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:: I Maigret 12 di Georges Simenon (Adelphi, 2016) a cura di Daniela Distefano

7 giugno 2018

I MAIGRET 12 - SimenonRaramente Maigret parlava del suo mestiere, e ancor più raramente esprimeva un’opinione sugli uomini e sulle loro istituzioni. Diffidava delle idee, sempre troppo nette per aderire alla realtà che invece, lo sapeva per esperienza, così mutevole”.

“Maigret e i vecchi signori”, “Maigret e il ladro indolente”, “Maigret e le persone per bene”, “Maigret e il cliente del sabato”, “Maigret e il barbone” sono i titoli di cinque racconti di Georges Simenon, impagabile scrittore di gialli dalla fattura geniale. In questo volume che li raccoglie – I Maigret 12 (Adelphi) – la sua creatura letteraria si imbatte in pezzi di società andati a male, individui corrotti dai filamenti di classi sociali che non li proteggono dai colpi del destino. Uomini e donne cristallizzati dalle abitudini, dallo scorrere sempre uguale dei giorni, oppure bevitori falliti che cercano un riscatto che non arriverà mai, persino barboni dal passato ineccepibile poi avariati per scelta, per non essere vinti, per viaggiare liberi sulle montagne russe. Simenon li accarezza, li mantiene saldi con una scrittura sempre impeccabile e fa ammirare scorci di una metropoli sfondo e insieme protagonista con i suoi cieli, con le sue stagioni che sembrano non mutare mai:

A Parigi si respirava ancora aria di vacanze. Non era più la Parigi deserta di agosto, ma continuava ad aleggiarvi una sorta di pigrizia, una riluttanza a riprendere la vita di tutti i giorni. Se avesse piovuto, se avesse fatto freddo, sarebbe stato più facile. Quell’anno, invece, l’estate non si decideva a finire”.

Maigret intanto gongola nel fare da paravento alle azioni criminose: annaspa, entra nella mente dell’assassino oppure si perde anche lui nei cunicoli della indeterminatezza esistenziale; vorrebbe riposarsi di più, poi però si butta a capofitto sui casi efferati, perché

Era stato contento, certo, di avanzare di grado, di diventare finalmente il signor commissario, capo della Squadra Omicidi. Eppure aveva nostalgia di certi appostamenti nelle notti d’inverno, quando si gela, delle portinerie sature degli odori più diversi in cui si andava per giornate intere a rivolgere sempre le stesse domande, in apparenza inutili. Non per niente nelle alte sfere gli rimproveravano di lasciare appena possibile l’ufficio per tornare a fare il segugio. Come spiegare, soprattutto a quelli della Procura, che aveva bisogno di vedere, di fiutare, di impregnarsi di un’atmosfera?”.

Se avete voglia di leggere qualcosa di essenziale e perfetto come l’acqua pura, godetevi questo inizio d’estate con un libro che mette d’accordo la curiosità, il pungolo narrativo, il brivido nella pacatezza, il piglio sornione e quello istrionico.

“ … Tutte le persone della sala sembravano dare molte cose per scontate: che sarebbero state invitate a degli eventi sociali, che avrebbero avuto amici e parenti con cui parlare, che si sarebbero innamorati e che il loro amore sarebbe stato ricambiato, che forse avrebbero formato una propria famiglia ….”

Georges Simenon Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 è stato un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla “Gazette de Liège”, dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell’arco di tre anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista “Détective”, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.
Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere.
Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc.
Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell’assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna.
Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d’oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet.
Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia.
Georges Simenon muore a Losanna nel 1989.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Correre è la risposta di Ivana Di Martino (Sperling & Kupfer 2018) a cura di Marcello Caccialanza

7 giugno 2018

Correre è la risposta di Ivana Di MartinoCorrere è la risposta” di Ivana Di Martino, edito dalla Sperling & Kupfer è un libro che merita di essere letto perché rappresenta una sorta di ideale vademecum per quanti nella loro vita hanno subito una clamorosa battuta d’arresto e, nonostante ciò, hanno deciso, con fermezza e convinzione, di non arrendersi e di dire sì ancora una volta alla vita!
Sono parole e pensieri di una delicatezza e di un’empatia che toccano il cuore e ti danno quella speranza che ti fa sfidare il mondo con un dito!
E anche se ti trovi nel buio più profondo, hai l’innata consapevolezza, dentro di te, che in fondo a qualsiasi tunnel, vi è sempre una luce a cui aggrapparsi con prepotenza. Sta a noi indossare l’armatura e sconfiggere quel mostro che si cela dietro le avversità quotidiane!
Ivana non è una super – donna, ma una moglie, un’amica ed una madre. Lei ha sempre amato correre veloce e sfidare il vento; perché questo sport richiede abnegazione, impegno e soprattutto sudore, ma alla fine come in ogni favola che si rispetti c’è sempre una morale nascosta: ogni sforzo ben ponderato regala energia e voglia di vivere!
Un giorno, però, Ivana ha una brutta sorpresa; scopre che il suo cuore ha problemi e che deve essere operata. Lei non si perde d’animo indossa la sua armatura e lotta con astio e convinzione contro questo drago! Lei è tosta e ce la fa!
Ma la parte più bella di questa narrazione è proprio nel racconto appassionato e vissuto di una miracolosa rinascita, che la porterà a ricominciare, contro il parere di quanti le stanno accanto, a correre e sfidare di nuovo quel vento amico e compagno di tante splendide avventure!
E dal 2013 lo farà solamente a scopo benefico. Non c’è che dire un contagioso e meraviglioso esempio di coraggio e di altruismo.

