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:: Un’ intervista con Fiammetta Biancatelli

23 febbraio 2016

unnamedBenvenuta Fiammetta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei nata a Roma, ti sei laureata in Lingua e Letteratura spagnola, per alcuni anni hai fatto la traduttrice, sei stata una dei cinque fondatori di nottetempo, per più di sei anni sei stata responsabile dell’ufficio stampa della Newton Compton Editori, da poco hai fondato l’agenzia letteraria Walkabout Literary Agency insieme a Ombretta Borgia e Paolo Valentini. Insomma hai “giocato” in quasi tutti i ruoli dell’editoria, che bilancio ne trai, cosa ti ha dato più soddisfazione?

R- Sono state esperienze diverse ma complementari tra loro, tutte molto formative sia da un punto di vista umano che professionale. Impossibile dire quale mi abbia dato maggior soddisfazione. Anzi proprio in virtù di aver operato nei diversi ruoli dell’editoria, ho potuto scommettere su una nuova avventura. La somma di quelle esperienze diverse mi ha portato a a fondare l’agenzia letteraria dove le competenze necessarie sono molto variegate. Tutte le esperienze del passato si sono rivelate preziose e importantissime. Dall’esperienza che un traduttore fa nella profondità di un testo letterario, alla conoscenza a 360 gradi di come opera una casa editrice, fino ad adattare le strategie di addetto stampa alle politiche di un editore molto aggressivo e capace nella promozione e nel marketing. Ciò nonostante, il progetto di Walkabout literary agency non sarebbe stato possibile senza le sinergie con Ombretta e Paolo, siamo un team complementare e affiatato che ci sta permettendo di dare all’agenzia un’identità specifica e solida.

Data la tua variegata esperienza (traduttrice, editore, addetto stampa, agente letterario) si può dire che i libri sono al centro della tua vita e così gli autori. Che legame deve crearsi tra tutte le varie componenti perché un libro sia un successo, o è solo merito del caso? Quando mi faccio questa domanda io penso sempre alle varie Sfumature.

R- Parlare oggi di successi editoriali è un terreno minato, stiamo assistendo a casi letterari che di letterario hanno davvero poco. Lavorando nel settore ne dobbiamo prendere atto senza smettere di lavorare con passione nei libri in cui crediamo. Come agenti siamo molto attenti a intercettare quelle originalità che hanno il potenziale del successo, ma sempre secondo un nostro criterio che non trascende mai dalla qualità. Non riusciamo a innamorarci di un testo che non abbia una forte autenticità nella trama o nello stile, e siamo sempre alla ricerca di voci narrative nuove, declinate naturalmente nei diversi generi destinati a lettori diversi.

In questo particolare periodo perché aprire una nuova agenzia letteraria, in cosa si differenzia la vostra da tutte le altre?

R- Quando due anni fa abbiamo fondato l’agenzia letteraria era un momento delicatissimo, l’editoria stava attraversando una crisi importante e con consapevolezza, abbiamo corso dei rischi. La nostra decisione però si fondava esattamente su un ragionamento che interpretava la crisi come una opportunità. Proprio perché l’editoria attraversava una fase di grande incertezza, con snellimenti di personale all’interno delle case editrici, tagli radicali, ridimensionamenti di ogni genere, abbiamo voluto conformare la nostra agenzia tenendo conto delle molte esigenze che sarebbero emerse tra gli autori, ma anche tra le case editrici. Infatti, non ci occupiamo soltanto di intermediazione dei diritti in Italia e all’estero, ma il nostro lavoro con gli autori comincia molto prima, spesso nelle prime fasi di ideazione, stesura ed editing del testo, lo affianchiamo e ci lavoriamo, spesso anche a contratto già chiuso, e lo seguiamo nei diversi passaggi fino alla pubblicazione, senza trascurare la fase promozionale, attraverso il lavoro di ufficio stampa e promozione.

Il compito dell’agente letterario come è cambiato negli anni? Come selezionate i vostri autori? Prediligete legami più personali, o unicamente professionali?

R- In Italia la figura dell’agente letterario ha faticato a radicarsi e fino a pochi anni fa ancora molti scrittori affermati non avevano un agente, per non parlare degli scrittori emergenti. A torto si è creduto che un agente servisse nel momento in cui uno scrittore si affermava o riscuoteva un certo successo di vendite. Un errore di valutazione che ha pregiudicato e danneggiato molti autori senza esperienza che, pur di essere pubblicati, hanno firmato i loro primi contratti molto sbilanciati a favore dell’editore o hanno esordito con editori che non hanno saputo sfruttare al meglio il loro potenziale. I nostri autori li selezioniamo a partire da un unico criterio: noi dobbiamo credere in loro, nelle loro potenzialità, che siano autori letterari, commerciali, di narrativa o saggistica o varia. Ci dobbiamo credere. Le nostre scelte sono sempre il frutto di un confronto tra noi tre soci e di attente valutazioni.

L’agente letterario, generalizzando vende diritti e tutela l’interesse degli autori. Nella tua esperienza ci sono autori da evitare, così come case editrici?

R- Il rapporto con gli autori è uno degli aspetti più belli del nostro lavoro, perché il sostegno e la tutela che un agente garantisce all’autore non può essere soltanto professionale. Noi rappresentiamo gli autori e le loro opere quindi interagiamo con la loro creatività e con il loro ingegno. E dato che l’obiettivo dell’autore coincide perfettamente con l’obiettivo dell’agenzia, è fondamentale che si crei un legame di fiducia reciproca e di stima. In ultima istanza il nostro è sempre un lavoro di squadra.
Come nella vita, capita sempre qualche brutta esperienza.

Immagina che un esordiente ti mandi in valutazione un testo molto letterario, con una spiccata voce personale, oggettivamente bello, ma di nicchia e poco commerciale. Cosa fai?

R- Ci è capitato naturalmente di ricevere testi molto letterari con poche possibilità di trovare un editore. Ma quando un testo ci seduce, ci scommettiamo comunque, senza mai nascondere all’autore le difficoltà che dovremo fronteggiare. A volte abbiamo fatto centro, a volte no. Non vogliamo abbandonare questa linea, è il nostro stile e non potremmo lavorare diversamente.

In che misura varia il mondo letterario italiano da quello estero? Trovi in realtà grandi differenze? C’è più professionalità all’estero, per meglio dire ognuno è più specializzato nel suo settore?

R- Una delle maggiori differenze che avvertiamo quando ci confrontiamo con gli editori stranieri riguarda proprio il coraggio di scommettere su nuove voci che si discostano dai generi di recente successo. In Italia ci è capitato che ci abbiano detto “questo genere non vende” e dall’estero ci annunciano un nuovo caso editoriale proprio di quel genere. Sicuramente il nostro mercato oggi così compresso è molto condizionato dal risultato economico e chi sceglie i libri deve poter garantire un successo di vendite. Così proliferano libri che imitano i successi. Ovviamente anche in Italia ci sono editori che cercano di tenersi distanti da queste logiche e continuano ad offrire ai lettori testi di qualità con una certa dose di innovazione, ma ovviamente l’obiettivo del profitto è quello che predomina sopratutto nella grande editoria.
Certo, se pensiamo agli editori che hanno fatto l’editoria italiana dagli anni ’50 in poi, e ai grandi scrittori italiani della seconda metà del ‘900 – che oggi faticherebbero a trovare un editore – ci accorgiamo dell’enorme differenza. Ma queste trasformazioni rispondono a una società che ha cambiato ideali, linguaggi e stili di vita a grandissima velocità, e non possiamo non tenerne conto.

Hai appena lanciato una nuova iniziativa editoriale dell’agenzia, ce ne vuoi parlare?

R- In occasione del secondo compleanno di Walkabout literary agency abbiamo aperto un canale di Amazon-Kindle: e-Walkabout nasce con 5 collane in formato digitale a prezzi accessibili. Per tutti i gusti. Dalla narrativa di genere a quella letteraria, dalla saggistica alle short stories. Un catalogo di autori e autrici su cui scommettiamo. Usciranno con cadenza mensile a € 2,99. I primi tre titoli sono già online.

La serietà, l’esperienza, la professionalità sono elementi sempre più difficili da trovare, c’è molto pressappochismo e incompetenza. Questo queste ultime danneggiano l’editoria, e c’è un modo per difendersi?

R- Come nella vita, anche nel settore dell’editoria credo che l’unico modo per difendersi dall’incompetenza è imparare a riconoscere dove c’è veramente onestà e professionalità. E riferendomi agli autori emergenti, consiglierei di non avere fretta di raggiungere l’obiettivo di pubblicare, ma cercare vie e professionisti in grado di contribuire costruttivamente al loro progetto, anche se a volte significa andare incontro a rifiuti e delusioni.

Cosa pensi del mondo dei blog letterari, è un universo che in parte conosci, per i tuoi anni in Newton Compton, che idea te ne sei fatta?

R- Come ufficio stampa ho sempre collaborato volentieri con i blog letterari, anche negli anni in cui non avevano la forza promozionale che hanno adesso. Ora per promuovere i libri è imprescindibile occupare anche questi spazi, spesso in mano a persone competenti e attente. La rete come sappiamo è diventata un luogo di primaria importanza per raggiungere i lettori, così come i social network.

Quando parlano di crisi dell’editoria, testimoniata da studi, sondaggi e statistiche, ci credi completamente? Quali sono i mali maggiori, le cose a cui si può porre ancora rimedio?

R- Come ho detto in una risposta precedente, la crisi, che è innegabile, ha contribuito a tagli e ridimensionamenti, sovraccaricando di conseguenza i professionisti che lavorano nel settore. Gli spazi per le scommesse letterarie si sono notevolmente ridotti, così come la capacità per un editore di promuovere e seguire un libro nei mesi successivi alla sua pubblicazione. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di colmare queste mancanze.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Walkabout literary agency ha soltanto due anni e sta camminando di buon passo. Non ho altri progetti se non far crescere e avanzare l’agenzia. Parafrasando il significato del nome che abbiamo scelto per l’agenzia, direi che continueremo a cercare, per e con i nostri autori, “le vie del canto…”.

:: Un’ intervista con Mirko Zilahy a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2016

e cosìBenvenuto Mirko su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Romano, classe 1974, professore al Trinity college di Dublino, saggista, traduttore letterario, editor, e ora romanziere. Zilahi de’ Gyurgyokai è un cognome di origine ungherese, vero? Parlaci delle origini della tua famiglia.

R- Mio padre Gherardo è nato a Budapest negli anni Quaranta ed è venuto a Roma da piccolo. In effetti delle mie origini ungheresi mi resta la suggestione di alcuni scrittori e una strana nostalgia delle radici che conosco poco.

Come è iniziato il tuo amore per i libri e la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

R- Ho iniziato da ragazzino, con mia madre che mi obbligava a leggere il pomeriggio dopo scuola. Ricordo i primi due libri che mi hanno rapito, letteralmente, e mi hanno fatto ammalare di lettura: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Dracula di Bram Stoker. Da allora non ho più smesso.

Hai da poco esordito con È così che si uccide, un romanzo molto particolare, un po’ thriller, un po’ poliziesco, un po’’ noir, con una forte componente procedural, un’attenta caratterizzazione e scavo dei personaggi e un tema di fondo che si potrebbe se vogliamo definire “sociale”. A che scuola di narrativa ti sei ispirato? Quali autori o romanzi ti sono stati utili nella creazione di questo insolito tipo di romanzo?

R- Quando si inizia a scrivere un romanzo vengono a galla le suggestioni letterarie di una vita. Da lettore, da studioso, da appassionato, i maestri che avevo nelle orecchie e nel cuore quando mi sono messo a scrivere È così che si uccide non erano autori contemporanei. Per i miei spunti la realtà mi interessa il giusto, come l’attualità. Avendo come nume tutelare Poe, mi interessano gli effetti delle storture, delle violenze, delle ingiustizie che si riverberano sulle esistenze delle persone, sulla psiche degli individui e che hanno un’eco nei loro animi, nelle vicende personali che a volte sfociano nel crimine efferato. Perciò prediligo lo scavo psicologico, apprezzo la detection come ricerca intima, come sonda delle paure, dei dubbi, delle angosce. Oltre ad Edgar Allan Poe mi sento legato alla scrittura tecnica di Carlo Emilio Gadda e a quella barocca di Giorgio Manganelli, mentre per il carattere thriller devo molto a Shane Stevens.

