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:: Un’intervista con Carmen Giorgetti Cima su “Il medico di corte” di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

25 febbraio 2020

Il medico di corteOggi parliamo di Il medico di corte di Per Olov Enquist con la sua traduttrice italiana Carmen Giorgetti Cima, che ci ha gentilmente concesso questa intervista.

Il medico di corte uscì per la Norstedts Forlag nel 1999. In Italia per Iperborea, poco dopo, nel novembre del 2001. Sono passati ormai vent’anni ma è un libro che non ha perso la sua freschezza. Come hai scelto di tradurlo? Avevi tradotto altri libri di Per Olov Enquist?

Anzitutto concordo quando dici che Il medico di corte è un libro che non ha perso la sua freschezza – e non solo perché narra una vicenda storica e quindi non soffre di legami con tematiche o ‘mode’ effimere. È il linguaggio narrativo stesso di Enquist, così particolare e forte, a consacrarlo fra gli evergreen. Non a caso è uno dei libri di Iperborea che viene regolarmente ristampato. In precedenza avevo tradotto, sempre per Iperborea, un libro sul celebre e discusso scrittore norvegese Knut Hamsun, Processo ad Hamsun, uscito nel 1996 sia in Svezia che in Italia, che è in pratica la sceneggiatura del film di Jan Troell Hamsun. Nel 1999 quando uscì Il medico di corte lo lessi subito (anzi, in anteprima – l’Editore svedese mi mandava le novità più importanti prima che fossero sul mercato) – e me ne innamorai perdutamente, per cui non fu difficile convincere l’Editore italiano ad acquistarne i diritti.

Autore interessante, Per Olov Enquist, svedese, scrittore e drammaturgo, con una spiccata propensione nel trasformare vite vere di personaggi storici in romanzi. Spesso nominato per il Nobel, schivo, riservato, dotato di una ricca vita interiore. Definito una delle “coscienze critiche” della società scandinava. L’hai mai conosciuto personalmente? Pensi che il suo lavoro sia giustamente conosciuto anche fuori dai confini della Svezia?

Enquist è uno dei miei ‘autori del cuore’, lo adoro. Lo incontrai per la prima volta alla fine degli anni Ottanta proprio nella sede del suo Editore svedese, aveva saputo che avevo un appuntamento con la responsabile dei diritti esteri e desiderava conoscermi per capire meglio la situazione del mercato italiano. Considerava i suoi libri veramente come una parte di sé e teneva moltissimo a che finissero nelle mani giuste. Iperborea allora era appena nata ma lo rassicurai sull’enorme passione, serietà e professionalità della sua creatrice Emilia Lodigiani. Successivamente l’ho incontrato ancora molte volte, sia in Svezia sia in Italia. Sono stata nella sua casa di Stoccolma a discutere con lui dei libri che traducevo ed è stato importantissimo per me conoscerlo a fondo di persona, un aiuto ineguagliabile per capire le sue opere e il suo linguaggio così compresso e carico di significati. Ho sempre sostenuto che in Enquist le parole hanno un peso specifico enorme, e alcuni termini che ricorrono costantemente nella sua produzione sono autentiche ‘chiavi’ di una sorta di codice in cui svela se stesso, in perfetto stile con la sua riservatezza. Uno dei momenti ‘pubblici’ che ricordo più volentieri fu quando dialogammo insieme alla Fiera del Libro di Göteborg nel 2007 sul suo capolavoro La biblioteca del Capitano Nemo (uscito in Italia nel 2004 per Giano Editore), il libro che secondo me (e anche secondo Enquist) meglio lo rappresenta e che avevo fortissimamente desiderato portare in Italia. Se c’è un autore scandinavo che meriterebbe il Nobel, a mio parere è proprio lui. E la sua fama anche fuori dei confini nazionali è assolutamente giustificata – Enquist è e rimarrà uno degli autori più significativi del nostro tempo. Sì, adoro Enquist, come autore e come persona. Quando non parliamo di libri, parliamo di cani, passione che condividiamo. In occasione dei rispettivi compleanni ci mandiamo gli auguri anche da parte dei nostri amici quadrupedi…

Il medico di corte è sicuramente il romanzo di Enquist più famoso all’estero, e giustamente, tra i suoi tanti suoi meriti sicuramente ha quello di aver fatto conoscere all’opinione pubblica la Rivoluzione Danese, che anticipa di pochi anni la ben più famosa, e cruenta, Rivoluzione Francese. Un concatenarsi di fortuite circostanze che ha permesso in pieno assolutismo di far fioriere un periodo di riforme innovative, se vogliamo innovative anche oggi. Ce ne vuoi parlare?

In effetti uno degli aspetti più interessanti di questo libro è proprio l’aver messo in luce il fatto, poco noto al di fuori della Scandinavia, che la Danimarca fu il primo paese europeo a dotarsi di una legislazione ‘moderna’, anticipando la Francia e comunque facendolo tramite riforme e non tramite una sanguinosa rivoluzione. Certo non andò tutto liscio, e il febbrile impegno di Struensee per cambiare le cose nel regno di Cristiano VII non fu né accettato dalla corte, fortemente contraria a tali cambiamenti, né capito dal popolo che invece ne avrebbe tratto vantaggio, poiché si trattava comunque di una visione riformista ‘imposta dall’alto’, ma il seme di una visione diversa della società era stato comunque gettato. Personalmente ho apprezzato moltissimo questo aspetto del romanzo, mi piace sempre imparare qualcosa di nuovo dal mio lavoro, e traducendo i grandi autori questo è più la regola che l’eccezione.

Johann Friedrich Struensee, il medico di Altona, ateo, illuminista, sognatore, figlio di un teologo evangelico, è sicuramente un personaggio sorprendente. Fu uno dei primi a usare il dentifricio, a diffondere il vaccino contro il vaiolo, a impegnarsi per la libertà di stampa e di pensiero, a combattere la tortura e le condizioni di vita disumane di servitù dei contadini. Non hai avuto la sensazione anche tu che fosse come dire fuori posto nel suo tempo? Un uomo moderno, possiamo dire.

Certamente Struensee era già molto ‘avanti’ nella sua visione della società, possiamo dire che, considerata la situazione generale dell’Europa dell’epoca, fosse quasi un utopista, e come tale destinato a non essere né capito né apprezzato. Ma certamente era un personaggio fuori del comune, un uomo che precorreva i tempi.

Illuminismo filosofico e pietismo religioso si contrappongono forse un po’ troppo manicheamente, dibattito sicuramente ancora aperto, il libro ha sicuramente il dono di approfondire queste tematiche nella contrapposizione tra Ove Hoegh-Guldberg (appoggiato dalla Regina Madre Giuliana Maria) paladino dell’oscurantismo e lo stesso Struensee innovatore e progressista. È ancora vivo questo dibattito nelle società nordiche?

Non credo che nelle attuali società nordiche un dibattito del genere sia più attuale. Il pietismo religioso appartiene largamente al passato. Un altro grande scrittore dell’estremo nord svedese, Torgny Lindgren (stessa area geografica da cui proviene Enquist) in uno dei suoi ultimi romanzi, Acquavite, racconta per esempio con ironia come ormai la miscredenza regni sovrana in un’area che era un’autentica roccaforte del pietismo religioso. Semmai oggigiorno la contrapposizione è fra il neo nazionalismo e l’apertura verso altre culture.

Un tema che mi ha molto colpito è la critica severa dei sistemi educativi coercitivi (di cui il re danese Cristiano VII è una vittima illustre). Sistema mirato a piegare la volontà del sovrano per creare quella sorta di vuoto di potere atto a dare campo libero allo spadroneggiare della corte. Punizioni corporali anche severe, umiliazioni, vessazioni. Insomma la “pazzia” di re Cristiano, fu in un certo senso anche indotta?

Certamente Cristiano VII fu un bambino particolarmente sfortunato, perse la madre Louise quando era molto piccolo, aveva un padre totalmente assente e ricevette un’educazione, affidata al collerico conte Reventlow, che definire ‘severa’ è esagerare per difetto. Senza nessuno che lo proteggesse (e lo amasse), divenne la vittima predestinata di una corte che rappresentava il vero centro del potere. In un quadro del genere, credo che la sua pazzia fosse in realtà più indotta che congenita. Già il suo precettore svizzero, Reverdil, si era reso conto ben presto di questa triste realtà.

Un altro tema molto interessante, approfondito credo anche per il fatto che Enquist è anche un drammaturgo, e la vita come rappresentazione. Insomma alla fine Cristiano VII confonde realtà e azione scenica. Anzi non è mai così vivo proprio come quando recita nelle rappresentazioni teatrali che si svolgono a corte. Tema affascinante non trovi?

Considerato quanto fosse oppresso e spaventato nel quotidiano, circondato com’era da gente falsa e crudele che lo costringeva a vivere in un incubo perpetuo, non stupisce che paradossalmente il teatro rappresentasse per Cristiano l’unico momento di normalità in cui esprimere se stesso liberamente…

Il grande Voltaire scambiò una fitta corrispondenza con Cristiano VII, che nel suo viaggio a Parigi cercò tanto di incontrarlo, ma senza successo, arrivando a dire che Voltaire gli aveva insegnato a pensare. Nel romanzo si riporta anche un ode scritta da Voltaire proprio per Cristiano. Insomma molti illuministi posero molta fiducia in questo giovane sovrano danese, vero?

Cristiano aveva per Voltaire una sincera venerazione, e il suo dialogo epistolare intelligente e appassionato con il filosofo francese dimostra che tanto pazzo non era. Del resto anche il suo precettore svizzero Reverdil era un illuminista (ancorché meno ‘conclamato’ di Struensee) e nell’insieme, e dall’esterno, poteva veramente sembrare che il giovane re danese avrebbe rappresentato un esempio positivo per tutte le monarchie europee.

Il medico di corte è un romanzo anche con forti venature erotiche e sensuali, non a caso lo stesso Enquist ha detto che voleva solo scrivere una storia d’amore. E così in parte è. È stato difficile tradurre le pagine dedicate all’amore tra la giovane regina Carolina Matilde di Hannover e Johann Friedrich Struensee. Che toni hai privilegiato?

Il medico di corte è un grande romanzo d’amore. Enquist è stato superlativo nel saper descrivere la storia fra la regina Caroline Mathilde e Struensee (ma anche quella, più ‘modesta’ ma in fondo altrettanto commovente, fra Cristiano VII e la popolana Catherine) dicendo esattamente quanto bastava, non una parola di più, non una di meno. La sua sobrietà verbale (che è frutto di ‘concentrazione’ non di ‘semplicità’ e come tale non comunica distacco ma al contrario ha una carica fortissima) nel descrivere sia i sentimenti sia la loro espressione erotica e sensuale è stata anche qui vincente. Io mi sono semplicemente adeguata, cercando una forma e una terminologia che fossero altrettanto evocative e forti, senza cadute di stile.

Puoi raccontarci qualche aneddoto curioso legato alla traduzione di questo romanzo?

Nel marzo del 2000 ero a Stoccolma, avevo letto Il medico di corte e mi apprestavo a tradurlo. In una libreria antiquaria che frequentavo abitualmente – a caccia di libri ormai fuori commercio – m’imbattei (o forse ero effettivamente in cerca di qualcosa del genere, spinta dalla curiosità di approfondire gli aspetti storici della vicenda narrata) in un testo dal titolo irresistibile: Christian VII, Caroline Mathilde och Struensee. Risaliva al 1920 ed era la traduzione svedese dell’opera, documentatissima, uscita nel 1890 e basata su un enorme e approfondito lavoro d’archivio, di un dotto enciclopedista danese. Avevo probabilmente ‘scoperto’ la fonte principale delle innumerevoli informazioni sul contesto storico che fa da sfondo al ‘romanzo d’amore’ di Enquist…

Hai visto il film Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel? Che impressioni ti ha fatto?

Non ho visto Royal Affair (in genere la riduzione cinematografica di libri che ho amato finisce sempre per deludermi, soprattutto se i libri in questione li ho pure tradotti e quindi massimamente interiorizzati: nel mio immaginario i personaggi hanno un certo aspetto, parlano e si muovono in un certo modo eccetera eccetera) ma dopo aver letto la tua recensione forse cambierò idea!

Grazie del tempo che ci hai dedicato, spero che questo nostro breve colloquio avvicini ancora tanti altri lettori a questo bellissimo libro. Terminerei questa intervista con una domanda dedicata a te: che libro stai traducendo attualmente, quali sono i tuoi progetti prossimi futuri?

Mi fa sempre piacere parlare dei ‘miei’ libri – in fondo il traduttore finisce per diventare co-autore e i libri sono anche ‘figli suoi’, e Il medico di corte è uno dei miei prediletti.
La mia traduzione più recente (appena terminata!) è una raccolta di racconti di un altro dei miei autori preferiti, Lars Gustafsson. È un testo che risale al 1981 e che dimostra – se poi ce ne fosse bisogno – che anche le ‘opere minori’ degli scrittori veramente grandi valgono immensamente di più di tanta pseudo-letteratura che circola oggigiorno.
Nel prossimo futuro spero di potermi dedicare a un testo per cui penso valga assolutamente la pena impegnare il proprio tempo e la propria energia – ma ancora non ho certezze quindi non posso sbilanciarmi. Il mondo dell’editoria è ormai guidato da logiche un po’ (molto) diverse da quelle di qualche decennio fa. Sono sempre più felice di aver vissuto buona parte dei miei quarant’anni e passa di attività professionale in tempi migliori!

:: Un’ intervista con Annelise Heurtier a cura di Giulietta Iannone

10 febbraio 2020
Annelise Heurtier

LBP-Mayalen Gauthier

Benvenuta Annelise su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Prima di parlare di L’età dei sogni, tradotto in italiano da Ilaria Piperno per Gallucci e finalista della quinta edizione del Premio Strega Ragazze e Ragazzi nella categoria +11, mi piacerebbe conoscere qualcosa di più su di te. Dove sei nata, che studi hai fatto, da quanto scrivi narrativa per ragazzi?

Ciao e grazie per questa intervista!
Sono nata a Villefranche sur Saône, vicino Lyon, nel 1979. Ho studiato marketing e comunicazione e ho lavorato in questo settore per una dozzina di anni, prima di lasciare tutto per dedicarmi soltanto alla letteratura. Era il 2011, mi stavo trasferendo a Tahiti (un ricordo bellissimo).

L’età dei sogni è un libro molto emozionante, ispirato a un fatto reale forse poco conosciuto all’esterno dei confini nordamericani. Ce ne vuoi parlare?

È vero, questo romanzo tratta un episodio molto importante per il Movimento per i diritti civili. Non conosco la situazione in Italia, ma in Francia la storia dei Nove di Little Rock è assai poco conosciuta. Quando la casa editrice Casterman ha pubblicato questo libro, nel 2013, si trattava dell’unica opera in francese dedicata a questo argomento. Sono molto felice di aver contribuito a far conoscere il percorso fatto da questi 9 ragazzi. Oggi c’è ancora molta strada da fare riguardo a queste problematiche (in relazione alle etnie, alla religione, al genere…)…e credo che scoprendo percorsi di questo tipo sia possibile fare passi avanti! Alcuni anni fa, una giovane lettrice mi ha confessato che, grazie a questo romanzo, aveva smesso di essere razzista, cosa in cui credeva fin da piccola, soltanto per imitare la sua famiglia. Quanto potere può avere la letteratura…e che grande regalo per l’autore.

Quando hai sentito parlare per la prima volta di questa vicenda? E quando hai deciso di trasformarla in un romanzo?

Non so quando ne ho sentito parlare per la prima volta. Il ricordo, comunque, non era così nitido in me, tanto da pensarci quando ho deciso di scrivere un romanzo ambientato negli Stati Uniti durante gli Anni Sessanta.
Mentre mi stavo documentando su questo periodo storico, ho incrociato una fotografia dei Nove di Little Rock ed è stata una sorta di elettroshock! Mi sono detta che quello era il tema di cui volevo impossessarmi.

