Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Bookteen – Un’ intervista con Giorgio Fontana, a cura di Lucrezia Romussi

20 ottobre 2016

ghjGiorgio Fontana, l’autore di best seller come ‘’Babele 56’’ o ‘’Morte di un uomo felice’’, il vincitore di svariati concorsi letterari tra i quali il premio Racalmare – Leonardo Sciascia 2012 e il trofeo Campiello 2014, lo scrittore di articoli su diverse testate nazionali ed internazionali fra cui “Il manifesto’’ e “Wired”, il codirettore dal 2005 al 2010 del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”, lo sceneggiatore di storie per il settimanale “Topolino”, l’insegnate di scrittura creativa, il collaboratore de “IL”, “TuttoLibri”, il domenicale del “Sole 24 ore” ma soprattutto l’uomo che funge da esempio pratico a tutti i giovani che credono nella scrittura e nel potere che essa cela e custodisce in sé si è prestato gentilmente a rispondere alle domande che seguono.

Nel mondo di oggi nel quale ci sono gravi difficoltà economiche, culturali e sociali secondo te la scrittura e la lettura che ruolo hanno? Possono agevolare l’individuo?

La lettura e la scrittura aiutano a pensare meglio. Educare a entrambe mi sembra importantissimo; un’alfabetizzazione pienamente funzionale è l’unico modo per fronteggiare e decifrare una società così complessa, e così basata sulla parola scritta. Questo in generale. Ma tali considerazioni non dovrebbero farci dimenticare che la lettura è anche e innanzitutto un piacere.

Qual è il tuo libro preferito tra quelli che hai scritto? E tra quelli che hai letto?

Fra quelli che ho scritto: credo “Morte di un uomo felice“. Fra quelli che ho letto: uno solo? E’ davvero difficilissimo rispondere a questa domanda. Il mio scrittore preferito è Kafka, ma se devo scegliere un singolo romanzo allora forse direi “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov. C’è dentro tutto.

Quali tra i tuoi libri consiglieresti ai ragazzi? Perché?

Forse “Babele 56“. E’ un po’ datato (2008), ma ancora abbastanza attuale.

Potresti, per favore, descriverne brevemente la trama?

Sono otto storie vere di persone immigrate a Milano da paesi diversi (Ucraina, Tunisia, Cina…): raccontano com’è cambiata la mia città, e quali sono le loro aspettative o i loro sogni. Probabilmente per i ragazzi più giovani la multietnicità della società è un dato acquisito – o almeno così spero: ma forse queste storie possono ancora essere interessanti.

Mario Vargas LLosa diceva ‘’uno scrittore non sceglie i suoi argomenti, sono questi ultimi a sceglierlo’’ cosa ne pensi al riguardo?

Capisco cosa intende Vargas Llosa, e in un certo senso sono pienamente d’accordo: quando una storia si impone è quella, e quella soltanto. Ma messa così può sembrare che da parte dell’autore ci sia un controllo quasi nullo sulla materia. Non è così.

Che consigli ti senti di donare a persone che vorrebbero fare il tuo stesso lavoro?

Leggete tanto e con attenzione. Imparate a buttare ciò che non vi soddisfa e soprattutto a riscrivere. Sviluppate rapidamente una buona capacità autocritica. Imparate ad accettare i rifiuti e i fallimenti. Sopportate la solitudine. Perseverate. E soprattutto: scrivete quel che vi pare, quel che vi dà gioia, quel che vi sembra necessario; non quello che pensate vi porterà alla pubblicazione.

Ringraziando ancora una volta Giorgio Fontana per la disponibilità sempre dimostrata concludo questo articolo con un aforisma del Grande e Immenso Umberto Eco il quale recita: ‘’Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’ indietro.’’

:: Intervista ad Armando d’Amaro per “La mesata” (Fratelli Frilli Editori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

7 ottobre 2016

unnamedCon La mesata si giunge al quinto capitolo delle indagini del maresciallo Corradi, ma questa volta più che un avanzare nel tempo la storia è un ritorno al passato. Perché ha ritenuto fosse il momento per Corradi di affrontare i suoi ‘fantasmi’?

Gli scrittori di ‘gialli’ – anche se credo che i miei romanzi siano più giustamente definibili noir mediterranei – quando creano un personaggio ‘seriale’ si trovano davanti a un bivio: è meglio tratteggiare un protagonista che manterrà caratteristiche immutate o che subirà, nel tempo, trasformazioni? Io ho imboccato quest’ultima strada, giudicandola più realisticamente vicina alla vita, perché Corradi, come tutti noi, è uomo normale, non un essere dotato da straordinariamente improbabili ‘cellule grigie’. E, come spesso succede, giunto vicino ai ‘cinquanta’ più o meno consapevolmente fa un bilancio della sua vita, tormentata da un fatto commesso in gioventù che lo aveva portato a una scelta (l’arruolamento nella Legione Straniera) che avrebbe portato dolore ai familiari e segnato lui, che ancor oggi soffre di incubi ricorrenti. Ne La mesata incontra una donna che in qualche modo lo ‘spiazza’ nelle sue (poche e insicure) certezze, spingendolo a una riconciliazione con se stesso prima ancora che con gli altri.

La vicenda si svolge sempre nella sua Liguria ma ora ha voluto che i suoi lettori focalizzassero su un problema per molti ritenuto ancora solo meridionale. Perché ha scelto di centrare l’attenzione sulla radicalizzazione della criminalità organizzata al Nord?

La radicalizzazione della malavita organizzata al Nord – purtroppo – è un problema annoso. Molti rappresentanti di Cosa Nostra, Camorra, Ndrangheta e Sacra Corona Unita, non processabili ma ritenuti comunque soggetti pericolosi, furono inviati in ‘soggiorno obbligato’ nelle regioni settentrionali fin dal lontano (anche perché, purtroppo, il mio anno di nascita) 1956. Negli anni a seguire gli uomini dei clan, ‘trapiantati’ per legge su nuovi territori, approfittarono della situazione ricreandovi strutture criminali in stretto contatto con quelle d’origine e in collusione con la politica locale. Conoscendo le realtà delle organizzazioni campane e volendo riportare Corradi a Calice Ligure (già ambientazione per uno dei miei titoli di maggior successo, La Controbanda, ora acquisito dal gruppo R’E e disponibile in Italia Noir dal 26 dicembre), quale trovata migliore che farlo tornare quale agente distaccato della DIA ?

A margine del testo è inserito un monologo teatrale drammatico, Atlassib, che porta sempre la sua firma. Cosa voleva comunicare ai lettori?

Sono molto affezionato a questo testo: sentirlo recitare, anche se uscito dalla mia ‘penna’, mi suscita sempre emozione. Scrivendo do sfogo alle mie sensazioni e ai miei pensieri, ma non solo: credo che uno scrittore debba svolgere una – seppur piccola – funzione di pubblica utilità. Allora, nel rilasciare – filtrato dalle parole – il bagaglio di vita che mi porto dietro e quanto di nuovo via via si aggiunge, ho ritenuto giusto affrontare anche la situazione che, purtroppo, coinvolge drammaticamente molte donne, quella della loro sottomissione – con la violenza – a quello che dovrebbe essere il loro compagno di vita… Con questo monologo che racconta un (tentato) passo verso la libertà da parte di una ‘condannata’ al silenzio ho voluto sollecitare la sensibilità di chi non vuole né vedere né affrontare questa vera e propria piaga sociale.

La sua casa editrice, dove lei svolge il doppio ruolo di autore ed editor, pubblica in prevalenza gialli e noir. È una scelta legata più agli interessi di titolare e collaboratori o alle richieste di pubblico?

Lettore e scrittore – egualmente curiosi ed affascinati dalla natura e della condizione umana – amano molto questo genere, e non da poco; se ci pensa molti dei più grandi testi, fin dal passato remoto, lo hanno affrontato: nelle tragedie di Sofocle si trattano crimini, così come in moltissimi drammi shakespeariani… e Delitto e castigo di Dostoevskij non ne è forse un perfetto esempio? Il pubblico vuole tentare di capire i più reconditi risvolti della nostra natura, e noi cerchiamo di fornire spiegazioni – non rassicuranti – ma plausibili al perché ci comportiamo in un certo modo. Ma non solo: il noir permette di spaziare in generi letterari diversi (dalla tragedia alla commedia, con tinte dal pulp al rosa), di ambientare i fatti in un territorio che il lettore ben conosce e ancora studiare il crimine da tre differenti punti di vista, quello di chi lo commette, quello della vittima e quello dell’investigatore.

I suoi libri si caratterizzano per l’intreccio fitto, il ritmo serrato e il coup de théâtre finale. Sono queste le caratteristiche che un buon noir deve avere?

Il noir, come ogni altro genere letterario, deve intanto presentare una scrittura pulita e uno svolgimento scorrevole ad accompagnare una trama sensata e coinvolgente, che prenda il lettore fin dalle prime pagine. Ma questo genere, in particolare, consente – descrivendo luoghi, persone e situazioni – di offrire ‘spaccati’ della società. Il noir di fatto si distingue dal giallo classico per questa componente, oltre a quella di non offrire necessariamente al lettore un finale ‘consolatorio’ (ammetto: per La mesata ho fatto un’eccezione): il ‘caso’ viene risolto ma senza riportare una calma assoluta… anzi, i problemi sociali poco edificanti – individuati durante le indagini – restano e talvolta il colpevole non viene assicurato alla giustizia, come nel mio primo romanzo, Delitto ai Parchi. Qualcuno, secondo me esattamente, ha paragonato questo genere al verismo (si pensi al Ciclo dei vinti di Verga o a The Grapes of Wrath di Steinbeck), in quanto crudamente fedele rappresentazione degli aspetti oscuri della cosiddetta ‘società civile’. Ecco, credo sia il realismo lo sfondo giusto – ove si muovono personaggi che, agendo e dialogando ‘buchino’ la carta – le caratteristiche che si richiedono a un buon noir, ‘condito’ se si vuole (io lo faccio spesso) da notizie storiche… ma attenzione a non scrivere inesattezze, perché il lettore, pur generoso, se tradito non perdona!

Cosa accadrà al maresciallo Corradi ora che ha fatto i conti col passato?

Bella domanda, me la pongo spesso anch’io.

