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:: Un’ intervista con Federico Inverni

29 marzo 2017

resBentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Nella prima abbiamo parlato di molte cose (lascio il link a chi volesse leggerla) cercherò di non rifarti le stesse domande, concentrandomi soprattutto sul tuo nuovo libro appena uscito “Il respiro del fuoco”. Ma prima tracciaci un bilancio della tua carriera finora. Sei soddisfatto? Hai avuto difficoltà a mantenere segreto il tuo pseudonimo? Che accoglienza hai avuto da critica e lettori?

Grazie a te! Sì, sono contento di come sono andate le cose finora, soprattutto perché molti lettori mi contattano sui social media dimostrando apprezzamento per i romanzi. Ci sono state un paio di occasioni in cui l’anonimato è stato, diciamo, ‘a rischio’, ma per fortuna non molti sembrano interessati a scoprire chi io sia, preferiscono concentrarsi sui personaggi… Ed è giusto così!

In Il respiro del fuoco tornano i personaggi de Il prigioniero della notte, la profiler Anna Wayne e il detective Lucas, sempre Haven, cittadina fittizia come sfondo. Hai in programma di scrivere una serie di thriller con questi personaggi? La stai pianificando, o scrivi di getto, senza uno schema preciso?

Avevo in mente sin dall’inizio un arco narrativo preciso per ciascuno dei protagonisti, Lucas in particolare, e ho sempre pensato che si sarebbe concluso con una trilogia. Ma a parte lo sviluppo della linea orizzontale, i singoli casi che di volta in volta Lucas e Anna devono affrontare sono diversi e sono una sorpresa anche per me. Adesso sto ultimando le ricerche per il caso portante del terzo romanzo. Di solito schematizzo tutto, stendo una lunga scaletta capitolo per capitolo, la scrittura effettiva occupa le tre settimane di ferie estive… che poi sono l’unico momento in cui posso effettivamente scrivere!

Cosa ti ha ispirato a ascrivere questo romanzo. Quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La prima scena. Probabilmente avevo letto qualcosa, o visto qualcosa in televisione, ma di fatto mi sono sognato la primissima scena del crimine, quella a Eden Crossing, una corona di teste a disegnare una sorta di sole morente…

Sei un autore molto americano nello stile e nelle tematiche, questa volta al centro del romanzo troviamo una setta, capeggiata dall’inquietante reverendo Tobias Manne. Come ti sei documentato per ricreare le dinamiche all’interno di queste comunità chiuse, che non di rado arrivano a gesti estremi ed eclatanti come i suicidi collettivi. In che modo i vari leader carismatici riescono a condizionare e manipolare i propri adepti, tanto non solo da riuscire a ottenere i loro beni, ma anche a sacrificare la vita?

Lo spunto iniziale per decidere di scrivere le storie di Anna e Lucas è nato proprio dalla mia ossessione per la mente e la memoria, perché sono la nostra più solida certezza eppure sono anche fragilissime… Ed è sorprendentemente facile manipolare entrambe. Mi sono documentato molto sulle sette e i culti di cui parliamo, da Scientology (la più potente in esistenza) agli episodi più tragici, come il massacro di Jonestown, che indico anche nella nota in fondo al libro. Spesso questi leader fanno leva sulle nostre paure più recondite e utilizzano una strategia quasi militaresca per colonizzare i pensieri e i comportamenti degli adepti. La logica è quella del ‘noi contro tutti’, che, a ben pensarci, è rassicurante per chi ci ‘casca’. Rinunciare a un pensiero critico e autocritico è consolatorio se in qualche modo si è convinti di stare dalla parte giusta, e che conseguentemente il mondo sia ostile e da tenere al largo. Ravviso dinamiche simili anche in certi movimenti populisti, che si servono di tecniche più sottili di brainwashing (per esempio, diffondendo sulla rete le cosiddette ‘bufale’) rinforzando l’idea che il mondo, il ‘sistema’, sia pericoloso e menzognero e che quindi, per converso e per pura specularità acritica, chi sta dall’altra parte sta nel giusto.

