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:: Un’intervista con Adriano Barone, direttore editoriale di Acheron Books

12 gennaio 2015

acheronbooks_logo_payoff-2Benvenuto Adriano su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei il direttore editoriale di una nuova casa editrice digitale, Acheron Books, che si prefigge di pubblicare narrativa fantastica (fantasy, fantascienza, horror) in lingua inglese, ma scritta da autori Italiani. Come è nato il progetto?

Gli investitori che hanno creato l’azienda si chiedevano da tempo se fosse possibile aumentare la readership della letteratura di genere in Italia. In Italia i lettori di fantascienza, fantasy e horror sono una piccola nicchia del mercato librario di un paese che legge sempre meno.
Il presupposto di partenza è che se il meglio di questa produzione viene tradotta in inglese, può raggiungere una readership decisamente più ampia e con numeri che abbiano un senso economico.

Come vi ponete nel mercato internazionale? Che tipo di promozione farete?

Abbiamo attivato i canali social e ci promuoveremo presto presso siti specializzati nella letteratura fantastica. Tutta una serie di attività di promozione sono in corso, ma abbiamo iniziato davvero da troppo poco per parlarne.

Tradizionalmente la letteratura fantastica, o di immaginazione che dir si voglia, vede gli autori anglosassoni come assoluti dominatori. Voi siete una sorta di apripista. Come vi sentite in questo ruolo?

Si tratta di un esperimento e di una scommessa. In realtà molti autori anglosassoni sono curiosi di sapere che tipo di letteratura di genere si scrive in altri paesi. Lavie Tidhar, per esempio, che curava un sito dedicato alla SF non anglofona, ci ha promossi subito su Twitter.
Contiamo anche sul fatto che la specificità dell’ambientazione e della storia italiane si rivelerà interessante, dato che l’Italia rimane un luogo ancora considerato affascinante per storia culturale e artistica a livello internazionale.

La vostra è anche una sfida, atta a dimostrare che gli autori italiani, se gli si forniscono gli strumenti, sono assolutamente in grado di competere nel mercato internazionale?

Senz’altro l’obiettivo è quello. Siamo appena agli inizi e c’è ancora molto da fare.

Poison Fairies, Imago Mortis, The Ministry of Thunder, Demon Hunter Severian, Black Tea and Other Tales, e Elves and Bullets sono i vostri primi titoli. Come è possible acquistarli, dove sono reperibili?

I titoli sono acquistabili sul sito www.acheronbooks.com, su Amazon, e sui principali store di libri elettronici on line.

Cosa ci puoi dire dei vostri autori. Come li avete selezionati? Sulla base di quali criteri curate il vostro catalogo, come scegliete i testi da pubblicare? C’è un indirizzo a cui inviare materiale?

Gli scrittori sono stati individuati e giudicati in base alla qualità di quanto pubblicato in precedenza, presso grossi o piccoli editori, o tramite autopubblicazione. Poi sono stati discussi i singoli pitch con ciascuno di loro. Al momento non accettiamo proposte che non abbiamo richiesto noi, in quanto facciamo uno scouting preliminare rispetto appunto ad opere già pubblicate per valutare l’originalità delle idee dell’autore e la qualità della scrittura. In poche parole è molto difficile (ma non impossibile) che pubblichiamo un autore che non abbia pubblicato nulla in precedenza.
Inoltre è molto difficile che un’opera già scritta vada bene per i nostri criteri, che salvo rarissime eccezioni, prevedono una forte componente di “italianità”, a livello di ambientazione, e se possibile anche a livello di folklore, o di riferimenti storici e/o artistici. Per questo motivo anche se riceviamo un pitch da un autore contattato da noi, lo modifichiamo assieme all’autore stesso finché non viene incontro alle nostre esigenze in maniera precisa.

Sono opere scritte direttamente in inglese, o avete uno staff di traduttori che lavorano per voi?

Abbiamo selezionato uno staff di traduttori madrelingua che hanno esperienza nella traduzione letteraria.

Non solo in inglese, dunque. Una selezione di opere sarà distribuita anche in italiano per il mercato nazionale?

Dei nostri primi sei titoli, tre sono stati pubblicati anche in italiano. Poison Fairies può essere stampato tramite POD su Amazon e presto lo sarà anche Demon Hunter Severian.
In futuro prevediamo comunque di rendere disponibili tutti i nostri titoli come ebook in italiano.

Parliamo delle cover, tutte molto curate, artistiche. Chi sono i vostri disegnatori?

Tra i disegnatori abbiamo: -Rom-, autrice di fumetti che al momento ha firmato alcuni albi per Top Cow, Antonio De Luca, attivissimo come illustratore in diversi campi (cover artist videogiochi, card per diversi tipi di game), e Diramazioni, uno studio grafico di Milano.

Vi avvalete di editor madrelingua?

Sì, americani.

Siete usciti da pochi giorni, ma che aria tira? Come siete stati accolti sul mercato internazionale?

Le persone che lavorano nel settore sono prima stupite dall’idea, poi si professano molto interessate. Diversi scrittori di fantascienza e fantasy ci hanno fatto un grosso in bocca al lupo per l’originalità e il coraggio dell’esperimento.

Che dire ancora, un grande in bocca al lupo. Se comunque c’è ancora qualcosa che vuoi aggiungere a te la parola.

Per far funzionare Acheron ci farebbe piacere avere il supporto della community di fan italiani, non semplicemente considerandoli acquirenti, ma preziosi alleati per diffondere la conoscenza dei nostri libri presso i loro contatti internazionali, cioè tutti i lettori appassionati di fantasy, horror e fantascienza, in qualsiasi paese essi vivano, che leggano ebook in lingua inglese. Maggiore il successo di Acheron, maggiori saranno le possibilità per la casa editrice di pubblicare un numero maggiore di autori e di opere che possano differenziarsi dal resto della produzione internazionale.

:: Ultima la città delle contrade, Carlo Vicenzi, (Dunwich edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

