Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Un’intervista con Germano Hell Greco

30 dicembre 2016

perfGermano, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Germano Hell Greco?

Ciao, grazie dell’ospitalità.
Germano è un ormai quarantenne, in ottima forma fisica e con tanti capelli, che è sempre stato un ronin, nella vita. Sognava da ragazzo di poter campare con le lettere (contro ogni auspicio e buon senso o sentire comune) e, oggi, in qualche maniera e con tante difficoltà, ci sta persino riuscendo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga (e meno male, sapersi già arrivati è una noia, no?).

Scrittore, editor, blogger, come concili tutte queste attività così impegnative?

Frazionando il mio tempo e rinunciando alla presenza online, oggigiorno purtroppo indispensabile. La mia giornata tipo è rigidamente suddivisa: a) per la maggior parte del tempo lavoro, ovvero faccio editing, b) scrivo, c) bloggo, sempre meno, per la verità, perché sono in fase remissiva. Il resto del tempo lo trascorro dando da mangiare al gatto, sbrigando altre faccende, guardando qualche film o serie con Silvia, la mia fidanzata.
È difficile, ma riuscire a far tutto dà grande soddisfazione.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Non ho storie del cesso da raccontare (tu che mi leggi da tanto dovresti ricordare la celeberrima storia del cesso tanto cara agli scvittovi). Ho iniziato a scrivere non perché fossi innamorato della sacra arte, ma perché, essendo mio padre un pittore e scultore, volevo trovare una via espressiva che fosse soltanto mia.
Tutto qua. Nessuna poesia, solo pura affermazione di sé.
Tra parentesi, ero pure bravino in disegno. Ma ormai ho mollato, non prendo una matita in mano da più di vent’anni. Adesso non riuscirei a disegnare nemmeno una casetta con l’alberello.

Sei autore della saga di Perfection, di The Lollipops, BitchBlade, spazi dall’azione all’avventura, dall’horror alla fantascienza. La versatilità pensi sia una dote fondamentale per uno scrittore?

Di sicuro dovrebbe esserlo per i lettori. Per gli autori non saprei, di certo è una qualità e non un difetto.
Come sempre, non ci sono regole e manualetti. Alcuni sono “autori da un solo libro”, altri si dedicano a un solo genere, altri spaziano. Nessuno è necessariamente migliore o peggiore degli altri.

Sei un autore prevalentemente autoprodotto, come mai questa scelta?

Esclusivamente autoprodotto, io però preferisco indipendente.
Dunque, ho fatto un paio di tentativi di pubblicazione classica in gioventù. Parlo di più di vent’anni fa: un racconto per un’antologia e un romanzo breve. Ovviamente sono stato cassato entrambe le volte e a ragione. A riguardarli oggi, quei racconti facevano schifo.
Il punto è che non ci ho più provato, da allora, a farmi pubblicare, perché per i successivi quindici anni non ho più scritto nulla, neanche una sillaba. Sono tornato a scrivere nel 2010. Così, è successo. E, a quel punto, l’adsl e l’internet mi hanno dato opportunità di indipendenza prima mai potute sognare.
Così ho provato la via nuova, eretica, e non l’ho più lasciata.
Non ho alcun interesse a farmi pubblicare da un editore tradizionale, pur collaborando in ambito lavorativo come editor, con privati e editori.

Cosa leggevi da ragazzino, cosa hai continuato a leggere da adulto?

Da ragazzino leggevo Eco e i librigame di Lupo Solitario. Sì, ok, però ero comunque un ragazzino divertente, fidati. Poi ho letto di tutto, dalla filosofia ai saggi storici e letterari, soprattutto riguardanti la teoria della letteratura, che è una disciplina che mi affascina molto.
Ah sì, ho letto ovviamente anche Miller e Bukowski. Bukowski ha vinto. Se c’è uno che mi piace sempre e comunque è Charles, poche storie.
E poi, vediamo… c’è un’autrice contemporanea che mi piace molto: Kaaron Warren. E ovviamente Matt Ruff e Viktor Šklovskij.
Oggi continuo a leggere di tutto, dai manuali di marketing e social media, a quelli per la creazione di ebook, a racconti horror e di fantascienza. Tutto quello che mi capita a tiro.
Ah, ogni anno rileggo un manuale di grammatica italiana. Così, per restare in allenamento e non trascurare nulla.

Cosa stai leggendo in questo momento?

The Automatic Detective di A. Lee Martinez.

La tua carriera di editor freelance sembra scorrere parallela alla tua carriera di scrittore. Puoi trarre per noi un bilancio. Quale è l’aspetto più complesso e difficile per un editor?

Sopravvivere a facebook.
No, scherzi a parte, non so se esista un aspetto difficile, è un lavoro e quindi va preso seriamente. Diciamo che dopo un po’ che lo fai subentra il senso di responsabilità verso l’autore (o l’editore, o entrambi) che ti ha affidato il testo per migliorarlo. E quindi fai di tutto per spremerlo e renderlo migliore, scorrevole, ritmato, pulito.
Forse l’unico vero incubo sono i refusi, quelli sono diabolici e ti fanno perdere la vista.
Un bilancio… per ora l’esperienza è positiva, può migliorare. Migliorerà.

Mentre gli autori professionisti accettano più di buon grado di farsi editare, che qualcuno metta in discussione le loro scelte stilistiche, o corregga veri e propri errori se non concettuali, magari di resa di ritmo, hai notato negli esordienti più ostinazione, in certi casi? O è solo un preconcetto diffuso?

No, l’unico ostacolo sono e restano i soldi. Un editing costa. Molto in certi casi. Va da sé che un autore indipendente non può di solito affrontare tale spesa, e quindi fa a meno dell’editing, è normale e comprensibile, anche se tutto ciò va a spese della resa finale del libro.
Devo dire che, finora, ho avuto coi miei clienti sempre rapporti cordiali e proficui. C’è sempre stato un ottimo dialogo, rispettoso, teso esclusivamente a migliorare il testo, anche quando sono dovuto intervenire pesantemente “con la mannaia” (cit.). Io poi sono uno che dice le cose come stanno, ma nemmeno questo ha creato problemi. C’è stato un autore che, mesi dopo, mi ha pure ringraziato di averlo “bastonato”.
Poi c’è il fatto che anche io ricorro a un editor per i miei scritti, e anche io vengo bastonato, quindi conosco bene le sensazioni che si provano da entrambi i lati. Forse anche questo è un vantaggio.

Come ti orienti nella scelta dei testi da editare, ti è capitato di rifiutare un testo per pura incompatibilità?

Finora no, ma non nascondo che il pensiero di poter rifiutare c’è sempre. Credo che rifiuterei un testo mai revisionato dall’autore, quindi colmo di orrori palesi.
Per il resto, sono disposto a editare anche la lista della spesa, se me lo chiedono.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Credo di aver già risposto a questa domanda prima. Ma non ho maestri, solo opere che mi piacciono.

Quali sono le doti che deve possedere un autore indie? Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiato, pronto a dire ora smetto?

L’autore indie deve capire che del suo nuovo romanzo non frega niente a nessuno. È così. Perché è l’ennesimo romanzo indie e la gente è stufa marcia di vederlo spammato ovunque. E anche se non viene spammato ovunque, la gente è stufa marcia lo stesso.
L’autore indie deve perciò avere pazienza e aspettare anche anni prima di vedere qualche risultato e essere preso seriamente in considerazione dai lettori. Uno che vuole bruciare le tappe è solo uno che brucia in fretta.
L’autore indie deve valutare il proprio lavoro con oggettività: nel senso che se ci sono errori grammaticali, forse è bene considerare un ripasso delle basi e non spacciarsi per un talento incompreso. Perché non ci crede nessuno, al tuo talento, se al secondo rigo canni un congiuntivo.
L’autore indie deve migliorarsi. Sempre. Deve migliorare la sua conoscenza linguistica, e anche la conoscenza dei mezzi che usa per esistere: che siano ebook, siti di eCommerce, social media.
Come affronto e gestisco le critiche… è un discorso complesso. E, come detto prima, non c’è un manuale d’istruzioni.
L’unica distinzione è la costruttività di tale critica. Se è utile o meno. Se è una critica acida o meno, cattiva o meno. Se sottolinea aspetti che ignoro o meno. O se è del tutto fuorviante e tendenziosa.
Ultimamente tendo a sorvolare su qualsiasi critica o recensione. Sì, mi fanno piacere, ma non sono, né devono diventare un metro del mio lavoro.
Io da solo devo essere in grado di valutare i miei scritti, se un domani non dovessi più riuscirci, a quel punto smetterò.
Non direi che mi sono sentito scoraggiato. Diciamo che certe critiche mi hanno fatto incazzare come una bestia. Ma questo all’inizio. Ora, come detto, preferisco sorvolare. Si vive e si scrive meglio.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti?

Non ho conflitti in corso, che io sappia. Anche perché io e la critica non abbiamo rapporti. Di solito non invio mai copie staffetta a scopo recensorio, perché è una pratica che non gradisco. Quindi le recensioni avute sono arrivate da parte di veri ammiratori. O stroncatori.
Riguardo la ritrosia generale a recensire gli autoprodotti… esiste, c’è poco da dire. In certi casi è più un veto, una damnatio memoriae verso certi autori scomodi perché indipendenti e perciò incontrollabili, ma in altri è del tutto comprensibile: certi autoprodotti riescono a rendersi così odiosi e/o irritanti che personalmente non li recensirei nemmeno se mi pagassero. Immagino che per molti blogger valga questo discorso.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

Niente di tutto ciò, perché il settore è al collasso, come il mercato. Però offrono una vetrina in più, quindi servono a spostare qualche copia in più e a far circolare il nome. I lettori più attenti e affamati di novità, magari, se lo ricorderanno…

Come blogger ti occupavi prevalentemente di cinema, ma ricordo recensivi anche libri, come si è evoluta la tua attività di blogger?

Che è quasi finita.
Ma no, scherzo, riprenderò. Non recensisco più film e libri perché la reputo una perdita di tempo e un ottimo sistema per ricevere attenzioni indesiderate. Il blog, ora in pausa, è andato sempre più orientandosi verso articoli sulla cultura pop, temi personali o d’attualità. Parlo di quel che mi pare, insomma.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

A un nuovo volumetto di 2MM Darkest, a un nuovo volumetto di Perfection, a un nuovo horror rurale ambientato in Italia. Tempistiche? Imprevedibili.

:: Un’ intervista con Duane Swierczynski

21 dicembre 2016

duane-swierczynskiCiao Duane, è un piacere ritrovarti. L’ultima nostra intervista risale al 2009, quando uscì in Italia forse il tuo unico romanzo uscito da noi “Uccidere o essere uccisi” Severance Package (St. Martin’s Press, 2008). Era stato molto bene accolto, specie dagli esperti di settore. Ricordo critiche entusiaste al libro. Che esperienza è stata pubblicare in Italia?

Sono per un quarto italiano (dal lato di mio padre), quindi è stato elettrizzante essere pubblicato in Italia! L’unica cosa che mi ha colpito è la strana copertina, che ha raffigurato un uomo in un costume da animale con in braccio un fucile. Non ci sono fucili nel romanzo, e non ci sono costumi da animali. Licenza artistica, forse? Spero solo che i lettori italiani si siano divertiti leggendolo.

Ho comunque continuato a seguirti. Cosa è cambiato da allora, quali sono le novità?

Il libro apparve nel 2008, che è lo stesso anno in cui lasciai il mio precedente lavoro (ero editor di un giornale di Filadelfia) e iniziai a scrivere a tempo pieno. Così quello stesso anno tutto è cambiato! Ho scritto un sacco di script di fumetti per la Marvel, DC, IDW, Dark Hors, ho co-scritto una trilogia di thriller con Anthony Zuiker, il creatore della serie CSI (la serie Level 26, che sono abbastanza sicuro sia disponibile in italiano), e naturalmente, ho continuato a scrivere i miei romanzi.

Cosa hai pubblicato prima e dopo Severance Package?, che in realtà era il tuo quinto romanzo, un’ opera pulp, molto estrema.

Sì, Severance era piuttosto estremo, come tutto quello che scrivo, in realtà. Il mio primo romanzo è stato Secret Dead Men, un mix di hardboiled, horror e fantascienza. Dopo ho pubblicato The Wheelman (la storia di una rapina in banca), The Blonde (un thriller a orologeria). Severance Package è il mio quarto romanzo, in realtà. Dopo che è venuto Expiration Date (un murder mystery/science fiction, che è stato anche nominato per l’Edgar nel 2011), la Charlie Hardie trilogy (la mia versione del sottogenere “immortale eroe d’azione”), e poi due romanzi polizieschi: Canary e Revolver.

