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:: Un’ intervista con Pietro De Angelis, a cura di Elena Romanello

6 marzo 2017

deangelis1Pietro De Angelis ha recentemente pubblicato presso Elliot Il mistero di Paradise Road, recensito su Liberi di scrivere qualche tempo fa. Un libro insolito e originale, ed è per questo che è interessante sentire cosa racconta l’autore stesso sulla sua genesi.

Come è nata l’idea de Il mistero di Paradise Road?

Ogni libro nasce da una scintilla diversa; a volte è un luogo, altre un’idea di trama, altre ancora un personaggio. In questo caso, tutto ha avuto inizio dalla folgorazione di un’immagine, l’immagine di un oggetto, che sarebbe poi diventato l’invenzione al centro della storia. Da lì, il resto è venuto in modo conseguenziale. C’era solo un tempo e un luogo in cui quell’immagine, cioè quell’invenzione, sarebbe risultata credibile per un lettore: la Londra dell’800.

Perché, secondo lei, l’Inghilterra vittoriana continua ad affascinare così tanto?

Personalmente, ma la mia è una risposta parziale, da puro appassionato del periodo, sono convinto che siamo un po’ tutti figli dei Vittoriani. L’epoca vittoriana è stata un periodo di continua, esasperata evoluzione, esattamente come il nostro, in cui si sono vissute e sperimentate fortissime contraddizioni, e si sono formati in nuce alcuni dei caratteri sociali e culturali che poi abbiamo ereditato, e che continuano ancora oggi a segnarci in positivo o negativo. Il moralismo e l’individualismo borghese, la rigida divisione in classi, il culto del successo materiale, la separazione delle pulsioni inconsce dalla vita pubblica, con lo spostamento di tutto ciò che era considerato proibito in una dimensione parallela e sotterranea, l’inibizione e la repressione feroce degli aspetti ritenuti non vantaggiosi per l’affermazione mondana, il ruolo subalterno della donna e insieme la sua lotta per l’emancipazione, sono tutti aspetti ancora vivi nella nostra società attuale. Al tempo stesso, è stata un’epoca di incredibili scoperte e invenzioni tecnologiche, che hanno animato una grande fiducia nel progresso scientifico, e anche un periodo in cui il diverso, il deforme, l’insolito sono stati venerati in circoli ristretti, elitari, quasi come una forma di resistenza, un marchio di distinzione.

Pensa di tornare in questo mondo con altre storie?

Sì, come scrittore mi affascina molto la tensione tra Ordine e Caos, tra Legge e Natura, tra Repressione e Libertà, e come ho detto quest’epoca è il setting perfetto per storie che vogliano trattare temi simili.

Quali sono i suoi maestri e fonti di ispirazione per questo e altri libri?

La stesura de Il mistero di Paradise Road è stata lunghissima, ed estenuante. Quasi dieci anni di lavoro, tra ricerche, traduzioni, scrittura e editing. Ho consultato moltissimi testi, dai grandi classici vittoriani, ai romanzi neovittoriani, a saggi a tema vittoriano. Non potrei indicarne uno, senza far torto a tutti gli altri. Ma ci sono stati due libri in particolare senza i quali non avrei mai potuto scrivere il mio: Rooms near Chancery Lane, un libro particolarissimo, che descrive le vicissitudine del primo Ufficio Brevetti della Corona, ovvero il luogo dove lavora il mio protagonista; e i due pamphlet let Le quattro età della poesia di Peacock e Difesa della poesia di Shelley, che mi hanno fornito lo scenario culturale per incarnare il conflitto tra Prosa e Poesia, il cuore pulsante del romanzo.

Come vive la sua realtà di scrittore oggi in Italia e in una zona terremotata?

Viviamo in un momento molto strano, in cui si pubblicano moltissimi libri, e se ne leggono pochi. Ormai la sfida maggiore, per uno scrittore, non è diventata farsi pubblicare, ma tentare di assicurare visibilità e longevità al proprio lavoro. I nuovi social sono un grande aiuto, in questo, ma trovo che siano anche una grande distrazione, sottraendo spazio a quel silenzio, necessario per chi scrive, dal quale soltanto nascono le parole. Per quanto riguarda la seconda parte della sua domanda, temo non ci sia una vera risposta. Per chi ha vissuto la tragedia del terremoto, niente sarà più uguale a prima. La nostra geografia del cuore è stata di colpo distrutta, cancellata da un giorno all’altro. Viviamo come all’indomani della fine di una guerra, con tutte le sensazioni e le emozioni contrastanti di un momento del genere. A volte prevale il dolore della perdita, altre volte la speranza e il desiderio di riscatto, ma siamo tutti consapevoli, in cuor nostro, che qualcosa di immensamente prezioso è andato perduto, e che non ci sarà mai più restituito, almeno nell’arco della nostra vita; ci vorranno molti, molti anni per tornare alla normalità. Queste macerie, però, sono pezzi della nostra storia, e tutto ciò che si può fare è amarle con ancora più forza e intensità delle case e delle strade che furono. Essere scrittori qui significa sentire tutto questo dolore, tutto questo amore, e lasciarsene colmare; significa sapere che, un domani, quando sarà il momento, se ne scriverà, e si darà forma e senso a ciò che ora appare come impossibile persino da descrivere.

:: Un’ intervista con Chiara Rapaccini, a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2017

baires-lightChiara benvenuta su Liberi di scrivere per noi è un piacere averla qui per fare qualche parola su Baires, il suo romanzo intrigante, curioso tra realtà e dimensione fantasia edito da Fazi. Cosa ha scatenato l’idea di scriverlo? Come è stato per lei scriverlo?

R: Baires è una città che amo e che frequento da anni. Una città “dove tutto può accadere”. Un misto di razze, religioni, umanità povera e ricchissima, arte e sperimentazione che se la sognano negli Usa. Una città dove su due persone, una è italiana. La location perfetta dove perdersi e ritrovarsi.

Lei di solito scrive e illustra libri per bambini come è stato creare questo libro per adulti?

R: Ho scritto libri per bambini per anni e continuerò. Ma da qualche tempo sono rimasti pochi gli editori italiani che sperimentano e osano. Il “politicallycorrect” si è appropriato anche di questo settore culturale che negli anni 90 era sperimentazione pura e libertà. Allora ho preferito scrivere per i grandi. Nessuno può censurarti! La prima collaborazione a un testo per adulti è avvenuta con Elio e Storie Tese per Stile libero Einaudi. Ricordo il senso di libertà che ho respirato entrando negli uffici Einaudi… Chi mi ha spinto alla letteratura adulta però è stato mio cognato, Furio Monicelli, fratello di Mario, un grande scrittore.

Frida, ha perso l’uomo amato, e parte per l’Argentina con il figlio. Le loro strade si divideranno e per la donna comincerà in viaggio tra reale, surreale, sogno,dimensione mistica. Cosa rappresenta davvero per la donna questo viaggio in Argentina?

R: Per Frida rappresenta la fuga dal dolore ma anche da un mondo protetto, infantile, falsamente rassicurante. La metafora vale anche per l’Italia, l’Europa e il vecchio mondo, ormai asfittico, ripiegato su se stesso, polveroso. Il nuovo mondo, il Sudamerica è un luogo povero ma vitale, perfetto per ricominciare da capo.

Tra i diversi personaggi che Frida incontra c’è anche Guillermo, con il quale si instaura un rapporto speciale. Quanto è importante lo scrittore nel percorso catartico che Frida sta compiendo?

R: Guillermo è un uomo cinico ma affascinante, uno scrittore acuto (esiste davvero, è il più grande scrittore argentino vivente). Frida, in questo lungo viaggio complicato, riscopre anche il suo corpo. Un corpo che invecchia ma ancora sensuale. Il sesso è uno straordinario mezzo per rivitalizzare mente e corpo. A Buenos Aires c’è la cultura del corpo, della sensualità, dell’eros. Frida , per continuare a vivere, deve risvegliare a poco a poco i cinque sensi…

Tra gli altri personaggi incontrati ci sono una sciamana, proprietarie di alberghi dal carattere ambiguo, psicologhe e dottori che entrano ed escono dalla vita della protagonista. Che cosa sono per Frida, semplice incontri o elementi essenziale del suo cammino di rinascita?

R: Sono i cosiddetti “aiutanti magici “ indicati da Vladimir Propp nel suo testo sulle fiabe. Un testo su cui ho studiato per laurearmi in psicopedagogia. Aiutano Frida nel suo percorso, a volte la ostacolano, a volte donano oggetti magici. Per ”rivedere le stelle” è necessario andare all’inferno, incontrare angeli e diavoli, farsi scortare da un Virgilio. Da soli non si riesce a raggiungere uno scopo.

Una delle presenze costanti nel libro è la figura del Vecchio. Lui- compagno morto della protagonista- ha funzione protettiva o è una sorta di guida per Frida verso una nuova fase esistenziale?

R: Il vecchio è un angelo custode, ma allo stesso tempo una presenza autoritaria, un padre padrone da cui Frida deve emanciparsi. Mi ispiro in parte a Mario Monicelli, per questo personaggio, il mio compagno di una vita. Uomo straordinario che mi ha insegnato molto, ma allo stesso tempo una personalità castrante, come tutti i geni.

Gli 11mila chilometri percorsi da Frida sono ricchi di colori, profumi, odori e sapori. C’è anche un buona dose di fede vissuta tra religione cristiana e qualcosa che ha sapore di pagano. Questo mix di elementi che effetto ha sulla protagonista?

R: Frida è lei stessa un personaggio magico, lungimirante, fantasioso. E’ un artista. Per comprendere se stessa e dare una svolta alla sua vita, si affida al sesto senso, all’irrazionale.

Quanto c’è di Chiara Rapaccini in Frida? E perché ha scelto di chiamare il suo alter ego letterario con il nome che mi ha ricordato la grande Frida Khalo (pittrice, donna di carattere forte che ha affrontato dolori e sofferenze fisiche ed emotive)? C’è un collegamento tra le due?

R: Frida è la mia alter ego… banale ma vero. Io vorrei essere coraggiosa come lei, ma lo sono molto meno. La mia vita però è stata altrettanto avventurosa. Frida non è il nome della Khalo, ma di mia nonna. Una crocerossina che ha salvato molti soldati nella prima guerra mondiale. Un’austriaca dal cuore d’oro, impavida quanto autoritaria. L’adoravo.

Se dovessero fare un adattamento cinematografico di Baires, lei esclusa, chi potrebbe interpretare il ruolo di Frida?

R:Bella domanda!!! Una Maggie Smith giovane, oppure EmyWinehouse. Ma mi verranno in mente attrici viventi e più giovani…

:: Il Fantastico secondo Alessia Mainardi, a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2017

alessiamainardiAlessia Mainardi, parmigiana doc, è un nome noto da diversi anni a chi si occupa di cultura fantastica e frequenta le fiere: cosplayer storica, attivista sociale per i diritti dei disabili, autrice delle due saghe fantasy di Argetlam e Avelion e del romanzo steampunk Blink. Ma sentiamo cosa racconta lei stessa sulla sua vita e la sua arte poliedriche e interessanti.

Come nasce la tua passione per i generi del fantastico, steampunk e fantasy?

