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:: Un’intervista con Rod Reynolds a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2015

cover68275-mediumQuest’estate ho avuto modo di leggere in inglese un libro di esordio molto interessante The Dark Inside, esattamente il genere che amo, noir vintage questa volta anni ’40. Un romanzo che spero davvero di vedere al più presto tradotto in italiano. Ora non so a che punto sono le trattative, se ci sono, ma se fossi un editore non me lo lascerei scappare. Qui di seguito potete leggere tradotta una mia intervista fatta all’autore. 

Ciao Rod. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto sul mio blog. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Rod Reynolds?

Grazie per avermi invitato sul tuo blog! Ho trentacinque anni e vivo nel nord di Londra con mia moglie e le mie due figlie.  Sono un londinese doc e ho vissuto qui la maggior parte della mia vita, anche se ho viaggiato molto. Ho sempre avuto un grande amore per i libri e per gli Americana e, in particolare per i noir ambientati negli USA – quindi forse non è una sorpresa che il mio romanzo d’esordio, The Dark Inside, sia una storia molto radicata in quella tradizione.

Raccontaci qualcosa del tuo background e dei tuoi studi.

Mi sono laureato con una tesi in Storia e Storia Antica (molto tempo fa oramai!). E per quasi dieci anni ho lavorato a Londra nel settore pubblicitario, come media buyer. Mi sono cimentato con la scrittura per la prima volta dieci anni fa, ma non sono andato molto lontano. Ero più che altro un appassionato, però nel 2010 ho deciso di fare sul serio, seguendo un corso di formazione a distanza per studiare i fondamenti della scrittura dei romanzi, e ho scritto il mio primo romanzo (inedito) in poco più di due mesi. Mi è piaciuta molto l’esperienza e ho capito che era una cosa che volevo proseguire a fare, ma la vita vera ha ripreso il sopravvento per un paio di anni ancora. Poi, nel 2013, ho fatto un master presso la City University di Londra, con l’idea di scrivere una storia che avevo accarezzato e su cui avevo fatto ricerche da tempo- e che alla fine è diventata The Dark Inside.

Quando hai saputo che volevi fare lo scrittore? The Dark Inside ha ricevuto molti rifiuti dagli editori?

Ho sempre amato i libri, ma quando ero più giovane non pensavo di essere davvero uno scrittore, perché mi sembrava una cosa così fuori portata – come quando dici che vuoi diventare un calciatore o una rockstar. Con il tempo quando ho compiuto circa venticinque anni, però non ero soddisfatto della mia carriera, e mentre cercavo qualcosa di più appagante, ho scoperto il lavoro di James Ellroy, che è la mia più grande fonte di ispirazione. A quel punto ero così ingenuo da pensare che avrei potuto davvero provarci! La prima volta che mi ricordo di aver pensato che volevo davvero fare lo scrittore è stata quando ho letto The Cold Six Thousand (Sei pezzi da mille) – un libro che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto pensare, ‘ Voglio farlo’ E, come ho detto sopra, appena ho provato davvero a scrivere un romanzo, ho capito che era la cosa giusta per me.
In termini di rifiuti, sono stato abbastanza fortunato con The Dark Inside dato che ho avuto un agente che ha trovato un editore molto rapidamente, e in realtà aveva diversi editori che avevano fatto offerte una volta che il libro aveva iniziato a circolare. Ma io sono stato dall’altra parte della barricata per troppo tempo – il mio primo romanzo è stato respinto da una quarantina di agenti e così si impara ad accettare che anche il rifiuto e la critica sono parte del gioco (anche se alcuni hanno detto cose molto incoraggianti sulla mia scrittura).

Leggi? Se sì, quali sono i tuoi autori preferiti?

Sì, ho sempre almeno un libro in lettura. Ci sono così tanti grandi autori che potrei citare; i miei preferiti in assoluto sono James Ellroy, David Peace, Raymond Chandler, Joseph Kanon, Don Winslow, Daniel Woodrell e James Lee Burke. Ma ho anche letto un sacco di debuttanti ultimamente, e ci sono alcuni nuovi scrittori fenomenali là fuori – Eva Dolan, Tom Bouman, Tim Baker, David Giovani, Helen Giltrow, Paul E. Hardisty, SJI Holliday per citarne solo alcuni. Davvero potrei andare avanti tutto il giorno.

Sei l’autore del romanzo d’esordio The Dark Inside , un romanzo liberamente ispirato a fatti realmente accaduti. Come sei venuto a conoscenza dei fatti relativi agli omicidi irrisolti definiti dalla stampa negli anni ’40 The Texarkana Moonlight Murders? Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a drammatizzarli in un romanzo?

Mi sono imbattuto nel caso per caso. Avevo guardato il film di David Fincher ‘Zodiac‘ sull’ assassino seriale denominato Killer dello Zodiaco a San Francisco negli anni ’60 e ’70, e durante le mie ricerche sul caso, ho visto un link per The Texarkana Moonlight Murders. Appena ho iniziato a leggere i fatti del caso, ho avuto la sensazione che volevo scrivere un romanzo su di essi. Gli omicidi erano così strani e brutali, e l’atmosfera a Texarkana era così claustrofobica e terrificante, che mi ha dato i brividi. Subito, ho capito che volevo usarla per raccontarli e la storia ha iniziato a formarsi, insieme con un senso di quel tipo di clima di terrore che volevo evocare.

Che tipo di ricerche hai fatto per riprodurre lo slang americano del profondo Sud anni ’40?

Ho sempre avuto un grande interesse per la cultura americana, libri e TV, così un sacco di cose provengono da questo. Ma ho anche letto e riletto libri dell’epoca, per cercare di riprodurre i modelli di discorso e il vocabolario, e ho guardato vecchi film per lo stesso motivo. Ho anche cercato di ascoltare i podcast e cose di questo genere, di texani o gente dell’ Arkansans, cercando di raccogliere alcuni degli idiomi locali che vengono utilizzati oggi, alcuni dei quali erano chiaramente abbastanza vecchi per essere stati in uso anche negli anni ’40. Poi nel 2013, mi sono recato a Texarkana, per cercare di ottenere di prima mano informazioni  sul dialetto e sul modo in cui la gente parla. Infine, la mia agente, Kate Burke, è stata fantastica nell’ aiutarmi ad affinare il testo, eliminando le cose che suonavano inautentiche o anacronistiche.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere The Dark Inside?

Ho trascorso circa sei settimane in ricerche e pensando la storia, poi ho messo tutto da parte per due anni e mezzo e dopo sono tornato di nuovo a lavorci. Una volta che ho effettivamente iniziato a scrivere il libro, mi ci è voluto circa un anno per finire la prima bozza – sempre a causa dei miei impegni di lavoro e familiari.

Il capitolo di apertura presenta il protagonista, il giornalista Charlie Yates. Racconta ai lettori cosa succede.

Nel primo capitolo, Charlie Yates arriva a Texarkana, una piccola città sul lato opposto del paese dove vive e lavora a New York City. La vita di Charlie è fuori controllo, ha problemi con il suo lavoro, con il suo matrimonio e a causa del suo carattere. Come punizione, è un modo per emarginarlo, i suoi capi lo hanno mandato a Texarkana per occuparsi della storia di un killer che uccide coppiette, e per ora ci sono tre morti. Per Charlie ed i suoi capi, questa storia è priva di interesse, e Charlie è convinto di aver toccato il fondo assoluto con questo incarico. Ma sta per scoprire che è entrato nel bel mezzo di un incubo, e trovare l’assassino diventerà presto tutto per lui …
Potete leggere il primo capitolo qui.

Texarkana, è una piccola città rurale al confine tra Texas e Arkansas. Parlaci dell’ambientaizone del tuo libro

Texarkana è un posto molto interessante. E’ tecnicamente due città – Texarkana, Texas e Texarkana, Arkansas, ognuna con la propria forza di polizia, il sindaco, i giudici ecc. La linea di demarcazione passa proprio attraverso il centro della strada principale della città, State Line Avenue, in modo che ti trovi in uno stato diverso a seconda di quale lato della strada ti trovi. Ho trovato questa dualità interessante per diversi livelli, ed è stato un tema che ho cercato di inserire nella storia. Inoltre, nel 1946 Texarkana era un grande nodo ferroviario per i militari di ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, così la città era piena di soldati. Ho pensato che era uno scenario interessante per ambientarci un crimine, sia per le domande che si aprono circa l’identità del killer, e anche a causa del modo in cui la guerra ancora oscura tutto in quel punto – nel cuore dell’America, che non fu mai toccato direttamente dai combattimenti.

The Dark Inside sta ricevendo un’accoglienza molto positiva da parte dei blogger. Credi nel potere del passaparola? Stai ottenendo un feedback positivo anche da parte dei lettori e della stampa?

Sono stato molto fortunato finora, sì il libro è stato ben accolto. Credo assolutamente nel potere del passaparola, e con i social network – in particolare Twitter – si può effettivamente vederlo in azione. Certo, ci sono molte più probabilità di prendere un libro se è stato consigliato da qualcuno che conosci e della cui opinione ti fidi.
Speriamo che le recensioni positive continuino; sono certo ci saranno alcuni che non ameranno il libro, e va bene anche perché i libri sono soggettivi e tutti abbiamo i nostri gusti e le nostre opinioni, ma è particolarmente gratificante sentire feedback da persone che hanno apprezzato il mio lavoro, perché, alla fine , tutto quello che uno  scrittore spera è di raccontare una storia che alla gente piaccia.

Se Hollywood chiamasse, quali sarebbero le tue raccomandazioni per la parte di Charlie e Lizzie?

Hah – Non dovrei sfidare il destino in questo modo – e sono abbastanza sicuro che a Hollywood non interesserebbe il mio parere comunque! Se proprio mi obbligassero a una scelta, forse Johnny Depp per Charlie e Jessica Chastain per Lizzie.

Progetti per traduzioni? Hai contatti con editori italiani?

Al momento sto pubblicando solo in inglese, ma la mia agenzia ha fatto un grande lavoro per generare interesse negli editori di tutta Europa, quindi spero che il libro sia tradotto.

A che cosa stai lavorando in questo momento? Su un sequel?

Sì – sto per inviare il mio secondo libro al mio editor alla Faber. Si tratta di un sequel di The Dark Inside che vede Charlie costretto a tornare in Arkansas, nonostante i suoi presentimenti. Non appena arriva le cose vanno subito male, e Charlie scopre che è di nuovo coinvolto in un incubo di omicidi, tradimenti e corruzione. Mentre cerca di scappare, scopre che la verità potrebbe avere radici nel passato che pensava di aver sepolto …

:: Un’ intervista con Susanne Goga

30 novembre 2015
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Susanne GOGA Literaturpreis

Benvenuta, Susanne, su Liberi di Scrivere. E grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te e del tuo lavoro.

Ho 48 anni e vivo a Mönchengladbach vicino a Colonia (gli appassionati di calcio tra i tuoi lettori probabilmente conoscono già il nome della mia città). Sono sposata e ho due figli ormai adulti che mi hanno sempre sostenuto nel mio lavoro. Mi piace viaggiare, leggere, andare a teatro e al cinema e mangiare del buon cibo vegetariano. Dal 1995 lavoro come traduttrice letteraria free-lance e nel 2005 è stato pubblicato il mio primo romanzo.

Quando hai capito che volevi fare la scrittrice?

Nel momento in cui ho imparato a leggere, in realtà.  I miei genitori hanno sempre letto per me e io ero molto appassionata della lettura. Andavo spesso  alla biblioteca pubblica con mio padre e sognavo di scrivere miei propri libri. Ho iniziato la mia prima storia quando avevo circa sette o otto anni, ma no l’ho mai finita.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Nel 2001 ho deciso che volevo fare qualcos’altro oltre a tradurre e sono tornata al mio vecchio sogno di scrivere. Trovare una prima idea su cui costruire un romanzo non è stato facile, ma una volta trovata il romanzo ha iniziato a crescere. Il mio primo romanzo non è mai stato pubblicato, ma lo continuo a considerare come un esercizio importante di formazione per tutto ciò che è venuto dopo.
Quando ho iniziato un po’ a conoscere il mondo dell’editoria, ho deciso di contattare varie agenzie letterarie. Avere un buon agente è un enorme vantaggio per trovare un editore e negoziare buoni affari. Dopo due rifiuti il ​​terzo agente ha mostrato interesse, ma mi ha detto che il manoscritto che avevo scritto, non avrebbe venduto in Germania. Tuttavia, gli piaceva la mia scrittura e mi ha incoraggiato a mandargli qualcosa d’altro. Ero molto motivata e nel giro di poche settimane ho scritto quattro capitoli di “Leo Berlino“, che sarebbe diventato il mio primo crime novel storico e il mio primo libro pubblicato.
Mi ha fatto firmare un contratto e mi ha guidato sapientemente e pazientemente fino a quando il manoscritto non è stato completato. Poi l’ha presentato a quattro editori e uno di loro l’ ha comprato. E ‘stato il mio agente da allora  e sono molto grata per la sua continua assistenza e consulenza.
Nel 2009 venne pubblicato il mio primo romanzo storico “Das Leonardo-Papier” (che  è appena stato tradotto in spagnolo). Da allora ho scritto alternativamente  per vari editori.