Dopo Canary (Mulholland Books, 2015), che quest’anno era trai nominati per il miglior romanzo ai 2016 Edgar Allan Poe Awards, ed era il mio preferito sebbene poi abbia vinto Let Me Die in His Footsteps di Lori Roy, hai pubblicato Revolver (Mulholland Books, 2016). Ce ne vuoi parlare?

Revolver è il mio tentativo di raccontare una lunga saga familiare, che abbraccia quasi 90 anni, lasciando fuori tutte le parti “noiose”. Così la narrazione ruota attraverso il tempo, saltando dal 1960 al 1990 ai giorni nostri (con un paio di deviazioni a sorpresa lungo la strada). Parla dell’ omicidio di due agenti di polizia nel 1965, e degli effetti a catena di questo crimine 50 anni dopo. E anche se non è autobiografico, tuttavia è stato in parte ispirato da un crimine reale avvenuto nella mia famiglia. Un giorno potrei scrivere un libro su questo caso.

Vedremo a breve qualcosa di tuo in Italia? Ci sono progetti di traduzione, o i tuoi lettori possono continuare a leggerti solo in inglese?

Per un breve periodo, c’è stata voce che il primo Charlie Hardie novel, Fun & Games, sarebbe stato tradotto in italiano. Ma adesso c’è calma piatta su questo fronte. Speriamo che i lettori inizino a chiedere a gran voce più Swierczynski tradotti! (Cioè, se riescono a pronunciare il mio cognome.)

Cosa stai leggendo attualmente?

In questo momento sono a metà di uno dei due volumi della storia di Star Trek, così come di un romanzo sci-fi intitolato Off Rock di Kieran Shea. Le mie abitudini di lettura seguono dei cicli, e in questo momento sono nel bel mezzo di un grande ciclo sci-fi. Credo che questo sia il modo in cui il mio subconscio mi distrae dalle assurdità in corso negli Stati Uniti in questo momento.

C’è qualche autore giovane in America che ci consiglieresti di tenere d’occhio?

Suppongo di aver raggiunto quell’età in cui non sono più un giovane scrittore … aspetta un minuto, mentre ingoio la mia pillola e trovo i miei occhiali da lettura … Tornando seri: se vi piacciono le dark private eye stories, vi esorto a procurarvi di Dave White, la sua serie di Jackson Donne (il più recente è il quarto: An Empty Hell). Se amate l’horror, c’è questo maniaco di nome Adam Cesare, che non manca di stupirmi. Procuratevi Tribesmen. E, infine, ci sono voci di un grande romanzo space opera dello scrittore di graphic novel Michael Moreci (autore di Roche Limit), e io non vedo l’ora.

Grazie della disponibilità, e spero che questa intervista permetta di farti conoscere ai lettori del mio blog che ancora non ti conoscono. Come ultima domanda mi piacerebbe sapere cosa stai scrivendo attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri.

In questo momento sto lavorando al mio undicesimo romanzo (sto ancora ballando intorno al titolo, ma ne ho due che mi piacciono) e sto lavorando su una serie di romanzi brevi con James Patterson (The House Husband, The Shut-In e Stingrays). Pensandoci bene, scommetto che saranno tradotti in italiano quanto prima. Mi sono anche trasferito con la mia famiglia a Los Angeles la scorsa estate, quindi spero di fare più cinema e TV, già che sono qui. Grazie per questa intervista, facciamolo di nuovo tra otto anni! (Se non prima).

:: Cosa accade quando i diversi siamo noi? Intervista a Riccardo de Torrebruna per “Mardjan” (Edizioni Ensemble, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

20 dicembre 2016

riccardo-de-torrebrunaCosa accade se si immagina, anche solo per un istante, di vivere in un mondo dove le parti sono invertite? Dove i diversi siamo noi occidentali che ancora ci sentiamo padroni dell’universo?
Riccardo de Torrebruna lo ha fatto in Mardjan, un libro intenso profondo che raccontando una storia ne scopre un’altra al lettore. Una “Storia” che deve essere scritta e narrata per non essere dimenticata.
Ne abbiamo parlato durante l’intervista che gentilmente ha accettato di fare.

Mardjan accompagna il lettore in un intenso viaggio alla scoperta dell’Africa vera nascosta ignorata… Perché ha scelto di portare la scena nel Continente Nero?

Credo che l’Africa sia un luogo dello spirito, oltre che un continente e m’interessava raccontare una qualità specifica di quello spirito, qualcosa che in Europa è andato perduto. Inoltre, volevo raccontare dei personaggi africani che hanno tutta l’intenzione di restare nel loro paese e magari migliorarlo.
Sembra che oggi parlare di Africa significhi necessariamente fare un riferimento al tema dell’immigrazione. Siamo sovrastati mediaticamente da questa immagine, un’Africa che vuole invaderci. Nei miei sopralluoghi a Zanzibar e in Tanzania ho incontrato molte persone e la maggior parte di loro voleva restare, malgrado le condizioni siano difficili per tante ragioni.
L’Europa ha prima colonizzato e poi sfruttato in maniera subdola le risorse minerali ed energetiche dell’Africa. Ma questi atti hanno un prezzo, determinano delle conseguenze. In Mardjan, i personaggi di una troupe cinematografica entrano in rapporto con il magma di contraddizioni che la colonizzazione (anche quella musulmana e indù, oltre a quella europea) ha lasciato. Lo fanno in maniera inconsapevole, con la rapacità tipica dei predatori. Da quel momento in poi, il film che sono venuti a girare li condanna a un cambiamento ineluttabile. Le loro vite non riusciranno più a liberarsi da questa esperienza, dalle ramificazioni del corallo (mardjan significa, appunto, “corallo” in arabo), e saranno costretti a fare i conti con l’incertezza della loro identità.
È la sensazione tipica che si prova, come bianchi, a camminare in un bazar africano, dove i diversi siamo noi. Veniamo scossi dalla relatività del colore della pelle, dall’inappropriata accuratezza di ciò che indossiamo, tutto sembra stridere con la realtà che ci troviamo di fronte. Siamo sconcertati dalla potenza della natura, degli odori, dalla vitalità e dalla pazienza degli africani che sciamano lungo le strade. Ecco, m’interessava raccontare cosa succede dopo, al rientro nella comodità e nel confortante progresso di cui ci sentiamo protagonisti. La storia tormentata di questo film, Mardjan, è un pretesto per raccontare anche questo.

Un legame sottile ma resistente e persistente unisce i fatti dell’11 settembre alle vicende del libro. Gli attacchi terroristici del nuovo millennio hanno cambiato la Storia oppure hanno contribuito a svelarne aspetti reconditi?

Mardjan è ambientato all’indomani dell’11 settembre in un’isola, Zanzibar, che ha forti radici e una maggioranza di religione musulmana. I francesi della troupe non sono ben visti in un momento del genere, non si va per il sottile, ci sono forti pulsioni antioccidentali. Questo acuisce la tensione e descrive i germi di ciò che 15 anni più tardi è diventato un repertorio di violenza inaudita.
La collisione imminente si percepisce nell’aria, anche se non è ancora strutturata nelle forme che i media ci descrivono oggi. Una cosa è certa, l’indole africana sarebbe estranea al fanatismo terrorista. Solo la deriva dei campi profughi delle guerre interne veicolate dall’Occidente per interessi economici e oggi anche dalla Cina, i giovani ridotti a larve senza futuro, hanno poi dato vita (strano parlare di vita in questo caso) al fenomeno, hanno permesso che attecchisse anche in Africa.
È un ulteriore scempio che si è prodotto. Con questo non voglio dire che l’indole africana sia immune dal seme della violenza, ci sono esempi eclatanti in proposito, ma dal terrorismo e dal fanatismo di matrice islamista, sì, lo sarebbe stata senza l’avvento di certe condizioni.

Dominic e Milton, i protagonisti del libro, si sentono inversamente attratti rispettivamente dall’Africa e dalla Francia. In entrambi i casi il loro si rivelerà un viaggio di ritorno. Cosa voleva comunicare al lettore raccontando così in dettaglio gli stati emozionali dei due?

Dominic è un attore che vive nella precarietà, un idealista a cui è sempre mancata la giusta dose di cinismo per avere il successo a cui segretamente ambisce. Milton è un ispettore di polizia africano, un outsider che non ha amici tra i quadri corrotti del sistema, non è un eroe, ma non ha simpatia per gli africani che s’ingrassano con la corruzione, è uno che cerca di non sporcarsi, di mantenere una sua integrità. La lavorazione del film determina l’incontro delle loro vite. Uno è bianco, uno è nero. Dominic inizia un lavoro che solo Milton proverà a portare a termine, anche se non del tutto. Mi sono chiesto spesso: e se ognuno di noi, da qualche parte nel mondo, avesse un doppio, uno che non gli somiglia affatto, un “altro” che senza neanche saperlo è destinato a raccogliere il testimone di ciò che avremmo voluto realizzare, chi potrebbe essere?

Nella sua carriera ha avuto modo di confrontarsi con diversi mezzi comunicativi ma sembra che preferisca di gran lunga la parola scritta, perché?

Ho finanziato il privilegio di scrivere con vari mestieri. Il lavoro di attore in cinema è stato quello più redditizio; ma non sempre, anzi, quasi mai, si riesce a interpretare i ruoli che si vorrebbero. In teatro è diverso, ma si guadagna molto meno. In ogni caso, l’attore è esposto, non ha protezione, è sempre nudo in scena, se vuole fare sul serio. La scrittura è altrettanto rivelatoria, ma permette di non essere fisicamente davanti al lettore, gli si lascia il libro e ci si mimetizza. Ci si può permettere più tempo per elaborare la materia della scrittura. La vanità dell’attore si spegne appena le luci si spengono, quella dello scrittore dura finché qualcuno ha il tuo libro tra le mani e ci si può illudere che questo duri a lungo. Mettiamola così, anche se si potrebbe ribaltare l’intera faccenda.

Riccardo de Torrebruna: È nato a Roma, dove attualmente vive. Ha lavorato come attore di cinema e teatro in Italia e all’estero per poi dedicarsi alla scrittura (romanziere, drammaturgo, sceneggiatore) e alla regia.
Vincitore dei premi Enrico Maria Salerno e Oltreparola per la drammaturgia.
Esordisce come autore nel 2000 con Tocco Magico Tango (Minimum Fax). Pubblica poi Storie di Ordinario Amore (Fandango, 2003), con Luigi Turinese Hahnermann. Vita del padre dell’omeopatia (E/O, 2007), Blood&Breakfast (Ensemble, 2014), Hahnermann. Diario di un guaritore (Mincione, 2015) da poco tradotto in Messico.

:: Un’ intervista con Bilkis Saba, autrice de “Le sfumature della luna”

19 dicembre 2016

41vmgwdtcwlBuongiorno Bilkis, e grazie della disponibilità. Da qualche settimana è uscito il tuo primo romanzo, Le sfumature della luna (Koi Press), che è balzato prepotentemente in testa alle classifiche di Amazon e sta vendendo molto bene anche nel formato cartaceo. Come ti spieghi questo interesse per una storia, tendenzialmente, marginale?

L’amore e l’amicizia non sono mai marginali e il mio romanzo parla di questi sentimenti. Marginale, semmai, è la collocazione: Dhaka, capitale del Bangladesh, anche se, con quello che è capitato negli ultimi tempi, penso agli attentati integralisti islamici, di Dhaka si è parlato fin troppo, in negativo. Le sfumature della luna è scritto in modo semplice, racconta di ragazzini che, una volta adulti, si scoprono potenziali amanti, si devono confrontare con le gioie e i dolori della quotidianità… insomma, penso abbia tutti gli ingredienti per non essere relegato come letteratura di nicchia.

Sei bengalese ma scrivi in italiano, perché questa scelta?

Sono nata a Dhaka, ma la mia famiglia si è trasferita a Milano quando avevo tre anni. Sono cresciuta e ho studiato in Italia. Mi sembrava logico cimentarmi nella scrittura usando la lingua che conosco meglio. Anche oggi, che vivo a Londra, a stretto contatto con la comunità bengalese, dato che vivo a due passi da Brick Lane, mi viene più facile pensare e ragionare in italiano.

Come è nata la storia di Le sfumature della luna?

