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:: Un’ intervista con Elena e Michela Martignoni

18 Maggio 2016

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E’ appena uscito il nuovo romanzo di Emilio Martini, Il mistero della gazza ladra nuovo capitolo della serie dedicata al commissario Bertè. Forse non tutti sanno che Emilio Martini è lo pseudonimo di due sorelle scrittrici, milanesi, Elena e Michela Martignoni. Oggi abbiamo l’occasione di conoscerle meglio. Seguiteci.

Benvenute su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuna descriva l’altra, anche fisicamente.

Elena: Michela è estroversa, sensibile, abilissima pr, e soprattutto un vulcano d’idee, infatti la chiamo Leonarda (è nata il 15 aprile, come lui!) ed è pure un’inguaribile zuccona.

Michela: Elena è bugiarda! (scherzo…). Misurata nei gesti e nelle parole, è l’intellettuale del duo. Ha letto di tutto (ora addirittura testi e riviste di… fisica!). Precisione e cultura però non limitano la sua fantasia scoppiettante: a volte mi fa quasi paura, anche perché spesso è imprevedibile.
Fisicamente non ci assomigliamo, ma si vede che siamo sorelle e abbiamo la stessa voce.

Come vi siete avvicinate alla scrittura?

Siamo lettrici accanite fin dall’infanzia e ci siamo sempre cimentate nella scrittura, ma la volontà di farlo professionalmente è scattata vent’anni fa, dopo ‘l’incontro’ con i Borgia, protagonisti di cinque dei nostri romanzi.

I vantaggi e gli svantaggi di scrivere in coppia?

Non vediamo svantaggi, mentre i vantaggi sono molti; uno su tutti: imparare ad accettare le critiche e le prese di posizione dell’altra. Una lezione di umiltà che rende più ‘morbide’ e preparate di fronte agli inevitabili giudizi, non sempre positivi, di editori e lettori. In due poi possiamo lavorare ‘il doppio’.

Come vi dividete i compiti della stesura di un libro?

Intanto parliamo moltissimo tra noi, e nell’impossibilità di farlo de visu, ci telefoniamo (molto). Il primo passo infatti è l’invenzione della storia, la parte che ci diverte di più. Discutiamo a lungo, cambiamo spesso idea e smontiamo tutto, nomi dei personaggi compresi. Una volta stabilita la trama, la dividiamo in capitoli che ci suddividiamo. Questo sarebbe il metodo che ci siamo imposte, ma accade anche che Elena, improvvisamente inizi a scrivere a metà della storia e allora… cominciamo da lì. Insomma, prima regola: non ci sono regole, l’importante è che alla fine il prodotto ci soddisfi e i conti tornino, il che, soprattutto nel poliziesco, è la parte più difficile.

Il personaggio di Berté è un personaggio letterario, ma ispirato a uno sbirro in carne ed ossa, molto conosciuto a Milano. L’avete mai incontrato di persona? Che impressione vi ha fatto?

Il personaggio Gigi Berté non è la fotocopia perfetta del vero ispettore che ci ha ispirate, ma ha la sua stessa etica, il suo coraggio, la sua coda brizzolata e il suo amore per la buona tavola. Il ‘vero’ Gigi è per noi un amico e lo incontriamo sempre con grande piacere.

E’ da poco uscito Il mistero della gazza ladra. Un’ambientazione ligure per il vostro commissario. Come è nato il vostro interesse per la Liguria. E’ legato a ricordi di infanzia?

Da sempre frequentiamo la Liguria e quindi ne conosciamo il territorio e le dinamiche. È stato divertente spedire ‘in punizione’ il nostro commissario nel luogo dove passiamo le vacanze e immaginare il suo impatto con una realtà diversa da quella metropolitana. Ci piace immaginare Berté che si rilassa (o si infuria) passeggiando lungo la banchina del porto di… Lungariva, come facciamo anche noi.

Una commercialista viene uccisa in casa sua. Macabra la messinscena: un piede di porco, dei tarocchi, delle monete. Toccherà a Bertè intuire chi è il colpevole. A che tipo di noir vi ispirate? Quali autori vi hanno maggiormente influenzato?

Il nostro è un poliziesco piuttosto scanzonato, anche se trattiamo temi come il disagio sociale, le ossessioni, le diversità, il perbenismo. La connotazione prettamente noir invece si trova nei diversi racconti, scritti da Berté, inseriti all’interno dei romanzi. Prendiamo esempio e lezioni dai grandi scrittori, non solo noir; l’elenco dei loro nomi, e delle lezioni di stile che ci hanno impartito, sarebbe lunghissimo. Ne citiamo solo alcuni in un gran guazzabuglio: Manzoni, Maria Bellonci, Sandor Marai, Vargas Llosa, Garçia Marquez, Elisabeth Von Arnim, Simenon, Scerbanenco, ma sono solo alcuni tra i grandi autori che amiamo. C’è sempre da imparare dai classici, ma poi… bisogna cercare di andare oltre e inventare qualcosa di originale.

Datemi una vostra personale definizione di “noir”.

Noir è la parte deteriore del cuore umano. C’è chi riesce a dominarla o a sublimarla, chi no. Compito di chi scrive ‘di noir’ è portare all’attenzione di tutti il nero che vive in ognuno di noi per poterlo comprendere e governare.
Ci sono luoghi più ‘noir’ di altri. Le città in primis (ad esempio Milano e Torino), o appunto una località turistica descritta d’inverno, quando gli ombrelloni sono chiusi e le case deserte.
Infine il Noir come genere letterario non dà soluzioni o speranze. Semplicemente descrive, denuncia.
Un antidoto al noir presente nell’uomo? Natura, Cultura e Arte, in tutte le loro manifestazioni.

Ditevi una cosa che non vi siete mai dette prima. Senza ridere.

Tra noi non abbiamo segreti, ma se li rivelassimo… che ne sarebbe del mistero delle ‘sorelle noir’?

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Gli aneddoti più curiosi sono legati alle ricerche storiche (chi ha detto che la Storia è noiosa? Provate a fare ricerca e vedrete le risate!). Abbiamo incontrato personaggi straordinari e ci siamo spesso cacciate nei guai o in situazioni ridicole. In famiglia da anni ridono di noi perché quando viaggiamo per lavoro sembriamo ‘possedute’ e trascinate dall’entusiasmo perdiamo il buon senso. Ad esempio abbiamo girato tre volte intorno alla rocca di Senigallia cercandone l’ingresso (e chiedendo aiuto persino a turisti americani che ci guardavano straniti), provando a spingere con tutte le nostre forze una porticina di ferro murata da secoli… senza notare l’enorme ponte levatoio che portava all’ingresso. L’emozione a volte ci ottenebra i cervelli!

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpito? Quale consiglio gli dareste? Lo stesso che avreste voluto ricevere all’inizio delle vostre carriere.

Ragazza/o, continua a scrivere, anche se ti sembra che vada tutto storto e che nessuno si interessi al tuo lavoro; fallo per te, per quelli che credono in te, perché non ne puoi fare a meno… ma non farlo MAI copiando qualcuno, occhieggiando i generi di moda, o pensando ai soldi e al successo: rischieresti una grande delusione.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Litighiamo quasi quotidianamente, ma solo per il ‘bene’ del testo. Finita la discussione, parliamo d’altro e… litighiamo d’altro.

A che libro state lavorando in questo momento?

Abbiamo mille progetti, ma il tempo per realizzarli scarseggia: la priorità comunque resta il sesto e ultimo episodio del commissario Berté, ma in contemporanea stiamo scrivendo uno storico, ambientato a Milano nel XV secolo, che da anni ci intriga (gli amici sono stanchi di sentircelo raccontare e mai realizzare).

Avete già scritto, o in futuro scriverete un romanzo da sole, non in coppia?

Sai che non ci abbiamo mai pensato? Non si può mai dire, però… anche i Beatles si sono divisi…

:: Un’ intervista con Serena Lavezzi

16 Maggio 2016

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Un’altra giovane scrittrice si affida al crowdfunding per vedere pubblicato il suo libro. Si chiama Serena Lavezzi, è piemontese, si è laureata in Storia all’Università degli Studi di Torino, e la piattaforma che ha scelto è Bookabook. Volete saperne di più? Seguiteci, l’abbiamo intervistata.

Benvenuta Serena su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Quanti anni hai? Dove sei nata? Che studi hai fatto?

Grazie per l’accoglienza calorosa, sono davvero felice di essere qui per la mia prima intervista. Ti racconto qualcosa, ho quasi trent’anni e sono nata ad Alessandria, mi sono trasferita solo di recente in provincia di Novara. Ho studiato storia all’università, è sempre stata una mia grande passione sin dai tempi del liceo. Forse è anche per questo che nel mio romanzo si fa riferimento a eventi storici e molti dei fatti che narro si ispirano a storie reali.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono state le tue prime letture? C’è qualcuno nella tua famiglia o nella scuola che ti ha trasmesso l’amore per i libri?

Sebbene i miei genitori siano sempre stati degli accaniti lettori, credo che l’amore che provo per libri e lettura si sia formato in modo indipendente. E’ nato nella prima adolescenza e da lì non ho mai smesso di leggere. Ho iniziato con la collana Piccoli Brividi, già a quel tempo mi interessavano i gialli e gli horror! Ricordo che alcuni dei primi libri che ho letto erano quelli della saga di Harry Potter e le Cronache dei Vampiri di Anne Rice. Poco dopo ho iniziato ad appassionarmi anche ai saggi storici e ai romanzi classici, li leggevo a scuola durante le interrogazioni dei compagni o nelle ore libere.

Da scrittrice esordiente quali sono le principali difficoltà? Trovi attenzione presso i mass media: blog, giornali, radio, tv?

La difficoltà maggiore, come puoi immaginare, è farsi conoscere. Il proprio lavoro può piacere o meno, i gusti son gusti, ma il vero scoglio è permettere alle persone di fare quella scelta. E’ arduo avere la possibilità di far valutare il proprio lavoro alla stregua degli scrittori più conosciuti. Per il mio romanzo ho trovato un ottimo riscontro dai blog letterari come il tuo, dai siti che si occupano di scrittura e dalle amicizie personali del settore che ho coltivato nel corso degli anni, facendomi conoscere con racconti e articoli online. La strada è tutta in salita, ma non ho paura! Bisogna impegnarsi a fondo per realizzare i propri sogni!

Spiegaci in parole semplici in cosa consiste una campagna di crowdfunding, ancor più con finalità artistiche, ovvero per la pubblicazione di un libro.

In realtà è molto semplice: per il mio romanzo ho organizzato una vera e propria raccolta fondi. I potenziali lettori possono leggere un’anteprima del romanzo gratis e disponibile online in vari formati. Se decidono di contribuire possono farlo comprando una copia.
Se raggiungo i 2000 euro il romanzo diventerà una pubblicazione e verrà distribuito in tutte le librerie, fisiche e online. I sostenitori riceveranno ciò che hanno comprato e gli eventuali doni. Se la campagna fallisce nessun problema, verranno rimborsati tutti i soldi.

Come hai scelto la piattaforma Bookabook?

In realtà sono stati loro a scegliere me! Da un paio di anni scrivo racconti a episodi sul sito The Incipit, gli organizzatori del sito hanno iniziato una collaborazione con Bookabook che cercava autori validi da supportare. Incipit mi ha proposto e la mia storia è piaciuta, così abbiamo iniziato a organizzare la campagna di crowdfounding.

Parlaci del tuo libro Il Cestaio, una storia ambientata in Giappone, durante il periodo della conquista nipponica della Cina negli anni 30.

La storia si svolge in parte nel presente, nel 1992, quando una giovane ragazza coreana raggiunge il vecchio cestaio giapponese nel paesino dove si è rifugiato, ai piedi del monte Zaō. Ha intrapreso un lungo viaggio per trovarlo e vuole delle risposte. L’uomo non è abituato ad avere visite e decide che parlare per la strada non è sicuro. Nasce così una lunga conversazione nella sua piccola casa. Sono le loro storie a rintracciare il passato e la trama torna indietro nel tempo, agli anni ’50 e poi ancora più in là, negli anni’30 in Cina.
I fondamenti della storia fanno riferimento a fatti realmente accaduti, ho aggiunto un capitolo finale proprio sugli avvenimenti dell’avanzata militare giapponese in Cina.
Ho voluto costruire una storia inventata attorno a eventi storici poco conosciuti e ne è uscito fuori Il Cestaio, una storia che parla di esseri umani e delle scelte che ognuno di noi si trova ad affrontare giorno per giorno.

Come è nato il tuo amore per l’Estremo oriente?

