:: Un’ intervista con Will Firth, traduttore freelance a Berlino

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unnamedBenvenuto, Will, e grazie per aver accettato questa intervista.

GI: Sei australiano, nato a Newcastle nel 1965. Raccontaci qualcosa della tua infanzia e del tuo background.

Will Firth: Sono nato in una famiglia operaia di estrazione britannica. I miei genitori hanno avuto una formazione scolastica, poi hanno lasciato la zona industriale di Newcaslte poichè volevano qualcosa di meglio. Ho iniziato la scuola in Scozia, dove i miei genitori hanno lavorato e studiato per tre anni, ma la maggior parte della mia infanzia l’ho trascorsa di nuovo in Australia, nella capitale Canberra.

GI: Ora parlaci dei tuoi studi e di come sei diventato un traduttore freelance con base a Berlino. Hai studiato in Australia, a Mosca, a Zagabria – ciò che mi ha colpito di più leggendo il tuo curriculum di traduttore, sono le lingue con cui lavori, alcune sono abbastanza inusuali, come il serbo-croato, il macedone e il bulgaro (altre più tradizionali come il tedesco e il russo).

WF: E’ andata così: ho imparato il tedesco e il francese a scuola perché i miei genitori erano molto ‘eurofili’, ma non ero predestinato per le lingue. Infatti, quando ho iniziato l’università mi sono iscritto a scienze sociali, insieme con il tedesco. Il mio interesse verso le lingue fu per la verità qualcosa di politico: iniziò durante un periodo nel Partito comunista australiano. Il partito era abbastanza liberale o ‘euro-comunista’, ma c’era ancora una sorta di riverenza per l’Unione Sovietica. Ho trovato questo affascinante e così ho deciso di studiare russo, lasciando da parte le materie socio-scientifiche. Anche se ho lasciato il partito meno di due anni più tardi e ho trovato una nuova casa nel movimento anarchico, ho continuato con il russo. L’ho anche usato come un trampolino di lancio per l’apprendimento del serbo-croato e del macedone, data la stretta somiglianza tra le tre lingue (un po’ come quella che c’è tra italiano, francese e spagnolo, ritengo). Avevo pensato di diventare un interprete per i servizi sociali o qualcosa del genere, dato il gran numero di immigrati jugoslavi in ​​Australia, ma poi ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio per l’ ex Jugoslavia nel 1988-89. Dopo sono andato in URSS nel 1989-90 per migliorare il mio russo, ed è stato lì che ho incontrato la mia compagna (una tedesca orientale), e ho finito per trasferirmi con lei a Berlino.

GI: Qualche ricordo dei tuoi anni da studente?

WF: Molti. Oltre agli incontri con professori davvero stimolanti e con gli altri compagni di studio, credo che siano propri i tempi a cui spesso ripenso. Ricordo l’intensità e la frustrazione di essere un attivista di sinistra in Australia (1983-1987) in ritardo rispetto alla Guerra fredda, o la programmazione alla stazione radio pubblica a Canberra o ricordo di essere stato arrestato durante un corteo di protesta contro l’estrazione di uranio nell’ Australia del sud. Immergermi nella ex-Jugoslavia, che sentivo molto straniera, è stata per me un’esperienza straordinaria a diversi livelli. L’ era della Perestrojka in URSS era anche molto affascinante. Uno dei miei ricordi preferiti è quello di una breve visita a Vilnius (ora Lituania) durante la quale ci imbattemmo sulla strada in due altri anarchici. Indossavamo i nostri distintivi per cui ci riconoscemmo. Scoprimmo così che i due ragazzi erano venuti da Kharkov, nell’ Ucraina orientale, per organizzare la stampa della rivista della loro organizzazione, che era impossibile stampare a casa loro a causa della carenza di carta. Questo mi ha dato la sensazione di un vibrante paese cosmopolita.

GI: Lavori come traduttore freelance a Berlino – come fai a tenerti aggiornato sullo slang, come acquisti una conoscenza pratica sulle forme gergali collocate anche nel tempo?

WF: Per tenere il passo con l’ uso corrente dello slang, cerco di trascorrere qualche settimana ogni anno o giù di lì in ciascuna delle miei aree linguistiche. Avere buoni dizionari, e soprattutto di madrelingua, da consultare aiuta anche. Leggo molto e ho una buona conoscenza di cultura generale. Se ho bisogno di conoscere particolari stili storici o generi di traduzione provo a leggere una manciata di opere provenienti da quei tempi e campi. Parte dell’ abilità di un traduttore dipende dalla sua capacità di adattarsi.

GI: E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettore?

WF: Non sono mai stato veramente un topo di biblioteca, e persino adesso che sono divenuto un traduttore letterario, sono ancora un lettore piuttosto caotico: ho letto molto, ma a casaccio. Mi piacciono la poesia e i racconti brevi, soprattutto. Credo che Heinrich Böll e Isaak Babel siano i primi nella lista dei miei scrittori preferiti, ma uno degli scrittori che traduco, la macedone Rumena Bužarovska, starebbe anche abbastanza in alto nella lista. Scrive racconti delicati, anche molto spiritosi. Oh, e sono anche un fan di Tolkien.