Parlaci di  una tua tipica giornata di lavoro.

La mattina di solito traduco. Quasi sempre lavoro a due libri contemporaneamente – una traduzione, e uno dei miei romanzi. Faccio le cose quotidiane come cucinare e shopping e procrastinare su Internet. Scrivo nel pomeriggio, la sera, nei fine settimana e in vacanza.
La differenza tra la traduzione e la scrittura è che nel momento in cui ho finito il mio lavoro quotidiano di traduzione, smetto di pensarci. La scrittura è completamente diversa. La storia è sempre nella mia testa e ottengo spesso le idee migliori mentre sto facendo  qualcosa di diverso. Libera la fantasia e se sono fortunata riesco a trovare una soluzione a cui non avevo pensato, seduta davanti al computer.

Di solito come trovi le idee?

Spesso provengono da libri o articoli che ho letto. L’idea di “Das Leonardo-Papier” mi è venuta dopo aver letto “A Short History of Nearly Everything“, di Bill Bryson, un libro meraviglioso sulla scienza e gli scienziati. Il capitolo sulla geologia davvero mi ha spinto a scrivere questo romanzo.  Anni fa ho letto un articolo dello “Spiegel” sulla prosopagnosia e l’ho memorizzato da qualche parte nella mia memoria. Anche questo, inoltre, si è trasformato in un romanzo.
E il libro su cui sto lavorando in questo momento è stato ispirato dai brillanti libri di Peter Ackroyd sulla storia di Londra.
Con “I misteri di Chalk Hill”  è stato un po ‘diverso. Dopo qualche esperienza personale mi sono interessata ai fenomeni psichici e su come spiegarli  e ciò a sua volta mi ha dato l’idea per questo romanzo.

I misteri di Chalk Hill, ora pubblicato in Italia da Giunti, è un romanzo gotico, ispirato in parte alla storia di Jane Eyre di Charlotte Brontë. (Charlotte è il nome della tua protagonista). Similitudini, differenze?

Beh, penso che una differenza importante sia che il mio romanzo è ambientato quaranta o cinquanta anni dopo. I tempi erano iniziati a cambiare per le donne. Charlotte non è una vittima delle circostanze costretta a lavorare per denaro. Ha scelto la sua professione per essere indipendente, non per necessità finanziarie. E ha anche il coraggio di lasciare la Germania e trasferirsi in un paese straniero.
Ho anche cercato di evitare la tradizionale storia d’amore tra datore di lavoro e lavoratore. Sir Andrew Clayworth è ricco e di bell’aspetto e forse alcuni lettori si aspettano che la storia andasse in quella direzione, ben nota, ma qui il mio approccio è diverso da “Jane Eyre”. Io porto un estraneo in casa, un giornalista interessato a fenomeni psichici, che collabora con Charlotte, un po’ come una coppia di detective nella tradizione di Holmes e Watson o Wimsey e Vane.

Cosa hai amato di più nello scrivere questo libro?

Molte cose. La creazione dei personaggi, soprattutto di Tom, che è uno dei miei preferiti. Ho amato la ricerca su vari studi scientifici dei fenomeni psichici e ho partecipato ad una manifestazione presso l’Associazione spiritista della Gran Bretagna. Un medium femminile stava rispondendo alle domande del pubblico sulla famiglia e gli amici di un defunto. E ‘stato abbastanza impressionante e non teatrale affatto. Si è svolto in un edificio per uffici molto poco romantico vicino alla stazione Victoria, che ha reso il tutto ancora più convincente. E mi piacevano anche tutti quei riferimenti letterari a Sherlock Holmes e le fiabe tedesche.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un romanzo crime su Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle, il primo di una serie di romanzi. È scritto da Gyles Brandreth e si intitola  “Oscar Wilde and the Candlelight Murders“. Come potete vedere, mi piace leggere libri sulle cose che scrivo.

Come è il tuo rapporto con i lettori? Come possono  mettersi in contatto con te?

Mi piace molto restere in contatto con i miei lettori. Essi possono contattarmi su Facebook o via e-mail tramite la mia homepage. Partecipo anche a gruppi di lettura su internet dove la gente legge uno dei miei libri e discute delle loro impressioni con gli altri e con me. E faccio anche letture nelle librerie, nei festival o nelle istituzioni sociali.

Che ruolo ha  Internet nello scrivere, fare ricerche, e commercializzare i tuoi libri?

Un ruolo estremamente grande e importante. Faccio un sacco di ricerche su Internet, che è una fonte preziosa di informazioni. Soprattutto per gli autori di romanzi storici c’è un sacco di roba brillantemente utile là fuori e sarò sempre grata a tutte le dotte persone che hanno messo lì tutti questi dati liberamente utilizzabili da me.
Per quanto riguarda la commercializzazione vorrei fare riferimento alla domanda 9. La comunicazione con i lettori e la presentazione dei miei libri su Internet è una parte essenziale del marketing di oggi e io cerco di essere il più attiva possibile in questo senso sempre sforzandomi di risparmiare abbastanza tempo per la scrittura e la lettura.

Verrai  in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe. Se avessi avuto l’opportunità di farlo, sarei sicuramente venuta. Forse verrò in vacanza e sarebbe bello incontrare i lettori nel vostro paese.

Progetti di film tratti dal suo libro?

Purtroppo nessuno finora. Ma io non sto perdendo la speranza. Amo i film e i buoni adattamenti letterari quindi c’è ancora la possibilità che qualcuno possa essere interessato a adattare uno dei miei libri.

Infine, per concludere l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad un romanzo storico ambientato a Londra nel 1900. Ci saranno avventure, buio, nebbia, mistero, divertimento, amore, Penny Dreadfuls, messaggi segreti, e altre cose. L’atmosfera sarà diversa da “I misteri di Chalk Hill“, dal momento che ci troveremo in una metropoli, sarà un romanzo ambientato in città, che è meno idilliaca delle colline del Surrey ma entusiasmante a suo modo. E spero che i lettori si divertiranno almeno quanto io mi sto divertendo io scrivendolo.

:: Un’intervista con Melanie Raabe a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2015

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Ciao Melanie. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Scrittrice, giornalista, blogger, attrice. Chi è Melanie Raabe? I tuoi punti di forza e le tue debolezze?

Sono una scrittrice appassionata e un’avida lettrice. Vivo a Colonia – ma amo moltissimo viaggiare. I miei punti di forza? Sono unapersona che sta bene con gli altri. Mi piacciono le persone e I loro interessi. Sono curiosa, aperta ed empatica. Debolezze? Oddio, tantissime. Diciamone solo due: posso essere molto impaziente e a volte mi faccio prendere dalla disperazione per lo stato del mondo.

Dicci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in un tranquillo piccolo villaggio in Germania. Ero una ragazzina abbastanza selvatica, mi piaceva arrampicarmi sugli alberi, correre, essere libera. Non appena ho imparato a leggere, ho scoperto I libri, e me ne sono innamorata perdutamente. Ho studiato letteratura e media e sono diventata giornalista dopo aver lasciato l’università.

Cosa ti ha spinta ad essere una scrittrice? Cosa ti ha portata a decidere di scrivere narrativa?

Ho sempre amato scrivere ed hoc ominciato a scrivere romanzi quando avevo una ventina d’anni. Non ricordo il momento in cui ho deciso di scrivere. Ma credo che avendo letto così tanti libri ed avendo così tante idee in testa, un giorno mi sia parso naturale esprimerle su carta.

Cosa è stata la prima cosa che hai scritto? Parlaci del percorso che ti ha portata alla pubblicazione.

Il mio primo libro non venne pubblicato. Per me, è stato unpercorso lungo e complicato, arrivare ad essere riconosciuta come autrice. Ma col quinto libro che avevo scritto, LA TRAPPOLA, finalmente ebbi fortuna. Lavoravo con un’ottima agenzia letteraria tedesca che vendette il mio libro al mio editore tedesco. Ero estatica! E lo sono ancora.

Che ruolo ha Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri?

Quando scrivo, cerco di staccarmi il più possibile da internet. Adoro internet e i social media – ma possono essere una grande distrazione. Ma internet è grande per entrare in contatto coi miei lettori, con altri autori, blogger e amanti dei libri ovunque nel mondo. È fantastico!

Die falle, ora distribuito in Italia come La Trappola è il tuo quinto romanzo. Cosa ci puoi dire a riguardo?

LA TRAPPOLA parla della famosa scrittrice Linda Conrads, una trentottenne. Conduce una vita da reclusa e da 11 anni non mette piede fuori dalla sua villa. È perseguitata dal ricordo dell’omicidio di sua sorella. Linda vide un uomo fuggire dalla scena del delitto, ma l’omicida non venne mai catturato. Ma poi, molti anni dopo, Linda improvvisamente vede l’uomo in TV. E Linda decide di tendergli una trappola.

Cosa ti ha ispirata a scrivere? Qual’è stato il punto di partenza del tuo processo creativo?

Una volta mi è capitato di sentire di un autore che non usciva mai di casa, ed ho immediatamente pensato che sarebbe stato un ottimo protagonista. È partito tutto da lì.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere La Trappola?

Poco più che sei mesi! Dovevo fare alla svelta, la data di pubblicazione incombeva!

Hai voglia di dirci qualcosa sull’ambientazione del tuo libro?

La gran parte della storia è ambientata nel rifugio di Linda, la sua splendida casa a Starnberger See, vicino a Monaco. È uno degli elementi più importanti del romanzo, che ne fanno una ambientazione così claustrofobica.

L’aspetto psicologico della storia è un importante elemento del romanzo. Il thriller psicologico è un genere molto popolare in Germania. Dorn, Fitzeck, per fare qualche nome, sono tutti uomini. I tuoi romanzi sono thriller psicologici?

Sì, definirei certamente il mio romanzo come thriller psicologico. Mi interessa molto la suspance che deriva dalla psicologia umana – rispetto alla suspance che deriva dal sangue e dalla violenza.

Cosa pensi delle protagoniste dei romanzi polieschi contemporanei? Sei una famminista?

Sono una femminista, sì. E in quanto tale sono attratta da personaggi femminili forti e complessi, che non sono solo perfette eroine o perfette vittime, ma donne dalle molte sfaccettature.

Leggi altri autori contemporanei? Chi sono i tuoi autori preferiti? Chi ritieni abbia influenzato il tuo modo di scrivere?

Non posso davvero citare delle influenze, perché ho letto così tanti libri di epoche differenti, e di tutti i generi. Ma posso dirti chi ammiro. Quando si tratta di romanzi, adoro l’autore americano Jonathan Safran Foer. Scrive dei libri bellissimi. E quando si tratta di suspance, sono sempre più impressionata dal lavoro di Gillian Flynn.

C’è un progetto per fare del tuo libro un film?

Sì, TriStar Pictures ha acquistato i diritti del romanzo. Perciò potrebbe davvero diventare un film di Hollywood. È eccitante!

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo preciso momento sto leggendo “Der Dieb in der Nacht” di Katharina Hartwell, una straordinaria scrittrice tedesca.

Ti piace andare in tour per promuovere i tuoi libri? Racconta qualcosa di divertente su questi incontri, per i nostri lettori italiani.

Adoro viaggiare per promuovere i libri! E mi piace anche leggere brani dei miei libri È sempre divertente andare in posti nuovi o sconosciuti nei quali normalmente non si avrebbe alcun accesso, ad esempio. Le mie letture e sessioni di autografi si svolgono spesso in librerie, ma ho anche fatto una lettura in un negozio di porcellane, su un autobus in movimento e in una fabbrica di coltelli. Quello è stato davvero divertente!

Che relazione hai con i tuoi lettori? Come possono i tuoi lettori mettersi in contatto con te?

È molto facile raggiungermi e mi piace entrare in contatto coi miei lettori. Possono sempre venire a fare quattro chiacchiere con me agli eventi, o raggiungermi attraverso la mia homepage, via Facebook, Twitter o Instagram.

Verrai in Italia per presentare i tuoi libri?