Come ti sei documentata? Che tipo di ricerche hai fatto?

Ho usato tutte le fonti che avevo a disposizione, sia internet (video, archivi, blog…) sia libri (saggi, romanzi). Sono stati 5 mesi di intense ricerche! Non si è trattato soltanto di conoscere in modo approfondito la storia dei Nove di Little Rock, ma anche di arrivare a ricreare un’ambientazione, un’epoca. Penso che sia questa la cosa più difficile nel mio lavoro (scrivo soprattutto romanzi che si svolgono in ambientazioni o epoche diverse dalla nostra…per questo, ogni volta, è necessario un lavoro di ricerca).

Tutto inizia a cambiare nel maggio del 1954, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti rende incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Ma la strada per l’integrazione è ancora lunga. Cosa ti ha colpito di più del coraggio e della perseveranza di questi giovani che vedevano nell’istruzione e nella scuola una via per la liberazione, e l’uguaglianza?

Quello che mi preoccupa e mi dispiace, è che oggi, al contrario, moltissimi giovani hanno perso interesse per la scuola e per l’istruzione (perlomeno in Francia) o non ne comprendono l’importanza. È un’opportunità così grande avere accesso a un’istruzione gratuita, laica, accessibile e uguale per tutti, indipendentemente dallo status sociale, l’etnia, il genere! E non è affatto così in tutte le parti del mondo.

La segregazione razziale non portò solo casi di ingiustizia, discriminazione e aggressioni verbali. Ma atti di brutalità inaudita, che anche se non in quel caso specifico portarono al linciaggio e alla morte delle vittime. Citi per esempio l’omicidio di Emmet Till, un adolescente nero assassinato nel 1955 in Mississippi, per avere guardato negli occhi una donna bianca. Ma la giustizia non interveniva in questi casi? Come giustificava queste inadempienze?

Su questo aspetto non vorrei si creasse confusione… ho scritto un romanzo sui Nove di Little Rock ma non sono né una storica né un’esperta dell’argomento, e non credo che la mia opinione possa avere una qualche legittimità in più rispetto a quella di chiunque altro. Per rispondere alla sua domanda, non so bene cosa dirle, sinceramente. Niente può giustificare un sistema di giustizia due livelli diversi. È un’atrocità.

Molly Costello, assieme a Grace Anderson protagonista de L’età dei sogni, è liberamente ispirata a Melba Pattillo, tra l’altro autrice di Warriors dont’ Cry. A Searing Memoir of the Battle to Integrate Little Rock’s Central High. Come hai dosato fantasia e realtà?

Ho scelto di ispirarmi alla storia di Melba Patillo, è vero. L’equilibrio tra finzione e realtà si è creato in modo abbastanza naturale, in realtà non mi sono fatta troppe domande. Credo di aver mantenuto i punti che mi erano apparsi i più importanti.

Naturalmente è una storia per ragazzi, dedicata a giovani lettori, tuttavia utilizzi un linguaggio e uno stile molto franco e diretto. Trasmetti insomma tutta la difficoltà che incontrarono i nove ragazzi di Little Rock e anche quella dei bianchi progressisti e contrari a queste discriminazioni. Pensi che la lettura del tuo libro possa essere utile anche ad aiutare ad affrontare fenomeni di bullismo anche non legato unicamente a questioni razziali?

Certamente, la riflessione e le emozioni suscitate dalla lettura di questo libro possono essere applicate ad altri contesti. Il rifiuto dell’altro, purtroppo, è dovunque. Ho un figlio che frequenta la scuola media, è un contesto incredibilmente violento, per non parlare delle problematiche etniche o sociali.

Del tuo libro mi ha colpito la scelta di alternare i capitoli dal punto di vista di Molly e di Grace. Mettendo a confronto le vite di due ragazze di quindici sedici anni accomunate dagli stessi sogni: andare bene a scuola, avere amici, avere un fidanzato. C’è un punto soprattutto in cui fai dire a Grace che per la prima volta ha pensato a Molly come a una coetanea ferita e non caratterizzandola per il colore della sua pelle. È un punto di svolta nella tua storia? Un atto di consapevolezza?

È possibile!

Grazie della tua disponibilità, mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti di parlare dei tuoi progetti futuri.

Non sono ancora abbastanza maturi da poterne parlare.

[Traduzione dell’intervista a cura di Ilaria Piperno.]

:: Un’ intervista con Emanuele Termini a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2020

Stalin_Copertina_Provvisoria.qxp_Layout 1Benvenuto Emanuele sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ha esordito l’anno scorso con libro bellissimo, me lo lasci dire, dal titolo L’Acqua Alta e i denti del lupo, un’ indagine investigativa sui generis, svolta comunque in modo serio e scientifico, con tutte le armi dello storico che cerca documenti in favore di una tesi tutta da dimostrare. Come è nata l’idea di dedicarsi alla stesura di questo libro?

L’Acqua Alta e i denti del lupo è il mio primo libro, nato forse, credo, quasi per sbaglio. In realtà io non cercavo di scrivere un libro, cercavo di risolvere il mistero di Josif in Italia, il libro è arrivato dopo, quando la mia ricerca era, per così dire, finita. La storia di questo georgiano mi aveva incuriosito; quando arrivai alla presunta soluzione del mistero, decisi di trasformare la mia ricerca storica in un romanzo. Alla fine è stato definito un libro che non appartiene a nessun genere, o a molti generi insieme; io comunque sono ancora convinto di aver scritto un romanzo.

Già nel sottotitolo Josif Džugašvili a Venezia viene praticamente svelato ai lettori chi sarà il protagonista. Josif Džugašvili era il vero nome di colui che è conosciuto e passato alla storia principalmente con lo pseudonimo di Stalin. Le biografie principalmente approfondiscono il periodo istituzionale, diciamo, quando prese il potere. Il periodo precedente giovanile è piuttosto oscuro, soprattutto perché visse in clandestinità da giovane anarchico con la polizia segreta zarista che lo voleva catturare per sicuramente condannarlo a morte. Una vita pericolosa, in clandestinità, con documenti falsi, falsi nomi, inserito insomma nel fumoso mondo dei rivoluzionari e anarchici di inizio Novecento. Quindi già questo rende difficile l’indagine. Ma lei nella sua ricerca ha avuto proprio la sensazione che qualcuno abbia voluto volontariamente cancellare e nascondere traccia delle sue attività, ci sia stata una specie di congiura, di omertà diffusa, anche dopo quando svelare questi fatti non l’avrebbe più messo in pericolo?

Sul giovane Josif è stato scritto molto, la biografia più completa, più bella forse, è quella di Simon Sebag Montefiore; quasi un racconto, che aggiunge dettagli a quanto già si sapeva e traccia un profilo psicologico della sua infanzia e gioventù. La vita da clandestino rivoluzionario ha lasciato moltissime ombre sulla biografia del georgiano, subito dopo aver abbandonato il seminario iniziò, in modo molto scrupoloso, a nascondersi e a cancellare ogni sua traccia. Questo comportamento gli valse la sopravvivenza: molti dei suoi compagni rivoluzionari venivano catturati, esiliati o giustiziati.
Certo è che nel periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1953 non c’era molta voglia di approfondire nulla in merito alla vita di Josif. Omertà, propaganda ideologica, paura forse; nessuno voleva indagare, nel senso stretto del termine, per ricostruire dettagliatamente la vita di quest’uomo. Poi forse le cose sono cambiate, ma ormai molto di ciò che aveva fatto era andato perso, cancellato, omesso e il tempo ha fatto la sua parte. Cent’anni non sono molti, ma le testimonianze dirette non erano più disponibili. Scomparsi i suoi alleati e i suoi antagonisti diventò difficile ogni ricostruzione.
Io avevo la sensazione che ci fosse ancora qualcuno, davanti a me solo di qualche passo, ma intenzionato a non farmi scoprire nulla. Avevo letto molto su di lui, sulla prima parte della sua vita e la suggestione ha fatto la sua parte.

Quando ha sentito parlare per la prima volta di questa “leggenda”, del soggiorno a Venezia di Josif Džugašvili tra il febbraio e il marzo del 1907. Si ricorda il momento esatto?

Il momento esatto non lo ricordo, perché a Venezia è una storia che si racconta dai primi del Novecento e molto probabilmente mi è capitato più volte di sentire qualche racconto che la citasse. Ricordo però il momento esatto in cui questa storia mi ha incuriosito al punto da indurmi a scavare. È tutta colpa di Alberto Toso Fei, del suo “Misteri della laguna e racconti di streghe”. Alberto è riuscito a incuriosirmi al punto che la prima cosa che feci dopo aver letto il suo libro fu chiamarlo, per chiedergli se potevo continuare la sua ricerca.

È una leggenda veneziana dunque tramandatasi oralmente, sostenuta però storicamente da alcuni documenti tra cui forse il più significativo un articolo di due pagine comparso sul “Candido”, settimanale di Giovannino Guareschi, numero 51 del 22 dicembre del 1957 scritto dal giornalista romano Gustavo Traglia. Dunque Josif Džugašvili è stato davvero in Italia? Che prove aveva scoperto Gustavo Traglia?

Gustavo Traglia era la chiave per risolvere completamente questo mistero. Il suo lavoro in merito al viaggio del georgiano in Italia però era concentrato nel periodo in cui era meglio non indagare: a cavallo tra il 1940 e il 1950. Traglia morì improvvisamente, non fece in tempo a lasciare un testamento giornalistico, un archivio, nemmeno i suoi appunti sono stati trovati. Le prove di Traglia sono scomparse con lui; credo che aspettasse il momento migliore per pubblicare ancora, per tornare sulla carta stampata, magari con qualche dettaglio in più. Anche se morì nel 1958, cinque anni dopo Josif, gli anni Cinquanta rappresentavano ancora un ostacolo per chi voleva attaccare la politica russa.

Insomma secondo la figlia non era un giornalista che si inventava le notizie, e poi a suffragare l’importanza di questa indagine giornalistica sembra sia avvenuto un fatto che lega l’allora redattore dell’Unità, Pietro Ingrao, e il Traglia, vero? Ce ne può parlare?

Con Pietro Ingrao ero arrivato in tempo, l’allora direttore de L’Unità era ancora vivo quando tentai di contattarlo. Purtroppo però non ricordava quel fatto e forse era stata veramente una cosa di poco conto per lui. Forse solo un rimprovero, nemmeno severo, nei confronti di Traglia, per dissuaderlo dal continuare la sua ricerca. Io me li sono immaginati, con le loro idee opposte, mentre cercavano di imporsi a vicenda, nel tentativo di arrivare a una soluzione. Ingrao ebbe la meglio, riuscì a mettere a tacere Traglia, ma erano tenaci tutti e due e proseguirono ognuno per la propria strada. A volte mi capita di immaginare cosa sarebbe successo se Ingrao avesse concesso più libertà a Traglia: forse questa vicenda sarebbe sui libri di storia, occuperebbe qualche riga nella storia di Venezia. Il giornalista romano era affidabile, era uno di quelli che indagavano a fondo; molto probabilmente quel suo pregio è diventato, in quel periodo molto complicato, la sua condanna professionale.

Ha avuto l’idea che questo giovane anarchico georgiano in visita a Venezia avrebbe potuto anche non essere Josif Džugašvil?

Non ho mai pensato a questo. Un georgiano qualunque avrebbe di certo lasciato qualche traccia più evidente, non avrebbe avuto senso nascondersi. Avrebbe viaggiato utilizzando il suo vero nome probabilmente. Le date in ogni caso mi facevano tornare sempre al lavoro di Traglia e tutto coincideva, o meglio, tutto faceva pensare a quello che si sospettava. Il fatto che non si trovasse nessun documento ufficiale non faceva altro che confermare quello che si sapeva di Josif e di quel preciso periodo della sua vita.

Venezia è quasi un personaggio a sé nella sua storia. Una Venezia crepuscolare, silenziosa, rarefatta, fatta di calli segrete, lontana dalla Venezia turistica che tutti conosciamo, una Venezia che non si svela a chi come dice lei la visita una sola volta nella vita. Una Venezia anche senza tempo, simile forse a quella vista da Josif Džugašvili?

Quella che descrivo io è una Venezia che si può ammirare sempre, basta allontanarsi dal flusso di turisti che vanno sempre nella stessa direzione; a volte basta semplicemente cambiare calle e perdersi. La Venezia che ha visto Josif non era molto diversa, forse mancavano i grandi volumi di turisti a cui siamo abituati oggi, ma era comunque una città molto viva. Credo che Josif abbia visto lo stesso numero di presenze, composto però da un maggior numero di veneziani e un minor numero di turisti giornalieri. Mancavano le grandi navi, ma il commercio era molto sviluppato anche nei primi anni del secolo scorso. Josif non ha visto il campanile; un immagine di Venezia che nessuno di noi ha negli occhi. Piazza San Marco senza l’ombra del “paron de casa”, una vista della Basilica completamente diversa da quella che abbiamo noi.

Nel suo libro accenna al genocidio armeno. A San Lazzaro i monaci tengono in vita la cultura del popolo armeno, lei ha avuto modo di parlare con diversi monaci, ha idea che siano stati reticenti in qualche modo, che nascondessero un segreto, che essere accostati a Josif Džugašvili, dopo tutti questi anni per giunta, in qualche modo potesse ancora metterli in pericolo?

Non credo che ci sia stata una vera e propria reticenza; credo che i monaci mechitaristi non vogliano che il monastero di San Lazzaro diventi meta di un turismo diverso da quello religioso. L’isola rappresenta la cultura armena in Italia, ma è anche un luogo che gli abitanti dell’isola dedicano alla preghiera e alla formazione dei novizi.
Nell’isola di San Lazzaro sono custoditi sicuramente molti segreti; alcuni custoditi gelosamente dai monaci, altri che il tempo è riuscito a cancellare o a nascondere. La biblioteca, il vero tesoro armeno in laguna, sicuramente custodisce altri misteri; le stanze del monastero sono piene di tesori e di storia, quel posto nasconde tre secoli di cultura e di passaggi di uomini.
I monaci non si sentono in pericolo se accostati a questa storia, potrebbe però essere in pericolo il rispetto che si deve a quella che viene chiamata tutt’ora “La piccola Armenia”, alla sua pace e alla sua vocazione religiosa.

Che idea si è fatto lei personalmente del motivo per cui Josif Džugašvili si recò proprio a visitare quel luogo? Proprio la sua idea personale, anche non suffragata da testimonianze o documenti.

Credo che Josif fosse a conoscenza dell’isola di San Lazzaro, credo avesse dei contatti con qualche monaco conosciuto durante gli anni del seminario. Arrivato a Venezia, tappa quasi obbligatoria per chi arrivava dal mare e doveva dirigersi nel nord Europa, era l’unico posto dove poteva comunicare nella sua lingua e dove poteva organizzarsi per raggiungere la Germania.
Nel 1907 il georgiano di cui parliamo si era presentato a San Lazzaro e aveva probabilmente ricevuto l’accoglienza che i monaci riservavano a tutti i viaggiatori, ma né lui né i monaci di allora immaginavano cosa sarebbe successo una decina di anni dopo. Nessuno immaginava che quel ragazzo sarebbe diventato anni dopo uno degli uomini più importanti e influenti del secolo.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandola ancora del tempo che ci ha concesso mi piacerebbe ancora chiederle se sta attualmente scrivendo un nuovo libro, e di cosa tratterà.

Al momento leggo, raccolgo informazioni e studio, nella speranza che qualche storia mi colpisca e mi sproni a indagare.

:: Un’ intervista con Laura Costantini e Loredana Falcone a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2020

Blu CobaltoOggi abbiamo il piacere di intervistare Laura Costantini e Loredana Falcone, autrici del libro “Blu Cobalto” (Merangoli Edizioni) che ha vinto la decima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Un eco-thriller contemporaneo in cui parlate di ecologia, ambiente, temi molto caldi e dibattuti. Pensate con il vostro libro di sensibilizzare i lettori su queste tematiche?