10 gennaio 2015

ULTIMAKINDLE80percento-300x400Il genere fantastico, di cui più volte qualcuno celebra periodicamente il funerale, riesce sempre a risorgere con nuove storie e tematiche, e da un po’ di anni sta aumentando anche il numero di italiani che si dedicano ad esso, con storie che molto spesso non sono la copia di omologhi anglosassoni ma riescono ad aggiungere molto di nuovo.
Come Ultima la città delle contrade dell’emiliano Carlo Vicenzi, uscito per la romana Dunwich edizioni, che sotto l’egida di Lovecraft vuole proporre libri di genere fantastico poco noti o di autori nostrani, un romanzo steamfantasy di casa nostra capace di interessare e appassionare, in un contesto che reinterpreta passato e presente italiano in un mondo futuro alternativo.
Dopo una catastrofe bellica che viene solo accennata, un Paese che può essere l’Italia è regredito in una specie di Medio Evo con un po’ di tecnologia, diverso dalle ipotesi di opere come Mad Max o Ken il guerriero. In questa nuova società il potere si stabilisce non con elezioni come nelle nostre democrazie, ma con un palio all’ultimo colpo, con alcune regole come non uccidere gli avversari. Ed è dal palio delle contrade di una città tanto simile a quelle dell’Italia centrale catapultate in un altro mondo che parte la vicenda di Ultima, con il protagonista, il poco eroico Demetrio Deisanti, che viene accusato di un omicidio in gara dovuto ad un’arma truccata per potersi accaparrare la vittoria e l’elezione, ed è costretto a fuggire, mentre cerca di dimostrare la sua innocenza.
In questo universo Demetrio troverà molti nemici ma anche alcuni alleati, come Veronica e Miranda, una coppia di spie che lo aiuteranno nelle sue indagini, facendogli anche scoprire un modo di vivere diverso, visto che sono due ragazze gay che vivono insieme sfidando pregiudizi presenti anche in quel possibile mondo futuro.
Ultima prende elementi dello steampunk, la cosiddetta fantascienza nel passato, che parte dal presupposto che si sia potuto evolvere un futuro e una tecnologia a partire dalle premesse dell’epoca vittoriana, come era raccontato nei romanzi di Jules Verne e H. G. Wells e figura oggi come uno dei filoni del fantastico più amati, oggetto anche di produzione di gadget, realizzazione di eventi in tema e ispirazione per uno stile di abbigliamento Tra le pagine del libro, trovano spazio anche tematiche del fantasy e del romanzo d’avventura, per una storia che dimostra come il genere fantastico abbia ancora molto da dire e da dare.

Carlo Vicenzi, di Finale Emilia, città dove si svolge tutti gli anni un palio tra contrade, laureando in lingue e antropologia, ha scritto svariati racconti di genere fantastico e sta lavorando alla serie invece decisamente fantasy I cento blasoni per Delos Books.

:: Amore, cucina e curry, Richard C. Morais, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

9 gennaio 2015

5682256_294308Già pubblicato un paio d’anni fa come Madame Mallory e il piccolo chef indiano è uscito di nuovo con un nuovo titolo sull’onda del film di Lasse Hallstrom: Amore, cucina e curry di Richard C. Morais racconta di nuovo il rapporto tra culture e cibo, partendo da una storia vera, con i nomi cambiati ma sempre reale.
Hassan, ragazzino indiano cresciuto con il culto per la cucina fin da quando arrivavano gli effluvi di cibo nella sua stanzetta a Bombay, ora Mumbai, si trasferisce in Francia con la sua numerosa e disfunzionale famiglia, prendendo il posto dell’adorata nonna Ammi nel ristorante indiano, una rarità al di fuori di Parigi e soprattutto nella cittadina di provincia d’oltralpe di qualche decennio fa dove si trova a vivere questo microcosmo giunto così da lontano. Il ristorante suscita le ire di madame Mallory, proprietaria del lussuoso albergo e ristorante di fronte, ma poi tra il giovane Hassan, giunto da un altro mondo e in cerca di un equilibrio tra i valori ancestrali e le sue nuove esigenze, e l’anziana donna legata a schemi antichi e a ricette della grande tradizione francofona nascerà una complicità imprevista, che durerà negli anni e influenzerà la vita di Hassan anche dopo.
Il film non ha avuto il successo sperato, il libro è senz’altro da scoprire o riscoprire, perché, parlando di multiculturalismo in un contesto insolito (di indiani e pakistani in Gran Bretagna sono piene letteratura e cinema, in Francia molto meno perché non si tratta di un’etnia che si è trasferita molto lì, per ragioni storiche e sociali), racconta una storia gustosa, di incontro e fusione di culture, di contrasti iniziali che si risolvono usando un linguaggio universale come il cibo, che può essere davvero un veicolo per capire e farsi capire, per comunicare e anche per esprimere amore e considerazione.
Già sentito in parte, si potrà dire, in tanti libri, anche con storie diverse, a cominciare da Chocolat di Joanne Harris, che non a caso si è detta entusiasta del libro: è vero, ma è bello scoprire anche un storia e un universo diversi, che racconta anche due percorsi e due mondi che sono cambiati in questi decenni.
Da un lato c’è infatti l’India, Paese contraddittorio di cui in questo ultimo periodo si è parlato enfatizzando soprattutto lati negativi e violenti, vista in un momento cruciale del suo cambiamento verso l’essere comunque una potenza emergente sia pure con problemi enormi, attraverso uno dei suoi tratti positivi più caratteristici, la sua cucina speziata e saporita, che non è certo solo puzza e cose strane. Dall’altro c’è la Francia, la patria della Haute Cuisine, dove Hassan troverà la sua strada, sapendo mettere insieme il meglio delle due culture per crearsi una vita partendo da quella che è un’arte su uno dei piaceri della vita.
Un libro gustoso e appassionante, una storia di formazione e crescita, un rapporto rispettoso tra culture, e quindi senz’altro estremamente terapeutico oggi da leggere e meditare, anche solo come antidoto a chi vuole contrapporre le culture in termini solo di odio e contrasto.

Richard C. Morais, statunitense, è nato a Lisbona che ha trascorso gran parte della sua vita in Europa. La sua carriera nel mondo del giornalismo è iniziata a New York nel 1984. Nel 1986 si è trasferito a Londra, dove ha vissuto e lavorato per 17 anni come corrispondente di Forbes. Amore cucina e curry, noto anche come Madame Mallory e il piccolo chef indiano è il suo primo e per ora unico romanzo e nasce dal suo amore per la cucina e le storie collegate ad essa.

:: Cotto a puntino, appunti per una cucina migliore, Guillaume Long (Bao Publishing, 2014) a cura di Micol Borzatta

7 gennaio 2015

Questa mattina a Parigi un commando armato ha fatto irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, giornale satirico francese, uccidendo 12 persone tra cui il direttore Charb (Stephane Charbonnier), e i quattro vignettisti Georges Wolinski, Cabu (Jean Cabut), Honoré (Philippe Honoré) e Tignous (Bernard Verlhac). Un pensiero per le loro famiglie.

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Fumetto di media lunghezza a metà tra un manuale culinario e una raccolta di storie comiche e umoristiche, questo romanzo del blogger gastronomico francese Guillaume Long è un’opera esilarante e contemporaneamente istruttiva con una grafica davvero strepitosa grazie ai disegni eseguiti in modo impeccabile con dei tratti precisi e fini che sembrano voler saltare fuori dalle pagine, dando ancora più vita ai personaggi.
Creato dalla bravura artistica di Long e ispirato alla sua passione per la buona cucina ritroviamo in queste pagine tutto l’entusiasmo, la vivacità e il buon gusto dell’autore che ci porta a conoscere e assaporare i suoi piatti preferiti, le ricette della sua infanzia e i momenti passati in cucina con la madre, ovvero colei che gi ha trasmesso questa passione.
Il tutto viene raccontato con molto umorismo portando gli eventi più semplici a un livello altissimo di assurdità con l’aggiunta di commenti, opinioni e post scriptum che sembrano piccole confidenze dette in un orecchio direttamente al lettore.
Opera magnifica e passionale consigliata a tutti.