Sono stata a Milano in settembre per parlare alla stampa del mio libro – e spero di poter tornare, presto!

E per finire, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Il mio prossimo libro sarà un thriller psicologico molto intricato.

:: Traduzione dall’inglese all’italiano a cura di Davide Mana

:: La guerra del metallo freddo, Ivan Bruno (Createspace, 2015) a cura di Serena Bertogliatti

9 ottobre 2015
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Ci sono romanzi che ti trovi a leggere nell’arco di mesi, e ciò non aiuta quando la tua memoria è causa di vergogna. Ma questa imbarazzante peculiarità ha un lato positivo, quando si tratta di recensirne uno: sai esattamente quali lati ti sono rimasti dentro e quali invece sono finiti nel dimenticatoio tra un capitolo e l’altro.
La guerra del metallo freddo di Ivan Bruno mi ha fatto ri-realizzare (processo strano, questo, di dimenticare grandi rivelazioni e poi riscoprirle come se fosse la prima volta) per quale motivo io dica di apprezzare la fantascienza nonostante ne legga pochissima: perché la fantascienza permette di parlare dell’oggi senza risultare inverosimili.
Non ricordo, ovviamente, a quale esatto punto del romanzo mi sono ritrovata a pensarlo.
Probabilmente quando Ivan Bruno mi ha fatto perdere nei meandri di una metropolitana londinese popolata di esseri umani dall’anima scarnificata. Scava e scava, depriva corpo e mente di tutte le comodità a cui siamo avvezzi, e troverai creature a malapena riconoscibili come umane che si aggirano in cunicoli in cui impera una tribalità tutta urbana.
Oppure è stato quando mi sono trovata sulla Rocca del Principato di Monaco. Adieu all’eleganza principesca à la Grace Kelly, le vette del progresso umano si trasformano in desolate architetture, fragili e imponenti al contempo, alla stregua dei tentativi umani di preservare la memoria.
O forse è stato proprio all’inizio del romanzo, scaraventata in un dove-quando che non ha bisogno della fantascienza per essere scritto: è guerra, quella con cui Ivan Bruno inizia a narrare, una guerra che non abbisogna di riconoscere senzienza al metallo per risultare disumana.
E forse è proprio questo il fulcro del romanzo: la capacità, e incapacità, umana (e non solo) di accettare se stessa.
Quella che invece ho rimosso è la trama. Non la macrotrama, che sembra facilmente riassumibile già nel titolo (una guerra intra- e inter- esseri più o meno umani), bensì le microtrame che vanno a comporla, rendendola un’architettura complessa – il che, complice la mia poca memoria, ha fatto sì che, giunta al finale che tutto riunisce, io mi fossi persa. A ciò ha compartecipato anche l’amore di Ivan Bruno per le dettagliate descrizioni di combattimenti e delle armi e dei robottoni che li compongono. Se fosse stato un film, probabilmente me li sarei goduti. Ma ciò perché, se fosse stato un film, sarebbero durati molto meno e la parte visiva, che la lettera cerca di ricreare in stile cinematografico, sarebbe stata direttamente godibile.
D’altro canto Ivan Bruno ha dalla sua una capacità di descrivere paesaggi, atmosfere e personaggi per cui di solito i romanzieri di fantascienza non sono particolarmente famosi. Avrei voluto che lo facesse di più, sottraendo un po’ di pagine ai combattimenti per dedicarle maggiormente a quelle scene in cui l’introduzione di un nuovo personaggio e l’ambiente che lo vede apparire divengono un tutt’uno, un micromondo che già in sé basterebbe a fornire idee per due o tre romanzi.
Ma il suo stile sembra invece prediligere l’opposto: il pastiche totale, senza remore né pudore, nel male quanto nel bene – perché è così eclatante, così strutturale, che sembra essere una sua cifra fondamentale. Sembra essere, a tratti, un’altra sfaccettatura del suo voler usare la fantascienza come metafora.

Ma, non volendo presupporre oltre, ho preferito appellarmi direttamente all’autore, unendo alla recensione l’intervista.

Serena: L’impressione generale che ho avuto del romanzo, come ho scritto, è quella di un contenitore in cui hai inserito molti riferimenti al mondo reale e attuale, più o meno trasformati per rientrare nella cornice fantascientifica di La guerra del metallo freddo. È così?

Ivan: Sì, Serena. Per me La guerra del metallo freddo è un ricettacolo dove riunisco quello che penso del nostro mondo, una bottiglia in cui ho messo un lungo messaggio destinato a raggiungere tutte le spiagge della Terra con la speranza di essere letto e, soprattutto, compreso.

S: C’è stata un’idea, un momento, un evento in particolare che ti ha spinto a iniziare a scrivere questo “ricettacolo”?

I: Ho iniziato da un piccolo racconto che vedeva Brian nel ruolo del protagonista principale, scritto per soddisfare la mia passione per la cultura nipponica dei robottoni. Mi sono reso subito conto di avere tra le mani qualcosa di potente, da nutrire e far crescere plasmandolo secondo i miei ideali di bene e male. L’idea era di trovare un evento non troppo lontano che coincidesse con l’uscita del libro e, nello specifico, mi serviva una sonda lanciata alla scoperta di nuove frontiere… Due anni fa ho iniziato a cercare nel mondo reale e ho trovato la New Horizons. Sì, proprio quella di Plutone. E così sono nati i personaggi, con le loro storie e le cicatrici, e le ambientazioni, frutto di un immaginario assopito in grado di dipingere opere d’arte uniche.

S: Parlando invece di mondi letterari…
Ci sono autori/autrici a cui ti ispiri quando scrivi, e in particolare a cui ti sei ispirato per scrivere La guerra del metallo freddo?

I: Mi viene da risponderti no, e che è tutta farina del mio sacco. Ma se parliamo delle influenze che mi hanno portato a scrivere così, alloro posso farti una piccola lista senza eccedere troppo: H.P. Lovecraft, Philip K Dick, Verne, Edgar Allan Poe, Ambrose Bierce, Stephen King e Ray Bradbury. Come vedi c’è un po’ di tutto.

S: Passando alle domande serie…
Sei nel pieno di uno scenario apocalittico e devi scegliere un/a compagno/a come spalla per sopravvivere all’anarchia totale. Quale personaggio di La guerra del metallo freddo sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Sceglierei Ombra, senza esitare. Cresciuto in un ambiente come l’Underground dove la morte può prenderti a ogni respiro, sopravvive grazie alla sua abilità con i coltelli a farfalla e a un sangue freddo che gli permette di prendere le giuste decisioni nei momenti più critici. È un assassino, ma evita piogge di sangue quando sa di poterne fare a meno, al contrario del 99% dei restanti pirati della metropolitana.

S: Sei costretto a rimanere chiuso in un bunker per dieci anni con un personaggio di La guerra del metallo freddo. Chi sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Nel romanzo vivono tre donne dal carattere molto forte: Nora, Lala e Ginevra. Vorrei rinchiudermi con tutte e tre, ma così facendo non risponderei correttamente alla tua domanda. Ginevra è la scelta più logica, al di là della bellezza di ognuna, poiché ha un’esperienza di vita unica rispetto alle altre e può raccontarmi secoli di storie vissute in prima persona. E già, Ginevra è molto vecchia, ma nasconde un segreto legato all’eterna giovinezza attendibile scientificamente (preciso per ricordare che non è un romanzo fantasy).

S: Per concludere, con quale personaggio del romanzo andresti a berti una birra? Descrivicelo/a brevemente.

I: Tristatos, il tenente greco dai muscoli d’acciaio ma dal cuore tenero. Un bonaccione che ama giocare a carte con gli amici e far ridere i bambini. Un abile guerriero del cielo che non ha mai avuto voglia di approfondire l’esperanto, la lingua corrente di questo futuro distopico. Con lui mi devasterei volentieri al pub, passando ore di fronte a un gruppo live che suona i Red Hot e parlando delle care persone che non ci sono più fino ad addormentarci al bancone del bar.

S: Grazie, Ivan, per averci dato visioni del tuo romanzo. Salutaci come ci saluterebbe Tristatos.

I: «Prego tu. Io saluta voi e dice più su Tristatos in altra storia, forse.»

Ivan Bruno nasce nel 1976 a San Remo. Appassionato di cartoni animati giapponesi e fumetti, nella narrativa preferisce la fantascienza, il fantastico, l’horror. Il suo primo romanzo, Mondi Perduti, è uscito nel 2014. Un suo racconto è uscito nel 2015 all’interno dell’antologia Effimero Panico.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Massimo Polidoro, vincitore del NebbiaGialla 2015, a cura di Elena Romanello

15 settembre 2015
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Credit: Roberta Baria

Massimo Polidoro ha esordito come scrittore di thriller dopo anni di lavoro come saggista e non solo con Il passato è una bestia feroce, di cui Liberi di scrivere si è già occupato, avvincente e crudo cold case nelle nebbie padane. Per questo libro ha vinto il premio Nebbia gialla, e per questo e altri motivi abbiamo voluto chiedergli qualcosa sul suo romanzo e non solo.

Il passato è una bestia feroce parla di un cold case, argomento che oggi va molto. Come mai hai scelto questo tipo di indagine?

I casi freddi, i misteri che prendono polvere da anni, se non addirittura da secoli a volte, sono una delle mie grandi passioni. Nel mio ruolo di saggista e segretario del CICAP, ho scritto molto sui grandi gialli e misteri della storia, da Re Artù a Jack lo Squartatore, dal mostro di Loch Ness all’assassinio del presidente Kennedy. Credo dunque fosse inevitabile che, cimentandomi con il mio primo thriller, scegliessi di dare al mio protagonista non un caso fresco di cronaca, ma un enigma di cui tutti si erano dimenticati e che ancora attendeva risposta.

Secondo te perché questo tipo di casi piace così tanto?

Credo che il bisogno di risposte sia un’esigenza connaturata dell’uomo. E, dunque, quando un fatto solleva domande, soprattutto se si tratta di un fatto tragico, e a queste domande non segue nessuna risposta, l’interesse non può che restare alto. Il caso di Jack lo Squartatore è esemplare: non è stato il più terribile serial killer della storia, c’è stato di molto peggio, eppure la sua lugubre fama continua a perseguitarci perché ancora non c’è (e forse mai ci sarà) risposta alla domanda principale: chi si nascondeva dietro quel nome?

Come sono stati i tuoi anni Ottanta e cosa pensi di quel decennio in generale, teatro dell’adolescenza dei tuoi eroi?

I miei anni Ottanta sono stati molto simili a quelli di Bruno e dei suoi amici, fatti di estati dove la scuola scompariva e ci si divertiva insieme, spensierati, ai giardini, al parco o anche pedalando sul greto dei torrenti. Dove si ascoltava tanta musica, alla radio o sui dischi, e dove magari si cercava anche di farla insieme. Finivano gli anni di piombo, diminuiva l’impegno politico e si tornava a guardare al privato. Per certi aspetti furono anni legati alla superficialità, dove spesso il look contava più dei contenuti, ma ci hanno anche regalato autentici capolavori, sia al cinema che nella musica. Per non parlare dei romanzi. Stando solo ai gialli, vengono da quegli anni IT, Il silenzio degli innocenti, Presunto innocente, Misery, The Bourne Identity, Caccia a ottobre rosso, Il momento di uccidere… e naturalmente Il nome della rosa, che ovviamente è tantissime cose ma anche un grande giallo. Erano comunque anni ancora pieni di tensione, soprattutto per quel che riguardava il conflitto “freddo” tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che però si concluse proprio alla fine del decennio, con l’arrivo di Gorbačëv e la caduta del muro di Berlino. Dunque, tutto sommato, ne ho un ricordo piacevole che si risveglia spesso quando riprendo in mano un libro o rivedo un film di quegli anni.

Qual è secondo te la principale tragedia o problema di chi era ragazzo allora, come Bruno e i suoi amici?

La tragedia di quegli anni, per tanti ragazzi, era indubbiamente la droga. Non che ora non ci sia più, ma allora, per tanti, la droga sembrava un modo senza troppe conseguenze per fuggire dalle difficoltà della vita. Le conseguenze, quasi sempre letali, invece c’erano, eccome. Mentre oggi non è più così frequente, in quegli anni probabilmente tutti conoscevamo qualcuno che era caduto nel tunnel, si era perso o cercava di uscirne.

Il libro parla di persone che scompaiono, una delle disgrazie più angoscianti. Come mai hai scelto questo e non per esempio un omicidio?