All’inizio del romanzo Anna e Lucas si trovano davanti proprio i corpi di questi adepti nella pagoda di Eden Crossing. Prima che il fuoco avvolga tutto. Ma uno si è salvato, ha lasciato il suo posto, finto di partecipare alla cerimonia. Cosa puoi dirci di questo incipit?

Come accennavo prima, è la scena che ho sognato… E ripensandoci da sveglio mi sono reso conto che qualcosa non tornava, e che l’indagine di Anna e Lucas sarebbe dovuta partire proprio da lì.

Come sono cresciuti i personaggi di Anna e Lucas. Come hai determinato la loro evoluzione? Lucas è molto protettivo nei confronti di Anna, si sta creando tra i due un legame molto profondo, pensi di approfondirlo ulteriormente?

Al di là degli specifici casi criminali da affrontare, è proprio il rapporto tra Lucas e Anna che mi affascina di più, hai colto davvero nel segno. Il loro legame è sempre più profondo ma esiste un confine che ancora non riescono a valicare, e questo perché certi limiti si superano a una sola condizione: la fiducia reciproca. Ma il punto è proprio questo: possono davvero fidarsi l’uno dell’altro? E soprattutto, possono fidarsi di loro stessi? Certo che approfondirò questo rapporto, mi diverte moltissimo.

Parlaci del rapporto tra Anna e il “mostro”. Inaspettatamente va in carcere e gli chiede aiuto. Come hai costruito questa scena, forse la più drammatica (a livello di tensione emotiva) del libro.

Il ‘mostro’ è un vecchio fantasma, che appartiene al passato di Anna, a uno dei suoi vecchi casi. Forse quello che l’ha segnata di più. Io sono della convinzione che sia relativamente più facile creare dei personaggi positivi, mentre per costruire la ‘malvagità’ si fa molta più fatica… Per questo alla fine da scrittori ci si affeziona molto di più ai ‘cattivi’. E in quella fase della narrazione, avevo bisogno di qualcosa che destabilizzasse Anna, che la proiettasse dentro un incubo ancora peggiore di quello che stava vivendo. Ma a ben vedere, riemerge la mia solita passione per gli abissi della mente: un mostro in prigione, in isolamento, che chances ha di obbedire alla propria natura se non quella di sfruttare al massimo le potenzialità della mente? Si tratta di un manipolatore, capace di usare le parole e i pensieri come un’arma. E di ferire con poche sillabe.

Tornerei sul tema della fiducia. Per costruire anche solo un rapporto di amicizia è fondamentale. I personaggi trovano quasi più facile fidarsi l’uno dell’altra che di se stessi. Lavorerai su questo tema anche nel terzo libro?

Hai centrato perfettamente il punto: ho sin da subito immaginato che il percorso di avvicinamento tra Lucas e Anna fosse centrale nell’evoluzione dei personaggi e conseguentemente dei romanzi. Ma tutto si incentra sulla fiducia, come dici tu: quando si perde la fiducia in se stessi, e soprattutto si teme di perdere il controllo della propria razionalità o delle proprie emozioni, la soluzione apparentemente più facile è cercare un appoggio in altre persone. Ma è davvero la scelta migliore? La più saggia? La più… sana?

Quale è o sono le tue scene preferite nel romanzo?

Sorprendentemente, non è nessuna delle scene di detection o d’azione, benché mi diverta tantissimo a scriverle. Mi emozionano molto, invece, le scene in cui sono da soli Anna e Lucas, ce ne sono un paio nel romanzo (una al centro e una alla fine) di cui sono particolarmente soddisfatto.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Tantissime, sarebbe un elenco troppo lungo. Ma mi ha ispirato soprattutto il lavoro di documentazione e ricerca, le ore trascorse ad ascoltare le registrazioni dell’ultima assemblea di Jonestown o a visionare i messaggi d’addio dei membri di Heaven’s Gate, è tutto disponibile on line ed è… agghiacciante.

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico? Progetti cinematografici legati ai tuoi romanzi?