Armando d’Amaro: Nato a Genova, vive a Calice Ligure. Ha praticato attività forense e accademica per poi dedicarsi alla scrittura e alla critica d’arte moderna. È autore di numerosi libri e racconti. Diversi suoi testi, scritti per artisti, sono stati anche tradotti in inglese e russo. Il drammatico Atlassib rappresentato con successo a teatro.

:: Intervista a Maria Masella per Testimone (Fratelli Frilli Editori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

6 ottobre 2016

nmk«Sono le calde giornate del solstizio d’estate: un giovane navigante sbarca a Bari, pensando di restare a terra per pochi giorni. Antonio Mariani e la sua vita cambierà, prendendo una strada che nessuno avrebbe ritenuto possibile…»

Sette storie per un uomo che “vive ogni indagine come un caso personale”. Un libro, Testimone, scritto per accompagnare il commissario Antonio Mariani e le sue vicende, umana e professionale.
Ne abbiamo parlato con l’autrice Maria Masella in un’intervista.

I racconti con protagonista Antonio Mariani sono stati, nel tempo inseriti in romanzi. Qual è il motivo alla base di questa sua scelta?

All’inizio del 2016 l’editore Frilli mi ha proposto di scrivere un Mariani estivo, un po’ più breve del solito autunnale. Parlandone insieme abbiamo pensato a una raccolta di racconti.
Mi piace scrivere racconti e mi piace leggerli, ma non apprezzo che non ci sia un filo conduttore comune. Ne ho scelti due: il primo è stato quello di inserirli in momenti lasciati liberi dai romanzi, non momenti casuali, ma significativi per l’evoluzione umana del protagonista. C’è quindi il racconto in cui Antonio decide di diventare “questurino”, in un altro metto in scena l’arrivo di Iachino e così via.
Non è stato semplice dal punto di vista tecnico, è stato difficilissimo dal punto di vista emotivo: all’inizio è giovane, alla fine è un uomo maturo. Da un racconto all’altro doveva “cambiare e non cambiare”, come una persona vera.
Il secondo filo conduttore è la parola “testimone”, notate che non ho messo alcun articolo, può essere riferito a una donna o a un uomo. O a un oggetto. In ogni storia c’è un testimone chiave, ma è soprattutto il testimone, l’oggetto che ci si passa nella staffetta. Antonio riceve simbolicamente il testimone dall’ispettore di Bari.

Il commissario Mariani è un personaggio che nasce all’incirca nel 2001 e che lei ha portato avanti in tutti questi anni. Era una decisione preventiva oppure ha scelto poi di coltivarlo in questo modo?

Nel 2000 ho scritto un romanzo “Morte da domicilio”, il cui protagonista e io narrante era un commissario genovese, Antonio Mariani. Pensavo che non ci fosse seguito, invece ho scritto un breve racconto “Aspetto”, di nuovo con lui, e mi è venuta la voglia di continuare. Voglia che non si è ancora esaurita.

I suoi libri in genere sono ambientati a Genova. In Testimone invece la scena si amplia con uno sguardo anche al sud-Italia. Ci sono delle motivazioni particolari per questa scelta?

In molti romanzi del ciclo, il protagonista “si muove”. Ne cito alcuni, a caso: “Mariani allo specchio” – Malaga, Celtique – Carrara, “Mariani e le mezze verità” – Lecco. Senza contare che “Mariani e il caso irrisolto” si conclude a Palermo. Motivazioni? Seguo la storia, se la vicenda richiede che lui si muova, allora si muoverà, altrimenti resterà a Genova. Di certo non c’è alcun desiderio di accattivarmi la simpatia di lettori non genovesi, ambientando parte dei romanzi in altre città. Se si muove va in posti che conosco e funzionali alla vicenda.

Lei scrive anche romance ma in questo caso parliamo di noir. In più di un’occasione nei suoi gialli si possono trovare nodi non sciolti completamente. Sono indizi legati alla sua volontà di perpetrare la figura principale della narrazione?

Tutti i romanzi e i racconti sono al cento per cento autonclusivi come indagine. All’ultima pagina chi legge ha le risposte alle tre domande fondamentali: chi, come e perché. Ma ogni romanzo e ogni racconto è qualcosa di più, è un frammento della vita di un uomo di nome Antonio. Quindi alcuni nodi possono essere messi in scena in un romanzo ed essere risolti (non sempre) in uno dei seguenti. Sarebbe innaturale se anche i problemi “di essere umano” trovassero risposta in duecentoquaranta pagine, la mia dimensione usuale.

Il suo protagonista invece è un personaggio che colpisce senza remore. Si è ispirata a qualche persona o personalità in particolare nel crearlo?

No, non mi sono ispirata a nessuno. Anzi Antonio sta lievitando, a ogni romanzo scopro qualcosa di lui che non sapevo.

Qual è il racconto di Mariani a cui è più legata? E perché?

Non lo so. Forse perché non riesco a vedere il ciclo spezzettato, per me è un unico grande (nota: grande come dimensioni! Nessuna allusione alla qualità) romanzo. Alcuni romanzi mi hanno fatto dannare, uno è legato a un momento tristissimo, un altro a mesi difficili… Li amo come gli altri. Insomma, lui mi accompagna da sedici anni, certi matrimoni durano meno.

Maria Masella: Genovese. Scrittrice italiana. Ha pubblicato racconti e romanzi. Testimone è il diciassettesimo titolo pubblicato con Fratelli Frilli Editori. Suoi libri sono usciti anche con Corbaccio e Rizzoli. Alcuni suoi romanzi sono stati pubblicati in Germania dalla Goldmann. Nel 2015 le è stato conferito il premio La Vie en Rose.

:: Un’ intervista con Andrea D’Angelo

29 settembre 2016

lisbBenvenuto Andrea su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Grazie a te per questo spazio, Giulia. La prima cosa che mi viene in mente al momento, se devo descrivermi, è “ho 28 anni”. Sarà che li ho compiuti da poco o sarà che mi sembrano essere trascorsi molto in fretta. In qualche modo sembrano darmi la misura di tante cose passate, alcune davvero, altre per finta.
L’impennata veloce del tempo è sicuramente venuta a 20 anni, quando mi sono trasferito in Germania per la prima volta. A pensarci adesso vedo un ragazzino che si lanciava nel vuoto. Quella caduta però non la cambierei per niente al mondo. È stata un passo cruciale verso l’età adulta, come persona e come scrittore. Mi ha permesso di imparare il tedesco che è oggi la mia principale lingua di lavoro, e di conoscere il mondo accademico di Berlino che ha un approccio alla letteratura completamente diverso dall’università italiana. Con questo non intendo sempre migliore, anzi vado molto fiero della preparazione che mi ha dato L’Orientale di Napoli. Senza di questa non avrei mai potuto affrontare il percorso che ho fatto. Ho un legame molto forte sia con Napoli, sia con Berlino. Principalmente fra Napoli e Berlino si muove infatti il mio primo romanzo L’inafferrabile estetica delle scelte azzardate. Poi però quando ho finito i miei studi alla Freie il bisogno di nuovi stimoli mi ha portato a Lisbona.

Si parla tanto in Italia di fuga di cervelli, tu lasciasti l’Italia per la Germania in tempi non sospetti già una decina di anni fa. Cosa ti ha spinto a partire?

Ammetto che la mia decisione di partire per la Germania sia stata più motivata dal desiderio che dalla necessità. Inizialmente il mio progetto era quello di specializzarmi in lingua e cultura giapponese in Germania. Poi però la passione per la letteratura ha prevalso e ho scelto di continuare sulla strada delle letterature comparate. Forse la vera spinta è venuta molto prima, quando a 18 anni sapevo di voler studiare il giapponese e, leggendo L’insostenibile leggerezza dell’essere, Kundera mi ha convinto ad abbinarlo al tedesco. C’è un passaggio in cui scrive che il tedesco è una lingua di parole pesanti, nel senso che le parole del tedesco sono piene di significato.
Lo scontro con la realtà del lavoro è venuto dopo, quando inevitabilmente ho dovuto constatare che di spazio per gli umanisti in Italia ce n’è veramente poco.

Come ti sei trovato al tuo arrivo? Hai trovato subito casa, lavoro, la gente come ti ha accolto?

La Germania all’epoca mi ha accolto, ma a modo suo – non certo a braccia aperte, ma più con un’espressione di “mi raccomando, non sporcare”. La ricerca del lavoro è stata forse la cosa più facile da affrontare. Ce n’è tanto e soprattutto se si parla bene il tedesco si ha un accesso privilegiato in confronto ai tanti che arrivano senza parlarlo e che spesso non lo imparano per niente, nemmeno dopo anni.
Al contrario trovare casa a Berlino può essere un inferno, specialmente nel contesto delle case condivise. Ma con gli anni almeno per me è diventato più facile, grazie a una buona cerchia di amici. Ci siamo aiutati l’un l’altro. Di tedeschi in questa cerchia ce ne sono pochi, malgrado in Germania abbia cominciato a sentirmi culturalmente molto integrato. Paradossalmente questa integrazione si è rivelata maggiormente in altri contesti, conoscendo tedeschi in Portogallo per esempio. E come se il trovarci tutti in una terra straniera abbia colmato quella distanza culturale dettata dalle etichette del tedesco e dell’italiano che in Germania non riuscivamo a colmare.

Cosa consiglieresti ai ragazzi che volessero seguire le tue orme. Studiare le lingue? Leggere libri nella lingua del paese dove si vuole andare a vivere? Imparare gli usi e costumi del posto?

Ai ragazzi che volessero seguire un percorso come il mio consiglierei di immergersi completamente, per non rischiare di sentirsi sempre inevitabilmente dei pesci fuor d’acqua. Questo comprende imparare la lingua del posto e studiarne la cultura, per farla lentamente propria.
Chiaramente in tutto questo la letteratura è un accesso privilegiato, l’espressione diretta di una cultura che cerca di spiegarsi a parole.

Ora vivi a Lisbona, una città piuttosto insolita come meta di migrazione. Descrivicela? Come ti trovi? Cosa ami, cosa ti piace meno di questa tua nuova città?