Sono stata fortunata, sono cresciuta viaggiando e ho continuato a farlo con la mia famiglia fin da ragazza. Ma non sono mai andata in Oriente, per assurdità. Eppure il Giappone mi ha sempre affascinato, l’ho conosciuto attraverso i romanzi degli scrittori nipponici che ho iniziato a leggere da giovane. Mi hanno fatto amare il loro paese attraverso le parole e me ne sono affezionata, nonostante non l’abbia mai visitato.

Il crowdfundig è un nuovo modo di promuoversi per chi ama scrivere, molto utilizzato all’estero ma ancora poco praticato e conosciuto in Italia. Come te lo spieghi?

Io credo che il motivo sia da ricercare nella socialità e nella condivisione, che ormai è sempre più veicolata dal computer. Non esiste quasi più il concetto di ‘comunità’, di aiutarsi l’un con l’altro con estranei, realtà ben radicate nei piccoli paesi, ma che va perdendosi sempre di più. I mezzi di comunicazione spersonalizzano gran parte dei nostri rapporti interpersonali.
Credo che tentare un progetto che per sopravvivere ha solo bisogno dell’aiuto di altre persone, per lo più sconosciute, sia un bel modo per ritrovare una dimensione umana. E’ uno scambio generoso per entrambe le parti ed è piacevole, credo, esser consapevoli di aver contribuito alla realizzazione di un sogno.

Fino ad oggi è stata un’esperienza positiva? Stai ricevendo buona accoglienza?

E’ un esperienza sicuramente positiva e, cosa ancora più importante, cresce nelle idee e nei fatti di giorno in giorno. L’aiuto di Bookabook è stato importante, sono sempre disponibili e questo per un autore emergente è fondamentale. I lettori sono ricettivi e disposti a mettersi in gioco, questa è la parte migliore! A breve organizzerò degli aperitivi letterari per farmi conoscere e delle vere e proprie presentazioni del libro.

Spiegaci in cambio delle donazioni cosa riceveranno in cambio i partecipanti.

Si può scegliere se contribuire comprando il libro in versione cartacea o ebook, io ho anche aggiunto dei gadgets come segnalibri dipinti a mano con scene che ricordano il romanzo e i suoi personaggi. Se la campagna va a buon fine riceveranno tutto ciò che hanno ordinato, senza spese aggiuntive naturalmente. Altrimenti verranno rimborsati per intero.

Hai già scelto l’editore che si occuperà della pubblicazione del tuo libro?

Se raggiungerò la cifra di 2000 euro tra sei mesi, lo stesso team di Bookabook si trasformerà in una vera e propria casa editrice e pubblicherà la mia storia.

Sei favorevole o contraria all’editoria a pagamento, anche in ambito accademico?

Contraria, perché in questo modo chiunque, anche se non ha talento, può definirsi scrittore. E’ uno spazio in più rubato a chi lo merita davvero.

Sei una scrittrice che legge? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono una vorace lettrice, ancora prima di essere una scrittrice. Leggo circa una quarantina di libri l’anno, spesso anche di più e non mi stanco mai! Ora sto leggendo “Chi perde paga” di Stephen King, uno dei miei scrittori prediletti.

Progetti per il futuro?

Sempre molti! Sto collaborando come storica per una nuova rivista d’informazione online (The Infotainment) ed è un progetto che vorremmo ampliare appena ne avremo la possibilità.
Partecipo a svariati concorsi letterari nazionali e sono costantemente alla ricerca di idee, storie e personaggi nuovi.

:: Un’intervista con Alex Connor a cura di Giulietta Iannone

6 Maggio 2016

seBenvenuta Alex sul blog Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Alex Connor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per questa intervista. È un grande onore vedere il mio libro su Caravaggio pubblicato in Italia.
Quindi per rispondere alla tua prima domanda. Il mio punto di forza? Sono una grande amante dell’arte e degli artisti. Sono affascinata dalla vita di queste persone, dotate di genio ma anche di tutte le fragilità umane. Direi che sono determinata a capire le persone e ho una curiosità senza fine verso il motivo per cui fanno quello che fanno.
I miei punti deboli: sono troppa passionale e testarda! Se credo in qualcosa, non mi arrendo fino a quando non l’ ho raggiunto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono stata educata in una scuola privata e ho trascinato i miei genitori in pazzi vagabondaggi per le gallerie di tutta Londra! Caravaggio e Artemisia Gentileschi sono stati i miei eroi fin dall’infanzia.

Vivi a Brighton, racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di questa città, le sue bellezze artistiche, i suoi parchi. Brighton è una città piena di idee, di eventi culturali, di ristoranti?

È una città meravigliosa affacciata sul mare, con grandi residenze georgiane dipinte di bianco che guardano oltre la Manica e la gloriosa campagna solo a un miglio nell’entroterra. A Brighton ci sono numerosi ristoranti, teatri e molte, molte persone coinvolte, o interessate, nei media e nelle arti.
Ho esposto i miei quadri a Brighton (così come molte volte a Londra) e ci sono sempre molti eventi culturali in corso – oltre al romantico, vagamente ridicolo, ma straordinario padiglione di Brighton! Se si desidera una città che abbia cultura, locali, architettura favolosa e affascinanti negozi nei The Lanes, allora questo è il posto che fa per voi.
Si tratta di una mix meraviglioso tra una granduchessa e una Drag Queen!

er2Sei un’ artista, una pittrice, quando ti sei resa conto che volevi essere anche una scrittrice?

Il mio apprendistato è stato unico. Sono stata vittima di uno stalker e sono stata aggredita a Londra e mentre mi stavo riprendendo da un’operazione ho letto un libro e ho pensato ‘posso farlo anche io’! Così ho scritto il mio primo romanzo e l’ho inviato a un editore.
Era terribile, ma per fortuna l’editore poté vedere qualcosa nella mia scrittura e mi commissionò di scrivere il mio primo romanzo. Poi il secondo, e il terzo …
La pittura è immediata; si possono vedere subito i risultati del vostro lavoro sulla tela, ma mi piace scrivere perché ci vuole tempo per crescere. L’arte è come incontrare qualcuno a una festa e diventare subito amici. La scrittura invece è come una storia d’amore lenta che richiede tempo per svilupparsi.

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

Avere la pelle dura! È necessario essere in grado di accettare le critiche e soprattutto essere in grado di criticare se stessi. È necessario avere fiducia, disciplina e motivazione, perché devi essere professionale se vuoi avere successo. I giorni in cui la scrittura sembra difficile sono i giorni in cui devi tenere duro. I giorni in cui tutto quello che scrivi sembra banale, sono i giorni in cui devi insistere e credere in te stesso. Questo è ciò che costruisce il coraggio e la forza che nutre il vostro lavoro.
E soprattutto, ci si deve divertire. Perché se vi annoiate di quello che scrivete, immaginatevi il lettore. Bisogna scrivere come se si stesse raccontando a qualcuno un’esperienza incredibile e si desiderasse conoscere ogni parola. Se vi divertite, siete sicuri che sarà un successo.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ho una confessione da farti – non leggo molti scrittori contemporanei (a parte Scott Turow e JW Hall) perché adoro gli scrittori più antichi come Dickens, Balzac, Dante, Zola, Tolstoj – tutti gli scrittori che hanno scavato in profondità nei personaggi. I lunghi, coinvolgenti romanzi che coprono lunghi periodi di tempo in cui seguo le vite dei protagonisti sono i miei preferiti e questi sono quelli che mi hanno influenzato.
Anche se sono scritti nel passato la gente non è cambiata, i valori umani – l’ amore, la rabbia, la rivalità e la perdita – sono gli stessi ora come lo sono sempre stati.
erHai iniziato a scrivere romanzi storici, e libri d’arte, poi nel 2011 Il segreto di Rembrandt, il tuo primo thriller, un grande successo. Come hai scelto questo genere particolare di giallo che unisce arte, cospirazioni, e vede sempre il passato e il presente strettamente correlati?

Ho voluto scrivere delle passioni della mia vita – l’arte, la storia dell’arte e il thriller. Perché io sono una storica dell’arte e mi è sembrato naturale usare i miei studi e perché io sono un’ artista che può analizzare i pittori e capire come hanno lavorato. Infatti, per ogni libro ho copiato i dipinti del Vecchio Maestro del quale stavo scrivendo. Come ho fatto per Caravaggio. (Vedi le fotografie allegate Davide con la testa di Golia e il mio dipinto di Luca Meriss (n.d.t. è un personaggio del romanzo, il blogger che dice di essere l’ultimo discendente di Caravaggio) in piedi di fronte alla Natività.)

The Caravaggio Cospiracy, è ora uscito in Italia per Newton Compton con il titolo Cospirazione Caravaggio. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Caravaggio è stato la mia ossessione fin da quando ero bambina. Ha catturato la mia immaginazione con la sua passione e la storia della sua vita. Sono rimasta affascinata da un uomo che è stato capace di uccidere e nello stesso tempo di dipingere con così tanta tenerezza. La sua breve vita è stata piena di violenza, di piaceri illeciti, di scandalo, e di mistero – il personaggio storico ideale come base di un moderno giallo / thriller.
Allora, dove ho iniziato il libro? Alla fine della vita di Caravaggio, non all’inizio. Nella parte finale, quando abbiamo pietà per questo gigante caduto in disgrazia.
Inoltre – essendo una grande appassionata di cinema – le opere di Caravaggio si rivolgono a me perché sono così “cinematografiche” e la loro luce ha una qualità visiva che supera quella di qualsiasi altro pittore. Scegli qualsiasi quadro di Caravaggio e hai tutta una storia, una storia sulla tela.

Raccontaci qualcosa dei tuoi protagonisti.

I principali protagonisti sono i mercanti d’arte- non posso dire troppo o se no rovino il romanzo per i lettori! – Ma The Caravaggio Conspiracy è uno studio su come l’avidità e la rivalità facciano emergere la cattiveria da questi uomini. Coinvolto nel vortice c’è Luca Meriss, un presunto discendente innocente di Caravaggio.
Come il libro continua il lettore entra nella trama e scopre che ogni personaggio ha qualcosa da nascondere – o da guadagnare – nella ricerca dei dipinti mancanti. Solo Gil Eckhart – l’eroe – mantiene il suo codice morale per un rapporto di lealtà con un vecchio amico. Ma gli costerà caro.

Il libro parte dal periodo in cui visse Caravaggio, fino al presente mercato dell’arte contemporanea del 21 ° secolo, nei paesi di tutto il mondo. E ovunque ci sono omicidi, o la memoria della morte, e ognuno è commesso per amore dell’arte.

Due dipinti, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi e il Ritratto di Fillide Melandroni, sono importanti nel corso della storia. Due dipinti perduti. Raccontaci la loro storia.

L’eroe, Gil Eckhart, si impegna a risolvere un orribile duplice omicidio, un paio di omicidi del passato, ed il mistero di due capolavori di Caravaggio perduti – uno rubato negli anni ‘60 e l’altro scomparso nella Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il primo, La Natività di San Lorenzo e di San Francesco, è stato un lavoro notevole appeso per più di trecentocinquanta anni sopra l’altare nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, in Sicilia. Ma una notte, nel 1969, è stato tagliato dalla sua cornice e rubato. Nessuno sa con certezza che cosa ne sia stato – è stato rubato su ordinazione? distrutto? E’ stato – come si mormora – rubato e successivamente distrutto dai maiali?
O esiste ancora? Se è così, Gil Eckhart deve trovarlo. Proprio come ha fatto per trovare il Ritratto di Fillide Melandroni – la più bella e amorale puttana di Roma.
The Caravaggio Conspiracy si sposta in tutto il mondo – da Londra, a New York, da Berlino a Nuova Delhi – sulle tracce dei dipinti scomparsi. E più vicino si arriva al loro ritrovamento, e più gli omicidi aumentano.

Quanto tempo hai messo a scrivere Cospirazione Caravaggio?

Di solito a scrivere un libro ci impiego nove mesi, tre per la ricerca e la pianificazione, sei per la scrittura, ma poiché sapevo già molto di Caravaggio questo romanzo è stato completato in sette mesi.

Il mondo artistico, con galleristi, antiquari, collezionisti, è davvero così? Fa davvero paura!

I cattivi ci sono ovunque! Naturalmente la maggior parte dei commercianti d’arte sono rispettabili e conducono una vita ammirevole, ma dove ci sono i soldi – un sacco di soldi – e molte reputazioni da proteggere, c’è a volte il crimine. Fino a 3 miliardi di dollari di oggetti artistici e manufatti vengono rubati ogni anno in tutto il mondo. Alcuni dipinti vengono rubati su ordinazione, da collezionisti senza scrupoli, altri contraffatti e spacciati per autentici. C’è un detto: ‘Corot dipinse 400 quadri. 1000 sono in America ‘.
Naturalmente ciò che scrivo è finzione, così alcuni dei personaggi presentano il lato peggiore della natura umana. Ma c’è sempre un eroe che bilancia!