Per quello che dicevamo prima. Se Monica, la ragazza di cui non si hanno più notizie da trentatre anni, fosse stata ritrovata morta poco tempo dopo la sua scomparsa, gli interrogativi si sarebbero limitati alla ricerca del colpevole, al movente. Invece, con il fatto che un giorno è scomparsa nel nulla e nessuno sa che cosa possa esserle successo, gli interrogativi e la curiosità di sapere com’è andata sono molto più forti. E poi, tornando ai casi freddi, mi ha sempre molto colpito l’idea che certi misteri possono un giorno trovare soluzione grazie ai progressi della scienza ma anche grazie, come succede nel mio romanzo, alla perseveranza di qualcuno che vuole arrivare in fondo alla storia e non si ferma davanti a nessuna difficoltà.

Quale personaggio senti più vicino a te tra i tuoi?

Forse Bruno, ma in realtà c’è qualcosa delle mie esperienze e dei miei ricordi in tutti i ragazzi del gruppo.

Il libro finisce in maniera aperta: hai in mente nuove avventure per Bruno?

Certamente. Bruno è un tipo che sembra avere un gran talento per cacciarsi nei guai. Dunque, è inevitabile che prima o poi si trovi nuovamente alle prese con un’altra brutta gatta da pelare. Sto già lavorando alla prossima avventura che, pur restando fedele al personaggio e al suo mondo, penso sorprenderà i lettori. Uscirà nel 2016. Chi ha letto Il passato è una bestia feroce e vorrà partecipare al lancio del prossimo, come ho fatto quest’anno con la “Squadra di lancio” composta da 100 miei lettori che hanno letto il romanzo in anteprima, non deve fare altro che iscriversi alla mia newsletter: (http://eepurl.com/2P–L) sarà tra i primi a conoscere tutte le novità.

:: Un’ intervista con Valeria Arnaldi, a cura di Elena Romanello

8 settembre 2015

val 2Valeria Arnaldi, giornalista e organizzatrice di vari eventi, ha scritto per la nuova collana Shibuya di Ultra edizioni dedicata agli anime giapponesi due saggi, rispettivamente sul maestro Hayao Miyazaki e su Lady Oscar. L’abbiamo incontrata per parlare di questa passione travolgente, che ormai unisce varie generazioni, per manga ed anime e l’immaginario ad essi legato.

Come mai ha scelto di occuparsi di Lady Oscar e che rapporto ha con questo personaggio?

Lady Oscar era un personaggio nuovo all’interno della produzione animata giapponese dell’epoca, che a sua volta rappresentava già una rottura rispetto all’animazione cui eravamo abituati in Occidente. Era una donna alle prese con la riflessione su identità, ruolo, desideri. Non la classica icona “domestica”, più spesso addomesticata, della quasi totalità di favole e serie, ma una donna combattiva, determinata, energica. Mi interessava studiare questa nuova femminilità, più moderna e femminista ma non priva di elementi anche maschilisti della tradizione, e raccontarla uscendo dal semplice discorso nostalgico per proporne un’analisi più ampia. L’affezione ha comunque un suo peso. Come direttrice della collana Shibuya, scegliendo gli autori dei vari libri, ho cercato persone con background diversi che avessero uno speciale legame con il personaggio che avrebbero raccontato. Ho seguito questo criterio anche per me: Lady Oscar, da bambina, era la mia serie animata preferita.

Secondo lei come mai Lady Oscar è ancora così amata anche da chi non segue manga ed anime?

Credo sia molto amato per i tanti stimoli che offre. C’è la commistione tra storia e finzione, con tutte le suggestioni che la riconoscibilità di contesto e personaggi porta con sé in termini di credibilità della storia. C’è il fascino del periodo storico, ricostruito tra realismo e stereotipi. Poi, appunto, il carattere di Oscar, la trama emotiva molto articolata e ricca di colpi di scena. È una storia complessa, colma di sorprese, coinvolgente. Un “cappa e spada” al femminile: al tempo stesso, dinamico e romantico.

Che differenze ci sono state tra scrivere il saggio su Miyazaki e scrivere quello su Oscar?

L’approccio, per ricerca e modalità di studio, è stato il medesimo: privilegiare le fonti dirette, ossia appunti e dichiarazioni degli stessi autori, documentare la “cronaca” del loro lavoro, e poi passare all’interpretazione personale di testi, serie e film, a seconda dei casi. Vuole essere proprio nell’interpretazione critica, che nel mio caso segue i principi che adotto nella critica d’arte, il cuore di questi lavori: proporre un approccio diverso, non tradizionale, che guardi all’animazione come linguaggio artistico del contemporaneo, facendola uscire da quella nicchia cui spesso una certa Cultura, per snobismo, la relega. Non è un caso che, nel libro su Miyazaki, sul cui esempio ha poi preso vita la collana,e dunque anche in Lady Oscar, io abbia inserito un capitolo sugli omaggi degli artisti contemporanei in tutto il mondo. Fin qui le somiglianze. La differenza è già insita nei titoli. Nel saggio su Hayao Miyazaki, parlo di un regista e della totalità del suo lavoro, attraverso i decenni. In Lady Oscar, pur parlando di Riyoko Ikeda e del contesto in cui sono nati i suoi lavori, seguo un personaggio e il suo mondo, anche nelle citazioni successive, ma dovendo forzatamente evitare di approfondire altri passaggi della carriera dell’autrice.

Cosa ha reso secondo lei i manga e gli anime anni Settanta ed Ottanta così mitici e unici?

I lavori del cosiddetto “Anime Boom” hanno rappresentato una rivoluzione nel panorama italiano in particolare e occidentale. Eravamo abituati al buonismo, soprattutto disneyano, con le sue favole ritoccate per lasciare la paura, anche l’orrore a volte, ma stemperato dalla garanzia del lieto fine. La produzione giapponese era diversa, più “adulta”, fatta di chiaroscuri, sangue e carne, violenza ma anche passione e perfino erotismo. Era qualcosa di completamente diverso, una “bomba” per le generazioni che, per prime, sono venute a contatto con quel mondo.

Prossimi progetti dedicati agli anime e ai manga o in generale?

Da autrice, ho in programma, nei prossimi mesi, l’uscita di nuovi titoli nei quali, stavolta, vorrei proporre anche letture trasversali di un medesimo tema, attraverso più serie e più epoche. Da direttrice, la collana andrà avanti ancora con monografie dedicate ai personaggi cult dell’animazione dell’epoca, che hanno cresciuto più di una generazione. Personaggi divenuta icona, come, ad esempio, Lupin III.

:: Un’ intervista con Marisa Giaroli, a cura di Elena Romanello

7 settembre 2015

canMarisa Giaroli, scrittrice e poetessa, ha pubblicato vari libri in cui ha affrontato tra l’altro il tema, per certi versi attualissimo ma di cui si parla spesso a sproposito, dell’amore tra donne. La sua ultima fatica è il romanzo Canoni e contrappunti, edito da Corsiero, storia di un amore che nasce tra le due protagoniste nella bassa Padana degli ultimi decenni. Le abbiamo chiesto alcune cose su questa storia, sui libri, sull’amore.

Com’è nata l’idea di Canoni e contrappunti?

Chi scrive a mio parere deve essere molto attento a quello che accade nel mondo, intorno a lui. In questi ultimi anni si parla molto di omosessualità, nel bene e nel male, anche a livello delle istituzioni. Alcuni Stati hanno approvato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, si parla sempre più della Teoria del Gender.
Mentre scrivi una storia cerchi di entrare nell’animo dei personaggi, in questo caso di una persona che ama una persona dello stesso sesso ne percepisci le sofferenze, le gioie le difficoltà a portare avanti la relazione

Nella storia, il personaggio di Carmen affronta un percorso tortuoso prima di riconoscersi come lesbica. Secondo te quali sono le principali difficoltà oggi per una donna che ama le donne nel nostro Paese?

Penso che le difficoltà siano comuni per entrambi i sessi, non solo per le donne, perché a tutt’oggi i pregiudizi nei confronti degli omosessuali sono ancora molto diffusi Spesso si pensa a loro esclusivamente in termini di sessualità e pratiche sessuali, ci si limita a chiedersi come facciano l’amore e non le si considerano come persone che una propria storia, affetti autentici e profondi. Questo rende difficile mostrarsi a tutti senza veli, confidarsi apertamente, alla pari. Le cose poi si fanno ancora più difficili se si vive in un paese di provincia dove tutti sanno tutto di tutti.

Nel tuo libro ci sono ben pochi stereotipi: per te quali sono le difficoltà e i pregi di scrivere di amore tra donne?

Nei miei romanzi metto sempre in evidenza l’importanza dell’amore nella vita dell’uomo. Che ad amarsi siano persone dello stesso sesso o di sesso opposto nel mio scrivere non ha importanza. È l’amore a prevalere. Non è sempre facile parlare delle emozioni che l’amore genera si rischia spesso di cadere nel sentimentalismo. Ho raccontato la storia di una religiosa, di un notaio avanti negli anni che s’innamora di una giovane donna, di una ragazza alla ricerca della madre e ho cercato in ogni caso di esprimere l’importanza dell’amore nelle loro vite.

Cosa pensi della visione delle donne che si amano nei film, telefilm, romanzi? Quali sono stati i tuoi modelli in tal senso?

È un terreno che sta diventando sempre più fertile, c’è del buono e del meno buono, questo vale per film e romanzi.

Prossimi progetti?

Non progetto mai i miei romanzi, deve esserci qualcosa che accende la mia curiosità, il desiderio di sapere. Parto quando sento che ho qualcosa da comunicare, da condividere, quando mi sento coinvolta in una situazione.

:: Intervista a Stefania Auci, autrice di “Florence” (Baldini & Castoldi, 2015), a cura di Federica Guglietta

4 settembre 2015

auAvevamo già parlato di Florence, il terzo romanzo della scrittrice siciliana Stefania Auci, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi.

Oggi abbiamo il piacere di parlarne proprio con lei.

Benvenuta su Liberi di Scrivere, Stefania. Come da tua richiesta, mi permetto di darti del tu.  La prima cosa che mi viene da chiederti è: perché proprio il romanzo storico? 

Ciao e grazie a voi per l’accoglienza. Romanzo storico perché mi piace. Banale da dirsi ma è così: adoro la Storia perché credo che sia la più grande maestra del presente. E poi mi emoziona pensare alle “vite che non sono la mia”, per citare Carrére.

La tua professione di insegnante ha influito in questa scelta? 

No e sì. Essere insegnante ti permette di avere un contatto continuo e diretto con le nuove generazioni, di capire il loro linguaggio e ora più che mai c’è bisogno che i ragazzi conoscano il nostro passato, recente e non, per capire al meglio il presente. Credo che un romanzo storico possa essere un buon strumento per veicolare questo messaggio e agevolare la conoscenza.

Florence“, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi è il tuo terzo romanzo appartenente a questo genere, il primo ambientato in Italia. Gli altri due, “Fiore di Scozia” e il suo seguito “La rosa bianca” (entrambi pubblicati da Harlequin Mondadori tra il 2011 e il 2012), invece, nella Scozia di Carlo Stuart. Si tratta di epoche e background diversissimi. Con quale ti sei trovata più a tuo agio nella stesura del romanzo? 

Sono due ambienti profondamente diversi: la Scozia degli Stuart era ancora arretrata, profondamente legata a una coscienza medievale che noi non possiamo facilmente immaginare, poiché il vissuto politico della Scozia è estremamente diverso da quello italiano (sebbene ci siano state strumentazioni politiche sul punto).
L’Italia dei primi del Novecento, paradossalmente, è stata molto più difficile poiché era una nazione incerta, fragile, con un panorama politico estremamente parcellizzato e con una coscienza comune del tutto assente. Sì, Florence senza dubbio è stato il più complesso tra i due.

In Italia, quando si pensa al romanzo storico, viene automatico il rimando al Manzoni e a I promessi sposi. Eppure hai scelto un periodo, quello della Prima Guerra Mondiale molto più vicino prima al realismo di Verga e al Neorealismo cinematografico e letterario, poi. 
Quanto queste correnti hanno influenzato il tuo lavoro? 

Sarò sincera: Verga mi sta sullo stomaco. Da sempre. Non posso dire lo stesso di Manzoni, di cui ho amato le descrizioni dei luoghi e le personalità così vivide e forti. Per cui sì, se devo trovare un riferimento, lo trovo in Manzoni, anche se il vero punto di riferimento per questo romanzo è nella letteratura post bellica di ambientazione anglosassone. Su tutti, un autore e un romanzo: Ford Madox Ford con il suo Parade’s end.