Non so se sia uno stile cinematografico – alcuni lettori mi dicono che apprezzano certi passaggi ‘poetici’ (!?!), altri invece li ritengono un appesantimento… Di certo, ho una concezione cinematografica della scrittura, questo sì. Gestisco ogni capitolo come una scena, e cerco di fare molta attenzione al punto di vista della telecamera, a cosa inquadra e cosa no.

Progetti di traduzione per l’estero?

A maggio uscirà la traduzione tedesca del Prigioniero della notte! Sono proprio curioso di vedere la reazione del pubblico tedesco…

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito per coraggio, intraprendenza, spirito?

Moltissimi, ma sopra a tutti metterei Conan Doyle, Agatha Christie, Bret Easton Ellis, Stephen King. Ho adorato gli esordi di Ruta Sepetys, Donato Carrisi, Renee Knight, Fiona Barton, Wulf Dorn…

Progetti per il futuro?

Ho in mente una sorpresina per chi avrà voglia di leggerla, un racconto lungo ambientato temporalmente tra Il prigioniero della notte e Il respiro del fuoco. Lo sto ultimando in questi giorni!

:: Blogtour – Il respiro del fuoco, Federico Inverni (Corbaccio, 2017) – terza tappa

22 febbraio 2017

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Oggi siamo felici di ospitare la terza tappa del blogtour organizzato da Corbaccio dedicato al nuovo libro di Federico Inverni Il respiro del fuoco. Dopo Contorni di noir e Milano nera anche oggi un contenuto esclusivo per voi lettori, un Estratto del romanzo che potrete leggere a questo link direttamente online. Il romanzo esce domani, 23 febbraio, in tutte le librerie. Buona lettura!

֎ La trama ֎

Manca poco al tramonto quando il cielo grigio e nero che incombe sulla città di Haven si accende di un rosso infuocato. Ma quel bagliore non proviene dal sole calante che tenta di illuminare uno degli ultimi giorni che precedono il Natale. È il rosso violento di un incendio scaturito sulla cima di una collina in periferia, nella cittadina abbandonata di Eden Crossing. Il respiro del fuoco non ha lasciato scampo: l’eccentrico tempio che accoglieva il reverendo Tobias Manne e i suoi adepti è ora un sepolcro ardente con decine di vittime. La profiler Anna Wayne e il detective Lucas sono arrivati troppo tardi per impedire quel devastante suicidio rituale… …ma qualcosa appare assurdamente incongruo. Qualcuno è riuscito a dominare il fuoco, a farsene padrone. E forse quello non è un suicidio collettivo, ma la più efferata delle stragi, messa in atto da una mente visionaria e geniale. Perché esiste soltanto una cosa più affascinante e pericolosa del manipolare il fuoco: manipolare le menti. Mentre in città la notte arde di altri fuochi, Anna e Lucas devono sfidare il tempo per riuscire a elaborare un profilo del killer, ricostruire la storia delle vittime e individuare la più sfuggente delle ombre, prima che uccida ancora. Ma ogni indagine ha un prezzo, e quando sia Anna sia Lucas scoprono che quel caso affonda le radici nel loro passato, nei loro segreti, sono costretti a chiedersi se possono davvero fidarsi l’una dell’altro… O se invece, come predicava il reverendo Tobias Manne, non sia il momento di compiere l’ultimo passo: accettare l’inaccettabile.

֎ L’autore ֎

Federico Inverni è lo pseudonimo di un autore che preferisce conservare il proprio anonimato, lasciando che siano i suoi romanzi a trovare la loro strada, ma è felice di parlare con i suoi lettori e con i tanti librai che l’hanno contattato attraverso i social network. Nasconde i suoi interessi e le sue passioni fra le righe che scrive. Ha esordito nel 2016 con il thriller Il prigioniero della notte (Corbaccio) che è stato venduto anche all’estero. Il respiro del fuoco è il suo secondo romanzo.

«Cosa sai delle stelle, Anna?»
domandò Lucas, immobile al mio fianco.
Ci pensai su.
«Niente. Non c’è niente che io possa veramente sapere.»
«Non è corretto. Una cosa la sai.»
«Cosa?»
«Quello che sai delle stelle è che sono morte.
Quella che credi sia una stella in realtà è un fantasma.
E quella che vedi è l’eco del fuoco
che la faceva ardere.»

