Argentina è anziana, ma vive ogni giorno con l’entusiasmo di quando era bambina, ricordando il paesino in Basilicata che lasciò all’inizio degli anni Cinquanta per venire a vivere a Milano con il marito ormai morto. Arianna non ha ancora diciotto anni, soffre per il suo sovrappeso e bullismo e bocciature l’hanno portata a chiudersi in casa davanti al pc e in mezzo ai libri.
Due persone più diverse tra di loro non potrebbero esistere, ma quando Arianna viene praticamente costretta dai genitori ad accettare un lavoro come dama di compagnia di Argentina pena il non poter più usare il pc per rimanere in contatto con i suoi amici e scrivere sul suo blog letterario, tra queste due donne di età diversa nasce qualcosa di indescrivibile, che le porterà a rivoluzionare le loro vite, Argentina per quello che le resta, Arianna per trovare un nuovo inizio.
Il tema del rapporto tra generazioni è un evergreen e un qualcosa che torna molto nei romanzi di questi anni, soprattutto nelle storie al femminile. Nella storia che Michela Tilli racconta però sono tanti gli elementi interessanti e attuali, oltre che un’ambientazione per una volta italiana e non straniera, tra le metropoli del Nord e i paesini da cui tante persone sono partite anni e anni fa, per non tornare ma lasciando lì una parte del loro cuore.
Argentina, capace di raccontare storie appassionanti e di avere ancora sogni nel suo cuore, è un’anziana, che la figlia in carriera sopporta a fatica, perché è lontana anni luce dagli standard di efficienza della nostra società ed ormai è ai margini della vita. Arianna rappresenta un altro problema di oggi, l’emarginazione dei giovani soprattutto di genere femminile che non si adeguano ai canoni e ai modelli familiari e sociali, perché è sovrappeso, intelligente ma timida, persa in un suo mondo tra pc e libri da cui è difficile uscire e in cui lei sta bene e che i genitori non capiscono.
Da due marginalità, nate in maniera diversa ma sempre marginalità, nasce complicità e amicizia, perché Argentina darà a Arianna considerazione e stima, e Arianna darà ad Argentina la voglia di dare un’ultima svolta alla sua vita, perché non c’è un’età giusta per inseguire i propri sogni.
Tutto questo non è scontato né retorico, in una società come la nostra che discrimina anziani e diversi, dove aumenta il numero di ragazzi e ragazze, per la crisi ma non solo, che decidono di chiudersi in casa perché il mondo fuori ragiona per stereotipi: si chiamano hikikomori, termine giapponese perché nel Paese del Sol levante ci sono stati i primi studi su di loro, ma ormai ci sono in tutto il mondo occidentale.
Un libro che parla di ieri e di oggi, della vita nei decenni passati e di come si vive oggi, di amicizie improbabili ma vere, della difficoltà ma anche della ricchezza di essere diversi, dell’importanza di saper capire cosa si vuole e qual è il nostro posto nel mondo, anche se non si ha la fortuna di incontrare una Argentina nella propria vita.
Intervista con Michela Tilli qui.
Michela Tilli è nata a Savona e vive a Monza con il marito e i due figli. Dopo gli studi in filosofia ha intrapreso la carriera di giornalista che ha poi lasciato per dedicarsi alla scrittura narrativa. È stata autrice per la TV e attualmente lavora per il teatro.
Il libro scelto da Garzanti per celebrare la Giornata della Memoria di quest’anno, che coincide con i settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, è La memoria dei fiori, titolo deciso a tavolino per presentare Il diario di Rywka Lipszyc, un’adolescente ebrea del ghetto di Lodz, in Polonia.
E’ il 1990 a Beirut e Karim Shamms sta per compiere quarant’anni. Sta aspettando un taxi che lo porterà all’aeroporto, dove si imbarcherà alla volta Montpellier per fare ritorno a casa dalla moglie e dalle figlie. Comincia così questo nuovo libro di Elias Khoury (Specchi rotti, Feltrinelli, 2014), un romanzo che varrebbe la pena leggere solo per il suo essere semplicemente bello, ma che è molto di più: è un vortice di mille storie, accennate e intrecciate, che il lettore si trova a vivere, non una dopo l’altra, ma tutte insieme, perché ‘Beirut è una città di specchi dove ognuno è se stesso e molti altri’.
Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry è uno dei libri per bambini – adatto anche agli adulti-, più conosciuti al mondo e non a caso è stato tradotto in più di duecento lingue e dialetti, tra cui l’Esperanto. Nonostante questa sua fama, l’ho letto – e me ne pento – per la prima volta solo qualche anno fa. La mia prima conoscenza del Piccolo principe è avvenuta attraverso un cartone animato che facevano in TV negli anni ’80, del quale ricordo l’immagine di questo ragazzino biondo, che viveva sul suo pianeta con una rosa parlante. Solo anni dopo, ho scoperto che quel cartoon era ispirato al libro dello scrittore di Lione, pubblicato per la prima volta il 6 aprile del 1943, in inglese, dall’editore Reynal & Hitchcock di New York. La storia è semplice e affascinate, perché narra l’incontro tra un pilota di aerei, precipitato nel deserto del Sahara, e un bambino che come prima cosa gli chiede di disegnargli una pecora. Il pilota, nel quale non è difficile, identificare l’autore stesso, rimane un po’ stranito dalle richieste e dalle cose che quello strambo ragazzino gli chiede. Solo ascoltandolo, l’adulto capirà che quel bambino ha in sé un’avventurosa storia da raccontare. Il Piccolo principe comincia a dire di sé, narrando che viene da un asteroide dove vive con rosa vanitosa che lui accudisce. Il ragazzino prosegue il suo racconto descrivendo i viaggi che ha fatto, prima di arrivare sulla Terra, partendo dall’asteroide 325 al 330. Queste esperienze gli hanno fatto scoprire che i grandi sono persone davvero molto strane. Il Piccolo Principe non venne solo scritto, ma anche illustrato da Antoine de Saint-Exupéry e ciò che mi stupisce di questo libro, ogni volta che lo rileggo, sono la spontaneità insita nel piccolo protagonista e la sua capacità di stupirsi davanti alle piccole cose quotidiane. Lo sguardo puro e innocente del ragazzino venuto sulla terra da un altro pianeta, mi fa pensare a quella “parte bambina” che molte persone perdono, assieme alla capacità di provare meraviglia per gli eventi del viver quotidiano, quando diventano adulti. Forse al Piccolo Principe i grandi incontrati (un vecchio re solitario che si crede onnipotente e che cerca di farlo suo ministro per essere sempre ascoltato; un uomo d’affari che passa i giorni a contare le stelle credendo che siano sue; o un geografo seduto alla sua scrivania che ha idea di come sia fatto il suo pianeta) sembrano strani, poiché seguono un comportamento che non ha più la spontaneità tipica della fanciullezza, perché trasformato dalle prove della vita. Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry è sì un libro per bambini, ma ha in sé una natura filosofica che riflette su tematiche eterne della condizione dell’uomo come la solitudine, il significato dell’amore e dell’amicizia. Un pensare che invita tutti i lettori – grandi o piccini che siano – a cercare il senso della vita e a mantenere viva, anche da grandi, la stessa capacità di meravigliarsi per le piccole cose, tipica del Piccolo Principe venuto dall’asteroide B 612.