Leggendo diversi articoli sulla condizione femminile in Bangladesh, il romanzo di Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, e guardando e riguardando il film The Millionaire di Danny Boyle. Volevo raccontare una storia di amicizia che si trasformasse in qualcosa d’altro e che avesse una connotazione diversa dal solito. Mi piaceva rendere epico il tentativo di un bambino (poi uomo) di salvare il proprio sentimento per una bambina (poi donna) nonostante tutto e tutti. Credo che ci sia un messaggio positivo e di speranza che passa per i più umili.

Parli, nel romanzo, della prostituzione in Bangladesh. Quanto c’è di vero?

Tutto. Il Bangladesh è l’unico paese musulmano dove la prostituzione è legale. Esistono delle vere e proprie città-bordello dove le prostitute entrano giovanissime, spesso vendute dalla famiglia, e percorrono tutte le tappe della loro vita all’interno di questi vasti agglomerati. Le stesse pastiglie che la protagonista del mio romanzo assume, steroidi da somministrare ai bovini, in Bangladesh vengono date alle prostitute molto giovani per farle gonfiare e dar loro forme più sensuali, con tutte le controindicazioni del caso. È una situazione paradossale e molto complessa che io stessa ho studiato e su cui mi sono documentata dal vivo in diversi miei viaggi a Dhaka e in altre città del Bangladesh.

C’è una denuncia verso la condizione femminile, quindi?

Ho la fortuna di non provenire da una famiglia tradizionalista e, personalmente, non ho mai vissuto le umiliazioni che molte mie concittadine (bengalesi e italiane) subiscono quotidianamente. Mi piace mettermi i tacchi alti, mi piace apparire, essere disinibita e detesto l’idea di avere una storia già consolidata con un uomo che non amo perché la mia famiglia lo ha scelto per me. Non sono una ragazza da storie fisse, ma credo nell’amore, nel sentimento dell’amore. Amore e amicizia sono i cardini su cui dovrebbe essere sostenuto il mondo. Voglio dire questo, e nel dirlo, sì, c’è una denuncia nei confronti dei maschi e della loro tracotante arroganza.

Come hai trovato un editore che credesse nel tuo testo?

Mi sono imbattuta nel progetto ThinkABook, un onesto e serio service editoriale. Gli ho proposto il romanzo. Tra i partner di questo progetto c’è Koi Press. Massimo Di Gruso, l’editore, mi ha detto che la storia poteva funzionare, ma che c’era da lavorare sulla scaletta e sui nodi narrativi. Sono stata affiancata in modo costante per cercare di dare una forma definitiva e concreta al testo. Prima c’era molta carne al fuoco, troppa. È stato fatto un lavoro davvero eccezionale. Sono molto contenta.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Pier Paolo Pasolini, Monica Ali, Elif Shafak, Elena Ferrante e Shazia Omar, bravissima scrittrice bengalese che in Italia è pressoché ignorata. Ha scritto un romanzo molto bello, Come un diamante nel cielo, che come nel mio libro racconta la Dhaka contemporanea.

Progetti futuri? So che non ti piace fare presentazioni.

Niente presentazioni per me. Mi annoiano e non credo di dare una buona impressione. Sono troppo aggressiva. Preferisco che le persone mi leggano, se ne hanno voglia. Vivo a Londra, dove sto conseguendo un master in comunicazione editoriale e nel tempo libero sto lavorando a un secondo romanzo. Questa volta ambientato negli Stati Uniti. Sarà sempre una storia d’amore. A me piace così.

:: Speciale Robin Hobb – Seconda domanda all’autrice

1 dicembre 2016

robinDopo il recap di ottobre, proseguono le iniziative legate all’autrice americana Robin Hobb, questa volta con un’ intervista a tappe, una tappa il 29 novembre e una oggi. Ogni blog partecipante posterà in tali date una domanda e una risposta dell’autrice. Poi dal 5 dicembre ci sarà il via con il blogtour vero e proprio. Buona lettura!

Davide Mana: Com’è cambiato il mercato della narrativa fantasy dal suo esordio a oggi, in termini di pubblico e di temi?

Robin Hobb: Temo che una risposta semplice possa non soddisfare un quesito così complesso.
Alcuni dei cambiamenti sono evidenti. I libri sono molto più lunghi. E le serie ancora di più! Ricordo lo stupore che ho provato la prima volta che ho visto l’edizione economica di un romanzo di Robert Jordan. Mi è sembrato un mattone, era enorme! Credo che oggi i lettori vogliano storie più lunghe e complesse, e amino restare in quel mondo molto più a lungo.
In un’opera più corposa, specie se di genere fantasy, lo scrittore ha più spazio per creare ed esplorare un mondo più grande. È possibile dettagliare maggiormente l’ambientazione, che attira il lettore più a fondo nella storia. La trama può essere più complessa e intricata.
Tuttavia, a me piace ancora tantissimo leggere racconti fantasy. Sono iscritta a due riviste dedicate al genere: The Magazine of Fantasy and Science Fiction e Asimov’s Science Fiction. Credo che il meglio del genere fantasy sia scritto in buona parte sotto forma di narrativa breve.

Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di rispondere alle domande dei lettori! Se ci sono fan italiani che non conoscono ancora il sito bloodmemories.it, li invito a collegarsi per entrare in contatto con altri lettori di Robin Hobb. La community di Blood Memories ha anche una pagina Facebook, dove è possibile scambiarsi commenti e opinioni.

trad

֎  Il calendario dell’ intervista ֎

Le tazzine di Yoko
Bostonian Library
Libri e librai
Liber Arcanus

NB: Commentate tutte le tappe, anche queste dell’ intervista, per vincere nel giveaway finale una copia della nuova versione de Il ritorno e dell’inedito La vendetta. Che i draghi siano con voi!

:: Un’intervista con Davide Mana, a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2016

515q52ysdflDavide, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Davide Mana?

Grazie per avermi invitato a questa intervista!
Davide Mana? Torinese trapiantato fra le colline dell’astigiano, geologo e paleointologo, ex ricercatore universitario. Attualmente autore di giochi, scrittore a cottimo e traduttore, per pagare le bollette (e poi perché è divertente). Blogger, sì, anche quello.

Scienziato, scrittore di romanzi e racconti, direttore di collana, traduttore, blogger, come concili tutte queste attività così impegnative?

Uso un calendario, di quelli che le banche danno in omaggio a Gennaio ai correntisti. Mi faccio una tabella di marcia, e cerco disperatamente di attenermi a quella, di solito senza riuscirci benissimo. Si tratta di usare il tempo al meglio. È il mio lavoro, paga i conti: una giornata buttata è una bolletta non pagata. È come se andassi in ufficio o in laboratorio, dalle nove alle cinque.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Da lettore, come tutti credo. Fin da ragazzino mi piaceva raccontare storie. Poi, all’epoca del liceo, mi trovai ad avere abbastanza tempo libero da poter non solo leggere molto, ma anche provare a scrivere. Ci sono poi voluti quindici anni per arrivare a pubblicare, ma quello è un altro discorso.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Tanti.
Fra i primi, certamente Ray Chandler, come modello di struttura e di linguaggio, e Len Deighton, sicuramente. Poi tanti autori di narrativa fantastica, da Michael Moorcock a Harlan Ellison. Con la consapevolezza che in gamba come Ellison, o come Gene Wolfe, o come C.J. Cherryh, io non lo sarò mai. Ma bisogna avere dei modelli, e degli idoli. Cercare di imparare dai migliori. Da coloro che si considerano i migliori.

Ci si può definire scrittore professionale quando si inizia a vivere della propria scrittura. Condividi questa affermazione?

In linea di massima sì. Ma io distinguerei tra professionista e professionale. È uno scrittore professionista chi viene pagato una tariffa professionale per scrivere. Il problema, casomai, è la tariffa professionale (non meno di sei centesimi a parola negli USA). Ma la regola è che il professionista non lavora gratis, se non per beneficenza. È professionale, invece, lo scrittore che, indipendentemente da quanto viene pagato, cerca di applicare un certo standard, una certa etica del lavoro, un certo livello di rispetto per i lettori e per ciò che si fa. Ed essere professionali è indispensabile per essere professionisti.

Scrivi sia in italiano, lingua madre, che direttamente in inglese, ormai sei praticamente bilingue. Che differenza hai notato tra il mercato editoriale italiano, e quello americano, dove prevalentemente sei attivo?

La prima colossale differenza, naturalmente, è data dal potenziale bacino di utenza. In lingua inglese i potenziali lettori sono centinaia di milioni, in teoria un paio di miliardi. In italiano sappiamo tutti qual è la situazione.
Inoltre il mercato di lingua inglese è più differenziato e stratificato, per cui esistono più spazi: riviste, case editrici piccole, medie e grandi. C’è un diverso rispetto dei lettori, e degli autori. È un mercato durissimo, con una concorrenza spietata ma sempre molto elegante, ma è anche un sistema di una estrema correttezza, nel quale il valore del testo viene prima di qualunque altra considerazione. E pagano, che non è una cosa del tutto spiacevole.

Ti autopubblichi, pubblichi con editore, vendi racconti a riviste, insomma hai sperimentato molte strade.

Sono quello che si definisce un autore ibrido. Ho iniziato tradizionalmente (pubblicando con Tynes-Cowan/Pagan Publishing e con McFarland in America, con CoopStudi e Noubs in Italia), poi sono passato al self-publishing, poi sono rientrato nell’editoria tradizionale con Acheron e GG Studio in Italia, e con Pro Se Press e Raven’s Head negli Stati Uniti, pur continuando a pubblicare in proprio altre cose.
L’idea è quella di collocare ciascun racconto o articolo nel posto migliore possibile, dove il pubblico più vasto possibile e più interessato possibile potrà trovarlo. Che a volte è un editore tradizionale, a volte non lo è.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione, sempre partendo da un lavoro curato (editing, copertina, ricerca delle fonti). Come ti muovi in questo campo, in Italia e all’estero?

In effetti l’autopubblicazione è certamente la scelta migliore per un autore popolare e rispettato come Block, che può contare su un pubblico consolidato di fan. Questo aiuta moltissimo in fase promozionale. Per un autore alle prime armi, esistono diverse scelte, tutte valide. La più logica consiste nell’affidarsi a terze parti, esattamente come si fa per editing e copertine. È un costo, ma si ripaga. Oppure si può intraprendere la strada ibrida, e usare pubblicazioni tradizionali per far circolare il proprio nome. È un processo molto lento perché l’editoria tradizionale ha tempi lunghissimi, ma anche questo può dare i suoi frutti. E poi c’è la cosiddetta “piattaforma”: gestire un blog, avere una mailing list, battere i social. Io non sono particolarmente bravo in questo, e non credo nella teoria del vendere l’autore per vendere i libri. Se il pubblico ha “comprato” l’autore come personaggio, non è detto che poi compri anche i libri. L’ho visto succedere.

Spazi dal fantastico, alla fantascienza, dall’ horror, alla saggistica. La versatilità pensi sia una dote fondamentale per uno scrittore?

Io penso di sì, ma altri la pensano diversamente, e probabilmente abbiamo ragione (o torto) entrambi. La versatilità è una buona ancora di salvezza quando ci si muove in un mercato molto aperto e variabile. Ma avere un genere e uno stile legati al proprio nome ha il suo peso, perché molti lettori non vogliono correre rischi, vogliono sapere cosa si possono aspettare.
Perciò io resto dell’idea che scrittore sia chi sa scrivere qualunque cosa. Resta poi da decidere se ne abbia voglia, o se gli convenga, oppure no.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Amo molto il noir, e più in generale quelli che oggi vengono definiti “Classic Movies”. I vecchi film in bianco e nero, le screwball comedies di Hawks e Lubitsch, i melodrammoni crudeli e allucinati di Joseph von Sternberg. Ma anche i vecchi film di cappa e spada, i film d’avventura. Il Tarzan di Weismuller, i western con John Wayne e James Stewart.
E i vecchi film incidono. Hanno una struttura, hanno degli elementi che si possono studiare, e adattare. Amo le atmosfere del noir e i dialoghi delle screwball comedies, l’esotismo dei vecchi film ispirati alle Mille e Una Notte. Mi piace l’eleganza di certe trame, la pulizia formale di certi registi, ma anche la loro capacità di improvvisazione.

Cosa leggevi da ragazzino, cosa hai continuato a leggere da adulto?