A Lisbona sono finito per caso. Una mattina a colazione a Napoli, un’amica mi ha detto che sarebbe stata un bel posto dove andare. E allora mi sono messo a cercare lavoro e qualche giorno dopo ero già lì.
Ho riscoperto poi in Lisbona, a piccoli passi, una città in grande fermento. È un grande cantiere. È in piena fase di restauro, da cima a fondo. Inoltra la nuova ondata di immigrazione europea comincia a farsi sentire molto e questo è sempre positivo, come tutte le immigrazioni, perché crea confronto.
Di Lisbona amo la luce, i palazzi, le strade e tutta la sua cultura da scoprire, nella musica, nella storia e nel suo essere mezza modernissima e mezza attardata in una lentezza antiquata.
Non me ne piace la burocrazia e a volte l’atteggiamento disfattista che i portoghesi si lasciano sfuggire.

Come è la vita culturale a Lisbona. Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici?

Lisbona è culturalmente molto viva. Si può dire che tutti i mesi ci sia qualche grande evento culturale, come il festival delle lingue o della letteratura. Ci sono alcune delle librerie più vecchie d’Europa. I portoghesi leggono molto, anche se non lo danno a vedere. Conoscono tutti la storia del Portogallo e della sua letteratura a menadito e passano il tempo ad accusarsi di non saperne abbastanza.
Ammetto di non essermi riuscito ancora a fare un’idea molto chiara dell’aria che tira. Mi sembra che al momento a farla da padrone nella produzione cultura portoghese sia una nuova elaborazione del passato coloniale.

Lisbona è una tappa di passaggio o pensi che tra una ventina d’anni sarai ancora lì?

Sinceramente non lo so. Per il momento sento di doverla scoprire ancora e che ha ancora molto da darmi. E poi non me ne andrei mai prima di aver imparato bene il portoghese.

Oltre che viaggiatore sei anche scrittore. Stai scrivendo un libro sulla tua esperienza, vero? Ce ne vuoi parlare?

La scoperta del Portogallo ha portato con sé tanti spunti di riflessione. È una realtà composita che si configura in maniera ben distante dall’immaginario collettivo del Paese della crisi acuta. Tutti schiavi in Portogallo è un romanzo a puntate che per ora si può leggere sul mio blog Penelope a pretesto e che si incentra ironicamente proprio su questo assunto generalizzante e semplicistico. Marta, la sua protagonista, è un personaggio dai sentimenti semplici e dai pensieri complessi. Analizza il Portogallo con un occhio attento e si lascia stupire dalle contraddizioni tra ciò che si dice e che quindi necessariamente si aspetta e la realtà fattuale. Si sente per esempio in dovere di odiare il suo lavoro, che non corrisponde affatto ai sogni che voleva realizzare una volta, però non ci riesce davvero. E il suo Portogallo si trasforma lentamente in un posto dove tutto è possibile e che intenzionalmente cerca di insegnarle qualcosa.

Grazie del tuo tempo, ci diamo appuntamento appena l’hai pubblicato.

Grazie a te.

Nota: potete leggere i primi capitoli del romanzo qui

:: Intervista con Pasquale Capraro, a cura di Diego Di Dio

26 settembre 2016

unnamedCiao Pasquale, come stai? Grazie per esserti reso disponibile a quest’intervista. Vorrei cominciare col parlare della scrittura. Cos’è per te la scrittura, in generale? E in particolare, tu come la vivi? Rappresenta un hobby, uno sfogo, un’aspirazione professionale?

Ciao, tutto procede bene, grazie. Provo a essere sintetico. La scrittura, per me, è una forma di espressione, un percorso da seguire. Dopo l’Accademia di Belle Arti, mi sono accorto che la tela non era il supporto adatto per esprimere le mie emozioni. Così ho scoperto il foglio, uno spazio più ampio. Dipingere significa illustrare la realtà o una sensazione con forme, tecniche e materiali. Scrivere è la stessa cosa: cambiano le tecniche, i materiali, ma il contenuto è uguale. Bisogna solo spostare l’attenzione su altri supporti e forme. Io vivo questa espressione come l’amore: appieno, gustandone tutti gli aspetti possibili, estraniandomi dalla realtà. L’amore è anche questo: un viaggio da percorrere fatto di dolori, sacrifici, rinunce, rispetto, dedizione, ma anche di soddisfazioni.

In che modo scrivi? Hai bisogno di musica e di distrazioni, oppure necessiti della solitudine e del silenzio?

Scrivo in silenzio, nella concentrazione più profonda immerso in una dimensione surreale, e se c’è musica nell’ambiente, non ci faccio caso. Non mi disturba, anzi, mi permette di approfondire la concentrazione.

Parlami dei tuoi autori preferiti, sia italiani che stranieri.

Ho cominciato ai miei tempi con Pasquale Festa Campanile e sono poi scivolato su Carlo Cassola e Alberto Bevilacqua, per approdare poi sulle pagine di Milan Kundera, Isabel Allende, Alessandro Baricco, Mauro Corona, James Ellroy, Carlos Ruiz Zafon e Jeffery Deaver per la narrativa. Ho studiato anche testi di scienze esoteriche di vari autori come Allan Kardec, Thorwald Dethlefsen, Rudiger Dahlke, Ciro Discepolo e altri ancora.

Quali sono gli autori che, secondo te, hanno influenzato di più la tua scrittura?

Tutti hanno lasciato un segno del loro insegnamento. Attraverso i loro scritti, sono giunto a creare un mio personale modo di scrivere.

Bene, veniamo al tuo ultimo romanzo, “Di fiato, d’amore e vento”. Parliamo di un thriller archeologico/artistico che, a tratti, ha i toni leggeri della commedia. Come ti è venuta l’idea per questo romanzo?

L’idea è nata grazie a un amico che mi chiedeva una recensione del suo primo cortometraggio e io ho pensato di rivolgermi a un blogger per segnalarlo. Da qui è nata l’idea di sviluppare il romanzo, scegliendo come protagonista lo stesso reale blogger: Ferruccio Gianola.

Immagino tu abbia dovuto fare ricerche, giusto? Parlaci, anzitutto, del tuo lavoro di documentazione; e dicci quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro.

Il tempo è relativo. A volte, ci si alza anche la notte in preda a un’ispirazione, come spesso succede a chi è colpito dalla fantasia e dall’immaginazione. La documentazione si è basata su testi di storia dell’arte, di ricerca astrologica e archeologica, sugli scritti di esperti nel campo del mistero e dell’egittologia come Graham Hancock e Robert Bauval e anche sul web, come riportato nelle fonti bibliografiche.

A bruciapelo: perché un lettore dovrebbe leggere “Di fiato, d’amore e vento”?

Perché è un nuovo modo di leggere un thriller. Nelle pagine si possono respirare più cose insieme: arte, storia, sentimento, mistero, dramma. Come scrive Elisa Costa: “Pasquale Capraro è stato capace di unire elementi tipici del thriller canonico a uno stile personalissimo, circostanza che rende “Di fiato, d’amore e vento” una commistione tre thriller moderno, giallo archeologico, mystery da tradizione letteraria.”

Progetti futuri? Su cosa stai lavorando?

Prossimamente dovrebbero iniziare le prove sceniche di una riduzione del mio testo Garden Village che sarà presentato e prodotto dalla Cooperativa 29nove di Cutrofiano, un bel progetto che verrà realizzato in teatro prossimamente. Inoltre sono alle prese con la stesura di un romanzo sentimentale ambientato nella Parigi di fine Ottocento, durante il periodo del simbolismo e dei Nabis, e ispirato anche all’Académie Vitti, una scuola privata di pittura, aperta alle donne nel 1890, ora museo presso Atina (FR) da qualche anno.

Grazie Pasquale, in bocca al lupo per tutto e a presto risentirci.

Grazie a voi.

:: Un’ intervista con Angela Marsons, autrice di Il gioco del male, a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2016

indexCiao Angela. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per avermi invitato. Sono sempre felice di qualsiasi opportunità mi permetta di entrare in contatto con i fantastici lettori che ho in Italia, tutti mi sono stati davvero di supporto per i libri di Kim Stone. Io vivo nella Black Country nelle West Midlands con la mia compagna, il nostro vivace Labrador e un pappagallo che dice le parolacce – non ho la minima idea di come sia potuto succedere! Credo che la mia più grande forza sia la mia attenzione al dettaglio. Devo essere certa di aver studiato tutto nel miglior modo possibile, prima di andare avanti. In un certo senso questa può anche essere la mia più grande debolezza, poiché tendo a farmi assorbire dai dettagli piuttosto che andare avanti.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una piccola casa a schiera con due sorelle e un fratello. Mio padre era un autista di camion di lunga distanza e non c’era per la maggior parte della settimana. A scuola mi piaceva qualsiasi materia che comprendesse le parole. Nella mia comunità la gente non aspirava ad essere uno scrittore o un artista poiché questo è sempre stato ritenuto semplicemente irrealizzabile. A scuola mi sono concentrata sulle competenze di base dell’ ufficio come scrivere a macchina, le pratiche d’ ufficio, il commercio siccome queste competenze erano le sole che mi avrebbero aiutato a trovare un lavoro, quando avessi lasciato la scuola. E infatti finii per lavorare in un ufficio, quando lasciai la scuola e, successivamente mi occupai della gestione della sicurezza.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Avevo sempre amato il potere delle parole e leggevo qualsiasi cosa su cui potevo mettere le mani. Quando avevo circa dodici anni il mio insegnante di inglese mi chiese se poteva portare in classe alcuni libri sopra la mia età di lettura poiché pensava li avrei apprezzati. Erano libri centrati sulla complessità delle relazioni umane. Li ho divorati ed è stato allora che ho capito che volevo raccontare storie che potessero catturare le persone come quei libri avevano affascinato me.

Il tuo primo romanzo, Urla nel silenzio, è stato definito un miracolo del web, puoi raccontarci come è andata, come è stato essere un’ autrice esordiente così di successo?

Questa è una bellissima domanda. Avevo sottoposto il mio lavoro agli editori tradizionali per 25 anni, sempre affrontando rifiuti. Quando Bookouture mi fece firmare per quattro libri nessuno di noi sapeva come Urla nel silenzio sarebbe stato accolto. Ha conquistato subito il 1° posto su Amazon due giorni dopo la pubblicazione e ci ha colpito tutti. L’esperienza è stata completamente travolgente. Non avrei mai sognato tale risposta per Kim Stone e le sue storie. Questa stessa risposta ora sta avendo un eco anche in altri paesi siccome ora le sue storie continuano a viaggiare per il mondo. I messaggi che ricevo dai lettori italiani sono veramente bellissimi e ho apprezzato ognuno di loro.