Potrei dire che questa passione nasce con me. Mi spiego meglio: fin da bambina adoravo le fiabe, inventavo storie fantasiose che raccontavo io a mia nonna e non viceversa. Crescendo questa mia inclinazione verso tutto ciò che è fantastico si è allargata abbracciando i libri che leggevo, non solo romanzi di genere, ma anche saggistica su mitologia, leggende, misteri e archeologia, in particolare egittologia; per poi passare ai film e le serie TV che seguivo e, ovviamente, anche i cartoni animati, non solo Disney, quanto più gli anime giapponesi, i quali mi hanno fatto approdare ai manga. Alla fine, quando sono diventata scrittrice, per me è stato naturale continuare nel solco della passione che mi è sempre appartenuta.

In che universo ti sei sentita più a tuo agio, in quello fantasy o in quello steampunk?

Sicuramente in quello steampunk. Come ho detto prima sono appassionata di mitologia, archeologia e anche di periodi storici più recenti, come quello vittoriano in cui lo steampunk affonda le sue radici. Avendo adorato i romanzi di Jane Austen così come le avventure di Sherlock Holmes descritte da Sir Arthur Conan Doyle calarmi in quell’atmosfera, condendola di un pizzico di magia e fantasia, per me è stato molto più stimolante che creare dal nulla un intero mondo nuovo come richiede il fantasy. Preferisco nascondermi tra le pieghe di ciò che è familiare e conosciuto e ribaltarne la concezione con qualche innovazione imprevista.

Cosa pensi della situazione di questi generi in Italia?

Da lettrice devo dire di trovare le proposte italiane riguardanti il fantasy spesso noiose e ripetitive, come evidenziano bene la somiglianza di trame e copertine, per questo mi avvicino più volentieri all’urban-fantasy e allo steampunk. L’offerta è minima se rapportata ad altri generi più di moda come il paranormal-romance o anche il filone distopico, anch’essi abusati più che sfruttati, ma come ho detto prima, questi generi che partono da un periodo storico preciso, da una realtà comune a tutti, e poi la stravolgono, spesso racchiudono trovate originali e molto apprezzabili che non sono presenti in altri generi. Da scrittrice dunque, pur avendo esordito con una trilogia fantasy classica, me ne sono allontanata quasi subito, poiché desidero proporre ai miei lettori ciò che io per prima trovo differente e godibile.

Vuoi raccontare qualcosa della sua esperienza nel cosplay e del libro che hai scritto in tema?

La mia parentesi cosplay rientra nella mia passione per il fantastico, i film, gli anime e i manga. Era un modo per rendere reali i personaggi che amavo vestendone i panni. Il che da la possibilità di sfidare se stessi facendo cose che normalmente non rientrano nella nostra routine e, anche, di rapportarsi con gli altri dimenticando timidezza e inibizioni. Attraverso il cosplay si impara qualcosa di più del recitare un testo a lungo provato su di un palco, l’immedesimarsi in un personaggio al punto da renderlo reale per chi ti incontrerà in fiera e con cui dovrai interagire.
In più essendo io disabile, affetta da una malattia genetica rara che si chiama Atassia di Friedreich, cominciai a fare cosplay subito dopo la diagnosi come reazione alla mia condizione, scoprendo che con un costume addosso non ero più la ‘povera ragazza disabile’ di cui avere pena, bensì una cosplayer come tante altre, una del gruppo. Con il cosplay prendevo una pausa da me stessa e per assurdo, nei panni di un personaggio irreale, mostravo agli altri la vera me stessa, senza le limitazioni della mia malattia. Ero ciò che volevo essere.
Questa mia scoperta ho voluto inserirla nel libro autobiografico Alessia in Cosplayland proprio per condividere ciò di cui mi ero accorta e che ho sperimentato in prima persona, ovvero che, come scrivo nel testo, a volte ‘la disabilità è solo questione di punti di vista’ e ‘la volontà è ciò che rende chiunque in grado di realizzare anche l’impossibile’. Se non avessi imparato a guardare la mia disabilità da un’angolazione diversa, prendendola non come limite, ma semplicemente come un differente punto di partenza, non sarei dove sono ora a fare quello che faccio.

Prossimi progetti?

Come editore insieme ad Ailus Editrice, l’associazione di cui sono presidente, nata dalla passione di un gruppo di scrittori, illustratori e lettori, che ha lo scopo di far conoscere il mondo del fantastico a 360 gradi, pubblicando i lavori dei suoi artisti e collaboratori, davvero molti che mi vedranno impegnata per tutto il 2017. Come autrice, ho abituato i miei lettori ad avere un mio libro nuovo all’anno e non li deluderò. A novembre potrete leggere un romanzo che ho ribattezzato di ambientazione archeo-fantasy in cui saranno chiamate in causa le divinità dell’Antico Egitto, una delle mie passioni più vecchie e radicate.

Per ulteriori informazioni su Alessia visitare il suo sito ufficiale www.alessiamainardi.net e quello dell’AssociazioneAilus Editrice: www.ailuseditrice.it

:: Un’ intervista con Carlos Reyes González

20 febbraio 2017
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Credit photo © Felipe Monardes – In primo piano Carlos Reyes e la versione originale del libro

Con grande piacere abbiamo potuto intervistare gli autori de Gli Anni di Allende, vincitore dell’ edizione 2017 del Liberi di scrivere Award. Oggi è la volta di Carlos Reyes González. Abbiamo provveduto a mettere sia la versione originale che italiana, per tutti i nostri lettori di lingua spagnola. Buona lettura!

Bienvenido Carlos y felicitaciones para haber ganado la edición 2017 del Liberi di scrivere Award con la novela grafica Gli anni di Allende! Ante que todo, hablanos de ti, presentate a tus lectores, muchos italianos, que te conocieron también con este Premio.

Hola a todos y todas. Me llamo Carlos Reyes González, soy chileno y como tal, vivo entre el desierto, la patagonia, el mar y la cordillera en el sur del mundo. Estudié cine y TV pero con los años – aunque veo ingentes cantidades de series de TV y cine- me he ido alejando de la creación audiovisual para dedicarme cada vez más a mi otra pasión: la historieta, por eso – aunque también he escrito cuentos- más que un escritor siempre me he sentido un guionista, es decir alguien que escribe en imágenes, alguien que escribe más para ser visto que para ser leído, alguien que explora esa extraña relación que se produce entre la palabra y la imagen

Benvenuto Carlos e complimenti per aver vinto l’edizione 2017 del Liberi di scrivere Award con la novella grafica “Gli anni di Allende”. Come prima cosa, parlaci di te, presentati ai tuoi lettori italiani che ti hanno conosciuto attraverso il premio.

Un saluto a tutti e a tutte. Mi chiamo Carlos Reyes González, sono cileno e in quanto tale vivo tra il deserto, la Patagonia, il mare e la cordigliera. Ho studiato cinema e televisione però con gli anni – anche se continuo a guardare moltissime serie TV e film – mi sono allontanato dalla produzione audiovisiva per dedicarmi sempre di più a un’altra mia passione, il fumetto. Pur avendo scritto alcuni racconti, più che uno scrittore mi sono sempre sentito uno sceneggiatore, ovvero qualcuno che scrive per immagini, che scrive più per essere visto che letto, che esplora questa rara relazione che si produce tra la parola e l’immagine.

Seguramente has ganado premios más importantes, pero este tiene la peculiaridad que es totalmente en las manos de los lectores: ellos postulan los libros, ellos los votan. Non hay jurados de calidad, personajes cuyo rostro vale más y determina la victoria. Te esperabas que muchos de tus lectores, varios chilenos, te hubiesen seguido hasta aquí en este remoto blog italiano?

Afortunadamente y contra todas expectativa, hemos ganado un par de premios con Los años de Allende que nos tienen a Rodrigo Elgueta, el dibujante, y a mí muy sorprendidos y felices. Y es que cuando estábamos trabajando en este proyecto pensábamos que hacíamos un libro que solo iba a interesar a Chile y afortunadamente le ha ido muy bien en nuestro país, pero también ha tenido mucha atención fuera de Chile, lo que para nosotros fue algo más que agradable. Los premios son siempre un regalo, una muestra de cariño. Una forma de saber que lo haces ha tenido un pequeño impacto en alguien y que ese alguien – una persona común y corriente- quiere retribuir tu trabajo con un regalo. Y los regalos, grandes o pequeños, simples o sofisticados, los recibo siempre con alegría y humildad, porque todos sabemos que a veces un premio es más bien prestigio y que no significa necesariamente más éxito o público.  En nuestro caso se trata además de una historieta, un lenguaje que en nuestro país ha a comenzado a tener cierta visibilidad recién en los últimos años -pese a que Chile tiene una larga y rica tradición historietistica- y se trata de una novela gráfica en que el trabajo autoral que se premia es compartido. El guión no sirve de nada sin los dibujos, ambos artes se fusionan para llegar a completarse en la lectura final que hace el público. Cuando Edícola Ediciones nos contó que estábamos nominados a Liberi di scrivere Award nunca pensé que ganaríamos ni que, como bien señalas, los lectores chilenos respondieran tan entusiastamente tomándose el tiempo para votar.  Imagino que ese público lector está felices de haber contribuido a ayudarnos a llevar este libro más allá de nuestras fronteras y quiero creer que es porque piensan que es un buen trabajo. Estoy muy agradecido.

Sicuramente hai vinto premi più importanti, ma questo ha di bello che è totalmente in mano dei lettori: loro candidano i libri, loro li votano. Non ci sono giurie di qualità, personaggi il cui voto vale di più e determina la vittoria. Ti aspettavi che tanti tuoi lettori, molti cileni, ti seguissero fin qui in questo sperduto blog italiano?

Fortunatamente e contro ogni aspettativa abbiamo vinto un paio di premi con “Gli anni di Allende”, cosa che rende Rodrigo Elgueta, l’illustratore, e me molto sorpresi e felici. Mentre stavamo lavorando al progetto pensavamo che il libro avrebbe interessato solo i lettori del Cile. In effetti il libro nel nostro paese è andato molto bene, ma quello che ci ha più piacevolmente sorpresi è stato l’interesse che ha raccolto all’estero. I premi sono sempre un regalo, una dimostrazione d’affetto. Un modo di sapere che quello che fai ha un qualche impatto sulla vita di qualcun altro e che questo qualcun altro, una persona comune, vuole ripagare il tuo lavoro con un regalo. E i regali, che siano grandi o piccoli, semplici o sofisticati, li ricevo sempre con allegria e umiltà, perché tutti sappiamo che a volte un premio è più che altro una questione di prestigio e che non necessariamente significa maggior successo o pubblico.
Nel nostro caso poi si tratta di un fumetto, un linguaggio che nel nostro paese ha iniziato ad avere visibilità solo negli ultimi anni – anche se in questo ambito il Cile può vantare una lunga e ricca tradizione – e si tratta di una novella grafica in cui il lavoro autoriale che viene premiato è condiviso. La sceneggiatura non significa nulla senza i disegni, entrambe le arti si fondono per arrivare a completarsi nella lettura finale del pubblico. Quando Edicola Ediciones ci ha detto che eravamo stati candidati per il Premio Liberi di Scrivere Award mai avrei immaginato di poter vincere né, come hai giustamente segnalato, che i lettori cileni avrebbero risposto con tanto entusiasmo, prendendosi il tempo di votare. Immagino che questi lettori siano felici di aver contribuito a portare il libro ben aldilà delle nostre frontiere e mi piace pensare che l’abbiano fatto perché pensano che sia un buon lavoro. Sono molto riconoscente per questo.