Leggevo principalmente polizieschi (ho cominciato con i Gialli per Ragazzi Mondadori, poi Christie, Carr, Sayers) e fantascienza. Ho cominciato a leggere fantasy tardi, e horror ancora più tardi. Ho sempre letto e continuo a leggere biografie, narrativa di viaggio, saggi storici e scientifici. Continuo a leggere narrativa di genere. Spionaggio, poliziesco. Col tempo gli interessi si sono moltiplicati anziché focalizzarsi, per cui ormai salto senza soluzione di continuità da una biografia a una space opera, per poi arrivare ad un testo di filosofia cinese passando per un saggio sull’epoca elisabettiana.
Mi piace leggere.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

Non mi sono mai posto la domanda. Ho letto moltissimi saggi critici, soprattutto sulla narrativa di genere, e mi sono stati utilissimi, anche in quei casi nei quali non condividevo le opinioni o le condivisioni dei critici. La critica è un aspetto indispensabile della letteratura e della narrativa. Ci permette di smontare i meccanismi e osservarne il funzionamento, ed è indispensabile per formare un gusto. Diciamo perciò che il rapporto è pacifico. Non scrivo per i critici o per adeguarmi a questa o quella teoria critica, questo no.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

Troppi per elencarli tutti.
Certamente, avendo pubblicato le mie prime cose in inglese a fine anni ‘90, è stato estremamente stupido da parte mia smettere di spingere in quella direzione e aspettare dieci anni per tornare a proporre il mio lavoro all’estero. Sono dieci anni che nessuno mi restituirà mai.

Dimmi qualcosa dei tuoi libri. Quale di essi preferisci e perché?

Così d’istinto direi “The Ministry of Thunder”, un fantasy storico ambientato negli anni ‘30 e pubblicato nel 2014 da Acheron Books. Si tratta di una storia e di personaggi ai quali sono molto legato. Così come sono molto legato e voglio molto bene ad Aculeo & Amunet, i protagonisti della mia serie di storie sword & sorcery pubblicate in inglese, un po’ da self, un po’ no. Ma il prossimo lavoro è sempre il migliore.

Cosa stai scrivendo al momento?

Scrivo ormai a tempo pieno, e ciò che mi spinge a impegnarmi a finire ciò che sto scrivendo ora (una storia di fantascienza per una antologia italiana, ma che sto scrivendo in inglese e poi tradurrò per la pubblicazione) è il desiderio di liberarmi per poter cominciare a lavorare sull’idea successiva (un manuale per un gioco di ruolo in inglese). Ho molte cose sul mio piatto, e di solito lavoro a due o tre cose diverse contemporaneamente, parcellizzando il tempo durante le mie giornate.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

E chi sono io per dare dei consigli?
Però dai, proviamoci: scrivete ogni giorno, conservate tutto ciò che scrivete, non inseguite il pubblico e i suoi gusti, o la moda del momento. Leggete molto, leggete tutto. Non scartate a priori delle idee perché vi sembrano dementi: sono probabilmente le migliori idee che abbiate a portata di mano. E non fidatevi di chi vi dà dei consigli.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Descrivici la sua giornata tipo.

Ci ho fatto un post sul mio blog, intitolato “La giornata tipo non esiste”, ma diciamo che in teoria mi sveglio fra le sette e le otto, scrivo fino alle undici, poi vado a fare la spesa, cucino pranzo, riprendo a scrivere attorno alle due per finire attorno alle sei. Ceno tra le sette e le otto. In serata leggo, guardo film, rispondo alla posta, guardo gli annunci degli editori, e magari, se ne ho voglia, lavoro a qualche progetto collaterale o a bassa priorità. Scrivo in media dalle 5000 alle 8000 parole al giorno, trattabili.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

In questo momento sto leggendo “The Adventures of Amir Hamza”, un ciclo epico persiano romanzato nell’ottocento e tradotto in inglese per la prima volta pochi anni addietro. E in parallelo, un manuale sulle pratiche contrattuali nell’editoria americana, scritto da Kristin Kathryn Rusch, e aspetto che il postino mi consegni l’autobiografia dell’illusionista inglese Derren Brown.

Questa estate è mancato improvvisamente Michael R. Hudson, forse ai lettori italiani il suo nome non dirà molto ma mi piacerebbe che ne tratteggiassi un ricordo.

Michael Hudson è stato per molti anni una figura di spicco del cosiddetto New Pulp americano, un genere che si rifà al periodo d’oro delle riviste di racconti, Weird Tales, Black Mask, Astounding, Amazing, Unknown, adattandone lo stile alle sensibilità moderne. Hudson aveva esordito in ambito artistico, lavorando ad alcuni progetti con gli eredi di Frank Frazetta. Poi aveva avviato l’imprint Sequential Pulp, un braccio della Dark Hors Comics che produceva volumi di lusso di opere volutamente retrò: adattamenti di lavori di Edgar Rice Burroughs, lo splendido volume dedicato ad Athena Voltaire, e così via. Infine aveva lanciato la Raven’s Head Press, che pubblicava narrativa sovrannaturale, fantastica ed avventurosa, e che aveva dato spazio a molti autori italiani. Michael era un vulcano di idee, e aveva sempre almeno tre progetti in corso. Era molto rispettato nell’ambiente della piccola editoria americana e per me oltre ad essere un editore e un editor, era anche e soprattutto un amico. La sua scomparsa è stata un colpo terribile, una cosa assolutamente inaspettata.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Come dicevo, ho un po’ di racconti in corso, tutti più o meno “piazzati” con questo o quell’editore. E sto editando due antologie, una horror e una di fantascienza, che saranno pubblicate una in Italia e una in Gran Bretagna. E sto traducendo un libro spettacolare per la Acheron Books. Ma più in generale, in questo momento, sto lavorando per raggiungere nuovi mercati nel mondo anglosassone. Per cercare di arrivare al maggior numero di lettori possibile.

:: Speciale Robin Hobb – Una domanda all’autrice

29 novembre 2016
robin

Credit ph: Antoine Mottier

Dopo il recap di ottobre, proseguono le iniziative legate all’autrice americana Robin Hobb, questa volta con un’ intervista a tappe, una tappa oggi e una il primo dicembre. Ogni blog partecipante posterà in tali date una domanda e una risposta dell’autrice. Poi dal 5 dicembre ci sarà il via con il blogtour vero e proprio. Buona lettura!

Davide Mana: Che differenza c’è fra Robin Hobb e Megan Lindholm, ovvero come si differenzia la tua produzione fra i due pseudonimi?

Robin Hobb: Sono due stili molto diversi. Robin Hobb dà più spazio alle emozioni e abbonda in dettagli. Megan Lindholm racconta in maniera più essenziale e diretta.
Credo sia la storia stessa a determinare se devo pensarla per l’una o per l’altra. Al momento sto scrivendo due storie più brevi, entrambe firmate come Megan Lindholm. Hanno un’ambientazione contemporanea, urbana, e prediligono un passo rapido a una narrazione dettagliata e distesa.
Di solito, quando mi viene un’idea per una storia, capisco subito se è per Lindholm o per Hobb!

Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di rispondere alle domande dei lettori! Se ci sono fan italiani che non conoscono ancora il sito bloodmemories.it, li invito a collegarsi per entrare in contatto con altri lettori di Robin Hobb. La community di Blood Memories ha anche una pagina Facebook, dove è possibile scambiarsi commenti e opinioni.

trad

֎  Il calendario dell’ intervista ֎

Le tazzine di Yoko
Bostonian Library
Libri e librai
Liber Arcanus

NB: Commentate tutte le tappe, anche queste dell’ intervista, per vincere nel giveaway finale una copia della nuova versione de Il ritorno e dell’inedito La vendetta, che esce oggi 29 novembre per Sperling & Kupfer. Che i draghi siano con voi!

:: Un’ intervista con Diana Johnstone, autrice di “Hillary Clinton – Regina del caos” (Zambon, 2016)

25 novembre 2016

indexBuongiorno Mrs Johnstone, dunque ha vinto il repubblicano Donald Trump. Una domanda abbastanza ovvia e scontata: se lo aspettava?

No. Ma sono ancora più sorpresa dallo shock, dal panico, dall’isteria e dal rifiuto di così tanti americani che gli si sono opposti. Questa è stata una elezione, non un colpo di Stato.

Dopo una campagna elettorale terribile, dai toni allucinanti, Hillary Clinton nonostante i suoi più di 62 milioni di voti ha perso la presidenza. In linea del tutto teorica i grandi elettori il 12 dicembre potrebbero ribaltare il voto. Pensa lo faranno?

Mentre scrivo, stanno raccogliendo denaro per un riconteggio nella speranza di invertire i risultati. Se un tale avvenimento straordinario avesse luogo, ciò porterebbe gli Stati Uniti più vicini a un nuovo tipo di guerra civile. Non dimenticate che i sostenitori di Trump tendono ad essere molto attaccati alla loro diritto di portare armi, e spesso sono in possesso di un vero e proprio arsenale.

Al grido di Not my President, molti americani sono scesi in strada per giorni e giorni, soprattutto giovani. Crede siano stati fenomeni spontanei o pilotati?

Diciamo che sono stati “pilotati” da anni di “correttezza politica”, che ha insegnato a molti giovani a valorizzare le loro sensazioni soggettive più della realtà. A molti insegnanti e professori negli Stati Uniti era proibito dire cose o assegnare testi che potevano “ferire i sentimenti” degli studenti sensibili. Questo è un mondo crudele, e questi giovani non sono preparati ad affrontarlo. Hillary Clinton è portata all’idea che i valori democratici siano ridotti ai “diritti delle minoranze”, e in particolare, secondo la moda degli ultimi mesi, ai diritti delle minoranze sessuali.
Molti giovani elettori creduloni hanno concluso che Trump fosse un mostro razzista, sessista, omofobo soprattutto a causa della sua iperbole concernente l’ espulsioni di immigrati messicani clandestini e le severe restrizioni all’ingresso di musulmani negli Stati Uniti. Entrambe queste cose esistono già, e al massimo le può intensificare un po’. Questi manifestanti di sinistra, motivati dalla politica identitaria, si trovano in oggettiva alleanza con globalisti e neocon, che odiano Trump per il suo protezionismo e l’atteggiamento amichevole verso Vladimir Putin. Gli Stati Uniti sono affetti da una sorta di schizofrenia politica, mescolando le questioni nazionali e internazionali in combinazioni insolite e contraddittorie.

La carriera politica di Hillary Clinton si può dire virtualmente finita. La donna vista solo l’altro giorno durante la serata di gala annuale organizzata dal Children’s Defense Fund, era una donna distrutta. Ormai Trump ha letteralmente campo aperto. Cosa si aspetta farà in questi quattro anni?

Il suo shock per la sconfitta era così eccessivo quanto la sua ambizione. Si può provare pena per lei, anche se è responsabile per la sua caduta. E ‘stata una campagna davvero molto brutta, con attacchi personali feroci su entrambi i candidati, e quasi nessun vero dibattito sui contenuti. Lo spettacolo di questa campagna elettorale dovrebbe essere sufficiente a scoraggiare qualsiasi persona normale dal voler entrare in politica. La democrazia americana difficilmente sembra essere il modello che tutto il mondo dovrebbe voler emulare.
Per quanto riguarda ciò che Trump farà, ha già fatto marcia indietro sugli eccessi retorici della sua campagna – che non dovevano essere presi sul serio, come invece hanno fatto i giovani che ora piangono per le strade. Sembra pronto a portare avanti tradizionali politiche di destra sulla maggior parte delle questioni interne. Le novità nel suo programma sono di riformare gli accordi commerciali internazionali e normalizzare le relazioni con la Russia. Questi sono proprio i punti che pongono l’intero establishment globalista e neoliberista contro di lui.

Molti commentatori ritengono che Trump abbia vinto perché è riuscito a catturare il voto della maggior parte della società bianca e impoverita, ma le sue promesse appunto rientrano unicamente nel gioco elettorale, insomma i suoi eccessi verranno normalizzati dalla macchina istituzionale, capace di possedere tutti gli anticorpi necessari perché il sistema tenga. E’ d’accordo? La pensa anche lei cosi?

Il voto a Trump sembra essere stato soprattutto una rivolta economica contro la disoccupazione e una rivolta ideologica contro la correttezza politica. Corteggiando le minoranze, i democratici clintoniani hanno gettato fortemente il sospetto su tutti i bianchi della classe operaia, maschi e eterosessuali, di essere gli oppressori, colpevoli di “odio”. La classe operaia bianca poteva sentirsi sia trascurata economicamente e che insultata psicologicamente. La sua promessa di creare posti di lavoro era il suo argomento più vincente. I suoi progetti infrastrutturali dovrebbero infatti essere in grado di creare posti di lavoro, ma è improbabile che sia in grado di invertire la tendenza verso la deindustrializzazione che ha di fatto chiuso molte fabbriche.