Puoi raccontarci un po’ il tuo ultimo romanzo, Il gioco del male?

Ho sempre voluto scrivere una storia che rappresentasse con precisione un sociopatico. Ho letto alcuni libri e guardato programmi televisivi in cui vengono raffigurati come deboli e questo semplicemente non è vero. Un sociopatico non ha alcun legame emotivo con qualcuno o qualcosa e questo era quello che volevo ritrarre. Alex è un personaggio su cui avrei potuto scrivere di nuovo e di nuovo.

Il rapporto tra Kim e Alex è una sorta di duello. Cosa ti ha ispirato a creare questi due personaggi?

Sì, il loro rapporto è assolutamente una sorta di duello. Ho voluto mettere insieme due donne forti in modo diverso e vedere cosa sarebbe successo. Volevo scrivere una battaglia psicologica tra il bene e il male. Le scene tra Kim e Alex sono le mie scene preferite da scrivere.

Che tipo di ricerche sui disturbi mentali hai fatto?

Ho fatto una gran quantità di ricerche per Il gioco del male. Ho letto molto sulla condizione chiamata Sociopatia e sugli effetti che i sociopatici hanno sulle persone che gli vivono accanto come familiari, amici e colleghi. Ho passato molte ore a leggere racconti di prima mano di persone che erano venute a contatto con veri sociopatici e come questo avesse influenzato la loro vita.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Credo che in una certa misura lo faccio. In Urla nel silenzio e nel creare il personaggio di Kim ho voluto mostrare che le persone non devono essere sconfitte dal loro passato e che la forza la troveranno in un modo o nell’altro. Io credo fermamente che una disabilità non definisca una persona per cui ho scelto di ritrarre Lucy in Urla nel silenzio come una ragazza vivace, allegra nonostante i suoi problemi fisici. Ancora una volta, ho incluso Dougie in Il gioco del male per dimostrare che un’ intelligenza acuta può non essere del tutto evidente nelle persone con disabilità.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo, e da una grande violenza psicologica. E’ di questi giorni la notizia del suicidio di una ragazza italiana perseguitata per i suoi video erotici condivisi sul web. L’abuso emotivo è per te peggiore dell’abuso fisico?

Penso che qualsiasi tipo di abuso è ugualmente dannoso. Ritengo particolarmente pericoloso il bullismo – in qualsiasi sua forma. Una delle storie più tristi che io abbia mai letto è stata quella di una ragazza di 14 anni che si è suicidata in conseguenza del bullismo scolastico. Non c’era reale violenza, ma la fecero stare così male che non trovò alcuna soluzione che porre fine alla sua vita. Credo che l’unica possibilità che abbiamo di superare questi problemi sia quella di parlarne sempre più diffusamente.

Qual è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La mia parte preferita del processo di scrittura è quella che io chiamo ‘The Bite’. Dopo la ricerca su argomenti specifici e dopo aver steso le note dei personaggi mi siedo con nuovi quaderni e nuove matite pronta per iniziare il processo di scrittura. Ad un certo punto l’idea nella mia testa prende il volo e inizia a salire. Io chiamo questo momento ‘The Bite’ e quando succede il mondo potrebbe anche finire che non lo noterei nemmeno.

Come lettrice cosa preferisci del genere crime? E quali libri consiglieresti assolutamente di leggere?

Quello che personalmente amo nella letteratura crime è quando lo sviluppo del personaggio è parallelo allo sviluppo della trama. Voglio leggere di personaggi reali con difetti e caratteristiche uniche che li distinguano e rimangano nella mia mente per molto tempo dopo che ho finito di leggere i libri. I libri che sono rimasti con me sono la serie dei libri di Tony Hill di Val McDermid e i libri di Kathy Mallory di Carol O’Connell.

Infine, che cosa avrà in serbo per te il resto del 2016?

Ho appena finito di lavorare al 5° libro di Kim Stone per il mercato del Regno Unito che si intitolerà Blood Lines. Il mio contratto prevede che scriva 2 romanzi di Kim all’anno. Ora sto lavorando al 6° libro in scadenza alla fine dell’anno.

:: Un’ intervista con James Grady, autore de I sei giorni del Condor a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2016

j-grady-2006Caro Signor Grady, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non so dirle quanto siamo onorati di poterla ospitare, quindi lascerò perdere e andrò dritta al punto.
Lei ha preso parte al movimento contro la guerra in Vietnam; ha mai pensato a se stesso come a un modello, qualcuno in cui la generazione che è cresciuta all’ombra del Watergate si potesse riconoscere? O forse sente di essersi semplicemente trovato al posto giusto nel momento giusto?

Domanda interessante, ma difficile. Nella primavera del 1969, nel corso del mio secondo anno di college a Missoula, Montana, entrai a far parte del movimento. Non che si trattasse di un’organizzazione, era più un sentimento, un impegno condiviso: si andava alle manifestazioni, si raccoglievano firme ecc. Poi, nella primavera del 1970, ci fu la sparatoria alla Kent State [il 4 maggio, nel corso di una manifestazione contro l’invasione statunitense della Cambogia, la Guardia Nazionale sparò sulla folla uccidendo quattro studenti e ferendone altri nove; n.d.t.]. Ancora a Missoula, presi parte alle proteste. Nelle vacanze tornai a Shelby, la mia città, un posto piccolo, molto più piccolo di Missoula; per pagarmi gli studi, d’estate lavoravo per il comune (riparazioni all’acquedotto, asfaltature, insomma, lavori manuali). Sapendo delle mie attività pacifiste, un membro del consiglio comunale e il direttore di un giornale locale, gente d’estrema destra, cercarono di farmi licenziare. Ma il mio capo, che pure non era d’accordo con le mie idee politiche, non volle cedere alle pressioni dei superiori. “Questa è l’America, e James può credere quello che cavolo gli pare”, disse. E fu così che il capo, un operaio ultraconservatore e che per di più non aveva studiato, divenne il mio eroe.
Poi, nell’inverno del 1971 ero a Washington. Lavoravo come stagista per un Senatore (non ero ancora laureato, ma ero entrato in un programma di tirocinio per gli studenti di giornalismo). Fu allora che mi venne in mente l’idea di Condor. A quei tempi, pareva che il paese fosse avvolto in una nebbia di misteri e pericoli – la guerra, la nascita  di uno stato di polizia, il passaggio dalla sperimentazione psichedelica all’eroina, la Mafia- in Montana come a Washington. Con Condor ho cercato di affrontare tutto questo. E il mio tempismo è stato perfetto. Le notizie sul Watergate e sul ruolo della CIA si stavano appena affacciando sui giornali quando il romanzo è arrivato all’editore, e, subito dopo, a Dino De Laurentiis. Penso che se il libro fosse uscito un anno prima, o magari un anno dopo, non avrebbe funzionato. Insomma, ho scritto il romanzo giusto al momento giusto. Ho avuto fortuna.

Oltre ad essere un romanziere, ha lavorato anche come giornalista e sceneggiatore. Quali di queste esperienze le ha dato di più?

Be’, per quanto ami i film, e ora anche i nuovi prodotti per la tv, comici o drammatici, dei quattro anni in cui ho lavorato come giornalista investigativo per l’editorialista Jack Anderson (all’epoca Anderson era syndicated columnist e i suoi pezzi venivano ripresi su 1000 giornali diversi) ho un ricordo stupendo; e poi le esperienze fatte in quel periodo hanno avuto un’enorme influenza sulla mia narrativa. Volevo scavare, un po’ come Leo Sisti, presente? Sempre alla ricerca della storia dietro i titoloni, attento ai passaggi di potere, puntare il dito su chi sfruttava i meno fortunati. Per questo avevo momentaneamente accantonato la mia carriera di romanziere (in parte danneggiandola): speravo di poter fare qualcosa di buono. Ancora oggi, nella mia vita di narratore, attingo alle cose che ho imparato allora, per strada, e dietro le porte chiuse, lì dove il pubblico non arriva.

Per lei, il successo è arrivato prestissimo: subito dopo aver pubblicato I sei giorni del Condor. Che può dirci dell’America di allora? Com’era essere un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione negli anni ’70? E che ne pensa di questa definizione? Era davvero come la immaginiamo, “un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione”?

Il mio successo con Condor, be’, in quel periodo l’America si è risvegliava dal conservatorismo dei ’50, rifiutavamo il dominio della generazione dei nostri genitori, che avevano fatto la Seconda Guerra Mondiale, e be’, il Vietnam. Era eccitante, un momento di apertura, in cui potevi inseguire i tuoi sogni e avevi qualche possibilità di realizzarli.
E io il più grande dei miei sogni personali (certo, non di quelli politici) l’avevo già realizzato: il mio romanzo d’esordio aveva avuto successo, e ne avevano tratto un film destinato a diventare un classico, avevo un meraviglioso secondo lavoro come reporter investigativo (un fatto di coscienza, non avevo bisogno di soldi). Ero davvero convinto che se avessi gestito come si deve la mia vita e il mio talento, e se non mi fossi fatto spaventare, avrei potuto fare la differenza. Forse sarei riuscito a scrivere della narrativa che davvero ripagasse in parte tutta la fortuna che avevo avuto.
Non mi rendevo conto che non tutti, neanche nella mia generazione, mettevano la stessa passione nella ricerca della giustizia e della verità. Non tutti volevano davvero cambiare le cose, ma d’altra parte quei pochi che lo volevano davvero sono riusciti a fare la differenza. Mai abbastanza, certo, ma d’altronde è sempre così: la lotta per la giustizia e l’onore non finisce mai. È questo che ci rende umani.
A livello più personale, ero deciso a non sprecare l’opportunità che avevo. Dovevo fare quello che dovevo fare: scrivere romanzi. Non potevo buttare all’aria la mia fortuna, per cui facevo una vita morigerata, sostentandomi con lo stipendio da reporter e mettendo da parte il resto per poter scrivere. Mi vestivo e vivevo da studente universitario, blue jeans e camicie economiche, giacche di pelle e scarpe da ginnastica. Spendevo solo per libri, i film e la musica (rock ‘n ‘roll). Per il resto ascoltavo la radio. Di solito mi alzavo alle 6.30 e andavo a dormire alle 11, ed evitavo i bagordi (non che fosse difficile, all’epoca, nella triste Washington). Certo, non potevo dirmi esattamente monogamo, come potrebbero testimoniare diverse ragazze con cui all’epoca ho avuto relazioni di lunga durata, ma non sono mai stato un festaiolo, né un artista del rimorchio. Lavoravo 40 o 50 ore a settimana, andavo a correre per tenermi in forma, e ci davo dentro per imparare a scrivere meglio. C’erano talmente tanti modi in cui potevo bruciarmi: avrei potuto cominciare a drogarmi pesante, sperperare tutto quello che avevo, diventare presuntuoso o lanciarmi in relazione sessuali dall’esito disastroso. Ma ero troppo ingenuo e timido per cadere preda di queste opportunità di autodistruzione.
Ero (sono) un idealista, ma un idealista nato da genitori piccolo borghesi e cresciuto in una cittadina proletaria, uno che ha seguito i detective della omicidi in azione nel corso delle guerre tra bande per il controllo dello spaccio, che ha parlato con criminali piccoli e grandi e conosciuto l’eroismo della gente comune.
Per me ormai liberale non significa più molto. Un po’ come conservatore. Diciamo che voglio la maggior libertà possibile – libertà dalla paura, dalla violenza e dall’ingiustizia- per tutti i cittadini del mondo. Certo, sono un idealista, ma senza la luce degli ideali come faremmo a muoverci in questi tempi bui?