Como nació la idea de escribir los textos de este libro?

Nació de la propuesta de nuestro editor en Chile, Rafael López Giral que nos instó a hacer esta novela gráfica, pero de algún modo también es fruto de un deseo que Rodrigo y yo teníamos de hacer un trabajo que tuviese que ver con temas más políticos como este. Yo sentí la necesidad de decir algo al respecto, de mostrar  que la historieta puede y debe hacerse cargo de problemáticas políticas, cosa que ha venido haciendo desde sus orígenes, incluso en los trabajos mudos de autores como Masereel,  Nückell y muchos más.  Para mí la escritura siempre es política y acá lo fue de forma evidentemente.

Come è nata l’idea di scrivere i testi di questo libro?

È nata dalla proposta del nostro editore in Cile, Rafael López Giral, che ci ha esortato a realizzarla, ma è nata anche da un desiderio che Rodrigo e io avevamo di realizzare un progetto che avesse a che vedere con tematiche politiche. Ho sentito il bisogno di dire qualcosa a proposito, di dimostrare che il fumetto può e deve farsi carico di questioni politiche, cosa che fa fin dalle sue origini, a partire dai fumetti “muti” di autori come Masereel, Nückell e molti altri. Per me la scrittura è sempre politica e qui lo è stata in modo decisamente forte.

Gli anni di Allende habla de un periodo muy dramático y delicado de tu país. Hubiese podido tomar una via, hacia la democratizacion, la justicia social, pero encuentra la dictatura. Nosotros en Italia en los año ‘70 vivimos el periodo del terrorismo de las brigadas rojas, que querian llevar el país hacia la revolución, ustedes como enfrentaron sus particular coyuntura historica y politica?

Para escribir y dibujar Rodrigo y yo nos sumergimos en documentales, registros fotográficos, entrevistas, libros de historia y todo lo que pudimos hallar sobre  el tema. La idea fue siempre ofrecer un panorama lo más general posible de los distintos momentos del periodo de la Unidad Popular de Allende y de su violento fin con el Golpe de Estado. Incluso llegamos a reunimos con el historiador chileno Manuel Vicuña que nos señaló algunos hitos fundamentales que según él no podíamos eludir. No obstante hay que aclarar que también se trata de una historia de la que yo siempre leí y vi mucho material. y con la que siempre soñé hacer algo. En esta novela gráfica quisimos mostrar el vértigo de ese breve periodo entre 1970 y 1973 que fue bullente no solo en lo político-partidista, sino también fue sorprendente en lo cinematográfico, lo musical, lo artístico.  Se trató de una lucha, de un sueño que fue mucho más allá de lo local, de lo meramente chileno. Todos los ojos del mundo (de un mundo muy diferente  al que habitamos hoy día), los ojos tanto de simpatizantes como de enemigos, estaban  puestos en Chile. La propuesta de Allende fue un experimento único en el mundo, una revolución sin armas, hecha a través del voto democrático. Para muchos esa fue justamente su fortaleza y para otros la razón de su derrota. Lo innegable es que Salvador Allende es ya una figura mítica, un personaje de talla mundial del que se van a seguir escribiendo miles y miles de páginas. Esta es simplemente nuestra versión de los hechos. Esta obra es de ese tipo de libros que llevas dentro de ti por décadas hasta que un día cristaliza y toma forma fuera de tu sistema pese a tí mismo. De algún modo Los años de Allende era un libro inevitable para mí. Tarde o temprano tenía que salir.

Gli anni di Allende parla di un periodo molto drammatico e delicato del tuo paese. Poteva prendere una via, verso la democratizzazione, la giustizia sociale, e invece incontra la dittatura. Noi negli anni in Italia 70 abbiamo vissuto il periodo del terrorismo delle brigate rosse, che volevano portare il paese verso la rivoluzione, voi come avete affrontato la vostra particolare congiuntura storica e politica?

Per scrivere e disegnare Rodrigo e io ci siamo immersi in documentari, archivi fotografici, interviste, libri di storia e tutto quello che abbiamo potuto reperire sull’argomento. L’idea è sempre stata quella di offrire un panorama il più generale possibile dei diversi momenti del periodo dell’Unidad Popular di Allende e della sua violenta fine con il colpo di Stato. Abbiamo anche incontrato lo storico cileno Manuel Vicuña che ci ha segnalato alcuni elementi che secondo lui non avremmo in alcun modo potuto ignorare. Va considerato inoltre che si tratta di una storia della quale ho sempre letto e visto molto materiale e con la quale ho sempre sognato confrontarmi. In questa novella grafica abbiamo voluto mostrare la vertigine di questo breve periodo tra il 1970 e il 1973 che fu effervescente non solo dal punto di vista politico, ma che fu sorprendente anche da quello cinematografico, musicale e artistico.
Si è trattato di una lotta, di un sogno che è stato molto più che locale, molto più che solamente cileno. Tutti gli occhi del mondo, di un mondo molto diverso da quello che abitiamo oggi, lo sguardo tanto dei simpatizzanti tanto dei nemici era puntato sul Cile. La proposta di Allende è stata un esperimento unico al mondo, una rivoluzione senza armi, fatta attraverso il voto democratico. Per molti questa è stata giustamente la sua forza e per altri la ragione della sua sconfitta. Quello che è innegabile è che Salvador Allende è già una figura mitica, un personaggio di risonanza mondiale, del quale si continueranno a scrivere migliaia e migliaia di pagine. Questa è semplicemente la nostra versione dei fatti. Quest’opera è uno di quei libri che ti porti dentro per anni fino a quando un giorno si cristallizza e prende forma fuori di te, aldilà di te. In tutti i modi “Gli anni di Allende” era un libro inevitabile per me. Prima o poi sarebbe venuto fuori.

Gli anni di Allende habla del Chile desde 1970 al 1973. Porqué según ti este periodo historico, y la particular experienza vivida con Allende despierta aun el interes de muchos jovenes, hasta italianos?

Es cierto. Como te decía antes, Allende es una figura que ya excede lo político y se ha instalado como otro hito fundamental del siglo XX. Es la encarnación del héroe trágico, sinónimo de incorruptibilidad, el sueño de una utopía que pudo ser, encarnada en un hombre que tenía un proyecto tan único, tan personal que nadie pareció haber comprendido nunca a cabalidad, ni siquiera sus seguidores más cercanos ni sus detractores. Allende luchó hasta contra gentes de su propio bando para instalar su proyecto. Debe haberse sentido como un grupo formado por un solo miembro. ¿Qué lleva a muchas personas y jóvenes del mundo a sentirse tan cercano a su figura? Piensa en esto: Un hombre mayor está encerrado con muy pocas armas junto a un reducido grupo de personas en el palacio de gobierno. Es traicionado por un grupo de militares, uno de los cuales él mismo puso en el cargo. Su gobierno ha sido atacado desde  el primer día por fuerzas internas y externas. SU gobierno comete errores, pero acierta en otras tantas ocasiones. En plena guerra fría Estados Unidos lo combate y conspira en su contra. Ni Rusia ni Cuba lo apoyan del todo justamente porque el proyecto político de Allende no les parece viable. Este mismo hombre está ese 11 de septiembre de  1973 rodeado y atacado por tropas y tanques. ¡Es bombardeado por aviones! Ve morir a sus mejores amigos en una batalla desigual mientras se entera de que el país entero está en manos de los golpistas cívico-militares que han conspirado contra él. Allende declama a través de la única radio fiel que le queda uno de los discursos más impresionantes de la historia moderna en medio de la batalla y finalmente decide morir antes que rendirse (algunos incluso afirman que fue asesinado) ¡Cómo no va a a impresionar eso a alguien en algún lugar del mundo! Piensen por un momento en lo que Shakespeare hubiese hecho con ese material. En Chile no nos hemos percatado aún de que Allende ya no nos pertenece, él ya es parte del inconsciente colectivo de la humanidad. Es el último gran utopista del siglo XX.

Gli anni di Allende parla del Cile dal 1970 al 1973. Perché secondo te questo periodo storico, e la particolare esperienza vissuta con Allende desta ancora l’interesse di tanti giovani, persino italiani?

Allende è una figura che è già uscita dai confini della politica ed è già diventata elemento imprescindibile del XX secolo. È l’incarnazione dell’eroe tragico, sinonimo di incorruttibilità, rappresenta il sogno di un’utopia che avrebbe potuto essere, personificata in un uomo che aveva un progetto così unico e personale che nessuno lo ha compreso fino in fondo, né i suoi sostenitori più vicini né i suoi detrattori. Allende ha combattuto contro persone della sua stessa fazione per difende la propria idea. Si deve essere sentito come un gruppo formato da una sola persona. Cosa porta tante persone e tanti giovani di tutto il mondo a sentirsi così vicini alla sua figura? Pensa: un uomo è rinchiuso con pochissime armi e un numero ristretto di uomo nel Palazzo di Governo. È stato tradito da un gruppo di militari, a uno dei quali egli stesso ha dato potere. Il suo governo è stato attaccato fin dal primo giorno da forze interne ed esterne. Ha commesso errori, però ha visto giusto in molte altre occasioni. In piena Guerra Fredda, gli Stati Uniti lo osteggiano e cospirano contro di lui. Né Russia né Cuba lo appoggiano del tutto perché il suo progetto politico non sembra sostenibile. L’11 settembre 1973, questo stesso uomo è circondato e attaccato da soldati e carri armati. Bombardato dagli aerei! Vede morire i suoi migliori amici in una battaglia impari mentre si rende conto che l’intero paese è già nelle mani dei golpisti civili e militari che hanno cospirato contro di lui. Nel bel mezzo della battaglia, attraverso l’unica radio fedele che gli resta, Allende fa uno dei discorsi più potenti della storia moderna e alla fine sceglie di morire piuttosto che arrendersi (alcuni sostengono sia stato assassinato). Come può non avere impatto questa storia? Pensa per un momento cosa ne avrebbe fatto Shakespeare! In Cile non ci siamo ancora resi conto che Allende non ci appartiene, egli fa già parte dell’immaginario collettivo dell’umanità. Allende è l’ultimo grande utopista del ventesimo secolo.

Tu graphic novel se inserta en la tradicion di compromiso civil y politico, y conservacion de la memoria de grandes graphic novel como Maus de Art Spiegelman, solo per citarne una. Porqué según ti? Associar las imagenes a las palabras crea una particular alquimia en el lector?

