incurante di tutto, e non il contrario come ci si aspetterebbe. E questo non mi piace.

Nel capitolo Durango si alternano passi che parlano di cattedrali ad altri che narrano di fabbriche. Cosa accomuna e cosa divide queste due “istituzioni” della società moderna?

Durango è il capitolo che in qualche modo  raffigura un mondo, quello del lavoro, che in un certo qual modo, nell’immaginario collettivo, si svolge, o per dirla meglio, si svolgeva nella fabbrica. Alcuni decenni fa la fabbrica era considerato il luogo “del lavoro” per eccellenza, invalicabile per chi ne rimaneva fuori e per questo ambito e ciò che lì dentro succedeva spesso rimaneva un mistero, per omertà spesso ma per ragioni in parte diverse dall’oggi. Potremmo definirle “il grande ventre” che tutto inghiotte. Hanno avuto un destino comune, ma le cattedrali in senso lato sono archetipo del Sistema, e dunque le fabbriche sono state esse stesse cattedrali – è chiaro il richiamo – ed inevitabilmente sono state “dismesse”.

Mi chiamo Thiago è l’esordio narrativo della Polis Sa Edizioni. Qual è la vostra mission?

Riteniamo sia un momento particolare della nostra Storia, intriso di confusione e lotte di vertice che lasciano poco spazio alla vita reale delle persone e alla realizzazione non solo dei bisogni, ma anche delle idee – quelle poche che ci sono in giro – che soggetti “contrari” potrebbero portare in dote. Ma l’esigenza di far uscire le menti dalla clandestinità, valorizzare le eccellenze, è forte e costante. Il tentativo è creare uno spazio comune da poter “abitare” con libertà e magari in un futuro vivere in autonomia. Questa determinazione forte ha fatto sì che nascesse il magazine, il progetto editoriale, la rete diffusa. E’ difficile e complicato ma non proibitivo.

: Peppe Sorrentino

«Mi è pesata la non dimenticanza. Ricordare tutto, nel bene e nel male, attimo per attimo, è un peso insopportabile.» Si sente dire spesso che “gli italiani hanno la memoria corta”. È d’accordo con questa affermazione?

Dico di più: di corto hanno anche la vista. E mi pare pure che queste due caratteristiche, che assumono via via dimensioni sempre più importanti, siano correlate. Ma ho il timore che non sia solo un tratto nazionale.

Cos’è e cosa rappresenta realmente questo “Sistema” che incombe sul protagonista e sulla storia?

Il Sistema è la rappresentanzione incarnata di quelle contraddizioni che portano inesorabilmente al fallimento ogni progetto sociale, il cui primo e più pericoloso effetto è l’omologazione, la costruzione di catene, false verità nelle quali si vincola l’uomo. Necessità passate, presenti e future hanno imposto di costruire società sempre più complesse di individui, ma questa cosa – che stiamo provando a fare da lungo tempo – inevitabilmente, si trasforma in un fallimento: la costruzione, l’oppressione, la crisi economica ed occupazionale, finanche l’inquinamento e la distruzione dell’ecosistema sono alcuni dei fallimenti affrontati dal protagonista in questo suo viaggio a ritroso.

Lo Scuro, Il Biondo, Il Vecchio, Il Sorcio… sono personaggi secondari, ma soprattutto sono simboli. Di cosa?

Innanzitutto, il tratto comune è che i personaggi sono appena accennati nel flusso di memoria che accompagna il protagonista per tutta la durata del viaggio. Solamente uno di loro parla, mentre a tutti gli altri, che incessantemente compaiono, non è attribuito il diritto di parola. Questo perché, con le loro azioni, hanno deciso di essere ingranaggi del “Sistema”, ed in quanto espressione di altro le loro parole non possono trovarsi nel bagaglio che il protagonista vuole conservare e preservare, ma sono parte di quel ciarpame da cui deve liberarsi per poter a sua volta essere libero, ed il viaggio è proprio metafora di questa epurazione. Da qui si comprende che quegli stessi personaggi diventano simboli degli ingranaggi che garantiscono le dinamiche del Sistema, dinamiche familiari a chiunque e che chiunque può dire: quello lì lo conosco, si chiama…

Perché ha scelto di partecipare al progetto editoriale dell’associazione Polis Sa?

Il progetto editoriale nasce da molto lontano… sono passati esattamente dieci anni da quando con Mimmo ci siamo trovati a parlare di cose che, purtroppo, oggi sono molto più attuali di quanto non fossero allora. Nel frattempo le nostre strade si sono separate, pur rimanendo “correlate”. Quando ci siamo visti, un anno fa, avevamo fatto esperienze diverse, eppure molto simili. Abbiamo sentito un’esigenza comune, e da quel momento è nata la collaborazione con Polis Sviluppo e Azione: l’Associazione ha incubato alcune di quelle idee di cui parlavamo all’epoca e – tra le altre cose – il progetto editoriale di comunità, che è stato la culla di Thiago. E Thiago è la prima palestra di un’idea che ci accompagna da 10 anni.