Roma, dove è ambientato È così che si uccide, è in un certo senso la co-protagonista del romanzo. Riflette, come in uno specchio, gli stati d’animo del commissario Mancini. Perché questo taglio insolito? Roma è una città noir?

R-Roma è un setting ideale per ogni tipo di narrazione, anche thriller, ma è stata sempre sfruttata per le sue bellezze classiche, o barocche. Io invece ho cercato uno sfondo che riportasse il lettore alle atmosfere fumose della Londra vittoriana. Per farlo non ho dovuto inventarmi niente, perché l’ho trovata a poche centinaia di metri da dove abito, tra le rovine della Mira Lanza e il cilindro ferroso del grande gazomentro. Ed è qui, tra le strutture ruggiose di questi siti dell’archeologia postindustriale che il serialkiller del mio romanzo, che si fa chiamare l’Ombra, depone le sue vittime orribilmente mutilate.

Dicevo nella mia recensione al tuo libro che il tuo romanzo apre nuove strade, infrange in un certo senso un tabù: utilizzare una malattia – ormai diffusa come una metastasi del mondo contemporaneo – come metafora di un malessere più profondo, e qui ci avviciniamo al noir. Quanto è stato difficile affrontare questo tema? Avendo vissuto questo dramma da vicino (ho perso mio padre di cancro a giugno), il realismo di molte scene è forte, come se parlassi di una tua esperienza personale. E’ corretta questa mia sensazione?

R- Mi intreressava registrare tutte le forme del Male e della paura, quelle più tipiche del thriller (omicidi seriali e violenza) e quelle che sono un po’ fuori genere. Cercare di guardare il dolore e il terrore da tutti i punti di vista, e per farlo ho dovuto mettere in gioco delle esperienze personali molto dolorose.

Stai ricevendo una bellissima accoglienza, il tuo libro è ben recensito sia dalla critica, che dai lettori. Ti aspettavi tutto questo? Intendo con un libro oggettivamente difficile, non per un’ oggettiva difficoltà di lessico ma per i temi trattati?

R- Sapevo di aver scritto un romanzo difficile da addomesticare, perché è un thriller sui generis e perché ha una materia nera e molto toccante al centro. Per questo motivo non sapevo cosa immaginare, sinceramente. La critica e i lettori sono incuriositi e mi apprezzano, e le due cose mi fanno un grande piacere. Ma mi obbligano a migliorarmi per non deludere nessuno nella stesura del mio prossimo romanzo.

Il genere “serial killer” è un genere prevalentemente americano. Ho studiato il fenomeno, sebbene non da specialista, ed è difficile sentire parlare di serial killer, in Europa, nelle cronache. Il tuo villain è un serial killer, sebbene sui generis. Di solito i serial killer non si fermano, a meno che non siano fermati, uccidono per perseguire una sorta di appagamento nello stesso atto dell’uccidere. Il tuo killer invece no, persegue una vendetta e si sente nel giusto. Come hai caratterizzato questo personaggio?

R- In effetti abbiamo una nutrita schiera di serial killer anche in Italia, su cui iniziamo a conoscere i nomi e i cognomi come si faceva prima con i più celebri assassini seriali americani. I serial killer uccidono per ragioni differenti, a seconda delle patologia di cui sono essi stessi vittime. Senza fare spoiler, posso dire che nel mio romanzo la perdita del senso di giustizia e alla mancanza di umanità sono due motori della vicenda.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

R- Sì, È così che si uccide è stato venduto all’estero prima di essere pubblicato in Italia. In estate uscirà in Spagna, poi Germania, Francia, Olanda, Grecia, Turchia e in altri paesi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Nei prossimi due anni sarò occupato a scrivere il secondo e il terzo romanzo della trilogia che ha per protagonista Enrico Mancini e la sua Roma e lascerò in stand-by la traduzione e le altre attività editoriali.

:: Un’ intervista con Roberto Mingoia

3 febbraio 2016

indexOspito oggi sulle pagine di Liberi di scrivere un giovane scrittore sardo con un progetto interessante, che sarà utile anche a tanti giovani scrittori che cercano una strada nel (difficile) mondo dell’editoria. Lascio a lui la parola.

Benvenuto Roberto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Quanti anni hai? Dove sei nato? Che studi hai fatto?

Buona sera e grazie a voi per l’interesse. Ho 37 anni, sono di Cagliari e sono laureato in Scienze Politiche. Ho sempre amato scrivere ma ho aspettato ad essere gratificato sul lavoro e ad avere del tempo libero prima di buttarmi in questa avventura. Ora la gente mi considera uno scrittore, è una cosa meravigliosa ma anche una responsabilità. Anche quando prendo degli appunti o scrivo la lista della spesa non posso sbagliare una doppia o scrivere qualcosa di insensato.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono state le tue prime letture? C’è qualcuno nella tua famiglia o nella scuola che ti ha trasmesso l’amore per i libri?

Leggo da sempre, forse perchè vedevo mio papà farlo. Leggevo i libri che prendeva in prestito dalla biblioteca vicino a casa, ora sarà lui a leggere i miei. Mia mamma mi ha raccontato che si è commosso come ha letto i primi articoli sul mio nuovo romanzo.
Le prime letture che mi sono rimaste impresse sono state di Wilde, Orwell e Pirandello.

Da scrittore esordiente quali sono le principali difficoltà? Trovi attenzione presso i mass media: blog, giornali, radio, tv?

Da scrittore esordiente è durissima, devi avere una energia e una determinazione assoluta. Altrimenti è impossibile. Devi vedere l’obiettivo di arrivare al grande pubblico già realizzato anche se in un primo momento ti leggono solo i tuoi familiari o i tuoi amici, quello rimarrà sempre il nocciolo duro di pubblico per cui scrivi. Ma la persona per cui devi davvero scrivere tutti i giorni per il puro gusto di farlo, sei tu. Io scrivo per me stesso e sono in ogni caso contento di farlo perchè provo piacere nel farlo, nel trovarmi davanti a una pagina bianca con la mente vuota per poi riscoprire un capitolo pieno di personaggi e aneddoti che non pensavo nemmeno di poter concepire. Poi scrivo anche per trasmettere qualcosa di positivo agli altri, come se mettessi il mio cuore e i miei pensieri in una capsula del tempo e li dedicassi per sempre agli altri. Se ci credi funziona è il mio motto. Ora ho tantissima gente che mi chiede cosa sto scrivendo e non vede l’ora di leggermi.

E’ uscita su Bookabook.it (il primo portale italiano di crowdfunding del libro grazie a cui le opere più seguite verranno pubblicate) la tua opera dal titolo “Il Commissario Casu: la banda dei sequestratori seriali“, ambientata in Sardegna e in particolare nella città di Cagliari. Ce ne vuoi parlare? Come hai avuto l’idea di partecipare?

Ho avuto l’idea di partecipare in quanto avevo già percorso la via dell’autopubblicazione e quella della ricerca di un editore. E’ un’avventura davvero stimolante e ti apre mille orizzonti. Del resto a prescindere da chi o come è stato pubblicato il libro per farlo davvero arrivare a un pubblico vastissimo bisogna muoversi sul territorio: contattare biblioteche, associazioni, istituzioni, non lasciare nessuna strada intentata. Sono stato invitato anche da diverse scuole medie e superiori per presentare il libro e dar vita a dei laboratori di scrittura.

Il crowdfundig è un nuovo modo di promuoversi per chi ama scrivere, molto utilizzato all’estero ma ancora poco praticato e conosciuto in Italia. Come te lo spieghi?

In Italia è ancora poco conosciuto perchè in alcune cose fatichiamo ancora a sperimentare e sopratutto fatichiamo spesso a dare fiducia agli altri o a chiedere il sostegno degli altri. Sono tra le persone che crede che il crowdfunding sia il futuro sia nell’editoria che nel mondo dell’economia. E’ una forma di meritocrazia, va avanti chi funziona, chi riceve l’apprezzamento e il sostegno della gente, degli utenti finali.

Fino ad oggi è stata un’esperienza positiva? Stai ricevendo buona accoglienza?

E’ un’esperienza molto positiva e gratificante. Ho ricevuto complimenti, interviste, inviti a presentare l’opera nei circoli dei sardi in tutta Italia. Non pensavo nemmeno potesse piacere così tanto. E piace anche ai non sardi perchè il sardo è un testardo che si butta a capofitto in tutte le cose e si fa voler bene. Bisogna stare dietro alle biblioteche e alle istituzioni, i tempi sono lunghi e a volte sembra che ti stanno facendo un favore. Pensate all’obiettivo e che se si chiude una porta si apre un portone!

Parlaci del tuo libro, “Il Commissario Casu: la banda dei sequestratori seriali“, raccontaci di cosa parla, a che genere appartiene, quali sono le sue caratteristiche più insolite?

E’ un giallo avvincente, a tinte pulp, ambientato in Sardegna ma studiato sulla scia dei classici americani: medico legale, gangster, inseguimenti al cardiopalma. Il Commissario Casu, è pieno di caratteristiche insolite, ama bere, fumare, gli piacciono le donne e le auto sportive. Ama anche la musica raeggeton e il buon cibo, è gentile e generoso, è un inguaribile ottimista ma anche allo stesso tempo un’anima inquieta che soffre per le brutture del mondo ed è intenzionato a fare la sua parte per eliminarle. E’ anche un giocatore, ama fare la sua capatina settimanale nella sua agenzia di scommesse preferite e fare due chiacchiere con quella moltitudine di simpatici personaggi che la popola.
Il romanzo fa rivivere le atmosfere di suspence e tensione dell’epoca dei sequestri degli anni ’90 in Sardegna e lo fa in chiave moderna e originale. Il Commissario ama anche scrivere poesie e leggere libri motivazionali, una persona piena di risorse che non vi annoierà un minuto.

Quanta importanza ha per te una bella copertina nella vendita dei libri? Pensi sia un dettaglio marginale?

Una bella copertina è fondamentale. La mia l’ho realizzata in modo minimalista richiamando la sagoma di un delitto, colorata di giallo per evidenziare il genere della storia. Poi ci ho messo il Commissario che prende appunti con il suo taccuino, immancabile compagno di viaggio, dalla serie i dettagli sono importanti.

Diventerà una storia a fumetti?

Potrebbe benissimo diventarlo, finora a parte il grande interesse generale c’è stato anche l’interessamento di un regista. Lo vedo già il Commissario protagonista di un intrigante film giallo.

Sei uno scrittore che legge? Cosa stai leggendo in questo momento?

Leggo tanto, tutto quello che mi capita. Ora sto leggendo un libro giallo “Il Commissario Bordelli” di Marco Vichi. Carino, trovo tante affinità ma anche tante differenze, tutto questo è davvero stimolante.

Progetti per il futuro?

Sto finendo il secondo libro sull’investigatore sardo. “Il Commissario Casu e il serial killer della stella”. Ho in mente poi un terzo capitolo della saga ambientato tra Londra e New York per farlo conoscere ancora di più al grande pubblico e farlo cimentare in casi internazionali, visto che ama tanto anche viaggiare e non rinuncia mai alle sfide.

:: Un’ intervista con Paola Rambaldi, autrice di “Tredici storie di Adriatico”, a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2016

ILgKv0ORBenvenuta Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a te, Giulia.

Sei originaria di un piccolo centro vicino a Ferrara e ora vivi vicino a Bologna. Parlaci dei tuoi luoghi, dove sei cresciuta, dove ora vivi.

Ho vissuto nella Bassa fino a 19 anni, poi ho trovato lavoro a Bologna  continuando a cambiare casa nei paesi limitrofi. Al momento ho all’attivo otto traslochi. Sono stata impiegata a Bologna per oltre trent’anni facendo subito  miei i termini: Rusco (spazzatura), Tiro (apriporta), Cinno (ragazzo) e Soccia (…)  il quarto ho smesso di usarlo appena mi hanno spiegato cosa voleva dire. Di Argenta, dove sono nata, ho un ricordo di estati afose,  valli e tanta nebbia. Quando qui parlano di nebbia ripenso a quella della Bassa, dove per procedere in macchina devi metter la testa fuori dal finestrino per seguire la striscia bianca di mezzeria. Ora vivo in un posto immerso nel verde a Castello di Serravalle dove quando d’inverno nevica resti anche per una settimana a lume di candela e senza riscaldamento. Una cosa molto romantica.

Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa leggevi da ragazzina?

I primi libri furono Pinocchio e Alice nel paese delle meraviglie,  cominciai ad appassionarmi  alla lettura coi romanzi di Verne verso i 10 anni. Sono diventata una lettrice  solo dopo i 30. Dai 20 ai 30 con una  figlia piccola da crescere, autobus denso di fumo con soli posti in piedi,  lavoro e  casa da seguire  non trovavo il tempo e non sapevo neppure quali letture potessero piacermi. Alla passione per il noir ci sono arrivata per eliminazioni successive.

Poi è arrivata la scrittura. Ce ne vuoi parlare? Che tipo di scrittrice sei?

Una scrittrice lenta. Tutto è cominciato per caso vent’anni fa, inviando un racconto a un concorso. Da lì ho partecipato ai concorsi letterari come fosse un lavoro per 4 anni, arrivando ai primi posti in una sessantina. All’inizio collezionavo targhe e coppe, negli ultimi tempi miravo solo ai premi in denaro. Scrivevo una storia di una trentina di cartelle e la spedivo.  Allungando, accorciando e cambiando l’ambientazione a seconda delle richieste dei bandi. Col  primo racconto La ribaltabile, il più modificato in assoluto, potrei farci un Esercizi di stile. Partiva da una storia nella Bassa arrivando all’ambientazione sarda. Una volta  premiarono lo stesso racconto nello stesso giorno in due posti diversi a 500 chilometri di distanza l’uno dall’altro. Ci dividemmo i compiti col marito.

Scrivi di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine. Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema. Quali sono i film tratti da libri più riusciti?

Sono  assetata di storie e amo  il cinema da sempre. Da piccola abitavo fuori mano e non potevo andarci, era il periodo dei Western. Per anni ho sognato di vederne e da allora mi è rimasta la voglia di scriverne uno a modo mio. Di film riusciti tratti da libri  me ne  vengono in mente solo alcuni: Il gattopardo, Shining,  Mystic River, La cruna dell’ago, alcune trasposizioni da Simenon, Uomini che odiano le donne… Spesso mi  capita vedendo un film di leggere il libro in seconda battuta.

Ho letto Tredici storie d’Adriatico, uscito nel 2014. Un libro di racconti. E per quanto ne capisco di libri, originale, ben scritto, con un suo proprio stile che lo evidenza da tanta narrativa tutta uguale. Che accoglienza ha avuto?

L’Editore Luciano Sartirana  ha letto la raccolta, gli è piaciuta, e si è offerto di pubblicarla. Il libro è stato bene accolto dai lettori e ne sono contenta. Non è una pubblicazione a pagamento. Se dovessi pagare per pubblicare  mi terrei gli scritti nel cassetto.

Molte protagoniste dei tuoi racconti sono donne. Come sta cambiando il ruolo delle donne nella narrativa?

I miei racconti prendono spunto da storie vere, solo i finali sono di fantasia. Mia figlia e le mie amiche offrono spunti  a raffica tutti i giorni. Tutte viviamo per il gusto dell’aneddoto e appena ne abbiamo uno ce lo telefoniamo. Da  lì nascono i miei racconti. In Tredici storie di Adriatico  solo due storie sono narrate in prima persona da maschi. Ho sempre pensato che le donne abbiano più cose da raccontare, anche se poi sono i maschi a vendere più libri.

In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città. Come dico nella mia recensione al tuo libro: “c’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare”. Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono. Pensi sia vero?

Resto dell’idea che per scrivere di un posto occorra viverlo. Poi ci sono sempre le eccezioni alla regola.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Di italiani ho amato alcuni libri di Ammaniti,  Baldini, Carofiglio, Camilleri e  De Giovanni anche se  la grande passione resta  sempre per Simenon (quello dei romanzi senza il Commissario Maigret).

Cosa stai leggendo adesso?

Ho appena finito Freddo nell’anima di Lansdale e Chiamate la levatrice di Jennifer Worth. Apprezzando  entrambi.

Preferisci scrivere romanzi o racconti?

Preferisco i romanzi. Quando mi affeziono a una storia vorrei che il piacere si protraesse il più a lungo possibile e non si esaurisse in poche pagine, ma amo anche i racconti.

Riguardo la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi o dei dialoghi?

Mi vengono più rapidi i dialoghi. Anche da lettrice le descrizioni troppo corpose se non sono indispensabili mi affaticano, e quelle che somigliano a poesie mi uccidono.

Un ricordo di Luigi Bernardi.

Si propose per pubblicarmi una raccolta di racconti sulla Bassa (Bassa e nera) ma avevo mandato la stessa raccolta a  un concorso che aveva per premio la pubblicazione e l’ho vinto. Quando lo seppe si arrabbiò e  disse “E adesso arrangiati!” Conservammo comunque dei buoni rapporti e ho tenuto  le sue mail per ricordo. Era di una schiettezza rara. Peccato averlo perso troppo presto.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Per le presentazioni dei miei  libri finora, fortunatamente,  è andata bene. Ho invece il ricordo di due  premiazioni letterarie  dove non si presentò il secondo classificato, causa morte improvvisa. Ecco in quei casi lì pensi che sia  bello non arrivare secondi. Capitò anche che  per due volte  mi scrivessero sulla  targa “Paolo Rambaldi” scusandosi quando mi videro arrivare. La giustificazione fu sempre la stessa:  il racconto era talmente duro e cattivo da far pensare che  l’avesse scritto un uomo. L’ho  preso come un complimento.
Ma quello che mi faceva morire erano le motivazioni della premiazione (di solito lusinghiere) cioè quello che, secondo il critico,  avrei voluto dire col  racconto. Alcune  interpretazioni erano talmente  sorprendenti che sembrava si riferissero alla storia di un altro. Cominciavano sempre con un “E qui l’autrice ha voluto dirci che…” e le leggevano ad alta voce cercando cenni di assenso da parte mia che non riuscivo a dare. Alcune memorabili e involontariamente comiche le tengo ancora incorniciate in salotto. Di qui la mia diffidenza quando un critico cerca di spiegarmi un quadro…

Grazie della tua disponibilità, Paola.

È stato un piacere, Giulia!

Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

Spero che il mio romanzo Brisa, attualmente presso un agente trovi presto la sua strada, non desidero altro. Oddio a ben pensarci qualche altra cosa da desiderare  l’avrei ma la pubblicazione del romanzo è sicuramente la prima.
Alla pace e alla guerra nel mondo ci pensano già a Miss Italia.

:: Un’intervista con Merritt Tierce

29 gennaio 2016

vivCiao Merritt. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta nel mio blog. Raccontaci qualcosa di te e del tuo lavoro.

Ciao Giulia, e grazie mille per il vostro interesse per me e la mia scrittura. Allora un po’ di me: prima della pubblicazione del mio primo libro, Carne Viva, ho lavorato come attivista per i diritti dell’ aborto e prima ancora come cameriera. Ho servito ai tavoli per tredici anni. Mi sono sposata e ho avuto i miei figli quando ero molto giovane. Le mie esperienze hanno dato forma a quello che penso della vita e della scrittura e che infondo sono la stessa cosa: che cosa significa essere donna. Come è essere donna. Come ci si sente. Come a volte fa schifo e come non dovrebbe.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una famiglia molto conservatrice e religiosa (sebbene anche amorevole) in una parte molto conservatrice e religiosa degli Stati Uniti (Texas). Mi manca gran parte della cultura pop che c’è stata nel corso degli anni Ottanta e nella prima metà degli anni Novanta, è stato come se fossi cresciuta in una stella lontana, che è essenzialmente quello che è successo. Ho lasciato la mia casa per l’università due anni prima di quanto è tipico, e mi sono laureata quando avevo diciannove anni. A quel tempo ero stata accettata a Yale per studiare religione e letteratura, ma poi ho scoperto che ero incinta. Così, invece sono diventata una moglie e madre, e in nessuna delle due cose ero molto brava. Dopo la nascita del mio secondo figlio sono diventata un’ apostata, poi un’ agnostica, poi una cameriera, poi molti anni dopo ho scritto un libro su tutto questo.

Quando hai capito che volevi fare la scrittrice?

Ho scritto un saggio per la scuola quando avevo dodici anni. Niente di che. Parlava di una gara di atletica in cui ho corso due gare-gli 800 metri e i 2 mila metri-, con la saggezza della preadolescenza (e sebbene stessi scrivendo il romanzo della mia vita era un po’ maldestro). Quel saggio può essere anche stato niente di che; può anche essere considerato un capriccio giovanile se vogliamo; e certamente sono contenta di non avere idea di quello che gli sia successo. Ma mai nella mia vita mi ero sentita così, mai niente era stato così esaltante quanto scrivere quelle frasi.

Il tuo romanzo d’esordio, Love Me Back, ora pubblicato in Italia con il titolo Carne viva, racconta la storia di una giovane donna, Maria, una cameriera a Dallas, da solo con una bambina piccola. Ci puoi parlare di lei e del suo rapporto con la figlia?

Marie dà alla luce sua figlia quando ha solo diciassette anni, e si sforza di essere una buona madre in mezzo ai tanti casini personali. Cioè, ha perso la possibilità di frequentare una prestigiosa università; ha sposato, più o meno contro la sua volontà, un uomo con cui si sente in conflitto e da cui poi di colpo ha divorziato; ciò le è stato rimproverato ed è fonte di vergogna per i capi della sua chiesa; e lei ha dovuto capire come guadagnarsi da vivere senza competenze professionali. Così il suo rapporto con la figlia è più su come entrare in contatto con la bambina – incoerentemente, in modo inesperto, e gravata da un profondo senso di fallimento- e questa palude di difficoltà spiega il modo in cui lei si sente nei confronti della figlia. E’ chiaro che la ama; tuttavia non ha idea di come amarla.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Ci sono aspetti autobiografici, o è tutta una finzione? Ti ispiri a eventi reali durante la creazione delle tue trame?

E ‘difficile dire esattamente quando/cosa/dove per quanto riguarda l’inizio della Carne Viva, perché non credo che la scrittura inizi proprio quando uno si siede a un tavolo con una penna in mano, o comunque scrive le prime parole. Per me la creazione di questo mio primo libro è più legata a incerti elementi di passione,- non in senso romantico- alcune buone idee si sono agitate dentro di me per un tempo sufficiente da far si che si creasse qualcosa di vero nel buio della mia anima, e il tutto poi ha trovato la sua via d’uscita. Ma c’è anche stato un momento cruciale nella creazione di Carne Viva, ed è stato la sera in cui mi sono seduta in un caffè e ho scritto il capitolo di Danny (in inglese è il capitolo intitolato “Suck It“). L’intero libro, e la maggior parte delle opportunità che poi ho avuto come giovane sconosciuta scrittrice derivano direttamente da quella storia. E sì gran parte del libro è autobiografico, non sono timida nell’ affermarlo. Per un primo libro penso sia comune, infondo il materiale che si ha più a portata di mano è la propria storia, e io non credo che ci sia qualcosa di intrinsecamente inferiore nell’usare la propria autobiografia come risorsa. Può essere fatto male, proprio come può essere fatto male un testo interamente inventato. E per quel che vale non ho mai nemmeno pensato che la fiction sia solo pura invenzione: la fiction è semplicemente una cosa fatta. Una creazione, una storia. Io ho un debole per la lingua, quindi per me il valore della narrativa sta nel modo di raccontare. Allo stesso modo della reale ispirazione di un testo di fiction. C’è così tanta magia e significati già pienamente formati in ciò che pensiamo sia reale, se siamo in grado di trovare le parole per descriverlo, che non credo che tutti gli scrittori di fiction nel cosmo ne esauriranno mai i modi di raccontarlo.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Raramente, se scrivono fiction; sento che mi è mancato troppo nella mia prima formazione e ci sono tanti libri essenziali che devo ancora leggere prima di avere anche solo una conoscenza parziale di quello che la letteratura è e di come fare un bel libro. Comunque ho letto un brillante romanzo quest’anno: After Birth di Elisa Albert. Non ho mai letto niente di così onesto sull’ essere madre, e anche così perfettamente scritto. Di recente ho letto Euphoria, di Lily King, ed è perfetto. Anche Days of Abandonment di Elena Ferrante, che è l’unico suo libro che ho letto ed è brillante.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Killing and Dying, una brillante raccolta di racconti a fumetti di Adrian Tomine; Five Days at Memorial, sull’uragano Katrina, di Sheri Fink; un paio di biografie di Josephine Baker; l’ ultima collezione di poesie di Kay Ryan, Erratic Facts; il libro di memorie This Party’s Got to Stop di Rupert Thomson; la traduzione di Madame Bovary di Lydia Davis; Ethan Frome, di Edith Wharton; e Divine Horsemen di Maya Deren.