Parliamo più nello specifico di Florence, in cui affronti con fluidità l’inizio di un secolo complessissimo come è stato il ‘900.
Il tuo romanzo è la dimostrazione che sentimenti e materia bellica possono coesistere senza annoiare o risultare banali. 
Quanto c’è di studio dietro? Questa dicotomia nell’argomento ha rappresentato in qualche modo una sfida tra l’autrice e il suo libro? 

Tanto studio e tanta passione, dalla ricerca dei movimenti sul territorio della Marna alle costruzioni rurali e alle case – torri della campagna toscana. E poi sì, la ricerca minuziosa del luogo e del punto in cui innestare una scena che ti ronza dentro da un po’. Per me non è una sfida: è che non riesco a pensare di poter scrivere in maniera diversa. Sono una persona pignola e appassionata.

Florence” racchiude in sé più temi e filoni narrativi: troviamo guerra, amore e passione, meschinità e violenza, speranza e colpi di scena. Il tutto raccordato nello schema narrativo del diario, che qui diventa un vero e proprio diario di guerra. 
Dal punto di vista prevalentemente stilistico, quello del diario è un modus scrivendi che senti tuo?

Più che di diario, parlerei di mescolanza di strumenti: c’è l’articolo di giornale, c‘è la lettera privata, i momenti introspettivi. Ho cercato di usare gli strumenti che avevo per tirar fuori in modo quanto più preciso possibile i personaggi, dando loro una coloritura ben determinata. Per me rimane prioritario l’approfondimento psicologico del personaggio.

I personaggi del tuo romanzo, come già accennato nella recensione, sono tanti e caratterialmente ben delineati, tanto da sembrare i personaggi di un film. Hanno un volto? Ti sei ispirata a personaggi realmente esistiti? 

No, o meglio. Non dal punto di vista caratteriale. Nascono così nella mia testa ed è difficile smontarli o fargli fare qualcosa che non vogliono. Per Ludovico ho tratto spunto da Luigi Barzini, antesignano dei cronisti di guerra. Per Irene e Claudia, invece, mi sono guardata attorno è mi sono concentrata su ciò che oggi è importante per una donna, su ciò che rappresenta aspirazione e limite. A distanza di cento anni, le donne sono ancora divise tra angeli del focolare e creature in cerca di un loro posto nel mondo.

Sono rimasta molto colpita dal personaggio di Irene. 
Nel suo essere laica, pacifista, colta, una donna che non ha nulla da spartire con i primi anni del Novecento, ma che è già protratta molto più avanti, rappresenta appieno gli esiti culturali e sociali del Novecento.
Vedi una matrice femminista in lei o è solo conseguenza naturale del tempo in cui vive? 

Sono molto felice che tu mi abbia fatto questa domanda. Irene è un personaggio femminista nell’accezione in cui decide di prendere in mano la sua vita e fare ciò che desidera. È una ragazza che ha le idee chiare, ma nello stesso tempo, sconta la diffidenza di un mondo profondamente maschilista da una parte, e dall’altra si trova a dover affrontare una realtà che la trova impreparata.
Irene è ciò che le ragazze di oggi cercano di essere: donne che vogliono avere le stesse opportunità di un uomo, con lo stesso salario e lo stesso rispetto. Non oggetti sessuali o lavoratrici di serie B. Sappiamo tutte che il cammino è ancora lungo. E che dobbiamo lavorare con le giovani generazioni, sia maschi che femmine, per far sì che questo accada.

Sposerai l’idea di scrivere altri romanzi storici di ambientazione nostrana?

Assolutamente sì.

Descrivi il tuo essere scrittrice in tre parole.

Coraggiosa, tenace, arrabbiata.
E grazie per la vostra gentilezza.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Castoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.

:: Un ‘ intervista con Teresa Radice e Stefano Turconi, autori di “Il porto proibito”, a cura di Elena Romanello

2 settembre 2015

portoTeresa Radice e Stefano Turconi sono una coppia artistica e nella vita, autori tra le altre cose de Il porto proibito, graphic novel marinara tra avventura e Storia edita da Bao di cui Liberi scrivere si è già occupato. Oggi li abbiamo incontrati per parlare con loro di questa loro opera e non solo.

Qual è stato il vostro percorso di studi ed artistico?

Stefano: Che avrei fatto il fumettista lo sapevo dalle elementari, probabilmente anche da prima: i primi disegni che ho fatto, a 3 anni più o meno, erano un cowboy sul suo cavallo e un altro con Topolino, Minni, Clarabella e Pippo (un destino segnato, insomma…). Il percorso di studi è andato quindi di conseguenza: liceo artistico, accademia di Belle Arti di Brera (tanto per darsi un “tono”), scuola di illustrazione e fumetto (quella del castello Sforzesco) e Accademia Disney (dove poi ho anche insegnato). Da lì ho cominciato a pubblicare su Topolino e non ho più smesso, affiancando al lavoro sui fumetti anche quello sui libri illustrati, per diversi editori, italiani e non, fino ad arrivare, insieme a Teresa, al graphic novel.

Teresa: Anche io credo di aver saputo da sempre che nella vita desideravo raccontare storie: mi dicono spesso che a tre anni già leggevo e ricordo distintamente che, prima dell’asilo, riempivo insieme ai nonni quadernetti su quadernetti di avventure inventate… a fumetti! Alle elementari i miei compagni aspettavano con curiosità la puntata successiva delle mie interminabili storie-feuilleton che vedevano anche loro tra i protagonisti!
Un’altra mia passione, fin da piccolissima, era andare in giro, vedere posti nuovi, esplorare, incontrare gente diversa (forse perché sono figlia unica, ho sempre sentito il bisogno degli altri) : complice, credo, anche un viaggio fino a Londra con mamma e papà, su una 2Cavalli gialla, quando avevo 5 anni.
Così ho studiato lingue, unendo la voglia di viaggiare alle letterature straniere: prima al liceo, poi in università. E’ stato qui che la mia strada s’è intrecciata con quella di Topolino, perché ho partecipato a un corso di sceneggiatura per fumetti che si teneva nelle aule dell’ateneo, al termine del quale, dopo innumerevoli prove e ri-prove e una notevole selezione, sono stata ammessa in Accademia Disney.

Come è nata l’idea di Il porto proibito?

Teresa: Più che da un’idea, come ho detto anche altrove, questa storia è partita da un bisogno. Un bisogno che si è scatenato da una prima perdita… e poi da una seconda, qualche anno più tardi: due persone tuttora tra le più importanti della mia vita, senza le quali non sarei quella che sono oggi. Non è un modo di dire, è la pura verità. Se n’erano andate entrambe troppo presto, e non mi ci rassegnavo (non verrò mai a patti con questo); siccome l’unica cosa che credo un pochino di saper davvero fare è raccontare storie, sentivo che poteva essere il mio modo di farli continuare ad esserci, e inizialmente avevo questa immagine del porto inaccessibile nella nebbia, di una nave, dei marinai a bordo che in parte lo vedevano in parte no… e niente più. Ci sono voluti anni perché quest’embrione di racconto potesse crescere e prendere forma. 20 anni, per la precisione. E, soprattutto, c’è voluto Stefano, che desse corpo ai miei fantasmi.

Stefano: E c’è voluto un film, un bellissimo film: Master and Commander, di Peter Weir, che desse il via a tutto. Entrambi l’abbiamo visto al cinema, nel 2004, subito prima di incontrarci, ed entrambi ne siamo rimasti colpiti: quella era l’ambientazione, il “gusto” perfetto per la storia che Teresa aveva in mente. L’ambientazione è la guerra navale, a inizio Ottocento, tra la Royal Navy di Lord Nelson e la marina Napoleonica, l’epoca d’oro delle “tall ships” e dei grandi viaggi di esplorazione, quando le isole remote erano remote per davvero, quando doppiare capo Horn era un’impresa e circumnavigare il globo un viaggio che poteva durare anni. È proprio per “fare il pieno” di queste suggestioni che abbiamo scelto Plymouth come set. Non si tratta di un porto qualsiasi sulle coste del Devon, Plymouth è, nel mondo anglosassone, Il porto: da qui andava e veniva il corsaro sir Francis Drake, da qui è partita la Mayflower con i padri pellegrini che andavano a colonizzare l’America, è partito Cook per andare a esplorare l’Australia, e poi Darwin, per il suo giro del mondo sul brigantino Beagle, e Shackelton, verso il polo sud… insomma, per chi è appassionato di storia passeggiare sul molo del Barbican (il quartiere portuale della città) è un’emozione indescrivibile. E noi l’abbiamo fatto per una settimana, cercando e fotografando i posti dove poi avremmo ambientato le varie scene. Qui e nell’altro grande porto inglese: Portsmouth, dove c’è la più grande base storica della Royal Navy e dove c’è la Victory, la nave ammiraglia di Nelson (dove il nostro bimbo piccolo, Michele, ha fatto i primi passi, cosa di cui un giorno potrà vantarsi!).

Il vostro fumetto cita la letteratura ottocentesca: che rapporto avete con questa stagione irripetibile e chi sono i vostri maestri?

Teresa: L’incontro con i Romantici e, più in generale, la letteratura inglese dell’Ottocento, è avvenuto al liceo. La mia insegnante di letteratura inglese era una suorina appassionata di Byron, che un giorno probabilmente andrò a cercare per portarle una copia del “Porto”: è stata lei a farmi incontrare Coleridge (Wordsworth, invece, l’avevo già conosciuto al Lake District: ho cominciato molto presto a passare mesi interi di studio in Inghilterra, ospite per anni della stessa famiglia, gli Hutchinson di York). Ecco: questi tre (Wordsworth, Coleridge e Byron) li considero un po’ i miei compagni di viaggio. Quando mi sono messa a scrivere Il Porto Proibito ricordavo ancora, a distanza di vent’anni, interi brani delle loro opere a memoria, senza magari averle riprese in mano da allora.

Stefano: Io invece mi sono occupato della letteratura “ambientata” nell’Ottocento. Parlavamo prima di Master and Commander, ecco, incuriosito ho cercato i libri di Patrick O’Brian da cui il film era tratto, e ho letto il primo: Primo comando. Non mi sono più fermato. Ho l’ultimo (il ventesimo) sul comodino, ma non ho ancora trovato il coraggio di leggerlo: è incompiuto, l’autore, ottantaseienne, è morto mentre lo scriveva…
Il Porto Proibito deve molto a O’Brian: da lui, e dal suo incredibile lavoro di documentazione, abbiamo preso informazioni sulla navigazione, sulla vita a bordo, modi di dire, termini marinareschi. L’abbiamo ringraziato, (oltre che, naturalmente, nei credits) dando il suo nome (il suo vero nome) a un personaggio: l’ufficiale Patrick Russ. Lui si definiva “irlandese di nazionalità britannica”: secondo me avrebbe apprezzato…

Che differenze ci sono tra scrivere per la Disney e scrivere una propria storia, che difficoltà, che peculiarità?

Teresa: A essere sincera, non molte differenze: fatta eccezione per la complessità della trama, che è legata ovviamente anche alla lunghezza, il mio modo di procedere è identico, che si tratti di una storia Disney di una trentina di tavole (o più puntate di questa lunghezza, come ne L’Isola del Tesoro o in Pippo Reporter) o di un graphic novel dieci volte più corposo come il Porto. La verità è che sento molto mie anche le storie che facciamo per Disney, e credo di poter parlare in questo caso anche a nome di Stefano: hanno la nostra impronta, le nostre passioni dentro.
In generale, prima viene sempre una fase di documentazione (anche le nostre storie Disney sono per lo più ambientate in altre epoche, quasi mai nella nostra: non ci piace avere a che fare con troppa tecnologia, anche nella vita reale… io scrivo ancora tutto a mano, pensa un po’!). Poi cerco di stendere un soggetto che sia il più dettagliato possibile (quello del Porto erano venti pagine fittissime), in modo da sentirmi più leggera quando inizio a sceneggiare e da conoscere già ogni angolo nascosto della storia, per non cascare in buchi neri quando già mi ci sono immersa. Davvero, per me questa del soggetto è la parte più impegnativa e sfiancante. Quando ho terminato questa fase, è un po’ come se avessi già scritto l’intera storia: ora devo solo affidarmi ai personaggi e lasciarli parlare. I dialoghi sono sempre la cosa che butto giù per prima; poi li limo e li ri-limo incessantemente, fino… all’ultimissima occasione possibile! C’è chi si è lamentato che sono “verbosa” e io… non posso che confermare ;-), sono così anche nella vita (chiedete a Ste!): mi piacciono le parole. Mi piace sceglierle, rotolarmele nella testa per sentire l’effetto che fanno. Ma mi piace anche lasciare spazio alle emozioni senza balloon, dove possibile. Insomma, se mi sforzo, so anche essere “silenziosa”.