Ti capita mai di usare le tue paure personali o le tue esperienze nelle tue storie?

No. Voglio esplorare l’ignoto, non ciò che mi è noto.

Cosa ti è piaciuto di più nello scrivere il libro?

Una scusa per scrivere su Caravaggio! Per trasmettere, spero, parte della mia ammirazione e del mio entusiasmo al lettore. Ci sono state molte brillanti biografie scritte su di lui, ma mi piace pensare che lui si sarebbe divertito moltissimo ad essere riportato in vita in un thriller!

Progetti di film dal tuo libro?

Non ancora…

Cosa stai leggendo al momento? Può dirci il nome di qualche thriller di esordio britannico, davvero brillante e interessante?

Al momento sto facendo ricerche sul mio nuovo libro e ho di che tenermi occupata, così purtroppo devo ancora recuperare il ritardo sugli ultimi thriller d’esordio! Ma mi sento di raccomandare lo scrittore britannico Nicci French (n. d. t. pseudonimo di due giornalisti londinesi, Nicci Gerrard e Sean French), e anche un libro intitolato Alex: Book Two of the Brigade Criminelle Trilogy di Pierre Lemaitre e Frank Wynne

Com’è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

I miei lettori sono una gioia e accolgo ogni richiesta di contatto. Gli scrittori lavorano in solitudine. Scriviamo, finiamo il libro, che poi va fuori nel mondo. Non siamo attori che possono vedere il pubblico applaudire o sbadigliare! Per questo un feedback è così importante per noi.
Chiunque è il benvenuto, può raggiungermi su Facebook – http://www.facebook.com/alexconnorwriter. O tramite i miei siti web – http://www.alexandra-connor.com o http://www.alexconnorthrillers.com. Oppure mi può seguire su Twitter – @alexconnorwrite. Io sinceramente amo moltissimo che i miei lettori si mettano in contatto con me.
Continuerò a scrivere finchè loro continueranno a leggermi.

Infine, per concludere l’ultima domanda: ora a cosa stai lavorando?

Sto lavorando a un libro sul pittore francese, Gericault. E – sono molto entusiasta di questo progetto – un romanzo su Artemisia Gentileschi e il circolo in cui è nata. Suo padre era il famoso Orazio Gentileschi e il suo migliore amico? Caravaggio.
Vedete, tutte le strade portano al re dei pittori.

Liberi di scrivere recensisce Cospirazione Carvaggio: qui

[Ringraziamo l’autrice per le immagini dei suoi due quadri].

:: Intervista a Roberto Carboni per “Agenzia Bonetti (e Bruno). Investigazioni Bologna”, a cura di Irma Loredana Galgano

5 Maggio 2016

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Con Agenzia Bonetti presenta ai suoi lettori Walther, un investigatore privato in bilico tra un cinico che dalla vita non si aspetta nulla e un sognatore che ha ancora voglia di crederci. Cosa vuole raccontare con questo personaggio?

Il povero Bonetti in realtà è un fobico, si trincera dietro falsi atteggiamenti solo per proteggersi. Sembra cinico, appunto, ma poi adora la sua famiglia e quando è solo, in macchina ascolta un cd di Concato. Una parte di lui vorrebbe vivere separato dal mondo (e un po’ lo fa) ma adora anche entrare in contatto con l’umanità, anche se in modo indiretto, investigando.
Perché mentre le personalità ossessive tendono al controllo spesso fine a se stesso, le personalità borderline amano esplorare e conoscere, solo in questo contesto riescono a sentirsi sicure.
Le mie storie hanno molte sfaccettature e Bonetti è solo una faccia del prisma. Poi c’è Petronio – suo fratello – la follia, la sregolatezza, una lunga storia di trattamenti psichiatrici forzati alle spalle. Petronio, troppo sensibile per resistere all’abbandono e alla successiva adozione, ha lasciato in quell’età infantile la propria integrità mentale, de-generando, diventando un caso sociale, schizofrenico, autolesionista, vittima delle proprie pulsioni.
Poi ci sono i ragazzini, pure loro abbandonati, e usati e abusati. E il loro padre alcolizzato, tossico e spacciatore. E il socio del padre, peggio del padre. E gli altri personaggi della Cantina, delinquenti, jazzisti tossicodipendenti pure loro. Ognuno a fare i conti con la propria Ombra.

Anche in questo, come negli altri suoi libri, i protagonisti sono derelitti, tossici, borderline… scavare nel torbido è per lei un modo per cercare di capire più a fondo la società contemporanea?

O forse capire me stesso, innanzitutto, e di conseguenza la società. Scavo dentro di me, cerco di aprire quei cassetti che gli altri in genere cercano di tenere chiusi. Sono attratto dagli stadi Borderline, dalle manifestazioni dell’inconscio. Sono totalmente incapace di giudicare, mi limito a cercare di comprendere. Per questo le mie storie sono così destabilizzanti per il lettore, che si trova di fronte a un racconto che non è né morale né immorale, ma solo a-morale. Cioè appunto privo di giudizio. Così la storia diventa anche uno specchio del lettore stesso. Sarà lui a dover decidere: comprendere o giudicare. Starà a lui stabilire se esiste malvagità o bontà (per me esistono solamente esseri umani). Non scrivo gialli, che suggeriscono sempre una linea morale. Che spiegano cos’è la luce e la inseguono, e naturalmente la raggiungono facendo il bene della società. Tutto questo è utopistico. Io scrivo noir puro, storie di umanità, della nostra società – lei stessa Borderline – pertanto la mia direzione è l’entropia, l’annichilimento, la degenerazione. Il noir è questo, appunto. E io cerco di rappresentarlo fedelmente.

Bologna la Dotta fa da sfondo ai suoi romanzi, ma è una città diversa da quella che si immagina. Lei racconta il volto oscuro di questa città oppure è tutta finzione?

Il lato vero della luna è quello in luce o quello in ombra? È sempre luna, no?
Ieri ero a colloquio con un sindaco per organizzare eventi estivi e ho fatto notare alla signora (si trattava di un sindaco donna) che un quadro nel suo studio mi ricordava La casa dalle finestre che ridono, e un altro Profondo rosso, e le ho spiegato il perché. Improvvisamente lei ha provato timore verso le due opere d’arte. Eppure le aveva in studio da anni e ne era affezionata. Però ne aveva sempre colto gli aspetti luminosi, mai quelli bui. I quadri non sono cambiati, è mutata la sua percezione. Ecco, il mio lavoro di portatore sano di angoscia è esattamente questo, mostrare i lati bui, quelli perfettamente possibili, che appartengono alla nostra società e che potrebbero investirci in qualsiasi momento, sconvolgendo le nostre esistenze.

I suoi lettori possono sperare in nuove avventure investigative di Walther Bonetti oppure ha in mente altri progetti editoriali?

A dire il vero ho già terminato altri due romanzi senza Bonetti, e ne sto scrivendo altri due sempre autonomi. Pertanto di Bonetti e Petronio non c’è traccia almeno per i prossimi quattro romanzi. Poi… chi lo sa, sono totalmente imprevedibile, perfino per me stesso.
Di solito non amo i seguiti o i personaggi eroi, perché in questo caso mi sentirei vincolato. L’eroe per esempio vince sempre e non muore mai, mentre nelle mie storie voglio che possa accadere qualsiasi cosa. Desidero che il lettore non sappia mai cosa potrebbe succedere. Togliere qualsiasi paletto di riferimento. La storia diventa così un immenso mondo buio che illuminiamo un metro alla volta, pagina dopo pagina. Sappiamo tutti che il buio è il mostro più grande, perché contiene tutte le nostre paure e ci fa ritornare bambini, e quindi vivi, sognatori, un po’ pazzi. Ecco, se so di avere regalato un po’ di questo al lettore, allora sento di aver fatto il mio stranissimo dovere.

:: Intervista a Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino per “Mi chiamo Thiago”, a cura di Irma Loredana Galgano

28 aprile 2016

thiago: Mimmo Oliva

Thiago è un personaggio dalle mille sfaccettature che compie il suo “viaggio” in Sud America. Perché avete scelto delle caratterizzazioni di stile al limite del caotico-confusionario?

Non vi è alcun dubbio che Thiago sia un personaggio dalle tante sfaccettature, e la provocazione del “caotico-confusionario” l’accetto ben volentieri. Noi abbiamo più volte sottolineato delle tante vite che raccontiamo, e nel farlo ci siamo resi conto che ognuna di queste è per forza di cose “non lineare”. Inoltre abbiamo provato a raccontare fenomeni di una società complessa, dove la linearità della trattazione avrebbe prodotto un effetto immedesimazione troppo limitativo. Abbiamo perciò scelto di risolvere la trama in modo decisamente insolito, dal disegno complesso, in modo da provare a sollecitare il lettore, cedendogli in cambio spazi in cui poter ricostruire antefatti, sviluppi, interconnessioni che, in questo modo, non sono presenti nel testo, ma compaiono alla fine della lettura. Proprio perché la struttura narrativa lo consente e, allo stesso modo, lo impone.

«Il viaggio di Thiago è soprattutto un percorso interiore, un percorso circolare di nascita, morte e rinascita.» Thiago lo possiamo metaforicamente vedere come l’incarnazione del “quarto stato”?

Bella domanda. E’ sicuramente un percorso tutto dentro se stessi ma lo sviluppo progressivo di ciò che viene fuori dal libro è quello di una nascita di cui non si può fare a meno (primordiale), una morte presunta e di una rinascita non scontata e che non sempre avviene. Il libro vive molto di metafore e quindi anche questa c’è, sottile a dir la verità e difficile da cogliere se non  a chi ha scritto il libro. Io personalmente mi sono immaginato un “quarto stato” che gira le spalle al Sistema, incurante di tutto, e non il contrario come ci si aspetterebbe. E questo non mi piace.

Nel capitolo Durango si alternano passi che parlano di cattedrali ad altri che narrano di fabbriche. Cosa accomuna e cosa divide queste due “istituzioni” della società moderna?

Durango è il capitolo che in qualche modo  raffigura un mondo, quello del lavoro, che in un certo qual modo, nell’immaginario collettivo, si svolge, o per dirla meglio, si svolgeva nella fabbrica. Alcuni decenni fa la fabbrica era considerato il luogo “del lavoro” per eccellenza, invalicabile per chi ne rimaneva fuori e per questo ambito e ciò che lì dentro succedeva spesso rimaneva un mistero, per omertà spesso ma per ragioni in parte diverse dall’oggi. Potremmo definirle “il grande ventre” che tutto inghiotte. Hanno avuto un destino comune, ma le cattedrali in senso lato sono archetipo del Sistema, e dunque le fabbriche sono state esse stesse cattedrali – è chiaro il richiamo – ed inevitabilmente sono state “dismesse”.

Mi chiamo Thiago è l’esordio narrativo della Polis Sa Edizioni. Qual è la vostra mission?

Riteniamo sia un momento particolare della nostra Storia, intriso di confusione e lotte di vertice che lasciano poco spazio alla vita reale delle persone e alla realizzazione non solo dei bisogni, ma anche delle idee – quelle poche che ci sono in giro – che soggetti “contrari” potrebbero portare in dote. Ma l’esigenza di far uscire le menti dalla clandestinità, valorizzare le eccellenze, è forte e costante. Il tentativo è creare uno spazio comune da poter “abitare” con libertà e magari in un futuro vivere in autonomia. Questa determinazione forte ha fatto sì che nascesse il magazine, il progetto editoriale, la rete diffusa. E’ difficile e complicato ma non proibitivo.

: Peppe Sorrentino

«Mi è pesata la non dimenticanza. Ricordare tutto, nel bene e nel male, attimo per attimo, è un peso insopportabile.» Si sente dire spesso che “gli italiani hanno la memoria corta”. È d’accordo con questa affermazione?

Dico di più: di corto hanno anche la vista. E mi pare pure che queste due caratteristiche, che assumono via via dimensioni sempre più importanti, siano correlate. Ma ho il timore che non sia solo un tratto nazionale.

Cos’è e cosa rappresenta realmente questo “Sistema” che incombe sul protagonista e sulla storia?