Ti piace l’Italia? Quando vieni a trovarci?

Io amo l’Italia! Tanto più ora che sono stata accolta così calorosamente dai librai di tutto il paese, in particolare Gianmario Pilo a Ivrea, Cristina di Canio a Milano, Davide Ferraris a Torino, dalla Libreria Marcopolo di Venezia e Todo Modo di Firenze. Ho fatto una meravigliosa visita a “Più libri più liberi” a Roma, e ho avuto il piacere di viaggiare con Martina Testa, la mia editor a BIG SUR e la magnifica persona che ha dato al mio libro una splendida traduzione.

:: Un’ intervista con Elena Bibolotti

28 gennaio 2016

17Grazie Elena di aver accettato la nostra intervista, e benvenuta su Liberi di scrivere. Innanzi tutto presentati ai nostri lettori. Chi è Elena Bibolotti?

Grazie a te, Giulietta, e ai lettori di Liberi di Scrivere.
Sono una persona che osserva, un po’ per mestiere molto per indole, sono curiosa, amo gli animali e la natura, corro ogni mattina e da vent’anni pratico la meditazione trascendentale, tengo in grande conto la cura del mio corpo, guardo poca televisione, un paio d’ore la sera, e curo il mio giardino. Scrivo per molte ore al giorno e curo i miei blog.

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dell’ambiente in cui ti sei formata.

Ho avuto un’infanzia agiata e felice, sono cresciuta libera -almeno nella mia percezione- nella campagna pugliese, dove giocavo per lo più da sola, accrescendo forse così la mia dote immaginativa, lontana dai cortili pieni di bambini che comunque, quando potevo, frequentavo con gioia. Ho sempre odiato la competizione, le alzate di mano e le gare di tabelline, perciò non andavo volentieri la scuola. Ho frequentato il liceo classico anche se saltuariamente, impegnata nell’allestimento di spettacoli teatrali di nascosto dai miei. Seguendo le orme di mia zia che lavorava in teatro, appena maggiorenne sono venuta a Roma dove ho frequentato la Silvio d’Amico.

Come è iniziato il tuo amore per la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

Non ho mai visto mia madre senza un libro tra le mani. I miei si rifiutavano di comprarmi giocattoli che limitassero la mia fantasia, e così fabbricavo la casa per le mie Barbie con i libri, che erano un po’ ovunque. Dopo “Piccole donne” sono passata a “Cime tempestose”, e non mi sono più fermata. Ho amato la letteratura del ‘700, de Laclos, Voltaire, Diderot, di conseguenza De Sade, che leggevo di nascosto dai miei che giustamente non mi ritenevano in grado di capirlo. Credo che questi autori mi abbiano fortemente influenzata, sia nella scrittura sia nella mia condotta esistenziale. Poi la drammaturgia, classica e contemporanea. L’incontro con la scrittura è stato invece casuale. Certo ho sempre scritto, si trattava di impressioni e diari, ma avevo troppo rispetto per la letteratura per pensare di scrivere, finché nel 2009, dopo un fallimento aziendale che mi aveva ridotta sul lastrico e dopo aver inviato circa 500 curriculum, fui assunta alla Luiss, come assistente al Master di scrittura diretto da Roberto Cotroneo. Avevo aperto quel giorno il file intitolato “Justine 2.0”, il mio primo romanzo.

Hai da poco pubblicato Pioggia dorata. Ce ne vuoi parlare?

Fulvio Abbate, nella sua bella prefazione, lo ha definito il libro dell’attesa. È un libro che, nonostante il titolo, scontenterà sicuramente gli urofiliaci e gli amanti dell’erotismo di genere, giacché la pratica in questione è trattata con delicatezza e per ciò che è, ossia una pratica “estrema”, che proprio perché estrema serve da grimaldello per liberare i miei personaggi dalle maschere e dalle sovrastrutture, una pratica di fatto disgustosa che dà loro la capacità di vedere le cose sotto una luce diversa. Il libro, pubblicato da una Casa Editrice pugliese, GiaZira Scritture, contiene “sei storie amare”, amare perché raccontano vite vissute consapevolmente, vite sofferte, infanzie segnate da eventi drammatici e quindi da rimozioni, e che quantunque avranno un lieto fine, porteranno per sempre i segni del “danno”, per citare un’autrice a me cara, Josephine Hart.

Erotismo e pornografia sono due temi molto attuali e discussi, in cosa consiste l’uno e in cosa l’altra?

L’erotismo è tutto ciò che c’è attorno al disegno, al graphè, all’atto nudo e crudo, che, francamente, sia come donna che come scrittrice m’interessa poco. L’erotismo è il modo in cui la sessualità si manifesta, ciò che si muove dentro i personaggi, che ci conduce alla scelta di una persona piuttosto che di un’altra, di un luogo d’incontro, di un abito da indossare. La pornografia è passiva, esclusivamente fisica, artefatta, ben distinguibile attraverso le categorie di Youporn, l’erotismo è attivo, sorprendente. Leggere che ci sono uomini che fanno sesso con la marmitta calda di un’automobile o donne che fanno l’amore con pezzi del muro di Berlino mi apre un mondo.

Essere considerata un’autrice di romanzi o racconti erotici pensi sia una limitazione? C’è ancora una sorta di ghettizzazione per chi si occupa di questo tipo di narrativa? L’ hai notata nella tua esperienza personale?

Sì, è limitativo, soprattutto se intendiamo l’erorismo come parte dell’esistenza e non come appendice. La narrativa, e buona parte della critica, ha la brutta abitudine a voler etichettare tutto, correndo il rischio di mettere i libri sugli scaffali sbagliati. Mary Gaitskill, per esempio, ha scritto racconti e romanzi bellissimi, tra cui Secretery, tra l’altro sfregiato nel finale dai produttori dell’omonimo film, ma non ha mai avuto la pubblicità di un prodotto da banco come le “50 sfumature”. E certamente la Gaitskill non parla di autoreggenti e corpettini contenitivi, parla di vuoti e mancanze, di disturbi alimentari, di tabù. Ho la sensazione che chi si occupa di narrativa preferisca tenere al riparo i lettori dall’attività della scoperta personale e del libero pensiero, facendo sì che rimangano su strade già battute, all’interno del recinto di “generi” ben definiti e che non riservano sorprese.

E’ più erotica la fantasia o la realtà?

Non posso prescindere dalla realtà. Per me sono erotiche le calze velate color carne, per esempio, e su una calza color carne smagliata potrei costruire un intero romanzo. Sono erotici gli uomini grassi, gli uomini pieni di difetti. Non m’interessa entrare nel privato di una donna bella, fortunata, ricca, come quelle descritte nei Romance di ultima generazione, è più eccitante cercare la bellezza nell’imperfezione, la forza della passione che si scatena tra due persone in fila alla cassa di un supermercato.

Utilizzi un linguaggio trasgressivo nelle tue opere? Al giorno d’oggi cos’è la vera trasgressione?

Mi piace chiamare le cose con il loro nome quando è il momento di farlo. Come ha dichiarato in un’intervista il mio ex insegnate di recitazione alla Silvio D’amico, Andrea Camilleri, il culo si chiama culo e si scrive culo. Una delle sei storie, s’intitola, infatti, “Il culo di Marisa” e, contro ogni previsione, racconta l’amore tra due uomini.
La vera trasgressione oggi è la normalità, la mancanza di ambizioni, il desiderio di restare anonimi.

Come definiresti la sensualità?

È un atteggiamento psichico, una facoltà mentale, un’arma. È sicuramente innata. Non si può comprare.

E la libertà?

La libertà si conquista con la cultura, le buone letture, attraverso la consapevolezza di chi siamo e dove possiamo arrivare. Sicuramente siamo liberi se risuciamo a capire che la maggior parte dei desideri che oggi assediano i nostri pensieri sono indotti dalla società dei consumi e non dalla nostra volontà.

Pensi che la parola “orgasmo”sia a ancora una parola tabù?

No, credo sia più tabù la parola “compassione”.

Tutto quanto rientra nell’ambito della sessualità possiede ancora un’aura sacra, come era nell’antichità? Noti un crescente paganesimo nei costumi, ovvero siamo più liberi o più imbrigliati dalla morale corrente?

Oggi abbiamo due realtà, che non sono uno lo specchio dell’altra checché ne dicano alcuni, la realtà dei Social Network è in apparenza libera, donne e uomini nascosti da pseudonimi si lanciano in pubbliche dichiarazioni che spesso mi lasciano esterrefatta. Nella realtà siamo invece lontanissimi sia dalla sacralità di un tempo, sia dalla carnalità gioisa del sesso che abbiamo vissuto, io non di persona, durante gli anni sessanta. Guardiamo quello che sta succedendo con la legge sulle Unioni Civili. Viviamo in una società perbenista e superficiale, che per lo più non ha voglia di approfondire né di dialogare, che si ferma al titolo di un libro. Che si entusiasma soltanto davanti a ciò che ottiene consenso.

Non di rado la letteratura erotica è stata un veicolo per far passare concetti filosofici e spirituali cito ad esempio il Marchese de Sade. Pensi che anche nella letteratura contemporanea ci sia questa tendenza?

Non in quella che oggi va per la maggiore. E ho paura che molti preferiscano evitare la profondità per andare incontro alle esigenze del mercato. Quelli che non lo fanno, infatti, non emergono.

Ti senti una scrittrice femminista? Nelle tue opere emerge questa componente?

Non amo le etichette, ma da donna cui hanno insegnato a essere autonoma sin da piccola, cerco di far emancipare tutti i miei personaggi dalla condizione di sottomissione nella quale si trovano. Non posso creare un personaggio senza raccontare i condizionamenti sociali o familiari in cui vive. Nei due racconti scritti per 80144 Edizioni, per esempio, racconto di un capo frustrato e di una Manager sottomessa, in Justine 2.0 una “Submissive” che si emancipa dal “Master”. Così in “Pioggia Dorata”.

La violenza contro le donne sembra in perenne crescita, e non parlo solo di uomini che picchiano o uccidono mogli, o fidanzate. Anche verbalmente, tra estranei e sconosciuti, la misoginia è diffusa. Pensi sia causata da una sorta di repressione sessuale, dall’educazione o da altre cause?

Penso ci sia molta confusione tra emancipazione della donna e mascolinizzazione. Essere donne emancipate non significa buttare alle ortiche la nostra indole, la nostra femminilità. Credo che sia un senso di frustrazione e d’inferiorità che spinge un uomo a picchiare una donna, ma penso che la dolcezza, che non è debolezza, oggi sia latitante in entrambe la fazioni.

Scrivi anche libri non erotici, quale genere ti appassiona di più?

Nessun genere. Sperimento ogni volta. Ma nella mia ricerca, tolte di mezzo le mode e le preferenze del pubblico (che non mi appassionano), mi sto avvicinando sempre di più a ciò che sento affine al mio carattere. Il grottesco, per esempio, già praticato in Justine 2.0, il tratto forte, l’assurdo. Ho scritto un romanzo, ancora inedito, dove ho rispolverato il mio vecchio interesse per l’occulto, la magia e il soprannaturale, ma che in realtà racconta la storia di una donna che non vuole avere figli e il senso di colpa che la porta a immaginare un viaggio nell’aldilà. È una continua ricerca la mia, appunto, la scrittura è una scoperta, il fine stesso.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

È un romanzo che si svolge a Roma nel 2030, dove ho immaginato una società uguale a quella di oggi ma più malata, divisa in Prodotti e Consumatori, in cui le vite di tutti sono controllate da un Social Network in grado di leggere i pensieri degli utenti, e dove l’unica condanna che il Sistema infligge a chi è libero, o vuole esserlo, è l’anonimato, la perfetta assenza.