Nel 1975, il suo romanzo è diventato un film di Sidney Pollack, I tre giorni del Condor, e lei è stato coinvolto nella scrittura della sceneggiatura. Nel cast c’erano, tra gli altri, Max von Sydow, Robert Redford e Faye Dunaway. Può raccontarci qualche aneddoto sulla produzione del film? E c’è qualcosa che secondo lei dovremmo assolutamente sapere sulla sceneggiatura?

In effetti non l’ho scritta io, quella sceneggiatura: avevo 25 anni, all’epoca, e mai e poi mai mi avrebbero lasciato mettere le mani in un progetto multimilionario. Devo dire, però che Dino, Redford, Sydney Pollack, sono stati tutti gentilissimi con me. Potevo andare sul set quando volevo, e loro mi mostravano tutto mi spiegavano il funzionamento delle cose, ecc.
Ma una cosa curiosa, su quella sceneggiatura la so, almeno a grandi linee: hanno continuato a scrivere e riscrivere il testo man mano che le notizie sul Watergate e sugli scandali della CIA e della politica saltavano fuori. Era il 1973, o forse l’inizio del 1974, e Nixon lottava per tenersi il posto.
Per quanto riguarda la sceneggiatura in generale, quello che gran parte delle persone non considera mai, è che una sceneggiatura è un po’ come uno schema tecnico, o un progetto per un edificio alla cui costruzione partecipano molte persone, e in circostanze che cambiano di secondo in secondo. È raro che lo sceneggiatore veda riprodotta su pellicola la sua idea proprio com’era sulla carta, anche perché tradurre la teoria nella pratica non è sempre così facile: tanto per dire, che succede se al momento di girare piove sempre e si finisce il budget per le riprese in esterno?

Recentemente, oltre a rivedere il film, ho riletto i Sei giorni del Condor. Era un po’ che non lo facevo. Che dire? Il suo libro ha la bella capacità di non annoiarmi mai, ed è una cosa molto rara. Posso chiederle come le è venuta l’idea? E si aspettava di avere tutto questo successo?

Grazie! Quello del 1971 è stato un inverno freddo. Io lavoravo al Campidoglio, e ogni giorno, arrampicandomi su per Capitol Hill, passavo davanti a un edificio d’angolo con le pareti imbiancate. In quella zona c’erano solo villette o bassi condomini, questo, invece era un palazzo alto tre piani. C’era una targa sulla porta, eppure non avevo mai visto nessuno entrare o uscire. Così pensai: e se fosse una copertura della CIA? Forse bastò qualche passo, o forse ci volle qualche giorno, ma mi venne una seconda idea: e se fossi rientrato in ufficio dalla pausa pranzo e avessi trovato tutti morti?
Due belle domande. Cercando di immaginare una risposta, con tutto quello che stava succedendo in quel periodo. Sapevo solo che Condor doveva essere un uomo comune, non un supereroe alla James Bond. Così è nato il mio romanzo. Chissà, forse tutta l’arte nasce da questo genere di domande.
Non avevo idea che Condor avrebbe avuto successo! Non ero neanche sicuro di riuscire a trovare un editore. Ma la scrittura mi aveva sempre attratto, fin da quando avevo sei anni, e questa storia la dovevo proprio scrivere. Tra tutte quelle che mi erano venute in mente, questa di Condor era la prima abbastanza forte da diventare un romanzo.

A un certo punto, Maronick dice a Condor che farebbe meglio a continuare a leggere, perché la sua fortuna è finita, e quando succede un uomo non vale poi molto. Ogni volta che arrivo a questo punto… B’e, non posso fare a meno di pensare che è fantastico.
Comunque, come ha detto lei, Joe Turner/Ronald Malcolm è un uomo comune, un accademico diventato spia. Pensa che questo tipo di relazione sia rappresentativo del modo in cui i giovani si rapportavano con l’establishment, e cioè essendone oppressi ma ribellandosi allo stesso momento?

In America, questo modo particolare di ribellarsi al controllo e all’oppressione, di contestare l’autorità e l’establishment è emersa negli anni ’60, tra il movimento per i diritti Civili, le proteste contro il Vietnam, e la paura di chi vive sotto la guerra fredda, sapendo che, con l’atomica, il mondo avrebbe potuto autodistruggersi in quindici minuti. L’idea era sì, ribellarsi, ma per creare “qualcosa di meglio”, come direbbe Camus. Volevamo essere costruttivi, non semplicemente distruttivi. Questo atteggiamento mi piacerebbe tanto ritrovarlo tra i giovani d’oggi.

Sul finale del film, di fronte agli uffici del Times, c’è un senso di solitudine, un certo malessere che nel romanzo mi pare meno palpabile. A questo punto del libro, Condor ha scoperto certe cose su di sé, cose che non sospettava; è cresciuto e maturato, e si è scoperto più portato di quanto credesse per lo spionaggio. In quanto autore del romanzo e del film, lei è forse l’unica persona al mondo che possa rispondere a una domanda così diretta: film o romanzo, I tre giorni o i Sei giorni del Condor, quale dei due ha il finale migliore?

Accidenti, bella domanda. Penso che per rispondere sia necessario prendere in considerazione le differenze tra due lavori. E penso che entrambi i finali abbiano una risonanza importante all’interno sia del testo, che del contesto in cui sono apparsi.
E sarà pur vero che sono l’unico al mondo che possa rispondere alla domanda, ma davvero non so cosa dire: mi piacciono sia il libro che il film. Il finale del film lascia forse più speranze a livello generale, mentre il romanzo è più incentrato sulla dimensione personale.

Come si sente a parlare ancora del suo libro, dopo tutti questi anni?

Fortunato. Mi sento incredibilmente fortunato a sapere che il mio lavoro è ancora vitale, ancora vivo. Come le ho detto, ogni tanto ancora mi stupisco.

In qualche modo, I tre giorni del Condor si allontana dai Sei giorni del Condor; nel film trovo tracce di una disillusione politica che nel libro è meno evidente. Pensa che questa differenza sia dovuta al confronto con il regista? E posso chiederle se e come ha collaborato a rivedere la trama originale?

Il disincanto e la prospettiva più ampia che si trovano nel film sono opera di Redford, di Pollack e di Dino; volevano fare un film importante, il più onesto e profondo possibile riguardo a quello che stava succedendo ai tempi. Probabilmente erano influenzati dai grandi film francesi e italiani degli anni ’60. Sentivano di avere delle responsabilità nei confronti del pubblico, la nazione, il mondo. Ci sembrava, a tutti noi, di correre dei grossi rischi politici e sociali, proponendo intrattenimento di questo genere: e se Nixon non fosse caduto? E se la CIA avessero prevalso sulle forze della giustizia e della verità? Nel momento in cui scrivevano e giravano il film queste possibilità non sembravano affatto remote. Condor è uscito prima di Tutti gli uomini del Presidente. Ma come ho già detto, io non ho partecipato direttamente alla scrittura del film.

I sei giorni del Condor è il primo capitolo di una serie; può dirci qualcosa degli altri romanzi? Quanti sono? E come sono stati accolti dal pubblico?

All’epoca delle riprese, e cioè nel momento in cui il libro stava per essere pubblicato, ho pensato di scrivere una serie di romanzi con Condor come protagonista, cinque in tutto; nell’ultimo lui sarebbe morto o impazzito. Gli agenti, l’editore, tutti quanti, cavolo: tutti gli esperti mi hanno consigliato di fare così. A metà della scrittura del secondo romanzo, però, mi sono reso conto che non avrei potuto competere con il Condor nella versione di Redford, e allo stesso tempo, che se insistevo a proporre una serie di storie, un certo numero di romanzi di questo tipo, avrei finito per essere etichettato, e pubblicare altri generi di storie che volevo scrivere sarebbe stato più difficile. Ovviamente non è né giusto né logico, ma è così che vanno le cose. Insomma, ho finito il secondo romanzo (L’ombra del Condor), e poi ho lasciato perdere il personaggio fin dopo l’11 settembre. Allora ho scritto un romanzo breve con un Condor “moderno” per esprimere la mia rabbia, tristezza, e preoccupazione per quello che stava succedendo. In seguito, ho pubblicato altri tre o quattro racconti o romanzi brevi, questi però con il Condor “originale”. E poi Condor appare anche in un cameo nel mio romanzo Mad Dogs. In fine, l’anno scorso, ho pubblicato il primo vero e proprio sequel, Il ritorno del Condor, in cui il protagonista cerca di sopravvivere allo stato di massima allerta seguito all’11 settembre.
Tutte le storie e i romanzi sono stati ben accolti dal pubblico. Il commento che preferisco lo devo al Washington Post: nella loro recensione si legge che Il ritorno del Condor fa pensare a Orwell e a Bob Dylan.