Sí y estamos orgullosos de entrar en esa tradición que busca recuperar, devolvernos la memoria y sobre todo si asumimos que vivimos en un siglo en que la la memoria es fundamental para el futuro. Vivimos en un mundo en que la imagen es fundamental, y creo que siempre lo ha sido.  En la historieta, la palabra y la imagen tienen varias formas de relacionarse entre sí que van desde la dependencia o supremacía de una sobre la otra, pasando por el anclaje y el contrapunto por señalar solo algunas, de este modo la relación se abre o se se sella. Justamente estos procedimientos son los que me hacen amar el lenguaje de la historieta. En el caso de Maus la elección del tratamiento visual fue fundamental para abordar el horror de un modo en que ningún film podrá hacerlo nunca y que la convierten en una obra que no funcionaría tan bien ni con la misma sutileza otro formato. La historieta, en mi experiencia, exige también del lector una serie de destrezas que suenan muy extrañas, pero que un lector no habitual puede aprehender fácilmente como por ejemplo la cristalización del tiempo en espacio, la elipsis y la secuencialidad que están en el centro del quehacer de la historieta; la relación texto-imagen y cierta particular sintaxis, por citar solo algunos elementos de la historieta que usamos para decodificar mejor su mensaje, y que también tiene, según sus propias pertinencias el teatro, el cine y todas las artes.  Esta alquimia de la que hablas es una relación rica que en el caso del cómic se mira y se lee, estableciendo nuevas relaciones todo el tiempo. Soy de los que piensa que aún no hemos explorado profundamente todas las posibilidades que nos ofrece este lenguaje que lejos de desaparecer bajo el advenimiento de las tecnologías digitales del siglo XXI parece incluso tomar un nuevo impulso en el mundo entero ¿Cómo se explica que el cómic, la historieta el tebeo, el Manga, el fumetto, la bande dessinée sean un lenguaje  más vivo que nunca en el siglo XXI ? Creo que la respuesta es que somos seres eminentemente visuales. La primera manifestación artística de la humanidad fueron esos bellos dibujos en las cavernas, luego nuestra escritura fue un también otra expresión del dibujo, ergo: todos somos dibujantes y toda la humanidad vive en una iconosfera, un mundo plagado, saturado de imágenes. Debemos asumir la historieta como una forma de expresión más en la que todo tiene cabida y quienes trabajamos en ella debemos asumir todas sus posibilidades. Por ejemplo, en Italia ustedes tienen al genio de Gipi que hizo para mí una obra maestra del uso del lenguaje de la historieta en el que considero uno de sus mejores trabajos: Unastoria y  tienen también a jóvenes autores de la talla de Andrea Bruno y Paolo Parisi.

La tua graphic novel si inserisce nella tradizione di impegno civile e politico, e conservazione della memoria di grandi graphic novel come Maus di Art Spiegelman, solo per citarne una. Perché secondo te? Associare le immagini alle parole crea una particolare alchimia nel lettore?

Sì, e siamo molto orgogliosi di fare parte di questa tradizione che cerca di recuperare e restituire la memoria, soprattutto alla luce del fatto che viviamo in un secolo in cui la memoria è fondamentale per il futuro. Viviamo anche in un mondo in cui l’immagine è fondamentale, sempre lo è stata. Nel fumetto, la parola e l’immagine hanno diversi modi di relazionarsi tra loro, dalla dipendenza o supremazia di una sull’altra, passando dall’ancoraggio e il contrappunto per segnalarne alcuni e in questo modo la relazione si apre o si sigilla. Sono proprio questi meccanismi quelli che mi fanno amare il linguaggio del fumetto. Nel caso di “Maus” la scelta del linguaggio visivo è stata fondamentale per approcciare l’orrore in un modo che nessun film avrebbe mai potuto fare e che la rende un’opera che non avrebbe potuto funzionare così bene né con la stessa delicatezza in un altro formato.
Nella mia esperienza il fumetto richiede al lettore alcune destrezze un po’ speciali (che anche un lettore poco avvezzo può apprendere facilmente), come ad esempio la cristallizzazione del tempo nello spazio, l’ellissi e la sequenzialità che sono al centro della buona riuscita del fumetto; la relazione testo-immagine e una sintassi particolare, per citare solo alcuni elementi che usiamo per decodificare meglio il messaggio del fumetto, e che il fumetto condivide con il teatro, il cinema e tutte le arti. L’alchimia di cui stiamo parlando è una relazione profonda che nel caso del comic si guarda e si legge, mentre stabilisce continuamente nuovi livelli. Sono tra coloro che pensano che non abbiamo ancora esplorato profondamente tutte le possibilità che ci offre questo linguaggio che, ben lontano dallo scomparire di fronte alle tecnologie digitali del XXI secolo, sembra aver avuto un nuovo impulso in tutto il mondo.
Come si può spiegare altrimenti che il comic, la historieta, il manga, il fumetto, la bande dessinée siano in questo momento un linguaggio più vivo che mai? Credo che la risposta sia nel fatto che siamo creature eminentemente visuali. La prima manifestazione artistica dell’umanità sono stati i disegni delle caverne; la nostra scrittura è un’espressione di disegno. Penso che tutti siamo illustratori e l’umanità intera vive in una “iconosfera”, un mondo saturo di immagini. Dobbiamo considerare il fumetto come un’ulteriore forma espressiva nella quale c’è spazio per tutto e chi lavora con il fumetto deve esplorare tutte le sue possibilità. Per esempio in Italia, insieme ad autori giovani come Andrea Bruno e Paolo Parisi, avete personaggi del calibro di Gipi che, in quello che considero uno dei suoi lavori migliori, Una storia, ha realizzato qualcosa di veramente grande nell’uso del linguaggio del fumetto.

Te agradecemos para tu disponibilidad, y ante de despedirnos me gustaria hacerte otra pregunta sobre tus compromisos laborales, y preguntarte si tienes en programa de venir a Italia en un futuro proximio?

Pasé brevemente- junto a Rodrigo Elgueta, mi compañero de ruta en esta novela gráfica de Allende- por Roma hace unas semanas atrás en Febrero y la ciudad me cautivó. Crecí viendo el cine italiano, leyendo sus historietas y admirando a muchos de sus artistas, así que por supuesto que está en mis planes viajar y hablar de Los años de Allende por allá. Tal vez esta promesa pueda cumplirse en los próximos meses en una visita a la feria de Bolonia que estamos gestionando. Estoy seguro que Edicola Ediciones está haciendo todo lo que está en sus manos para que esto sea posible y les estamos muy agradecidos por todo el apoyo y cuidado que han puesto en nuestro trabajo. Visitarlos allá en Italia sería maravilloso.

Ti ringraziamo per la disponibilità, nel lasciarci mi piacerebbe ancora farti una domanda sui tuoi prossimi impegni lavoratici, e chiederti se hai in programma di venire in Italia nel prossimo futuro?

Insieme a Rodrigo Elgueta, il mio compagno di viaggio in questo lavoro su Allende, sono passato velocemente da Roma, qualche settimana fa e la città mi ha conquistato. Sono cresciuto con il cinema italiano, leggendo i fumetti italiani e ammirando gli artisti italiani, quindi è ovvio che sia nei miei progetti viaggiare e poter far conoscere “Gli anni di Allende” in Italia. Forse questa promessa potrà compiersi nei prossimi mesi in occasione della Fiera di Bologna (Children’s Book Fair, ndt). So che Edicola Ediciones sta facendo tutto il possibile e le siamo molto riconoscenti per l’appoggio e la cura che ha messo nel nostro progetto. Venirli a trovare in Italia sarebbe meraviglioso.

[Traduzione a cura di Alice Rifelli]

Recensione di Gli anni di Allende: qui.

:: Un’ intervista con Michele Arigano, a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2017

indexMichele Arigano, di Enna, è uno degli autori della Bonfirraro Press, con il romanzo La famiglia Pickard, inquietante horror con echi di molta narrativa fantastica. Liberi di scrivere, dopo aver recensito il libro, ha voluto sentire qualcosa di più dal suo autore.

Come è nata l’idea del romanzo?

Sono stato ispirato da quello che la mente umana può fare, l’idea del romanzo è nata dalla voglia di raccontare una storia colma di mistero, partire da un personaggio comune che pian piano scopre il suo lato oscuro, affascinato dai luoghi isolati e colmi di storia, da famiglie con segreti inconfessabili, il racconto è partito da un viaggio ma è a Woodcutterhill che la storia ha preso vita.

Come mai la scelta del genere horror?

Il mio interesse spazia dal genere horror, fantasy e al genere giallo/noir, ciò che preferisco è scrivere storie piene di mistero, per il mio primo romanzo il genere horror è quello che meglio si è sposato con quello che avevo in mente.

Chi sono i tuoi maestri?

Sicuramente Edgar Allan Poe è lo scrittore che più mi affascina, leggere i suoi racconti ti fa vivere quelle emozioni che vorrei trasmettere a chi legge i miei romanzi. inoltre aggiungo Stephen King il maestro del genere horror e non solo.

Come mai l’interesse per l’horror continua ad esserci?

Come ho già scritto sono affascinato da tutto ciò che è mistero, il mistero fa parte del genere horror, anche se altri miei romanzi saranno di altri generi, tornerò sicuramente al genere horror.

Cosa pensi della narrativa di genere in Italia?

In Italia poter apprezzare la narrativa di genere è complicato a causa delle poche opportunità che si danno hai giovani talentuosi di oggi.

Prossimi progetti?

Ho appena terminato di scrivere un romanzo giallo, ambientato nella mia città, Enna, per rendere più veritiero il mio racconto ho anche collaborato con il Commissario Mario Giannotta che mi ha aiutato a creare una storia coerente e colma di mistero.

:: Un’intervista con Eleonora Giorgi a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2017

Giorgi cop_5_aog.inddCiao Eleonora. Grazie per aver accettato questa intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Attrice, scrittrice. Chi è Eleonora Giorgi? Punti di forza e di debolezza.

Sono diventata un’attrice per caso, a diciannove anni, e non immaginavo che quella sarebbe stata la mia professione per la vita, e che mi avrebbe resa tanto popolare. Questo è stato a lungo motivo di indeterminazione e anche di confusione… Fra le tante attività svolte nello spettacolo, oltre che interpretare dei film, ne ho scritti, diretti e prodotti due, ho condotto programmi Tv e radiofonici, ho inciso un disco e fatto delle tournée teatrali, ma è stata la scoperta della scrittura, il dare luogo ad un libro con tutta la relativa, necessaria esigenza di solitudine e concentrazione, a essere stata rivelatoria della mia vera natura, della mia indole riservata e introspettiva: mai quanto in quest’anno e mezzo dedicato alla stesura, infatti, mi sono sentita tanto compiuta e in armonia con me stessa.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

E’ stato necessario scrivere un’autobiografia per raccontare le tante realtà della mia famiglia in parte straniera (mia madre è ungherese, mio padre mezzo inglese)… sarebbe davvero troppo lungo, qui!

Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?

Ho scoperto la lettura a dieci anni, anche per isolarmi dall’allegra confusione dei miei tanti fratelli (siamo cinque). Loro mi prendevano in giro e dicevano che ero lunatica e per questo mi avevano soprannominata Ofelia, in realtà la lettura mi permetteva di evadere dalla realtà e di trasferirmi nei sogni: vivevo immersa costantemente in un romanzo partorito dalla mia fantasia, ricco di riferimenti romantici. La prima lettura è stata il libro “Cuore” e una collana di libri per ragazzi vecchia di decenni ed ereditata dalla casa dei nonni, cui sono seguiti i tanti romanzi per ragazze, come “Piccole donne”. Nell’adolescenza era dilagato il ’68 e avevo scoperto, appassionandomene, la Beat generation. In seguito, e fino ad oggi, ho preso a leggere i tanti romanzi classici russi, inglesi, francesi, austro-ungarici, tedeschi, italiani e molti americani, da Scott Fitzgerald a Hemingway, ma seguo anche la narrativa contemporanea. Negli ultimi anni mi sono appassionata ai saggi storici e alle biografie, e ho scoperto Stefan Zweig, un autore austriaco dell’inizio del secolo scorso dalla produzione consistentissima: nell’ultimo anno ho letto quasi esclusivamente lui. Comunque il mio romanzo italiano preferito è “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un libro dell’archeologo Rodolfo Lanciani, che diresse gli scavi di Roma all’incirca nel 1880: la visione della città antica che ci restituisce è fantasmagorica, eccitante!