Prossimi progetti?

Teresa e Stefano: Tanti e diversissimi. Il Porto Proibito è stato emotivamente importante e adesso non è facile sapere esattamente quali priorità dare. Sul fronte Disney, stiamo lavorando a una miniserie in 5 episodi ambientata negli anni Settanta, oltre che alla proposta per un altro adattamento di romanzo inglese ottocentesco. Poi siamo in ballo con una serie di libri illustrati dedicati a Viola Giramondo, che ci occupano parecchio tempo e che per ora saranno pubblicati solo all’estero. Abbiamo idee per un paio di racconti un po’ particolari per bambini, che non è ancora detto che trovino un editore e – last but not least – c’è il nostro prossimo graphic novel grosso. Che sarà a colori e che abbiamo (quasi) tutto in testa. Ma è una storia difficile, che in questo particolare periodo ci sta facendo un po’ soffrire e dobbiamo trovare la forza e il modo giusti per raccontarla (magari, prima, anche a Caterina e Michele di BAO, la cui pazienza, prima o poi, finirà per scarseggiare…).

:: Un’ intervista con Alessio Fabbri

27 agosto 2015
lamagiara

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Oggi abbiamo con noi, sulle pagine di Liberi di scrivere, Alessio Fabbri, un giovane scrittore, laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Ferrara e  insegnante di Lingua Inglese, che ha esordito quest’anno con il romanzo “La Magiara” edito da Sillabe di sale, un piccolo editore piemontese fieramente non a pagamento. L’ho conosciuto per caso, e per prima cosa mi ha colpito il suo blog, vi invito a visitarlo, qui.

Benvenuto, Alessio, su Liberi di scrivere. Presentati ai nostri lettori, parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro di insegnante.

Grazie dell’opportunità di raccontarmi, di poter parlare di ciò che scrivo. Vorrei ringraziare voi ed i vostri lettori, prima di tutto. Amo l’Inglese da tempo immemore, e col tempo, ma anche grazie ai miei studi letterari, mi sono appassionato all’ambiente letterario dei paesi anglosassoni ed americani. Proprio per questo ritengo Francis Scott Fitzgerald e Virginia Woolf come i miei autori preferiti, e fonte d’ispirazione infinita.

Puoi raccontarci come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Potrei dire di essere stato stregato da “Il Grande Gatsby” non appena l’ho letto. Il mio amore per il periodo storico degli anni 20 aveva finalmente incontrato un narratore eccellente, che mi portasse in quell’epoca e che me ne spiegasse i vizi e le virtù. Scrivere non è stata una qualità innata per me, se non contiamo i buffi scritti di quando avevo sedici anni! L’intenzione di scrivere un romanzo è nata quattro anni fa, ma quella storia è ancora nel cassetto perché ne è nato un libro di almeno cinquecento pagine. La revisione è iniziata e terminata, ed aspetto l’occasione giusta per proporlo. Intanto il secondo romanzo ha visto la luce, ed è stato pubblicato per primo!

Da giovane scrittore esordiente, hai pubblicato quest’anno il tuo primo romanzo, La Magiara, come è stato il tuo incontro con il mondo editoriale? Pensi che il talento abbia un ruolo determinante nella carriera di uno scrittore? O ci sono altre componenti, la simpatia, il bell’aspetto, le conoscenze?

Quando “La Magiara” è stato completato (quindi ad agosto del 2014), ho proposto il manoscritto a diverse case editrici. Affrontare l’approccio ad un mondo nuovo e sconosciuto come quello dell’editoria può essere un’esperienza dai mille volti. Ritengo che sia un campo minato se si è giovani e un po’ ingenui. Avere più di trent’anni mi ha sicuramente aiutato a tenere i piedi per terra e a far tesoro dei bocconi amari che la vita riserva anche in altre circostanze e che, per fortuna, a qualcosa servono.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro? Come hai conosciuto l’editore Sillabe di sale?

Non è stato particolarmente difficile pubblicare “La Magiara”. Ho sempre detto, e continuo a dirlo in riferimento ai miei futuri scritti, che se non avessi trovato un editore avrei continuato a cercarlo e che, giunti ad un certo punto, l’avrei auto pubblicato.

Ho conosciuto l’autrice di un libro edito da Sillabe di Sale. L’ho conosciuta per caso, all’aeroporto, mentre ero diretto in Inghilterra. Mi consigliò di mandare il manoscritto al suo editore, e così “La Magiara” divenne di inchiostro e carta qualche mese dopo.

Hai trovato difficoltà a farti conoscere, a presentare il tuo romanzo, a ricevere attenzione dai media?

Assolutamente sì! Farsi conoscere è la parte più difficile del mestiere di autore. A volte, ti rivolgi a chi credi che possa aiutarti, e trovi muri e porte chiuse. Per esempio, ho contattato un’associazione letteraria a tematica femminile, poiché il mio libro ha per protagonista una donna e ne esplora la psicologia e le difficoltà nel contesto storico e sociale. Mi venne detto che presentano solo libri scritti da donne. Mi parve una risposta ed una chiusura mentale incredibile, per non parlare di sessismo. In ogni caso, ho trovato anche chi mi ha dedicato tempo e spazio, come alcune testate locali. Di questo sono infinitamente grato!

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Oltre alla Woolf e a Fitzgerald, devo dire come mi abbia colpito Sebastiano Vassalli. Ho letto “La chimera” quasi per caso, e mi sono rispecchiato nel suo modo di scrivere e di narrare gli eventi. Ho scoperto solo da poco della sua scomparsa, e questo mi addolora molto.

Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?

Adoro la poesia. Nel mio prossimo libro ho voluto anticipare ogni capitolo con due brevi versi. A volte sono così concisi o ermetici che mi sembrano proprio la cornice perfetta. Al momento non sto leggendo libri di poesie, ma mi affascinano molto Dino Campana e Guido Gozzano. Sono i miei autori preferiti e non nascondo l’infinita ispirazione che mi regalano, soprattutto Campana.

Ora parlami del tuo romanzo, La Magiara. Chi o cosa ti ha ispirato a scriverlo? Quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

“La Magiara” è nato dalla combinazione di due desideri: scrivere un romanzo ambientato negli anni 20 e narrare Ferrara. Le due intenzioni si sono intrecciate e mi hanno dato la possibilità di scavare ed indagare alcuni aspetti della vita di città di quegli anni. Ma il punto di partenza è stato Agnese. La protagonista principale era già una donna forte ed indipendente sin dalla sua prima ideazione: questo non avrebbe mai subito modifiche ed è così che è stato.

E’ un romanzo ambientato nella Ferrara degli anni 20, essenzialmente un ritratto di donna. Riassumici la trama in breve.

Agnese è una donna sola: perde la madre, ha sofferto l’abbandono di un uomo e non sa come vivere. Viene rintracciata dal fratellastro Luigi Alfonso, e per volontà del loro comune padre defunto, lei viene accolta sotto il tetto dei Salisbeni, aristocratici di Ferrara. È una sfida immensa per lei: un nuovo ambiente, così restrittivo, nuovi legami, il rancore mai sopito per il padre che non l’ha mai riconosciuta e per il suo ex-fidanzato. Viene da chiedersi: che tipo di femminismo conviene ad Agnese? E sta facendo le scelte giuste? È una pentola a pressione e sembra sempre sul punto di scoppiare. Ma ogni personaggio ha una sua storia da raccontare.

Quali sono i personaggi principali? Come li hai caratterizzati? Sei riuscito a trovare una voce per ognuno di loro? Quale personaggio pensi sia il più riuscito?

Non ho dubbio che Agnese sia il punto focale dell’intera vicenda. Ma mi piace molto come è venuta fuori Sibilla, sua nipote. Quest’ultima è ancora più insicura di Agnese, emotivamente parlando. Così la prende da esempio, diventa il suo modello di donna. Ma ad un certo punto non basta più, perché entra in gioco la rivalità femminile, e Sibilla si ritrova a voler superare la zia, a diventare più furba, più maliziosa.

Ogni personaggio vive delle proprie paure e delle proprie prigioni. Vedremo chi riesce a liberarsene e chi, invece, ne rimane vittima, a volte coscientemente.

Preferisci delineare gli ambienti, caratterizzare i personaggi, o ideare i dialoghi?

Mi piace molto la descrizione degli ambienti. Solitamente spezzo la narrazione con qualche elemento esterno. Non mi piace che il punto di vista narrativo sia il mini-mondo interno di un personaggio, ma che appunto vi sia contaminazione degli elementi.

Che metodo di scrittura utilizzi: fai molte stesure, scrivi di getto?

Generalmente raccolgo le idee su carta, faccio bozze, butto giù idee (incluso date di nascita, dati personali dei personaggi e parentele) e poi inizio a scrivere al portatile. Mi sono trovato a scrivere spezzoni su carta, ma poi è brigoso mettersi a trascrivere tutto, poiché mi trovo più a mio agio a scrivere di getto: l’impulso non va frenato! Ma, appunto, se non sono a casa la carta mi aiuta molto!

Che strumenti utilizzi principalmente per la scrittura?

Oltre al computer, ho spesso portato con me il tablet. Lavoravo a Ferrara all’epoca della scrittura del libro, e così nelle pause pranzo mi estraniavo in qualche angolo della scuola per correggere i capitoli (oppure se c’era il sole ero ad un giardino poco lontano).

Hai svolto ricerche per la stesura del tuo romanzo?

In parte sì. Per esempio, sin dal mio primo arrivo a Ferrara ho subito il fascino di alcuni palazzi. Stavo descrivendone uno molto centrale che mi affascina da sempre, per poi rendermi conto che è stato inaugurato solo nel 1930! Ho dovuto quindi fare qualche modifica! Inoltre, ho cercato di essere più preciso possibile: se villa Salisbeni fosse esistita veramente (e chissà, forse è così), allora la chiesa di riferimento sarebbe stata quella di S. Benedetto (dove infatti è custodito l’atto di battesimo di Agnese). Ho cercato di essere meno casuale possibile, scegliendo sempre in base a ciò che sapevo o scoprivo per rendere tutto autentico.

Cosa stai leggendo in questo momento? Preferisci leggere testi tradotti o in lingua originale?

Quando leggo romanzi in Inglese non posso assolutamente leggere una traduzione: è una questione di principio! Ma se leggo opere straniere di cui non capirei la lingua, allora mi affido ovviamente ad una traduzione. Ora sto leggendo “Il formicaio” di Margit Kaffka, un’autrice ungherese che ha in qualche modo influenzato l’idea de “La Magiara”. È una scrittrice poco conosciuta che però è una delle prime donne ad aver scritto delle tematiche femminili nel Novecento.

Scrivi anche racconti? Quale è il racconto più bello che hai letto?

Ho scritto racconti brevi, ora raccolti ne “Gli elementi dell’essere”, che è disponibile su Amazon. Sono momenti e scelte nelle quali i personaggi si ritrovano a vivere. A volte, però, la questione di un attimo può sembrare eterna, o addirittura divenirlo. C’è amore, sofferenza, tormento, solitudine in queste storie. “24 ore nella vita di una donna” di Zweig è forse classificabile come racconto, tanto è breve. Quello dev’essere il mio preferito!

Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

La memoria è fondamentale. Do molta importanza a ciò che ho ereditato dal mio passato, sia quello che ho ricevuto dai miei avi e sia quello che ho scoperto per mia mano. C’è sempre una linea poco delineata, per me, fra queste due direzioni narrative. La libertà è altresì fondamentale, quindi mi piace pensare che questi due poli tendano ad invertirsi continuamente e che così possa nascere una scrittura piacevole e mai statica.

Grazie del tuo tempo, Alessio, mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti  a cosa stai lavorando in questo momento? A un nuovo romanzo?

Come anticipavo, il primo libro è nel cassetto e credo di proporlo a qualche concorso letterario. Il terzo, invece, è in fase di revisione e sarà presto inviato per una valutazione editoriale. In fase di scrittura ho una trilogia di cui sto mettendo a punto il primo volume e tante, troppe idee. Credo che chi è autore possa capirmi: ci sono tante voci e tutte meritano di essere ascoltate. È il tempo che manca!

Grazie a voi dello spazio e dell’opportunità che mi avete concesso di potermi raccontare un po’!

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Un’intervista con Will Firth, traduttore freelance a Berlino

21 agosto 2015

unnamedBenvenuto, Will, e grazie per aver accettato questa intervista.

GI: Sei australiano, nato a Newcastle nel 1965. Raccontaci qualcosa della tua infanzia e del tuo background.