In chiusura, una domanda sulla situazione attuale: che ne pensa degli Stati Uniti di oggi? Nel giro di pochi mesi potreste ritrovarvi con il primo presidente donna, oppure…

Per me la cosa più importante, più ancora del rischio che Trump diventi presidente, è tutto il seguito che ha avuto. Il consenso nei suoi confronti ha rivelato la presenza di certe forze pericolose. Trump si è servito dei suoi averi per far leva sull’ignoranza, la paura, le bugie, l’odio, e la forza dei personaggi televisivi. E Se perde, be’, questo non significa che la verità, la giustizia, la razionalità, l’umanità e lo stile di vita americano hanno trionfato. Signfica solo che abbiamo scampato la catastrofe, e che ci aspetta un enorme lavoro di reinvenzione politica e sociale. Più che ottimista direi che sono speranzoso. E sì, sarebbe bello avere un presidente donna. Sarebbe ora che le donne venissero trattate davvero come pari, e che avessero la possibilità di realizzarsi appieno.

Che altro posso dirle? Grazie per avermi risposto. Se mi avessero detto, solo un paio di anni fa, che avrei avuto l’occasione di intervistarla, non ci avrei mai creduto. Ma be’, probabilmente è anche questa la forza del blogging e della stampa libera.

[Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni]

Nota: recensione di I sei giorni del Condor, qui.

:: Bookteen – Un’ intervista con Anna Maria D’Ambrosio, a cura di Lucrezia Romussi

6 settembre 2016

bnj

Qualche mese fa, ho avuto l’opportunità di incontrare la scrittrice Anna Maria D’Ambrosio, la quale nata a Novara si laurea in Pedagogia presso l’Università di Torino. Nel 2011 vince il Premio Rhegium Julii per l’inedito di poesia con la raccolta “Costretti a calpestare l’erba”, finalista al concorso Manzoni 2013. Con la casa editrice Interlinea pubblica il libro d’esordio, la raccolta poetica “Di fiori e di foglie” nel 2013, con il quale ha conseguito il primo premio del Giovane Holden Edizioni 2015 e la competizione letteraria Kafka 2015. Anna Maria D’Ambrosio gentilmente ha risposto alle mie domande.

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Per me la scrittura è un modo di vivere: guardare la realtà in maniera indiretta, rielaborarla e restituirla nella scrittura, secondo il mio punto di vista. La rielaborazione prevede un passaggio profondo per cui i dati esteriori perdono peso, mentre prevalgono quelli interiori e cioè i sentimenti, gli stati d’animo, le osservazioni, le riflessioni, i pensieri.

Qual è il suo genere letterario preferito?

Il mio genere letterario preferito è la poesia perché parla per immagini, usa la metafora, ricorre a un linguaggio interiore per esprimere ciò che solitamente nel quotidiano non si dice. Amo tanti poeti, senz’altro: Rainer Maria Rilke, Cesare Pavese, Emily Dickinson, Eugenio Montale…

In quale momento della sua vita ha compreso che nella sua vita che come lavoro avrebbe la scrittrice?

Già dall’adolescenza mi sono sentita portata alla scrittura, ma non individuo un momento in cui ho compreso che mi sarei dedicata completamente alla scrittura. Ciò è avvenuto molto gradualmente e, purtroppo, con lunghi periodi di stasi.

Potrebbe, per favore, descrivere brevemente la trama del suo ultimo libro ‘’Devi solo cadere con me’’?

“Devi solo cadere con me” è un romanzo di formazione, in cui ho principalmente espresso, attribuendolo alla protagonista, il disperato bisogno di essere se stessi, la ricerca della propria identità nonostante tutto, il desiderio di avere un nome vero corrispondente a quello che si è interiormente, senza scissioni, senza sdoppiamenti. In breve, Alina scappa dal suo compagno, che ha accumulato debiti di gioco, a causa della dipendenza dalle slot machine, e prova a voltare pagina e a ricominciare da sola una nuova vita. Durante la fuga ripensa al passato e ricompone la sua vita girovaga…

A cosa si è ispirata per scrivere tale opera? A un fatto realmente accaduto?

Per scrivere quest’opera mi sono ispirata a un gruppo di girovaghi, che ho incontrato casualmente durante una vacanza al mare. Nel gruppo era presente una bambina; notando in lei molti segni di trascuratezza, io ho pensato alle sue difficoltà, allo svantaggio di nascere e vivere in una determinata condizione. Mi sono immedesimata in lei: ne è scaturita la mia Alina, una bambina che della danzatrice aveva il fisico e la postura, non lo studio, non la disciplina.

Pensa che ‘’Devi solo cadere con me’’ sia un testo adatto alla lettura di ragazzi giovani?

Il romanzo “Devi solo cadere con me” è un testo adatto ai giovani, anzi mi sentirei di consigliarlo proprio agli adolescenti. Infatti, chi meglio di un adolescente può capire lo smarrimento che si prova davanti alla propria vita, bellissima sì, ma tutta da definire? La noia, il rischiosissimo senso del vuoto nascono dal disagio di dover rispondere a se stessi, come per la prima volta succede proprio nell’adolescenza.

:: Intervista a Monica Gatto, a cura di Elisa Costa

5 settembre 2016

unnamedCiao, Monica! Innanzitutto ti faccio tantissimi complimenti per essere riuscita a scrivere un libro così bello a soli sedici anni! Ora vorrei porti qualche domanda a proposito di Mezzanima. Iniziamo?

Parliamo subito del rapporto che unisce i protagonisti: Arian e Robin sono una la metà dell’altro, un’anima divisa in due. Secondo te, nella realtà può esistere un legame simile? Credi nell’anima gemella?

Ciao! Grazie mille, per i complimenti e per le domande 🙂 I protagonisti, in effetti, sono uniti da un legame più unico che raro. Spero che un legame simile possa esistere davvero, secondo me non è impossibile, anche se molto difficile da creare. E credo nell’anima gemella, anche se non me la immagino perfetta. Sia Arian che Robin hanno i loro difetti e le loro debolezze, anche se quando sono insieme passano in secondo piano.

Tra le altre cose, il tuo libro parla di magia. Se potessi scegliere, quale potere speciale ti piacerebbe avere, e perché?

È una domanda difficile. Però credo di avere dato ai vari personaggi alcuni dei poteri che mi piacerebbe avere. I protagonisti sono a stretto contatto con il Buio, che è l’elemento che preferisco in assoluto.

Veniamo ora all’antagonista: che cosa rappresenta per te la Regina? Un incubo, una paura, un ostacolo da superare?

La Regina è tutte questo messo insieme: è un incubo e in alcune occasioni sembra insormontabile, ma è anche una paura che va sconfitta e un ostacolo che deve essere superato a tutti i costi.

Tra i comprimari troviamo diversi personaggi interessanti, uno fra tutti il giovane Ren: in un certo senso è come se lui fosse la mente, la ragionevolezza e l’intelligenza, laddove invece Arian e Robin sono il cuore, il sentimento e l’istinto. Sei d’accordo con quest’affermazione?

In un certo senso sì. Ren è l’amico e la guida. I due protagonisti si ritrovano improvvisamente in un mondo che non conoscono, in cui si muovono ancora a fatica. L’amicizia di Ren, oltre che a guidarli, li aiuta a sentirsi parte di quello che è il loro “ambiente”. E in un certo senso, in effetti, Ren è anche il freno all’impulsività dei protagonisti, che a volte potrebbe metterli in difficoltà, nonostante penso che l’intelligenza e la strategia accomunino tutti e tre.

Nel romanzo sono molto spesso le donne a possedere un carattere forte e deciso: pensiamo a Marine, alla Regina, alla stessa Arian… Nella tua vita c’è una “grande” donna cui vorresti assomigliare?

Sinceramente non ho una “grande” donna in particolare, direi forse di più che ho tanti piccoli pezzi di “grandi” donne che mi piacerebbe avere, per poi essere solo me stessa.

Nel corso della loro avventura, i due protagonisti incappano in molti pericoli e in situazioni spiacevoli, eppure riescono sempre a trovare una speranza nella reciproca compagnia. Quanto è importante per te l’amicizia?

Secondo me l’amicizia è molto importante. Ci sono amicizie diverse, alcune durano qualche giorno, altre invece vivono per anni. Sono convinta che, poi, ci siano amicizie uniche che rimangono tutta la vita e che ci completano. Penso che l’anima gemella consista un po’ anche in tutto questo, in fondo.

Arian e Robin sono dei ragazzini, ma le loro esperienze di vita li hanno costretti a crescere in fretta. Secondo te, qual è il momento in cui si smette di essere bambini?

Secondo me si smette di essere bambini quando non si prova più la forza per emozionarsi davanti alle cose e le si subisce e basta. Credo che sia molto brutto smettere di emozionarsi. Arian e Robin crescono, nel corso del loro viaggio, imparano e con le loro scelte si costruiscono col passare del tempo, ma non smettono mai di stupirsi, di arrabbiarsi, di avere paura e di provare tante altre emozioni. Secondo me, quindi, si può crescere sempre senza smettere di essere bambini.

Sinceramente, se un mattino ti capitasse di svegliarti e ritrovarti nel Regno, come reagiresti?

Per i primi due o tre minuti rimarrei ferma e mi convincerei di essere impazzita. Nei cinque minuti successivi credo che rischierei l’infarto almeno un paio di volte e sinceramente non so quante cose potrebbero passarmi per la testa. Credo che in fondo ne sarei felice, anche se probabilmente mi verrebbe voglia di tagliarmi le mani per alcuni degli effetti collaterali del Regno.

Un’ultima domanda prima di salutarci: come è cambiata la tua vita da quando Mezzanima è stato pubblicato?

Dopo la pubblicazione di Mezzanima non è che la mia vita sia cambiata tanto, se non per la grande soddisfazione di avere il “mio” libro in mano. Poi ci sono stati tanti eventi, tra le presentazioni in libreria e biblioteca. Ma credo che la cosa che mi ha emozionato di più, e che continua a farlo, sia leggere le opinioni delle persone. Ad esempio, adoro leggere le recensioni, nonostante abbia sempre un’ansia pazzesca quando me le trovo davanti.

Ti ringrazio tantissimo per la disponibilità e ti auguro tanta fortuna per tutti i tuoi progetti.

Alla prossima!