Guillaume Long è nato nel 1977 a Ginevra. Nel 2002 si diploma alla scuola di belle arti di Saint-Ètienne. Fin da bambino, guardando la madre in cucina si appassiona al mondo della gastronomia. Nel 2003 vince il premio Topfer con il volume Les sardines sont cuites (Vertige Graphic). Inizia così a realizzare numerosi libri per ragazzi e non solo e lavora per la stampa. Dal 2009 inizia una collaborazione con Le Monde aprendo un blog gastronomico intitolato Cotto a puntino.

:: Un’ intervista con Kate Manning a cura di Viviana Filippini

6 gennaio 2015

kate manningCome è nata l’idea di scrivere un romanzo con protagonista una donna, Annie “Axie” Muldoon, che fa la levatrice nella New York del XIX secolo?

Il mio primo appartamento dopo il college era un ” railroad flat ” in un edificio popolare del 19 ° secolo, nel Lower East Side di New York, con una vasca da bagno in cucina, e le finestre tagliate tra le camere per permettere la ventilazione, a causa delle condizioni di sovraffollamento degli immigrati che per primi ci hanno vissuto (a volte nove persone per stanza). Mi affascinavano le storie di povertà e immigrazione della città, e nella mia ricerca, ho scoperto che, tra il 1850 e il 1860, c’erano 30.000 bambini senzatetto nelle strade di New York. Ho cominciato a scrivere su una di loro, una bambina. Cercando di scrivere la storia di ciò che avrebbe potuto esserle accaduto, mi sono imbattuta in un movimento poco conosciuto l’Orphan Train grazie al quale 250.000 bambini orfani erano stati spediti dalle città in treno negli stati occidentali (Illinois, Ohio, Iowa). E, quasi per caso, mi sono imbattuta nella figura dimenticata di Ann Lohman, conosciuta anche come Mme. Restell. Per decenni comparve sulle prime pagine dei giornali come fonte di scandalo, anche se ormai la storia della sua vita è per la gran parte perduta. Comunque il poco che ho raccolto era assolutamente affascinante, e ho deciso di prendere in prestito gli elementi della vita della Lohman per il personaggio di Axie Muldoon.

Quanto è stato mantenuto della biografia di Ann Lohman (nota come Madame Restell), levatrice nella Grande Mela e quanto di romanzato è stato aggiunto al suo vissuto?

Ann Lohman era un’inglese, emigrata a New York all’età di 18 anni o giù di lì. Non si sa molto della sua vita precedente, o di come abbia iniziato ad esercitare la professione di ” medico donna.” Così, nel romanzo, tutto dell’infanzia di Axie, il suo viaggio sul treno degli orfani, il suo apprendistato dagli Evans, sono interamente inventati, come lo è il suo rapporto con il marito e i fratelli. Della vita reale della Lohman / signora Restell, sappiamo che era rimasta vedova con un bambino, poi si era sposata con un immigrato russo di nome Charles Lohman. Lui, come il Charlie nel libro, era un tipografo, affiliato con i “Freethinkers”, un gruppo di intellettuali che lavoravano per una maggiore parità tra uomini e donne. I Lohmans videro che la salute delle donne e dei bambini, era spesso a rischio quando le famiglie erano troppo numerose. Lo sappiamo perché Charles Lohman, come il Charlie nel romanzo – scrisse utilizzando un alias un libretto di informazioni sul controllo delle nascite intitolato ” The Married Women’s Medical Companion”. Sua moglie, come Axie, visitava i pazienti come “Signora Restell,” e vendeva medicinali che si riteneva causassero aborti spontanei. Se non li prendevano, lei eseguiva aborti fino al momento precedente ai “movimenti fetali”, dopo il quale provocare un aborto era per la legge un reato. Le leggi, tuttavia, erano di difficile applicazione. Lohman si occupò di bambini, aprì un ospedale per le donne in gravidanza, tenne lezioni in cui insegnava alle donne come allattare al seno e il controllo delle nascite, e si occupò di dare neonati in adozione. I Lohmans diventarono eccezionalmente ricchi, vendendo i loro farmaci, i dispositivi di controllo delle nascite, e i pamplet informativi. Avevano un enorme palazzo sulla Fifth Avenue. La signora fu oggetto di articoli che gridavano allo scandalo, ed fu arrestata più volte. Anthony Comstock era nella vita reale il “crociato contro il vizio” che arrestò la Lohman più volte. Tutti questi aspetti della vita della Lohman sono pure presenti in Axie Muldoon. Nel mio romanzo, ho usato i veri annunci pubblicitari che la Lohman mise sui giornali dell’epoca. Ho usato gli articoli reali e le lettere che sono state pubblicate sulla Lohman, ma ho cambiato alcuni particolari, e il suo nome, ovviamente. Ho usato qualche dialogo reale tratto da una trascrizione de ” The Wonderful Trial of Caroline Ann Lohman.” Una differenza importante è che Ann Lohman si è davvero suicidata la mattina del suo processo, il 1 ° aprile 1878. La cosa che ha scatenato la mia immaginazione è stata l’idea che molte persone credevano avesse simulato la sua morte, e che in realtà fosse fuggita a Londra o Parigi. Circolavano le voci che un giorno avrebbe rivelato i suoi segreti, rivelando la verità su uomini potenti le cui mogli, figlie, sorelle e amanti avevano beneficiato dei suoi servizi di ostetricia e aborto, per decenni. Pensavano che avrebbe raccontato tutto. E ho pensato: “Beh e cosa sarebbe successo se lo avesse fatto? Sarebbe buon materiale per un romanzo” Per me, la storia ha preso vita quando ho deciso di prendere per vere le voci, che fosse fuggita, e ho scritto le memorie fittizie di questa donna.

Da piccola Annie viene separata dalla sorella Dutch e dal fratello John, cosa lascerà in lei questo allontanamento?

Annie promise a sua madre che avrebbe trovato il fratello e la sorella, e che avrebbero vissuto tutti e tre insieme. Questa promessa è una grande forza motivante per Axie, e lei non se ne dimentica mai. Il filo conduttore della storia viene dal desiderio di Annie di trovare i suoi fratelli, e nasce dal suo profondo desiderio di amore e di sicurezza di una casa, e dalla domanda se sarà in grado di creare una famiglia per se stessa. E ‘un bisogno umano primario, e il desiderio, per me, è un ingrediente necessario nella narrativa.

La permanenza in casa dei coniugi Evans (entrambi medici) cosa rappresenta per Annie, solo il fatto che lavora per loro come domestica?

La famiglia Evans è un nuovo mondo per Axie. E ‘ordinato e sicuro. Il legame tra marito e moglie mostra alla ragazza uno straordinario modello di vita, che lei tende a voler duplicare. La signora Evans insegna ostetrica, ma Axie impara anche dai libri che trova nella biblioteca degli Evans. Axie ha la fortuna di arrivare nella loro casa solo all’età di tredici anni quando inizia a sbocciare la sua femminilità, e gli Evans sono un punto fermo, un’alternativa alla vita incerta che ha condotto da bambina.

La cosa che stupisce è che fin da ragazzina, Annie dimostra di essere coraggiosa, forte d’animo e intraprendete. Quanto questi suoi caratteri l’aiuteranno ad affrontare gli ostacoli della vita?