Il Sistema è la rappresentanzione incarnata di quelle contraddizioni che portano inesorabilmente al fallimento ogni progetto sociale, il cui primo e più pericoloso effetto è l’omologazione, la costruzione di catene, false verità nelle quali si vincola l’uomo. Necessità passate, presenti e future hanno imposto di costruire società sempre più complesse di individui, ma questa cosa – che stiamo provando a fare da lungo tempo – inevitabilmente, si trasforma in un fallimento: la costruzione, l’oppressione, la crisi economica ed occupazionale, finanche l’inquinamento e la distruzione dell’ecosistema sono alcuni dei fallimenti affrontati dal protagonista in questo suo viaggio a ritroso.

Lo Scuro, Il Biondo, Il Vecchio, Il Sorcio… sono personaggi secondari, ma soprattutto sono simboli. Di cosa?

Innanzitutto, il tratto comune è che i personaggi sono appena accennati nel flusso di memoria che accompagna il protagonista per tutta la durata del viaggio. Solamente uno di loro parla, mentre a tutti gli altri, che incessantemente compaiono, non è attribuito il diritto di parola. Questo perché, con le loro azioni, hanno deciso di essere ingranaggi del “Sistema”, ed in quanto espressione di altro le loro parole non possono trovarsi nel bagaglio che il protagonista vuole conservare e preservare, ma sono parte di quel ciarpame da cui deve liberarsi per poter a sua volta essere libero, ed il viaggio è proprio metafora di questa epurazione. Da qui si comprende che quegli stessi personaggi diventano simboli degli ingranaggi che garantiscono le dinamiche del Sistema, dinamiche familiari a chiunque e che chiunque può dire: quello lì lo conosco, si chiama…

Perché ha scelto di partecipare al progetto editoriale dell’associazione Polis Sa?

Il progetto editoriale nasce da molto lontano… sono passati esattamente dieci anni da quando con Mimmo ci siamo trovati a parlare di cose che, purtroppo, oggi sono molto più attuali di quanto non fossero allora. Nel frattempo le nostre strade si sono separate, pur rimanendo “correlate”. Quando ci siamo visti, un anno fa, avevamo fatto esperienze diverse, eppure molto simili. Abbiamo sentito un’esigenza comune, e da quel momento è nata la collaborazione con Polis Sviluppo e Azione: l’Associazione ha incubato alcune di quelle idee di cui parlavamo all’epoca e – tra le altre cose – il progetto editoriale di comunità, che è stato la culla di Thiago. E Thiago è la prima palestra di un’idea che ci accompagna da 10 anni.

:: Quando leggere diventa gustoso: i #bookbreakfast di Petunia Ollister – Intervista a cura di Viviana Filippini

26 aprile 2016
Il Bambino magico. Petunia Ollister

© Petunia Ollister #bookbreakfast

Una mattina, navigando nel caotico e iper-affollato mondo di FaceBook, mi sono imbattuta in una foto dove compariva un libro (La versione di Barney di Mordecay Richler) in compagnia di una sfogliatina alle mele e di una tazza con del cappuccino. La cosa che mi ha colpito dello scatto fotografico è stata la perfetta corrispondenza cromatica tra la copertina del romanzo e il piattino con bevanda e spuntino messi lì a fianco. Poi, l’occhio si è spostato sulla foto del profilo: Petunia Ollister. Da quel giorno non ho mai smesso di seguire i suoi #bookbreakfast, un ottimo momento di relax per condividere nuove letture e colazioni. Per scoprirne di più ne parliamo con Petunia Ollister.

V: Chi è Petunia Ollister e cosa fa?

P: Petunia Ollister nasce dalle menti brillanti di un paio di amici, che anni fa hanno inventato questo personaggio. Ormai ha soppiantato la mia persona anagrafica, tanto che molto spesso mi capita di presentarmi con il mio vero nome e osservando la reazione sconfortata aggiungo timidamente Petunia suscitando il sollievo generale.

V: Come e quando è nato il progetto fotografico delle #bookbreakfast? Perché proprio la colazione?

P: Una mattina nel gennaio del 2014 mi sono resa conto che la copertina del libro che stavo sfogliando, Daily Dishonesty della graphic designer Lauren Hom, era dello stesso colore della tazza dalla quale stavo bevendo il mio caffè. L’istinto di fotografarli dalla cima di una scala, perfettamente a piombo, è stato immediato. Ho cominciato a condividere le mie letture a colazione su Instagram accompagnate da una tazza di caffè lungo, qualcosa – di solito dolce – da mangiare. Un’ossessione per i colori delle tazze e dei piatti, che richiamano rigorosamente i toni delle copertine e la maniacalità per le disposizioni simmetriche completano il quadro. Riassumendo in modo sufficientemente autoironico la mia mania per gli accostamenti cromatici, il rigore millimetrico e simmetrico e l’ossessione per lo scatto perfettamente perpendicolare da un’altezza fissa, è nato questo format diventato un apputamento fisso sul mio profilo Intagram per più di settemila appassionati di lettura.

V: Finalità del progetto e quanta visibilità hai riscontrato da quando hai iniziato?

P: Il progetto è nato in modo del tutto involontario, ma fin da subito ha avuto parecchio successo e mi sono resa conto, grazie ai commenti su Instagram, Facebook e Twitter – su cui ricondivido sempre gli scatti -, che era un modo leggero e semplice per avvicinare ai libri anche persone che non entrano mai in una libreria o tanto meno in una biblioteca. Il libro è un vettore di storie, forse reso un po’ troppo sacro da un certo radicalismo chic, il calarlo in un contesto molto quotidiano e divertente è un modo per dissacrare l’oggetto e rendere quotidiano e divertente il gesto di leggere.

V: In base a cosa scegli la colazione, l’agenda, la penna per gli appunti e la tovaglietta da abbinare a libro?

P: Quel che regola tutto sono lo stile e i colori della grafica di copertina. Per anni mi sono occupata di conservazione dei beni culturali – fotografie prima e libri poi – durante i quali ho maturato un certo interesse per le grafiche editoriali. In seconda battuta il tema del libro, grazie al qual scelgo gli altri oggetti ritratti negli scatti.

V: I libri gli scegli tu o sono proposti da editori?

P: La scelta è sempre insindacabilmente mia. Ho contatti con moltissimi uffici stampa che mi propongono nuove uscite, mi mandano schede, copertine e copie staffetta, ma sono sempre io che dopo attenta valutazione decido o meno se quel libro è adatto o meno al mio progetto.

V: Come e dove realizzi i tuoi scatti fotografici? (fai da sola, ti aiuta qualcuno, che mezzi usi e dove posti immagini)

P: Faccio tutto da sola, allestendo il set fotografico sul tavolo della mia cucina e poi salendo su una scala, da cui ad altezza fissa, scatto con il mio smartphone una trentina di scatti a piombo. Procedo poi a un minimo di correzione di colore, contrasti e ombre, per poi postare su Instagram e ripostare su Facebook e Twitter.

V: A colazione, con o senza libri, cosa mangia Petunia Ollister?

P: Mangio quel che vedete nelle mie foto, ossia di tutto. Biscotti, torte, pancake, bagel, yogurt, muesli, brioche, krapfen, panini. Compro tutto la sera prima, la mattina dopo scatto e, una volta scesa dalla scala, mangio, bevendo il mio caffè – conscia che i puristi dell’espresso stanno per inorridire – lungo americano con un po’ di latte freddo.

V: Quale è il libro più bello che hai letto, o al quale tieni di più, e quale colazione gli abbineresti e perché?

P: Non ho un libro preferito, o meglio ne ho tanti, ma forse il mio preferito ancora non l’ho letto o, più probabilmente, ancora non è stato scritto.
La mia colazione ideale è comunque salata, magari della sardenara – una pizza rossa, con capperi, olive e acciughe, tipica del ponente ligureoppure un club sandwich. Quindi spero che il mio libro venga pubblicato con una grafica di copertina adeguata.

V: Hai mai pensato di raccogliere tutte le foto dei #bookbreakfast in un libro?

P: Molti amici continuano a dirmi che dovrei farlo e io inizio a pensarci sul serio. Certo dovrei prima trovare un editore interessato a confezionare un libro piccolo e quadrato. Sto pensando di realizzare il merchandising dei #bookbreakfast, sempre su suggerimento di chi mi segue sui social. Vedremo.

V: Petunia legge libri cartacei o ebook?

P: Io leggo prettamente su carta. Preferisco il gesto, vedere la progressione delle pagine che diminuiscono. Sono abitudinaria e pigra, ma ultimamente mi sposto moltissimo e quindi ho ripreso in mano il mio eReader, esattamente come ho sempre fatto per i libri troppo voluminosi per venire in giro con me.

:: Un’ intervista con Sophie Littlefield

25 aprile 2016

LiBuongiorno signora Littlefield. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta sul blog Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Sophie Littlefield? Punti di forza e di debolezza.

Sono una madre single di due figli ormai adulti. Vivo a Oakland, in California, in una zona meravigliosa piena di idee, di vita, d’arte e di ristoranti. Il mio fidanzato ormai di vecchia data è un ufficiale di polizia – e sì, lo ho usato parecchio durante le ricerche per il libro! Abbiamo appena acquistato un cucciolo di labrador nero, che richiede molte cure. Suppongo che la mia forza sia il mio profondo, appassionato impegno verso i miei figli, la mia famiglia, gli amici, e, naturalmente, il mio lavoro. Lavoro molto duramente e cerco di essere collaborativa e incoraggio spesso i miei colleghi. Per quanto riguarda i punti deboli, quando sto lavorando, spesso trascuro il resto della mia vita. Vorrei riuscire a conquistare un migliore equilibrio!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una piccola città del Missouri, nel Midwest degli Stati Uniti. Mia madre era un’ artista e mio padre era un professore, e mio fratello, mia sorella ed io eravamo tutti grandi lettori. La sera l’intera famiglia prendeva un libro e leggeva fino all’ora di dormire. Siamo stati anche fortunati a vivere in una zona dove era sicuro stare fuori tutto il giorno e giocare, e abbiamo trascorso le nostre estati facendo campeggio e escursioni.

Che lavori hai fatto in passato prima di diventare una scrittrice a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di queste esperienze?

Ho studiato informatica all’Università e ho lavorato come programmatrice per un grande studio professionale per diversi anni. La verità è che non sono mai stata molto brava con i computer, per cui sono stata molto contenta di lasciare questo lavoro quando sono nati i miei figli! Dopo di che, ho fatto il genitore che resta a casa fino a quando i miei ragazzi sono diventati adolescenti, dopo sono tornata a scrivere a tempo pieno. Ho scritto nove romanzi prima di trovare un agente e un editore.

The Missing Place, ora uscito in Italia per la Sperling con il titolo Non torna nessuno, è basato su una storia vera? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

C’era un articolo sulla rivista People sui “man camps” – le abitazioni temporanee per i lavoratori dei campo petroliferi – che ha attirato la mia attenzione. Ero molto intrigata dall’idea di tutti questi uomini che lasciavano le loro case e le loro famiglie, alcune delle quali a migliaia di miglia di distanza, per lavorare in queste condizioni così massacranti.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Due giovani uomini trovano impiego nei campi petroliferi del Nord Dakota, ma scompaiono dopo parecchi mesi. Il libro racconta la storia degli sforzi frenetici delle loro madri per ritrovarli, e come queste donne imparino a lavorare insieme nonostante le loro grandi differenze.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Non torna nessuno?

Dalle ricerche alla stesura finale, ci sono voluti circa otto mesi.

I capitoli iniziali presentano le due protagoniste: Colleen e Shay. Puoi dire ai lettori che cosa succede?

Colleen è volata dal Massachusetts, dove vive, nel Nord Dakota per la ricerca del figlio scomparso. L’unica sistemazione che riesce a trovare è con l’altra madre, che lei trova volgare e fastidiosa. Le autorità non vogliono parlare con le donne, che in un modo o nell’altro sono costrette a mettere in comune le proprie risorse per la ricerca di indizi.

Le piattaforme petrolifere del North Dakota sono un’ ambientazione strana e insolita per un romanzo. Puoi descriverci questo scenario?

C’è una bellezza tranquilla in quella zona del North Dakota, ma in inverno è abbastanza crudele. Le città del boom del petrolio sono affollate di lavoratori che cercano luoghi di soggiorno e le provviste per sopravvivere, e le strade sono congestionate con i camion che trasportano i lavoratori e le attrezzature. Soffiano venti gelidi, neve e nevischio, e le strade sono lastre di ghiaccio. Le piattaforme petrolifere possono essere viste punteggiare ovunque l’orizzonte ovunque ti giri, come grandi strutture aliene che sembrano allo stesso tempo minacciose e imponenti.

Quale è o sono le tue scene preferite nel romanzo?