Hai da pochissimo pubblicato la tua autobiografia, puoi parlarcene?

Avendo avuto una vita ricca di eventi e trascorsa sotto gli occhi di tutti, divulgata nel corso di decenni da giornali, tv e media, ho sentito il bisogno di raccontare il mio punto di vista delle cose, astenendomi dal formulare giudizi e dal trarne conclusioni, nel tentativo di offrire ai lettori e al pubblico un’occasione di giudizio più appropriata.

A differenza di altre star della musica, della televisione, dello sport che scrivono libri, e sono affiancati molto spesso da ghost writer, tu invece hai scritto il libro in prima persona. Che bilancio ne hai tratto della tua esperienza come scrittrice?

Credo di aver già risposto più sopra: sì, il libro l’ho scritto interamente io ed è stata un’esperienza fra le più belle della mia vita. Alla fine la stesura era molto più lunga del dovuto, e ho dovuto quindi operare delle scelte e rinunciare a interi capitoli… chissà, magari scriverò “Nei panni di un’altra 2”!

Ti piacerebbe continuare a scrivere, magari pubblicando un romanzo o una raccolta di racconti?

Sì, mi piacerebbe moltissimo… Ci penso molto e presto mi deciderò, ma non so ancora verso quale progetto: ne ho in mente un paio, e non ho ancora deciso…

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La magia di entrare come per un incantesimo nella vicenda che stai raccontando, e di viverla col cuore mentre la scrivi…

Sei stata la moglie di un grande editore, quindi conosci il mondo dell’editoria molto meglio e molto più da vicino di molti altri. Cosa pensi ne stia determinando la crisi, il costante calo dei lettori. Avresti dei consigli, delle strade o strategie da intraprendere?

Anche al tempo del mio matrimonio con Angelo Rizzoli il mercato dei libri arrancava, i dati allora raccontavano di un’Italia agli ultimi posti per quantità di lettori nelle classifiche europee. Nell’ultimo decennio la situazione si è aggravata, anche se sussistono best sellers e grandi successi, spesso trainati da grande visibilità televisiva e mediatica. A me sembra che siano i giovani a disertare la lettura dei libri, alle volte sostituita dagli ebook, altre purtroppo trascurata a favore di altri strumenti di informazione e formazione, cercati nel Web.

Cosa pensi dello sdoppiamento Fiera di Torino / Salone di Milano, a breve distanza uno dall’altro. Ci sarà secondo te un arricchimento per entrambi o un indebolimento?

Credo che la moltiplicazione dell’offerta, se di qualità, non possa che giovare al mercato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Gli incontri con i lettori per parlare del mio libro mi appassionano ma richiedono grande energia psicologica, dato l’argomento trattato. Alle volte hanno richiamato molti curiosi, attratti soprattutto dalla mia immagine di attrice: la conquista dei lettori è un lungo cammino di fiducia…

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Il mio rapporto coi lettori è lo stesso che intrattengo col mio pubblico: sono su Facebook, con una bacheca piccola e aperta a tutti: i miei amici possono postare lì tutto quello che vogliono comunicarmi! Fb e i social sono un’occasione straordinaria di contatto diretto col mondo!

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: hai nuovi progetti, un nuovo libro in cantiere?

A marzo uscirà nei cinema “Una famiglia a soqquadro” un film interessante, vivace e anche divertente, dal contenuto estremamente attuale, del regista Max Nardari, nel quale interpreto una donna della mia età davvero sorprendente. A inizio estate gireremo un altro film insieme, e nella prossima stagione tornerò a teatro con un testo americano e contemporaneo che mi ha innamorata. Nel frattempo mi applicherò nella scrittura!

:: Un’intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2017

laBentornata Charlotte sul blog Liberi di scrivere. E bentornata in Italia. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia infanzia è stata un’ infanzia bellissima, io e mia sorella siamo cresciute vicino a Francoforte e ho un ricordo di grandissima libertà. Dopo la maturità mi sono iscritta a Giurisprudenza e ho anche pubblicato il mio primo libro. Non avevo intenzione di diventare una scrittrice perché non pensavo che sarebbe stato possibile farne un’attività di cui poter vivere. E per questo ho scelto di fare Giurisprudenza una facoltà che comunque mi è piaciuta tantissimo. Poi le cose sono andate come lei sa.

Sei un autrice molto amata nel mio paese, con un grande seguito di lettori, specialmente lettrici. Pensi che il thriller psicologico sia un genere più congegnale a un pubblico femminile?

Anche in Germania la maggior parte dei lettori sono in verità delle lettrici, ma questo accade un po’ per tutti i generi di libri non con gli psico thriller in particolare. Forse però le donne in generale sono più propense ad affrontare questo genere letterario

L’ultima volta abbiamo avuto modo di parlare nel 2012, cosa è cambiato da allora nella tua vita e nella tua carriera?

Sono stata in Italia l’ultima volta nel marzo del 2012, quattro settimane prima era venuta a mancare mia sorella cosa di cui non ho parlato perché proprio non ce la facevo, ero ancora sotto shock. Nei due anni successivi mi sono sforzata di capire che cosa fosse successo, di rendermene veramente conto e in qualche misura di ritrovare la mia vita. Per questa ragione ho scritto un libro sulla vicenda di mia sorella che è stato pubblicato anche in Italia. Direi che in questi ultimi quattro anni ho fatto in modo di riprendere in mano le redini della mia vita.

E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo La scelta decisiva. Ce ne vuoi parlare?

Direi che il tema centrale di questo libro è proprio quello che esistono dei momenti nella vita di tutti in cui una persona molto rapidamente, senza possibilità di sfuggire, deve fare una scelta. Ad anni di distanza questa scelta si rivelerà decisiva per la vita di questa persona, cioè la sua vita sarebbe stata completamente diversa se in quel momento non avesse preso quella decisione ed è ciò che accade al mio personaggio Simon che nel giro di una manciata di secondi deve decidere se aiutare una ragazza che incontra per caso. La vita di questa ragazza è in grave pericolo e quella decisione muterà la loro vita completamente.

Che cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza è stato un’ immagine che avevo davanti agli occhi mentre camminavo lungo una spiaggia nel sud della Francia in una giornata di pioggia. Avevo in mente l’immagine di due persone totalmente sconosciute che si trovano entrambe in un momento critico della loro esistenza, e che per caso si incontrano. Questo incontro muterà le loro vite in maniera totale. Ciò che mi affascina è come basti un secondo nella vita per cambiare tutto. E poi ho costruito il resto della storia attorno a questa idea, a questa scintilla iniziale.

L’aspetto psicologico è importante nel romanzo. Come crei i tuoi personaggi, e come sviluppi le interazioni tra loro?

Prima di tutto passo all’ identificazione totale con i miei personaggi ma tento anche di conservare una certa distanza che è quella che mi consente di descriverli. E’ sempre una questione di equilibri. Io vivo molto intensamente con i miei personaggi e continuo a chiedermi se le azioni che attribuisco loro su ciò che stanno facendo siano coerenti con il loro carattere. Quando mi accorgo che non lo sono allora modifico le loro azioni.

Progetti di film dal tuo libro?

Sì, sono già stati venduti i diritti per fare un film da questo romanzo.

Fai molto lavoro di ricerca? Utilizzi internet prevalentemente o preferisci vie tradizionali come le biblioteche, gli archivi della polizia?

Per le mie ricerche utilizzo tutti gli strumenti e naturalmente lavoro anche moltissimo su Internet. Tuttavia è altrettanto importante avere contatti con persone che si occupano di determinate faccende. Ma è molto, molto importante anche trascorrere del tempo nei luoghi dove poi si svolgono le mie storie. Perché è importante che io mi impregni di un’ atmosfera a cui non posso accedere, naturalmente, tramite Internet.

Hai un agente letterario?

In Germania non ho un agente, in Italia però sì.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo molto volentieri letteratura americana e inglese: Mo Hayder, Karin Slaughter, Simon Beckett, per esempio, però anche gli scandinavi, ho una predilezione per Henning Mankell.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo un libro che non ha nulla a che vedere coi il thriller, si tratta di un libro sulle tecniche di rilassamento e yoga.

Ci descrivi una tua tipica giornata di lavoro dedicata alla scrittura? Ascolti musica mentre stai scrivendo? Hai vezzi particolari, una tazza portafortuna? O sei una persona prevalentemente razionale?

La mia giornata di lavoro è una giornata molto normale. Comincia alle otto del mattino quando mio marito e mia figlia escono di casa e vado avanti fino alle 4 del pomeriggio quando rientra mia figlia da scuola. Non ascolto mai musica. Se mi accorgo di non riuscire a proseguire nel lavoro allora prendo i cani e li porto a spasso un pochettino. Questo in genere mi fa ritrovare l’ispirazione. Sulla mia scrivania ho un sacco di fotografie di persone e anche di animali che sono o sono stati importanti per me.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Intanto io viaggio molto volentieri per lavoro, cosa che è anche necessaria per le mie ricerche. Una volta in particolare mi trovavo nello Yorkshire e stavo osservando una casa con tutto un parco intorno che mi sembrava un ottimo luogo dove ambientare il mio prossimo romanzo. Solo che la padrona di casa è uscita e mi ha detto subito, guardi stia attenta perché qui intorno è un periodo che ci sono tantissimi furti, quindi è pieno di polizia e se la vedono che prende appunti e che osserva una casa finisce diretta in commissariato.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Sì, ho appena cominciato, non riesco ancora a dire molto perché sono veramente in una fase troppo iniziale, ma posso dire che si svolge ancora in Inghilterra e che è una sorta di prosieguo de L’inganno.