Mi sembra che le persone che soffrono grandi avversità imparano a sopravvivere in due modi completamente differenti: diventando timorosi e passivi, onde evitare ulteriori abusi, o, come nel caso di Axie, diventando duri, dei combattenti, con astuzia e coraggio. La sua fierezza, la sua lingua tagliente, e la sua intraprendenza sono meccanismi di sopravvivenza e anche meccanismi di difesa. E’ sospettosa quanto è compassionevole. Ha difficoltà a fidarsi delle persone, ma non è in grado di dire ‘no’ a qualcuno che le chiede aiuto, la cui disperazione lei capisce troppo bene.

Annie risolve i disturbi delle Gentildonne, ma non usa il suo nome, perché si fa pubblicità con il nome di Madame DeBeausacq. La scelta di uno pseudonimo è un semplice trovata pubblicitaria o, in realtà è dettata dal bisogno di tutelare se stessa e la propria famiglia?

Entrambi. Gli americani, in particolare nel 19 ° secolo, credevano che la pubblicità di qualcosa di europeo, per definizione, fosse di qualità migliore di una cosa locale. E’ una forma di snobismo tutto americano, dire che un prodotto o un professionista, sia esso un tonico per capelli, una medicina, un dentista o un barbiere fosse francese, portoghese, svizzero, ecc Ma l’alias “madame DeBeausacq ” serviva anche a nascondere la sua vera identità. Se la polizia avesse fatto irruzione nei suoi uffici, poteva sempre dire che la signora era altrove, che non la conosceva, eccetera, e sua figlia sarebbe stata in qualche modo protetta da qualsiasi scandalo apparso sui giornali.

Una levatrice a New York è più un affresco sociale dell’America della seconda metà dell’Ottocento o può essere interpretato come un romanzo di formazione?

Forse noi possiamo leggerlo in entrambi i modi. Da giovane madre mi sono chiesta spesso in cosa la crescita dei figli e il parto differisse dalle nostre bisnonne, come esse li hanno considerati, come hanno fatto fronte ai vari problemi legati a queste tematiche. Ma la storia -e la narrativa ambientata nel passato- fino a poco tempo apparteneva agli uomini in battaglia, nel governo, nella scienza, e come avveniva, mi sono chiesta, la vita ordinaria? Dove erano le donne? Un romanziere si propone di rispondere a un sacco di domande, scrivendo una storia, e quelle erano alcune delle mie, e così ho scritto la storia di Axie Muldoon, cercando di analizzare la vita di una donna del suo tempo, e per molti versi parlando anche delle donne di oggi.

Le accuse mosse a Annie (Madame DeBeausacq) da uomini perbenisti sono segno di bigottismo, pregiudizio, paura o astio per essere stati battuti sul campo da una donna senza studi accademici?

Fino alla metà del 19 ° secolo a New York, – e ho il sospetto nella maggior parte del mondo-, la gravidanza, il travaglio e il parto sono stati campi prevalentemente femminili. Le ostetriche, o per lo meno una donna della famiglia, erano presenti al parto. Ma come le donne hanno guadagnato più autonomia, l’establishment medico maschile ha notato che la ostetricia era molto redditizia, così gli uomini cominciarono a cacciare le donne fuori dalla sala parto. Hanno accampato grandi giudizi morali e religiosi, sul peccato e sul male, sostenendo un doppio criterio, che puniva le donne, ma non gli uomini, che avevano figli non essendo sposate. È interessante notare che, quando i medici di sesso maschile hanno cominciato a spostare il parto fuori casa e in ospedale, i tassi di mortalità materna sono saliti alle stelle, perché i medici di sesso maschile non ne sapevano molto di travaglio e parto come invece le ostetriche donne. Non conoscevano le minime regole di igiene per prevenire le infezioni, e, per esempio, toccavano i bambini subito dopo la manipolazione dei cadaveri!

Dutch vive in modo contraddittorio il rapporto con la sorella Annie. Cosa la spaventa di più, il fatto che la sorella Annie aiuti altre donne a risolvere tutte le questioni relative alla gravidanza o il timore di veder associato il suo nome a quella di una levatrice che pratica anche aborti?

Povera Dutch. E’ una donna che ha sempre solo cercato di compiacere gli altri. La dolcezza è la sua particolare strategia di sopravvivenza, ma purtroppo per lei, le alternative disponibili per le donne nella sua situazione sono tutte avvolte nella vergogna, nella miseria, e nel pericolo. Alle donne è stato insegnato che l’infertilità è una colpa della donna, forse causata dal sovraccaricare la debole mente femminile leggendo libri. Si credeva comunemente che l’infedeltà del marito fosse colpa della moglie. Per una donna rimanere incinta fuori dal matrimonio era una vergogna, veniva ripudiata dalla sua famiglia. L’aborto, forse la forma più comune di controllo delle nascite nel 19 ° secolo (c’erano molte pubblicità di abortisti nei giornali di New York a metà del 1800) era di solito effettuato da sole e in segreto. Essere parenti di “madame”, un’abortista nota, era un destino vergognoso.

Quanto influivano i pregiudizi della società di ieri nei confronti delle donne intraprendenti e lavoratrici? E in quella di oggi?

Nel 19 ° secolo le donne non potevano votare, non potevano possedere proprietà, non riuscivano a controllare il proprio denaro, ed erano totalmente dipendenti dagli uomini per la loro posizione nella società. Dal mio punto di vista, tutti i pregiudizi contro le donne, allora come oggi, hanno a che fare con la maternità. In passato, gli uomini non avevano modo di sapere se un bambino era davvero il proprio figlio biologico, fatta eccezione controllando del tutto le donne. Oggi, la scienza ha dato alle donne i mezzi per controllare la fertilità, per scegliere e pianificare le dimensioni delle loro famiglie. Più di ogni altra cosa, il controllo delle nascite accessibile a tutti, sicuro, affidabile, e l’educazione sessuale hanno cambiato in meglio la condizione delle donne. Vediamo i progressi di questi sviluppi in tutto il mondo. Ma quei vecchi atteggiamenti vittoriani, circa il peccato e il male, la vergogna, la ‘debolezza’ delle donne e lo stato di “seconda classe”, ancora persistono. Ci dimentichiamo quanto siano recenti, in termini storici, questi cambiamenti, e sottovalutiamo quanto tragiche siano le reazioni che provocano. Sono molto contenta di vivere in un momento in cui ho potuto scegliere di avere i miei tre figli, quando ero pronta e in grado di garantire il loro benessere in una famiglia felice.

Se si dovesse fare mai un film, quale attrice potrebbe interpretare Annie? (Io avrei pensato a… Lisa Edelstein, Angie Armon – con lenti a contatto- Jennifer Connelly)

Beh, tutto quello che posso dire è che ci sono alcune trattative segrete per fare un film, o molto probabilmente una serie tv, con un’attrice meravigliosa, davvero sorprendente. Ma non sono libera di dire chi sia, al momento, posso solo dire che sono una sua grande ammiratrice, e che sembra davvero giusta per la parte: piccola, fiera, divertente, vulnerabile e coraggiosa. Rimanete sintonizzati!

:: Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana.

:: Il declino dell’economista, György Dalos, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 gennaio 2015

Declino CoverIl protagonista de Il declino dell’economista di György Dalos mi ha ricordato molto la figura dell’inetto creata da Italo Svevo per il romanzo Una vita, cioè colui che tenta il riscatto sociale, ma la scoperta dell’impossibilità di cambiare il proprio status sociale, portano il personaggio all’autoisolamento e alla vita ai margini della società. Il libro di György Dalos, edito da Keller è un romanzo di riflessione sul fallimento di una vita umana. Protagonista è Gábor Kolozs, un uomo che da maturo tornerà ad abitare in casa con il padre Daniel, a Budapest, dove i due sopravviveranno grazie al misero vitalizio di Kolosz senior, un superstite al campo di concentramento di Mathausen. La vita dei due scorre tra alti e bassi poi, l’anziano muore e il figlio, prima di comunicare in modo definitivo il decesso del padre, decide di prendersi del tempo e di continuare la sua esistenza utilizzando l’entrata economica del vitalizio del defunto. Tutto va bene e per un po’ Gábor trascorre le sue monotone giornate in tutta tranquillità. La situazione si complica quando una troupe televisiva comincia a tempestare di chiamate il protagonista, con lo scopo di intervistare il signor Daniel, il più anziano ungherese sopravvissuto all’Olocausto. Il personaggio di Gábor Kolosz ad una prima lettura potrebbe sembrare un figlio cinico e sfruttatore che mente sulla morte del padre per continuare a riceverne la pensione. In realtà, la presenza di vari flashback sul passato della vita di Gábor sono molto utili a chi legge per capire cosa ha determinato lo stato di profonda disillusione e delusione dell’uomo. Nella giovinezza di Gábor sono presenti contrasti accesi con il padre; la frequentazione dell’Università di economia in Russia in netto conflitto con la sua passione per la letteratura di Puskin; l’impegno nella vita politica e le imprevedibili conseguenze che esso avrà; e ancora, il matrimonio con Marta e un po’ di benestare economico. Situazioni diverse tra loro, momenti di vita pubblica e privata nei quali il protagonista dimostra sempre di sentirsi fuori luogo e inadatto a vivere quelle situazioni. Gábor si sente un perdente e un frustrato, perché ogni cosa da lui fatta ha avuto un fine fallimentare: il matrimonio con Marta si esaurisce in poco tempo; i risultati sul in campo politico e al lavoro non portano a nulla di buon e Gábor si trova disoccupato. L’entusiasmo per la ricerca di un nuovo impiego, con l’intento di dare una svolta decisiva alla sua esistenza da single dura ben poco, e dopo le prime ricerche l’uomo si richiude a riccio su se stesso, tornando all’ovile a vivere con il padre Daniel. Il declino dell’economista di György Dalos mostra un uomo maturo, che nonostante l’età avanzata – nel senso che non è più un ragazzino, ma un cinquantenne fatto- sembra non essere in grado di trovare il suo posto giusto nel mondo. Gaber è disorientato, abbattuto, sconfitto e anche in quelle situazioni dove potrebbe prendere posizione e riscattarsi, subentra in lui una sorta di atavico timore di non farcela che lo spinge a ritirarsi dalla scena e a non compiere mai il passo decisivo verso il riscatto sociale. L’unica azione che Gábor fa con decisione, e non è nemmeno tanto nobile de la si osserva dal punto di vista morale, è quella di non dichiarare subito la morte del padre, ma ben presto una serie di eventi del destino lo porteranno a dove fare i conti con la propria coscienza e con tutto il “non fatto” della sua vita. Traduzione Franco Filice.

György Dalos è nato nel 1943 a Budapest. Perse il padre nel 1945 in un campo di lavoro dove era stato internato in quanto ebreo e ha trascorso l’infanzia con i nonni. Dal 1962 al 1967 ha studiato Storia a Mosca. Ritornato a Budapest ha vissuto tutti gli eventi significativi dell’Ungheria degli ultimi quarant’anni. Nel 1977 è tra i fondatori del movimento di opposizione al regime comunista ungherese. Nel 1988 e 1989 è co-editor del foglio clandestino di opposizione «Ostkreuz» della Germania Est. Dal 1995 al 1999 Dalos è a capo dell’Istituto per la Cultura ungherese a Berlino e da allora vive lì e lavora come editor freelance e redattore. Romanziere e saggista, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui l’Adelbert von Chamisso, la Medaglia Presidenziale d’oro della Repubblica di Ungheria e nel 2010 il Leipzig Book Award for European Understanding.

:: Il dominatore, Alma Katsu, (Longanesi, 2014) a cura di Micol Borzatta

2 gennaio 2015

sabotagrandeSecondo volume della saga Immortal, ritroviamo nuovamente Lanny e Luke in fuga dopo che lui l’ha aiutata a scappare dall’ospedale di St. Andrew. La loro love story però dura poco. Lanny si sente in colpa per averlo allontanato dalle figlie e l’improvvisa ricomparsa di Adair le dà il coraggio di lasciarlo, l’unico modo che trova però è con un biglietto come a sua volta era stata lasciata da Jonathan.
Inizia così il suo viaggio per sfuggire ad Adair che la porterà prima in Marocco da Savva, poi a Barcellona da Alejandro e infine ad Aspen, in Colorado, da Tilde, dove scoprirà che chi si dichiarava amico invece stava solo fingendo.
Un romanzo molto interessante anche se molto più lento rispetto al primo, nonostante la Katsu mantenga uno stile di narrazione scorrevole.
La scelta della voce narrante è la stessa del primo libro, ovvero in prima persona per quanto riguarda tutte le parti relative a Lanny e in terza persona per tutto il resto.
La linea temporale anche stavolta non è lineare, c’è una grande presenza di flash back che aiutano a capire cosa ha passato Lanny in 200 anni di vita e a volte riprendono fatti raccontati nel primo romanzo, così da aiutare il lettore a ricordare gli avvenimenti più importanti, anche se tra una pubblicazione e l’altra è passato un po’ di tempo, circa un paio d’anni.
Il linguaggio è sempre semplice, adatto per raggiungere ogni target di lettore.
Anche le descrizioni sono ben fatte, sempre molto minuziose e ben approfondite come nel suo stile, ma contemporaneamente leggere e coinvolgenti come ci ha abituato dall’inizio della saga.
Un ottimo sequel che prepara il lettore all’attesa del prossimo capitolo per conoscere la conclusione delle vicende di Lanny, Adair e Luke. Traduzione di Michele Fiume.

Alma Katsu nasce in Alaska ma passa tutta la sua vita in Massachussetts. Profiler della CIA viene ispirata dal suo lavoro ad approfondire i lati più oscuri nascosti nell’animo umano. Il dominatore è il secondo libro dopo Immortal, uscito nel 2012 sempre presso Longanesi.

:: Liberidiscrivere Award quinta edizione

1 gennaio 2015

cropped-liberi-scrivere-testa.jpgCari lettori, eccoci giunti alla quinta edizione del Liberidiscrivere Award, premio che permette di  votare il migliore libro edito in Italia nel 2014, italiano o straniero, senza preclusione di generi.