:: I nazisti della porta accanto, Eric Lichtblau (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

27 gennaio 2016
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Sono molti i libri che continuano ad uscire su Shoah, nazismo e dintorni, soprattutto in concomitanza ogni anno con la Giornata della memoria del 27 gennaio. Tra i molti titoli, tutti decisamente validi, spicca il saggio con toni da romanzo appassionante I nazisti della porta accanto, del giornalista investigativo Eric Lichtblau, che racconta una pagina inquietante e anche imbarazzante della Storia del dopoguerra.
Partendo da documenti inediti Lichtblau, con un piglio da detective in cerca della verità, rievoca la fuga di gerarchi e responsabili di efferratezze subito dopo la fine della guerra, parlando non tanto delle vicende note di nomi come quelli di Eichmann e Mengele che ripararono in Argentina, con la complicità di alleati insospettabili come il Vaticano, ma di quella che è stata un’onta per gli Stati Uniti.
Sotto il nome di Operazione Paperclip, un’etichetta da serie complottista alla X-Files (dove era citata peraltro) ci fu una fuga di scienziati nazisti negli States, persone che si erano macchiate di complicità in eccidi e esperimenti, che furono inseriti e acclamati nella comunità scientifica a stelle e strisce e che solo anni dopo e in alcuni casi furono diplomaticamente messi da parte.
Accanto a questo, a fronte del nuovo pericolo sovietico, ci furono CIA e FBI che reclutarono noti criminali nazisti come agenti, infiltrandoli nei Paesi del blocco sovietico ma anche in Medio Oriente, dove per anni furono al servizio del governo americano, godendo poi di uno stato di protezione una volta tornati oltreoceano. Molti di questi criminali videro il loro curriculum ripulito per ordine espresso di J.E. Hoover, il fondatore del Federal Bureau.
Altri ancora diedero false generalità, raccontando spesso storie strappalacrime di persecuzioni in cui cambiavano il loro ruolo da vittima a carnefice, e vissero vite tranquille per decenni, nascosti dietro a lavori normali. Se in Sud America fu molto difficile se non impossibile ottenere estradizioni e per incastrare Eichmann ci fu bisogno di rapirlo, negli Stati Uniti, all’apparenza più democratici, non fu più facile, e anche se negli anni ci furono comitati di cittadini, investigazioni e giornalisti che cercarono di far venire alla luce la verità e di far punire i colpevoli, furono molto poche le condanne. Tra le pagine del libro, un saggio appassionante come un thriller, emergono varie storie, quelle dei molti criminali che trovarono rifugio sotto la bandiera americana, come Ivan Demjanuk, meglio noto ai sopravvissuti del campo di concentramento di Sobibor come Ivan il Terribile, Otto von Bolschwing, già ufficiale delle SS e stretto collaboratore di Adolf Eichmann, Jakob Reimer, noto per aver partecipato alla «liquidazione» del ghetto di Varsavia, ma anche altre, spesso incredibili. Come quella di Joe Eszterhas, sceneggiatore di origini ungherese di Music Box di Costa Gavras, uno dei pochi film a trattare la questione, che scoprì di avere un padre criminale come quello dell’eroina della sua storia o quelle di chi negli anni non si è mai arreso per trovare giustizia, non vendetta.
Un libro di Storia degli ultimi anni, che racconta la ricerca della verità e di giustizia e le contraddizioni anche delle democrazie, svelando, mai troppo tardi, come sono andati certi fatti e come per una delle massime tragedie dell’era moderna troppi la fecero franca. Da leggere per gli amanti di Storia e per chi vuole comunque conoscere e riflettere.

Eric Lichtblau è un giornalista investigativo e lavora nella sede di Washington del New York Times. Nel 2006 ha vinto il premio Pulitzer grazie a una serie di articoli dedicati alle registrazioni telefoniche illegali autorizzate da George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Ha lavorato per il «Los Angeles Times», ed è autore di Bush’s Law. The Remaking of American Justice. Per la scrittura di questo libro , che è il primo dell’autore tradotto in italiano, è stato Professore ospite presso lo United States Holocaust Museum di Washington.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Bollati Boringhieri.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Marco Pensante a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2016

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Benvenuto, Marco, su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla sesta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di 1980, di David Peace, Il Saggiatore. Che altri premi hai ricevuto nella tua carriera? Ti sono stati utili nel tuo lavoro?

Questo è il primo. Se mi sarà utile festeggeremo insieme.

Vivi e lavori a Brescia. Dove sei nato? Che studi hai fatto? Da che lingue traduci? Come ti sei perfezionato per diventare traduttore? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono nato a Brescia, ma ho vissuto a Parma e a Milano per anni. A Parma mi sono laureato in Economia e Commercio. Traduco dall’inglese. Mi sono perfezionato sul campo, con la lettura continua e la pratica della conversazione in lingua. Il mio approccio è sempre stato pragmatico, nel senso che prima ho appreso la lingua per poter leggere i testi che mi interessavano, poi ho approfondito le conoscenze sui testi. In questo senso non so consigliare scuole di formazione professionale perché non ne ho esperienza. Il mio percorso si è svolto tutto con l’apprendimento personale e i rapporti diretti con le case editrici, iniziati quando ho pubblicato il mio primo romanzo, Il Sole Non Tramonta.

Hai pubblicato i romanzi Il Sole Non Tramonta e Ponte di Mezzo. Non li ho letti ma mi hanno detto che eri un eccellente autore di fantascienza. Questi libri riverranno pubblicati? Hai in programma di riprendere a scrivere, o non hai mai smesso?

Ponte di Mezzo è stato vittima del trapasso della casa editrice, Interno Giallo, acquistata da Mondadori. Nel portfolio autori di Interno Giallo c’erano molti nomi appetibili, ma il mio non era fra quelli. Di conseguenza, il mio romanzo è rimasto nelle librerie pochi mesi per poi scomparire. Pur non potendo essere un libro di successo, rappresentava un incrocio fra il romanzo generazionale – considerando l’importanza di Pier Vittorio Tondelli per quasi tutti i giovani autori dell’epoca, me compreso – e il genere emergente del noir metropolitano, oggi divenuto un cliché ma che allora respirava aria nuova ed entusiasmante grazie alla linea editoriale di Interno Giallo, soprattutto con gli autori italiani: solo per fare un esempio, il primo romanzo di Giancarlo De Cataldo è uscito per Interno Giallo. Ponte di Mezzo poteva acquisire un suo pubblico nel lungo periodo, ma non ne ha avuto il tempo. Il Sole Non Tramonta, che ho visto con piacere riemergere nei siti di bookcrossing, era un’opera giovanile, con tutto ciò che la qualifica comporta. Ci sono state critiche sulla sua derivazione da Frank Herbert, che era innegabile e senz’altro dovuta a un eccesso di entusiasmo adolescenziale; ma evidentemente l’Editrice Nord – che non si poteva certo definire all’oscuro dell’opera di Herbert – l’aveva considerata una variazione sul tema degna di pubblicazione. Ma se riguardo a questo aspetto posso capire le critiche, altri si sono inventati – suppongo pur di creare uno scandalo qualsiasi, senza neppure consultare le persone che ci hanno lavorato all’epoca – un mio presunto ruolo da “giovane scrittore confezionato a tavolino” pianificato al fine di rilanciare la casa editrice, cosa assolutamente falsa. In seguito, per anni ho tradotto e collaborato con riviste come Pulp, pubblicando racconti, recensioni e articoli. Miei racconti sono apparsi su Bresciaoggi e Il Manifesto. In quel periodo trascuravo la scrittura perché credevo di avere una famiglia, poi un giorno ho scoperto che non avevo niente. Appurato ciò, ho studiato il pianoforte e ho scritto un romanzo che sto cercando di pubblicare, un noir che si sforza di evitare la classica dualità del genere, in cui protagonista è l’ispettore o il criminale. Nell’attesa, per divertirmi, sto scrivendo un romanzo di fantascienza.

Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale. Leggi prevalentemente in lingua originale o leggi anche traduzioni per vedere il lavoro dei tuoi colleghi?

Tutte le opere in lingua inglese le leggo in inglese. Leggere i colleghi può essere interessante per trovare ispirazione riguardo ai modi per tradurre certe espressioni, perché davanti a un testo tradotto dall’inglese mi è quasi sempre chiaro cosa dica l’originale. Alla lunga però lo trovo un esercizio un po’ sterile, per il fatto che fra traduttore e opera c’è quasi sempre un rapporto personale molto stretto e preferisco dare fiducia al traduttore limitandomi a leggere il libro, più che interrogarmi sul suo metodo. Per mio svago personale tendo a preferire gli anglosassoni perché non ritengono disdicevole intrattenere. Douglas Coupland, per esempio, sa mantenere una leggerezza e un’ironia che a volte nascondono la profondità con cui sa indagare i rapporti amicali e sentimentali. Don DeLillo ha scritto una satira geniale sulla controcultura hippie, Great Jones Street, mettendo in scena le rime infantili della rockstar come prova della dissoluzione della lingua. Stephen Baxter, il mio autore di fantascienza preferito, possiede una fantasia sconfinata, rivolta alla creazione di avventure che spaziano non solo ad altri pianeti, ma all’intero universo, esponendo in forma romanzata interi trattati di astronomia e cosmologia.

Come è andata all’inizio, hai mandato il tuo curriculum nelle case editrici? Sei stato chiamato direttamente dagli editori? Quando ancora non si ha un portfolio di traduzioni, come si fa a farsi notare?

Credo che il mio sia stato un caso particolare, come tutti. Dopo avere pubblicato Il Sole Non Tramonta, quindi molto giovane e incosciente, tramite amicizie comuni ho avuto la fortuna di incontrare persone a cui ho chiesto lavoro e che mi hanno dato fiducia. In particolare Marco Tropea e Laura Grimaldi, recentemente scomparsa, due giganti dell’editoria italiana, conosciuti assolutamente per caso durante la loro permanenza alla direzione di Urania e con i quali ho stabilito negli anni una collaborazione e un’amicizia che considero fra le mie grandi fortune. Naturalmente ho lavorato con grande impegno per ricambiare la loro fiducia; i risultati, come si dice, sono in strada. Direi che si è trattato di un misto fra ambizione, passione per la letteratura avventurosa, ansia di uscire di casa e prontezza di riflessi nello sfruttare le occasioni.

La tua carriera di traduttore è iniziata nel 1987, da allora hai tradotto importanti autori come James Ellroy, Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Douglas Coupland, e altri. Quale è stato il più difficile da tradurre, quello che ti ha richiesto più impegno, più fatica?

In realtà gli autori più difficili da tradurre sono quelli che scrivono male. Periodi involuti e incomprensibili, nessuna coerenza, dialoghi ridicoli di cui è un’impresa capire il senso. Per fortuna questi autori si dimenticano in fretta. Gli altri che hai citato, e che mi onoro di avere trascritto nella nostra lingua, hanno una cifra stilistica così precisa e personale che il problema è solo assorbire la loro scrittura e trovare la voce giusta per renderla, dopo di che la traduzione segue un percorso praticamente obbligato. Il traduttore spesso è ignorato o maltrattato, ma l’estremo opposto è il traduttore che si ritiene coautore, in diritto di sovrapporre il proprio stile a quello del testo originale. Un traduttore è al servizio del libro. Il dovere del traduttore è ricopiare nella propria lingua le stesse parole dette dall’autore, non una di più e non una di meno.