Non sappiamo se aver scelto di raccontare questo tipo di storia possa fare la differenza. Il nostro scopo primario era scrivere qualcosa di appassionante e coinvolgente, senza mai dimenticare la responsabilità delle parole e delle idee che abbiamo scelto di mettere nero su bianco. Gli autori dovrebbero sempre pensare al tipo di “messaggio” che trasmettono, anche quando, come noi, fanno onesta narrativa d’intrattenimento senza pretendere di affrontare i massimi sistemi. L’ambiente è in pericolo, questa realtà è sotto gli occhi di tutti. E tutti dovremmo impegnarci in prima persona per fare qualcosa. Un piccolo sforzo reiterato per milioni di persone potrebbe fare la differenza. Se chi ha letto “Blu cobalto” guarderà al mare con un occhio diverso e con un pensiero alla vita che prolifera sotto la superficie, allora avremo fatto un buon lavoro.

Di cosa parla nello specifico il vostro libro, quale è la trama principale?

Il centro della narrazione è una sorpresa che non possiamo svelare, ma possiamo accennare in linea di massima: un’isola paradisiaca in un’area marina protetta con un resort a impatto zero riservato a clientela super-selezionata. E una sciagurata campagna di prospezione[1] lanciata da una multinazionale tedesca alla ricerca di combustibili fossili che arriva a turbare equilibri ambientali e personali. Un pericolo talmente imminente da spingere Electre Samaras, proprietaria e direttrice del resort, a chiedere aiuto all’uomo che le ha spezzato il cuore. Kurt Petri è un attivista di un’associazione ambientalista chiamata Sesto Continente. Per molti è, soprattutto, un ecoterrorista al timone di una nave avveniristica dedita a disturbare le attività di baleniere, pescherecci e navi da prospezione. Quello che Kurt non immagina è che da difendere, sotto la superficie delle acque cristalline dell’isola di Dagon (che, per inciso, è una nostra invenzione in quanto non ci sono isole nel mar Ionio), c’è molto di più di quello che immagina.

Azione, avventura, intrigo giallo, fantasy, storia d’amore, fantascienza, con che categorie lo definireste?

C’è un po’ di tutto questo, a parte forse la fantascienza. C’è azione, c’è un mistero da svelare, ci sono intrighi e persone che si fingono quelle che non sono, c’è amore (in quale romanzo non c’è?) e c’è una concessione alla fantasia che, però, non etichetterei come fantasy perché è una categoria dalla quale il lettore si aspetta specifiche caratteristiche.

Come vi siete documentate nella stesura? Ci sono parti tratte dalla realtà?

Ci siamo documentate sui cetacei, sui metodi di prospezione per la ricerca degli idrati di metano sul fondo dell’Adriatico e dello Ionio, sui bacini di carenaggio, sugli effetti devastanti degli air-gun sui fondali. Tutto questo ha forti legami con la realtà dei nostri mari. E abbiamo voluto inserire un occhio di riguardo alla Rete, all’uso che se ne può fare e al fatto che, alle volte, il modo migliore per nascondere la più sconvolgente delle verità è metterla in piazza in mezzo a un cumulo di fake-news.

protagonisti

I due protagonisti maschili direttamente dalle magiche matite delle artiste DanyandDany

Che autori, italiani, o anche internazionali, vi hanno ispirato. Quali sono i vostri maestri?

Siamo accanite lettrici e, diciamo, un plot tipo questo potrebbe essere congeniale a un Wilbur Smith. Ma non possiamo dire di avere dei maestri dichiarati. Entrambe siamo partite da una fruizione piuttosto caotica della narrativa americana, con un occhio di riguardo a Stephen King e Joe Lansdale, passando per Michael Connelly (uno degli autori preferiti di Loredana) e Michael Crichton. Poi, soprattutto Laura, si è spostata sugli autori, anzi, le autrici, di casa nostra. Che sono tanti e spesso misconosciuti. Non faremo nomi, per non far torto a nessuno/a. Ma spesso e volentieri ne parliamo nei nostri profili Facebook perché siamo convinte che il successo di un autore sia viatico alla scoperta di altri titoli, altre firme, altre scritture.

Seguono il nostro Premio anche all’estero per cercare libri interessanti da tradurre e pubblicare. Cosa direste a un ipotetico direttore di collana per incuriosirlo a leggere il vostro libro?

Diremmo che “Blu cobalto”, in un panorama dove tutto sembra già detto, scritto e digerito, offre un approccio originale a un mito che accompagna il genere umano fin dalle origini.

Ho letto recensioni molto calorose del vostro libro da parte di blogger e semplici lettori. Quali sono le analisi e i commenti che vi hanno colpito maggiormente? Vi aspettavate tanti commenti positivi?

Come tutti gli autori, quando esce un nostro libro siamo lì in ansia a chiederci se piacerà, se emozionerà, se riuscirà a catturare l’attenzione in un mare di nuovi titoli e nuovi autori. Ci siamo rese conto che questa storia contiene suggestioni che scavano nella sensibilità dei lettori e abbiamo scoperto aspetti che, scrivendolo, non avevamo neanche immaginato. Una nostra lettrice si è lanciata in una disamina della scelta dei nomi (Electre, Eleni) e dei significati profondi delle radici classiche da cui derivano. La cosa che ci è piaciuta è che, alla domanda se avrebbero o meno divulgato il segreto custodito da Electre e Viki Samaras, hanno risposto tutti no. Ci è sembrato un bel segnale, la volontà di custodire la bellezza più fragile e indifesa. Però son tutti lì a chiederci un seguito e questa, come capirà chi ha letto il romanzo, è una sfida non da poco.

Un duo vincente di scrittrici, una squadra tutta al femminile, tra l’altro le scrittrici e pure le traduttrici quest’anno erano tutte donne. Che qualcosa stia cambiando? Cosa ne pensate? Finalmente si cerca partendo dai lettori di dare un giusto riconoscimento alla scrittura al femminile?

Molto bello il podio di Liberi di Scrivere Award 2020, ma la strada è ancora lunghissima. Le autrici sono moltissime e brave, ma vincono pochi premi e i rotocalchi dedicano cover glamour parlando di “Effetto Ferrante”. Ora, con tutto il rispetto per Elena Ferrante e i suoi best-seller, non tutte le autrici scrivono quel genere di libri e vorremmo veder riconosciuta la produzione gialla, noir, thriller, storica delle numerose firme italiane che vengono costantemente dimenticate quando si tratta di citare autori in gamba.

Cosa state leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che avete letto e il prossimo che avete intenzione di iniziare.

Abbiamo letto, e amato, “Il cammino del sapiente” di Federica Soprani e “La chioma di Berenice” di Amalia Frontali (autrice self di storici accuratissimi e coinvolgenti). Stiamo leggendo “I leoni di Sicilia” di Stefania Auci e “Il quarto fato” di Laura MacLem (autrice solo self che definire stratosferica è dire poco, italianissima). Leggeremo a breve “Gleba” del duo Tersite Rossi e “Il volontario” di Salvatore Scibona.

Infine, ringraziandovi della disponibilità, l’ultima domanda. State lavorando a un nuovo romanzo? Quali sono i vostri programmi per il futuro?

Stiamo per dare alle stampe il terzo volume della trilogia “Noir a colori” in self-publishing: dopo Rosso violento e Verde profondo arriva Giallo sporco. Abbiamo delle offerte di edizione per un romanzo ambientato tra Parigi e New York nel decennio ‘80/’90, ambientato nel mondo dell’arte e della moda con una storia d’amore veramente struggente. Intanto maciniamo idee per una nuova avventura dei protagonisti de “Il puzzle di Dio” (che vinse il Liberi di Scrivere Award nel 2015): la scaletta e i personaggi sono già pronti.
Non intendiamo fermarci perché raccontare storie è la nostra passione e la seguiamo dovunque voglia condurci. Le soddisfazioni non mancano e una delle più belle ce l’ha regalata Liberi di Scrivere. Quindi siamo noi a ringraziare te per questo premio e questa occasione per parlare del nostro lavoro.

[1] La prospezione è un metodo di ricerca basato sull’eco generato da onde sonore mandate a “sbattere” contro il fondale marino. È l’equivalente di battere con le nocche contro un muro per capire se ci sono cavità. E le cavità, nel caso dei fondali di Adriatico e Ionio, vogliono dire giacimenti di petrolio, di gas o di idrati di metano. Solo che le onde d’urto sono devastanti per i sensibili apparati acustici e di orientamento delle specie marine, cetacei in testa.

:: Un’ intervista con Luigi Bonanate – Il destino americano, a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2020

Il destino americano - BonanateBenvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo invito. Nella nostra precedente intervista ci aveva anticipato l’uscita del suo nuovo libro Il destino americano (Nino Aragno Editore) e avendo avuto occasione di leggerlo colgo l’occasione di poterne parlare con l’autore.

Una premessa va fatta per giustificare la mia “divagazione” di politica estera, aspetto della vita internazionale che non avevo mai affrontato direttamente. Ma il 2019 era il settantennale del Patto Atlantico e del connesso strumento strategico chiamato NATO: il loro insieme disegnava il quadro della protezione che gli Usa erano disposti a prestare agli alleati europei. Ma 70 anni dopo tutto ciò era ormai in crisi o desueto; allora valeva la pena ripensare la storia internazionale che il paese più importante del mondo si era costruito e vissuto.

Già il titolo è rivelatore, e contiene l’intuizione principale che l’ha guidata nella stesura del testo. 13 piccole colonie si ribellarono alla madre patria, si unirono e iniziarono a costruire le fondamenta di quella grande nazione che sono gli Stati Uniti d’America. Come si è costruito l’eccezionalismo che ha contraddistinto la storia americana?

Per rispondere a questa domanda – spiacente, ma bisogna leggersi il libro! Ma il mio punto di partenza riguarda “l’eccezionalità di una continuità”: un piccolo gruppo di immigrati (così li chiameremmo ora) che per un secolo, all’incirca, cercarono di comprarsi un posto nella società mondiale “buona”, e per il secolo successivo di arrivare fino a dominarla. La mia idea è che tale progetto fosse intrinseco (anche se non sempre vissuto con eguale consapevolezza tanto dai politici quanto dalle pubbliche opinioni) alla vicenda americana e che i segni si possano riscoprire proprio attraverso il loro collegamento. Ho scelto di evidenziare tutto ciò attraverso alcuni grandi discorsi dei principali “padri fondatori” che ne sono stati gli interpreti preclari. (Ho seguito questo modello anche in altri passaggi storiografici, invitando ad esempio – con qualche tremito – alla lettura di una lettera di Hitler a Roosevelt)

Nel suo libro ha voluto analizzare la storia della politica estera statunitense definendola storia “esterna” degli Stati Uniti d’America, collegata e intrecciata alla storia “interna” molto più di quanto si creda. In che misura, con che grado di consapevolezza questa interconnessione è sentita negli Stati Uniti stessi, e nel resto del mondo?

Osservazione corretta, la cui portata va estesa ovviamente a tutto il mondo: non possono esistere due politiche separate, distinte o eterogenee; chi lo pensa sbaglia completamente bersaglio. È facile accettare l’idea della separatezza perché ci consente di nasconderci sempre nel territorio dell’altro, quando qualche cosa ci va male. Ma è evidente che tra le due dimensioni non può non correre un filo strettissimo: come potrebbe del resto, uno stato entrare in una guerra se non sulla base della sicurezza (corretta o fallace) di avere la sua società pronta a seguirlo? E una politica di alleanze come può svilupparsi se i rapporti politici, commerciali, culturali, tra due paesi non sono buoni? Non ci si allea mai con un nemico (solo il Regno d’Italia vi riuscì – e con quali risultati – nella Grande guerra…).
Ma è proprio la mancata percezione, più popolare che politica (ma dai politici insufflata nelle pubbliche opinioni per poterne manipolare le emozioni), della totale compattezza delle due dimensioni (interno/esterno: è una copia discussissima nella teoria delle reazioni internazionali), che ha reso e sovente rende fallimentari i progetti di politica estera. Ciò valse, a tempo debito, anche per gli Stati Uniti che nell’Ottocento sono prevalentemente impegnati nello sviluppo interno, mentre dopo la Grande guerra comprenderanno di avere a portata di mano una potenza superiore a ogni altra.

Lettere, discorsi, pagine di diario, la sua ricostruzione è più una storia di idee e di persone, che hanno cambiato il mondo, che una mera cronaca fattuale di avvenimenti. Perché questo approccio?

Per me è un approccio assolutamente scontato: non ho mai guardato la realtà come un qualche cosa che è destinato a schiacciarmi sotto la sua mole: dico, i fatti, gli eventi, le notizie, segreti, gli errori, gli inganni, e tutto ciò li circonda. Il mio, paradossalmente, non è un desiderio di conoscenza, bensì di spiegazione, interpretazione, razionalizzazione. La comprensione non si fonda sui fatti ma sulla loro interpretazione, prodotta dalla formulazione di una ipotesi (una o più) alla quale poi toccherà di ricollegare tra di loro i fatti corredandoli del loro significato intrinseco e sistematico: nulla avviene nel vuoto.
Aggiungo che le stesse vicende personali possono dirci molto meno che quel che sembra quando nominiamo i grandi personaggi: Lenin ha guidato la rivoluzione sovietica; certo, è vero: ma non soltanto non fu l’unico a farla ma egli ne fu – forse – più il frutto che non l’elemento fondamentale. Né possiamo credere che la morte di 50 milioni di persone vada accollata al solo Adolf Hitler – accanto a sé ebbe una società, una cultura, una finanza concordi.

Lo “spirito di frontiera” sembra fondamentale, una spinta propulsiva che da quando è sorta ha dato un indirizzo preciso all’evoluzione coerente e coesa di questa nazione, vista come un tutt’uno dotato di senso. Spirito di frontiera, Provvidenza (termine caro a John Jay), “Destino Manifesto”, “America First” quanto c’è di mitico e iconico in queste corrispondenze?

Lo spirito di frontiera è il vero e proprio connotato originario dello spirito americano, ma al contrario del modo europeo di considerare il territorio e i suoi confini. In America quasi non c’erano confini e furono gli statunitensi a porli e poi, continuamente, a spostarli in avanti. In Europa, i grandi imperi o le grandi potenze pensavano a difendere i confini o a consolidarli; ovviamente però, poi, svolgendosi le guerre europee tra stati ormai consolidati, queste finivano per essere più grandi e violente.

Descrive nel suo libro la seconda guerra mondiale come atipica. Può esplicitarci questo concetto?

L’atipicità della seconda guerra mondiale sta, oltre ovviamente che nelle sue dimensioni e nel livello della sua mortalità, nell’essere stata combattuta ben più per dei principi che per delle terre. Fu la guerra tra due ideologie (o forse tre) e due concezioni del mondo, vinta per fortuna dall’Occidente (capitalistico), che rappresentava il modello, sostanzialmente, più accettabile. Quanto più grande è una guerra quanto più imponenti sono le sue ragioni ideali e ideologiche. Le guerre per il petrolio possono o potranno essere anche più violente, ma alla fine il vincitore si troverà soltanto qualche barile in più o in meno di petrolio e non necessariamente migliori condizioni di vita e di benessere.

L’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia. L’unica con la capacità concreta di porre fina davvero alla storia (non solo nell’accezione di Fukuyama). Secondo lei ha saputo usare proficuamente tutto questo (forse eccessivo) potere, o l’ha come dire sprecato, per certi versi? Mi riferisco a quella sorta di declino Usa (impensabile dopo il 1989 quando giunse la fine del sistema politico internazionale bipolare) e alla perdita dello status di massima potenza mondiale che sembra inesorabilmente in atto. Quali scelte e decisioni (anche errate) hanno portato a questo?