I primi contatti sembra averli avuti con la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. E’ fiduciosa che venga istaurato un nuovo dialogo costruttivo per stabilire relazioni stabili con questi leader?

Io non sono sicura di niente. Ma questi incontri fanno nascere la speranza che gli Stati Uniti possano allontanarsi dalla loro automatica ostilità verso i “potenziali rivali” e cooperare nella costruzione di una struttura per la pacifica risoluzione dei conflitti.

Secondo alcuni analisti Donald Trump non si dimenticherà dei suoi oppositori politici, e in un certo senso la farà pagare a giornali, ong e grandi aziende, soprattutto del settore digitale che si sono opposte alla sua elezione. Da uomo pragmatico, pensa che agirà in questa maniera?

La prima cosa che ha fatto Trump è stata quella di rifiutare di portare avanti le indagini su Hillary Clinton, contraddicendo la sua replica durante un dibattito elettorale che lui l’ avrebbe mandata in galera. Alcuni dei suoi sostenitori lo criticano per essere troppo morbido con una donna che ritengono meriti ampiamente di essere perseguita. Dovrebbe essere chiaro che, come si suol dire, il suo abbaiare è peggio del suo morso. (Can che abbaia non morde, in italiano nel testo). Egli deve essere abbastanza pratico da rendersi conto che con tutti i nemici che ha, ha bisogno di essere prudente.

Premesso che non ha la palla di cristallo, Donald Trump secondo lei sarà portatore di una più grande instabilità internazionale? O il fatto che non sia un politico di mestiere è solo un bene?

La instabilità internazionale dipende molto di più da altri fattori che dal Presidente Americano, nonostante il fatto che negli ultimi dieci anni gran parte di quella instabilità internazionale è stata portata dagli sforzi degli Stati Uniti di imporre la propria volontà su situazioni complicate e ingestibili. Tali situazioni rimangono, ed è difficile immaginare come Trump possa fare di peggio. Se davvero abbandona il progetto neoconservatore di una incontrastata egemonia mondiale degli Stati Uniti e torna al tradizionale concetto di diritto internazionale della sovranità nazionale, potrebbe invece contribuire alla stabilità internazionale. Ma è troppo presto per fare serie previsioni.

Trump ha promesso che entro i primi cento giorni del suo mandato “cancellerà” l’accordo sul clima di Parigi siglato lo scorso dicembre e “bloccherà tutti i pagamenti fatti con soldi dei contribuenti americani ai programmi sul riscaldamento globale delle Nazioni Unite”. Non le fa paura un presidente che pensa che il riscaldamento climatico è uno scherzo cinese “creato da e per i cinesi con lo scopo di rendere poco competitivo il settore manifatturiero statunitense”?

Trump è perfettamente in grado di cambiare idea su questo, come su altre questioni, una volta che è alla Presidenza e ha un migliore accesso alle informazioni. Mi auguro che gli attivisti di sinistra siano preoccupati di prevenire la guerra, in particolare la guerra nucleare, come in questo momento lo sono per il cambiamento climatico. Le cause umane della guerra sono più ovvie rispetto alle cause umane dei cambiamenti climatici. Naturalmente, i modi di affrontare il cambiamento climatico devono essere chiariti per obiettivi di studio scientifico, e ogni governo deve avere a che fare con i fatti della natura. In ogni caso, i combustibili fossili devono essere eventualmente sostituiti. Il governo cinese ha fortemente investito in energia solare, per esempio. Le principali compagnie energetiche che si occupano di prodotti petroliferi sono anche coinvolte nello sviluppo delle energie rinnovabili, e la loro influenza è probabilmente maggiore di quella degli attivisti.
Non bisogna dimenticare che tutti gli altri problemi ambientali sono direttamente causati dalle attività umane, e devono essere affrontati.

Grazie della disponibilità, e la ringrazio anche di essere presente DOMENICA 11 dicembre 2016 a Roma, alla FIERA NAZIONALE DELLA PICCOLA E MEDIA EDITORIA” “PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI” (Palazzo dei Congressi dell’Eur, p.le JF Kennedy, 1 – Sala Rubino, ore 11) assieme a Jean Bricmont (Università di Lovanio- Belgio) e Jean Toschi Marazzani Visconti (giornalista e saggista), per la presentazione del suo Hillary Clinton. Regina del caos (Zambon Editore).

:: Un’ intervista con Gianluca Giusti, “Sono fermo, mi muovo”, a cura di Elisa Costa

1 novembre 2016

giuntiCiao, Gianluca! Vorrei porti qualche domanda a proposito del tuo bel libro, “Sono fermo, mi muovo”. Sei pronto a cominciare?

Certo Elisa, grazie per l’opportunità.
Lasciami solo salutare e ringraziare i lettori che leggeranno questa intervista.

Parliamo innanzitutto del titolo: si dice che restare immobili troppo a lungo impedisca la crescita e il cambiamento, eppure le tue parole sembrano affermare che a volte è necessaria una sosta, laddove ne valga la pena. Secondo te la società odierna ha perso il senso della contemplazione?

In un mondo che è sempre più chino sugli smartphone e i tablet la contemplazione rischia di diventare un concetto utopico o da ricreare con una applicazione ma, a parte questo, dici una verità incontestabile. Il protagonista del libro, infatti, alterna soste e movimento per lasciare spazio alla riflessione riprendendosi a muovere poco dopo. Quel momento di riflessione serve proprio a creare i presupposti per cambiare ed adattarsi ad una società che a sua volta cambia a velocità pazzesche. Indipendentemente che cambi in meglio o in peggio, senza capacità di adattarsi e reagire, il rischio è di trovarsi troppo indietro. Il mondo del lavoro ne è un esempio classico. Per un giovane la speranza di trovare lavoro è direttamente proporzionale a quanta differenza può fare e il valore aggiunto che può dare per chi lo assume. O per il mercato, se decide di mettersi in proprio. Consiglierei, in particolare ai giovani, e anche ai meno giovani, di alzare ogni tanto gli occhi e chiedersi in che modo possono fare la differenza. Facendo questo è più probabile che il concetto di cambiamento diventi molto più incline ai nostri comportamenti che, per comodità o pigrizia, rimangono generalmente troppo standardizzati.

L’argomento principale dell’opera, lo si capisce fin dalle prime pagine, è l’amore smisurato che nutri nei confronti di Montecatini Terme. Ti propongo un piccolo gioco: se la tua città fosse un fiore, quale sarebbe?

Purtroppo il mio già scarno armamentario di buone qualità si è dimenticato d’inserire l’opzione: animo sublime. Io passo, ma rilancio per il lettore. Coloro che mi daranno il privilegio della lettura possono identificare il libro con un fiore, che per loro è quello ideale.
Il loro fiore sarà il mio fiore.

E se fosse una canzone?

Beh, qui mi dai il più bello degli assist per un goal all’incrocio dei pali.
Naturalmente la canzone del gruppo emergente Zocaffè che, con il suo ritmo trascinante, accompagna le immagini del booktrailer di “Sono fermo, mi muovo”.

E se invece ti imbattessi in un alieno proveniente da un’altra galassia e dovessi descrivergli Montecatini Terme con quattro semplici parole, quali useresti?

La Terra è qui!

Se ti venisse offerta la possibilità di diventare lo scrittore più famoso e apprezzato del mondo, ma per coglierla fossi costretto a lasciare la tua città… Cosa sceglieresti?

Non sono già famoso? Come dici? No? Ah scusa, per un attimo…
A parte gli scherzi, lascerei ma i buoni esempi aiutano come Sirio Maccioni. Montecatinese doc, è il titolare del super rinomato ristorante “Le Cirque”, di New York. Lui puoi giuraci che è famoso. Eppure il legame con la sua città, che poi è anche la mia, è rimasto immutato. Non è tanto la distanza ma come si vive la distanza.

Comunque non dimentichiamo che “Sono fermo, mi muovo” è anche un saggio d’attualità, nel quale esprimi la tua opinione circa problemi importanti. Ma che tipo di ascoltatore sei? Ti piace conoscere le idee di chi magari è in disaccordo con te, senza cercare di persuadere gli altri a ogni costo?

Figuriamoci! Io non sono un guru e ancor meno vado in giro alla ricerca di proseliti. Ascolto volentieri perché ho ancora tanto da imparare e quando ci sono le circostanze, posso tranquillamente cambiare opinione. Ma le circostanze devono esserci, date da fatti dimostrabili e ripetibili. Siamo prossimi a un referendum e ho la mia idea, al momento la parte opposta non è riuscita a convincermi ma non smetto certo di ascoltare. Vedi, saper stare zitti è un’arte, quasi quanto quella oratoria. Anzi, in alcune circostanze lo è anche di più, perché quando si parla per il solo gusto di voler dire qualcosa, la bischerata, detto alla toscana, è prossima a uscire dalla bocca.

Ciò che scrivi dimostra che possiedi un’intelligenza vivace, la capacità di formulare giudizi precisi e, soprattutto, la voglia di aiutare gli altri. Hai mai pensato di proporti per un impegno politico serio, al fine di migliorare il presente e il futuro della tua città? O forse è un’esperienza che hai già fatto?

Mai fatto e che mai farò. Servono capacità che sono consapevole di non avere quindi rischierei di fare danni. Il problema è quando, chi fa danni, ha iniziato pensando di avere le capacità o di utilizzare la politica per i propri interessi personali. Io do il mio contributo con l’esempio e il comportamento, pagando le tasse prima di tutto e agendo con educazione e senso civico. Contributo che ho cercato di dare con Sono fermo, mi muovo, parlando della nostra città in modo positivo esaltando le grandi potenzialità e bellezze che ha da sempre. Guarda caso, e sembra incredibile a dirsi, è stato praticamente ignorato dai politici della maggioranza della città. Ho fatto due presentazioni nello stabilimento principale delle terme e non è passato nessuno di loro, nemmeno per una presenza di circostanza. Potrei capirlo se avessi scritto qualcosa che parla male di Montecatini o per esaltarne le inefficienze, ma è tutto il contrario. La decadenza e le negatività sono bandite da questo libro. Io non cerco i guadagni, la gloria o le copertine patinate, sto solo cercando di dare una mano.

Veniamo ora al misterioso Wilson. Nel finale ci sveli una sorpresa a proposito di questo personaggio, ma per quasi tutta la durata della storia parli di lui come di un fantasma: ti è mai capitato di sentirti davvero inseguito da un’ombra? Un ricordo scomodo, una paura, o magari un rimorso?

Permettimi di ringraziare Silvia Motroni. Lei è il deus ex machina. Scoprirete leggendo perché Silvia è così importante per “Sono fermo, mi muovo” ma, oltre alla sua prefazione, c’è molto di più. Per esempio, che l’idea di creare Wilson è nata proprio da una sua critica, positiva, dopo aver letto la prima stesura. Il racconto, senza questo strampalato co-protagonista, risultava piatto e lei me lo ha fatto notare invitandomi a ravvivare, “in qualche modo”, la scena. Arrovellandomi ho pensato d’inserire questo personaggio che ha delle peculiarità: non lo vede nessuno eccetto me, non parla con nessuno e neanche con me ma, posso rassicurare i lettori che ravviva eccome, la scena. Ombre che m’inseguono no, ma che mi segue sì, ed è la mia. Sufficientemente spaventosa. La paura invece è un’altra faccenda, quella non mi lascia mai. Per il rimorso credo nessun essere umano ne sia privo. Il bello è che spesso sono rimorsi che non hanno ragion d’essere ma di sola auto creazione, giusto per farsi un po’ del male. Il mio rimorso è tra le pagine del libro, emerge potente in uno strano pomeriggio di giovedì, nella piazza principale.

In “Portrait of a Lady”, Henry James faceva dire a uno dei protagonisti che soltanto chi ha sofferto può vedere un fantasma. Come ti comporti davanti ai dolori della vita?

