:: Un’ intervista con Federico Inverni

resBentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Nella prima abbiamo parlato di molte cose (lascio il link a chi volesse leggerla) cercherò di non rifarti le stesse domande, concentrandomi soprattutto sul tuo nuovo libro appena uscito “Il respiro del fuoco”. Ma prima tracciaci un bilancio della tua carriera finora. Sei soddisfatto? Hai avuto difficoltà a mantenere segreto il tuo pseudonimo? Che accoglienza hai avuto da critica e lettori?

Grazie a te! Sì, sono contento di come sono andate le cose finora, soprattutto perché molti lettori mi contattano sui social media dimostrando apprezzamento per i romanzi. Ci sono state un paio di occasioni in cui l’anonimato è stato, diciamo, ‘a rischio’, ma per fortuna non molti sembrano interessati a scoprire chi io sia, preferiscono concentrarsi sui personaggi… Ed è giusto così!

In Il respiro del fuoco tornano i personaggi de Il prigioniero della notte, la profiler Anna Wayne e il detective Lucas, sempre Haven, cittadina fittizia come sfondo. Hai in programma di scrivere una serie di thriller con questi personaggi? La stai pianificando, o scrivi di getto, senza uno schema preciso?

Avevo in mente sin dall’inizio un arco narrativo preciso per ciascuno dei protagonisti, Lucas in particolare, e ho sempre pensato che si sarebbe concluso con una trilogia. Ma a parte lo sviluppo della linea orizzontale, i singoli casi che di volta in volta Lucas e Anna devono affrontare sono diversi e sono una sorpresa anche per me. Adesso sto ultimando le ricerche per il caso portante del terzo romanzo. Di solito schematizzo tutto, stendo una lunga scaletta capitolo per capitolo, la scrittura effettiva occupa le tre settimane di ferie estive… che poi sono l’unico momento in cui posso effettivamente scrivere!

Cosa ti ha ispirato a ascrivere questo romanzo. Quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La prima scena. Probabilmente avevo letto qualcosa, o visto qualcosa in televisione, ma di fatto mi sono sognato la primissima scena del crimine, quella a Eden Crossing, una corona di teste a disegnare una sorta di sole morente…

Sei un autore molto americano nello stile e nelle tematiche, questa volta al centro del romanzo troviamo una setta, capeggiata dall’inquietante reverendo Tobias Manne. Come ti sei documentato per ricreare le dinamiche all’interno di queste comunità chiuse, che non di rado arrivano a gesti estremi ed eclatanti come i suicidi collettivi. In che modo i vari leader carismatici riescono a condizionare e manipolare i propri adepti, tanto non solo da riuscire a ottenere i loro beni, ma anche a sacrificare la vita?

Lo spunto iniziale per decidere di scrivere le storie di Anna e Lucas è nato proprio dalla mia ossessione per la mente e la memoria, perché sono la nostra più solida certezza eppure sono anche fragilissime… Ed è sorprendentemente facile manipolare entrambe. Mi sono documentato molto sulle sette e i culti di cui parliamo, da Scientology (la più potente in esistenza) agli episodi più tragici, come il massacro di Jonestown, che indico anche nella nota in fondo al libro. Spesso questi leader fanno leva sulle nostre paure più recondite e utilizzano una strategia quasi militaresca per colonizzare i pensieri e i comportamenti degli adepti. La logica è quella del ‘noi contro tutti’, che, a ben pensarci, è rassicurante per chi ci ‘casca’. Rinunciare a un pensiero critico e autocritico è consolatorio se in qualche modo si è convinti di stare dalla parte giusta, e che conseguentemente il mondo sia ostile e da tenere al largo. Ravviso dinamiche simili anche in certi movimenti populisti, che si servono di tecniche più sottili di brainwashing (per esempio, diffondendo sulla rete le cosiddette ‘bufale’) rinforzando l’idea che il mondo, il ‘sistema’, sia pericoloso e menzognero e che quindi, per converso e per pura specularità acritica, chi sta dall’altra parte sta nel giusto.

All’inizio del romanzo Anna e Lucas si trovano davanti proprio i corpi di questi adepti nella pagoda di Eden Crossing. Prima che il fuoco avvolga tutto. Ma uno si è salvato, ha lasciato il suo posto, finto di partecipare alla cerimonia. Cosa puoi dirci di questo incipit?

Come accennavo prima, è la scena che ho sognato… E ripensandoci da sveglio mi sono reso conto che qualcosa non tornava, e che l’indagine di Anna e Lucas sarebbe dovuta partire proprio da lì.