:: Un’ intervista con Francesco Anghelone, curatore assieme a Andrea Ungari dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016

31 luglio 2016

unnamedNegli scorsi mesi è uscito l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, ecco alcune domande e risposte che ci aiuteranno ad approfondire i temi trattati.

Come è nata l’idea di compilare un Atlante Geopolitico del Mediaterraneo? È al suo terzo anno di pubblicazione, ogni anno focalizzando temi diversi. Ci parli dei motivi che vi hanno spinto a scriverlo e a strutturarlo in questo modo.

Con l’inizio delle cosiddette Primavere arabe è cresciuta l’attenzione nei confronti dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Paesi attraversati da importanti cambiamenti politici e sociali, in molti casi poco conosciuti e difficili da comprendere per gran parte dell’opinione pubblica occidentale. Il nostro obiettivo, quando abbiamo immaginato di dare vita all’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, era quello di offrire ai lettori uno strumento che li aiutasse a comprendere meglio gli eventi che stanno cambiando il volto dell’area, partendo tuttavia da una sintetica ma approfondita analisi della storia recente dei paesi della regione.

Per capire il presente bisogna studiare e comprendere il passato. È questo lo spirito che anima il vostro libro?

Conoscere il passato è fondamentale per comprendere cosa sta accendo oggi nel Mediterraneo. Molto spesso si analizzano i fatti che accadono nell’area senza tenere conto del contesto storico e politico in cui avvengono. Questo rappresenta, a mio modo di vedere, un forte limite rispetto alla possibilità di avere una comprensione profonda degli eventi in corso.

Se vogliamo, la democartizzazione del Medio Oriente era uno degli obbiettivi che si era posta l’amministrazione statunitense, appoggiando in un certo senso, per lo meno moralmente, il fenomeno che va sotto il nome delle “Primavere arabe”. Poi ne è seguito un quasi totale disinteresse. Come se lo spiega?

Non sono convinto che la democratizzazione del Medio Oriente fosse un reale obiettivo dell’amministrazione statunitense. A mio modo di vedere Obama voleva innanzitutto ridurre la presenza americana nell’area, imprimendo quindi un cambio di rotta netto rispetto all’amministrazione Bush che aveva scosso l’intera regione con l’intervento in Iraq. Per gli Stati Uniti oggi il Mediterraneo è uno scenario geopolitico di secondaria importanza, concentrati come sono nella competizione con la Cina in Asia e nel Pacifico.

Dopo i vari totalitarismi del XX secolo, era ipotizzabile un totalitarismo di matrice islamica, come è appunto lo Stato Islamico? Dove sono visibili le sue radici, le sue origini, e in cosa si differenzia dai totalitarismi del passato recente (comunismo, nazismo)?

La nascita del cosiddetto “Stato islamico” era inimmaginabile sino a pochi anni fa. Ciò è stato possibile per una serie di eventi che, a partire dalla guerra dell’Iraq del 2003, hanno mutato profondamente gli equilibri politici dell’area. Le radici di un simile totalitarismo vanno ricercate certamente in una visione radicale dell’Islam che oggi si sta diffondendo molto rapidamente all’interno di molti paesi musulmani. Una visione che vede certamente nell’Occidente un nemico da abbattere. Va però detto che per molti anni i paesi occidentali hanno ignorato i gravi problemi sociali ed economici che affliggevano molti paesi del Medio Oriente e dell’Africa, preferendo concludere accordi con regimi autoritari che garantivano una certa stabilità all’area piuttosto che affrontare alla radice molti dei mali che affliggevano quei popoli. Questo atteggiamento dell’Occidente ha rappresentato ovviamente una forte arma di propaganda nelle mani di chi oggi vorrebbe uno scontro totale tra l’Islam e l’Occidente.

In che misura secondo lei questa è una guerra santa o una guerra profana?

Credo sempre poco al concetto di guerra di religione. Sono convinto che dietro a ogni guerra vi siano interessi molto “profani”. Lo scoppio delle cosiddette Primavere arabe ha creato le condizioni per ridisegnare gli equilibri politici della regione e alcuni hanno cercato di approfittare di questa situazione per sostituire i vecchi regimi al potere. La religione è tuttavia importante perché essa rappresenta un forte strumento di propaganda capace di mobilitare e motivare una grandissima massa di persone.

I fenomeni terroristici presenti in Europa, l’ultimo poche settimane fa a Nizza, in che misura si insericono in una strategia della destabilizzazione, più che della tensione? È un chiaro messaggio alla Francia di interrompere le sue attività in Siria e Iraq?

Gli eventi di Nizza ci dicono innanzi tutto che è oggi impossibile poter garantire la sicurezza al cento per cento all’interno dei paesi occidentali. Le modalità di reclutamento dei cosiddetti martiri, i luoghi scelti per gli attentati e le modalità degli stessi sfuggono infatti a ogni regola e ciò li rende dunque difficili se non impossibili da prevedere in molti casi. Ciò crea certamente le condizioni per il diffondersi del panico all’interno della società, ponendo seri problemi ai governi. Lo scopo, nel caso specifico, è certamente quello di spingere la Francia e interrompere le proprie attività contro l’Isis, ma al tempo stesso colpire sul suolo europeo serve a dimostrare la forza del Califfato, nonostante le perdite territoriali che ultimamente sta subendo, e dunque a promuoverne una diffusione sempre più ampia.

Il bacino da cui l’ISIS prende questi aspiranti martiri, consci che moriranno e non avranno vie di scampo, è essenzialmente dalle sacche più disagiate, ghettizzate, emarginate. La mancanza di integrazione di questi giovani nel tessuto sociale è da molti vista come una qustione a lungo sottovalutata anche dai paesi europei. Alfredo Macchi conclude che la battaglia da svolgere è essenzialmente culturale. È d’accordo?

Sì, certamente. Per troppi anni abbiamo ignorato i problemi che potevano nascere dall’esistenza di veri e propri ghetti nelle grandi città europee. Così come abbiamo ignorato la violazione dei diritti umani in molti paesi del Medio Oriente solo perché i regimi ci erano “amici”. Questi sono stati errori politici ma anche culturali, dettati da una certa arroganza dell’Occidente rispetto ai suoi vicini arabi. Ora che ci siamo svegliati da questo lungo sonno dobbiamo iniziare una forte opera di inclusione sociale a tutti i livelli, altrimenti rischiamo di perdere definitavamente la battaglia contro chi promuove l’odio e lo scontro di civiltà.

Molte colpe di cosa sta succedendo spettano alla disomogeneità e disorganizzazione dell’Unione Europea. In che modo fattivamente potrebbe far smettere i finanziamenti che l’ISIS riceve? In che misura partecipa a questo “gioco” la Cina?

L’Europa, come soggetto politico sul piano internazionale, semplicemente non esiste. I suoi paesi membri perseguono ancora obiettivi nazionali e ciò rappresenta una scelta miope che rischiamo di pagare a caro prezzo. Ha certamente gli strumenti per limitare il flusso di finanziamenti all’Isis, ma per far sì che ciò accada è essenziale una condivisione delle scelte e degli obeittivi che oggi non sembra esistere. La Cina, da parte sua, ha già forti interessi economici nell’Africa subsahariana e certamente nei prossimi anni estenderà il suo raggio di azione anche nel Nord Africa. Per ora la sua politica nell’area è essenzialmente di carattare commerciale, ma niente esclude che nei prossimi anni possa divenire anche un attore politico, specie dopo che avrà consolidato la propria presenza economica.

La mia percezione è che la gente capisca davvero poco di cosa sta succedendo, delle vere motivazioni, delle vere ripercussioni. Rientra tutto in una certa disinformazione e strumentalizzazione dei mass media, non solo svolta dall’ISIS? In che misura anche noi contribuiamo a tenere all’oscuro l’opinione pubblica su quello che sta davvero accadendo? Mi riferisco anche a motivi più che legittimi come il tentativo di non diffondre il panico.

La conoscenza è sempre importante. Uno dei grandi limiti che oggi riscontriamo nel nostro rapporto con l’Islam è proprio la scarsa conoscenza che abbiamo di esso. Così come conosciamo poco i paesi della sponda sud del Mediterraneo e quelli del Medio Oriente. In questo momento dobbiamo dunque diffondere conoscenza e non fare il contrario, anche perché attraverso la conoscenza spesso siamo in grado di superare antiche diffidenze e assurdi preconcetti. L’opinine pubblica deve essere consapevole, a mio modo di vedere, che attraversiamo una fase storica molto difficile e che la sicurezza all’interno dell’Europa è oggi seriametne messa a rischio. Ciò non significa che siamo di fronte a una battaglia persa, tutt’altro. Esistono problemi seri, ma esistono, come sempre, anche soluzioni in grado di risolverli. Ci vorrà certamente molto tempo e una lungimiranza politica che sino ad oggi è purtroppo spesso mancata all’Occidente.

Quali sono i veri rischi che corre l’Occidente, se non si riuscisse a fermare lo Stato Islamico? L’Islam moderato prevarrà? È pessimista?

Lo Stato islamico poterebbe essere distrutto nel giro di poche settimane se l’Occidente decidesse un intervento militare massiccio. Ma ciò comporterebbe un intervento di terra, che nessun paese occidentale al momento vuole lontanament prendere in considerazione. Ci sono certamente altri modi per fermare l’Isis, innanzitutto sostenendo le forze che lo combattono nell’area e poi agendo sul flusso di finanziamenti che lo sostengono. Ciò significa però rivedere le politiche occidentali, specie statunitensi, nei confronti delle Monarchie del golfo, Arabia Saudita in testa, da cui provengono molti dei finanziamenti alle organizzioni terroristiche di matrice islamica. Non so dire se l’Islam moderato prevarrà, sono convinto però che all’interno del mondo islamico le voci moderate e aperte al dialogo, che esistono, devono fare di tutto per far sentire la loro voce con maggiore forza e impedire che un’intera comunità religiosa sia identificata con un numero alto, ma pur sempre limitato, di terroristi e assassini.

Cosa cambierà quando si passerà dai combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili? Ha in mente uno scenario possibile?