Il discorso sulla Bomba è molto ampio e complesso: per un verso, è vero che rappresenta l’unico modo efficace per porre fine alla vita sulla terra, a causa dell’”inverno nucleare” (una glaciazione progressiva resa inevitabile dal fall out); ma d’altra parte è un’arma e un sistema d’arma di grande complessità organizzativa il cui uso lascerebbe aperto qualsiasi tipo di possibilità, fino appunto allo scontro finale.
Le narrazioni cui siamo ritmicamente sottoposti sugli esperimenti missilistici sono un grande strumento propagandistico ma una innovazione piccolissima dal punto di vista strategico. Soltanto gli Usa oggi come oggi (e come da 70 anni in qua) sono in grado di immaginare, organizzare, pianificare un uso professionale e “definitivo” dell’apparato nucleare. Nessuno, fuor che gli Stati Uniti, può neppure immaginare di sopravvivere all’attacco nucleare che avesse lanciato: gli Usa non possono essere sconfitti con uno “splendido primo colpo” (come si diceva una volta) e avrebbero sempre la capacità di “secondo colpo”, la vendetta. Neppure la Cina è capace, almeno per ora, di tanto.

L’idea di dominazione planetaria, all’origine stessa della sua posizione egemonica di esportatrice oltre che di merci dello stesso American way of life, in che misura incide realmente e concretamente, secondo lei, nelle scelte presenti, e soprattutto future, di questa singolare nazione? Insomma gli Stati Uniti saranno davvero soddisfatti solo quando tutto il mondo somiglierà a loro?

L’idea della dominazione planetaria è intrinseca alla cultura politica statunitense, ma non nel senso europeo fondato sulla conquista imperialistica. No: gli americani pensano che la conquista del mondo sia una “missione” assegnata loro da Dio, perché tutto il mondo ha diritto di godere dell’american way of life. Agli americani non importa il governo mondiale in sé ma soltanto in quando condizione di realizzazione del “paradiso in terra”, secondo la fortunata formula di Christopher Lasch. Il fine non è di far diventare tutto il mondo come l’America ma di diventare tutti uguali e “americani” perché laggiù si vive meglio che altrove, ed è Dio stesso che lo vuole! Aggiungo: c’è molta (benevola) ingenuità nell’immagine del mondo corrente in America.

L’isolazionismo e la manifesta o ostentata neutralità dunque sono solo un mito? Quanto volontariamente coltivato dagli Stati Uniti stessi?

Certo che è un mito. Nelle loro politiche estere di breve raggio, gli Usa si comportano come tutti: è logico che dopo la Grande guerra fossero stufi di occuparsi di Europa, piena di debiti nei loro confronti… La seconda guerra mondiale non la volevano ma la seppero vincere guidando una grande coalizione. La guerra fredda aveva addirittura il fine di fermare l’avanzata sovietica in Europa: ma dove? L’Urss restò in piedi soltanto perché nessuno le diede una spallata. Anche allora gli Usa erano la guida e i protettori di un mondo che “si difendeva”!
Anche oggi, il presidente Trump comanda azioni che per ogni altro paese al mondo sarebbero precisamente azioni di guerra e lui le proclama difensive.
Ma insisto, nell’immaginario collettivo americano non domina lo spirito di conquista, come invece fu per l’Inghilterra, la Spagna o la Francia nei secoli passati: gli americani non vorrebbero mai occuparsi di politica internazionale (e in effetti l’opinione pubblica ne è particolarmente ignorante) perché il mondo dovrebbe semplicemente unificarsi in una solo società: non quella del federalismo, ma dell’americanizzazione felice della terra.

Nel suo libro evidenzia un interessante problema per la ricerca, riguardo al fatto se gli eventi sono stati guidati o oppure solo accolti. Lei personalmente che idea si è fatta?

Ho già toccato, indietro, questo tema; in generale, comunque nessuno può dare risposte definitive. Per questo soltanto le ipotesi hanno un senso: si formulano, si discutono, si applicano… Prima di arrivare a leggi generali, ci vuole ben altro. Per secoli si è sostenuto che l’equilibrio fosse il principio fondamentale delle relazioni internazionali – poi si è visto che non ne è mai esistito, e che al massimo può servire come modello di analisi ma non di spiegazione. Io ipotizzo che esista un “destino americano”: si tratta poi di dimostrarlo o confutarlo.

Scriverà mai un libro analogo a questo ripercorrendo le direttrici della storia “esterna” cinese?

Penso proprio di no, in primo luogo perché la storia “soggettiva” non mi ha mai troppo affascinato; in secondo luogo, perché la Cina non è ancora “vicina”; ha e avrà tantissimi problemi di transizione, cosicché è difficile valutarne la performance; in terzo luogo, perché l’età mi sconsiglia di imboccare strade che potrei non riuscire a percorrere fino in fondo.

Infine concludo, termina il suo libro augurandosi che sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarando che non può essere ottimista, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire, ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione. Ricordo l’entusiasmo con cui anche i giovani aderirono agli alti ideali che mossero la nascita dell’Unione europea, lei crede, o meglio si augura, che questo spirito universale rinasca e si fortifichi? Grazie.

Ottimismo o pessimismo: una storia infinita e che non si disvelerà mai. Il mio ottimismo prevale in termini metodologici, aprioristici e mai (purtroppo) in termini propositivi. Come ho raccontato mille volte, molti interessanti e serissimi studi immaginano che il nostro (occidentale) futuro non sarà roseo, sia perché è statisticamente prevedibile che ogni tanto scoppi una grande guerra che riporta tutti al punto di partenza, sia infine perché i lombi occidentali sembrano davvero stanchi e dopo un millennio di superiorità debbano cedere lo scettro al primo che lo pretenderà!

:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini, vincitrice della sezione Premio Confindustria del Biella Letteratura e Industria 2019 a cura di Giulietta Iannone

18 novembre 2019

Finalista del Premio Biella Letteratura e Industria 2019, vincitrice del Premio Confindustria, bentornata Rossana Balduzzi Gastini su Liberi di scrivere. Un premio prestigioso, un omaggio per l’Alessandria di Borsalino, e un riconoscimento personale per il suo lavoro. Deve essere stata una grande soddisfazione. Cosa ha provato quando ha saputo della vittoria?

Buongiorno a lei Giulietta e a tutti i lettori del suo interessante blog. Vincere il Premio Confindustria per la letteratura e essere annoverata tra i cinque finalisti del famoso Premio Biella Letteratura e Industria e anche del premio Acqui Storia è stato motivo di grande appagamento per il faticoso ma anche emozionate lavoro svolto. Felicità personale ma anche gioia perché finalmente Giuseppe Borsalino è stato riconosciuto come l’inventore del Made in Italy. Anche a me come a Giuseppe Borsalino importa “mettere le cose a posto”: Giuseppe Borsalino è tornato a vivere. I suoi tormenti, le sue gioie, le sue passioni e la sua generosità ora possono essere condivisi.

Motivazione del Premio: “Molto coinvolgente e convincente questo romanzo che induce a immaginare il mondo interiore di un uomo che con la sua creazione “ha fatto la Storia”; un uomo di umili origini che ha deciso di cambiare in meglio il suo futuro, con grande coraggio ed inseguendo il suo sogno, un precursore del Made in Italy nel mondo, una vita illustre a cui è doveroso rendere omaggio. Il testo celebra un imprenditore il cui nome è sinonimo di stile, un imprenditore che ha sempre avuto a cuore i diritti e il benessere di chi lavorava con e per lui, in un’epoca in cui si dava poca importanza alla tutela dei lavoratori. Un vero imprenditore.” Parole importanti, rispecchiano lo spirito del suo libro?

Sì, rispecchiano del tutto lo spirito del libro perché denotano che si è ben compreso chi fu Giuseppe Borsalino. Un uomo illuminato, vissuto alla fine del 1800, che seppe riconoscere nel suo animo la morale primigenia. Un uomo che ha sempre messo davanti a ogni cosa il rispetto per sè e per gli altri. Si può dire senza timore di smentita che egli fu l’incarnazione più pura della morale kantiana quella innata che è patrimonio di ogni uomo e che si riassume appunto nel non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te o come altrimenti viene detto fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Un uomo che ha sempre agito su questa terra consapevole del fatto che tutti ci apparteniamo. Un imprenditore illuminato che non ha esitato un secondo a ridistribuire le ricchezze ottenute dalla sua azienda e a condividerle con i suoi operai cosa rara anche al giorno d’oggi in cui spesso, governati dall’ego, si tende a condividere solo le perdite. Egli è riuscito a superare la “Scelta Razionale” ben nota a economisti e sociologi secondo la quale gli interessi personali vengono prima degli altri è questa la filosofia malata che causa il collasso di una società e il mal di vivere umano. Egli ha fatto della sua città, non solo della sua fabbrica un’utopia “reale”, un’isola felice perfettamente funzionante nella quale si produceva e si viveva in un’ottica di perfetto equilibrio ed eguaglianza, soddisfacendo le esigenze di tutti. Lui era il proprietario ma anche il primo operaio e i suoi lavoratori erano la sua famiglia al punto che, preoccupato di come avrebbero vissuto una volta terminato il rapporto di lavoro, istituì una cassa pensioni interna alla fabbrica quando ancora nemmeno si parlava di una legislazione in materia pensionistica.

Tornando al Premio Biella Letteratura Industria, un premio unico nel suo genere, un’altra eccellenza del Piemonte, che valorizza la letteratura e il mondo del lavoro. In che misura pensa iniziative simili migliorino la vita della gente e soprattutto siano di stimolo e modello per i giovani?

Il Premio Biella Letteratura Industria per come è organizzato per la grande quantità di energie che vi vengono spese è un raggio di luce nel panorama nebuloso della cultura di questi ultimi anni. Esso fa capire come operando con coscienza nella cultura e nel lavoro, ambiti che toccano tutte le fasce della popolazione si può trasformare e fare evolvere positivamente la società. La misura in cui questo tipo di iniziative incidono nel migliorare la vita della gente e nel formare i giovani è incommensurabile data la sua fondamentale importanza.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Certamente sono già all’opera nel creare un romanzo storico filosofico e da pochi mesi è uscito La ragazza di madreperla un romanzo di formazione con risvolti metafisici.
Perla, la protagonista, agisce su questa terra consapevole del fatto che tutti ci apparteniamo.
lei rappresenta la metafora della trasformazione spirituale cui ogni uomo dovrebbe tendere. La felicità sulla Terra può essere vissuta solo seguendo una vita senza eccessi e nella giusta Misura. E questo non è un qualcosa di irraggiungibile basta avere la volontà di farlo.

:: Un’intervista con Maurizio Gazzarri, vincitore della sezione Giuria dei lettori del Premio Biella Letteratura e Industria 2019 a cura di Giulietta Iannone

12 novembre 2019

Maurizio Gazzarri insieme a Luca Murta di Fondazione CRB bis

Finalista del Premio Biella Letteratura e Industria 2019, vincitore del Premio Giuria dei Lettori, benvenuto Maurizio Gazzarri su Liberi di scrivere. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo lavoro, della sua infanzia.

Innanzitutto, grazie a Liberi di scrivere per questa opportunità. Sono nato e cresciuto a Volterra, la città toscana di origini etrusche. Una città isolata, che ha fatto di questo isolamento sia il suo elemento di forza sia il suo punto debole. Mi piace pensare che il mio carattere derivi da questa contraddizione: mi piace stare dietro le quinte e allo stesso tempo un po’ ne soffro. A 14 anni, era il 1985, ho messo per la prima volta le mani su un computer, grazie a un progetto sperimentale delle mie scuole superiori. E da quel giorno non me ne sono staccato praticamente più. Mi sono laureato in informatica a Pisa, città nella quale mi sono trasferito e attualmente vivo. Dopo la laurea, in realtà, non ho svolto lavori direttamente connessi con l’informatica: mi sono occupato di politica e poi di amministrazione pubblica. Dal 2008 al 2018 ho svolto il ruolo di capo di gabinetto del sindaco di Pisa e credo che la mia formazione “tecnica e tecnologica” mi sia stata molto utile per affrontare i mille problemi quotidiani. Attualmente sto concludendo un master in Big Data Analytics and Social Mining e sono consulente per pubbliche amministrazioni e società private per progetti innovativi, digitalizzazione, comunicazione e partecipazione. Inoltre, collaboro con il quotidiano La Nazione con una rubrica dedicata al 50° del primo corso di laurea italiano in Informatica, attivato a Pisa nel 1969.

Come è nato il suo amore per i libri? Cosa l’ha spinta a diventare uno scrittore?

Nel 2020 si festeggeranno i 100 anni dalla nascita di Gianni Rodari. Io sono cresciuto con i suoi libri, i suoi racconti, le sue favole e le sue poesie. “Favole al telefono” è stato il primo libro che ho letto. La scintilla è scoccata lì. Mio padre (o, meglio, il mio babbo) assecondava ogni mia richiesta d’acquisto di libri; le sue parole le ho ancora impresse: “se mi chiedi i soldi per un libro non ti dirò mai di no”. L’ho preso un po’ troppo alla lettera, riempiendo la casa di romanzi, saggi e fumetti. Ma dalla lettura alla scrittura c’è un abisso. Per molti anni ho litigato con la scrittura e con i temi scolastici. Adesso, non farei altro che scrivere. Ma non oso definirmi uno scrittore, bensì un autore di un romanzo.

Ora parliamo di I ragazzi che scalarono il futuro (Edizioni ETS). Come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Durante il mio lavoro presso il Comune di Pisa ho avuto modo di interloquire con le tre università cittadine, con i centri di ricerca, con molti dei protagonisti dell’informatica pisana e italiana. Ho accumulato dentro di me conoscenze ed emozioni. Che, non appena aperto il “rubinetto”, si sono riversate nella redazione del romanzo. C’era un pezzo della storia di Pisa non del tutto conosciuto, seppur molto recente; ho pensato che fosse un episodio cruciale e non affatto secondario non solo di Pisa ma dell’Italia intera. L’opportunità mi è stata offerta dalla casa editrice ETS che ha organizzato un corso di scrittura, tenuto dai due responsabili della loro collana di narrativa Pierantonio Pardi e Daniele Luti. Quest’ultimo mi ha seguito passo passo, insegnandomi le tecniche giuste, i metodi, le “regole” da osservare. Mi sono liberato dell’idea che scrivere un romanzo fosse improvvisazione. No, è metodo, è criterio, sono regole e principi, è applicazione e dedizione. È, anche e soprattutto, mettersi in discussione.

Il libro racconta, romanzandola, la nascita dell’informatica italiana e la costruzione della CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) e dell’ELEA (Elaboratore Elettronico Aritmetico), i primi computer progettati e realizzati in Italia. Ci parli dell’humus culturale e umano che favorì il raggiungimento di questo importante traguardo, tra Pisa e Barbaricina, in Toscana, tra Università e ricerca scientifica privata.

Le vicende del romanzo iniziano nell’estate del ’54. Era l’estate della conquista del K2, ma anche della morte di De Gasperi. Era l’anno dell’inizio delle trasmissioni della RAI, ma anche di un’Italia ancora alle prese con il dopoguerra. C’era voglia di futuro e di benessere, contrastata dalla situazione economica di molte regioni e da una arretratezza culturale talvolta disarmante, vista con gli occhi di oggi. Voglia di futuro e zavorre del passato. Anche a Pisa si viveva questo dualismo. Ma con ingredienti diversi da molte altre città, che consentirono di far partire proprio a Pisa i progetti per i primi computer italiani. La politica e le istituzioni locali misero da parte divisioni partitiche e di campanile, l’Ateneo accantonò le resistenze di quella parte del corpo accademico più legato alle antiche abitudini, l’impresa – in questo caso la Olivetti di Ivrea – capì che valeva la pena rischiare un investimento innovativo, piuttosto che rimanere nelle acque tranquille delle macchine per scrivere o delle calcolatrici meccaniche. Questo intreccio tra istituzioni, università e impresa, unito al protagonismo di tanti giovani neolaureati, portò a risultati eccezionali. A me piace pensare che ci sia un filo che lega la storia di Pisa con quella della scienza e della tecnologia. Da Leonardo Fibonacci, che portò nel XIII secolo in Europa lo zero e le cifre arabe, a Galileo Galilei nato nella città della Torre. Dal primo congresso degli scienziati italiani tenuto a Pisa nel 1839, a Guglielmo Marconi, che a Coltano – a due passi da Pisa – realizzò i suoi esperimenti sulla radio. Dal suggerimento di Fermi per la realizzazione della calcolatrice elettronica, al primo nodo Internet italiano, attivato a Pisa nel 1986. Fino alle attuali ricerche sulla robotica, sull’intelligenza artificiale, sulle onde gravitazionali. E si potrebbero aggiungere altri mille nomi, progetti e scoperte fatte all’ombra della torre pendente!