Quello che mi ha stupito di La ballata di Dante di Eduardo González Viaña è la capacità dell’autore di realizzare una sorta di versione latinoamericana della Divina Commedia di Dante (non me ne vogliano le spoglie del sommo poeta). Non fraintendete l’affermazione precedente, ma conosce la vicenda narrata dal poeta fiorentino, leggendo questo libro edito da Baldini&Castoldi avrà la sensazione di sentir riecheggiare Dante nella contemporaneità americana di Viaña, dove cultura made in U.S.A. e made in Messico si incontrano e scontrano. Dante Celestino è come il Dante della Divina Commedia, perché anche il personaggio dello scrittore sudamericano partirà per un viaggio che lo porterà ad attraversare l’inferno e il purgatorio, prima di raggiungere una situazione di vita paragonabile alla tranquillità paradisiaca. Il messicano Dante Celestino arriva in Oregon e rimane sempre fermo in quel luogo dove, da solo, cerca di crescere la figlia Emmita, perché la moglie bibliotecaria Beatriz, altro riferimento alla Divina Commedia che richiama alla mente la Beatrice del paradiso dantesco, è morta. Quando la ragazzina raggiunge i quindici anni, Celestino preso dall’entusiasmo –troppo in effetti- organizza una spettacolare cerimonia per celebrare l’ingresso della figlia in società. La gioiosa fatica di Dante verrà spazzata dalla brutale irruzione durante i festeggiamenti di un gruppo di giovani motociclisti che semineranno paura e terrore tra i partecipanti. Il dramma si compie con la fuga di Emmita con Johnny Cabada, il capobanda dei bikers, che si è arricchito con il traffico di stupefacenti. Dante, accompagnato da un asino zoppo e parlante che gli fa da guida spirituale e che, non a caso, si chiama Virgilio, valica i confini dell’Oregon viaggiando per tutti gli Stati americani alla ricerca dell’amata figlia. Certo, nel libro di Viaña non troviamo i vari gironi danteschi con i loro dannati, ma nelle avventure vissute da Celestino povertà, istinto di sopravvivenza, violenza e male che mina gli uomini si mescolano in modo così perfetto da fa apparire, agli occhi di chi legge, il pellegrinaggio del protagonista un vero e proprio viaggio all’inferno. La ballata di Dante di Viaña è interessante perché attraverso la figura di Dante Celestino e della figlia, l’autore racconta le difficoltà di inserimento sociale che molti immigrati hanno nel momento in cui si trasferiscono dal loro Paese d’origine in quello che li ospita. Se la figlia di Dante si sente perfettamente americana e in certi momenti sembra quasi ripudiare le proprie origini del Sud, il padre è l’opposto. Dante vive da sempre in Oregon in condizioni economiche non floride, non sa parlare inglese, non ha documenti d’identità regolari e non riesce a integrarsi nella società americana, perché molto legato alle sue radici messicane. Questo non fa altro che creare un conflitto con la giovane e ribelle Emmita, un dissidio riguardante il classico conflitto generazionale tra genitori e figli. La ballata di Dante Eduardo González Viaña crea il giusto equilibrio tra fantasia e realtà, nel quale temi come gli scontri tra culture diverse e generazioni differenti è trattato con delicatezza, garbo e con una sottile ironia che conferma quanto i libri, spesso e volentieri, riflettano quella che è al realtà quotidiana nella quale i lettori vivono. Traduzione Lucia Lorenzini.
Siamo nel 1908, Philip incontra Josephine, una bambina speciale e decide di prenderla con sé. Per Josephine il cambiamento sembra essere noioso, sì sta imparando a leggere, a scrivere, a vivere nella società per bene, ma non sono solo questi i cambiamenti, Philip infatti è uno stregone del sangue e le insegnerà tutto riguardo alla magia, anche a come prolungare la vita in modo da poter vivere quasi per sempre.
Il Puzzle di Dio, Laura Costantini e Loredana Falcone, Goware
Cacciatori di Fantasmi, Fabio Monteduro, Runa Editrice
Il messaggero dell’alba, Francesca Battistella, Scrittura & Scritture Editore
In fondo al tuo cuore, Maurizio de Giovanni, Einaudi
Sheldon Horowitz, ebreo americano, ex marine, ha vissuto sulla sua pelle le guerre degli ulitmi sessant’anni della storia mondiale e ora si ritrova vedovo, a vivere con la nipote, figlia nata postuma del figlio deceduto in Vietnam quarant’anni fa, e il compagno di questa in Norvegia, paese così lontano dagli Stati Uniti, dove ha fatto l’orologiaio, non dimenticando il suo passato con cui non riesce a fare i patti fino in fondo e ha qualche problema legato all’età di mancanza di memoria e simili.