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

La conoscenza personale con l’autore non entra in gioco quasi mai, anche perché gli autori raramente si legano a un unico editore per le traduzioni. Tranne Andrew Vachss e David Peace, non ho mai conosciuto i miei autori. Quello che per me è contato è stato mettere in campo le mie passioni e i miei interessi: la modernità, i fenomeni urbani come il punk o il rap californiano, la cultura e l’arte pop, la musica in ogni sua declinazione. Dopo un certo numero di traduzioni assegnate più o meno a caso, diventa chiara la linea narrativa che il traduttore vuole seguire, e l’editore – se è abile nel riconoscere le sensibilità – sa accoppiarlo agli autori. Uno dei libri più emozionanti e divertenti che ho tradotto, La Grande Occasione di Marcel Montecino, raccontava di un pianista in fuga dalla mafia di New Orleans. È stato un lavoro impegnativo ma di grande soddisfazione. Credo che qualcuno, negli uffici direzionali di Interno Giallo, lo abbia visto e abbia detto: “Questo lo diamo a Pensante”.

Come pianifichi il tuo lavoro? Ogni libro è un caso a parte o hai un metodo che utilizzi ogni volta? Leggi prima il romanzo per intero in lingua originale, o traduci pagina per pagina senza sapere dove la storia porta? Usi vocabolari cartacei, o ti affidi a vocabolari online? C’è un sito di sinonimi, slang, modi di dire che ti è particolarmente utile?

Di solito mi basta leggere qualche pagina e conoscere un minimo l’autore per capire se posso tradurre senza leggere il resto. Per David Peace questo non è possibile, perché ogni suo libro rimanda a tutti gli altri, in un intreccio di cicli e metacicli narrativi. Prima di tradurre un romanzo di David Peace, bisogna avere letto tutti i precedenti. I vocabolari che utilizzo sono di due tipi: quelli necessari al lavoro quotidiano, che per fortuna non sono più cartacei ma a disposizione in qualsiasi momento sul telefono cellulare, e i monolingue impraticabili ma da leggere per il piacere delle parole, come l’Oxford, da consultare con la lente di ingrandimento incorporata. Se dovessi consigliare un sito sarebbe Urban Dictionary, ma ogni voce va interpretata e messa a fuoco depurandola dai meme estemporanei. Ma più che trovare una definizione su un dizionario, per me è fondamentale visualizzare e contestualizzare. Ricordo uno scambio di fax con Douglas Coupland, nei primi anni Novanta, in cui domandavo chiarimenti su certi passaggi di Generazione X che richiedevano la conoscenza dei pranzi precotti americani degli anni Cinquanta. Oggi l’intera Internet è il vocabolario del traduttore, cosa per cui non sarò mai abbastanza riconoscente. Nel campo della cultura pop, le tanto decantate ricerche in biblioteca dei tempi andati sono un pio desiderio.

Parliamo  della traduzione di 1980, di David Peace, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Raccontaci la storia di questa traduzione. Conoscevi già David Peace, avevi già tradotto sue opere? E’ un autore impegnativo? Che tipo di stile utilizza? Una volta finita la traduzione, ti sei sentito soddisfatto?

1980 è stato il mio primo contatto con David Peace. Come tutti i primi contatti con un autore, servono molte pagine prima di raggiungere un’intimità che porti a un’interpretazione fedele ed efficace. Il mio metodo di lavoro prevede una rapida trascrizione del libro seguita da una lunga revisione, dopo che la scrittura ha avuto il tempo di sedimentarsi ed è possibile esaminarla evitando il coinvolgimento della stesura viva. Lo stile di Peace si basa su due tecniche che rimandano una all’altra: la ripetizione e la narrazione inaffidabile. La ripetizione è il periodico ritorno di certi temi, spesso onirici, che uniscono i romanzi della serie fra loro e ogni singolo romanzo al proprio interno. La narrazione inaffidabile è un’influenza di Ryunosuke Akutagawa: tutti i protagonisti hanno partecipato agli eventi, e ognuno li descrive secondo la propria esperienza, ma queste esperienze divergono in certi dettagli essenziali, quindi non possono essere tutte vere. Per il lettore rimane sempre una quota di incognito non eliminabile, come nella sparatoria allo Strafford Pub, descritta in 1974 e analizzata nei romanzi successivi senza che si riesca mai ad arrivare alla verità. La tecnica della ripetizione, inoltre, è utilizzata in un modo simile a quello della ambient music: a ogni ripetizione varia qualche dettaglio minuscolo, ma dopo un certo numero di ripetizioni il senso è cambiato senza che ce ne siamo accorti. L’impegno per tradurre Peace è altissimo anche per la precisione dei dettagli: per ogni suo libro occorre una ricerca storica, tecnica, letteraria. Per tradurre GB84 ho studiato lo sciopero dei minatori inglesi sotto il governo Thatcher e ricostruito dalle riprese video la Battaglia di Orgreave; per tradurre Città Occupata ho studiato la vicenda dell’unità segreta 731 dell’esercito giapponese per la guerra batteriologica. La soddisfazione è alta quando uno scrittore ti obbliga ad approfondire eventi che altrimenti non avresti conosciuto.

La crisi generale che si è fatta sentire anche nel mondo dell’editoria, ha toccato anche il campo delle traduzioni.  Traduttori che non vengono pagati, case editrici che si avvalgono di traduttori semiprofessionali per pagarli meno, case editrici che non propongono neanche un contratto di traduzione. Cosa consiglieresti a un traduttore che volesse tutelarsi? Il sindacato traduttori difende la vostra categoria efficacemente?

Sì, ho notato questo cambiamento. Si tende sempre di più a gestire le traduzioni internamente, magari sovraccaricando di lavoro redattori già impegnati a organizzare le uscite dei libri; oppure, come dici, ad affidare il lavoro a chi capita, purché costi poco o zero. In questo, purtroppo, non vedo molte differenze con il mercato del lavoro in generale negli ultimi anni. Il traduttore, però, non è – o non dovrebbe essere – manodopera indifferenziata. La traduzione richiede competenze linguistiche e capacità di scrittura che non si possono ridurre al minimo comune denominatore, anzi, forse dovrebbero essere ancora più specialistiche di quanto non lo siano ora. La figura del traduttore è stata molto rivalutata negli ultimi anni, com’era giusto, ma rischia comunque di soffocare nel fiume di uscite necessarie per rendere redditizia la gestione di una casa editrice. Non ho rapporti col sindacato traduttori, quindi non posso dire nulla al riguardo. A un traduttore principiante consiglierei di fare tutto il possibile per ridurre al minimo i compromessi, che pure saranno inevitabili. Quindi, informarsi con molta chiarezza sulla linea editoriale delle varie case editrici, proporsi con cognizione di causa senza aspettative di guadagni irrealistici, accettare che l’idea di vivere solo traducendo è nel migliore dei casi un’utopia; ma anche rifiutarsi di lavorare senza contratto e assolutamente mai gratis.

Soprattutto per il genere fantastico, all’estero ci sono tante opere meravigliose che qua in Italia non arrivano e temo non arriveranno mai.  Se potessi scegliere liberamente senza vincoli di diritti o di costi, quali titoli faresti tradurre?

Un omnibus di Rudy Rucker, con una prelazione per la traduzione di Spaceland.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto aspettando la pubblicazione del terzo volume della trilogia di Tokyo di David Peace, dopo Tokyo Anno Zero e Città Occupata.

Grazie della tua disponibilità, a presto.

Tutto andrà bene.

:: Un’ intervista con Enrico Pandiani

23 gennaio 2016

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Bentornato Enrico su Liberi di Scrivere in occasione del Liberi di scrivere Award. Numerosi lettori hanno votato per il tuo Più sporco della neve, edito da Rizzoli che è arrivato secondo a parimerito con 1980 di David Peace. Cioè sei in buona compagnia. Mi dicono che sei arrivato anche sesto allo Scerbanenco, certo i due premi non si possono equiparare, noi abbiamo mezzi molto più limitati, ma come vivi queste ludiche manifestazioni? Trovi positiva la formula che adottiamo noi di dare solo ai lettori l’ultima parola?

Ciao Giulietta, francamente non saprei che dirti. Ho l’impressione che i lettori vadano un po’ spinti, perché abbiano voglia di votare e io questo lo faccio mal volentieri. Per questo, il sesto posto allo Scerbanenco e il secondo, pur pari merito, al Liberi di scrivere Award mi hanno molto sorpreso. Nel senso che non mi sarei aspettato né l’uno, né l’altro. Sorpreso piacevolmente, voglio dire. Significa che Più sporco della neve è stato davvero apprezzato dai lettori, quasi a mia insaputa, e questo mi fa piacere perché trovo che sia un romanzo che ha un suo perché e per scrivere il quale mi sono impegnato parecchio.

L’ultima volta che ti ho intervistato era il 2013, ne sono successe di cose da allora. Cosa ti ha più sorpreso?

Sono successe tante cose, ho scritto altri romanzi, ho iniziato una nuova serie, quella di Zara, sono andato molto in giro a presentare i miei libri e ho presentato quelli di altri autori che in linea di massima sono diventati miei amici. Ho conosciuto tanta gente straordinaria. La cosa che mi ha sorpreso di più, mi chiedi? Credo che sia stata la tenacia con la quale i librai italiani fanno il loro mestiere in maniera impeccabile, senza lasciarsi piegare dalle avversità e trovando in continuazione nuovi modi per fare il loro mestiere. E questo nonostante tutto quanto sia contro di loro, i giochi dell’editoria, la gente che non legge e, a volte, anche l’antipatia di certi autori. Penso che per fare il libraio, oggi, ci voglia davvero una grande determinazione.

Parlaci di Più sporco della neve, la tua ultima indagine di Zara Bosdaves edita in Italia con Rizzoli. Ci sarà presto un seguito?

Sono l’ultima persona che dovrebbe dire questa cosa, ma mi sembra che quest’ultimo romanzo di Zara mi sia venuto fuori particolarmente bene. Mi piace la storia, mi sono ritrovato alla perfezione con i personaggi e credo di essere riuscito a mettere insieme una trama che si chiude poco alla volta su un finale inaspettato. Rispetto al romanzo precedente, La donna di troppo, i protagonisti si svelano maggiormente, mostrano le proprie debolezze, la loro vulnerabilità, ma anche una forza d’animo che li aiuta a stringere i denti e ad andare avanti, a conservare ciò che di buono sono riusciti a conquistare. Il terzetto di cattivi, poi, mi ha divertito tantissimo. Disegnare Carmelo Filingeri e i suoi compari è stato un lavoro divertente e che mi ha coinvolto. Ne è venuta fuori una storia interessante, anche per gli argomenti trattati, la crisi che ci colpisce ormai da tempo e l’immigrazione extracomunitaria che in questo momento preoccupa tanto l’Europa. Per ora non ho ancora in mente un seguito. A maggio uscirà la quinta avventura di Mordenti e non vedo l’ora che sia in libreria. Per il resto sto lavorando su due progetti molto diversi che non c’entrano con les italiens e nemmeno con Zara.

Intanto sei arrivato a Parigi, la patria del polar. Un po’ come la “Série noire” di Gallimard, la collana poliziesca di Le Livre de Poche, l’editore con cui pubblichi, è un marchio storico dell’editoria francese e finalmente Les Italiens parla francese. Chi è il tuo traduttore? Hai avuto modo di leggere il tuo libro tradotto? Che effetto ti ha fatto?

È stata la realizzazione di un desiderio. È stato pubblicato a settembre il secondo romanzo e stiamo parlando del terzo. In più, come dicevi, quando è uscito Trop de plomb, Les italiens è stato pubblicato nella collane Le Livre de Poche e questa è una soddisfazione immensa. La traduttrice è Catherine Beaunier, che oltre ad aver tradotto i miei libri mi ha anche insegnato il francese. Questa avventura parigina l’abbiamo vissuta insieme e io ho potuto seguire in prima persona le traduzioni. E ci puoi scommetterci che li ho letti! Sentire Mordenti che parla francese è un godimento monumentale.

Si parla di uno sceneggiato o una serie televisiva. Che c’è di vero? Sarà una produzione italiana o francese? Se potessi dare consigli (ti ci vedo girare con la tua pipa per gli studios, più parigino dei parigini, a supervisionare) chi vedresti alla regia, quali attori per i protagonisti?