La visione della famiglia Olivetti di Ivrea, parte delle grandi famiglie industriali e imprenditoriali italiane, ha contribuito a buona parte di questo successo. C’è ancora secondo lei, nel mondo imprenditoriale d’oggi, questa visione di insieme che unisce iniziativa privata e contributi statali?

Adriano Olivetti, assieme al fratello Dino e al figlio Roberto, dovettero contrastare non poco all’interno dell’azienda per far apprezzare il lavoro del Laboratorio di Ricerche Elettroniche aperto nel quartiere pisano di Barbaricina. Non è un caso che tale Laboratorio sia stato aperto non a Ivrea o a Milano, ma a Pisa. Non solo per il rapporto con l’Università, ma anche per far sì che non venisse assorbito e fagocitato dalle logiche aziendali dell’epoca. Buona parte del merito dei risultati va ascritto a un ingegnere italo cinese, Mario Tchou, purtroppo scomparso a soli 37 anni in un incidente stradale. Tchou diceva che “le cose nuove si fanno solo con i giovani”: con questo principio reclutò ragazzi dal grande potenziale e con tanta voglia di fare. Ma Olivetti non era solo impresa e profitto, era comunità, sociale, cultura, architettura, integrazione, urbanistica. Una visione olistica dell’impresa, nella quale il profitto e i valori non sono scindibili. Purtroppo, fu avversato per molte ragioni. E di contributi statali ne vide ben pochi: lo Stato non fece niente né prima, né dopo la sua morte per dare il giusto sostegno alla Olivetti. Fino al 1964, quando fu smembrata l’azienda con la cessione della sua Divisione Elettronica. A Pisa furono le istituzioni locali e non lo Stato a contribuire alla realizzazione del progetto, con ben 150 milioni di lire.
Tra i grandi imprenditori attuali credo che siano veramente pochi quelli che sono definibili Olivettiani. Adesso il margine di profitto è l’unica cosa che conta. I benefit e gli stipendi degli amministratori delegati a volte superano le 500 volte quelle di un dipendente della stessa azienda. Una cosa inconcepibile per Adriano Olivetti. Lo Stato, troppo spesso, viene usato come limone da spremere, senza restituire davvero alla collettività quello che si è ricevuto in termini di contributi, agevolazioni fiscali e benefit. Bisogna scendere fino alle piccole start up per trovare quel clima di apertura e collaborazione che contraddistingueva Adriano Olivetti.

Il suo libro è anche un affresco corale dell’Italia della seconda metà degli anni Cinquanta, prima del boom degli anni Sessanta, giusto?

Mi sono divertito molto a inserire nel racconto riferimenti a oggetti, fatti e personaggi dell’epoca. La 600 Fiat e la Lettera 22. Il cinema, con i film prodotti negli stabilimenti cinematografici di Tirrenia, e la televisione. I viaggi spaziali, con lo Sputnik e Gagarin. La nascita del Mercato Comune Europeo e l’ingresso dell’Italia nell’assemblea dell’ONU. Lo sport, con il giro d’Italia, il cavallo Ribot e le partite di calcio del Pisa. Ho inserito anche tanta politica e sindacato, con le lotte per l’emancipazione delle donne affrontate dalla protagonista Angela, la fidanzata di Giorgio, impegnato invece nella realizzazione delle calcolatrici elettroniche. Un dualismo, quello di Giorgio e Angela che mi è piaciuto molto scrivere e descrivere.

Una storia di giovani, soprattutto, che ce la misero tutta, con sacrificio, studio e grande forza di volontà. Un modello di impegno anche per i giovani d’oggi?

All’epoca si aveva la netta percezione che il futuro non poteva che essere migliore del passato. I giovani sapevano che studiando avrebbero sicuramente migliorato la propria condizione. All’impegno messo negli studi corrispondeva il giusto successo. Adesso, sembra che l’impegno, lo studio, la dedizione non servano più; che si possa ottenere “successo” soltanto per caso, per raccomandazione o per un’idea brillante ma estemporanea. Non è così e provo ogni giorno a farlo capire a mio figlio Dario che sta frequentando la seconda liceo. A me piace riassumere tutto questo in cinque parole d’ordine, le cinque “C”: coraggio, costanza, comunità, curiosità, creatività. I nuovi ragazzi che stanno provando a scalare il futuro sono quelli che manifestano nelle nostre città per assicurare un domani al pianeta: ragazzi e ragazze che hanno piena consapevolezza che la loro età adulta può essere completamente compromessa dal cambiamento climatico in atto. Non vanno solo ascoltati, vanno messi nelle condizioni di cambiare le cose, dando loro responsabilità e poteri. Come ha scritto Rodari, “certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova”.

C’è anche un sapore agrodolce in questa vicenda, poi pochi anni dopo la Olivetti e l’Italia perderanno i grandi elaboratori elettronici. Perché successe?

È una domanda alla quale molti hanno provato a rispondere. Certamente le morti, prima, di Adriano Olivetti e, poi, di Mario Tchou, cambiarono il corso della storia. Ma nessuno può dire che la crisi economica della Olivetti non sarebbe comunque avvenuta, dopo i grandi investimenti fatti per l’acquisizione della Underwood e il mancato aiuto da parte dello Stato. Mentre all’estero, negli USA e in Gran Bretagna, lo Stato sosteneva le aziende informatiche, in Italia si preferì osteggiarle. La politica ebbe le sue responsabilità. Ma ne ebbe anche la classe imprenditoriale italiana, che messa alla prova di una crisi aziendale acuta, dette la risposta più scontata e meno lungimirante possibile: la cessione della Divisione Elettronica, impropriamente definita “ramo secco”. Il modello Olivetti stava stretto a molte persone. Persa la sfida dei mainframe, dei grandi calcolatori, la Olivetti ebbe un grande sussulto con la Programma 101: il gruppo di Perotto, scampato alla cessione alla General Electric, riuscì nell’impresa di realizzare e mettere in commercio il primo personal computer della storia. Venduto in larghissima parte negli Stati Uniti (compresa la Nasa!), segno che chi pensa ai complotti esteri quando parla della storia della Olivetti, a mio parere, ha torto.

Tornando al Premio Biella Letteratura industria, i libri in concorso, quest’anno soprattutto, hanno al centro storie e modelli virtuosi che legano letteratura e industria, dalla storia unica di Borsalino agli operai della Melegatti. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza in questo momento di crisi economica, pur restando ancorati alla realtà e analizzando le varie problematiche. Cosa ha provato quando ha saputo che il suo libro ha vinto il Premio Giuria dei Lettori?

Il Premio Biella è stato per me un susseguirsi di emozioni. “I ragazzi che scalarono il futuro” è il mio primo libro e non ho idea se ce ne saranno altri. Per un esordiente come me, ricevere la lettera del presidente Gasparetto che mi annunciava di essere entrato nella cinquina finalista, è stato emozionante. L’evento al Salone del Libro, poi le presentazioni a Biella e a Torino, infine la comunicazione del Premio “Giuria dei lettori”: momenti che non scorderò. Durante l’estate ho letto gli altri quattro romanzi finalisti. Sono tutti libri scritti benissimo, che raccontano storie personali o collettive di riscatto, di difficoltà o di successo. Sapere che il Circolo dei Lettori di Biella ha preferito il mio romanzo mi riempie di orgoglio: un sentimento che non mi capita di provare spesso. Un’ultima cosa a cui tengo è ringraziare tutti coloro che portano avanti il premo Biella: a chi lo presiede, lo organizza e lo promuove va espressa riconoscenza per la passione e la dedizione.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Sono io che vi ringrazio per questa opportunità! Diciamo che ho in mente una manciata di idee, alcune più strutturate, altre ancora in embrione. La maggior parte finirà la sua esistenza in poche righe di incipit o di soggetto. Nel frattempo, sto accumulando libri, riferimenti e suggestioni. Non so, davvero, se ci sarà mai un secondo romanzo. Se lo sentissi come un dovere, sono certo che il risultato sarebbe mediocre. Fuori dalla forma romanzata, ho due progetti in cantiere. Il primo è un volume con la ricostruzione storica di 65 anni di informatica a Pisa, conseguenza della collaborazione con il quotidiano La Nazione. Il secondo vorrei dedicarlo al rapporto tra la Olivetti e Pisa, raccontando nei dettagli l’esperienza del Laboratorio di Barbaricina. Per la redazione del romanzo ho raccolto molte testimonianze e corpose documentazioni che solo in minima parte sono ovviamente finite nel racconto. Adesso vorrei riordinarle e strutturarle, per non disperdere questa conoscenza e per valorizzare queste bellissime storie di eccellenza.

Isabel Allende a Torino per Aspettando il Salone a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2019

KODAK Digital Still Camera

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro per Feltrinelli, Lungo petalo di mare che racconta le vicende dei richiedenti asilo sul piroscafo Winipeg nel 1939, la scrittrice Isabel Allende ha incontrato a Torino il pubblico, intervistata da Rosella Postorino, parlando del libro e della sua vita.

Lungo petalo di mare racconta una vicenda di ottant’anni fa, ma sembra che parli del nostro tempo, dell’immigrazione e dei richiedenti asilo, attraverso la vicenda di un gruppo di spagnoli in fuga dalla Spagna di Franco. Conoscevi questa storia da molto tempo, grazie ad una persona che era sul piroscafo Winipeg  e che ha ispirato il personaggio di Victor, come mai la racconti solo oggi?

Conosco infatti la storia del Winipeg da quarant’anni, Victor Rey me la raccontò in Venezuela allora, dove vivevo in esilio dopo essere fuggita dal Cile dopo il colpo di stato di Pinochet. Ne parlo oggi perché il tema dei rifugiati è di attualità adesso, e grazie a Victor ho avuto modo di conoscere dettagli che non ci sono scritti da nessuna parte, sul cibo, su come soffrivano il freddo, sul terrore, sul senso di allontanamento dalla propria patria. Ho tenuto una corrispondenza con lui mentre scrivevo il libro e Victor è morto sei giorni prima che gli potessi mandare il manoscritto, aveva 103 anni ed era lucido.

Nel libro si racconta di questo gruppo di rifugiati spagnoli che scappano dalla dittatura, vanno in Francia dove vengono respinti e chiusi in campi di prigionia, poi grazie a Pablo Neruda arrivano in Cile, dove però trovano difficoltà, a causa della crisi economica ma anche dell’atteggiamento della Chiesa cattolica, che li vedeva come atei, comunisti, anarchici e violentatori di suore. 

Queste cose sono vere, certo, ma va detto che invece la popolazione cilena accolse i rifugiati a braccia aperte, e oggi i loro discendenti sono musicisti, artisti, filosofi, scienziati e hanno dato un apporto al Cile enorme. Purtroppo oggi non succede più questo con i nuovi profughi e rifugiati.

Nel libro ad un certo punto il destino di Victor viene scelto quando soccorre con un massaggio cardiaco d’urgenza salvandolo un giovanissimo soldato, facendo vedere quanto la vita sia fragile ma anche meravigliosa, e come le cose belle possano capitare anche quando non le si è scelte.

La vita di Victor è sempre molto fragile, rischia più volte ma si salva sempre e quell’atto sul cuore di quel ragazzo è un simbolo dell’amore che ha per sé e per gli altri, ma credo che queste siano interpretazioni da critiche, ai lettori piacerà la vicenda nel suo complesso.

Lungo petalo di mare parla di un’identità spezzata, dello sradicamento, ad un certo punto Carmen, la madre di Victor, si chiede dove sarà sepolta, in un’angoscia di sentirsi divisi e di non appartenere a nessun posto.

Il problema di quando si deve fuggire e andare in un altro Paese è il doversi creare nuove radici: anche per me è così, non ho radici da nessuna parte, sono nata in Perù, ho vissuto pochi anni in Cile, poi sono scappata in Venezuela e adesso abito negli Stati Uniti. Comunque quando mi chiedono di dove sono dico che sono cilena. Il Cile ha un magnetismo speciale, anche in un momento difficile come questo, e infatti c’è gente che ci va e ci resta. I passeggeri della Winipeg erano stati messi infatti in guardia dalle donne cilene, molto affascinanti e autoritarie, e del resto anch’io ho detto questo al mio nuovo marito come prima cosa, che sono molto autoritaria e non cambio.

Stiamo assistendo ad un momento difficile per il Cile, tra manifestazioni e repressione della polizia, che non può non ricordare eventi passati ma sempre presenti nella memoria.

Il Cile fino a qualche tempo fa appariva come un Paese stabile e in crescita economica, ma le statistiche non tengono mai conto delle disuguaglianze sociali. L’un per cento della popolazione detiene il 26 per cento della ricchezza e il 10 per cento, compreso l’uno di sopra, il 60 per cento della ricchezza. Per gli altri ci sono solo ingiustizie e povertà, è un sistema economico che non funziona e deve cambiare, e mi fa piacere che i giovani siano in prima fila. Tutte le rivoluzioni, da quella francese a quella russa, sono state causate dalla diseguaglianza più che dalla povertà: se tutti sono poveri ci si accontenta, ma se pochi hanno tutto la situazione è insostenibile.

Nel libro è fondamentale il tema della memoria.

Vero, è un romanzo sulla memoria, che è un qualcosa che costruiamo ogni giorno, del resto la Storia è un riflesso del presente.

Nei tuoi libri si parla d’amore, ci puoi dire qualcosa della tua ultima storia sentimentale?

Mi chiedono come è innamorarsi alla mia età, ho 77 anni, ma non è che sono una mummia. Io rispondo che è come innamorarsi a 18 anni, solo che in più c’è l’urgenza di non avere più tempo da perdere, perché non so quanti anni mi possano rimanere. Ho conosciuto Roger, il mio attuale marito, a 72 anni, l’anno prima avevo divorziato da Willy, il mio precedente marito, e pensavo che non avrei più avuto altre storie con uomini. Avevo infatti comprato un piccolo appartamento dove vivere sola con il mio cane.
Un giorno ero a New York  e Roger, rimasto vedovo da un po’ di tempo, mi ha sentita in radio e per cinque mesi mi ha scritto tutti i giorni. Sono tornata in città qualche mese dopo, sono andata a cena con lui e mentre mangiava il primo credo di avergli fatto andare per traverso i ravioli chiedendogli che intenzioni aveva perché io non avevo tempo da perdere. Dopo poco è venuto a vivere con me, e ci siamo sposati qualche mese dopo.

Anche in questo tuo ultimo romanzo si parla molto d’amore, in tutti i suoi tipi, quello adolescenziale, quello duraturo, quello a cui appoggiarsi durante le difficoltà e  quello fatto di pura passione.

Oggi le nostre vite sono molto più lunghe, e in una vita possono starci più amori, e l’amore deve essere in grado di cambiare e rinnovarsi, anche per consolidarsi.

Le tue storie sono piene di personaggi femminili forti e indimenticabili, e anche questo non fa eccezione.

Rosen è diventata forte perché fin da bambina ha dovuto fare i conti con la povertà, lavorando come pastorella per mantenersi, ha conosciuto poi la guerra, ha amato un uomo che è morto e ha messo al mondo un figlio senza padre. Ofelia invece è cresciuta in una famiglia ricca, ha avuto tutto e per questo è fragile, anche perché in realtà è sempre stata succube di una mentalità patriarcale.

Tra l’altro è curioso scoprire che le donne spagnole dell’epoca fossero così emancipate.