[Traduzione dal tedesco a cura di Francesca Ilardi]

:: Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura (Garzanti Scuola, 2016), e intervista a Claudio Giunta, a cura di Daniela Distefano

18 gennaio 2017

libro-claudioIl libro di cui mi accingo a parlare è un manuale di letteratura per le scuole superiori, uno di quei testi che incutono timore anche a chi ha oltrepassato da un bel po’ la frequentazioni di banchi, la campanella delle lezioni, le ore di studio spesso inconcludente, come è capitato alla sottoscritta.
E invece no: il volume in questione ha già dal titolo definito il proprio raggio di seduzione per  ragazzi e non solo.
Già, perché “Cuori intelligenti” non sono poi così rari da pescare.
La rete viene gettata ogni anno con l’avvio dell’anno scolastico, però qualcosa finisce per incepparsi sempre.
Compagni di classe non stimolatori di interessi culturali, programmi al limite della digeribilità, lezioni leziose, spiegazioni usuranti.
E poi c’è quell’alone di indeterminatezza che compare come una nuvoletta sulle teste degli studenti:
“Perché devo studiare? A cosa serve apprendere cose che per noi non hanno attinenza con la realtà quotidiana?”.
E’ uno stillicidio di menti che al Sud sono spremute per altro, non di certo per la scuola.
Poi però capita che lo sconforto, il pessimismo, spariscano di colpo, basta una domanda acuta nel bel mezzo della lezione deserta, è sufficiente far lievitare una curiosità spontanea, l’attenzione che è in grado di affiorare grazie ad antologie come questa: globale, sinteticamente completa, predisposta con amore da chi vede l’insegnamento come la maieutica applicata al pensiero.
E così non possiamo non parlarne, difenderne la cristallina purezza d’intenti, la capacità di coinvolgere, intrigare, far innamorare della letteratura italiana che si è evoluta lentamente come la nostra forma politica, come i nostri ideali, come il nostro passato non sempre unitario.
Nell’approntare questo percorso verso la comprensione di capolavori letterari di oggi e di ieri, Claudio Giunta –  docente all’Università di Trento,  saggista, scrittore e storico della letteratura italiana – si serve del proprio armamentario stilistico con una coloritura vivace che ‘acchiappa’ il lettore.
Nel trattare i vari argomenti, l’autore fa uso di riquadri che specificano, chiariscono, accompagnano le note e la bibliografia:

-Analisi del testo.
-Laboratorio: comprendere- analizzare – contestualizzare.
-Mappa di sintesi.
-Il percorso delle opere.

Nel focalizzare l’attenzione sulla pagina di un nuovo secolo, delle sue caratteristiche, dei suoi impulsi innovatori,  Giunta compie una panoramica dei vari aspetti rilevanti per la società:

  • l’arte con tutti i suoi presupposti;
  • la storia con le sue vittorie e sconfitte;
  • la scienza e il suo progresso.

E poi la narrativa, la poesia, non solo italiane, non solo raccontate in modo didascalico, anzi, cercando di ammaliare il giovane che si ritrova a godere della propria intelligenza, della propria capacità di cogliere al volo quello che gli autori giganti del passato hanno voluto tramandare.
Abbiamo incontrato Claudio Giunta al termine del suo tour di presentazione del volume “Cuori intelligenti” in tutta Italia.

Il suo manuale ha il dono della sintesi nel mare vasto della nostra letteratura italiana, ritiene necessario un cambiamento nei programmi scolastici delle scuole superiori?
Più voce alle voci nuove letterarie o più attenzione alla storia della nostra lingua?

Direi che i manuali-antologie in commercio sono generalmente buoni. Però sì, generalmente sono scritti da professori universitari di una certa età, mentre sono destinati a ragazzi di 14-18 anni che parlano un tutt’altro linguaggio e che non devono per forza diventare professori universitari di letteratura (o storia, storia dell’arte ecc.). L’impianto del mio manuale è storico, e in ciò è simile a tutti gli altri: ma con dei ‘tagli tematici’ che forse aiutano i docenti (e gli studenti di riflesso) a non restare schiavi delle scansioni cronologiche. Però sì, credo che occorra ripensare in toto l’insegnamento della letteratura a scuola: sacrificando un po’ di storia, facendo più Novecento, tagliando o riducendo molto lo studio di grandi autori che sino a ieri sarebbero stati intoccabili.
E sì, credo che a scuola sia utile fare non solo un po’ di storia della lingua ma anche di filologia: poche cose semplici (per esempio partire dalla domanda “Che storia ha il libro che ho di fronte? Era un manoscritto? Nasce come libro a stampa?” Ecc.).

Crede che le vignette e i fumetti possano trovare una congrua collocazione nell’elenco materie da studiare a scuola? E’ anche questa letteratura?

Lo è senz’altro. A scuola però cercherei di far studiare i grandi autori ‘canonici’ del passato per una ragione molto semplice: se non lo fa la scuola non lo fa nessun altro. Perciò non esageriamo con la modernizzazione, anche perché di fumetti i ragazzi sanno più di noi, si rischia di fare la figura degli attardati proprio mentre ci si crede moderni. Comunque, con un collega abbiamo provato a fare una lista di bei libri da leggere, qualche settimana fa, e dentro c’è anche Andrea Pazienza (qui) (e ci possono stare anche i Peanuts, i fumetti della Disney, Calvin e Hobbes, eccetera. Ma ripeto, con cautela).

Qual è l’autore che – secondo lei  – merita più di ogni altro di essere approfondito dai ragazzi delle scuole superiori?

Be’, difficile inventarsi delle novità, e difficile indicare un solo nome. Direi, per il primo anno Dante (e non è una risposta originale); per il secondo cercherei di leggere un po’ di buona prosa illuminista francese (Voltaire, Diderot, d’Holbach) e italiana (Verri, Beccaria, Filangieri): di solito non si ha il tempo di leggerla, ma è un peccato, perché sono dei modelli di pensiero e di argomentazione; per il terzo anno direi, a parte quelli ovvi (Verga, Montale, Svevo), un paio di grandi scrittori del secondo Novecento: le poesie di Sereni, i saggi e i romanzi di Sciascia.

Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale (La poesia italiana nell’età di Dante, Il Mulino 1998; Due saggi sulla tenzone, Antenore 2002; Versi a un destinatario, Il Mulino 2002; Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, Il Mulino 2005). Nel corso dell’ultimo decennio è stato visiting professor, tra l’altro, nelle università di Chicago, Tokyo (Todai), Sydney, Rabat, e ha insegnato come volontario alla Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. È stato fellow dell’American Academy di Roma, dello Harvard Center for Renaissance Studies di Firenze e del Warburg Institute di Londra. Ha insegnato Didattica della letteratura nei corsi del TFA e del PAS organizzati all’Università di Trento; e insieme ad altri insegnanti del Trentino ha curato un seminario dal titolo Cosa insegnare a scuola.
I suoi ultimi libri sono: un saggio sul mercato dell’arte e la retorica connessa (Come si diventa ‘Michelangelo’, Donzelli 2011); un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011); una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, Il Mulino 2013); un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, Il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015), un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori (Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, 4 volumi, Garzanti Scuola 2016). Collabora regolarmente al «Sole 24 ore» e a «Internazionale». Condirige la «Nuova rivista di letteratura italiana».

:: Un’intervista con Piersandro Pallavicini a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2017

chimica-bellezza-hero1Benvenuto Piersandro su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Sono un professore universitario di chimica, uno scienziato, un ricercatore, e sono uno scrittore. Non sono due facce della stessa persona, nel senso che non le sento in opposizione o concorrenza. Sono due cose che mi piace fare e che, credo, so fa ragionevolmente bene. Se dovessi dire due o tre cose di me direi… vediamo… che detesto i luoghi comuni, che detesto il cattivo gusto, e che amo l’eleganza, la correttezza, la cortesia e l’umiltà, che è la dote dei grandissimi. L’ignoranza esibita come valore mi fa infuriare. La protervia pure. Se questo vale nella vita reale, vale anche nell’atteggiamento dello scrittore, nel taglio dei libri che leggo (e probabilmente, spero, anche che scrivo).

Hai appena pubblicato il tuo nuovo romanzo La chimica della bellezza, per Feltrinelli, ce ne vuoi parlare?

Finalemente, all’ottavo romanzo, ho scritto qualcosa incentrato essenzialmente sul mio lavoro, quello del chimico. È come se prima – nei romanzi che ho scritto e che avevano un diverso tema centrale – io abbia voluto dimostrare di essere uno scrittore, di poter scrivere di quel che mi pare, così che, finalmente, mi sono sentito autorizzato a parlare anche del mio lavoro. Cosa che fatta d’acchito, nel primo romanzo, nei primi romanzi di uno scrittore, mi è sempre sembrata un po’ troppo semplice, misera, come se si parlasse di quel che si fa tutti i giorni perché altro non sa raccontare. Nel romanzo c’è molto: storia della chimica vera, molta chimica moderna raccontata con taglio divulgativo, e poi storie di scienziati, per lo più immaginari. Diciamo che la trama piuttosto intensa e il molto umorismo servono come contrappeso per poter tenere il romanzo in equilibrio, facendo digerire al lettore anche il difficile (la chimica, la scienza, il senso della vita per uno scienziato) insieme al facile (l’intrigo, le gag, le risate).

Come sono nati i tuoi personaggi, ti sei ispirato a persone reali, o sono solo frutto della tua fantasia.

Come sempre nei miei romanzi sono per lo più di fantasia, anche se costruiti con tinte, tic, gesti, atteggiamenti visti nella vita reale, in persone vere. Ma mi sforzo sempre di non lasciare che nessun personaggio somigli troppo da vicino a una persona vera. Mi sembra scorretto, un po’ miserello, e anche pericoloso: e se la persona si riconosce e se la prende? Non voglio offendere nessuno, mai.

Come è nato il tuo amore per la chimica e per la letteratura? Sono entrambi figli dello stesso padre? Perché ritieni, anche per la tua attività di docente, molti giovani ritengano la chimica difficile?

La chimica è la mia passione fin da bambino. Avevo non uno, ma tre scatole del Piccolo Chimico, e chiedevo spesso ai miei di integrare reagenti e vetreria con quelli che gli chiedevo di acquistare nei negozi specializzati di Milano, vicino cui abitavamo. Se devo confessare, da bambino, a 6-8 anni, ciò che mi piaceva delle reazioni chimiche erano gli spettacolari cambiamenti di colore, e il senso, da collezionista, di poter ‘mettere in collezione’ le nuove bizzarre, coloratissime sostanze che preparavo con i miei esperimenti. La passione per la letteratura (con la L maiuscola) è nata molto più tardi, all’università, essenzialmente grazie alla lettura della pagina ‘Culture Club’ che Pier Vittorio Tondelli firmava sulla rivista musicale Rockstar, e dove consigliava i suoi scrittori preferiti. Prima, confesso, leggevo massicciamente sì, ma riviste di fumetti, di musica, libri di fantascienza (Urania), fumetti seriali, libri di spionaggio (Segretissimo), un po’ di horror classico (Poe, Lovecraft). Poi, appunto su Rockstar, ho scoperto Tondelli, ho letto i suoi libri e quelli di cui parlava, ho scoperto la Letteratura e ho, come dire… notato subito, e apprezzato molto, la differenza.

Per “TuttoLibri”, supplemento culturale de “La Stampa”, parli di libri. Uno scienziato al servizio della letteratura. Come ti poni, come imposti la recensione di un libro?

Intanto lo leggo, e di solito tutto. Il che sembra una battuta ma in realtà non è così scontato. Mi aiuta a leggere davvero tutto il libro il fatto che recensisco poco, al massimo un libro al mese, quindi ho abbastanza tempo per leggerlo e scriverne. Di solito cerco di proporre io, e di proporre libri che mi sono piaciuti. Trovo molto più sensato parlare di libri che mi sembrano belli, piuttosto che fare a pezzi libri che ho detestato. Mi piace distribuire piccoli pezzi di bellezza, condividere un piacere, anziché lamentarmi, magari con l’acido che mi corrode lo stomaco, di un libro che mi ha lasciato indifferente o addirittura disgustato. Poi mi do come regola quella di far capire con chiarezza cosa c’è dentro al libro (e qui esce l’animo razionale dello scienziato), e il perché per me è interessante, piacevole, da leggere. E, infine, cerco di fare tutto questo scrivendo un pezzo che, se possibile, sia di gradevole lettura per il lettore di TuttoLibri, cercando insomma, quando si può, di usare un tono brillante, di non fare una semplice relazioncina, ma di scrivere invece ‘il pezzo’.