Sono più legata alle scene che descrivono le interazioni tra le due donne. L’amicizia è complicata, e l’ansia e la tensione della situazione fa sì che debbano lavorare parecchio per creare un clima di fiducia o anche solo una sorta di dialogo.

Se Hollywood chiamasse, quali attrici vedresti bene per le parti di Colleen e Shay?

Vorrei poterti dare una risposta, ma guardo pochissimo la televisione e non so chi siano le attrici migliori per le parti! Sarei entusiasta, naturalmente, ma dovrei lasciare tutto nelle mani degli esperti.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ho letto ogni giorno della mia vita, e le mie ore più piacevoli sono spesso trascorse con un libro. Ho tanti favoriti in quasi ogni genere ma posso rispondere solo dei miei preferiti al momento … ho appena letto Maestra della nuova autrice Hilton e sono rimasta profondamente colpita. Sono stata influenzata da molti scrittori di racconti americani – mi piace lo stile e la forma – e da scrittori di thriller sia degli Stati Uniti e che in traduzione. Mi viene in mente Herman Koch. Mi piace la Grit Lit o il genere noir del sud, di cui Daniel Woodrell è sicuramente il boss.

Che cosa stai leggendo in questo momento? Puoi farci i nomi di alcuni thriller americani interessanti?

Ah! Vedo che ho anticipato la tua domanda, anche se Lisa Hilton è del Regno Unito, non americana. Luckiest Girl Alive di Jessica Knoll è un grande debutto. Megan Abbott è spettacolare, naturalmente.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Adoro fare tour, anche se preferisco farli con gli amici (i miei migliori amici sono le autrici Juliet Blackwell e Rachael Herron). Spesso ci intervistiamo a vicenda e mi piace sempre vedere se riesco a mettere una domanda inaspettata di nascosto per spiazzarle (sorride). Siamo state tutte in tour abbastanza a lungo che abbiamo amici in tutto il paese, quindi è bello incontrarci per una birra dopo. A volte i lettori si fanno avanti e mi piace chiedere loro della loro vita, per cambiare le carte in tavola, e un po’ per scoprire ciò che stanno leggendo e cosa possono condividere con me.

Come è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Provo a rispondere a tutte le e-mail che ricevo, ma, come hai notato, sono spesso lenta a rispondere quando mi trovo assorbita dalla scrittura di un libro – che è quasi sempre! Vi prego abbiate pazienza, lo dico a tutti i lettori che sono così gentile da mettersi in contatto con me.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Sarebbe il mio più grande desiderio e spero di essere in grado di farlo in futuro!

Infine, concluderei questa intervista chiedendoti: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena completato un progetto di un nuovo romanzo ambientato nel quartiere della moda di New York City dopo la seconda guerra mondiale. E ‘stato affascinante conoscere questo mondo.

Grazie mille per avermi invitato!

:: Un’intervista con Andrew Nicoll a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2016

unnamedIn memory of Willie

Perbacco! Uno scrittore scozzese sul mio blog! E ‘una battuta, naturalmente, ma sei una persona molto divertente quindi questa intervista sarà un po’ diversa dalle altre. Il mio inglese è orribile, quindi buona fortuna a tutti e due. Prima di tutto, grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Non dimentichiamo le buone maniere. Raccontaci qualcosa di te. Da dove vieni? Dove hai studiato?

R. Vengo da Broughty Ferry, il luogo in cui è ambientata la storia di Miss Milne. Una volta era un piccolo villaggio di pescatori sulla costa orientale della Scozia, ma, circa un centinaio di anni fa, è stato inghiottito dalla città di Dundee. Abbiamo vissuto qui dai tempi di mio nonno. Ma noi siamo nuovi arrivati. Nel 18 ° secolo la mia famiglia ha vissuto circa 20 chilometri a nord di qui e la famiglia di mia madre circa 20 chilometri a sud. Non ho vera educazione. Sono andato a scuola qui, poi sono andato a lavorare.

Quali lavori hai fatto in passato prima di diventare uno scrittore a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

R.  Uno scrittore a tempo pieno? Bene, suppongo di essere uno scrittore a tempo pieno da quando sono un giornalista, ovvero da 36 anni, ma non sono un romanziere a tempo pieno. Per me si tratta più che altro di un hobby. Scrivo libri sul treno mentre vado a lavorare. Prima di diventare un giornalista, ho lavorato per un breve periodo come operaio forestale dopo aver lasciato la scuola. Ho subito capito che non ero tagliato per la vita di un working man.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

R.  Come la maggior parte delle cose capitatemi nella mia vita, è stata accidentale. Arrivato ai 40, ho vissuto un periodo molto duro. Insomma, mi chiedevo “è ora?” Volevo trovare qualcos’altro da fare, per crescere in qualche modo. Ho visto un amico che raggiunti i 40 ha avuto una macchina veloce e un giovane fidanzata, ma il tutto si è rivelato un hobby molto costoso. Così ho cominciato a scrivere racconti brevi con un certo successo. Poi ho avuto un’idea per un racconto e ho iniziato a scriverlo sul treno per anadare a lavorare. Si è trasformato in non Sara Mai Inverno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Come sei arrivato alla pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

R.  Nessuno voleva pubblicarmi. Proprio niente. Mi sono dato una scadenza. Ho detto, se nessuno accetterà il libro dopo due anni, mi sarei fermato. Ricevetti una proposta dopo dieci giorni.

Parliamo di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Prima di tutto il libro è ispirato ad una storia vera, – o, per meglio dire-, ad una vera e propria inchiesta. Giusto? Puoi parlarcene?

R.  E ‘una storia che è cresciuta con me tutta la vita. I fatti sono successi un centinaio di anni fa, tuttavia questo tempo non è niente. Dico spesso che la mia mano ha tenuto una mano che teneva un fucile nella Grande Guerra. Un centinaio di anni fa, è solo una stretta di mano di distanza. Quando sono nato, ci devono essere stati uomini qui a Broughty Ferry che ricordavano la storia dalla loro infanzia. E la leggenda viveva. Non so quante volte ho superato quella casa con un brivido. Ma tutto ciò che sapevamo era che la signorina Milne è stata uccisa lì e l’assassino non è mai stato trovato.

Questa è una domanda difficile. Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

R.  E’ la storia della omicidio irrisolto di una  ricca e solitaria donna in una tranquilla cittadina scozzese, basata sui file della polizia resi pubblici dopo 100 anni.

Finalmente dai al  caso un colpevole, che nella realtà non fu mai trovato. Come hai scoperto la tua verità?

R.  Quando mi sono imbattuto nei file della polizia ero quasi senza fiato per l’eccitazione. Dentro c’era tutto quello che avevo sempre voluto sapere su questa leggenda che aveva tormentato i miei anni d’infanzia. Ho letto tutto, e ora dopo ora e non potevo credere a quello che stavo vedendo. Tante cose che erano state semplicemente ignorate e disattese. Il suo corpo è stato trovato coperto di fiammiferi usati – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegare il perché. Un vaso sulla scala accanto al suo corpo era pieno di urina – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegarne il motivo. Ci sono state tante circostanze strane che sono state semplicemente ignorate e una in particolare non è mai stata nemmeno esaminata e studiata . Mi ha dato l’occasione di sbrigliare la mia fantasia e trovare una risposta che si concatenava perfettamente coi fatti.

Parlaci delle fonti che hai scoperto durante la scrittura di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Che tipo di ricerche hai svolto?

R.  Quasi tutto viene dai file della polizia, ma ho anche consultato filedi giornali del periodo in biblioteca. I giornali, ovviamente, già noti, mentre i file della polizia sono stati segreti per un secolo.

Qual è stato il ruolo di Internet?

R. Quasi nessuno.

Chi era il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

R.  Ho scritto quattro romanzi pubblicati a livello internazionale e questo è stato di gran lunga la cosa più facile. Conosco queste persone e le strade in cui vivono, le case in cui abitano. L’intera storia era lì. Ho semplicemente appeso i vestiti su.

Progetti di film da tuoi libri?

R.  No.

Hai ricevuto recensioni negative?

R.  Oh, alcune fortemente  critiche. In particolare in Italia. La gente compra il libro pensando che sta acquistando un giallo. Odio i romanzi gialli. In realtà sono la solita  detective story,  scritta e ripetuta all’infinito, più e più e più volte. E’ la cosa più noiosa del mondo. Se volevo scrivere davvero un romanzo poliziesco, avrei  scelto di parlare di un omicidio irrisolto ? Questa è la peggiore idea del mondo. Non è un “giallo”. E’ una storia di persone. Se vi piace la gente, comprate questo libro. Se volete leggere la stessa vecchia storia di detective, provate con un altro libro.

Come immagini il tuo futuro?

R.  Non lo so. Che è probabilmente una fortuna. Ho lavorato 18 anni presso il mio primo giornale, ho lavorato 18 anni presso il mio attuale giornale e, tra 18 anni, avrò la stessa età di mio padre quando ci ha lasciato ed è morto nel bel mezzo di una e-mail. Cerchiamo di non immaginare troppo il futuro.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R.  E’ la cosa migliore del mondo, davvero. Persone che si incontrano che si interessano  abbastanza del tuo lavoro che escono la sera e parlarlano con voi, è veramente una sensazione meravigliosa. Suppongo che la cosa più divertente sia accaduta in Romania, quando stavo facendo breakfast TV. L’intervista era in inglese con traduzione dal vivo e l’intervistatore mi aveva chiaramente cercato su Google. E’ diventato chiaro che mi aveva confuso con Andrew Niccol – con una L – che viene anche lui da Broughty Ferry. Ma solo uno di noi era mai stato capitano della squadra di rugby della Scozia e non ero io.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi autori:

William McIlvanney:
Una parola non è sufficiente per Willie. Era un uomo molto piacevole. Educato, generoso, gentile, soave. Un eroe.
James Ellroy:
Strano. (Buono, ma strano)
James Crumley:
Pastorale
Raymond Chandler:
Abile
Agatha Christie:
Sottovalutata
Iain Banks:
Ricco (anche morto).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

R.  Lampedusa. Era il mio santo patrono, quando non riuscivo ad essere pubblicato. Joseph Conrad. RL Stevenson. Joseph Mitchell, che ha scritto Bottom of the Harbour e Joe Gould’s Secret. Sono innamorato della Illiad. La lista è enorme.

Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

R.  I miei colleghi giornalisti, suppongo. Anni di vicinanza ogni giorno. Capire l’abilità di dire tre cose in un paragrafo o una cosa in tre pagine.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

R.  Mi piacerebbe. Ho visitato l’Italia una sola volta, per breve tempo la scorsa estate. Sarei lì in un minuto.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

R.  Shhh. Non comprare mai la carrozzina fino a dopo che il bambino è nato. Willie McIlvanney me l’ ha detto.

:: Un’intervista con Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

30 marzo 2016

indexBenvenuto Qiu Xiaolong. Grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Qiu Xiaolong? Punti di forza e di debolezza.

R: Grazie per l’ intervista. Chi è Qiu Xiaolong?, mi ricorda una domanda simile che c’è nel mio nuovo romanzo dell’ ispettore Chen: chi è o chi diventa l’ ispettore Chen? Ebbene, solo alcune informazioni di base su di me. Sono un romanziere accidentale che scrive sulla Cina in lingua inglese. Accidentale in quanto durante la repressione di Tiananmen nel 1989 il governo cinese mise al bando una mia raccolta di poesie e mi fece scrivere in un’altra lingua, in un altro paese, e in un altro genere. Questo potrebbe in realtà indicare alcuni dei punti di forza e di debolezza della serie dell’ ispettore Chen. Sono stato educato come poeta, piuttosto che come romanziere, o tanto meno come un autore di crime in lingua non nativa, ma è ironico che questi svantaggi a volte si trasformino, almeno in parte o in modo imprevisto, in vantaggi in questa era globalizzata.

Una curiosità: qual è il tuo nome e quale il tuo cognome?