La guerra civile spagnola aveva respinto tutta una serie di valori conservatori della Chiesa e delle forze fasciste ed erano emerse le miliziane, donne che ebbero un ruolo fondamentale nella società, rifiutando tutta una serie di ruoli e stereotipi. Rosen si sente dire quando nasce suo figlio senza padre che questo non importa, perché è spagnolo e questo basta.

I rifugiati del Winipeg arrivano in Cile grazie a Pablo Neruda, che rapporto hai avuto con questo personaggio fondamentale della cultura del Ventesimo secolo?

Neruda organizzò lui tutto per far scappare i rifugiati con il Winipeg: personalmente lo incontrai quando ero una giovane giornalista, andai a casa sua per intervistarlo, e lui mi disse che mi trovava pessima, raccontavo falsità e volevo essere al centro dell’attenzione, e che forse avrei dovuto dedicarmi alla letteratura, dove questi non erano difetti ma pregi. E forse la mia carriera di scrittrice è iniziata allora.

Samanta Schweblin a Torino per Aspettando il Salone a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2019

KODAK Digital Still Camera

La scrittrice argentina Samanta Schweblin ha incontrato il pubblico torinese, intervistata da Fabio Geda, nell’ambito della rassegna Aspettando il Salone e in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, Kentuki, in italiano per SUR. Ecco cosa ha raccontato dei suoi romanzi, paragonati al serial di culto Black Mirror, e non solo.

Sei un’argentina che vive a Berlino da diversi anni: come mai?

Sono sette anni che vivo a Berlino, tutto iniziò perché vinsi una residenza come scrittore per un anno nella capitale tedesca, nell’ambito di un progetto che mette a disposizione una borsa di studio con appartamento e soggiorno e non chiede niente in cambio. Si è trattato di un’esperienza unica, dopo un anno in mezzo ad arte e scrittura era dura pensare di tornare a una vita diversa, e per questo motivo ho deciso di rimanere a Berlino a vivere, con mio marito che era venuto con me.

Tu sei quindi a Berlino ma scrivi in spagnolo, come è questo?

E’ molto complicato, quando sono arrivata a Berlino non conoscevo una parola di tedesco e non parlavo nemmeno molto l’inglese, per cui mi sono concentrata sull’imparare quest’ultimo. Del resto vivevo come in una bolla a Berlino, e nella mia condizione potevo anche non imparare il tedesco. Però ho capito che capivo le cose a metà e vivevo a metà. A Berlino c’è una buona comunità di ispanofoni, ma parlano uno spagnolo neutro e non legato alle varie regioni e per questo motivo ho cercato di raccontare nei miei libri personaggi argentini.

In Kentuki ci sono però anche italiani, norvegesi, peruviani, oltre che argentini. Tu resti legata comunque all’Argentina, come mai?

Penso sia difficile definire cosa è argentino e cosa non. I miei primi libri di racconti sono stati scritti a Buenos Aires e sono stati percepiti come neutri nel mio Paese, mentre in Europa sono stati visti come storie molto argentine, mentre i libri successivi, scritti a Berlino, sono molto più argentini dei precedenti. Kentuki è una storia che racconta un mondo globale, anche se solo quello che ha accesso alle tecnologie.

Hai pubblicato cinque libri, due raccolte di racconti e tre romanzi, comunque brevi e agili: tu ti senti più un’autrice di romanzi e di racconti? E hai incontrato difficoltà a pubblicare racconti nel tuo Paese, tenendo conto che questo genere per esempio in Italia non è facile da proporre?

Io scrivo storie, ogni storia ha le sue regole, vengo dall’Argentina che ha una grande tradizione di racconti, ma il racconto è visto ancora come un apprendistato dell’autore, in un Paese dove ci sono tanti laboratori di scrittura ma più scrittori che lettori.

A proposito dei laboratori, in Argentina gli scrittori li aprono in casa loro, tu hai fatto questa cosa nel tuo Paese e poi di nuovo a Berlino.

Sì, è stata un’esperienza bellissima, io pensavo che questo tipo di iniziative ci fossero ovunque e ho capito dopo quanto ero stata fortunata ad avere questa opportunità. Si entra in casa degli scrittori, tra salotto e cucina e ci si confronta, e a 17 anni trovarsi ad interagire con il proprio scrittore preferito è qualcosa di incredibile e sorprendente. C’è un dibattito comunque sul fatto che si impari a scrivere in questi laboratori, non tutti hanno il talento dello scrivere, ma penso che bisogni desacralizzare la scrittura come capita con le altre arti .Si pensa che lo scrittore debba essere un genio, ma talento e genio sono in realtà uno sguardo particolare sul mondo e i laboratori possono aiutare a coltivare e migliorare questo.

Il tuo romanzo precedente, Distanza di sicurezza, aveva una tensione straordinaria, raccontando la storia di un’epidemia in un paesino dell’Argentina attraverso due bambini, ammalati in ospedale. Anche Kentuki ha suspense e colpi di scena, come quando viene raccontato l’omicidio di un Kentuki, che altro non sono che robot. Ami lo strano e il fantastico?

Sì, mi interessano molto, soprattutto quando irrompono nella vita quotidiana, quando succede qualcosa di insolito e spiazzante. Vengo da un paese in cui c’è la tradizione del cosiddetto racconto rioplatense, dal nome del fiume che scorre tra Uruguay e Argentina, racconti fantastici non con mostri, vampiri e fate, ma dove il fantastico fa parte di cose quotidiane.

I Kentuki del titolo del tuo romanzo sono robottini a forma di peluche, simili al famoso Tamatgochi di qualche anno fa, che hanno la particolarità di poter avere due utilizzi: si può acquistare un Kentuki fisicamente, ma dato che dentro ai loro occhi c’è una connessione via rete con altre parti del mondo che si può acquistare entrando in casa d’altri, e essendo quindi un Kentuki. Cosa vorresti, essere o avere?

Il bello di scrivere il romanzo è che mi ha permesso di raccontare entrambi i punti di vista, all’inizio mi piaceva l’idea di essere un Kentuki, ma anche averlo ha il suo perché, e tra l’altro mi stupisce che non ci sia ancora qualcosa del genere. I Kentuki sono anche una metafora di quello che facciamo nei social, creando interrogativi molto interessanti sulle responsabilità e su come comunichiamo.

Tra l’altro, in teoria non si potrebbe fotografare con i Kentuki, ma qualcuno aggira la questione, così come poter comunicare con loro, e c’è un personaggio che acquista varie connessioni per rivenderle, creando un mercato nero legato a loro. Dietro a questo c’è una metafora dei pericoli della tecnologia?

Sì, da quello che succede nei social viene fuori quanto è problematico il nostro rapporto con la tecnologia. Molti scrittori non amano la tecnologia, c’è una sorta di rifiuto anche in letteratura e la tecnologia è associata in letteratura con il genere distopico e credo che sia perché non le abbiamo dato dei limiti.

Come la tecnologia ha cambiato secondo te la letteratura negli ultimi dieci anni?

Dieci anni fa c’è stato un profondo cambiamento tecnologico, che con i libri ha cambiato essenzialmente solo il supporto di lettura. Per esempio le serie TV che oggi sono di maggiore successo sono spesso comunque ispirate a romanzi, e sono diventate importantissime con le nuove piattaforme di visione, anche se è certo inquietante che in tutto il mondo si vedano le stesse storie e ci si appassioni agli stessi personaggi. La tendenza della serialità televisiva è comunque di lasciare sempre più finali aperti, per permettere alla storia di andare avanti e questo influenza anche i libri. Anche Kentuki in fondo potrebbe continuare ancora come storia.

Un’intervista a Sandra Newman per Aspettando il Salone a Torino a cura di Elena Romanello

9 ottobre 2019

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Il Circolo dei lettori di Torino ha ospitato un appuntamento della rassegna Aspettando il Salone, l’incontro con l’autrice Sandra Newman, il cui primo romanzo tradotto in italiano, I cieli, è appena uscito per Ponte alle Grazie.
Abbiamo seguito questo incontro, molto interessante e stimolante, condotto da Francesco Pacifico e scoperto una voce senz’altro importante, nella letteratura fantastica e non di oggi.
I cieli racconta la storia di Kate, agiata newyorkese poco prima dell’11 settembre, che ogni notte in sogno diventa Emilia, nobildonna dell’Inghilterra shakesperiana, vivendo due vite che man mano si influenzano tra di loro.

E’ consapevole che il suo libro sembra una commedia romantica di genere fantastico?

Sì, lo so, l’idea per questo romanzo è partita da una battuta con mio marito, partendo dalla serie di romanzi diventati poi serial di successo di Outlander, una storia romantica che parla di viaggi nel tempo, e pensando a come sarebbe stata una storia simile in chiave shakesperiana. Inizialmente non volevo scrivere questa storia, poi l’idea iniziale si è ampliata, del resto possono nascere libri interessanti da qualsiasi spunto o idea.

I cieli è un libro dove la trama è molto importante, ma allo stesso tempo colpisce lo stile di scrittura, poetico: come sono stati messi insieme questi due aspetti?

Il mio lavoro di scrittura si è concentrato nelle due direzioni dello stile e della trama: tutti gli scrittori amano la trama quando sono lettori e la detestano quando scrivono. Ho cercato di lavorare sulla tessitura delle trame nei miei libri, rendendole sempre più complesse, costruendo un mio stile nella forma della narrazione.

Nel libro le azioni del mondo dei sogni nell’epoca del Cinquecento cambiano poco il presente, ma si creano tante possibilità in un multiverso. Kate potrebbe anche avere problemi mentali, come ha gestito questo?

Il mondo in cui viviamo cambia in continuazione sotto i nostri occhi ma a causa della nostra tendenza a rassicurarci non lo vediamo. Nel libro ci sono multiversi migliori e peggiori, esplorati da Kate, sì si può anche interpretare la sua vicenda come provocata da una malattia, ma è una chiave di lettura.

Come si è documentata sull’Inghilterra di Shakespeare?

Il XVI secolo è molto strano come periodo storico, una delle cose divertenti è che i letterati dell’epoca, Shakespeare compreso, rivoluzionarono la lingua inventando loro molte parole, un gioco straordinario praticato a corte. Non ci sono però molti libri su questo periodo, stranamente, anche Mark Haddock ha scritto un romanzo su quest’epoca, dai toni molto diversi dal mio e dando un’idea completamente divergente dalla mia sul XVI secolo, e la sua bibliografia è uguale alla mia. In realtà noi immaginiamo il passato, ma non avendolo vissuto non sappiamo come era veramente.

Nel tuo romanzo precedente, The Country of Ice Cream Stars, una storia di fantascienza, avevi inventato un linguaggio di un futuro, che rapporto c’è tra le due storie, dove le lingue sono importanti?

Ho sempre letto molti romanzi di fantascienza, mio padre era appassionato del genere, e ho sempre voluto cimentarmi in questo ambito. Scrivere di un mondo avanti di centinaia di anni mi ha reso impossibile usare l’inglese standard di oggi e ho voluto creare una nuova lingua, tenendo conto che il libro parla di un gruppo di protagonisti che hanno al massimo 18 anni, in un mondo in cui sono rimasti vivi solo i giovanissimi. Ne I cieli sono tornati ad una lingua più standard, guardando però anche all’inglese che si usava nel passato.

Quali sono i suoi romanzi di fantascienza preferiti?

Da ragazzina amavo molto Robert Heinlein, autore non certo per ragazzine, e anche Clark Ashton Smith e James Tiptree jr, per fare altri due nomi: questo che mi ha sempre colpito è la loro visione del mondo particolare e a tratti disturbante e il loro aprire gli occhi su nuovi universi.

I cieli mette insieme due romanzi storici: uno ambientato all’inizio del XXI secolo a New York, con l’attentato alle Torri Gemelle, e l’altro nell’Inghilterra del Cinquecento. Ma nel corso del libro ci sono tanti mondi paralleli e possibili per New York, man mano che Kate va avanti nel suo viaggio nel tempo notturno. Cosa l’ha ispirata nella costruzione di una New York così stravagante e alternativa?

La New York dell’inizio della storia è la migliore possibile, poi pian piano le cose cambiano e in questo ho messo qualcosa della mia esperienza di vita.
Ho vissuto a Londra dal 1984 al 2001, e sono tornata poi negli Stati Uniti, dove ho sempre pensato che la qualità della vita fosse peggiore, che la gente fosse meno gentile e generosa. A Londra all’inizio ero abbastanza povera e frequentavo persone della cosiddetta classe operaia, dopo il successo del mio primo romanzo la mia situazione economica è migliorata e ho iniziato a frequentare esponenti della classe media e benestante, scoprendo che avevano il privilegio di poter amare arti e bellezza, un qualcosa che la classe operaia non può permettersi. Se si ha maggiore accesso a cultura, bellezza e gentilezza la vita migliora: sono cose che possono anche non interessare ma che aiutano ma è possibile solo per certi ceti sociali, e me ne sono resa conto nel corso della mia vita.

Nel romanzo Kate sta insieme a Ben, un personaggio che può sembrare noioso: ma cosa c’è di bello in lui?

Ben, ragazzo di origine indiana mentre Kate è di origine iraniana, sa benissimo che la sua fidanzata è più interessante di lui, è un mio personaggio, gli voglio bene e non riesce ad essere meglio di così.

Prossimi progetti?

Sto scrivendo un romanzo di fantascienza su una Terra del futuro in cui di colpo spariscono tutti gli uomini. La società migliora, diventa quasi utopica, ma le mie cinque protagoniste vivono il tema della perdita di mariti, padri, fratelli e vanno in cerca di loro, per scoprire cosa è veramente successo. Un libro che parlerà di perdita e lutto e della gestione di queste due cose.

:: Un’intervista con Caterina Emili a cura di Giulietta Iannone

17 settembre 2019

indexBenvenuta Caterina su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici, sei nata a Roma e ti sei laureata a Milano. Raccontaci qualcosa di te.

Ho compiuto da poco ben settant’anni. Ho avuto un mucchio di figli, ho cominciato a lavorare a vent’anni come giornalista e questo ho fatto per molti anni. Sono stata inviata speciale per alcuni quotidiani nazionali, ma ho anche trovato il tempo di insegnare vari anni al carcere minorile di Milano, il Beccaria. E poi anche di prendere un diploma di capogiardiniere alla scuola agraria di Monza. Queste sono le due cose di cui sono più orgogliosa, a parte una laurea di cui non mi frega granché. Adesso vivo sei mesi in Umbria in un minuscolo paesino che si chiama Morcella e sei mesi in Puglia, a Ceglie Messapica, nella valle dei trulli. Per lavoro ho vissuto a Parigi, a Torino, a Bologna, a Milano. Insomma, non mi sono mai annoiata.

Come è nato il tuo amore per i libri e perché hai iniziato a scrivere romanzi?

Quando avevo tempo, tra un viaggio e l’altro ho sempre collaborato con quella che si chiamava “la pagina dei libri”. Ma in realtà la mia generazione s’è trovata a dover scrivere di Sindona, Calvi, fondi neri, Tangentopoli. E alla fine mi sono stancata. Ho mollato il giornalismo attivo, ho fondato un service editoriale per progettazione di giornali e poi anche una piccola casa editrice che ha pubblicato soprattutto poesie. Insomma da una parte guadagnavo e non poco e dall’altra perdevo e non poco. E poi ho mollato tutto e ho cominciato a scrivere romanzi.

Hai pubblicato L’autista delle slot, Il volo dell’eremita, L’innocenza di Tommasina e ora l’ultimo La scimmia e il caporale, un breve romanzo molto bello ambientato nella assolata Puglia, terra ricca di umanità e contraddizioni. Ce ne vuoi parlare, come è nata l’idea di scrivere quest’ ultimo romanzo?

Sono romanzi in cui l’io narrante è sempre lo stesso, Vittore Guerrieri (Guerrieri è il cognome dei miei nonni materni). Vittore osserva la vita di una piccola cittadina pugliese dove ha deciso di vivere ,dopo una vita sprecata e distrutta nei casinò di mezza Europa. E le vicende di questa piccola comunità pugliese sono universali. Vicende di usura, di ludopatia, di amori proibiti. Vittore sono io che guarda e racconta. E nel mio ultimo libro guarda e racconta la tragedia del caporalato che in Puglia miete vittime quasi quotidianamente.