Ti ringrazio della disponibilità come vedi ti avevo promesso non più di cinque domande, sono stata di parola.

Piersandro Pallavicini è nato a Vigevano nel 1962. È docente all’Università di Pavia, dove svolge ricerche nel campo della nanochimica inorganica. Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Madre nostra che sarai nei cieli (2002), Atomico dandy (2005), African inferno (2009), Romanzo per signora (2012) Una commedia italiana (2014; vincitore del Cortona Mix Prize 2014 e finalista al premio Città di Vigevano 2014), La chimica della bellezza (2016) e, nella collana digitale Zoom, London Angel (2012), Racconti per signora (2013) e Dalle parti di Arenzano (2014). Collabora con “TuttoLibri”, supplemento culturale de “La Stampa”. Lo trovate su Facebook (facebook.com/piersandro.pallavicini) e su Twitter (twitter.com/Piersandropalla).

:: Un’ intervista con Alessandro Girola

5 gennaio 2017

greAlessandro, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Alessandro Girola?

– Sono un milanese, classe ’75, a cui piace viaggiare e far viaggiare con la fantasia. Da qui il mio impegno come blogger, come autore e – uso una definizione forte – come divulgatore del fantastico. Nella vita di tutti i giorni mi occupo di tutt’altro ma, come sanno i miei lettori, il mio fine ultimo è quello di campare di scrittura. Dovessi farcela anche a 70 anni già compiuti, sarebbe comunque una soddisfazione.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

– Mi è sempre piaciuto pensare che la mia passione per la letteratura (per la lettura) sia nata grazie ai miei genitori che, pur essendo di umili origini, hanno iniziato a regalarmi libri fin da ragazzino. L’amore tra me e le “storie di carta” è sbocciato subito.
L’interesse per la scrittura l’ho maturato più in là nel tempo. Non da un desiderio di realizzazione o di auto-psicanalisi, bensì dalla volontà di raccontare delle belle storie, in grado di far esclamare ai miei potenziali lettori un bel “wow!” entusiasta.

Sei forse il più conosciuto, sicuramente il più attivo scrittore indie italiano, come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente?

– Da un rigetto per l’elefantiaca lentezza dell’editoria tradizionale italiana. I tempi per attendere una risposta sono lunghissimi, e spesso questa risposta nemmeno c’è, né positiva né negativa. Io odio i tempi morti, le attese, le lungaggini. Questo è stato il primo fattore che mi ha spinto verso l’autopubblicazione. Tutto il resto, compreso il rigetto per certi giochetti poco puliti che caratterizzano l’editoria italiana, è venuto dopo. Tuttavia, ancora oggi, il maggior pregio che trovo nella mia condizione di autore indie è proprio quello riguardante la gestione dei tempi.

Un autore indie si occupa di tutto: dalla copertina all’editing, passando anche alle varie fasi della promozione. Alcuni si chiedono chi te lo fa fare. Non sarebbe più semplice affidare tutte queste fasi “tecniche” a un editore e pensare solo a scrivere? Domanda provocatoria che in realtà vuole chiederti se l’indipendenza ha un prezzo, in cambio cosa offre?

– Io in realtà da diversi anni mi servo di molti collaboratori esterni: editor, grafici, testimonial promozionali, in passato anche di impaginatori. Non sono quindi un solitario pasticcione che si illude di fare tutto da solo, bensì un autore che paga le competenze altrui per pubblicare ebook e libri nel modo e nelle tempistiche che preferisco.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione. Come ti muovi in questo campo?

– Ho studiato 🙂 Intendo dire che ho letto almeno una trentina di manuali che si occupano di promozione e di pubblicità. Da ciascuno di essi ho tratto qualche spunto utile. Per esempio ho imparato a gestire le promozioni che offre il portale Amazon, ho ingaggiano testimonial esterni per fare pubblicità ai miei ebook, eccetera eccetera. Di certo la cosa peggiore da fare è affidarsi allo spam cieco e selvaggio che, lo affermo senza paura di smentite, non serve a far vendere nemmeno una copia.

Oltre che scrittore sei anche blogger del seguitissimo Plutonia experiment. Al giorno d’oggi coi i social sempre più invasivi, gli youtuber che spopolano, fare il blogger dà ancora soddisfazioni?

– No. Il mondo del blogging è cambiato radicalmente. Il blog, come strumento, è sempre indispensabile per uno scrittore, ma è meno incisivo. La gente tende a cazzeggiare (si può dire “cazzeggiare”?) sui social media, piuttosto che leggere articoli lunghi e documentati. Quindi ho ridotto i ritmi di pubblicazione, concentrandomi su argomenti che mi stanno veramente a cuore, e sulle informazioni riguardanti gli work in progress. Per tutto il resto mi affido anch’io ai miei canali social.

Quali sono i generi letterari che maggiormente pratichi, quali ti danno un maggior riscontro anche a livello di vendite?

– Io sono orgogliosamente un autore del fantastico. Scrivo al 90% per intrattenere (e la ritengo una nobile arte). Nel restante 10% potete trovare impegno “sociale”, messaggi da veicolare, pensieri che mi appartengono. Ma si tratta comunque di concetti ben nascosti in storie di mostri, d’avventura, d’azione.
Ho testato molti sottogeneri del fantastico, dall’horror allo steampunk, dallo sword and sorcery alla fantascienza supereroistica. A livello di vendite sono sempre molto soddisfatto dal rendimento delle mie novelette horror, così come dai romanzi e dai racconti che trattano di kaiju (mostri giganti in stile Godzilla, tanto per capirci).

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

– Sarò banale, ma l’unico, primo, grande maestro che reputo tale (soggettivamente parlando) è H.P. Lovecraft. Ho poi molte fonti di ispirazione: Dan Simmons, Brian Keene, James Lovegrove, per citare tre autori ancora in attività. Tra i grandi del passato non posso non nominare Richard Matheson, James Herbert e John Christopher. Per quel che riguarda il fantasy ho grande stima per Tolkien e Howard, ma il mio “maestro” è forse Michael Moorcock, anche se, per assurdo, ho letto meno del 50% delle cose che ha scritto.

Tu sei praticamente uno degli autori indie più venduto. Un punto di riferimento anche per i più giovani che solo da poco si affacciano all’autopubblicazione. Senza entrare nei dettagli, ma sono certa che è una domanda che tutti vorrebbero farti, quanto vendi? o meglio i tuoi guadagni sono sufficienti a bilanciare le spese per copertine, editing, promozione?

– Ti rispondo in modo abbastanza preciso, tanto non ho nulla da nascondere. Un mio ebook “di successo” (ovvero presente nella top 10 del genere in cui viene catalogato) vende circa 60-70 copie nei primi due mesi di pubblicazione, la metà nel terzo, e via via a diminuire. Diciamo che una stima veritiera, per un ebook di discreto successo, si attesta sulle 300 copie vendute in un anno. Ci sono poi le eccezioni in positivo, così come quelle in negativo.
Rientro quasi sempre nelle spese di produzione e, nei mesi in cui le cose girano bene, porto a casa anche qualche guadagno interessante. Nulla di lontanamente paragonabile a un normale salario mensile di tipo impiegatizio (tanto per fare un termine di paragone).
Ma le cifre, in Italia, se si è scrittori del fantastico, sono queste.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

– Neutro. Mi fanno piacere i complimenti, non lo nego, ma non vado a cercarli. Spesso non controllo la presenza di nuove recensioni ai miei ebook per mesi e mesi.
Le critiche sono ben accette quando sono formulate con garbo e se non si basano su pregiudizi (quelli che partono con un giudizio massimo pari al classico 6 scolastico, solo perché sono un autore indie, li reputo dei cretini).

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso, grazie all’esperienza, non rifaresti più?

– Un solo errore: essere stato molto polemico, soprattutto quando mi è capitato di vedere strani giochetti editoriali molto vicini al concetto di truffa. Purtroppo fare polemica su queste cose non mi ha mai portato granché, se non l’iscrizione a diverse liste nere 🙂 Lo rifarei? Probabilmente no, anche perché polemizzare è stressante e porta via energie e tempo.

Il self-publishing è una attività relativamente recente, esplosa con Amazon che ha dato la possibilità ad autori esordienti o semiesordienti di confrontarsi con un mercato ipoteticamente sconfinato. Un’occasione anche solo una decina d’anni fa impensabile. Cosa funziona e cosa no? Cosa può essere ancora migliorato?

– Questa domanda richiederebbe una risposta di almeno un migliaio di parole. Cercherò, al contrario, di essere molto stringato. Funziona: la libertà creativa, lo svincolarsi dai mercati di riferimento dell’editoria classica. Cosa non funziona: tutti i beoti dotati di un computer si sentono improvvisamente scrittori, e saturano Amazon di ebook scritti malissimo, spesso senza editing, senza storia, senza nulla. Questo è un grande male, perché il mercato viene saturato di roba orrenda, che allontana i lettori meno convinti e meno curiosi.
Io confido sempre nella selezione naturale.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

– I siti specializzati che parlano del fantastico, in Italia, sono pochi. Quelli più grandi sono house organ che fingono soltanto di essere indipendenti, ma che in realtà fanno pubblicità occulta alle case editrici che li finanziano. Quelli piccoli svolgono un’opera meritoria di divulgazione e di resistenza, ma faticano terribilmente ad allargare il pubblico di riferimento. Idem per i blog e per i forum. Quando riusciremo a uscire dallo stagno e ad attirare nuovi lettori potremo – forse – avere una rinascita del mercato del fantastico, con tutto ciò che ne deriverebbe (investimenti, sponsor, visibilità… soldi).

Su Amazon vendono tanto gli autori che si orientano in un tipo di narrativa per adulti, con copertine suggestive, contenuti anche sessualmente espliciti. Tu invece ti occupi di fantastico, horror, e nonostante questo hai avuto successo. Perché non hai scelto la strada più facile? Cosa pensi dei colleghi che seguono le mode prima che una reale propensione personale ai generi?

– Forse ti stupirò, ma non ne penso male. Ciascuno scrive ciò che più gli piace, o che più ritiene vendibile. Io rispetto anche gli scrittori che pubblicano pornografia (“erotismo” è un termine ipocrita) e ultimamente ho rivalutato molto le scrittrici di paranormal romance.
La determinante per me è soltanto una: scrivere bene.
Perché sì, si possono scrivere anche racconti erotici interessanti, anche se non è un genere di cui sono appassionato.
I veri cialtroni sono quelli che pensano di essere bravi, ma che in realtà sono dei caproni analfabeti, che però truccano le vendite per essere sempre in top 10.

Quali sono le doti che deve possedere un autore indie? Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiato, pronto a dire ora smetto?