Per fortuna Wilson è solo un fantasma sui generis. Poi non fa paura ma l’esatto contrario. È elegante, stravagante, simpatico, istrionico, impiccione e tante altre cose, tutte anti paura. Definirlo fantasma è riduttivo. In realtà è molto di più di uno spirito inquieto e nel libro si capirà, alla fine, qual è il suo ruolo e il motivo per il quale mi si appiccia dietro sin dall’introduzione. Per venire alla tua domanda, l’esistenza purtroppo si porta spesso dietro tanti fantasmi creati da sensi di colpa oltre che dal dolore e sono presenze ben più scomode dell’innocuo Wilson. Mi piacerebbe poterti dare una risposta da eroe pallido del West e uscire alla grande da questa domanda, ma non sarei credibile, posso solo dare delle indicazioni di massima. Reagire al dolore è sempre una questione personale legata al momento e alle circostanze. Siamo piccoli di fronte al dolore ma può farci diventare grandi, se lo affrontiamo con rispetto e senza mai giudicare.

Ti ringrazio tanto per aver giocato con me e aver risposto alle mie domande! Buona fortuna per tutti i tuoi progetti, a presto!

Grazie a te Elisa, e a tutti i lettori.
Ciao a presto

:: La ‘anomala normalità’ de “La vertigine del caso”. Intervista a Vanessa Chizzini, a cura di Irma Loredana Galgano

25 ottobre 2016

unnamedBuongiorno Vanessa. Lei si forma al Dams di Bologna e poi sceglie di lavorare in campo editoriale in un percorso che l’ha condotta, quasi per caso, alla ideazione di un ampio progetto di cui La vertigine del caso rappresenta il primo movimento. Qual è lo scopo che si è prefissata di raggiungere?

Non so se a questo progetto sono davvero arrivata “quasi per caso”. A me sembra faccia piuttosto parte di un percorso coerente, in cui l’interesse per la scrittura (mia e altrui) ha sempre avuto un ruolo centrale, tant’è vero che ho scelto di lavorare nell’editoria e in tempi abbastanza recenti ho scritto un testo teatrale, Le nuvole nel piatto… E poi è arrivato questo progetto. Sì, in questo senso è successo “quasi per caso”, perché non è stata una decisione presa a tavolino. È come racconto nel libro a proposito delle idee che ci vengono, a volte come un fulmine a ciel sereno: «     Le idee in qualche modo vanno al di là della nostra volontà, lo so, sembrano seguire percorsi loro. Eppure sono nostre perché sono fatte della nostra vita. Noi poi possiamo ricostruire quel loro percorso e dire: “Ah, vedi, ho avuto quell’idea per questi motivi…” .»

Però non ho uno scopo ben preciso, ho semplicemente trovato congeniale la voce narrante di Mic (con Sam come spalla), così come l’angolo di osservazione della realtà che mi consente di avere. Mi piace il pensiero di andare a fondo, di disseminare i testi di spunti che piano piano verranno approfonditi, stratificandosi e arricchendosi via via di nuovi elementi e personaggi. Ad esempio, L’eleganza matta (il primo dei due racconti di cui si compone il primo movimento del mio progetto) presenta come personaggi principali Mic e Sam, con la signora Adriana che si affaccia alle loro spalle, ma poi in Vertigini e stravedimenti (il secondo racconto di questa prima tappa) la signora Adriana non solo torna ma diventa coprotagonista a tutti gli effetti.

Lei ha paragonato il primo movimento del suo progetto a un LP nel quale lato A e lato B si assomigliano e si completano. In realtà, leggendo il suo libro, si ha più l’impressione di osservare in sequenza i fotogrammi, dritto e rovescio, di una TAC della mente e dei comportamenti umani. La sua scrittura nasce dall’osservazione di ciò che la circonda?

Sicuramente, ma non solo dall’osservazione. Dall’osservazione e dall’immersione. Trovo che il punto di vista di chi si pone al di fuori delle cose rischi di essere sterile e velleitario. Nel libro c’è un momento in cui Mic, dopo aver osservato con un certo disprezzo un gruppetto di persone che fanno confusione in spiaggia, si riconosce suo malgrado in loro. E questo è anche il mio punto di vista. Non di chi si tira fuori ma di chi è bene in mezzo, anche se a volte – purtroppo o per fortuna – si sente un estraneo, ed è da questa prospettiva che non smette di osservare se stesso e gli altri e di farsi domande.

Mic e Sam sembrano, agli occhi di chi legge, dei lui, ma potrebbero anche essere delle lei. Perché ha scelto di giocare con questa evanescenza nelle figure dei protagonisti?

Perché ci sono delle cose in questi personaggi che non mi interessano e non mi paiono rivelanti. Il sesso biologico o l’identità di genere, l’età, la professione, la descrizione fisica… Non hanno importanza per le storie che voglio raccontare e per come le voglio raccontare. A lei sembrano dei “lui” però riconosce che potrebbero essere delle “lei” e questo è per me un dato molto interessante. Capita in effetti che alcuni lettori si accorgano che non viene specificato se si tratti di maschi o femmine, e invece altri lettori riempiono inconsapevolmente i buchi da me lasciati e si creano i loro Mic e Sam, che a volte sono entrambi maschi, a volte entrambe femmine, a volte uno maschio e una femmina, senza contare che uno o entrambi potrebbero essere gender fluid… Mi piace molto la parola che lei ha usato, “evanescenza”, perché è proprio così, un “vedo e non vedo”. Quel che non vedo e quel che non viene detto lo immagino. Non dovrebbe funzionare anche così con la letteratura e l’arte in genere?

La vertigine del caso ruota intorno all’idea delle “cabine spalma-crema”. L’immagine dei vacanzieri intenti a cospargersi di crema per proteggersi dai raggi ultravioletti è solo una delle tante a cui la mente rimanda leggendo i suoi racconti. Sono queste i simboli della eleganza matta che ci circonda?

L’eleganza matta, così come viene definita nel libro, ha a che fare con colpi di testa, quando si sovvertono equilibri e prudenze, e prevale un istinto vitale sulla logica. L’arte è indubbiamente “eleganza matta”. Ma naturalmente non solo. Lo sono anche le cabine spalma-crema, che possono sembrare un’idea folle, ma hanno tutte le caratteristiche che le possono portare a concretizzarsi (tanto è vero che, nella vita reale, sono diventate un brevetto per invenzione industriale).

La voce narrante è Mic, in vacanza con Sam per il weekend. Attraverso lui il lettore riesce a visualizzare le scene narrate. Situazioni tipiche di una vacanza qualsiasi nelle quali si inseriscono le scene finalizzate alla concretizzazione del suo progetto, come il legame con la signora Adriana e l’incontro con l’inventore islandese delle cabine spalma-crema. «Tutto d’un tratto mi sento islandese» dice Mic. E allora il lettore si chiede perché lei ha scelto di figurare nel libro nei panni di un uomo di origine islandese?

Be’, è vero che anch’io ho brevettato nella realtà le cabine spalma-crema come nel libro ha fatto l’inventore islandese, ma non era mia intenzione presentare in lui un mio alter ego. Caratterizzare l’inventore come islandese mi aiutava ad amplificare la perplessità iniziale di Mic, che a differenza di Sam si avvicina alle cabine con grande scetticismo e continua a chiedersi a chi sia potuta venire un’idea del genere. L’eleganza matta è anche un viaggio nelle idee (Mic a un certo punto dice: «Il percorso che porta dalla nascita dell’idea alla sua realizzazione è uno dei miei viaggi preferiti»), un’indagine che cerca di risalire indietro, al punto di inizio, e il fatto che quest’idea sia venuta a un inventore nato e residente in Islanda, paese dove la protezione solare non è certo un’esigenza pressante, allunga per così dire il percorso, aggiunge un altro punto di domanda, è una curiosità in più su cui Mic si interroga.

Le cabine spalma-crema descritte in L’eleganza matta ritornano anche in Vertigini e stravedimenti ma nella forma di una installazione in mostra alla Biennale. La visita all’installazione viene vissuta da Mic come un rituale di passaggio. Cosa ha voluto realmente rappresentare con questa descrizione?

Già ne L’eleganza matta le cabine spalma-crema, oltre a essere un guscio trasparente che ricorda un piccolo autolavaggio, assumono diverse forme a seconda dell’esperienza che ne fa Mic: all’inizio sono semplicemente un dispositivo che applica la crema solare, poi le loro spazzole finiscono per ricordare un orsacchiotto, successivamente sono un luogo in cui rientrare in contatto con la parte più vera di sé… In Vertigini e stravedimenti in fondo avviene un’altra trasformazione, questa volta di stampo artistico, che decontestualizza le cabine e così facendo sposta ulteriormente l’esperienza. C’è anche una sorta di rovesciamento, perché in qualche modo la cabina presente nell’installazione diventa il luogo in cui si lascia qualcosa, e dunque assume i contorni di un luogo della nostalgia. Si entra comunque in contatto con se stessi, ma si tratta di un sé che ci si è lasciati alle spalle. Per Mic diventa soprattutto un ammonimento.

Venezia, il suo Lido e tutta la laguna in genere sono associati, nell’immaginario collettivo, ai canali, ai palazzi, alla bellezza e all’eleganza. Le comparse di Vertigini e stravedimenti sembrano “sporcare” tutto ciò con il caos, come del resto i personaggi secondari de L’eleganza matta sembrano farlo nello stabilimento balneare che occupano. È anche questa la degenerazione del mondo moderno?

Be’, è la classica domanda da un milione di dollari… I pochi abitanti rimasti a Venezia probabilmente le direbbero che sì, il caos portato dai tanti turisti che ogni giorno affollano la città è una degenerazione del mondo moderno. Ma in Vertigini e stravedimenti Mic, Sam e la signora Adriana cercano di tenersi il più possibile alla larga dalle rotte più battute. La sua domanda mi ha fatto piuttosto pensare a un altro tipo di caos, che Mic descrive così: «    Mi piacciono i percorsi che hanno un orientamento, un passo dopo l’altro, quando le novità non spuntano dal nulla, ma si cominciano a scorgere in fondo alla strada e piano piano prendono forma. Mi inquieto quando ci vedo tutti lì con le bende sugli occhi come se fossimo in un enorme cortile, ancora bambini, a giocare a mosca cieca. Anche se non siamo più bambini e non c’è più nessun cortile». Che poi questa sia una peculiarità del mondo moderno o una caratteristica dell’essere umano è un altro discorso…

Veniamo ora alla scrittura. Il suo stile è secco deciso colloquiale. Sembra quasi che non voglia lasciare spazio a pentimenti, risentimenti. Un taglio netto. È questo che rappresenta per lei l’intero progetto, una sorta di svolta in cui ha deciso, in un certo qual modo, di mettere a nudo la sua anima?

Non so se sia possibile scrivere senza mettersi a nudo, in un modo o nell’altro. Il che non significa che quanto si va scrivendo abbia un’impronta autobiografica. Ma se la voce di Mic mi è congeniale, sicuramente lo è anche perché esistono svariati punti di contatto tra me e il personaggio. Dopodiché non c’è solo Mic. La signora Adriana e Sam sono due figure ben diverse. Mi colpisce e mi coglie anche un po’ alla sprovvista quello che lei dice a proposito del fatto che il mio stile sembra non voler lasciare spazio a pentimenti e risentimenti. Sicuramente c’è una presa di posizione, un modo preciso di stare al mondo, uno sguardo ben delineato. Però io ho cercato di raccontare questo stare al mondo anche attraverso l’evocazione, senza appiattirmi sulla realtà nuda e cruda. Le cabine spalma-crema nascono come invenzione letteraria, e la nuotata nei canali veneziani è una pratica che quasi tutti sconsiglierebbero vivamente. Non per niente quest’ultimo è un elemento su cui nel libro Mic, Sam e la signora Adriana scherzano molto, ma poi la nuotata di Mic va oltre il dato di verosimiglianza, è un pretesto che permette alla narrazione di raggiungere un altro livello.

Il ‘viaggio’ viene simbolicamente visto come una metafora della vita. In un passaggio del testo si legge che uno dei sei artisti sul treno d’epoca, lo scrittore di Treviglio, vorrebbe «saltare giù, arrampicarsi verso una finestra, sedersi a tavola. È sera, fuori inizia a fare buio e noi non abbiamo ancora cenato». È un’immagine che rimanda all’idea di qualcuno che vorrebbe cambiare la situazione che sta vivendo in quel momento magari perché in cerca di una normalità che verrebbe vissuta come tranquillità. Cosa cerca davvero lo scrittore in quelle case dalle finestre basse fin quasi da poterci saltare dentro?

Probabilmente tutte le vite che non vive, non ha vissuto e non vivrà, ma su cui fantastica. L’immagine dell’edificio così vicino ai binari al punto che ci si potrebbe quasi saltare dentro è però presto sostituita dalla scoperta di cos’è in realtà quell’edificio, vale a dire una piscina. La piscina è un’altra forma di normalità, per tornare alla sua domanda, dentro ci sono le persone che nuotano e fanno lezione, ma è allo stesso tempo un mondo a parte, racchiuso da quelle mura, separato dal resto. È una normalità un po’ anomala. Ecco, forse è questo che mi piace raccontare, o una delle cose che mi piace raccontare: una anomala normalità.