Riguardo a questa vicenda, tutto ciò che posso fare è tenere le dita incrociate e aspettare che gli eventi prendano forma. Dopo il comunicato stampa della IIF del produttore Fulvio Lucisano che annunciava l’accordo firmato con la Space Rocket Nation di Nicholas Winding Refn per girare otto-dieci episodi tratti dal romanzo Les italiens, non ho più avuto notizie. Immagino che si stia lavorando in quel senso e che sarà una produzione internazionale. Winding Refn è un regista di culto, ha vinto Cannes con Drive ed è un mostro sacro, quindi immagino che, nel caso la serie diventi una realtà, la regia toccherà a lui. Per quanto riguarda gli attori non ho proprio la più pallida idea di chi potrebbe interpretare i miei personaggi e per scaramanzia non mi provo nemmeno a ventilare delle ipotesi. Tanto per cominciare speriamo che la cosa vada in porto.

Dopo la Francia, in quali altri paesi porterai i tuoi romanzi? Cosa dice il tuo agente?

Mi sembra che ci sia un certo interesse da parte della Turchia, ma per ora non c’è nulla di concreto. per il resto non ho altre notizie. Se si facesse la serie televisiva, credo che potrebbe smuovere le acque.

Cosa stai leggendo in questo momento, quale è il libro (o sono) sul tuo comodino?

Ho letto l’ultimo romanzo di Marías, Così ha inizio il male, L’impostore, di Cercas, Zona d’interesse, di Martin Amis, Cattivi, di Torchio, un paio di romanzi di Perec che ancora non avevo letto. Poi, Kassel non invita alla logica, di Vila-Matas e Incidente notturno, di Modiano, tutti libri che mi sono piaciuti molto. Adesso ho attaccato Le notti di Tokyo, di Mo Hayder, consigliatomi da un’amica, e devo dire che mi intriga. Sul comodino ho Il potere del cane di Whinslow, Chirù della Murgia, l’ultimo De Giovanni e l’ultimo di Fred Vargas. Insomma, le letture non mi mancano.

C’è un esordiente italiano che ti ha particolarmente colpito? Se sì, che augurio gli fai? Quale è la cosa di cui avrà maggior bisogno negli anni a venire?

Tempo fa ho letto Nero Dostoevskij, di Antonio Mesisca, e devo dire che la sua scrittura mi è molto piaciuta. Il suo romanzo si discosta piuttosto dal classico noir Italiano con commissari, agenti tonti, amici carissimi e donnine compiacenti. Guizza ed è molto personale. E, soprattutto, Antonio riesce a mescolare alle sue storie quei due ingredienti che io ritengo fondamentali nel noir: l’ironia e lo humour.

La situazione dell’editoria in Italia non è rosea: calo dei lettori, stili e storie sempre più omologate, poco coraggio forse, autori che meriterebbero più attenzione quasi emarginati. Non hai la sensazione anche tu che non sia una crisi solo economica? Che ci sono precise responsabilità se la gente sta lontana dai libri?

Si potrebbe pensare che un paese di ignoranti sia più facile da controllare, come dire, panem et circenses, e che per questo chi ci governa abbia tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però io sono convinto che molta gente non abbia voglia di fare sforzi, che pensi che leggere sia una fatica, un compito arduo e difficile. Non sanno che non è così, che i libri sono un piacere. C’è un bombardamento di proposte per portare la gente alla lettura, ma io sono convinto che non servano a nulla. Per la maggior parte si riducono a iniziative che vanno a toccare persone che già amano la lettura. Non ho idea di cosa si potrebbe fare per convincere chi non lo fa che leggere è una conquista che può aprirti grandi orizzonti e che ti può portare in uno stato di grazia. Anche perché è evidente che alla maggioranza delle persone è sufficiente chattare con il telefonino o il tablet e questi sono spesso nemici della lettura. Salendo su un treno o sulla metropolitana ci si rende conto di quale sia lo stato delle cose: hanno tutti il telefono in mano e non si vede un libro all’orizzonte.

Ci siamo conosciuti anni fa al Circolo dei lettori a una tua presentazione, ti moderava Luigi Bernardi. Sei una delle poche persone legate ai libri che mi ha visto di persona. Se dovessi mettermi in un tuo romanzo, che personaggio sarei?

Una che trama nell’ombra? Mi auguro che il fatto che ti abbia conosciuta di persona non ti costringa prima o poi a dovermi eliminare…

Molti pensano che il noir abbia più un passato che un futuro. Condividi questa affermazione? C’è al contrario qualche scrittore contemporaneo italiano o straniero che incarna l’anima vera del noir in questi anni complessi?

Non so se qualche scrittore, oggi, incarni la vera anima del noir più di altri. Diventa sempre più difficile inventare qualcosa di nuovo o trovare una nuova maniera di raccontare cose già dette. Certo, farsi largo diventa sempre più difficile, perché anche i lettori tendono ad adagiarsi su ciò che conoscono ed è loro familiare piuttosto che avventurarsi su terreni sconosciuti proposti da autori che cercano di proporre qualcosa di nuovo o di diverso. Certamente il noir ha un grande passato, ma io sono sicuro che ci sia ancora un futuro per questo genere letterario. Continua a capitarmi di leggere autori come Antonin Varenne in Francia, Jan Costin Wagner in Germania, o Giampaolo Simi in Italia che con i loro romanzi e la loro scrittura mi hanno fatto capire che c’è ancora molto spazio per l’immaginazione di uno scrittore.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Come dicevo prima, a maggio uscirà la quinta avventura de les italiens di cui ancora non è chiaro il titolo. È un romanzo che si svolge tra Parigi e il centro della Francia. Questa volta Mordenti dovrà correre su e giù per la Francia alla ricerca di una madre scappata di casa con il figlio di sette anni. L’inghippo è piuttosto complesso e pericoloso e, come sempre, ci sono momenti di grande ilarità e altri di passione. Per il resto, sto lavorando a due romanzi molto differenti tra loro che non hanno nessun legame con i miei precedenti personaggi. Uno è un noir molto duro, torinese, e l’altro è un romanzo non di genere. Vediamo dove andremo a finire, cosa tutt’altro che chiara.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

19 gennaio 2016

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Benvenuto Lorenzo. Per la terza volta vincitore del Liberi di scrivere Award, un premio in cui la massima soddisfazione è sapere che tanti lettori hanno autonomamente votato per il tuo libro. Premi letterari ce ne sono molti, ma il nostro ha senz’altro la peculiarità che il voto diretto dei lettori proclama il vincitore, non ci sono giurie di qualità, non ci sono rose di libri tra cui scegliere, e autori italiani e stranieri hanno la stessa importanza. Come ti spieghi questo grande affetto che i tuoi lettori hanno nei tuoi riguardi?

Grazie per l’ospitalità. Sono molto felice per questo premio, proprio perché i voti vengono dai lettori e non da una giuria che, molto spesso in Italia, ha un occhio più attento all’editore che sta dietro ai candidati rispetto alla qualità dei testi. Me lo spiego con il grande lavoro di passaparola di amici, colleghi, ufficio stampa di Edizioni Spartaco. Significa che chi è venuto alle presentazioni si è entusiasmato, chi ha letto le recensioni al libro si è fatto incuriosire, che i librai indipendenti mi hanno consigliato utilizzando anche i social network. C’è qualcosa di profondamente libertario e di grande affetto in tutto questo.

Quando le chitarre facevano l’amore”, il libro per cui hai vinto questo premio, edito da un piccolo ma interessante editore di Caserta, ha avuto una buona accoglienza dai lettori e anche dalla critica, ho letto numerose recensioni di critici importanti. Che bilanci ne trai ormai a diversi mesi dalla pubblicazione?

Di essere finito tra le mani di un grande editore. La cura al testo (editing, promozione, incitamento, discussioni, presenza sul territorio) è stata enorme. Edizioni Spartaco ha creduto fortemente in “Quando le chitarre facevano l’amore”, la redazione mi ha confermato, a parole e azioni, che avevo scritto un testo importante. Quando dietro hai qualcuno che non solo crede in te, ma conosce il tuo romanzo come se fosse suo le cose non possono che andare bene. In otto mesi ho portato il libro in giro per tutt’Italia, ho avuto riscontri positivi (il premio lo conferma) e sono molto soddisfatto, anche perché credo sia il mio lavoro più importante. Io se fossi un lettore lo divorerei in mezza giornata.

Che accoglienza hai ricevuto all’estero? Ci sono progetti di traduzione in Europa e nel resto del mondo?

Quest’anno verrà pubblicato da un editore cileno, Edicola Ediciones, “Un tango per Victor”. Riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore” si trova nelle librerie italiane di Londra, Amsterdam e Bruxelles. Ci stiamo muovendo per le traduzioni e guardiamo non solo in Europa ma anche nel resto del mondo. Il mercato asiatico, per esempio, ci piace molto.

Sei uno scrittore viaggiatore? E’ corretta come definizione? Che paesi hai visitato nella tua vita, cosa ti hanno lasciato?

Sì, è una definizione che può essere definita corretta. Ho visitato tanti paesi e ho abitato in diverse parti del mondo. Laos, Vietnam, Yemen, Egitto, Turchia, Marocco, Francia, Inghilterra, Bulgaria, Romania e via andare. Ogni esperienza, che fosse un viaggio o una permanenza duratura, mi ha lasciato tracce indelebili sia sul mio modo di approcciarmi alla scrittura, sia nell’osservazione delle persone. Ho bisogno di andare e lasciarmi assorbire. Qualcosa di positivo ne viene sempre fuori.

Ho già avuto modo di intervistarti riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore”, in questa intervista mi piacerebbe guardare al futuro e parlare di libri. Hai un blog molto seguito sul Fatto Quotidiano in cui parli di libri. Cosa è uscito, o sta uscendo, di interessante in questo primo mese del 2016?

Non voglio parlare di titoli, ma di editori che bisogna tenere d’occhio: Metropoli d’Asia, Il Sirente, Edizioni Clichy, Keller, 66thand2nd, Del Vecchio Editore e naturalmente i miei editori: Edizioni Spartaco e Koi Press. Sono tutti editori indipendenti che lottano per dare ai lettori grande letteratura, riuscendoci spesso. Tra i medio-grandi adoro Il Saggiatore. Difficilmente sono interessato ai grandissimi. C’è tanta letteratura importante nel variegato mondo indipendente, per i grandissimi TV, social network e librerie da centro commerciale fanno già abbastanza. Io dico: tenete d’occhio gli indipendenti, anche nel 2016 usciranno grandi cose.

A febbraio, dal 17 al 21, terrai un workshop di scrittura a Marrakech, in Marocco. Ce ne vuoi parlare? Ci sono ancora posti disponibili? Perché Marrakech, perché ora? E’ una forma di resistenza a tutti i messaggi allarmistici che ci arrivano dal mondo arabo e dal nord Africa?

Perché gli allarmismi li crea chi non esce di casa. Perché Marrakech è uno dei primi luoghi che vidi fuori dall’Europa tanti anni fa ed è una città indimenticabile. Si tratta di un progetto in collaborazione con Mille Battute. Un laboratorio che vuole mettere in primo piano la parte pratica della scrittura rispetto a quella teorica con esercitazioni sul campo e visite guidate della splendida “Città Rossa”. Uno spazio condiviso da docente e allievi, uno scambio di saperi, letture, suggestioni sulle tracce di Elias Canetti, Paul Bowles, Tahar Ben Jelloun, George Orwell, Allen Ginsberg, Ibn Battuta. I requisiti per partecipare al workshop sono: voglia di scrivere, voglia di leggere, voglia di viaggiare, un bloc-notes e una penna. Il noir, l’esotico, la scrittura viaggiante saranno gli ingredienti dell’atmosfera che si respirerà durante le lezioni. Entro la fine del 2016 i lavori (editati e sistemati) verranno raccolti in un eBook, una sorta di romanzo a racconti, che verrà pubblicato da Koi Press. I racconti e le suggestioni narrative, in sinergia con gli scatti fotografici fatti dai partecipanti, saranno pubblicati su Mille Battute. Sì, c’è ancora qualche posto, e sul sito che curiamo io e il fotografo Tommy Graziani, IbnBattuta.viaggi diamo anche indicazioni su voli, alloggio, clima e il piano dettagliato delle lezioni e delle visite guidate.

La crisi generale si riflette anche nell’editoria, non lo nascondiamo, i rapporti ISTAT parlano di un inarrestabile calo di lettori. Cosa si potrebbe fare attivamente per avvicinare la gente ai libri? Un po’ di colpa è anche degli editori che non pubblicano libri interessanti? O la gente ha proprio ormai altri interessi?