GI: Come lavorano i traduttori freelance? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

WF: Nonostante sia membro di associazioni professionali sia in Germania che in Australia, posso solo parlare della mia esperienza. Penso che il mercato delle traduzioni letterarie sia molto disomogeneo e casuale. Una parte di questa impressione può essere dovuta al fatto che traduco da lingue poco diffuse, di basso status (anche il russo in realtà non riceve l’attenzione che merita), verso cui la maggior parte degli editori sono disinteressati se non scettici. Può anche essere dovuto al fatto che traduco in inglese, pur non vivendo in un paese di lingua inglese. La maggior parte dei traduttori letterari sarebbero d’accordo che non c’è un modo semplice per trovare un lavoro regolare, discretamente pagato. Agenti ed editori ti avvicinano con sinossi o esempi di traduzioni e se ti piacciono è un modo per iniziare. Frequentare festival e fiere del libro per esaminare la scena è probabilmente una buona idea. Avere un sito web della propria attività (come faccio io) e promuovere il proprio lavoro attraverso i social media (cosa che io non faccio) sono anche cose che vale la pena considerare.

GI: Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata?

WF: Quando ho iniziato a lavorare come traduttore freelance nel 1991, mi ci sono voluti circa cinque anni per organizzare un flusso regolare di lavoro – e poi altri cinque anni per fare che il flusso di lavoro fosse anche interessante (testi di studi umanistici). Anche allora, la combinazione tedesco-inglese era soffocante rispetto alle mie altre lingue, e solo nel 2005 sono stato in grado di passare a tradurre principalmente dalle mie lingue slave. La svolta principale per me è avvenuta nel 2010, quando sono stato contattato da Istros Books a Londra, un editore specializzato in letteratura tradotta da paesi del sud-est europeo. Istros Books è stato il mio principale cliente da allora.
Io lavoro da casa; ho un computer portatile, ma preferisco la pace e la tranquillità della mia scrivania. Mi piace il mio lavoro e probabilmente arrivo a lavorare dalle cinquanta alle sessanta ore a settimana, ma siccome mi piacciono molti suoi aspetti non sempre lo percepisco come un lavoro con la “L” maiuscola.
In termini di tempo, pianifico prudentemente in modo da essere in grado di attenermi alle scadenze, anche se il computer si rompe o devo prendere qualche giorno di malattia. Inoltre, dal momento che la paga non è buona, cerco anche di organizzare le scadenze in modo da avere il margine di manovra per adattarmi a piccoli lavori occasionali meglio pagati lungo la strada.

GI: Sono venuta a conoscenza del tuo lavoro grazie alla traduzione che hai fatto, dal montenegrino, di Till Kingdom Dome, di Andrej Nikolaidis, che dal 27 agosto uscirà in Gran Bretagna grazie a Istros Books. Come sei venuto a conoscenza di questo libro, conoscevi già il suo autore?

WF: Till Kingdom Come è il terzo romanzo breve (o novella) di Andrej Nikolaidis che ho tradotto. The Coming e Son sono stati i primi due. Nikolaidis ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura per Son nel 2011. I tre libri sono ristampati in lingua originale come una trilogia intitolata Tamno pokoljenje, che significa “La generazione oscura” (un titolo adatto, credo, perché Nikolaidis è un maestro del noir). Istros Books potrebbe fare lo stesso per le traduzioni in inglese, a seconda della domanda.
Ho scoperto The Coming circa cinque anni fa. Avevo sentito parlare dell’autore – è un noto giornalista e critico letterario nella regione di lingua serbo-croata – ma non avevo ancora letto nulla di suo. Ero alla ricerca di uno o due scrittori montenegrini da tradurre, e per quanto può sembrare banale, mi ha attratto la grafica della copertina della versione originale del libro, così ne ho ordinato una copia. Il contenuto non era meno impressionante della confezione, così ho presentato il titolo a Istros libri, che ha organizzato i finanziamenti UE per la traduzione.

GI: Non conoscevo Andrej Nikolaidis, sebbene cercando in rete ho scoperto dopo che è uno scrittore molto considerato, e pressapoco mi sono avvicinata al libro, primo pensando che l’autore fosse greco, poi per la copertina: un uomo con un ombrello in primo piano (ho pensato a Robert Redford ne Three Days of the Condor) e una donna in rosso sullo sfondo. Essendo un’appassionata di noir è interessante per me scoprire un autore montenegrino che utilizza questi canoni narrativi. Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente il suo stile, puoi parlarcene?