:: Un’ intervista con Federico Inverni

16 marzo 2016

Il prigioniero della notte_Esec.inddBenvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Federico Inverni non è il tuo vero nome per cui il primo mistero del libro è già racchiuso nell’identità del suo autore. Ipotizzo che tu sia un uomo, ringrazi tua moglie, ma non sappiamo la tua nazionalità, la tua età, la tua professione. Cosa spinge un autore a pubblicare i suoi libri sotto pseudonimo? Per motivi di privacy, per sicurezza, per tenere separate le carriere?

R- Grazie per aver deciso di ospitarmi, è un piacere. Ho scelto di adottare uno pseudonimo, sì, ma in fondo è un mistero di poco conto: la vera sfida è dentro il romanzo! Ho fatto questa scelta per motivi di privacy e personali, come dici tu, ma anche perché penso davvero che Il prigioniero della notte debba trovare i propri lettori senza trascinarsi dietro il peso dell’autore. I protagonisti sono Lucas e Anna, la scena è loro.

Come concilierai la tua identità nascosta e la vita dello scrittore con presentazioni, tour letterari, eventualmente premi?

R- Semplice: non farò presentazioni né tour letterari, se non ‘virtuali’ come questa intervista.

Come ti sei avvicinato alla scrittura?

R- Leggendo tanto, tantissimo, e anche attraverso fasi di crescita personali e professionali di cui però non posso parlare… Ma ricordo ancora il colore (nero e verde scuro) e la consistenza tattile (liscio metallo, fredda plastica dei tasti) della macchina da scrivere di mia madre, presa in prestito quasi clandestinamente per battere a macchina il mio primo ‘romanzo’ (in realtà un racconto breve), che ho rilegato cucendolo a mano. Ora che ci penso, ricordo perfino l’odore del nastro bicolore, rosso e nero.

Il prigioniero della notte è il tuo primo libro? O hai già scritto altri libri magari con il tuo vero nome?

R- No, questo è il mio primo romanzo pubblicato.

A quali autori o romanzi ti sei ispirato?

R- Adoro la crime fiction, credo si intuisca… Ma in realtà sono un lettore onnivoro. Da piccolo sono stato operato di appendicite, presa al pelo perché si stava trasformando in peritonite. Di quell’esperienza ricordo soltanto due cose: il conto alla rovescia prima di soccombere al gas narcotizzante che si usava all’epoca, e la felicità di poter trascorrere dei giorni di convalescenza in ospedale perché così potevo saltare la scuola e leggere, finalmente, quello che mi pareva.

Nell’ interessante nota dell’autore, al termine del romanzo, parli di memoria e identità, della vita come narrazione. Sono i temi centrali del libro? I punti di partenza da cui hai tratto la trama del romanzo?

R- Sono i temi centrali della mia ossessione, sì. Avrai visto anche dalle risposte che ti ho appena dato che mi sforzo di recuperare i miei ricordi come se fossero ancore, argini cui aggrapparmi per impedire alla vita di trascinarmi via con sé… Sì, Lucas è la forma narrativa di una mia ossessione concreta e reale. Sono i punti di partenza, esattamente come dici tu. Il resto, mi auguro e spero, è intrattenimento!

Il prigioniero della notte è un romanzo molto particolare, forse non tanto per lo schema narrativo, (abbiamo un serial killer, numerosi giovani vittime, e un’ indagine poliziesca con investigatori e profiler), ma per le interconnessioni tra passato e presente dei personaggi principali, Anna e Lucas, e se vogliamo anche l’assassino. Gravi traumi, sensi di colpa, possono causare danni alla memoria anche in persone psicologicamente sane? La patologia di Lucas è più marcata, ma anche Anna per motivi che non anticipo, è vittima di una sorta di memoria dissociata, pur essendo una persona apparentemente normale.