Tempo fa scrissi un articolo uscito su Il Fatto Quotidiano, un appello agli editori che ripubblicassero titoli ormai caduti nel dimenticatoio, ne avremmo tutti bisogno. La colpa credo sia un po’ dell’editoria di massa, ma anche dell’impoverimento culturale generale. Se non voglio leggere Fabio Volo ho la scelta di prendere un libro che mi piaccia di più. Fabio Volo non toglie lettori ai Mazzoni di turno, questo premio lo conferma. Il problema è che se tu continui a investire i denari in qualcosa che è decadente ancora prima di essere pubblicato e dai importanti riconoscimenti mainstream sempre agli stessi banalissimi scrittori di genere è ovvio che hai meno finanze da investire per chi potrebbe provare a dare una svolta. Per questo propongo di ripubblicare autori straordinari. Qualche nome? “Il mondo di Suzie Wong” e “L’albero della febbre” di Richard Mason, “La ragazza dai capelli arancio” di Ehrlich Bert,The Warriors” di Sol Yurick, tutta l’opera di Sam Selvon, “Lo stato selvaggio” di Georges Conchon, i testi coloniali di Willem Frederik Hermans,Topkapi” di Eric Ambler, “I commedianti “di Graham Greene, “La nuova Babele” di Morris West…

Che libri consiglieresti di leggere capaci di far diventare book addicted i lettori? Pensi ci siano libri con questo potere?

Certo, la letteratura di liberazione non morirà mai, come il rock and roll. I titoli sopra citati li consiglio tutti. E poi dico: leggete Brian Gomez e Arto Paasilinna e Paco Ignacio Taibo II e Georges Simenon e Liu Zhenyun e Yasmina Khadra e Olivier Rolin e Alain Mabanckou e Ben Fountain e…

Ho seguito la tua carriera letteraria praticamente dall’inizio e ho notato che sei un autore che trova il tempo per leggere. Molti autori che intervisto mi dicono che non hanno tempo, troppo impegnati a scrivere i loro libri, o anche solo per non farsi influenzare. Le contaminazioni invece di genere, temi, riflessioni, sono invece un punto forte della tua narrativa. In fondo siamo tutti nani sulle spalle di giganti, già Omero nell’età antica aveva praticamente detto tutto sulla natura ultima dell’uomo. Come è nato il tuo amore per i libri, come si è rafforzato negli anni?

Mia mamma, mi portava a casa libri da quando io ricordi. Mi leggeva storie. Me le leggeva anche mio nonno, inventandosele davanti a un libro di pittura. Mio padre mi apriva l’atlante e mi spiegava le capitali del mondo. Sono sempre stato circondato da libri. I primi soldi dei lavoretti estivi li spendevo in libri. Io e la mia compagna non torniamo mai a casa senza avere acquistato libri per noi e per nostro figlio. Le case senza libri mi fanno venire in mente un campo di concentramento, le persone attaccate al cellulare in metropolitana mi ricordano la morte, quelle che leggono, fosse anche un Newton da trecento milioni di copie vendute che io non leggerei mai, mi sono tendenzialmente simpatiche. Se devo essere veritiero e attendibile quando scrivo devo leggere, documentarmi. Sono un lettore prima che uno scrittore, amo quello che faccio perché qualcuno in altre parti del mondo, in altre epoche lo ha fatto meglio di me, mi ha fatto innamorare del lavoro più bello che esista. Uno scrittore che non legge è un’immagine di una tristezza sconfinata, chiunque lo faccia credo non sarà mai dalla mia parte.

Ti piace la poesia? C’è qualche poeta che rileggi spesso, che ti accompagna?

Non leggo poesia, leggo testi di canzoni. Bob Dylan, Jim Morrison, John Lennon, Robert Hunter…

Hai vissuto in Turchia, prima di essere giudicato persona non gradita. Quando finirà questa “condanna” pensi di tornarci? I giovani come si ponevano nei riguardi dei libri. C’erano tante librerie? Una vita culturale attiva e crescente?    

Spero di sì, fosse per me tornerei “ieri”. Ho avuto la fortuna di vivere in Turchia prima e durante la grande protesta legata a Gezi Park. Tutto era interesse per quei milioni di straordinari giovani esseri umani, libri e cultura compresi. Istanbul ha una vita culturale dirompente, nonostante il potere faccia di tutto per omologarla al resto del mondo. Librerie ce ne sono tante, sì, sia commerciali ma soprattutto indipendenti, compreso un fantastico mercato dei libri usati di tre piani dove trovare titoli in molte lingue straniere.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Marrakech, in primis. Poi stiamo organizzando altri workshop di scrittura pratica a Londra, Bucarest e Amsterdam. Vorremmo riuscire a farlo diventare un appuntamento mensile. Sto lavorando al nuovo romanzo. Mi sto divertendo. Ho cambiato scenario geopolitico, non più America anni Sessanta ma la Jugoslavia dei primi anni Novanta.

:: Un’intervista con Silvia Ziche, la “mamma” di Lucrezia a cura di Giulietta Iannone

29 dicembre 2015

22Ciao Silvia è un vero piacere avere la “mamma” di Lucrezia sul nostro blog. Prima di parlare del tuo lavoro di disegnatrice di fumetti, mi piacerebbe sapere qualcosa di te. Dove sei nata? Che studi hai fatto? Che infanzia hai avuto?

Piacere mio! Sono nata a Thiene, in provincia di Vicenza, nel millennio scorso. Ho fatto studi artistici, ma non specifici per il lavoro che poi avrei intrapreso. Prima una scuola d’arte, indirizzo ceramica. Poi un corso di grafica editoriale.
Ho avuto un’infanzia… antica. Sono cresciuta in provincia, in anni in cui il traffico non era ancora un problema insormontabile, si guardava poca televisione, i computer e gli smartphone non c’erano, e i genitori erano più fiduciosi e fatalisti nei confronti del mondo. Quindi noi bambini eravamo molto più indipendenti. Ci dovevamo organizzare il tempo, inventare i giochi, affrontare la noia. Credo che la mia fantasia, che ora è parte fondamentale del mio lavoro, arrivi da quelle giornate lontane.
Lucrezia la vedo più come una sorella fastidiosa, con un carattere orribile, che vive con me. Spesso, quando mi trovo in situazioni complicate, mando avanti lei, e vedo che cosa combina. Poi lo racconto.

Quando è iniziata la tua collaborazione con Disney Italia? Come donna hai trovato particolari difficoltà ad affermarti, o il talento è l’unico discrimine?

In un lavoro come il mio l’unico discrimine è il talento, non può essere altrimenti. Non possono esserci raccomandazioni o favoritismi, i lettori li punirebbero. Soprattutto adesso che possono commentare, sul web tutto quanto in tempo reale.
Sono arrivata alla redazione di “Topolino” a fine anni ottanta. Ho dovuto fare un bel po’ di gavetta, imparare bene il lavoro, prima che mi affidassero una vera sceneggiatura da disegnare. La mia prima storia è uscita nella primavera del ’91.

Parlaci dei tuoi lavori extra-Disney. Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Ho trovato parecchie persone che mi hanno aiutata con consigli e insegnamenti. Quello che mi ha indicato la strada è stato Giorgio Cavazzano, un grandissimo disegnatore. Mi ha spiegato i primi rudimenti del lavoro, mi ha sostenuta e consigliato di scrivermi le storie. Per la mia carriera professionale, lui è stato assolutamente fondamentale. Sia per il lavoro Disney che per quello non disneyano. Anche se poi quello ha seguito una sua strada parallela a quello per “Topolino”, a partire da “Linus”, passando per varie riviste, fino ad arrivare a “Donna Moderna”. E a vari libri.

E ora parliamo di Lucrezia, personaggio che adoro e in cui mi riconosco, come credo molte donne single ormai non più giovanissime. Dal 2006 su “Donna Moderna” appaiono le sue strisce. Come è nato il personaggio? A chi ti sei ispirata? Ti senti vicina alla fumettista francese Claire Bretecher autrice di Agrippina?

Lucrezia è nata nel 2004, per un libro che si intitolava “Amore mio”. Volevo raccontare i cortocircuiti delle relazioni umane che passiamo spesso sotto la voce “amore”, ma che amore non sono: i piccoli ricatti affettivi, la pretesa che sia un’altra persona a renderci felici e a risolverci la vita. Per raccontarli mi serviva quindi un personaggio. Doveva essere una donna, perché mi è più facile assumerre un punto di vista femminile, e non doveva essere perfetta, perché l’autocritica è l’unica posizione che ti permette di estendere le critiche ad altri. Ho provato a fare degli schizzi, per delineare un personaggio. Ed è arrivata subito lei, Lucrezia, pronta a farmi da alter ego per gli anni a venire.
Le allora direttrici di “Donna Moderna” hanno visto il libro, e mi hanno chiesto di provare a fare la vignetta settimanale. Non è stato facile, all’inizio, ma poi la collaborazione ha funzionato.
Claire Bretecher è uno dei miei miti. Ho letto tutte le sue cose, è stata l’autrice che mi ha fatto capire che con i fumetti si potevano raccontare anche la società e le relazioni tra le persone. E’ stata fondamentale per aiutarmi a trovare la mia voce e il mio punto di vista. Prima di Agrippine c’erano I frustrati: sono stati loro che mi hanno illuminata.

Progetti per il futuro?

Sì, parecchi, ma ancora poco definiti. Nell’anno appena concluso ho lavorato tantissimo. Ora sto cercando di riposarmi per poi raccogliere le idee e passare ai prossimi progetti. Al momento però sono ancora così vaghi e labili, che non riuscirei a descriverli. E poi son un pochino scaramantica, per cui fino a che un’idea non è solida e strutturata, preferisco non raccontarla. 🙂

:: Un’ intervista con Carola Blasi, a cura di Elena Romanello

8 dicembre 2015

caroCarola Blasi ha scritto il libro Alla ricerca della felicità, non un diario autobiografico, ma la storia di un cervello in fuga italiano a Barcellona, divisa tra lavoro, amiche, sogni, amore per gli animali. La abbiamo incontrata per parlare del suo libro ma anche di quello che c’è dietro.

Come è nata l’idea della storia che racconti?

Qualche anno fa viaggiavo molto per lavoro e tra treni, aeroporti e notti solitarie in hotel avevo più tempo libero di quello che mi sarebbe piaciuto…così cominciai, quasi per scherzo, a mettere nero su bianco (esagerando un po’, diciamoci la verità) tutto ciò che non mi piaceva del mio lavoro e i vari dubbi che mi frullavano per la testa. Prima quasi di rendermene conto mi ritrovai con pagine e pagine scritte…a quel punto decisi di creare dei veri e propri personaggi, tracciare una storia e trasformare le mie lamentele in un vero e proprio libro 🙂

Il tuo libro si svolge quasi tutto a Barcellona: che rapporto hai con questa città?

Vivo a Barcellona! Proprio come la protagonista del libro ho vissuto quasi tutta la vita a Torino e a 24 anni mi sono trasferita in Spagna, in una delle città che amo di più al mondo.

Uno degli argomenti del tuo libro è l’animalismo: tu ti dichiari animalista e se sì cosa fai in tal senso e come sei arrivata a fare questo percorso?

Lavoro in una ONG di protezione animale, quindi possiamo dire che dedico tutte le mie energie a questa causa. Sia io che il mio compagno inoltre siamo vegani e nelle nostre scelte quotidiane cerchiamo di essere il più coerenti possibili con la nostra decisione di rispettare tutti gli essere viventi.

Uno dei temi del libro è la possibilità, malgrado la crisi, di porsi degli obiettivi da realizzare: tu cosa consiglieresti ad un ragazzo o ragazza in tal senso?

Per quanto sia difficile (so che lo è!), gli/le direi di cercare di dimenticarsi un pochino della crisi e continuare a lottare per realizzare i suoi sogni, perché tutti abbiamo il diritto di averne! E se questo significa lavorare il doppio o rinunciare a parte del suo tempo libero…il sacrificio varrà sicuramente la pena!

Prossimi progetti?

Fare la mamma a tempo pieno fino a fine gennaio e poi ritornare al lavoro più carica di prima 🙂