R: Il mio nome significa “piccolo drago.” Sono nato nell’anno del Drago, così i miei genitori mi hanno dato questo nome. È un nome abbastanza comune, poiché il drago è un simbolo fortunato nella mitologia cinese. Per quanto riguarda i cognomi cinesi, di solito non significano nulla. Il mio cognome Qiu è relativamente raro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R: Sono nato a Shanghai, in una famiglia di commercianti, che al tempo è stata condannata come “nera, e capitalista” alla luce della teoria della lotta di classe di Mao, e come risultato, ho sofferto di discriminazioni e umiliazioni per essere un “black puppet”. La fine dei miei anni di scuola primaria ha coinciso con l’inizio della Rivoluzione Culturale del 1966, quando tutte le scuole sono state chiuse e i giovani facevano la rivoluzione, così non ho quasi studiato nulla in quegli anni ad eccezione del Libretto Rosso di Mao. Poco dopo in attesa della ripresa della rieducazione dei giovani, nella campagna di Mao di mandare giovani istruiti in campagna per la rieducazione dai contadini poveri e della classe medio-bassa, ero fuori dalla scuola, e fuori dal lavoro. È stato allora che ho iniziato a studiare inglese da solo in Bund Park. E grazie a questo, dopo la Rivoluzione Culturale, sono stato in grado di superare il test di ammissione all’università con un punteggio alto in inglese, e quindi ho potuto ottenere la mia prima laurea in letteratura occidentale presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

R: È difficile individuare un momento preciso. Fu probabilmente durante il periodo in cui stavo studiando inglese al parco. In quei giorni mi è capitato di entrare in possesso di alcuni romanzi in lingua inglese, la cui lettura mi ha aperto un nuovo mondo, e mi ha dato la voglia di iniziare a scrivere qualcosa di mio.

Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao. Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Come continua? Qual è il ruolo di questa donna?

R: Shanghai Redemption inizia con la scena dell’ ispettore Chen che visita il cimitero durante le festività di Qingming. Il che ha un valore simbolico. Chen si sente così male per non aver seguito le orme di suo padre, uno studioso confuciano, a causa della sua scelta di fare un percorso diverso, ovvero di diventare un poliziotto membro del Partito al posto di essere anche lui uno studioso. E nel frattempo, Chen diventa sempre più disilluso della sua carriera nell’ambito di un sistema che pone l’interesse del Partito sopra ogni altra cosa, anche se non è ancora disposto a rinunciarvi anche quando viene privato del suo ruolo di ispettore. La donna che incontra lo fa precipitare ulteriormente nella crisi che sta attraversando con la sua richiesta di aiuto e lo trascina in un’indagine che coinvolge alti funzionari del Partito collegati ai vertici.

Shanghai Redemption è una storia di fantasia, ma nello stesso tempo si ispira al vero scandalo che coinvolse Bo Xilai, l’ex capo del partito di Chongqing, e Wang Lijun ex capo della polizia della città. Vuoi dire ai nostri lettori, che magari non conoscono questa vicenda, quali sono i fatti reali dietro la tua storia?

R: Tra i fatti reali dietro la mia storia: Bo era un membro del potente Central Politburo of the Communist Party of China e segretario del partito della città di Chongqing, un principe rosso in rapida ascesa con un gran numero di seguaci maoisti, ma a causa di un disastroso scandalo internazionale a seguito dell’omicidio di un uomo d’affari britannico da parte di sua moglie, e la fuga del capo della polizia di Chongqing nel consolato americano, Bo è stato distrutto dai suoi rivali in una feroce lotta di potere nella Città Proibita. È stato riconosciuto colpevole di corruzione e condannato all’ergastolo. Per inciso, Bo è stato un mio compagno di scuola presso la Graduate School della Accademia Cinese delle Scienze Sociali a Pechino nei primi anni Ottanta. Non che ci frequentassimo, ma un giorno prese in prestito la mia racchetta da ping pong preferita, mi ricordo, senza mai restituirmela. Per un principe rosso è stata forse una sciocchezza. Ma è forse non troppo dire che molti di questi principi rossi danno per scontate molte cose, anche in tutta la Cina, come se ciò fosse loro diritto.

In che misura la Rivoluzione Culturale ha cambiato, secondo lei, il destino della Cina?

R: La Rivoluzione Culturale è stata un disastro (1966-1976) con milioni di persone uccise, molte di più perseguitate o colpite in modi inimmaginabili, e l’economia del paese è stata praticamente distrutta. Di conseguenza, l’ideologia di Mao e la pratica della “rivoluzione continua sotto la dittatura del proletariato” e della “lotta di classe per tutto il periodo del socialismo cinese” sembravano essere totalmente screditate, così ho creduto che, a seguito di questa disastrosa lezione, non ci sarebbe mai stata una seconda Rivoluzione Culturale per la Cina. Solo un paio di anni fa, tuttavia, l’allora premier cinese Wen Jiabao ha messo in guardia circa la prospettiva di un’altra Rivoluzione Culturale in relazione alla cospirazione di sinistra di Bo. A dispetto della sua caduta, la inquietante possibilità riconosciuta da Wen sembra essere sempre di più realisticamente fattibile con tutti gli altri principi rossi al potere in una lotta disperata per la conservazione della loro dinastia autoritaria.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura di questo libro?

R: Come accennato, la scrittura del libro è stata in parte ispirata dallo scandalo di Bo Xilai. Alcuni dei dettagli nella vita reale si sono rivelati ancora più incredibili e inimmaginabili rispetto alla mia finzione. Per esempio, Bo schiaffeggiò il viso di Wang (presumibilmente a causa della relazione di quest’ultimo con la moglie) ed è stato descritto come uno schiaffo che ha cambiato radicalmente il destino della Cina. Senza di questo Wang non si sarebbe mai nascosto nel Consolato Americano, rendendo così il caso un enorme scandalo internazionale, visto che come unica possibilità di sopravvivenza le autorità di Pechino avrebbero potuto benissimo coprire tutto dall’alto, e ciò è abbastanza sicuro, Bo è caduto a causa sua. Non ho potuto resistere alla tentazione di includere tale episodio nel romanzo, ma Chen è un poliziotto troppo onesto per fare ricorso a quel trucco diabolico. Questa si è rivelata una delle parti più laboriose nella scrittura del libro.

Il governo cinese permette la pubblicazione dei tuoi libri in Cina?

R: Il governo di Pechino ha permesso la traduzione e la pubblicazione di alcuni dei miei libri in Cina. Non troppo sorprendentemente, tuttavia, hanno fatto tagli e modifiche senza il mio permesso. Per esempio, nonostante l’importanza di Shanghai nei miei libri, i funzionari della censura hanno deciso che le storie di omicidio non potevano avere successo a Shanghai, e l’hanno cambiata in “città H” (H in inglese) nel testo cinese. Ho protestato più volte invano, così ho deciso di non dare più i diritti di traduzione all’editore che non poteva promettere di mantenere Shanghai nel testo cinese.

Quali poesie ti hanno ispirato più spesso nel corso della stesura di questo libro? Chen è un poeta anche lui, giusto?

R: Chen è un poeta e un traduttore. In origine, avrei citato Thomas Stearns Eliot più di chiunque altro, ma il mio editore americano era preoccupato per il costo dei diritti. Quindi ho scelto le poesie classiche cinesi composte durante la dinastia Tang e Song, più di mille anni fa, con le quali non ho preoccupazioni di questo tipo. E io stesso le traduco in inglese. Cosa c’è di più, scrivo anche poesie, sotto il nome dell’ ispettore Chen, per dare intensità lirica alla narrazione , poesie che diventano parte organica dei romanzi. Una collezione dal titolo Poesie dell’ ispettore Chen arriverà anche in italiano.

Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti?

R: Tra i poeti, Thomas Stearns Eliot, tra i romanzieri di polizieschi, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, e Andrea Camilleri.

Pensando alla scuola, c’è stato un insegnante che è stato per te fonte di ispirazione?

R: Forse Bian Zilin più di chiunque altro, un poeta e traduttore e studioso di Shakespeare. Ho studiato “la poesia occidentale” sotto di lui presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ma lui mi ha influenzato molto di più come poeta, sostenendo che uno dovrebbe essere in grado di scrivere poesie prima di provare a essere un critico o un traduttore. Per coincidenza, anche lui stesso ha scritto un romanzo in inglese prima del 1949, che è diventato in ritardo una delle maggiori fonti di ispirazione per me quando ho deciso di provare a scrivere il primo romanzo della serie dell’ ispettore Chen in inglese.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

R: Sì, certamente. Per esempio, hanno dato enfasi alla parte sociologica presente nei miei romanzi polizieschi rendendola più consapevole. E più giustificabile anche.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

R: Una cosa davvero piacevole circa i tour letterari è la possibilità di incontrare e parlare con i lettori. E i lettori italiani sono così calorosi e meravigliosi. Un buon numero di loro sono ora connessi con me su Facebook. Durante una delle visite, ricordo, sono stato riconosciuto da due lettori italiani mentre ero a piedi lungo la strada. Così abbiamo camminato e parlato per un lungo tratto. Mi hanno detto che volevano che l’ ispettore Chen si sposasse, ma poi hanno aggiunto che fino a quando lui è relativamente felice, loro sarebbero stati felici per lui. Sono così nel personaggio, mi sento in dovere di andare avanti con la sua avventura, in particolare con tutto quello che sta accadendo oggi in Cina.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

R: Sono venuto in Italia un paio di volte. Per quanto riguarda i piani di visita futuri, sto lavorando con il mio editore. Alla fine di aprile verrò a Milano per un programma televisivo, e poi a metà giugno, al Festival Parolario a Como. Non vedo l’ora. E molti lettori italiani già mi hanno contattato su Facebook per eventuali incontri.

Pensi che i tuoi romanzi contribuiscano al processo di cambiamento culturale in atto oggi in Cina, o almeno migliorino la percezione all’estero di ciò che è l’universo cinese?

R: Per quanto riguarda la possibilità di migliorare la percezione all’estero di ciò che sta accadendo in Cina, penso di sì. Ho parlato con molti lettori occidentali, e questo è quello che mi hanno detto. Solo un paio di mesi fa, c’ è stato un “gruppo turistico” italiano che è andato in Cina, “seguendo le orme dell’ ispettore Chen,” ed ero così felice di parlare con loro attraverso Skype, rispondendo alle loro domande mentre erano seduti in un caffè di Shanghai. Per quanto riguarda un eventuale contributo al processo di cambiamento culturale in atto in Cina, lo spero. Ma le cose in Cina sono difficili da raccontare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

R: In realtà, ho già finito il manoscritto del nuovo romanzo dell’ ispettore Chen, originariamente intitolato Becoming Inspector Chen. L’edizione francese, con il titolo cambiato in Once upon a Time, Inspector Chen, è uscita questo ottobre, ed è un romanzo in retrospettiva composto da storie legate tra loro, ben diverso nella sua struttura. Ho lavorato su un altro romanzo, con “l’ ispettore” Chen che sta lavorando su un caso sotto la copertura di scrivere una storia del Giudice Dee che sovverte una storia scritta da Van Gulik. Anche in questo caso, è abbastanza sperimentale, con le due indagini che si ispirano e che si contraddicono l’un l’altra, mentre scorrono in parallelo.

:: Un’ intervista con Federico Inverni

16 marzo 2016

Il prigioniero della notte_Esec.inddBenvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Federico Inverni non è il tuo vero nome per cui il primo mistero del libro è già racchiuso nell’identità del suo autore. Ipotizzo che tu sia un uomo, ringrazi tua moglie, ma non sappiamo la tua nazionalità, la tua età, la tua professione. Cosa spinge un autore a pubblicare i suoi libri sotto pseudonimo? Per motivi di privacy, per sicurezza, per tenere separate le carriere?

R- Grazie per aver deciso di ospitarmi, è un piacere. Ho scelto di adottare uno pseudonimo, sì, ma in fondo è un mistero di poco conto: la vera sfida è dentro il romanzo! Ho fatto questa scelta per motivi di privacy e personali, come dici tu, ma anche perché penso davvero che Il prigioniero della notte debba trovare i propri lettori senza trascinarsi dietro il peso dell’autore. I protagonisti sono Lucas e Anna, la scena è loro.

Come concilierai la tua identità nascosta e la vita dello scrittore con presentazioni, tour letterari, eventualmente premi?

R- Semplice: non farò presentazioni né tour letterari, se non ‘virtuali’ come questa intervista.

Come ti sei avvicinato alla scrittura?

R- Leggendo tanto, tantissimo, e anche attraverso fasi di crescita personali e professionali di cui però non posso parlare… Ma ricordo ancora il colore (nero e verde scuro) e la consistenza tattile (liscio metallo, fredda plastica dei tasti) della macchina da scrivere di mia madre, presa in prestito quasi clandestinamente per battere a macchina il mio primo ‘romanzo’ (in realtà un racconto breve), che ho rilegato cucendolo a mano. Ora che ci penso, ricordo perfino l’odore del nastro bicolore, rosso e nero.

Il prigioniero della notte è il tuo primo libro? O hai già scritto altri libri magari con il tuo vero nome?

R- No, questo è il mio primo romanzo pubblicato.

A quali autori o romanzi ti sei ispirato?