Ma la locomotiva che ha accompagnato Mic e suoi compagni di avventura nasconde anche altri simboli da interpretare. Un viaggio nel tempo che rappresenta più un’ispezione nei meandri della mente umana o un’esplorazione accurata delle età della vita?

La locomotiva d’epoca che si blocca sui binari fuori Venezia, venendo in tal modo alla ribalta della cronaca e diventando centrale nella storia di Mic, Sam e della signora Adriana, rientra nel progetto di un festival, che ha deciso di farle percorrere la pianura padana con a bordo sei artisti appartenenti a diversi ambiti. Il tema di questo progetto è “Un viaggio nel tempo e nell’identità” e su questa suggestione i sei artisti devono produrre uno scritto. Ma è una questione che percorre tutto il libro: la riflessione sul tempo e sull’identità si mescola a quella sulla scomparsa (e di nuovo su tutte le vite che potremmo vivere), l’installazione alla Biennale di Venezia offre nuovi spunti con domande sulle stagioni e le diverse età della vita, che non sempre corrispondono ai dati anagrafici. Alla fine mi sembra che il vero filo rosso sia rappresentato proprio dal tema dell’identità.

La simbologia dell’elemento acqua è molto vasta ma una interpretazione ricorrente è il collegamento al liquido amniotico, al grembo materno, alla rinascita. Mic sembra ricercare questa sicurezza “dentro Venezia”, un luogo dove sembra che «tutto potesse rimanere sospeso. Sarà che non esistono momenti giusti o sbagliati». La nuotata lungo i canali di Venezia, eccezionalmente aperti ai bagnanti e chiusi alla navigazione, è per Mic la giusta occasione per una espiazione e una “rinascita”?

È soprattutto la giusta occasione per uno stravedimento. «Lo stravedimento è un passo dell’andare / Quando vediamo le montagne dentro il mare» scrive un altro dei sei artisti della locomotiva d’epoca componendo il testo di una canzone. Ed è esattamente quello che fa Mic: nuota nei canali veneziani in un continuo saliscendi tra tuffo e risalita che dà una sensazione “di montagna” e raccoglie dentro di sé l’esperienza di questo weekend, dall’installazione della Biennale con la cabina spalma-crema alle parole di Sam e della signora Adriana, dagli scritti dei sei artisti al fantasma di Ettore Majorana, e guarda dentro la sua e la nostra vita. «E allora vedremo dentro la nostra vita / In piedi sulla barca a farci ombra con le dita / Tra poveri gesti e grandi slanci / In bilico a un soffio dai crepacci / Paure dissolte in due respiri / Nell’aria tersa dei desideri.». E in fondo le paure dissolte in due respiri lasciano spazio all’eleganza matta dei colpi di testa…

Dove pensa che condurrà il lettore il secondo movimento del suo progetto?

A Milano, in un palazzo di ringhiera, a fare la conoscenza di nuovi personaggi…

Vanessa Chizzini: Nata a Udine. Laureata al Dams di Bologna. Lavora in campo editoriale. Ha fondato una casa editrice specializzata in cinema e teatro. Autrice di testi teatrali e racconti. Detentrice dei diritti sul brevetto industriale della “Cabina di fotoprotezione con spazzole rotanti”. Ha scelto di autoprodurre “La vertigine del caso”, il libro che raccoglie il primo ‘movimento’ del suo progetto.

Nota: autopubblicazione disponibile su Amazon.

:: Un’ intervista con Silvia Pareschi

24 ottobre 2016

i_jeans_di_bruce_springsteen_la_coverBenvenuta Silvia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Faccio la traduttrice, ma questo lo sapete. Lo faccio da tanti anni, dal 2001, e per fortuna mi diverto ancora. Probabilmente perché traduco spesso libri belli. Tradurre un libro brutto è esasperante, mentre lo fai continui a pensare “ma perché gliel’hanno pubblicato, ma dov’era l’editor, ma tu guarda se devo anche sistemargli le magagne…” Tradurre un libro bello è invece un grande piacere, significa vedere all’opera un bravo scrittore, entrare nei meccanismi della sua scrittura, nelle pieghe dei suoi pensieri… Ma sto divagando. Traduco letteratura angloamericana, scrittori contemporanei come Jonathan Franzen, Zadie Smith, Amy Hempel, Denis Johnson, Junot Díaz, Jamaica Kincaid, e ho tradotto anche Don DeLillo, Cormac McCarthy e E. L. Doctorow. Ho sposato uno scrittore e artista americano, Jonathon Keats (di cui ho tradotto Il libro dell’ignoto per Giuntina), e vivo per metà dell’anno a San Francisco e per l’altra metà nel mio paese d’origine, sul lago Maggiore.

Sei per vocazione e talento essenzialmente una traduttrice. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro tuo? Un’esigenza interiore, una sfida con te stessa, l’amore puro per la scrittura?

Una sfida con me stessa prima di tutto. Mi piace provare cose nuove, quando mi propongono qualcosa in genere accetto, anche se poi magari me ne pento. C’era anche un’esigenza interiore, sì, nel senso che ora avevo finalmente qualcosa da dire. Dopo tanti anni passati a rispondere “no” a chi mi chiedeva “non vuoi scrivere un libro tuo?”, proprio perché sentivo di non avere niente da dire, l’essermi ritrovata a vivere in un posto interessante come San Francisco mi ha fornito il materiale e anche la voglia di scrivere.

Reportage, racconto, saggio sociologico, cosa prevale in I jeans di Bruce Springsteen?

Alcuni racconti del libro, come per esempio Il palazzo del porno e la prima parte di Dimmi come mangi, sono nati come reportage per riviste online, in questo caso Nazione Indiana e Rivista Studio. Sull’impianto del reportage ho poi innestato una parte narrativa, che in alcuni racconti è più forte e in altri lo è meno. In molte storie poi c’è anche una componente autobiografica, e infatti prevale la narrazione in prima persona. L’intreccio di queste forme si avvicina molto, in questo caso, alla definizione di autofiction, perché il mondo che descrivo viene filtrato attraverso la mia esperienza.

Oltre agli scrittori da te tradotti, quali altri autori hanno influenzato la tua scrittura, che autrici principalmente?

Dopo aver trascorso gli anni dell’università a studiare principalmente la letteratura russa classica, dopo la laurea in russo mi sono spostata decisamente verso gli scrittori angloamericani. È difficile dire chi abbia influenzato la mia scrittura al di là degli autori che ho tradotto, perché questi ovviamente, per ragioni di “intimità”, fanno la parte del leone. La mia aspirazione sarebbe quella di unire la limpidezza calviniana allo stile essenziale di Grace Paley alla forza evocativa di Toni Morrison e alla comicità di Douglas Adams. Può bastare?

Lo spazzare via la classe media ha creato un mondo brutalmente diviso a metà tra ricchi e poveri. Ne parli in Dimmi come mangi. Quali sono i segni più evidenti, che si incontrano per strada sfacciatamente, anche se si vuole ignorare il problema. Barboni, folli, dormitori pubblici sovraffollati, mense per i poveri?

San Francisco è la seconda città americana per percentuale di senzatetto: secondo una statistica recente ne avrebbe 795 persone ogni 100.000 abitanti, superata in questa infelice classifica solo da New York, che ne ha 887. E se è vero che alcuni di questi arrivano in città perché attratti dal clima relativamente mite e dalla politica di aiuti fornita dalla municipalità progressista, la realtà è che il 71% degli homeless di San Francisco viveva già in città quando ha perso la casa.
San Francisco è la città con il mercato immobiliare più caro degli Stati Uniti, dove la classe media è stata spazzata via e dove sono rimasti solo i ricchissimi e i poverissimi (io e mio marito ci siamo finora salvati perché abbiamo un appartamento ad affitto controllato, come la protagonista di Misofonia). E i poverissimi sono dappertutto, spesso malati che dovrebbero essere in un ospedale o in una clinica psichiatrica, e invece sono per la strada perché gli ospedali sono solo per chi può permetterseli e le cliniche psichiatriche pubbliche sono state chiuse definitivamente da Reagan negli anni Ottanta.

Alcuni racconti sono brevissimi e surreali come Lavanderia a gettoni (tre pagine) ma con una propria spiccata identità. Nel breve o brevissimo ti trovi più a tuo agio? Leggi Short Fiction? Ti piace? L’hai mai tradotta?

Leggo moltissimi racconti, e mi piace anche tradurli. Ho tradotto maestri del racconto come Amy Hempel, Nathan Englander, David Means, Annie Proulx, T.C. Boyle, Phil Klay. Non ho preferenze quando si tratta di tradurre racconti o romanzi, ciascuna delle due forme ha i suoi piaceri e le sue sfide. Le uniche cose che non mi piace tradurre, come ho già detto, sono quelle scritte male. Quanto ai miei gusti di lettrice, nel caso dei racconti leggo forse più scrittrici donne, non so se sia un caso oppure no. Oltre alla mia adorata Grace Paley, amo molto Alice Munro, Edna O’Brien, Lorrie Moore, Lydia Davis… Fra gli italiani, oltre a un intramontabile classico come Buzzati, ultimamente ho amato particolarmente i racconti di Michele Mari e Daniele del Giudice.

Il racconto Katrina ci porta nella New Orleans dell’uragano dell’agosto del 2005. Come è nato? Narra di un esperienza personale di tuoi amici, una vivida testimonianza di quei giorni. L’America non è nuova a uragani, inondazioni, bufere di neve epiche. Questo cambia la gente, ne accentua il fatalismo?

Poco dopo la catastrofe dell’uragano una mia amica originaria di New Orleans scrisse un’email a tutti gli amici per raccontare la terribile avventura capitata ai suoi genitori. Non ho mai dimenticato quella storia, soprattutto la parte della traversata a nuoto di quelle acque fetide, l’incubo peggiore che potessi immaginare, io che ho il terrore dell’acqua scura. Pochi mesi dopo, nel febbraio del 2006, sono stata ospite dei genitori della mia amica, la Ellen della storia, che mi hanno portata in giro per una città ancora devastata, dove i fondi per la ricostruzione stentavano ad arrivare. Anni dopo, per prepararmi a scrivere Katrina, sono tornata a New Orleans a trovarli e mi sono fatta raccontare la storia per filo e per segno, prima di soccombere all’ospitalità alcolica di quei due anziani e raffinati signori che trangugiano vino d’annata come fosse acqua fresca.
Quanto al fatalismo, sì, forse non c’è altra spiegazione. Perché gli abitanti di San Francisco continuano a vivere lì, aspettando il Big One? D’altronde anch’io non posso fare altro che sperare che, se proprio deve succedere, almeno succeda quando sono in Italia!

Raccontaci il tuo processo di scrittura. Scrivi di getto? Fai molte stesure? Hai vezzi o tradizioni scaramantiche, tipo bere dalla stessa tazza, usare la stessa penna, mettere un disco sul giradischi?

Il mio processo di scrittura richiede innanzitutto che esista del tempo per scrivere, cosa che non è sempre scontata. Forse anche per questo mi considero più una scrittrice di racconti, perché la forma narrativa breve è quella che più si adatta al mio tempo spezzettato. Un tempo che è così non solo per esigenze esterne, ma anche perché la mia capacità di concentrazione, quando si tratta di scrivere, è molto ridotta, due, tre ore al massimo, mentre quando traduco posso andare avanti per molto più tempo (per fortuna, altrimenti sarei già morta di fame). Non ho particolari rituali, se non quello di scrivere solitamente al mattino, quando la mente è ancora fresca e non appesantita dalle pagine tradotte durante la giornata. Di solito rimugino per giorni su quello che voglio scrivere, e così la prima stesura è spesso già vicina alla versione definitiva. Detesto il caos sulla pagina, quando traduco come quando scrivo, mi crea ansia, e l’ansia è la mia migliore alleata e anche la mia peggiore nemica, dipende da quanto riesco a usarla a mio vantaggio. L’ansia mi permette di essere puntualissima in tutto quello che faccio, che è un’ottima cosa, ma nello stesso tempo mi impedisce di dormire se ho una scadenza troppo ravvicinata. Solo il tempo e l’esperienza mi hanno insegnato come tenerla a bada.