Come l’anno scorso la votazione, a insindacabile giudizio dei lettori di questo blog,  avverrà senza mediazioni, con voto diretto.

In questo post potrete lasciare nei commenti il titolo del vostro libro prescelto, rigorosamente edito nel 2014, e resta intesa la possibilità di voto anche ai volumi da edicola, agli ebook, agli autoprodotti, ai libri di piccoli editori, anche fumetti e graphic novel. Verrà data anche menzione per il miglior traduttore, scelto considerando il libro straniero più votato.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di giovedì 15 gennaio, il giorno seguente ci saranno i conteggi definitivi, e sabato 17 gennaio avverrà la proclamazione del vincitore.

Dunque iniziate a votare! (Vale un voto solo!) E lasciate un solo commento, mi aiutate così nella verifica dei conteggi. [Sono esclusi editori a pagamento e a doppio binario].

NB: Vale un voto solo, i voti doppi, tripli, quadrupli verranno cancellati, grazie.

Traduttori:

Marzena Borejczuk

Giulia Boringhieri

Roberto Boi

Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai

Graduatoria:

Il Puzzle di Dio, Laura Costantini e Loredana Falcone, Goware VOTI 290

Cacciatori di Fantasmi, Fabio Monteduro, Runa Editrice VOTI 186

Il messaggero dell’alba, Francesca Battistella, Scrittura & Scritture Editore VOTI 107

In fondo al tuo cuore, Maurizio de Giovanni, Einaudi VOTI  65

Tacchi e Taccheggi, Desy Icardi , Golem edizioni VOTI 47

12 posti dove non volevo andare, Clara Cerri, Lettere Animate VOTI 19

I romagnoli ammazzano al mercoledì, Davide Bacchilega, Las Vegas edizioni. VOTI 9

Corte nera, R.Papa, T. Cacciaglia, P.Carlomagno e P.D’Amato, Runa editrice VOTI 4

Roderick Duddle, Michele Mari, Einaudi VOTI 2

Febbre bianca, Jacek Hugo-Bader,  Keller VOTI 1

L’appuntamento, Piergiorgio Pulixi, E/O VOTI 1

Una commedia italiana, Piersandro Pallavicini, Feltrinelli VOTI 1

Tutto quel blu, Cristiana Astori, Mondadori Editore VOTI 1

Longbourn House, Jo Baker, Einaudi VOTI 1

Romanzo aziendale di F.Perillo, Vertigo VOTI 1

Momo a Le Halles, P. Hayat, Neri Pozza VOTI 1

La mammana, Antonella Ossorio, Einaudi VOTI 1

De Bello Traffico, Lucio Rufolo, Homoscrivens Edizioni VOTI 1

Stronzology, Amleto De Silva,  LiberAria Editrice, VOTI 1

Il cardellino, Donna Tartt, Rizzoli VOTI 1

:: Dimentica il mio nome, Zerocalcare, (Bao Publishing, 2014) a cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2014

dimenticasidebarEsiste il romanzo di formazione a fumetti? Certo! Dimentica il mio nome di Zerocalcare rientra appieno in questo genere letterario. La storia narrata dal giovane fumettista di Arezzo ha tutti gli elementi per esser definito un esempio di Bildungsroman a vignette, nel quale il protagonista affronta un tortuoso cammino che gli permetterà di diventare uomo (lui stesso lo dice nell’albo, quando si rende conto di aver raggiunto il livello massimo della sua impresa, come se la sua vita fosse un videogame). Tema della graphic-novel autobiografica, ambientata nel noto quartiere di Rebibbia, e ben consolidato anche nella tradizione della letteratura e del cinema, è la ricerca delle proprie radici. Alla morte della nonna materna, Calcare cerca di ricostruire la sua storia familiare per aver chiaro il proprio passato e scoprire qualcosa in più di quel poco che sa della nonna, della madre, del nonno mai conosciuto e delle zie e zii scomparsi in modo più o meno misterioso. Accanto a questa ricerca necessaria al giovane trentenne per capire chi è e per trovare il suo posto, più o meno definitivo, nel mondo, si innesta l’ elemento narrativo del fantastico (ed è qui che compare la famosa volpe rossa) che irrompe nella realtà rendendola più avventurosa e misteriosa, ma non irreale. Dimentica il mio nome è il quinto albo a disegni di Zerocalcare, ed è il libro nel quale entrano personaggi che appartengono al vero universo di vita dell’autore/protagonista, come la mamma e la nonna, coprotagoniste dell’enigma che Calcare cerca di risolvere. Dimentica il mio nome è un libro interessante nel quale l’autore scava a fondo nel proprio vissuto personale, mettendo a nudo non solo parte della vita della sua famiglia, ma anche rendendo note alcune sue ossessioni, preoccupazioni e timori sul futuro, tipiche di un giovane uomo in fase di crescita (Zerocalcare, alias Michele Rech è nato nel 1983) con riflessioni a ruota libera che ricordano il classico “flusso di coscienza”. Allo stesso tempo, il fumettista toscano sciorina una serie di meditazioni e richiami a oggetti (vedi il Pisolone, una sorta di sacco a pelo a forma di orsacchiotto, era un must per i ragazzini degli anni Ottanta come le erano le Nike Air max) a modi di dire e di fare, a telefilm, a personaggi (Chuck il castoro, David gnomo,il nonno di Heidi, Twin Peaks, il re Leonida del film 300, la mamma di Bambi e Freddy Krueger) e mode ben noti a chi è nato e cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Zeroclcare/Rech non si fa mancare nulla e inserisce anche riferimenti alla storia recente d’Italia vissuta da lui e dal suo alter ego fumettistico (il G8 di Genova) in prima persona. In Dimentica il mio nome ad aiutare Calcare non ci sono solo i ricordi della nonna e la madre chioccia ma, come vuole la sua produzione, a sostenere il magrolino disegnatore nella sua quotidiana impresa eroica c’è sempre lui, l’armadillo alter-ego del protagonista, che compare per dargli “man forte” nei momenti più difficili e nei quali il protagonista sembra non avere la più pallida idea di cosa fare. Dimentica il mio nome è una bella storia di formazione a fumetti, intrigante e catartica per Zerocalcare – e anche per il lettore-, perché in essa, più che nei precedenti albi, l’autore si confronta con le proprie paure nel tentativo – dire azzeccato- di spogliarsi di esse e compiere quella crescita, umana e professionale, che lo farà sentire più uomo e meno bambino.

Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech è un fumettista italiano nato ad Arezzo nel 1983, cresciuto tra la Francia e l’Italia (Roma). Oltre ad un numero sterminato di autoproduzioni nel circuito dei centri sociali, ha collaborato anche con il quotidiano «Liberazione»,il settimanale «Carta», i mensili «XL» di «Repubblica» (spazio italian undergrund) e «Canemucco» e la divisione online della DC comics, Zuda.com. Tra le altre collaborazioni c’è il settimanale Internazionale, l’annuale antologia del fumetto indipendente «Sherwood Comix», la «Smemoranda», la rivista «Mamma!».Alla fine del 2011 ha dato alle stampe il suo primo libro, La profezia dell’armadillo, autoprodotto si, ma da Makkox. A Ottobre 2012 è uscito il secondo, Un polpo alla gola, edito da Bao Publishing. Oltre che su http://www.zerocalcare.it, lo si trova ogni mese sull’edizione cartacea di «Wired».