Will Firth: Sono nato in una famiglia britannica di estrazione operaia. I miei genitori hanno studiato, poi hanno lasciato la zona industriale di Newcastle poichè volevano qualcosa di meglio. Ho iniziato la scuola in Scozia, dove i miei genitori hanno lavorato e studiato per tre anni, ma la maggior parte della mia infanzia l’ho trascorsa di nuovo in Australia, nella capitale Canberra.

GI: Ora parlaci dei tuoi studi e di come sei diventato un traduttore freelance con base a Berlino. Hai studiato in Australia, a Mosca, a Zagabria – ciò che mi ha colpito di più leggendo il tuo curriculum di traduttore, sono le lingue con cui lavori, alcune sono abbastanza inusuali, come il serbo-croato, il macedone e il bulgaro (altre più tradizionali come il tedesco e il russo).

WF: E’ andata così: a scuola ho imparato il tedesco e il francese perché i miei genitori erano molto ‘eurofili’, ma non ero molto portato per le lingue. Infatti, quando iniziai l’università mi iscrissi a Scienze sociali, insieme con il tedesco. Il mio interesse verso le lingue nacque per la verità per motivi politici: iniziò durante il mio periodo nel Partito comunista australiano. Il partito era abbastanza liberale o ‘euro-comunista’, ma c’era ancora una sorta di riverenza per l’Unione Sovietica. Ho trovato questo affascinante e così ho deciso di studiare russo, lasciando da parte le materie socio-scientifiche. Anche se ho lasciato il partito meno di due anni più tardi e ho trovato una nuova casa nel movimento anarchico, ho continuato con il russo. L’ho anche usato come un trampolino di lancio per l’apprendimento del serbo-croato e del macedone, data la stretta somiglianza tra le tre lingue (un po’ come quella che c’è tra italiano, francese e spagnolo, ritengo). Avevo pensato di diventare un interprete per i servizi sociali o qualcosa del genere, dato il gran numero di immigrati jugoslavi in ​​Australia, ma poi ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio per l’ ex Jugoslavia nel 1988-89. Dopo sono andato in URSS nel 1989-90 per migliorare il mio russo, ed è stato lì che ho incontrato la mia compagna (una tedesca orientale), e ho finito per trasferirmi con lei a Berlino.

GI: Qualche ricordo dei tuoi anni da studente?

WF: Molti. Oltre agli incontri davvero stimolanti con professori e con gli altri compagni di studio, credo che siano propri i tempi a cui spesso ripenso. Ricordo l’intensità e la frustrazione di essere un attivista di sinistra in Australia (1983-1987) in ritardo rispetto alla Guerra fredda, o la programmazione alla stazione radio pubblica a Canberra o ricordo di essere stato arrestato durante un corteo di protesta contro l’estrazione di uranio nell’ Australia del sud. Immergermi nella ex-Jugoslavia, che sentivo molto straniera, è stata per me un’esperienza straordinaria a diversi livelli. L’era della Perestrojka in URSS era anche molto affascinante. Uno dei miei ricordi preferiti è quello di una breve visita a Vilnius (ora Lituania) durante la quale in strada ci imbattemmo in due altri anarchici. Indossavamo i nostri distintivi per cui ci riconoscemmo. Scoprimmo così che i due ragazzi erano venuti da Kharkov, nell’ Ucraina orientale, per organizzare la stampa della rivista della loro organizzazione, che era impossibile stampare a casa loro a causa della carenza di carta. Questo mi ha dato la sensazione di un vibrante paese cosmopolita.

GI: Lavori come traduttore freelance a Berlino – come fai a tenerti aggiornato sullo slang, come acquisti una conoscenza pratica sulle forme gergali collocate anche nel tempo?

WF: Per tenere il passo con l’uso corrente dello slang, cerco di trascorrere qualche settimana ogni anno o giù di lì in ciascuna delle miei aree linguistiche di riferimento. Anche avere buoni dizionari, soprattutto di madrelingua da consultare, aiuta. Leggo molto e ho una buona conoscenza di cultura generale. Se ho bisogno di conoscere particolari stili storici o generi di traduzione provo a leggere una manciata di opere provenienti da quei tempi e campi. Parte dell’abilità di un traduttore dipende dalla sua capacità di adattarsi.

GI: E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettore?

WF: Non sono mai stato veramente un topo di biblioteca, e persino adesso che sono divenuto un traduttore letterario, sono ancora un lettore piuttosto caotico: ho letto molto, ma a casaccio. Mi piacciono soprattutto la poesia e i racconti brevi. Credo che Heinrich Böll e Isaak Babel siano i primi nella lista dei miei scrittori preferiti, ma uno degli scrittori che traduco, la macedone Rumena Bužarovska, starebbe anche abbastanza in alto nella lista. Scrive racconti delicati, anche molto spiritosi. Oh, e sono anche un fan di Tolkien.

GI: Come lavorano i traduttori freelance? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

WF: Nonostante sia membro di associazioni professionali sia in Germania che in Australia, posso solo parlare della mia esperienza. Penso che il mercato delle traduzioni letterarie sia molto disomogeneo e casuale. Una parte di questa impressione può essere dovuta al fatto che traduco da lingue poco diffuse, di basso status (anche il russo in realtà non riceve l’attenzione che merita), verso cui la maggior parte degli editori sono disinteressati se non scettici. Può anche essere dovuto al fatto che traduco in inglese, pur non vivendo in un paese di lingua inglese. La maggior parte dei traduttori letterari sarebbero d’accordo che non c’è un modo semplice per trovare un lavoro regolare, discretamente pagato. Agenti ed editori ti avvicinano con sinossi o esempi di traduzioni e se ti piacciono è un modo per iniziare. Frequentare festival e fiere del libro per esaminare la scena è probabilmente una buona idea. Avere un sito web della propria attività (come faccio io) e promuovere il proprio lavoro attraverso i social media (cosa che io non faccio) sono anche cose che vale la pena considerare.

GI: Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata?

WF: Quando ho iniziato a lavorare come traduttore freelance nel 1991, mi ci sono voluti circa cinque anni per organizzare un flusso regolare di lavoro – e poi altri cinque anni per fare che il flusso di lavoro fosse anche interessante (testi di studi umanistici). Anche allora, la combinazione tedesco-inglese era soffocante rispetto alle mie altre lingue, e solo nel 2005 sono stato in grado di passare a tradurre principalmente dalle mie lingue slave. La svolta principale per me è avvenuta nel 2010, quando sono stato contattato da Istros Books a Londra, un editore specializzato in letteratura tradotta da paesi del sud-est europeo. Istros Books è stato il mio principale cliente da allora.
Io lavoro da casa; ho un computer portatile, ma preferisco la pace e la tranquillità della mia scrivania. Mi piace il mio lavoro e probabilmente arrivo a lavorare dalle cinquanta alle sessanta ore a settimana, ma siccome mi piacciono molti suoi aspetti non sempre lo percepisco come un lavoro con la “L” maiuscola.
In termini di tempo, pianifico prudentemente in modo da essere in grado di attenermi alle scadenze, anche se il computer si rompe o devo prendere qualche giorno di malattia. Inoltre, dal momento che la paga non è buona, cerco anche di organizzare le scadenze in modo da avere il margine di manovra per adattarmi a piccoli lavori occasionali meglio pagati lungo la strada.

GI: Sono venuta a conoscenza del tuo lavoro grazie alla traduzione che hai fatto, dal montenegrino, di Till Kingdom Dome, di Andrej Nikolaidis, che dal 27 agosto uscirà in Gran Bretagna grazie a Istros Books. Come sei venuto a conoscenza di questo libro, conoscevi già il suo autore?

WF: Till Kingdom Come è il terzo romanzo breve (o novella) di Andrej Nikolaidis che ho tradotto. The Coming e Son sono stati i primi due. Nikolaidis ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura per Son nel 2011. I tre libri sono ristampati in lingua originale come una trilogia intitolata Tamno pokoljenje, che significa “La generazione oscura” (un titolo adatto, credo, perché Nikolaidis è un maestro del noir). Istros Books potrebbe fare lo stesso per le traduzioni in inglese, a seconda della domanda.
Ho scoperto The Coming circa cinque anni fa. Avevo sentito parlare dell’autore – è un noto giornalista e critico letterario nella regione di lingua serbo-croata – ma non avevo ancora letto nulla di suo. Ero alla ricerca di uno o due scrittori montenegrini da tradurre, e per quanto può sembrare banale, mi ha attratto la grafica della copertina della versione originale del libro, così ne ho ordinato una copia. Il contenuto non era meno impressionante della confezione, così ho presentato il titolo a Istros libri, che ha organizzato i finanziamenti UE per la traduzione.

GI: Non conoscevo Andrej Nikolaidis, sebbene cercando in rete ho scoperto dopo che è uno scrittore molto considerato, e pressapoco mi sono avvicinata al libro, primo pensando che l’autore fosse greco, poi per la copertina: un uomo con un ombrello in primo piano (ho pensato a Robert Redford ne Three Days of the Condor) e una donna in rosso sullo sfondo. Essendo un’appassionata di noir è interessante per me scoprire un autore montenegrino che utilizza questi canoni narrativi. Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente il suo stile, puoi parlarcene?

WF: Direi che il tratto distintivo del suo stile è una sorta di cinismo intelligente: i commenti feroci sono la sua specialità, e di tanto in tanto mi sembra anche un misantropo, ma non risparmia niente e nessuno, quindi il suo nichilismo arguto è imparziale. C’è spesso un elemento di umorismo nero nei suoi libri, che mantiene la narrazione vivace, ed usa spesso digressioni. Queste sono a volte piuttosto da intellettuale, ma riporta i piedi per terra di nuovo con abbondanti dosi di iperboli. Tutto sommato, la sua scrittura è molto divertente.
La storia del cognome è interessante. Andrej è nato nel 1974 a Sarajevo da madre bosniaca e lì ha trascorso la maggior parte dei suoi anni di formazione. Quando scoppiò la guerra nel 1992, si trasferì a casa di suo padre a Ulcinj, in Montenegro. Il cognome deriva dal nonno paterno, che era a quanto pare un sacerdote greco ortodosso. Emigrò a nord lungo la costa, attraverso l’Albania, e, infine, si stabilì a Ulcinj, la città più meridionale del Montenegro. Dal momento che la popolazione locale è stata (ed è tuttora) a maggioranza musulmana, ha dovuto guadagnarsi da vivere come fornaio. Almeno questa è la storia che Andrej mi ha raccontato…

GI: E’ un noir che tratta il tema dell’identità, niente di più incorporeo e fluttuante. Scoprire all’imporvviso che tutto quello che si credeva vero del proprio passato, della propria famiglia, era invece falso, è come dire… destabilizzante. E’ anche un noir che ci parla dell’iportanza della verità, delle atrocità perpetrate durante i tempi di guerra, e del senso dell’esistenza umana. Cosa hai amato di più di questo libro, mentre lo traducevi?

WF: Mi sono divertito a tradurre questo libro soprattutto a causa dello stile ‘dark’ di Andrej, come con The Coming e Son prima. Tutti e tre i libri trattano di identità e di questioni intergenerazionali, ma ognuna ha un tema diverso. In Till Kingdom Come, mi ha affascinato il focus sui servizi segreti – spesso una Stato nello Stato – e Andrej fonde i fatti (ad esempio gli omicidi reali che egli cita) e la speculazione sulla natura pervasiva di tali istituzioni. Mi è piaciuto il ritratto della “nonna” protagonista, che lavora anche per i servizi segreti: lei adotta un ragazzo orfano, lo ama come un figlio, e finisce per credere alle bugie che compongono la sua fabbricata storia familiare.

GI: E ora vorrei che ci parlassi della letteratura montenegrina contemporanea, che conosco davvero pochissimo. Ci sono altri autori interessanti, di cui ne consigliersti la lettura, che proporersti per un’ eventuale traduzione?

WF: Penso che la letteratura contemporanea dal Montenegro deve essere vista nel contesto della regione – e non è separata dalla letteratura degli altri paesi di lingua serbo-croata. C’erano letterati famosi del XX secolo con un elemento montenegrino nella propria identità, ad esempio, Danilo Kiš e Borislav Pekić, ma il primo è di solito considerato un jugoslavo e il secondo un serbo. Anche oggi ci sono un sacco di scambi e di influenze reciproche tra scrittori, editori e case editrici in Croazia, Serbia e Bosnia.
Raccomanderei molto Ognjen Spahić, probabilmente il più noto autore montenegrino in patria e all’estero. Il suo primo romanzo, Hansen’s Children (Hansenova djeca) è stato pubblicato in inglese da Istros Libri nel 2011. Spahić ha appena finito un nuovo grande romanzo che spero di tradurre nei prossimi anni. Altri scrittori degni di nota sono Balša Brković e Dragan Radulović, ma purtroppo nessuna delle loro opere principali sono state tradotte in inglese. Questi tre autori, insieme a Andrej Nikolaidis, sono a volte indicati come la New Wave letteraria montenegrina, e tutti e quattro sono stati in grado di avere brevi pezzi pubblicati nella recente antologia americana Best European Fiction. Infine, vorrei ricordare Ksenija Popović, che ha scritto due romanzi ed è la prima scrittrice del Montenegro ad aver avuto un impatto in una scena dominata dai maschi, ma non ho ancora letto nessuno dei suoi lavori.