Al momento è difficile prevedere cosa ciò comporterà sul piano politico per la regione. Non siamo ancora in grado di capire quando e come ciò avverrà. L’unica cosa certa è che un simile cambiamento va progettato dai paesi con grande attenzione. Gli Stati Uniti stanno già facendo investimenti in tal senso e l’Europa dovrebbe impegnarsi nello stesso percorso. Per i paesi ricchi di petrolio dell’area ciò rappresenterà una grande sfida. Dovranno fare investimenti che permettano loro di diversificare le proprie entrate economiche, altrimenti rischieranno seri problemi nel medio-lungo periodo. In questo senso l’Europa potrebbe svolgere un ruolo di supporto molto importante.

Può parlarci del libro che attualmente sta scrivendo sulla questione turca, anche alla luce del tentato golpe del 15 luglio. Quali conseguenze porterà, anche alla luce di un’ eventuale entrata della Turchia nell’UE?

La Turchia potrebbe rappresentare un ponte ideale tra l’Occidente e il mondo islamico, giocando un ruolo straordinario nei rapporti tra i due mondi. Oggi la situazione del paese è molto complessa ed è certamente più lontano dall’Europa di quanto non fosse solo un decennio fa. Le ragioni di tale allontanamento risiedono sia nella chiusura di alcuni paesi europei rispetto all’ipotesi di un ingresso della Turchia nell’UE (Germania e Francia in testa) nonostante i negoziati siano stati avviati nell’ottobre del 2005, sia nella politica dell’attuale governo turco che negli ultimi anni è stato più impegnato a rilanciare il ruolo del paese quale potenza regionale che quale partner europeo. Il golpe, i cui dettagli sono ancora da chiarire, ha provocato una reazione dura del governo turco che rischia di minare gravemente la tenuta democratica del paese. La Turchia è un paese importantissimo per gli equilibri del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale, per tale ragione con alcuni colleghi, e col supporto delle edizioni Bordeaux, abbiamo deciso di lavorare a un volume che ne analizzi la storia recente, le politiche e le riforme attuate durante gli anni di governo di Erdoğan e la politica estera. Come per l’Atlante, anche in questo il nostro obiettivo è di offrire al lettore uno strumento attraverso il quale comprendere meglio la realtà di un paese importante e così vicino a noi di cui ancora sappiamo troppo poco.

:: Un’ intervista con Homobruno, a cura di Elisa Costa

27 luglio 2016

indexCiao, Homobruno. Prima di parlare di “Basta poco”, vorrei farti una domanda generica: hai mai preso spunto dalla realtà per creare i personaggi e le situazioni dei tuoi racconti? Magari dal tuo passato o dal tuo presente?

Ovviamente sì. Passato, presente e futuro.

Veniamo ai personaggi del libro: chi è il tuo preferito? E perché?

È Chiara. Mi piace tutto di lei. Chiara è una bella donna, intelligente, forte, indipendente e con una mente completamente sgombra da superstizioni.

E invece quello che ti piace di meno?

Mi verrebbe facile nominare Manuel, ma dico Christian. Christian attraversa il libro con una sua idea che pian piano gli si concretizza nella testa ma, una volta che ha ottenuto questo dono dal destino, invece di continuare a cercare, per motivi contingenti alla trama, si ferma.

Ti è mai capitato di avere un’ossessione, un chiodo fisso come il “basta poco” del protagonista?

Le ho inventate io le ossessioni. Da quella di Madame Bovary passando per quella di Marcel per Albertine fino a quella del Dj per le playlist. Compreso un baule pieno di altre ossessioni che ho gettato in fondo al mare.

La protagonista femminile, Chiara, è una veterinaria: c’è un motivo particolare per cui hai scelto proprio questa professione?

Chiara che di professione fa la veterinaria esiste veramente. È una persona in carne e ossa che però io non ho mai visto, neanche in foto, né lei conosce me. Prima di terminare la scaletta di “Basta poco” andai a trovare un mio amico e lui per la prima volta mi parlò di Chiara. Dalle sue parole capii subito che lei sarebbe stata il personaggio femminile del libro.

Un altro personaggio è un regista in erba. Ti piace il cinema? Quale genere preferisci?

Io metto il cinema e la letteratura sullo stesso piano. Per i miei gusti queste due forme d’espressione devono essere in grado di intrattenere. Amo il cinema americano, quello in ci sono con le Forze Speciali, la Casa Bianca, il Presidente, la CIA, l’NSA, un po’ meno l’FBI.

Ti piacerebbe se da uno dei tuoi romanzi venisse tratto un film?

Certo. Collaborare alla sceneggiatura tratta da un mio libro è un obiettivo.

Se il romanzo in questione fosse “Basta poco”, quali attori sceglieresti per impersonare i protagonisti?

Chiara : Maggie Gyllenhaal – François (Dj) : Colin Farrel – Manuel : Ralph Fiennes –

Christian : Joaquin Phoenix – Bob : Jake Gyllenhaal – L’Oracolo : Anthony Hopkins.

Al momento stai lavorando a qualche altro progetto editoriale? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho finito di scrivere “Domino”, per il momento lo sto correggendo. Il romanzo parla di un uomo che per tutta una serie di circostanze, attraverso le quattro stagioni, si troverà a confrontarsi con quattro donne.

Adesso una domanda un po’ strana! Alcuni autori riescono a concentrarsi solo se si trovano in un luogo preciso: anche tu hai una “tana” dove rinchiuderti quando vuoi scrivere?

La mia casa è piccola e gonfia di oggetti. Non ho un posto romantico dove comporre, uso il tavolo della cucina dove io e mia moglie mangiamo. La mia tana è la notte.

Un’ultima cosa: sinceramente, ti piacerebbe essere il protagonista di un romanzo di Homobruno?

Lo sono già stato con “Basta poco” e lo sarò in futuro con i prossimi libri.

Grazie mille per l’attenzione e la gentilezza!

Grazie a te.

:: Un’ intervista con Valentino Bonacquisti, autore di La Street Art Romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale – Edizioni Il Galeone

26 luglio 2016

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Presentati ai nostri lettori. Chi è Valentino Bonacquisti?

Mi reputo un fotografo di strada fin da quando ero ragazzo, quando ricevuta in regalo da mio fratello una reflex Olympus mezzo formato, iniziai a fotografare i vecchi del paese. A parte una parentesi lunga 35 anni in cui sono stato costretto a fare il ferroviere, ancora oggi vado in giro, con la stessa passione di allora, a scattare fotografie cercando di cogliere l’intimità pubblica della gente.

Come è nata l’idea di scrivere La Street Art romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale? Rientra in un progetto più ampio?

Un’altra mia passione sono stati sempre i colori, stranamente per me che amo fare foto in bianco e nero, quelli messi insieme dagli artisti contemporanei, tra i quali io annovero anche i writers con i loro stupendi esercizi calligrafici. Quattro anni fa, decisi di dedicare molto del mio tempo disponibile a documentare e archiviare foto di pezzi di street art che apparivano sui muri di Roma. Iniziai prima con i quartieri “frikkettoni” poi, scoprii i muri liberi, poi un giorno di gennaio entrai al Forte Prenestino prima e alla Biblioteca Abusiva Metropolitana poi. Avvertii, in tutti e due i luoghi, una sensazione di leggerezza; decisi quindi di raccogliere in una pubblicazione tutte quelle opere così che anche chi non fosse mai entrato in uno di quei luoghi capisse quanto vi si facesse cultura. Nel frattempo ho allargato i miei orizzonti di ricerca e almeno per ora, il più intrigante è quello di entrare abusivamente all’interno di luoghi abbandonati, principalmente fabbriche, ma non disdegno ex ospedali, palazzi in costruzione mai terminati e cose simili per fotografare i pezzi che gli street artist vi vanno realizzare solo ed esclusivamente per il loro bisogno di entrare in contatto diretto con il proprio “io”.

Definiscici in breve cosa è la Street Art, e quali sono le sue valenze culturali, ideologiche e sociali.

Muro pulito, popolo muto. Ho sempre pensato che la street art abbia una grande valenza ideologica e che sia uno degli strumenti a disposizione della gente per esprimere le proprie idee, le proprie incazzature; ed al contempo utile a chi ne fruisce che è portato a riflettere.

La macchina fotografica come strumento per tramandare la memoria. Come ti poni di fronte a un murales, come interpreti il reale?

Io che ritengo di avere una memoria storica fuori dal comune (ricordo perfettamente una serie infinita di episodi della mia vita che risalgono anche a quando avevo tre anni) registro avidamente il mondo che mi circonda proprio allo scopo di lasciare traccia di questa mia memoria che sarà ovviamente destinata a svanire nel nulla.

La Street art è sicuramente una forma di arte popolare, un’ arte povera, ma molto vitale, molto polifonica che da risalto a ogni forma di marginalità. In che misura pensi possa trasmettere valori come la solidarietà, l’interculturalità, lo spirito di gruppo?

Chi accenna uno sguardo di sufficienza e passa oltre è uno che pensa solo a se stesso. Chi si ferma davanti ad un pezzo fatto su di un muro ne coglie i colori, la bellezza, il valore aggiunto che chi lo ha realizzato ci ha messo; si spoglia dello scudo e si sente quindi portato a dialogare.

Quale è il murales che ti ha più impressionato?

Sicuramente quello che io chiamo “Il Pensatore” realizzato da Hogre su di un muro in via degli Ausoni a S.Lorenzo. Sta lì da quattro anni e nessuno osa scalfirlo (addirittura chi ha messo un cartello pubblicitario si è accertato comunque di lasciar visibile il pezzo). Un Amleto del terzo millennio che si pone non domande esistenziali, bensì domande molto più concrete.

Ci sono donne tra gli artisti romani che si occupano di trasmettere questa attività?

Sì ce ne sono tantissime e molto intelligenti, sia fra le figurative sia fra quelle provenienti dal writing; devo dire che si tratta spesso di ragazze giovanissime ma con le idee ben chiare.

Stai lavorando a nuovi progetti simili, magari in altre città?

Di progetti ne ho tantissimi, quello più immediato e già passato alla fase realizzativa è la documentazione dei pezzi custoditi all’interno di edifici abbandonati dando ovviamente anche il dovuto risalto a quello che erano una volta quei luoghi che pullulavano di attività industriali, commerciali, umane. In parallelo porto avanti la mia continua ricerca di catturare, con il sensore dalla macchina fotografica, l’anima della gente che incontro per strada.

Nota: Per ordinare il libro la strada più sicura è inviare una mail all’editore http://www.edizionigaleone.it/ . Buona lettura.