:: In una sera di pioggia, Mary Fitt (Polillo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2014

ba135.qxdNella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
Mystery ricco di fascino, decisamente old british, racchiude anche componenti gotiche che piaceranno sicuramente ai cultori del genere. Sul solco della tradizione, ma nello stesso tempo ricca di componenti innovative per il periodo, la scrittura di Mary Fitt in un certo senso può apparire moderna, e sicuramente questo rende piacevole la lettura.
Jake Seaborne, giovanotto di belle speranze, studente di medicina in vacanza, durante una gita in aperta campagna viene colto da un violento temporale. Con l’auto in panne non può far altro che avventurarsi per stradine e sentieri sterrati e si imbatte così in un grande cancello sorretto da due pilastri coperti di muschio con in cima statue di animali (per la precisione tre scimmie).
Un viale porta a una grande villa grigia, dall’apparenza disabitata, e il nostro non può far altro che percorrerlo, sentendosi quasi atteso. E’ così è, ma non attendono lui.
Ad aprirgli il classico domestico inglese, che l’accompagna in un vasto soggiorno pieno di gente ostile e infelice. Presto il malinteso verrà risolto. L’ospite atteso è un tale Hugo Ullstone, nuovo proprietario della magione, figlio maggiore ed erede del vecchio ed eccentrico patriarca James Ullstone. In gioventù aveva sposato una donna indiana, e tenuto il suo figlio mezzosangue, lontano dall’Inghilterra, sebbene non si fosse mai del tutto disinteressato di lui.
La sua comparsa in attesa, scompiglia le vite dei suoi due fratelli minori Ursula e Jim, di colpo non più eredi assoluti come si erano sempre creduti, e anche gli altri membri della famiglia considerano la sua presenza una fonte di disturbo, l’esito sconsiderato di un uomo che negli ultimi tempi della malattia, (morirà per un tumore al cervello) non era tanto lucido.
Chiarito che Jake Seaborne non è Hugo, il giovane vorrebbe andarsene, (avverte che in quel covo di vipere, alberga un pericolo incombente), ma il neurochirurgo Frederick Lawton lo convince a restare e fare le sue veci, dato che deve tornare a Londra.
Il giorno dopo finalmente Hugo arriva. Ma le sorprese non sono finite e naturalmente ci scappa il delitto. Così entra in scena finalmente il sovrintendente Mollett e l’indagine prende inizio.
L’inizio come nella più pura tradizione gotica ci porta tra tuoni e fulmini in una grande casa apparentemente disabitata in aperta campagna. Protagonista della vicenda, un giovane novello Teseo, a cui l’autrice permette di uscire dal labirinto. Tra inganni, avidità, e sprazzi di vera e propria pazzia, nessuno è quasi mai quello che sembra, e questi cambi repentini di prospettiva, sono senz’altro la parte più moderna del testo. Buona lettura!

Mary Fitt (1897-1959), pseudonimo dell’insigne grecista inglese Kathleen Freeman, nacque a Yardley e compì gli studi presso l’University College of South Wales, dove fu docente di greco dal 1919 al 1946. Esordì nella narrativa gialla nel 1936 con Murder Mars the Tour e due anni dopo creò il suo personaggio per eccellenza, l’ispettore Mallet, poi sovrintendente, che fece la sua prima apparizione in Expected Death e l’ultima in Mizmaze (1959), comparendo in tutto in diciotto dei ventisette mystery dell’autrice. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, alternò la pubblicazione di gialli a quella di saggi sul mondo greco classico rivolti, come dichiarò spesso, alla gente comune e firmati col suo vero nome. La sua produzione comprende anche innumerevoli articoli per riviste accademiche, diversi romanzi non di genere poliziesco, due dei quali firmati con lo pseudonimo di Stuart Mary Wick, uno studio su Jane Austen, una serie di libri per bambini e svariati racconti gialli. Con l’ammissione nel prestigioso Detection Club di Londra, avvenuta nel 1950, Mary Fitt entrò nel numero dei grandi giallisti inglesi. Fra i suoi mystery migliori si segnalano The Three Hunting Horns (1937, I tre corni da caccia – I bassotti n. 99), Death and Mary Dazill (1941), Death and the Pleasant Voices (1946, In una sera di pioggia – I bassotti n. 135), Death on Heron’s Mere (1941) e Sweet Poison (1956).

:: La strada per Itaca, Ben Pastor, (Sellerio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2014