GI: Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

WF: Attualmente sto traducendo un delizioso, romanzo meditativo dello scrittore bosniaco Faruk Sehic, Quiet Flows the Una (Knjiga o Uni). Esso potrebbe essere il mio preferito tra tutti i libri che ho tradotto. Sehic con questo libro ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura nel 2014.
Questo libro, in gran parte autobiografico, è molto interessante da punto di vista “guerra e pace”. Sehic, in realtà per formazione è un veterinario, è stato coinvolto come un giovane uomo nelle guerre degli anni ’90. Si è salvato dall’abisso dello stress post-traumatico grazie al suo amore per la sua regione d’origine – un paesaggio carsico continentale nel nord-ovest della Bosnia. Un ragazzino che pesca nelle profonde, e limpide acque del fiume vicino a sua casa è ciò che conserva all’uomo adulto la sanità mentale. La scrittura è la sua terapia. E calmo, ma assolutamente struggente.

GI: Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

:: Intervista a Bianca Pitzorno, a cura di Federica Guglietta

12 agosto 2015

biancaLa vita sessuale dei nostri antenati è l’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, pubblicato a giugno scorso da Mondadori. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con l’autrice, che non si risparmiata nell’illustrarci ampiamente il lavoro preparatorio e la visione del mondo che c’è dietro. Buona lettura!

Buongiorno e benvenuta su Liberi di Scrivere, Bianca. La ringrazio per averci concesso quest’intervista. Rompo il ghiaccio chiedendole subito: qual è stato il motore della narrazione de “La vita sessuale dei nostri antenati”?

Da tempo desideravo scrivere una storia che raccontasse il ‘Prima’ e il ‘Dopo’ nei costumi sessuale delle donne di oggi: le più anziane come me cresciute e educate nel dopoguerra con una mentalità che presupponeva il silenzio, la rimozione ipocrita dell’aspetto fisico nelle relazioni sentimentali e in quelle coniugali, e quelle cresciute dopo la rivoluzione del Sessantotto che ci ha liberato da tabù e pregiudizi a questo riguardo. Le giovani donne di oggi, le mie ‘lettrici-bambine’ cresciute, spesso vivono questa libertà come un dato di fatto scontato, naturale, qualcosa che spetta loro di diritto, e non sanno, o non riflettono su quanto è costato alla nostra generazione conquistarla.
Mentre ordinavo il materiale preparatorio per questa storia mi è capitato sotto gli occhi l’albero genealogico di una famiglia che conoscevo e che risaliva al ‘500 e sono rimasta colpita dall’enorme numero di figli che le donne del passato mettevano al mondo. Riflettendo sulla loro vita quotidiana, sulle norme esplicite e implicite che la regolavano, sul fatto che non solo il diritto, ma la conoscenza stessa del desiderio sessuale e del piacere venissero riconosciuti solo agli uomini (o alle donne di malaffare, ma forse neppure a quelle), ricordando il concetto di ‘debito coniugale’ come sgradevole ‘incombenza’ obbligatoria conseguente al matrimonio, in vigore fino agli anni della mia adolescenza, ho pensato che la riflessione sulla conquista della libertà sessuale dovesse andare più indietro, dovesse considerare anche le donne delle generazioni precedenti alla mia.  È nata così la catena di antenate, a partire dalla fine del Cinquecento fino agli anni Ottanta del secolo scorso, ciascuna con i suoi problemi, con la sua personalità, con la sua intelligenza e iniziativa per superare gli ostacoli. Ed è anche nata in me una grande pietà per loro, una solidarietà, una ammirazione per quello che avevano dovuto sopportare e per come erano riuscite nonostante tutto a conservare la loro dignità, a compiere il loro dovere per pesante che fosse. Poi, naturalmente, essendo il mio libro un’opera di narrativa e non un saggio di sociologia, la storia ha riguardato singoli individui, non categorie.

Trovo che, sia sul piano degli studi e del percorso di vita, lei abbia molti punti in comune con la protagonista del suo romanzo. Si sente vicina ad Ada Bertrand Ferrell?

In realtà io ho in comune con Ada solo l’anno di nascita e la formazione culturale, non il percorso di vita. I miei interessi successivi alla laurea e le mie esperienze di lavoro non potrebbero essere più diversi dai suoi. La famiglia da cui provengo non ha da vantare alcuna aristocrazia, i miei genitori hanno allevato me e i miei tre fratelli con una grande libertà (e sono morti quando noi quattro eravamo già adulti e avviati ognuno a suo modo nella vita). Mia madre era una donna colta, grande lettrice, grande viaggiatrice fino agli ottant’anni, curiosa delle novità e ironica, amante degli scherzi fino alla beffa: niente a che vedere con la megera anaffettiva che qualche critico superficiale ha voluto ricostruire dai miei testi, dal mio desiderio di contrastare, scrivendo, il cliché melenso della mamma ‘da Mulino Bianco’ e di molta letteratura per l’infanzia. Errori e ingenuità che nascono da voler confondere la fiction con l’autobiografia. Per rispondere alla domanda, mi sento vicina a Ada Bertrand Ferrel nel senso della ‘sorellanza’ femminista’. Non mi sento però affatto simile: la mia esperienza di vita è stata totalmente diversa dalla sua.

Cuore pulsante del romanzo è il richiamo al Sessantotto e ai movimenti femministi. Come si pone rispetto quegli anni? Pensa che gran parte delle teorie del tempo siano ancora attuabili?

Penso che grazie a quelle teorie, anche le più utopiche, abbiamo fatto molti passi avanti. Basta pensare al diritto di famiglia, alle leggi sul divorzio e sull’aborto. All’abolizione delle attenuanti per il ‘delitto d’onore’. Alla presenza massiccia delle donne nel mondo degli studi e del lavoro. Davvero voi ragazze non riuscite a immaginare com’era il mondo PRIMA. Purtroppo oggi la crisi economica colpisce per prime le donne facendo fare loro dei passi indietro. Mi auguro che sappiano ricominciare a combattere come abbiamo fatto noi. La prima, fondamentale libertà, per le donne come per chiunque, è quella economica.

In tutti i suoi scritti si può notare un richiamo costante alla famiglia, di ieri e di oggi. Bambini, genitori (spesso assenti o lontani), nonni, zii, parenti di vario ordine e grado. Di questi tempi se la sentirebbe di affrontare anche il tema della omogenitorialità?

Sono cresciuta nel dopoguerra. Molti padri non erano tornati dal fronte, molti orfani miei amici o compagni di scuola venivano allevati dalla madre con l’aiuto di zie, nonne, amiche, vicine di casa. L’esperienza, del tutto positiva e normale, di una famiglia con due o più madri, l’ho vista da vicino. Diversa quella di una famiglia con due o più padri, non ne ho mai vista una se non negli ultimissimi anni, non ne ho esperienza. Ma se devo dare la mia opinione, dico ‘Perché no?’. Le qualità necessarie per allevare un bambino non sono legate al genere, ma alla personalità individuale delle persone che se ne occupano.  Potrei anche raccontare la storia, vera, di un mio amico giapponese, che quando l’ho conosciuto, prima attraverso le lettere, poi di persona con i suoi durante una sua visita in Italia, era un professore universitario di Tokio, padre affettuoso e responsabile di due adolescenti, buon marito di una moglie casalinga. Poi, all’età di 56 anni questa persona ha deciso di cambiare sesso; dice che lo desiderava fin dall’infanzia. Ma è rimasta a vivere in famiglia. Con qualche problema, specie col figlio maschio, ma non più di quanti ce ne siano in una famiglia tradizionale.
Quella che non mi piace troppo, in certe coppie omo ma anche etero, è la smania di ‘giocare a casetta’ con biberon, pannolini e passeggini come nei giochi infantili, nel voler riprodurre il modello ‘famigliola perfetta’ proposto dalla pubblicità. Lo giudico un modello deleterio. Mettere il bambino, il figlio, al centro di tutto, come l’elemento più importante, indispensabile alla vita di coppia, è qualcosa di pericoloso. Non fa bene al bambino, lo fa sentire non un membro di una comunità uguale agli altri ma un piccolo tiranno, e insieme lo carica di aspettative e responsabilità che non sempre è in grado di soddisfare e che possono provocare in lui sensi di inadeguatezza e frustrazione.

Il pubblico che recepisce i suoi scritti, composto in gran parte da noi, piccoli lettori di fine anni ’80 – inizio anni ’90, tende a considerarla una “scrittrice per bambini”. Quanto le pesa quest’etichetta?

Non mi peserebbe affatto se in Italia la critica considerasse lo scrittore per bambini uno scrittore appunto e non un educatore e/o un pedagogista. Se i suoi testi venissero giudicati per il loro valore letterario e non per l’uso che ne può fare a scuola un insegnante; se di un romanzo venisse apprezzato non ‘il messaggio’ (che ovviamente deve essere ‘edificante’), ma la lingua, la struttura, la verità dei personaggi, la profondità di pensiero eccetera a prescindere dall’età di chi lo leggerà. Io non mi vergogno affatto dei libri per bambini o per ragazzi che ho scritto, so che alcuni sono migliori di altri, ma so anche che ho cercato di scriverli al meglio che potevo, che il mio obiettivo era la LETTERATURA e non la pedagogia. Quello che mi dispiace è venire considerata una ‘Mary Poppins’ alla Disney (quella vera raccontata da Pamela Traves è un personaggio straordinario, severo, profondo, imperscrutabile). Quello che mi dispiace è venire invitata alle festicciole di compleanno dei bambini ricchi accanto al prestigiatore o al modellatore di palloncini (ovviamente non ci vado).  Quello che mi dispiace è che si tenda a ignorare i miei libri per adulti scritti negli stessi anni degli ‘juvenilia’- La biografia di Eleonora d’Arborea è del 1984, stesso anno de’ La Casa sull’Albero’. ‘Ritratto di una strega’ è del 1995, precedente a ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ e a ‘La voce segreta’. ‘La bambinaia francese’ è stato collocato dall’editore in una collana per ragazzi, sebbene io lo consideri un libro per adulti (d’altronde negli anni Cinquanta i libri delle due Brontë o di Jane Austen venivano pubblicati in collane per ragazzine). Quello che mi dispiace è che sui media si parli con entusiasmo dei miei libri senza che chi ne scrive si sia preso la briga di leggerli, fidandosi del fatto che li abbiano letti con entusiasmo i più piccoli.

A questo proposito, si sente pienamente realizzata dopo la pubblicazione di quello che (e lo ha dovuto ribadire anche più volte) è un romanzo per adulti?

Non avevo bisogno di pubblicare quest’ultimo romanzo per sentirmi realizzata. Ritengo di aver già fatto un buon lavoro con ‘Ascolta il mio cuore’ e con il meno popolare ma da me molto amato ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ che penso diventeranno dei classici e dureranno nel tempo. Quanto ai ‘libri per adulti’ la mia ‘Vita di Eleonora d’Arborea’, ha già 31 anni. E’ da allora che mi sento ‘pienamente realizzata’, anche se il libro è conosciuto e apprezzato solo in ambito specialistico.
In questo caso ho voluto – e dovuto – ribadire che si tratta di un libro per adulti per evitare che qualche stolido genitore – come nonostante il titolo è avvenuto – lo metta in mano a un bambino, cosa che era già capitata con il mio saggio sulle donne cubane ‘Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente’. E non perché un bambino non debba leggere storie di sesso, ma perché il tema principale, che è la versione moderna del mito di Orfeo, il desiderio di scendere agl’inferi e di parlare con i propri morti, è un desiderio tipico dell’età matura per cui un bambino non prova giustamente alcun interesse.

Descriva il suo essere scrittrice in tre parole.

Tempo fa una mia giovane e sensibile lettrice oggi più che trentenne mi scrisse in una lettera: ‘I tuoi libri mi piacciono perché c’è sempre una famiglia dove succedono delle cose’. Dopo tanti anni e tante recensioni ritengo che questa definizione sintetica sia quella che più si addice alla mia scrittura.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).