R- Nella finzione letteraria si tende a ingigantire certi aspetti per amor di efficacia narrativa. La realtà… È molto peggio, secondo me. Non solo ‘gravi traumi’, anche ‘piccoli’ traumi possono segnare una personalità, possono creare dei marcatori psichici che riconfigurano la struttura mentale in modi inattesi, imprevedibili e soprattutto oltre qualsiasi possibilità di controllo da parte del soggetto. Il fatto è che poi tutto questo, nella vita quotidiana, viene riconciliato, appianato, ristrutturato dal lavoro della memoria, che modifica retroattivamente le percezioni narrandoci una storia, la nostra, nella quale non possiamo fare a meno di identificarci. Insomma, il bello di tutto questo è che è la nostra stessa mente, la nostra stessa identità a rendere evidente una cosa: noi umani delle storie abbiamo bisogno, ne abbiamo un disperato bisogno, perché senza non avremmo alcun senso.

Non hai scelto un’ambientazione italiana, (siamo a Haven), i personaggi hanno nomi stranieri. Perché questa scelta?

R- Haven è una cittadina fittizia, e i nomi dei personaggi sono venuti di conseguenza… Oltre a essere in buona parte una specie di easter eggs… La verità è che volevo svincolarmi il più possibile da un ancoramento geografico, localistico, perché i protagonisti di questa vicenda sono le menti dei personaggi. C’era un luogo vero, in una primissima stesura. E’ durato qualche pagina, perché mi annoiava, mi costringeva a usare parole inutili e dispersive, mi appesantiva come un pranzo mal digerito un pomeriggio d’afa d’estate, la storia affondava con molta meno grazia e molto meno romanticismo di Di Caprio al termine di Titanic.

E soprattutto perché hai scelto una narrazione in prima persona per Anna. Un personaggio femminile. Che ruolo pensi abbiano le donne nella narrativa di genere, più spiccatamente thriller o noir?

R- Anna è nata come contraltare a Lucas, che è nato prima di lei. Ma mentre Lucas, per sua stessa natura, non può essere raccontato in prima persona, Anna ha trovato subito una sua voce, sorprendendomi, cogliendomi alla sprovvista, arrabbiandosi molto – com’è sua essenza – quando non le rendevo giustizia, quando usavo parole non sue. Nella narrativa in generale, e nella narrativa di genere in particolare, le donne hanno un duplice ruolo. Innanzitutto come autrici: fondamentali, spesso più acute dei colleghi maschi, benché tuttora poco riconosciute dalla critica ufficiale che invece è ancora, e ingiustamente secondo me, incline a “premiare”, diciamo così, gli scrittori maschi. Lo dicono tante statistiche sulle recensioni di giornali e riviste letterarie, in Italia e all’estero. E poi c’è il ruolo finzionale dei personaggi femminili. Non più solo vittime, nella crime fiction, ma protagoniste coraggiose, determinate, complesse, stratificate, e questo da lettore mi piace tantissimo. Proprio tanto.

Progetti di traduzione per l’estero?

R- Dita incrociate, ci sono molte cose che si muovono in tal senso… Ma staremo a vedere!

Quale è il tuo legame con i libri? Che tipo di lettore sei? Cosa leggevi da ragazzo? E che libro stai leggendo in questo momento?

R- Leggo tantissimo da che ricordo. Di tutto. E voracemente, infatti non sono un particolare collezionista di libri. Ci sono pochissimi volumi cui sono affezionato in quanto oggetto fisico, se un libro si rovina non me ne curo, ma le storie… Restano dentro di me. Ci sono alcuni romanzi che periodicamente ricompro, magari adesso anche in ebook, e rileggo, per ripulirmi la mente. Da ragazzo? Ho sempre preferito Topolino a Paperino – ovvio, era un detective. Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe. Bram Stoker, Wilkie Collins, Coleridge. Oscar Wilde. Bonvi e Max Bunker. Clive Barker, i minimalisti americani. Tutto Stephen King, ossessivamente e compulsivamente. In questo momento non ho tempo di leggere per piacere, purtroppo: mi sto documentando…

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa intervista domandandoti qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.

R- Se te ne parlassi, poi sarei costretto a… 🙂 A parte le battute: mi sto documentando, come ti dicevo, per provare a dare una forma alla storia che Lucas e Anna hanno ancora da raccontare.