WF: Direi che il tratto distintivo del suo stile è una sorta di cinismo intelligente: i commenti feroci sono la sua specialità, e di tanto in tanto mi sembra anche un misantropo, ma non risparmia niente e nessuno, quindi il suo nichilismo arguto è imparziale. C’è spesso un elemento di umorismo nero nei suoi libri, che mantiene la narrazione vivace, ed usa spesso digressioni. Queste sono a volte piuttosto da intellettuale, ma riporta i piedi per terra di nuovo con abbondanti dosi di iperboli. Tutto sommato, la sua scrittura è molto divertente.
La storia del cognome è interessante. Andrej è nato nel 1974 a Sarajevo da madre bosniaca e lì ha trascorso la maggior parte dei suoi anni di formazione. Quando scoppiò la guerra nel 1992, si trasferì a casa di suo padre a Ulcinj, in Montenegro. Il cognome deriva dal nonno paterno, che era a quanto pare un sacerdote greco ortodosso. Emigrò a nord lungo la costa, attraverso l’Albania, e, infine, si stabilì a Ulcinj, la città più meridionale del Montenegro. Dal momento che la popolazione locale è stata (ed è tuttora) a maggioranza musulmana, ha dovuto guadagnarsi da vivere come fornaio. Almeno questa è la storia che Andrej mi ha raccontato…

GI: E’ un noir che tratta il tema dell’identità, niente di più incorporeo e fluttuante. Scoprire all’imporvviso che tutto quello che si credeva vero del proprio passato, della propria famiglia, era invece falso, è come dire… destabilizzante. E’ anche un noir che ci parla dell’iportanza della verità, delle atrocità perpetrate durante i tempi di guerra, e del senso dell’esistenza umana. Cosa hai amato di più di questo libro, mentre lo traducevi?

WF: Mi sono divertito a tradurre questo libro soprattutto a causa dello stile ‘dark’ di Andrej, come con The Coming e Son prima. Tutti e tre i libri trattano di identità e di questioni intergenerazionali, ma ognuna ha un tema diverso. In Till Kingdom Come, mi ha affascinato il focus sui servizi segreti – spesso una Stato nello Stato – e Andrej fonde i fatti (ad esempio gli omicidi reali che egli cita) e la speculazione sulla natura pervasiva di tali istituzioni. Mi è piaciuto il ritratto della “nonna” protagonista, che lavora anche per i servizi segreti: lei adotta un ragazzo orfano, lo ama come un figlio, e finisce per credere alle bugie che compongono la sua fabbricata storia familiare.

GI: E ora vorrei che ci parlassi della letteratura montenegrina contemporanea, che conosco davvero pochissimo. Ci sono altri autori interessanti, di cui ne consigliersti la lettura, che proporersti per un’ eventuale traduzione?

WF: Penso che la letteratura contemporanea dal Montenegro deve essere vista nel contesto della regione – e non è separata dalla letteratura degli altri paesi di lingua serbo-croata. C’erano letterati famosi del XX secolo con un elemento montenegrino nella propria identità, ad esempio, Danilo Kiš e Borislav Pekić, ma il primo è di solito considerato un jugoslavo e il secondo un serbo. Anche oggi ci sono un sacco di scambi e di influenze reciproche tra scrittori, editori e case editrici in Croazia, Serbia e Bosnia.
Raccomanderei molto Ognjen Spahić, probabilmente il più noto autore montenegrino in patria e all’estero. Il suo primo romanzo, Hansen’s Children (Hansenova djeca) è stato pubblicato in inglese da Istros Libri nel 2011. Spahić ha appena finito un nuovo grande romanzo che spero di tradurre nei prossimi anni. Altri scrittori degni di nota sono Balša Brković e Dragan Radulović, ma purtroppo nessuna delle loro opere principali sono state tradotte in inglese. Questi tre autori, insieme a Andrej Nikolaidis, sono a volte indicati come la New Wave letteraria montenegrina, e tutti e quattro sono stati in grado di avere brevi pezzi pubblicati nella recente antologia americana Best European Fiction. Infine, vorrei ricordare Ksenija Popović, che ha scritto due romanzi ed è la prima scrittrice del Montenegro ad aver avuto un impatto in una scena dominata dai maschi, ma non ho ancora letto nessuno dei suoi lavori.

GI: Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

WF: Attualmente sto traducendo un delizioso, romanzo meditativo dello scrittore bosniaco Faruk Sehic, Quiet Flows the Una (Knjiga o Uni). Esso potrebbe essere il mio preferito tra tutti i libri che ho tradotto. Sehic con questo libro ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura nel 2014.
Questo libro, in gran parte autobiografico, è molto interessante da punto di vista “guerra e pace”. Sehic, in realtà per formazione è un veterinario, è stato coinvolto come un giovane uomo nelle guerre degli anni ’90. Si è salvato dall’abisso dello stress post-traumatico grazie al suo amore per la sua regione d’origine – un paesaggio carsico continentale nel nord-ovest della Bosnia. Un ragazzino che pesca nelle profonde, e limpide acque del fiume vicino a sua casa è ciò che conserva all’uomo adulto la sanità mentale. La scrittura è la sua terapia. E calmo, ma assolutamente struggente.

GI: Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

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