Come sono cresciuti i personaggi di Anna e Lucas. Come hai determinato la loro evoluzione? Lucas è molto protettivo nei confronti di Anna, si sta creando tra i due un legame molto profondo, pensi di approfondirlo ulteriormente?

Al di là degli specifici casi criminali da affrontare, è proprio il rapporto tra Lucas e Anna che mi affascina di più, hai colto davvero nel segno. Il loro legame è sempre più profondo ma esiste un confine che ancora non riescono a valicare, e questo perché certi limiti si superano a una sola condizione: la fiducia reciproca. Ma il punto è proprio questo: possono davvero fidarsi l’uno dell’altro? E soprattutto, possono fidarsi di loro stessi? Certo che approfondirò questo rapporto, mi diverte moltissimo.

Parlaci del rapporto tra Anna e il “mostro”. Inaspettatamente va in carcere e gli chiede aiuto. Come hai costruito questa scena, forse la più drammatica (a livello di tensione emotiva) del libro.

Il ‘mostro’ è un vecchio fantasma, che appartiene al passato di Anna, a uno dei suoi vecchi casi. Forse quello che l’ha segnata di più. Io sono della convinzione che sia relativamente più facile creare dei personaggi positivi, mentre per costruire la ‘malvagità’ si fa molta più fatica… Per questo alla fine da scrittori ci si affeziona molto di più ai ‘cattivi’. E in quella fase della narrazione, avevo bisogno di qualcosa che destabilizzasse Anna, che la proiettasse dentro un incubo ancora peggiore di quello che stava vivendo. Ma a ben vedere, riemerge la mia solita passione per gli abissi della mente: un mostro in prigione, in isolamento, che chances ha di obbedire alla propria natura se non quella di sfruttare al massimo le potenzialità della mente? Si tratta di un manipolatore, capace di usare le parole e i pensieri come un’arma. E di ferire con poche sillabe.

Tornerei sul tema della fiducia. Per costruire anche solo un rapporto di amicizia è fondamentale. I personaggi trovano quasi più facile fidarsi l’uno dell’altra che di se stessi. Lavorerai su questo tema anche nel terzo libro?

Hai centrato perfettamente il punto: ho sin da subito immaginato che il percorso di avvicinamento tra Lucas e Anna fosse centrale nell’evoluzione dei personaggi e conseguentemente dei romanzi. Ma tutto si incentra sulla fiducia, come dici tu: quando si perde la fiducia in se stessi, e soprattutto si teme di perdere il controllo della propria razionalità o delle proprie emozioni, la soluzione apparentemente più facile è cercare un appoggio in altre persone. Ma è davvero la scelta migliore? La più saggia? La più… sana?

Quale è o sono le tue scene preferite nel romanzo?

Sorprendentemente, non è nessuna delle scene di detection o d’azione, benché mi diverta tantissimo a scriverle. Mi emozionano molto, invece, le scene in cui sono da soli Anna e Lucas, ce ne sono un paio nel romanzo (una al centro e una alla fine) di cui sono particolarmente soddisfatto.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Tantissime, sarebbe un elenco troppo lungo. Ma mi ha ispirato soprattutto il lavoro di documentazione e ricerca, le ore trascorse ad ascoltare le registrazioni dell’ultima assemblea di Jonestown o a visionare i messaggi d’addio dei membri di Heaven’s Gate, è tutto disponibile on line ed è… agghiacciante.

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico? Progetti cinematografici legati ai tuoi romanzi?

Non so se sia uno stile cinematografico – alcuni lettori mi dicono che apprezzano certi passaggi ‘poetici’ (!?!), altri invece li ritengono un appesantimento… Di certo, ho una concezione cinematografica della scrittura, questo sì. Gestisco ogni capitolo come una scena, e cerco di fare molta attenzione al punto di vista della telecamera, a cosa inquadra e cosa no.

Progetti di traduzione per l’estero?

A maggio uscirà la traduzione tedesca del Prigioniero della notte! Sono proprio curioso di vedere la reazione del pubblico tedesco…

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito per coraggio, intraprendenza, spirito?

Moltissimi, ma sopra a tutti metterei Conan Doyle, Agatha Christie, Bret Easton Ellis, Stephen King. Ho adorato gli esordi di Ruta Sepetys, Donato Carrisi, Renee Knight, Fiona Barton, Wulf Dorn…

Progetti per il futuro?

Ho in mente una sorpresina per chi avrà voglia di leggerla, un racconto lungo ambientato temporalmente tra Il prigioniero della notte e Il respiro del fuoco. Lo sto ultimando in questi giorni!

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