4717-3La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
Ambientato tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1941, il romanzo si pone cronologicamente tra Lumen e Il cielo di stagno facendo luce sulla “vacanza” cretese che Bora si prese poco prima dell’invasione nazista dell’ Unione Sovietica, che sciolse di fatto il patto Ribbentrop-Molotov e diede il via all’ Unternehmen Barbarossa. (Operazione suicida con il senno di poi, ma già la storia aveva dato le sue lezioni, pensiamo solo a Napoleone).
Bora si trova a Mosca al seguito della delegazione diplomatica tedesca, quando riceve da Berija in persona il compito di recarsi a Creta, appena conquistata dai tedeschi, e sottratta agli inglesi, per procurarsi alcune casse di Dafni e Mandilaria, due pregiati vini cretesi da sfoggiare nei ricevimenti da ambasciata, anche se la richiesta più che altro poteva suonare come un memento, che il capo dell’NKVD poteva tutto, disponendo a piacimento della vita delle persone fossero anche state ufficiali tedeschi trasformati in suoi servitori.
Bora accetta l’incarico (non che abbia scelta) con una certa irritazione, ma quando si trova sotto l’accecante sole di Creta scopre suo malgrado che un altro incarico l’attende. Una strage di civili avvenuta in una villa poco lontano da Iraklion, sulla costa settentrionale di Creta, sembra avere ripercussioni quantomeno inquietanti. La vittima principale era un cittadino svizzero, (per cui l’incidente diplomatico con un paese neutrale non è una prospettiva tanto remota), per giunta membro dell’associazione Ahnenerbe di Himmler. Presunti colpevoli, un gruppo di paracadutisti tedeschi, che alcune foto, reperite in modo avventuroso, collocano sul luogo della strage al momento in cui fu perpetrata. Chiamato in causa, l’Ufficio Crimini di Guerra, onde evitare l’intervento della Croce Rossa Internazionale, e pure la curiosità di Himmler, incarica Bora di indagare sul caso, e possibilmente discolpare i paracadutisti coinvolti.
Aiutato dal commissario di polizia greco Vairon Kostaridis, personaggio solo apparentemente buffo, che riserverà parecchie sorprese, e da una recalcitrante archeologa americana, Frances L. Allen, “costretta” ad accompagnarlo all’interno delle isola sulle tracce di un testimone della strage, Bora dipanerà un’intricatissima matassa, illuminato da una singola parola, “prestigio”, causa di un suo litigio quando aveva solo dodici anni, che in realtà fa emergere nella sua coscienza (oltre all’intuizione risolutiva per la soluzione del caso) i germi di un’inquietudine che maturerà negli anni successivi. La coscienza del divario tra la sua Germania, alla quale si sente fedele e lealmente ne persegue gli interessi, e la Germania nazista, in mano a uomini nuovi come “Waldo” Preger, il ragazzino con cui si era accapigliato e che ora ritrova come capitano dei paracadutisti.
La strada per Itaca, si pone quindi come un romanzo di passaggio, dalle forti valenze psicologiche, capace di far luce sull’animo complesso e tormentato di Bora, novello Ulisse, (è l’omonimo romanzo di Joyce che si porta dietro tra i suoi pochi effetti personali assieme all’immancabile diario), sulla via di casa. Forse l’eccessiva complessità, rende la lettura meno scorrevole di altre letture, ma la bellezza della scrittura della Pastor, mai banale, mai scontata, dalle forti valenze letterarie, rende il testo ricco di fascino. La ricostruzione storica come sempre è accurata, e ricca di aneddoti e apparizioni (pensiamo solo allo scrittore americano Erskine Caldwell) e ci riporta al periodo della Seconda Guerra Mondiale, ancora controverso, ancora poco approfondito.
La Pastor sceglie di parlarci della storia, (l’aspetto investigativo è solo una sfumatura della narrazione, forse nemmeno quella più rilevante) dal punto di vista di un perdente, un ufficiale tedesco della Germania nazista (sebbene definirlo lui stesso nazista è sicuramente impreciso), e i rischi di questa scelta sono numerosi. Consideriamo solo l’apparente scarso coinvolgimento emotivo del personaggio per una strage di civili, difficile da considerare positivo per una sensibilità moderna. O l’accettare l’inganno (anche crudele) ai danni dell’archeologa americana, come naturale e giustificabile. (L’astuzia di Ulisse).
Ciò non toglie che un personaggio più noir di così è difficile immaginarlo e forse proprio questo rende la lettura una sfida. La mentalità, la concezione del suo stato sociale, i suoi ideali, la sua educazione, sono ricostruiti in modo degno di ammirazione, anche quando si contrappongono ai corrispettivi moderni. Martin Bora è un uomo del suo tempo, con limiti ed eroismi, e questa umanizzazione del personaggio è sicuramente la parte più riuscita del romanzo e dell’intera serie.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

:: Mediorientarsi: La signora melograno, Goli Taraghi, (Ed. Calabuig, 2014) a cura di Matilde Zubani

25 dicembre 2014

Cover_SignoraMelograno1-253x300Con questa raccolta di sette racconti dal sapore autobiografico (La signora melograno, Ed. Calabuig, traduzione dal persiano di Anna Vanzan), Goli Taraghi ci guida in un viaggio sul filo della memoria, tra Parigi e Tehran, raccontandoci storie di esilio, lontananza, straniamento: piccole vicende quotidiane, mai banali, storie di vite “sospese” tra presente e passato.
Il mio racconto preferito (che poi è anche quello più famoso) è senz’altro La signora melograno, che dà il nome all’intera raccolta. Il setting è quello dell’aeroporto, metafora di quel limbo tra il paese vecchio e il nuovo, dove l’autrice incontra l’anziana signora Anar (letteralmente “melograno”) che ha lasciato per la prima volta il suo villaggio di campagna per raggiungere gli amati figli, emigrati ormai da anni in Svezia. Quello di Anar è un vero e proprio “viaggio della speranza”: paure, aspettative e illusioni si mescolano alle difficoltà materiali e fisiche di un’arzilla vecchietta semianalfabeta che si scontra con una modernità ostile quanto incomprensibile.
Molto interessante, seppur dal retrogusto più amaro, anche il racconto intitolato Madame Lupo, ambientato a Parigi dove l’io narrante (anche in questo caso femminile) e i figli trovano scampo dai bombardamenti dell’aviazione irachena su Teheran. C’è qui una riflessione sull’ansia e la frustrazione dell’emigrante che si trova a fare i conti con il suo orgoglio ferito dall’emarginazione in cui è costretto a vivere, dal sospetto con cui viene guardato. Quell’orgoglio “che ci è stato installato 2500 anni fa e ci fa guardare dall’alto, con distacco, gli accadimenti della civiltà e ogni cambiamento, protetti dalla convinzione che noi, eredi di Ciro e Dario, anche nei momenti di decadenza e rovina, siamo comunque superiori a tutti gli altri”.
Cresciuta a Tehran in una famiglia agiata e colta, Goli Taraghi lascia l’Iran nel 1978, quando la Rivoluzione Islamica irrompe nella sua vita costringendola a cercare rifugio all’estero. In questo spazio, geografico-temporale, si muovono i suoi personaggi: uomini e donne apparentemente stanchi e malinconici, ma mai sconfitti. Dalle pagine trapelano i complicati rapporti della scrittrice con il suo paese d’origine e con quello che l’ha accolta, impazienza e tenerezza si alternano sottolineando di volta in volta l’amarezza e l’ironia.
Lo stile è scorrevole, il ritmo culla piacevolmente il lettore, merito forse anche della traduzione che Anna Vanzan, iranista e islamologa, ha fatto direttamente dal persiano (cosa rara!). Da questi racconti emerge un’eterna testimonianza di vitalità dal valore universale, che sopravvive agli eventi più imprevedibili e drammatici, mentre il viaggio non è più solo tra Oriente ed Occidente, ma è dentro ognuno di noi.
Consigliato a chi si sente “geograficamente in sospeso” e a chiunque sia curioso di scoprire di più sulla diaspora iraniana attraverso osservazioni accorte e sensibili.

Diaspora iraniana – La rivoluzione iraniana del 1979, che porta alla caduta dello Shah e al rientro dell’Ayatollah Khomeini dall’esilio a Parigi, coincide con l’esodo di circa cinque milioni di iraniani. I primi a lasciare il paese sono coloro che erano stati i più vicini allo Shah – comandanti delle forze armate e personale amministrativo – che si considerano minacciati dal nuovo regime. La situazione precipita quando l’Iraq dichiara guerra all’Iran: in molti fuggono per salvarsi dai bombardamenti e dalla miseria. A partire dalla rivoluzione khomeinista, è comunque soprattutto la repressione politica e sociale ad alimentare l’emigrazione: leggi che limitano la libertà individuale (diritti delle donne, censura, diritti politici) spingono un numero crescente di iraniani, tra cui diversi intellettuali, a lasciare il paese. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, tra i paesi in via di sviluppo, l’Iran è quello in cui l’emorragia di risorse intellettuali è più forte. Oggi sono gli Stati Uniti ad ospitare il maggior numero di iraniani al di fuori dell’Iran: tra il 1980 e il 1990 la percentuale è aumentata del 75% e si stima che oggi siano circa 5-600.000. L’area metropolitana con maggiore concentrazione di immigrati iraniani è la città di Los Angeles che per questo motivo viene soprannominata “Tehrangeles”.