R- Adoro la crime fiction, credo si intuisca… Ma in realtà sono un lettore onnivoro. Da piccolo sono stato operato di appendicite, presa al pelo perché si stava trasformando in peritonite. Di quell’esperienza ricordo soltanto due cose: il conto alla rovescia prima di soccombere al gas narcotizzante che si usava all’epoca, e la felicità di poter trascorrere dei giorni di convalescenza in ospedale perché così potevo saltare la scuola e leggere, finalmente, quello che mi pareva.

Nell’ interessante nota dell’autore, al termine del romanzo, parli di memoria e identità, della vita come narrazione. Sono i temi centrali del libro? I punti di partenza da cui hai tratto la trama del romanzo?

R- Sono i temi centrali della mia ossessione, sì. Avrai visto anche dalle risposte che ti ho appena dato che mi sforzo di recuperare i miei ricordi come se fossero ancore, argini cui aggrapparmi per impedire alla vita di trascinarmi via con sé… Sì, Lucas è la forma narrativa di una mia ossessione concreta e reale. Sono i punti di partenza, esattamente come dici tu. Il resto, mi auguro e spero, è intrattenimento!

Il prigioniero della notte è un romanzo molto particolare, forse non tanto per lo schema narrativo, (abbiamo un serial killer, numerosi giovani vittime, e un’ indagine poliziesca con investigatori e profiler), ma per le interconnessioni tra passato e presente dei personaggi principali, Anna e Lucas, e se vogliamo anche l’assassino. Gravi traumi, sensi di colpa, possono causare danni alla memoria anche in persone psicologicamente sane? La patologia di Lucas è più marcata, ma anche Anna per motivi che non anticipo, è vittima di una sorta di memoria dissociata, pur essendo una persona apparentemente normale.

R- Nella finzione letteraria si tende a ingigantire certi aspetti per amor di efficacia narrativa. La realtà… È molto peggio, secondo me. Non solo ‘gravi traumi’, anche ‘piccoli’ traumi possono segnare una personalità, possono creare dei marcatori psichici che riconfigurano la struttura mentale in modi inattesi, imprevedibili e soprattutto oltre qualsiasi possibilità di controllo da parte del soggetto. Il fatto è che poi tutto questo, nella vita quotidiana, viene riconciliato, appianato, ristrutturato dal lavoro della memoria, che modifica retroattivamente le percezioni narrandoci una storia, la nostra, nella quale non possiamo fare a meno di identificarci. Insomma, il bello di tutto questo è che è la nostra stessa mente, la nostra stessa identità a rendere evidente una cosa: noi umani delle storie abbiamo bisogno, ne abbiamo un disperato bisogno, perché senza non avremmo alcun senso.

Non hai scelto un’ambientazione italiana, (siamo a Haven), i personaggi hanno nomi stranieri. Perché questa scelta?

R- Haven è una cittadina fittizia, e i nomi dei personaggi sono venuti di conseguenza… Oltre a essere in buona parte una specie di easter eggs… La verità è che volevo svincolarmi il più possibile da un ancoramento geografico, localistico, perché i protagonisti di questa vicenda sono le menti dei personaggi. C’era un luogo vero, in una primissima stesura. E’ durato qualche pagina, perché mi annoiava, mi costringeva a usare parole inutili e dispersive, mi appesantiva come un pranzo mal digerito un pomeriggio d’afa d’estate, la storia affondava con molta meno grazia e molto meno romanticismo di Di Caprio al termine di Titanic.

E soprattutto perché hai scelto una narrazione in prima persona per Anna. Un personaggio femminile. Che ruolo pensi abbiano le donne nella narrativa di genere, più spiccatamente thriller o noir?

R- Anna è nata come contraltare a Lucas, che è nato prima di lei. Ma mentre Lucas, per sua stessa natura, non può essere raccontato in prima persona, Anna ha trovato subito una sua voce, sorprendendomi, cogliendomi alla sprovvista, arrabbiandosi molto – com’è sua essenza – quando non le rendevo giustizia, quando usavo parole non sue. Nella narrativa in generale, e nella narrativa di genere in particolare, le donne hanno un duplice ruolo. Innanzitutto come autrici: fondamentali, spesso più acute dei colleghi maschi, benché tuttora poco riconosciute dalla critica ufficiale che invece è ancora, e ingiustamente secondo me, incline a “premiare”, diciamo così, gli scrittori maschi. Lo dicono tante statistiche sulle recensioni di giornali e riviste letterarie, in Italia e all’estero. E poi c’è il ruolo finzionale dei personaggi femminili. Non più solo vittime, nella crime fiction, ma protagoniste coraggiose, determinate, complesse, stratificate, e questo da lettore mi piace tantissimo. Proprio tanto.

Progetti di traduzione per l’estero?

R- Dita incrociate, ci sono molte cose che si muovono in tal senso… Ma staremo a vedere!

Quale è il tuo legame con i libri? Che tipo di lettore sei? Cosa leggevi da ragazzo? E che libro stai leggendo in questo momento?

R- Leggo tantissimo da che ricordo. Di tutto. E voracemente, infatti non sono un particolare collezionista di libri. Ci sono pochissimi volumi cui sono affezionato in quanto oggetto fisico, se un libro si rovina non me ne curo, ma le storie… Restano dentro di me. Ci sono alcuni romanzi che periodicamente ricompro, magari adesso anche in ebook, e rileggo, per ripulirmi la mente. Da ragazzo? Ho sempre preferito Topolino a Paperino – ovvio, era un detective. Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe. Bram Stoker, Wilkie Collins, Coleridge. Oscar Wilde. Bonvi e Max Bunker. Clive Barker, i minimalisti americani. Tutto Stephen King, ossessivamente e compulsivamente. In questo momento non ho tempo di leggere per piacere, purtroppo: mi sto documentando…

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa intervista domandandoti qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.

R- Se te ne parlassi, poi sarei costretto a… 🙂 A parte le battute: mi sto documentando, come ti dicevo, per provare a dare una forma alla storia che Lucas e Anna hanno ancora da raccontare.

:: Blogtour – La Mappa della Città Morta (Newton Compton, 2016) – prima tappa

1 marzo 2016

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Inizia oggi il Blogtour dedicato al romanzo di avventura La Mappa della Città Morta di Stefano Santarsiere, edito da Newton Compton. Bolognese, classe 1974, già due romanzi all’attivo, Santarsiere ci porta nell’ altopiano del Mato Grosso (grande bosco), in Brasile, sulle tracce di un mistero. Mengele, manoscritti antichi, leggende, città perdute, civiltà antiche che conservano immensi saperi, la glaciazione dell’ Antartide saranno parte del viaggio che continuerà sul web in altre cinque tappe. Siete pronti a partire con noi?

֎ A come avventura… ֎

Hugo Pratt, certo una persona informata dei fatti, un paio di decenni or sono osserva che:

la narrativa d’avventura sta alla geografia come il romanzo storico sta alla storia.”

La narrativa d’avventura ci parla di luoghi lontani, e ci offre spesso un personaggio che per qualche urgente motivo deve andare da A a B. Sull’urgenza, poi, possiamo discutere – Ulisse impiega dieci anni, ad andare da A a B.
E probabilmente per questo legame col viaggio e con l’esplorazione che la narrativa avventurosa prospera nell’era delle grandi esplorazioni e successivamente, nel periodo coloniale. Nel compiere il proprio viaggio da A a B, l’eroe scopre il mondo e, attraversdo la sua nuova conoscenza del mondo, arriva a conoscere meglio se stesso, e ad allargare i propri orizzonti non solo in termini strettamemnte geografici.
E’ il modello utilizzato da Robert Louis Stevenson, e da Kipling, e da Edgar Rice Burroughs. E’ il modello tanto di Sir Henry Rider-Haggard che di Talbot Mundi – quest’ultimo un propugnatore delle teorie teosofiche della Blavatski, e quindi fortemente sensibile al tema della conoscenza attraverso l’avventura (e viceversa). E’ il modello che Harold Lamb adatta alla narrativa storica e Robert E. Howard piega alle necessità  della narrativa fantastica.
La narrativa d’avventura accompagna gli anni fra le due guerre, e fornisce ad autori diversi una collezione di strumenti, di cliché, un linguaggio, che viene piegato alle necessità  espressive del narratore. In fondo, Hemingway e Chandler sono entrambi autori d’avventura, ma sarebbe limitativo e miope descriverli come tali.

Nel secondo dopoguerra, l’avventura (come ogni forma di narrativa di genere) comincia ad assumere un sapore spiacevole per una certa fetta del pubblico – e in particolare per la critica. La narrativa d’avventura si trasforma da letteratura di viaggio in lettura da viaggio – il libro per le vacanze, per il lungo percorso in treno, per le noiose ore sotto al sole sulla spiaggia.
Passatempi, intrattenimento, fuga dalla realtà.
Libri che si leggono per divertirsi – come se esistessero libri che si leggono per soffrire.
Sono poi venute le critiche proprio per quel passato coloniale e quella rappresentazione scortese di persone diverse da noi.
Tarzan e Mowgli sono stati eliminati dalle blioteche scolastiche perché diseducativi.
Che valanga di sciocchezze!
Eppure la narrativa avventurosa resta saldamente nella lista dei best seller – e i nomi di Smith e Cussler vengono citati proprio nel presentare “La Mappa della Città  Morta“, una novità  che è in realtà la prosecuzione di una tradizione lunga e – per lo meno un tempo – rispettabile, che ha in Emilio Salgari uno dei suoi numi tutelari.
Storie di terre lontane, di strani popoli, di antichi misteri, azione, pericolo. Narrativa d’intrattenimento.
C’è chi se ne vergogna. Sono degli sciocchi.

Davide Mana

֎ L’intervista ֎

Benvenuto Stefano su Liberi di scrivere in questa prima tappa del blog tour dedicato al tuo libro La Mappa della Città Morta. Prima di parlare del tuo libro mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa di te, della tua infanzia, dei tuoi studi, di come ti sei avvicinato alla scrittura.

La mia storia inizia in un piccolo paese della Lucania, dove ho assaporato la più spontanea e felice libertà, e continua a Bologna, dove ho imparato a disciplinarmi e organizzare la mia vita. In mezzo ci sono viaggi e libri letti, il lavoro all’università, i progetti, i fallimenti, le ripartenze e la famiglia.
La scrittura ha seguito lo stesso cammino: è nata nel paese come puro istinto, è cresciuta in città come sperimentazione, come studio e apprendimento, infine è diventata tutt’uno con la mia quotidianità, nutrendosi giorno per giorno di esperienze.
Mi sono avvicinato ad essa in un lontanissimo pomeriggio di infanzia, mentre guardavo insieme ai miei fratelli il film La notte del demonio, di Jacques Tourneur. E oggi, a distanza di quasi tre decenni, puntualmente vedo tra le righe che scrivo tutto quello che ho vissuto e ciò che io stesso sono diventato, come se mi guardassi in un vecchissimo specchio.
Ecco come intendo la scrittura: il riflesso di me attraverso le trame e gli eventi raccontati, ma con la magia aggiuntiva di esprimere anche i miei desideri, e le mie paure.

La Mappa della Città Morta è il tuo primo romanzo? So che è un fenomeno del web, sei stato in altre parole un autore indie, che ha auto-pubblicato il suo romanzo. Parlaci di questa esperienza, quale è stato il tuo segreto per farti conoscere dai lettori?

In realtà è il terzo, ma si tratta della prima storia che ha come protagonista questo copywriter del mistero che si chiama Charles Fort. A gennaio dello scorso anno ho pubblicato il libro su Amazon, con la formula KDP, e in tre mesi è stato scaricato poco meno di quattromila volte occupando stabilmente la top 10 dei libri più venduti. È stata una sorpresa anche per me, visto che mi sono limitato a creare la pagina Facebook del romanzo e fare un po’ di advertising con Google AdWords. È stato emozionante vedere giorno per giorno crescere il gradimento e le recensioni, fino a quando ho ricevuto una e-mail dalla Newton Compton. Spero che la seconda vita del libro sia altrettanto fortunata.

Il tuo romanzo si inserisce nel filone del romanzo avventuroso: un manoscritto antico, un tesoro, una spedizione nel Mato Grosso, popolazioni indigene, un mistero da svelare. Pensi che oggi il fascino delle spedizioni del passato sia ancora presente nelle nuove generazioni, o ormai il pianeta terra, grazie ai moderni mezzi tecnologici (penso ai satelliti, ai telefoni satellitari, agli equipaggiamenti in dotazione agli esploratori) non ha più segreti ?