Cosa apprezzi di più della letteratura femminile, o perché no femminista contemporanea? Il processo di emancipazione è ancora in divenire?

Emancipazione? Quale emancipazione? A me sembra che i progressi siano molto lenti, e che la vecchia mentalità venga semplicemente nascosta sotto il tappeto, per poi riemergere alla prima provocazione. Basta guardare la quantità di misoginia che ha portato allo scoperto la candidatura di una donna alla Casa Bianca. A me però annoiano le etichette, sono femminista ma non leggo “letteratura femminista” in quanto tale: leggo la letteratura che mi piace. Margaret Atwood, per esempio, mi piace moltissimo, ma perché è una grande scrittrice, non perché è una scrittrice femminista.

L’America vera, la gente che incontri per strada, la gente che va alle fiere del trattore, nelle librerie o nei reading poetici di San Francisco, che mangia cibo da strada per le vie di New York, sta per Trump, o per Hillary Clinton? Come cambierà l’America se dovesse vincere l’uno o l’altra? Come questo cambierà te, e la vita degli italiani in America?

Sai, io degli Stati Uniti conosco bene solo le due coste, e solo zone a maggioranza democratica. Non conosco nessuno che vota per Trump, e se lo conoscessi non credo che lo frequenterei. Questa campagna elettorale, da quando ne è uscito Sanders, è diventata sempre più brutta, e sono d’accordo con quello che si sente dire spesso: i problemi veri cominceranno dopo l’elezione del presidente, quando il paese si ritroverà non solo spaccato in due, ma anche avvelenato dal clima creato da Donald Trump e dalla sua campagna.

Tu hai tradotto autori che non sfigurerebbero per il Nobel, De Lillo soprattutto. Queste domande le ho scritte prima di giovedì 13 ottobre, ora probabilmente si sa chi ha vinto il Nobel per la Letteratura 2016. Tu chi avresti voluto che vincesse?

Quello che ha vinto. Non lo credevo possibile, sono stata veramente felice.

:: L’età delle certezze fragili, Giorgia Primavera (Edizioni clandestine, 2016) a cura di Olimpia Petruzzella e Elisa Costa

23 ottobre 2016

unnamed2Recensione di L’età delle certezze fragili
(a cura di Olimpia Petruzzella)

Quello di Giorgia Primavera è un libro allo stesso tempo sacrilego e delicato, che affronta senza remore né censure la crisi di mezza età in una donna. Un argomento di solito poco trattato e, quando cioè avviene, affrontato in maniera banale e sommaria, in quanto la letteratura e il cinema preferiscono concentrarsi sulla crisi maschile, inseguendo una serie di stereotipi che vanno dal viagra all’amante giovane, dai tradimenti alle auto costose e così via.
Eppure parlare di donne e di donne mature non è – o non dovrebbe essere – un tabù. Raccontare con dovizia di particolari la menopausa (una parola di solito sussurrata come fosse una vergogna o una parolaccia e non una condizione normale a cui noi donne arriveremo a un certo punto della nostra vita), il calo del desiderio sessuale, le perdite di urina, dovrebbe essere ormai comune.
Invece lo stereotipo della donna perfetta, alla Angelina Jolie – che, gente, io ve lo dico, arriverà anche lei alla menopausa un giorno, eh! – fa di L’età delle certezze fragili un romanzo unico nel suo genere e in un certo senso innovativo. Non perché racconta la storia di una donna normale, forte e fragile, decisa e insicura, coraggiosa e codarda, insomma complessa e contradditoria come qualunque altro essere umano, ma perché lo fa mettendo nero su bianco in maniera impietosa i segni dell’età che avanza.
Viola, la protagonista, ha da poco passato i cinquanta, è in menopausa da due anni e da allora non ha più voglia di fare l’amore con il compagno. Così finge, e nel frattempo si scambia messaggi in chat con Aidan, un aitante sessantenne scozzese, che rappresenta la fantasia di una vita diversa, nuova, libera, lontana. Una vita diversa da quella che Viola ha adesso, alle prese con pazienti che riescono a malapena a pagarla e a cui deve fare sconti, e un uomo che non ama ma con cui vive perché le è stato accanto dopo il suicidio del marito, affetto da disturbo bipolare.
Insomma, una vita difficile, quella di Viola, la quale tuttavia cerca di non farsi imbruttire anche l’anima dall’età e cerca qualcosa di diverso, qualcosa che possa permetterle di vivere e non solo di sopravvivere. E Aidan tiene viva questa speranza. Almeno finché non scopre la verità su di lui…
Anche gli altri personaggi sono ritratti con sapienza, dai comprimari alle semplici comparse: tutti hanno uno spessore e una veridicità profondi, tanto da avere l’impressione che, se solo ci si recasse a Massa, potremmo incontrare i nostri eroi per strada, intenti alle loro faccende quotidiane.
Quotidiano che è essenziale in questo romanzo, perché è da qui che si parte per raccontare una storia che a tratti può sembrare quasi incredibile (ma capitano tutte a lei?) eppure sempre condita da un verismo schietto. Schietto come lo stile semplice, privo di fronzoli, che tiene il lettore letteralmente incollato alle pagine, a porsi domande sulla storia fino ad arrivare all’inaspettato epilogo.
Insomma, un romanzo assolutamente da non perdere, a prescindere dal se siate uomini o donne. Perché anche se affronta la crisi di mezza età da un punto di vista femminile, questo non è affatto un ‘libro per donne’.

Intervista a Giorgia Primavera
(a cura di Elisa Costa)

Ciao, Giorgia! Siamo qui per fare due chiacchiere a proposito del tuo ultimo romanzo, “L’età delle certezze fragili”. Cominciamo?

L’argomento principale del libro sono i cambiamenti: fisici, emotivi, mentali. Tu come hai vissuto e vivi i cambiamenti importanti? Ti infondono ansia oppure li consideri eccitanti?

Entrambe le cose. E poi dipende dal tipo di cambiamento che uno si trova ad affrontare. Sulle prime mi causano ansia, non lo nego, poi riesco a razionalizzare e vedere tutto in una prospettiva più ampia. Quando ho iniziato a scrivere L’età delle certezze fragili, ero rimasta colpita da un’indagine del Daily mail, che mostrava l’istogramma della felicità diviso in fasce d’età. La felicità, lungo l’arco di vita, si dispone a formare una curva che tocca il picco d’infelicità nel periodo che va dai 50 ai 54. Le spiegazioni sociologiche avanzate da alcuni per spiegare il fenomeno – come l’essere la generazione 50 – 54 cosiddetta “sandwich”, ovvero schiacciata da figli ancora in casa e dai genitori anziani – mi lasciavano perplessa. Possibile, mi chiedevo, che poi la curva della felicità riprendesse il volo dopo i 54? Che risposta davo io a quel senso di malessere che avvertivo forte, come altri miei coetanei? Mi sono pertanto chiesta se questo picco all’ingiù non fosse dovuto anche a una realtà rilevante del campionamento, ovvero la presenza delle donne di quella fascia di età, donne che stavano andando o erano già in menopausa.

La protagonista del racconto lavora come psicoterapeuta, però a un certo punto è proprio lei ad avere una sorta di crisi d’identità: credi sia possibile aiutare gli altri a stare meglio, se non ci si sente in pace con se stessi?

Più che crisi d’identità, Viola soffre di depressione con tratti bipolari. Ritengo che psicologi e psichiatri si ammalino al pari di altri e, come spesso accade, talvolta ne sono inconsapevoli. Per rispondere alla tua domanda, ritengo che i conflitti personali irrisolti non consentano di svolgere al meglio le professioni d’aiuto.

La storia ruota attorno a una donna, ma ci hai presentato anche diversi personaggi maschili interessanti. Per esempio, Ernesto è una figura che nonostante tutto ispira tenerezza, sei d’accordo?

Sì, Ernesto è uno sbruffone che si trova a fare i conti, forse più di Viola, con il crollo di un mondo di certezze nel quale si muoveva sicuro. E quindi è tenero, non c’è dubbio.

E invece Aidan? Il suo ruolo nei confronti di Viola è quello di un aiutante oppure di un antagonista? O magari entrambi?

Aidan ha entrambi i ruoli. È il cantico del cigno, l’illusione amorosa che ti aiuta ad andare avanti, ma che poi si trasforma in un incubo.

Veniamo ora a Rachele, la figlia della protagonista. Per caso questa ragazza rappresenta l’egoismo, e a volte la crudeltà, della giovinezza?

Sì, hai colto bene. Rachele rappresenta l’ego ipertrofico della giovinezza, che talvolta sorvola con leggerezza sul vissuto dei genitori o delle persone più anziane.

Viola ha una determinata opinione circa il concedersi qualche “ritocchino” chirurgico per migliorare il suo aspetto fisico. Tu che ne pensi? Ritieni che vedersi più belli allo specchio sia positivo per l’autostima, o rischi piuttosto di diventare un placebo?

Ad avere i soldi… Scherzi a parte, credo che ognuno debba sentirsi bene con se stesso. Certo, abbiamo visto molte attrici esagerare e trasformarsi in maschere grottesche. In quel caso un invecchiamento curato ma naturale è preferibile. Penso, ad esempio, a Isabella Rossellini. Insomma la via di mezzo è sempre la migliore. Ritocchino sì, disastro no!

Credi che le signore di una certa età possano essere addirittura più vivaci e intraprendenti delle ragazzine, come fa Carolina?

Sì, penso proprio di sì in alcuni casi. Dipende però da tanti fattori: il vissuto precedente, magari la comparsa di un nuovo amore o anche l’assunzione di ormoni. Però, a mio avviso, non è la regola.

Adesso vorrei porti un paio di domande delicate, e spero vivamente che tu non ti offenda! La prima riguarda il tuo rapporto con Viola: ho notato che siete più o meno coetanee… C’è qualcosa di autobiografico nel romanzo?

Ahi, me lo aspettavo. Con il mio editore avevamo concordato il tema (la menopausa) e, di conseguenza, mi sono informata com’era doveroso, frequentando a lungo gruppi Facebook dedicati al tema. Sono rimasta sorpresa da quanto le donne soffrissero in silenzio, per caldane e altri disturbi, e non volessero esternare i loro problemi ai familiari. Ad esempio era quasi tabù il calo del desiderio avvertito dalla maggioranza, anche per il timore di perdere il marito. Però, questo è certo, non è il mio vissuto. Se avessi dovuto scrivere la mia storia, sarebbe stata ben altra, visto che ho sofferto di endometriosi con dolori lancinanti per decenni e ho sempre dichiarato che avrei stappato una bottiglia di champagne una volta passato il Rubicone. Ma è diverso. Io ero malata e la menopausa rappresenta la cura elettiva per l’endometriosi, tanto che alcune pazienti vengono mandate in menopausa chimica per qualche mese anche a trent’anni. L’autobiografia è invece presente, come spesso accade, in aspetti minori, nelle intercapedini del testo. Si dice spesso “scrivi di ciò che conosci” (o altrimenti informati bene!). Dunque, quando si è reso necessario, ho narrato la morte dei miei genitori, fondendola, entrambi vittime di tumore al polmone. È stata la parte più difficile da scrivere: ricordare i deliri di mio padre sotto morfina e l’agonia infinita di mia madre dietro a un paravento.

E infine, come ti aspetti che il pubblico reagisca al tuo libro? É una storia particolare e immagino che gli stessi elementi che la rendono unica possano lasciare perplessi i lettori più tradizionalisti. Ti sei sentita coraggiosa a descrivere con tanto realismo la vicenda di Viola?

Molti tabù accreditati dal veterofemminismo stanno crollando, per fortuna. Mi piace molto l’outing schietto della cantante Fiordaliso: «Non ho più voglia di fare sesso e non sono mai stata più felice». E invece l’idea che la menopausa sia l’inizio di una nuova vita erotica, più intensa e piena di quella che l’ha preceduta, è appannaggio di numerose femministe storiche, a partire da Erica Jong con Fear of dying alla scrittrice nicaraguense Gioconda Belli con L’intenso calore della luna fino addirittura ai chick lit, l’ultimo di Helen Fielding, l’autrice de Il diario di Bridget Jones, con il suo nuovo Un amore di ragazzo. Tutti questi libri equiparano la menopausa a una nuova era, fatta di chirurgia plastica, toy boy a volontà e sessualità esplosiva. È davvero così? Mah! Io preferisco Fiordaliso.

Ti ringrazio infinitamente per il tempo e l’attenzione, e ti auguro che “L’età delle certezze fragili” ottenga il successo che merita!

Grazie 🙂