– Le doti che deve possedere un autore indie? Coraggio, resistenza, vitalità e onestà (quest’ultima è opzionale :D) Sulle critiche credo di averti già risposto in precedenza Riguardo allo scoraggiamento, sì, mi capita. Così come la voglia di smettere, che torna almeno un paio di volte all’anno. Poi, fortunatamente, passa.

Quale sarà il futuro dell’autopubblicazione?

– Come ho già detto, credo nella selezione naturale. Ci sarà una parziale scrematura, ma su tempi molto lunghi. Ancora per qualche anno saremo sommersi di ebook indie, alcuni molto buoni, altri terribili.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Guiscardi senza Gloria, di Mauro Longo (Acheron Books) e Il Manuale del Cattivo, di Francesco Dimitri (Ultra).

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

– Al terzo racconto autoconclusivo della mia collana narrativa Kaijumachia. Titolo provvisorio: Il Sussurro della Sfinge.

:: Un’ intervista con Roberto Gerilli, a cura di Elena Romanello

2 gennaio 2017

117_bigLiberi di scrivere ha recensito qualche tempo fa il divertentissimo Questo non è un romanzo fantasy, tra il nerd e il fantasy, ambientato a Lucca Comics and Games. Ora abbiamo incontrato Roberto Gerilli, l’autore, per farci raccontare qualcosa di più sul come e perché di questo libro.

Come e perché è nata l’idea di Questo non è un romanzo fantasy?

L’idea è nata durante la mia prima visita al Lucca Comics and Games, nel 2011. Avevo sempre sentito parlare della manifestazione ma con i miei amici non eravamo mai riusciti a organizzarci. Quell’anno andammo (per soli due giorni, partenza alle 5 di mattina, albergo a Montecatini, massacrante) e fu una folgorazione. La svolta però c’è stata quando grazie ad alcune amiche sono entrato in contatto con le comunità dei cosplayer e delle fangirl: sono una miniera inesauribile di fantasia.

Come sei entrato in contatto con il mondo nerd?

Sono sempre stato un nerd anche se non lo sapevo. Per anni ho pensato che i nerd fossero quelli in stile “uomo dei fumetti” dei Simpson (ne avevo conosciuti alcuni di quel tipo) per cui pensavo di avere molte passioni in comune con i nerd ma di non esserlo io stesso. Poi ho capito che (per fortuna) la comunità nerd è molto più sfaccettata e varia di quello che credevo, e io ne avevo fatto sempre parte.

Racconti Lucca Comics and Games: cosa è per te questa fiera?

Il Lucca Comics and Games è come il Paese delle meraviglie o L’isola che non c’è: un luogo in cui non sei costretto a crescere o in cui puoi tornare bambino. L’atmosfera che si respira in quei giorni… mi mette di buon umore anche solo a pensarci. ahahah

Qual è l’aspetto del mondo nerd che ti piace di più? E quello meno?

Ti rispondo indicandoti due personaggi di Questo non è un romanzo fantasy: Alessandra e Paolo Ziti. La prima è una cosplayer, una fangirl, una whovian, una ragazza che non si vergogna di credere nei suoi sogni. Incarna tutta la fantasia, la spensieratezza e l’allegria del “lato chiaro della Forza”. Sono gli aspetti che più amo del mondo nerd. Nel polo opposto c’è Paolo Ziti, un blogger che adora stroncare i romanzi, umiliare gli “indegni”, e che giudica la nerditudine delle persone solo in base al loro livello di conoscenza. È la personificazione dell’Uomo dei fumetti di cui parlavo sopra, il nerd che si prende troppo sul serio, il lato oscuro di questo mondo. Per fare capire la mia posizione a riguardo, faccio sempre l’esempio delle spade laser di Star Wars: c’è chi non dorme la notte per fare ricerche e scoprire se sono fisicamente possibili o meno, e chi le adora perché sono colorate e fanno swoosh. Io appartengo (con grande fierezza) al secondo gruppo.

Prossimi progetti?

Lo scorso 10 ottobre è uscito il mio nuovo romanzo Vietato leggere all’inferno. L’ho pubblicato all’interno del progetto Speechless Books ed è scaricabile gratuitamente in tutti gli store online. È un thriller/pulp ambientato in un mondo in cui la letteratura è considerata una sostanza stupefacente, un mondo molto più simile al nostro di quello che si potrebbe pensare (e sperare). È una storia a cui tengo molto ed è una storia nerd, ovviamente. Consiglio a tutti di leggerla, soprattutto perché è gratis! http://www.vietatoleggere.com

:: Un’ intervista con Franco Pezzini, a cura di Elena Romanello

31 dicembre 2016

97Qualche giorno fa abbiamo parlato su Liberi di scrivere di Victoriana, ultima fatica di Franco Pezzini uscita per Odoya in cui racconta una fascinazione per un’epoca e una cultura nata in quel periodo. Ora abbiamo chiesto all’autore qualche informazione in più sul suo libro.

Come nasce l’idea di ‘Victoriana’?

A monte del volume ci sono varie cose, a partire dalla mia passione per il mondo vittoriano. Il titolo è quello di una serie di pezzi che ho iniziato a pubblicare sulla webzine Carmilla online quando ancora non facevo parte della redazione. L’editore li ha notati, e la proposta è stata di fare un volume complessivo sul tema. Odoya sta varando da anni una serie di eccellenti Guide su generi letterari e cinematografici, però in questo caso si trattava di qualcosa di diverso, uno specchio d’epoca, e non volevo dare l’impressione di un clone di Wikipedia con voci di letteratura, storia, antropologia… Tanto più che mi pareva importante mantenere una certa “freschezza” legata a eventi che via via avevano ispirato quei testi (uscite di libri ma anche di film in sala o invece di dvd di culto, o magari mostre d’arte) e anche all’originalità di chi li aveva promossi: insomma la scelta è stata di mantenerne lo spirito “contingente”. Una parte di questi articoli di ‘Carmilla’ (non tutti, per vari motivi) è così entrata in versione riveduta, corretta e naturalmente aggiornata nel volume, ma insieme a materiali altri: contributi – anche questi più o meno modificati – che avevo scritto per ‘L’indice’ o per ‘LN_LibriNuovi’, o invece pagine nuovissime su ulteriori temi che pareva importante inserire. Una formula forse un po’ anarchica per cui mi piace l’immagine della lanterna magica, tanto più come evocata da Le Fanu in Carmilla (stavolta il romanzo): “vivid as the isolated pictures of the phantasmagoria surrounded by darkness”.

Perché oggi c’è ancora tutto questo interesse per l’universo vittoriano?

Per parecchi motivi, ma mi limito qui a citarne alcuni fondamentali.
Pensiamo agli eroi e antieroi della narrativa popolare vittoriana (Alice, Holmes, Dracula eccetera), poi non solo continuamente riproposti in libreria, ma traghettati in una quantità di film e telefilm di successo, fumetti, giochi di ruolo e derivati vari, indefinitamente incrociati in pastiche, oggetto di infiniti apocrifi e gruppi Facebook. Il loro valore è realmente quello di eroi del mito, sia pure su un palcoscenico diverso da quello dei miti antichi.
Ancora, pensiamo al peso di quella narrativa e di quell’arte sorti in un mondo (in qualche modo) globalizzato tramite l’impero britannico, e che hanno influito sull’immaginario a livello planetario: un autore come Dickens, per esempio, o i pittori preraffaelliti rappresentano espressioni culturali note praticamente a chiunque, in tutto il mondo, almeno come paradigmi.
Pensiamo poi al rapporto tra la pressione moralizzatrice di quell’epoca e tutto ciò che vi resta “sotto”, alluso, compresso: la sessualità, l’eros… dove proprio la compressione evoca qualcosa di infinitamente più forte e provocatorio di tanta sguaiata sessualizzazione da pubblicità di yogurt o di automobili che ci troviamo davanti oggi.
E pensiamo allo stesso rapporto tra l’impero retto da una donna come la regina Vittoria – a suo modo eccezionale e normalissima, in grandezze e limiti – e una serie di battaglie sociali, politiche e sessuali che in quegli anni anticipano da lontano quelle del nostro mondo.
Se poi si aggiunge la fascinazione estetica per un certo tipo di oggetti, abiti (il look neovittoriano oggi tornato di moda) eccetera, si comprende che il nostro orizzonte immaginale è per forza condizionato da quel teatro d’epoca – sia pure ampiamente reinventato al filtro di derivati cinematografici, fumettistici eccetera – sulla base delle nostre categorie.

Quali sono le tue icone personali legate a quel periodo?

Qualcosa è già emerso… Comunque Holmes, i personaggi del Dracula, Carmilla, Alice, i maghi della Golden Dawn, però anche tante altre figure, immaginarie o storiche, frequentate in anni e anni di letture, visioni di film (come gli Hammer, tanto intensamente “vittoriani”) e in fondo di sogni.
Ma aggiungerei anche icone di luoghi: da appassionato frequentatore di panorami britannici – qualcosa emerge anche nel libro – non posso dimenticare questa dimensione geografica. Rileggere The Hound of the Baskervilles in pieno Dartmoor, come ho avuto modo di fare qualche anno fa (e al mattino trovavo la copertina completamente incurvata dall’umidità sul comodino del B&B) è un’esperienza che può aggiungere qualcosa alla comprensione del libro.

Tra le iniziative contemporanee, film, mostre e simili, quali sono state secondo te quelle più valide verso questo mondo?

Limitandomi a quelle davvero contemporanee, di primo acchito mi vengono da citare gli Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. (deliziosi, fantasiosissimi) e la geniale serie televisiva Penny Dreadful, che riesce a rileggere la forma delle candide e folli macedonie all monsters degli anni Quaranta in chiave brillante e davvero inquietante. Poi, ovvio, c’è un vittorianesimo riflesso anche in serie intelligenti come lo Sherlock (post)moderno con Benedict Cumberbatch – mi ci trovo di meno, ecco tutto.

Prossimi progetti?

Tanti… e mi limito qui a quelli editoriali più vicini e già in corso di definizione. A partire da due nuovi testi per Odoya in uscita nel prossimo anno, rispettivamente sull’Asino d’oro di Apuleio e sul Satyricon di Petronio, sorta di inviti alla lettura un po’ in stile Victoriana, e derivati dei miei corsi torinesi alla Libera Università dell’Immaginario. L’idea e l’invito è di tornare a riappropriarci di una serie di classici: non per sostituirmi con la mia perifrasi ai narratori, ma anzi per rinviare con un approccio un po’ pop a pagine che vanno assolutamente riprese in mano anche da un pubblico non specialista. Teniamo presente per inciso cosa ha significato l’‘Asino d’oro’ per il fantastico moderno. E del resto un lettore un po’ particolare come l’occultista Aleister Crowley, in un’appendice della sua summa ‘Magick’, consiglia sia ‘Asino d’oro’ che ‘Satyricon’ come “preziosi per coloro che hanno lo spirito per capirli”… Insomma, una bella sfida.
Poi nel 2017 uscirà finalmente dopo una gestazione di anni una raccolta di saggi di parecchi amici scrittori – tutti straordinari – curata con Fabrizio Foni per Cut-up, ‘Jolanda & Co. Le donne pericolose’, dove a partire da una provocazione salgariana ci concederemo scampagnate su vari fronti dell’immaginario: lì io mi occupo di donne pirata.

Grazie per lo spazio che mi è stato concesso.