In verità non sono certo che il pianeta abbia svelato tutti i suoi segreti. Fra i temi del libro v’è anche questo: quanto è solida la convinzione che ogni cosa sia ormai alla luce del sole, in bella mostra sotto i nostri occhi. Dobbiamo proprio escludere che esistano angoli ancora in grado di offrire qualcosa alla nostra onniscienza? Eppure basta pensare al sottosuolo, o al fondo degli oceani, o guardare alle nuove specie viventi che ancora vengono scoperte grazie alla ricerca, per incrinare quella convinzione.
Credo che il fascino dell’ignoto e della scoperta sia rimasto inalterato anche in quest’epoca illuminata dalla fredda luce della tecnologia e inondata di informazioni che ci raggiungono alla velocità di un click. E questo per una sola ragione: abbiamo dentro un’innata e insopprimibile sete di conoscenza, mista alla speranza che ci sia qualcos’altro oltre l’orizzonte che vediamo ogni mattina dalle finestre di casa.

Come ti sei documento per la stesura del tuo romanzo. In che misura la scienza incide nelle tue trame?

Ho fatto una ricerca bibliografica su tre elementi chiave: culture e territorio dell’Amazzonia, esplorazioni geografiche e modalità di sopravvivenza durante le spedizioni, teorie scientifiche sulle glaciazioni e in genere sugli eventi estremi che hanno caratterizzato la storia del pianeta.
Ho letto alcuni libri che propongono ricostruzioni alternative della storia umana o del passato geologico della Terra, e relazioni di antichi esploratori che hanno compiuto favolose scoperte nel profondo della giungla. Più di ogni cosa, mi sono appassionato alla storia di un avventuriero inglese del secolo scorso, che ha trascorso l’ultima parte della sua vita a inseguire il sogno di una città perduta nel cuore del Brasile.
Tutto ciò ha contribuito senza dubbio a consolidare la trama, ma con una dinamica che mi sarebbe difficile ricostruire perché ogni elemento, entrando a contatto con la storia, si è fuso indissolubilmente con essa.

Nelle tue storie vengono prima i personaggi e poi l’avventura, o i personaggi vengano creati in funzione della trama, e come?

Di norma la storia, o meglio l’idea centrale, viene prima. Gli eventi si aggregano uno dopo l’altro intorno a questo nucleo, come nella formazione di un pianeta. Ma arriva un momento in cui devo arrestare il processo e fare ordine, ed è qui che i personaggi emergono definitivamente o svaniscono nella nebbia. Quelli che restano prendono in mano la vicenda e la condizionano, la adattano al loro modo di essere e la conducono fino al termine. Il finale può essere una parziale sorpresa anche per me, ed è un piccolo dispiacere salutarli quando scrivo la parola ‘fine’.

Oltre a modelli letterari, hai avuto anche modelli cinematografici? Quali sono i film di avventura dai quali hai tratto maggiore ispirazione?

Il cinema è la mia seconda grande passione insieme alla letteratura. Ho anche girato un paio di cortometraggi, uno dei quali, ‘Scaffale 27’, è un piccolo thriller che ha avuto il suo successo a Bologna. Ho amato moltissimi film, non necessariamente di avventura, anche se pellicole come All’inseguimento della pietra verde o la saga di Indiana Jones hanno avuto una certa influenza sul mio concetto di ritmo e azione in un libro come La mappa della città morta. Ma in generale preferisco un cinema di respiro più ampio e anche, paradossalmente, dai ritmi più lenti. E sono proprio questi riferimenti che entrano maggiormente nel libro. Posso svelare, ad esempio, che nelle pagine finali c’è una citazione a 2001: Odissea nello spazio.

Come organizzi la tua giornata dedicata alla scrittura, e come concili la scrittura con gli impegni familiari e la vita di tutti i giorni?

La scrittura è per me una costante, un’abitudine, un’energia a volte latente, altre volte che si accende e mi trascina. In ogni caso è sempre lì, fissa nella mia mente, a richiedere attenzione sulla storia che sto scrivendo. Perciò mi è inevitabile trovare il modo di inserirla nella mia giornata. In genere scrivo tra le 18.00 e le 20.00, sempre. Talvolta prevale la ricerca o il lavoro sul progetto, ma è pur sempre tempo dedicato alla storia.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa breve intervista domandandoti qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.

Grazie a voi!
Ho appena concluso la seconda stesura della nuova avventura di Charles Fort. Stavolta porto il lettore nei mari del sud, sulle isole Fiji. Ci lavorerò ancora qualche mese con una terza stesura, dopo vedremo il da farsi. Molto dipenderà da quanto si farà apprezzare La mappa della città morta.

֎ Per partecipare al giveaway ֎

La Newton Compton mette in palio due copie del romanzo. Se volete concorrere all’estrazione che si terrà il 31 marzo sul blog “Il flauto di Pan” seguite queste semplici istruzioni:
– Commentate tutte le tappe del tour.
– Diventate
follower dei blog partecipanti.
– Mettete “mi piace” alla pagina FB deciata al romanzo e a quella di Newton Compton.
Sistema di estrazione: random org

Prossime tappe:

Seconda tappa: Blog Expres 8 marzo
Terza tappa: Penna d’Oro 10 marzo
Quarta tappa: Thriller Magazine 15 marzo
Quinta tappa: ThrillerPages 22 marzo
Sesta tappa: Il flauto di Pan 29 marzo

:: Un’intervista con Craig Johnson, autore della serie di Walt Longmire a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2016

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Ciao Craig. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Craig Johnson?

Sono l’autore bestseller del New York Times dei libri di Walt Longmire, base per la serie televisiva Netflix Longmire.

Raccontaci qualcosa della tua città e del tuo paese. Qual è il tuo background?

Sono uno scrittore e nello stesso tempo proprietario di ranch del nord del Wyoming, lungo il confine con il Montana, e la città più vicina al mio ranch ha una popolazione di 25 anime. Ora sono essenzialmente uno scrittore, ma ho passato la maggior parte della mia vita lavorativa nei ranch e anche parecchi anni nei rodei.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Quando ti sei interessato alla letteratura crime e western? Quando hai iniziato a scrivere?

Sono arrivato alla scrittura grazie alla tradizione orale; vengo da una famiglia di cantastorie e per me è stato naturale scrivere le storie che loro raccontavano a voce. L’ interesse per la letteratura poliziesca mi è nato durante il periodo in cui ho lavoro per le forze dell’ordine e ho iniziato a vedere le persone al loro peggio e al loro meglio.

Cosa hai scritto per prima cosa?

The Cold Dish, il primo romanzo della serie è stato il mio primo libro, seguito dagli undici successivi, due novelle, e una raccolta di racconti, tutti con Walt Longmire protagonista, lo sceriffo della contea meno popolata nello stato meno popolato degli Stati Uniti.

Sei stato incoraggiato a scrivere nei primi tempi e se sì, da chi?

Non molto, voglio dire io venivo da una famiglia operaia e quando dicevo che volevo fare lo scrittore era un po’ come se avessi detto che volevo fare l’ astronauta, in modo che nessuno, me compreso, ha mai preso sul serio questo genere di cose. Così è stato qualcosa che ho tenuto chiuso nel mio cuore mentre lavoravo nell’edilizia, o come cowboy tutte cose che ho fatto nei miei primi anni.

Raccontaci qualcosa della tuo debutto.

Ti dirò è stato un po’ come la storia di Cenerentola, ho scritto The Cold Dish, è stato preso da un agente davvero meraviglioso e potente di New York, il quale l’ ha presentato a uno dei cinque editori più grandi del mondo. Un anno dopo che era stato inviato The Cold Dish era sugli scaffali di tutte le librerie degli Stati Uniti.

Pensi che qualche scrittore in particolare abbia influenzato il tuo stile o il tuo approccio alla scrittura?

Assolutamente, e John Steinbeck primo fra tutti. Amo i narratori che dipingono su una grande tela, quelli che non hanno paura di parlare di grossi argomenti, ma lo fanno ad una scala umana con personaggi assolutamente coinvolgenti, che prendono queste idee come verità e giustizia e le rendono accessibili mantenendo la scrittura ad una scala umana.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No. Ho avuto un sacco di attenzione da parte dei media e meravigliose recensioni, ma alla fin fine sono solo opinioni, né meglio né peggio di una e-mail o di una conversazione casuale sul mio lavoro.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Tutto. Sono cresciuto in una di quelle case in cui i libri erano dappertutto. La più grande colpa nella casa dei miei genitori era quella di essere visti senza un libro ed è qualcosa che fa parte della mia vita, ancora oggi.

Cosa ti ha portato alla pubblicazione?

Scrivere un libro, che è sempre la parte più difficile, scrivere qualcosa che possa essere degno di essere pubblicato. Generalmente una possibilità l’otteniamo tutti, ed è meglio non farla scappare, perché non è detto che si possa avere un’altra possibilità. La mia storia, come ti ho già raccontato, è più una storia di Cenerentola, non granché come modello, in quanto ho incontrato un grande agente e un grande editore in meno di un anno.

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Brady Udall, Willy Vlautin, Daniel Woodrell, Christopher Moore, James Lee Burke, Cormac McCarthy, Ken Kesey…

Dashiell Hammett o Raymond Chandler?

Hammett, mi piacciono gli aspetti politici della sua scrittura.

E ora parliamo della serie di Walt Longmire. Come è nata?

Kathryn Court, il capo della Penguin, mi disse che dovevo davvero continuare a far vivere i miei personaggi in una serie e io, con l’esperienza di chi aveva pubblicato solo un libro, fui d’accordo con lei. Mi disse di tornare al mio ranch e pensarci su, così ho fatto.

Mi piacerebbe parlare un po’ dello sceriffo Walt Longmire. Chi ti ha ispirato per questo personaggio?

Ho fatto davvero tante cavalcate assieme a tanti sceriffi in Wyoming e Montana e li ho assemblati in Walt, lui è parte di un sacco di quei ragazzi, intelligenti, duri e che hanno cura delle persone delle loro comunità.

Ci sono parti autobiografiche?

Oh, certo, è difficile scrivere un’ intera serie di libri in prima persona e non metterci un po’ di te stesso in tutti i personaggi.

Cosa consigli agli aspiranti scrittori?

Scrivere con il proprio cuore; se stai solo cercando di farti pubblicare non funzionerà mai. Seguire le tendenze è un gioco a somma zero, qualsiasi cosa tu stia cercando di emulare, il treno ha già ha lasciato la stazione.

Se potessi iniziare la tua carriera di nuovo, cambieresti qualcosa?

No, non una sola cosa.

Sei uno scrittore così prolifico. Quale è il tuo libro preferito?

E’ un po’ come chiedere quale è il preferito tra i tuoi figli. Sono tutti preferiti, ma per motivi diversi, alcuni sono più veritieri, altri divertenti, perspicaci, coinvolgenti, impossibile dirlo.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Come hai reagito?

Oh, certo. C’è sempre qualcuno là fuori a cui non piace quello che stai facendo, ma non si può farne una questione personale. Se si vuole si può vedere cosa hanno scritto loro e vedere se hanno qualche merito, se no, solo buttare le critiche nella spazzatura e andare avanti.

Pensi che la tua scrittura stia migliorando?

Assolutamente, se no non scriverei più.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura?

Beh, io ho un ranch il che significa che ho delle responsabilità per prima cosa quando mi alzo al mattino. Allora posso iniziare a scrivere a metà del pomeriggio, poi torno ad essere un rancher per alcune ore e poi scrivo ancora un po’, mi lavo e mi preparo per la cena. Ho una vita molto piena e non sono il primo scrittore a scoprire che barcamenarsi tra lavoro intellettuale e fatica fisica è un ottimo modo di vivere.

Hai molti fan. Che legame hai con i tuoi lettori?

Ho un legame molto stretto. Ho un sito web http://www.craigallenjohnson.com in cui i lettori possono semplicemente scrivermi direttamente. Rispondo a tutte le mie e-mail che ricevo e penso che sia fantastico avere una bella e stretta relazione con le persone che leggono i miei libri. Poi c’è Longmire Days in Buffalo, Wyoming dove giriamo lo show televisivo, io e circa quattordici mila persone partecipiamo – è molto divertente.

Parlami del tuo prossimo romanzo.

Quando Rosey Wayman della polizia stradale del Wyoming viene trasferita nel bellissimo e imponente paesaggio del Wind River Canyon, una zona che gli agenti di polizia chiamano terra di nessuno a causa della mancanza di comunicazioni radio, lei inizia a ricevere chiamate di assistenza. Il problema? Stanno arrivando da Bobby Womack, un leggendario poliziotto Arapaho ferito a morte nel canyon quasi mezzo secolo prima. In un’ indagine che abbraccia questo mondo e il prossimo, lo sceriffo Walt Longmire e il buon amico Henry Orso in Piedi si occupano di un caso che li mette a confronto con una leggenda: The Highwayman.