“Per caso o per destino l’8 settembre 1943 fu anche la data in cui fu stipulato l’armistizio, ma questa volta la famosa Madonna sembrò uscire dalla storia ufficiale. Ben presto i rifugiati bellici nella caverna mariana si accorsero che c’era poco da stare euforici, anzi che la situazione si era aggravata, né si sapeva attribuire alla Madonna alcun intervento prodigioso. Senza sosta rimbombavano le cannonate. I napoletani, dopo l’ordine di evacuare le zone prossime al mare, erano per strada con le loro misere masserizie disposte su birocci, non sapendo dove dirigersi. Dunque il precristiano antro dedicato a Mitra o a Priapo ospitò nuovi rifugiati, e si delineò una marcata scissione tra arcaica religiosità e incombenze smitizzate. I tedeschi intensificarono le loro azioni di sabotaggio e di terrorismo. Gli americani sbarcarono a Capri […] Mancava l’acqua, mancava il cibo, mancava lo Stato, ma certo non mancava Dio. […] Il senso di rivolta divampò senza programma, senza collegamenti, come un misterioso tam tam che allargò sempre più la propagazione. […] E furono le Quattro Giornate di Napoli e le quattro notti del nazismo, in cui l’umano senso del tutto per il tutto spezzò il ferro spinato che aveva tenuto in abiezione l’anima del mondo.”
Chiara Sebastiani, docente all’Università di Bologna di Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane è una conoscitrice della situazione in Tunisia, Paese vicino all’Italia ma percepito come emblema di un’altra cultura e mondo, a cui ha dedicato il saggio Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico, scritto alla vigilia delle ultime elezioni, importante per capire destini e evoluzioni di questa nazione divisa tra Oriente e Occidente.
L’isola dei libri perduti di Annalisa Strada, edito da Einaudi, è un libro per ragazzi, ma allo stesso tempo la sua storia dimostra –ai bambini e agli adulti- che non si deve avere paura dei libri, anzi si deve continuare ad amarli, perché leggendoli, di generazione in generazione, si manterranno vive le loro storie e i loro valori. La trama del libro della Strada prende il via a Thia, un’isola sperduta nel mare, dove gli abitanti vivono seguendo, nel massimo rispetto, le leggi di vita imposte dal governo centrale. Più che un luogo di felicità, Thia sembra essere una sorta di fortezza-prigione circondata da acque e sabbie mobili che la separano dal resto del mondo. La vita sull’isolotto scorre in modo ripetitivo, sempre uguale a se stessa, divisa tra monotone attività e divieti imposti da chi è il potere. Tra di essi c’è quello della lettura, tanto è vero che di libri sull’isola non se ne vedono e non se ne leggono. Tutta questa uniforme tranquillità, comincia a star stretta ad Amalia, a Nazario, alla ribelle (e ne ha tutte le ragioni, vista la vita familiare da incubo) Flora e al sempre titubante Corrado. I quattro compari decidono quindi di tentare la fuga, per scappare da una vita vuota di emozioni, che non mostra loro nessuna prospettiva allettante per il futuro. I ragazzi hanno una vecchia mappa che studiano per trovare la migliore via per evadere e durante la preparazione del piano di fuga conoscono l’anziana Agape, una simpatica nonnina, che assieme ad alcuni e fedeli aiutanti ha salvato dal macero i libri messi al bando dal governo. L’isola dei libri perduti di Annalisa coinvolge quattro ragazzi alla ricerca della propria identità. A tratti la trama potrebbe sembrare vaga e mancante di qualcosa, ma proprio questa sensazione di incertezza è quella che affligge i protagonisti, costretti a vivere in un mondo nel quale non vedono e non trovano speranze per il futuro. Proprio per questa ragione i ragazzi vogliono rompere gli schemi imposti da altri, per assaggiare la vera libertà e costruirsi una vita con le proprie mani, perché anche i loro genitori sembrano non capirli. Il libro mi ha richiamato alla memoria Fahrenheit 451, solo che qui i protagonisti non sono i pompieri e i piromani incendiari presenti nel libro di Bradbury, in L’isola dei libri perduti di Annalisa Strada ci sono adolescenti che hanno bisogno di maggiori certezze, uscendo da una dimensione d’instabilità esistenziale che sta impedendo loro di conoscere il mondo attraverso il vivere e la lettura. Dai 12 anni in su.
