Il capolarato è senz’ altro un tema molto doloroso che se vogliamo ha radici antiche nel Meridione, non solo in Puglia. Sicuramente l’hai affrontato nei tuoi reportage giornalistici, si vede la conoscenza approfondita della materia, tuttavia nella tua opera hai come voluto aggiungere sfumature possiamo dire poetiche. Come mai questa scelta?

Ho fatto per quarant’anni la giornalista e resto tale. Certo narro, creo, mescolo le carte, assemblo i personaggi, però gira e rigira so fare solo la giornalista e, quindi, nel mio libro come negli altri, c’è la verità. Le inchieste sono vere, vere le intercettazioni telefoniche, vere le condanne.

In breve narra uno spicchio di vita di Vittore e del suo amico maresciallo Tamurri, un’ indagine poliziesca, seppure hai voluto dare più spazio alle vicende personali dei personaggi, rendendo anche la scoperta del colpevole quasi ininfluente nella narrazione. Dunque non è un giallo? È pura narrativa?

Anche negli altri miei romanzi , oggettivamente noir tutti, la scoperta dell’assassino non è poi così importante. Direi quasi che Vittore Guerrieri in fondo sta dalla parte dell’assassino, lo capisce, lo giustifica. Un critico ha definito i miei romanzi “noir compassionevoli”. E questo perché non esiste il bene e il male tranciati di netto. O almeno per me. Non mi è mai stato chiaro che cosa sia male e che cosa sia bene.

Ho apprezzato molto come descrivi il gruppo delle ragazze, amiche e colleghe di Valia, ragazza ucraina dalla pelle bianchissima e abilissima nel ricamo. Spesso si dimentica il lato umano in molte narrazioni di cronaca dove appunto si dà più risalto ai fatti, maggiormente se eclatanti o sanguinosi. Grazie al tuo libro invece si crea maggiore empatia per queste donne sfruttate, abusate, private in molti casi anche della dignità. È una parte importante del romanzo, questa?

Direi che è la parte più importante. Il male è quasi sempre poco eclatante, si nasconde in una quotidianità banale, devi saperlo scovare, cercare con calma e pazienza. Il male difficilmente è esibizionista.

Il personaggio di Lota, figlia degli antichi zingari di Latiano, è un personaggio invece più ricco di ombre che di luce, può sembrare un’altra vittima delle brutalità e del malessere che serpeggia in filigrana, ma alla fine ne diviene parte attiva se vogliamo. Come hai creato il personaggio di Lota?

Lota è crescuta pian piano, s’è prepotentemente impadronita del mio romanzo. Doveva essere un personaggio marginale ed invece è diventata la chiave di tutto. L’altro giorno un cegliese mi ha domandato come mai l’avessi chiamata Lota. Gli ho spiegato che avevo voluto abbreviare il nome di Addolorata in Lota. Anche perché Lata non mi piaceva. E lui mi ha detto: “Lo sai che Lota da queste parti vuol dire melma, fango, pozzanghera?”. Ecco Lota ha cercato di imprigionare me e tutti i personaggi in una melmosa presa dalla quale è stato difficile uscire.

Vittore è attratto da questa donna di cuoio dentro e fuori, ma alla fine ha come dire un rigurgito di coscienza. Era importante questa parte nell’economia narrativa della tua storia?

E’ molto importante. Senza voler svelare la trama del romanzo, diciamo che Vittore accetta e capisce l’assassinio, ma non accetta il reato di caporalato. Quello passa in primo piano, per quello si deve pagare.

Come ti sei documentata nella stesura del romanzo?

Come se facessi un’inchiesta giornalistica. Ho parlato con i carabinieri, ho letto i verbali, ho letto le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche. E ho registrato tante donne che mi hanno raccontato la loro vita.

Alcune parti si potrebbero definire horror, quando narri nei dettagli i vari stadi della decomposizione di un cadavere. Vero?

Sono sempre molto precisa nella descrizione degli assassinii e dei cadaveri. Praticamente da anni mi fidanzo periodicamente con qualche anatomopatologo. Scherzi a parte, credo che il lettore meriti precisione anche nei particolari più macabri. Insomma, non invento niente.

Bene è tutto, ti ringrazio della disponibilità e come ultima domanda ti chiederei di che progetti ti stai occupando attualmente?

Ho messo a riposo Vittore Guerrieri almeno per una stagione e sto lavorando ad altro. Rimango sempre nel territorio del noir. Molto noir stavolta. Ma preferisco non dire di più. Dico solo che anche stavolta mi dovrò fidanzare con un anatomopatologo, e anche a lungo.

:: Un’ intervista con P. Gianluigi Pasquale a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2019

mamma rosaTutto è nato per caso, anche se mi sembra che qualcuno abbia detto che il caso non esiste, quando mi hanno proposto di recensire Eurosia – Come un fiore di campo (Edizioni San Paolo 2018) di Paolo Rodari, vaticanista di Repubblica. Poi è successo che la prof.ssa Laura Dalfollo DE della Rivista «Beata Mamma Rosa. Madre di Famiglia e di Sacerdoti» l’abbia letta e mi abbia proposto di scrivere un pezzo per la loro rivista, ma non solo mi ha mandato anche un’altra biografia di Mamma Rosa, la prima biografia scritta da P. Bernardino figlio della beata ad oggi alla IX edizione riveduta e ampliata da P. Gianluigi Pasquale pronipote di Mamma Rosa. Da questo è nata l’idea di intervistare P. Gianluigi Pasquale, che gentilmente ha accettato ed infatti oggi è qui con noi e risponderà a qualche domanda per promuovere la conoscenza e la devozione verso la figura della Beata Eurosia, una beata molto speciale.

Benvenuto P. Gianluigi Pasquale su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ci parli di lei dei suoi studi, del suo percorso vocazionale, della sua vita.

Volentieri profitto di questa intervista per collocare tra lo «scritto» quanto non ho mai rivelato di me, andando a ritroso tra i fotogrammi sequenziali della domanda. Sono nato in una famiglia profondamente credente e cattolica nella Città e Diocesi di Vicenza. Il babbo Silvio volò prematuramente in Cielo nel 2000, mentre nella casa «materna», vive mia mamma Giovanna e, sulla stessa viuzza, alla periferia est della Città Berica, le mie due sorelle Carla e Rosanna, sposate, che mi hanno reso felice con sei nipotini, tutti da me battezzati. Il desiderio di poter diventare sacerdote albergava nel mio cuore fin dalla più tenera età: il memorabile esempio del mio Parroco nel servire Dio e nel dedicarsi al prossimo fece breccia nel mio inconscio personale e, piano, piano, prese i contorni di un fascino irresistibile. Nell’estate del 1983, appena terminato il secondo anno delle Scuole Medie Superiori – con la vincita, tra l’altro di due borse di studio in simultanea – risultò decisivo per me l’incontro con un Frate Minore Cappuccino, P. Sisto Zarpellon (1931-2017), il quale, del tutto inaspettatamente, giunse al mio paesello per la predicazione di un «triduo» in preparazione della festa patronale. La chiarezza espositiva nel commentare la Sacra Scrittura, la folta e tipica barba bianca di un Cappuccino e, soprattutto, l’umiltà con la quale, terminata l’omelia, si inginocchiò dinnanzi al Tabernacolo, provocarono in me la decisione di voler parlare con lui. Gli esposi il mio desiderio e, in breve, il mese successivo entrai nel Seminario Serafico «Madonna dell’Olmo» in Thiene (VI), completando i miei studi. Tre anni dopo, nel 1986 nel nostro Convento di Lendinara, Provincia e Diocesi di Rovigo, iniziai l’anno canonico di Noviziato e l’8 Dicembre vestii il saio di San Francesco: non avevo nemmeno vent’anni, eppure quello fu l’anno più sereno e spensierato della mia esistenza, finora. Nel Settembre del 1987 emisi i miei primi voti di povertà, castità e obbedienza.
Trasferito a Venezia nel complesso palladiano del «SS. mo Redentore», iniziai il mio vero percorso accademico nell’annesso Studio Teologico affiliato «Laurentianum» ottenendo il Baccalaureato (1993) in Sacra Teologia [«Bachelor of Theology»], anno in cui fui anche ordinato sacerdote. Proseguii, poi, con la Licenza (1997) e il Dottorato di Ricerca (2001) conseguiti nella Pontificia Università Gregoriana a Roma, formandomi, così all’esigente Scuola dei Gesuiti. I quali hanno il merito indiscusso di avermi addestrato a un rigoroso metodo di studio, che consiste nel «Deum attingere» in qualunque cosa, anche nella pagina di qualsiasi libro. Nel frattempo, sempre a Roma, mi fu chiesto di avviarmi in un secondo percorso accademico all’Università Statale «La Sapienza», per un’altra laurea in Filosofia. Era il 1998. Riuscii a conseguirla soltanto nel 2003 all’Università Statale «Ca’ Foscari» in Venezia, dove nel 2008 ottenni anche il Dottorato di Ricerca in Filosofia Morale vincendo, l’anno scorso (2018), l’Abilitazione Scientifica Nazionale quale Professore Associato nella stessa disciplina concorsuale. Il motivo per cui dovetti rientrare nel Capoluogo lagunare fu dovuto alla nomina a Preside dello Studio Teologico affiliato «Laurentianum» (2001-2010), dove ero stato prima studente, mentre attualmente il mio impegno, come Docente, è a Roma nelle Pontificia Università Lateranense e Urbaniana e a Milano nella sezione parallela del «Laurentianum».

Noi ci occupiamo di libri, per cui non posso non chiederle qualche consiglio di lettura, anche che privilegi una dimensione spirituale, cosa che abbiamo sempre contemplato di presentare nelle nostre proposte di lettura.

Anch’io mi occupo di libri. Ne ho scritto molti finora, di vario genere, perché li considero la migliore forma di comunicazione. Per me anche una forma di ascesi – nel senso greco del termine – e di continua rigenerazione intellettuale. Chi scrive non si accorge che il tempo passa e che nel farlo, genera e rigenera relazioni. Tommaso d’Aquino ha dichiarato che ogni libro ha un valore in sé e per sé nel «suscitare domande essenziali, ed indicare sentieri per la risposta». Titoli di libri da suggerire ne avrei molti, di dimensione spirituale e non. Certamente varrebbe la pena leggere l’Epistolario di San Pio da Pietrelcina, il quale costituisce un’autentica miniera d’oro di mistica e di spiritualità, La leggenda dei Tre Compagni contenuta nelle Fonti Francescane, ossia tra gli Scritti su San Francesco, quattro libri di Teodorico Moretti-Costanzi La terrenità edenica del cristianesimo e la contaminazione spiritualistica, La donna angelicata e il senso della femminilità nel cristianesimo, San Bonaventura, Il senso della storia, uno di Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio e uno di G.W.F. Hegel, Mondo greco e romano. Fondamenti del cristianesimo. Mi permetto di suggerire questi titoli a partire dalla convinzione che vi sono libri, i quali godono di un’inaudita attualità anche se scritti alcuni anni or sono. Oltre a questi, ci sarebbero altri due titoli di libri contenenti un considerevole stigma spirituale e scritti da me quest’anno (2019): Angeli e demoni in Padre Pio. Il mondo interiore del santo stigmatizzato e San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone, quest’ultimo redatto con lo stile di un romanzo e con la tecnica del «pace-turn-over» («una-pagina-tira-l’altra»): è il mio ultimo che esce il prossimo mese di Ottobre 2019.

Dunque è il pronipote di Mamma Rosa, al secolo Eurosia Fabris Barban, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI. Ci parli di lei, di come avete tramandato il suo ricordo nella vostra famiglia.

«Mamma Rosa», o «Rosina» – è questo il nome con cui ne ho sempre sentito parlare in famiglia – è effettivamente (stata) la nonna di mia mamma Giovanna, quindi la mia bisnonna materna. Dagli zii e dalle zie materni, sentivo fin da piccino, che era morta (1932) in concetto di santità, dato il notevole afflusso di persone accorse ai suoi funerali. Tuttavia, se ne parlava con molto pudore, vorrei dire con parecchia ritrosia. Oso presumere che nessuno di loro e di noi parenti abbia mai pensato che, un giorno, sarebbe salita alla gloria degli altari. A noi bastava sapere che in famiglia una nostra mamma, terziaria francescana, era riuscita a vivere semplicemente e con gioia il Vangelo di Gesù Cristo nella quotidianità più feriale. Il «processo di beatificazione» – a onor del vero – riprese slancio per la volontà determinata di San Giovanni Paolo II (1920-2005), il quale riconobbe un miracolo concesso ad Anita Casonato (1922-2012) di Sandrigo (VI) per l’intercessione di Eurosia Fabris. Poi il Pontefice dei «Papaboys» salì al Cielo. Appena eletto Papa Benedetto XVI (*1927) volle, in breve, dichiararla «beata», di fatto la «sua prima beata» in Italia, fuori dalle porte di Roma («extra Urbem»), così come sono state, successivamente, tutte le altre beatificazioni, proprio a partire da questa. Questi, in breve, i suoi tratti biografici: Eurosia Fabris nacque a Quinto Vicentino, Diocesi e Provincia di Vicenza, il 27 Settembre 1866 e il 5 Maggio 1886 sposò eroicamente Carlo Barban – rimasto vedovo soltanto a ventitré anni con due bimbe orfane, Chiara e Italia. «Rosina», infatti, prima ancora del matrimonio si recava a casa di Carlo per accudire alle due piccine che non si resero conto del perché la loro mamma naturale fosse salita in Cielo così presto, perché morta prematuramente. Eurosia decise, dunque, di sposare Carlo, proprio per far loro «da mamma» e, pertanto, si trattò di un matrimonio eroico, dal quale, poi, nacquero altri nove figli. In questa famiglia ricca di fede e di santità sorsero varie vocazioni: tre alla vita consacrata, quattro al matrimonio, tra i quali mio nonno Luigi, di cui porto il nome, e tre al sacerdozio. Eurosia godette delle confidenze di Gesù, della Vergine Maria e delle «anime del Purgatorio», delle quali era devotissima: profetizzò il giorno della sua morte, come Gesù stesso le aveva rivelato, che avvenne l’8 Gennaio 1932.

Prima di leggere il libro di Rodari devo confessare che non avevo mai sentito parlare di questa beata, pensa anche lei che in questi ultimi tempi ci sia una riscoperta di questa figura femminile così carismatica?

Senza dubbio. È mia profonda convinzione che la scelta di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI di togliere la «polvere della storia» depositatasi sulla figura di Eurosia, sia dovuta alla dichiarata propensione di voler valorizzare, rivalutandolo, il ruolo della donna nella Chiesa, della sua femminilità, della qualità ad essa intrinseca di poter essere madre – e, quindi, di generare alla vita – di essere «apostola della buona notizia», come usa dire Papa Francesco (*1936), al quale ho personalmente donato copia della VI edizione della biografia ufficiale della Beata Mamma Rosa, quella precedente rispetto al libro di Paolo Rodari.

Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Mamma Rosa rivestì tanti ruoli, sempre animata da una profonda fede, autentica e semplice. In che modo pensa che il suo esempio sia d’aiuto oggi, anche per le nuove generazioni?

Rispondo narrando un aneddoto, direttamente inerente le nuove generazioni. La traduttrice dall’italiano in inglese dell’VIII edizione della biografia della Beata, Dr. Katherine Hutton Mezzacappa, che vive e lavora in Toscana, essendo anche devota della Beata Eurosia – tradusse gratuitamente l’intera biografia –, nel 2011 volle recarsi in pellegrinaggio, assieme alla propria famiglia, a Marola (Vicenza), nel cui omonimo Santuario Diocesano sono custodite e venerate le sue spoglie mortali. Dal resoconto di Katherine si viene a sapere che quanto a seguire accadde in una soleggiata domenica di Settembre, un periodo non indifferente per la nostra Beata. Appena entrata in Chiesa, Katherine viene colta dalla sorpresa di vedere un folto gruppo di giovani soldati statunitensi – è risaputo che la Città di Vicenza ha un contingente di soldati americani con due Caserme. Tutti portavano in mano fiori bianchi nella prima Cappella laterale sinistra per chiedere, mediante l’intercessione della Beata Eurosia, la protezione delle proprie mogli e, anche, dei loro figli. Evidentemente si trattava di giovani soldati cattolici. Tuttavia, il dettaglio sta proprio nella richiesta della gravidanza per le loro spose perché uno dei più significativi miracoli riconosciuti a Mamma Rosa è quello di concedere il dono della maternità a quelle spose che desiderano essere anche mamme. La Beata Eurosia, infatti, è stata, per così dire, mamma in un triplice modo: di adozione, naturale e di affido, avendo, dopo il matrimonio con Carlo, accudito ad altre tre orfanelle del paese.
E qui sporge il secondo elemento di un’inaudita attualità appannaggio delle nuove generazioni: oggigiorno si può essere madri autentiche non soltanto per natura, ossia non generando, qualora ciò fosse impedito per infertilità o per età avanzata della sposa – come accade sempre più spesso – ma pure mediante adozione, laddove tale gesto sia motivato da amore cristiano per trasmettere la fede a quei piccoli di cui ci si prende cura, ovvero che ci vengono affidati se siamo educatori, o insegnanti o animatori. È questo, credo, quanto viene inteso con le prime parole con cui inizia il Breve Apostolico di Beatificazione firmato da Benedetto XVI il 6 Novembre 2005: «una donna può ritrovare se stessa solo donando amore agli altri».

Mamma Rosa sapeva leggere e scrivere, cosa non scontata, soprattutto per una donna, nelle campagne venete di fine Ottocento, e leggeva molto; secondo lei in che misura questa sua vivacità intellettuale ha influito nel suo percorso spirituale? Ha lasciato memorie di questo?

Questa domanda mi dà l’opportunità di chiarire alcuni dettagli poco conosciuti circa la biografia della Beata Eurosia Fabris Barban. In realtà, mia bisnonna, a differenza di tante altre donne a lei contemporanee, non solo venete, sapeva leggere e scrivere. Ciò le diede l’opportunità di cimentarsi con la meditazione quotidiana della Sacra Scrittura, soprattutto nelle ore notturne, una volta terminati i lavori domestici. Sue letture preferite furono pure la Filotea di San Francesco di Sales, le Massime Eterne di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il Compendio della Vita Cristiana (Catechismo di San Pio X) e altri manuali di pietà. La lettura le offriva effettivamente una rara freschezza intellettuale e, soprattutto, la possibilità di discernere quali scelte compiere, distinguendo il bene dal male. Probabilmente per questa ragione, durante il processo di «ex-tumulazione» del feretro, assieme alla Commissione Diocesana e al medico legale, abbiamo rinvenuto il cerebro completamente intatto della Beata, ora conservato in un prezioso reliquiario d’oro e protetto da formalina. Mamma Rosa osservava scrupolosamente la virtù dell’onestà – appunto il saper distinguere il bene dal male – possibilità che, com’è risaputo, ci è offerta dall’uso corretto del cervello e della mente, oltre che da una retta coscienza. Leggendo molto, fu spinta anche a scrivere. Come di solito accade ai più. Conserviamo gelosamente un taccuino da lei cucito e ricamato con dei fiori, all’interno del quale sono stati rinvenuti delle «gemme spirituali» e delle «massime di vita», ora parzialmente pubblicate nell’immaginetta ricordo della Beata e nella biografia. Tuttavia, il dettaglio oltremodo più importante fu la scelta, compiuta nel 1906, di entrare a far parte del Terzo Ordine Francescano – oggi conosciuto come Ordine Francescano Secolare, voluto con l’insediamento di una «fraternità» nel paesello di Marola dal Parroco di allora. In questo modo, un padre francescano giungeva almeno due volte al mese dalla vicina Città di Vicenza per la catechesi e la formazione continua dei «terziari» e delle «terziarie». È questa la vera ragione strategica grazie alla quale mia bisnonna si formò sia alla scuola del Vangelo, che del Poverello, tanto da indurre il Parroco a nominarla catechista in Parrocchia, scelta piuttosto eccezionale in quei tempi per una donna, pur credente e «santa» come Eurosia. Non è, dunque, un caso se nel 2009 l’allora Arcivescovo di Vicenza Mons. Cesare Nosiglia volle dichiararla Patrona di tutti i catechisti e le catechiste della diocesi Berica e nel 2017 la Direzione dell’Ordine Francescano Secolare Veneto, realtà piuttosto capillare nel Nord-Est, la scelse quale propria patrona.

La prima biografia scritta da P. Bernardino figlio della beata ad oggi alla IX edizione da lei riveduta e ampliata è un testo molto ricco, e dettagliato, in cui sono presenti anche numerose foto. Quanto l’ha impegnata questo lavoro di ricerca, e come si è documentato, oltre alle memorie tramandate in famiglia?

Per rispondere è necessario compiere un passo indietro perché non tutto è merito mio. Anzi, forse nulla o poco. Nel 2003 San Giovanni Paolo II riconobbe l’«eroicità delle virtù» di questa umilissima e oltremodo generosa «mamma di famiglia». Nel 2004 venne riconosciuto il miracolo, il cosiddetto «super miro» e venne in breve fissata la data di beatificazione in Roma per la primavera del 2005. Come tutti sanno, però, il Santo Papa polacco volò in Cielo, anche se aveva fiutato la santità di «Rosina». Perché i Santi si fiutano tra loro. E, quindi, tutto rientrò nell’oblio precedente. Imparando dalla nonna di fronte a questo evento inaspettato, semplicemente circolò tra noi questo sentimento: «sia fatta la volontà di Dio». Non si trattava di rassegnazione, ma di serena accettazione. Quando, come accennato, nello stesso anno 2005 Papa Benedetto XVI, fece ben presto propria la causa di beatificazione – prova ne è il fatto che venne celebrata nella Cattedrale di Vicenza entro lo stesso anno – si presentò la necessità di ripubblicare la «biografia ufficiale» del figlio P. Bernardino Matteo Angelo Barban, frate minore francescano. Genuino figlio della propria mamma, si firmava soltanto – e umilmente – con lo pseudonimo di «Mariano Berico». Contattato da mia cugina Maria Carla Piccolo, la vera fautrice dell’iniziativa editoriale, risultò ad entrambi necessario ristampare la VI Edizione, oramai esaurita. Ci accorgemmo, dunque, che la biografia di Padre Bernardino conteneva un «atomo soprannaturale» – come dichiarano tutti i lettori e le lettrici – se aveva raggiunto in pochi decenni tale tiratura. L’impresa non fu facile, ma riuscimmo nell’intento grazie all’accoglienza trovata presso una prestigiosa Casa Editrice Cattolica, piuttosto conosciuta in Italia. Ovviamente la VII edizione del 2006 venne aggiornata con i dati di quanto occorso dalla morte di Padre Bernardino Barban (1980), corredandola di nuove foto – quelle dell’ex-tumulazione per esempio, delle dovute didascalie, dell’«Indice dei nomi» e di una mia lunga «Introduzione» storico-teologica. Nel giro di quattro anni le circa quattromila copie mandate in stampa vennero vendute piuttosto in fretta. Nel frattempo, nacque, come accennato, la VIII edizione in lingua inglese, quale traduzione della VII e nel 2014 fu necessario stampare la IX Edizione, per la quale mi sono impegnato aggiungendo due e inediti nuovi capitoli. Ciò ha richiesto approfondite ricerche negli Archivi Parrocchiali di Quinto Vicentino – dove Eurosia nacque e venne battezzata – e di Marola di Torri di Quartesolo (VI), dove si sposò e trascorse l’intera sua esistenza, oltre che altre ricerche di documenti e testimonianze presso la Postulazione Generale dei Frati Minori in Roma e la Vice-Postulazione degli stessi in Monselice (PD). Bisognava infatti, aggiungere anche i passi innanzi compiuti con affetto dalla Diocesi di Vicenza verso la propria Beata, che sono innumerevoli, tra i quali la dichiarazione a patrona dei catechisti, dei francescani secolari e l’elevazione della Chiesa Parrocchiale in Marola a Santuario Diocesano (8 Settembre 2014). Senza nulla togliere al volume di Paolo Rodari del 2018, che è scritto in tutt’altro stile, ho, tuttavia, lasciato inalterato quell’«atomo soprannaturale» che innerva tutta la biografia di Padre Bernardino.

Mamma Rosa era una donna forte, determinata, ha preso delle decisioni per quanto riguarda la sua vita anche difficili, perlomeno insolite, senza farsi influenzare dagli altri che la sconsigliavano. Sicuramente grazie alla sua fede che ha nutrito e coltivato la sua forza. Spesso si ha l’idea che i credenti siano persone ingenue, inesperte, un po’ credulone si può dire. Mamma Rosa sembra testimoniare che non è così, giusto?

Non solo i cristiani, ma tutti i credenti nelle altre religioni monoteiste, (ri)conoscono che la fede in Dio offre una «marcia in più» al vivere quotidiano. La fede cristiana consente, poi, di permettere addirittura che Gesù Cristo, il Salvatore del mondo abiti in noi (Col 3,16). Senza la fede, l’intera nostra esistenza sarebbe racchiusa in un grigiore e imprigionata in quella noia piatta e ingessata, che sbuca dai dispositivi della civiltà della tecnica, quella in cui siamo inabissati, nostro malgrado. Certamente la fede di cui Mamma Rosa si è nutrita leggendo la Sacra Scrittura e sentendola proclamare durante la Santa Messa – che frequentava, non va dimenticato quotidianamente – l’ha indotta a compiere scelte controcorrente. La fede cristiana, infatti, genera in noi l’energia dello Spirito Santo e produce almeno tre frutti: a) ci spinge a compiere scelte inaudite la cui sola certezza sta nel fatto che Dio non abbandona mai una propria creatura; b) conferisce una forza persuasiva a superare ogni difficoltà, sapendo che, dopo la Croce, scaturisce la gioia; c) pur nella banalità del quotidiano, la fede permette che la nostra storia della salvezza progredisca verso il nostro ultimo incontro con Gesù, donandoci quella serenità di sottofondo che nulla accade a caso e che nemmeno il luogo dove viviamo la nostra ferialità è uno qualsiasi, anzi. La fede ci insegna a «stare al nostro posto». Il che significa con Gesù. Questo è quanto si apprende dalla vita della Beata Eurosia, la quale, proprio per questo, visse all’insegna di un’esistenza tutt’altro che ingenua e inesperta. È mia profonda convinzione, piuttosto, che esiste una «storia agiocentrica», rispetto a quella universale e della cultura. Lasciamo aperto – per esempio – questo interrogativo: quale è la vera storia? Quella dell’arco di Costantino imperatore e dei suoi successori, quella della cultura, oppure quella dei santi? Detto altrimenti: quale è la storia viva, che non passa nel dimenticatoio?

Ormai è questione di tempo, c’è speranza che sotto il pontificato di Papa Francesco Mamma Rosa sia proclamata santa? A che punto è l’iter che porta a questa canonizzazione?

La Diocesi di Vicenza, l’attuale Parroco e Rettore del Santuario «Beata Mamma Rosa» don Dario Guarato e la Vice-Postulazione dei Frati Minori, cui è affidata adesso la «causa di canonizzazione», hanno già compiuto molti passi dalla beatificazione in qua. Oramai siamo prossimi ai primi tre lustri (2020). Con la collaborazione della Professoressa Laura Dalfollo di Roma nel 2016 è stata perfino fondata la Rivista di indole scientifica «Beata Mamma Rosa. Madre di Famiglia e di Sacerdoti». Durante il Pontificato di Papa Francesco – che sta valorizzando l’apporto del genere e del genio femminile della e nella Chiesa – siamo stati, poi, felici spettatori di fenomeni di devozione che hanno «estradato» la figura e la spiritualità di Mamma Rosa, per esempio in Pakistan, Paese a maggioranza mussulmana, in Polonia, negli Stati Uniti e in Canada. L’iter, pertanto, procede anche sotto il Pontificato di Papa Francesco, al quale, nel 2013 ho potuto donare la VI Edizione di Padre Bernardino. Vorrei, però, profittare di questa intervista per sottolineare due mie personali convinzioni inerenti la statura spirituale di Mamma Rosa, di cui sono pronipote: il valore insostituibile della preghiera assieme alla frequenza assidua dei sacramenti (Eucarestia e Riconciliazione) per santificarci e la strenua pazienza nel compiere la «volontà di Dio», senza fretta. Noi parenti non abbiamo mai avuto fretta per la beatificazione: se la Santissima Trinità vorrà che Mamma Rosa diventi «santa» i tempi sono nelle mani di Dio. A noi spetta, però, pregare e farla conoscere. Ma, sopra-tutto, pregare. Tutto il resto è rubricabile tra le congetture «umane».

La ringrazio per la sua disponibilità e come ultima domanda le chiedo se attualmente sta scrivendo un nuovo libro?

Come si sarà, forse, intuito a me piace scrivere. Sarebbe improbo, data la mia indole personale, percepire i battiti del cuore e vivere come francescano senza poter scrivere. In questo caso devo essere effettivamente riconoscente all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, ai miei confratelli, che mi concedono tempo e possibilità per (poter) scrivere. Lo scorso Luglio 2019, per esempio sono riuscito a trascorrere tre settimane intere nella Biblioteca della Pontificia Università Gregoriana in Roma per un totale di dieci ore al giorno. Per scrivere un libro sono necessarie, a mio parere, tre condizioni: a) l’intuizione, che gli antichi denominavano la «mantica», di creare un’opera d’arte che, poi, uno non riconosce più come propria; b) i fondi librari delle Biblioteche, soprattutto se si devono scrivere libri di indole scientifica, come saranno i miei prossimi due; c) «dare tempo al tempo» – che è, forse, la più azzeccata tra le espressioni della nostra lingua italiana e, infatti, difficilmente traducibile – ossia molta pazienza e la capacità di lasciar «cadere la penna» sul foglio. Quando termino un libro, infatti, io provo la sensazione di essere esausto, come avessi partorito e mi fosse stato tolto un alcunché che era, prima, mio. Nel mese di Settembre 2019, dopo tre anni di ricerche, ho licenziato, come accennato, il mio ultimo 2019 San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone (333 pagine). Nei prossimi anni devo scrivere altri due volumi: uno di Antropologia filosofica e uno di Teologia fondamentale, essendo anche due tra le discipline che insegno all’Università in Roma e in Milano. Sono commissionati, ma, grazie a Dio, senza scadenze. Spesso più di qualcuno mi chiede perché scrivo così tanto. Credo sia perché vivo molto in treno, il cui paesaggio visto dal finestrino mi ispira assai. Ricordo ancora – quasi fosse adesso – come nel 2006 non riuscissi a terminare la Conclusione del Il principio di Non-Contraddizione in Aristotele. Era uno di quei libri commissionatimi e, dunque, con la «data di scadenza». Sapevo io, però, come ne sarei uscito. Presi da Venezia la «Freccia Bianca» per Lecce, i cui vagoni ferroviari viaggiano sulla linea Adriatica – ovvero sul mare – e rientrai a Venezia il giorno dopo, a Conclusioni finite. Ringrazio il buon Dio di essere libero di scrivere perché alla pari di Italo Calvino considero «la mia operazione [come] una sottrazione di peso: ho cercato di togliere peso» (Lezioni Americane, p. 5). E ringrazio pure la Beata Mamma Rosa che lasciò scritto tra le sue «gemme spirituali»: «Io non desidero altro che l’amore di Dio e di crescere sempre più nel suo amore. Del resto non m’importa nulla». Anche questa è espressione della libertà di scrivere. Grazie.