Source: libro del recensore.

:: Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman (Garzanti 2018) a cura di Valeria Giola

7 giugno 2018

Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman“ … Tutte le persone della sala sembravano dare molte cose per scontate: che sarebbero state invitate a degli eventi sociali, che avrebbero avuto amici e parenti con cui parlare, che si sarebbero innamorati e che il loro amore sarebbe stato ricambiato, che forse avrebbero formato una propria famiglia ….”

Vi sarà capitato di leggere la recente notizia circa la novità introdotta dal premier inglese Theresa May. Nella verde Inghilterra, circa nove milioni di persone sostengono di sentirsi soli e ciò ha fatto scattare l’idea di istituire un “Minister of Loneliness”. A Mrs Tracey Crouch, già membro della camera dei Lord, è stato affidato il delicato compito di sfidare la piaga della solitudine attraverso elaborate strategie. Probabilmente una Eleanor Oliphant in carne e ossa diventerebbe un caso sul quale il team di Mrs Crouch potrebbe creare un piano ad- hoc.
Eleanor Oliphant sta benissimo” è il titolo del romanzo di esordio della scrittrice scozzese Gail Honeyman, edito da Garzanti e tradotto da Stefano Beretta. Eleanor vive in Scozia, in città. Ha un lavoro, una casa, una pianta “Polly”. Ha un’esistenza, che non significa avere una vita, per sua stessa ammissione. Ha un passato. Sopravvive al presente. Qualche volta sogna un futuro migliore. Eleanor è sola. Non ha una famiglia che la sostenga, non ha amici che le tengano compagnia, non ha parenti che si interessino a lei. Non ha un compagno né figli da amare. Eleanor non conosce l’amore e le carezze, ciò che ricorda della sua infanzia è uno spettro che la tormenta. Ma lei è come un fiore che cresce tra le faglie dell’asfalto: vive, nonostante tutto.
Il romanzo può essere visto come una sorta di diario, diviso in tre sezioni, nel quale la protagonista racconta un frangente della sua vita e rimanda se stessa (e il lettore) a frequenti flashback nel suo passato oscuro e violento. La narrazione in prima persona è perfetta in quanto, già dalle prime pagine, si evince come l’autrice desideri farci scoprire la personalità eccentrica della protagonista, la sua semplicità nonché le sue angosce. Saremmo di fronte a un romanzo denso di lacrime se non fosse che per tutte le trecentotrentotto pagine si respira un’ironia irresistibile e dosata alla perfezione che induce il lettore a innamorarsi di Eleanor Oliphant. Non è un caso se il Daily Mail ha definito quest’opera “ indimenticabile e vero”. Siamo di fronte a una miscela di sarcasmo e commozione, riflessioni corpose e dolcezza infinita che fanno de “Eleanor Oliphant sta benissimo” un autentico capolavoro.

Gail Honeyman è nata e cresciuta in Scozia, ora vive a Glasgow e fin dai tempi della scuola la scrittura per lei è stata non solo un’attitudine ma un sogno. Un sogno che ha custodito e coltivato per anni. Un sogno che è diventato un progetto a cui ha dedicato tutto il suo tempo: dalle pause pranzo alle notti di ispirazione. Quel progetto è Eleanor Oliphant sta benissimo, che oggi è un caso editoriale eccezionale, un bestseller venduto in 35 paesi.

Source: acquisto di Liberi di scrivere per il recensore.

:: Drammi quotidiani, di Paolo Panzacchi (Pendragon 2018) a cura di Federica Belleri

6 giugno 2018

drammi quotidianiAvete presente le gag di Aldo, Giovanni e Giacomo? E Camera Cafè? O Giuseppe Giacobazzi?
Ecco, mescolatele. Aprite il libro di Paolo Panzacchi e lo scoprirete. Vivrete la quotidianità di Francesco Garelli, pubblicitario, e della sua famiglia. Lo stress di ogni giorno, il tempo che è sempre troppo poco, il disordine e lo stipendio risicato. I risvegli del lunedì e i panni da stendere. Il complicato equilibrio tra carriera e coppia. L’invadenza dei suoceri e molto altro.
Questa è una storia per chiunque si senta stretto e costretto, per chi ha voglia di perdersi nei ricordi e di lasciarsi andare alla malinconia. Si ride, certo. E si sorride parecchio, ma nulla viene tolto alle descrizioni dei nostri anni, all’amore trascurato e ai difficili progetti da realizzare.
Le scelte si pagano, è inevitabile. La nostalgia prevale, la voglia di prendere un’iniziativa anche solo una, è devastante.
E allora si decide, si cambia, ci si rinnova. Ci si libera dalle convenzioni e via, un tuffo nel blu. O no?
Una lettura che apre spunti per interessanti riflessioni.
Assolutamente consigliato.

Source: omaggio dell’autore.

:: La stella in cima all’albero di Daniela Distefano

31 Maggio 2018

kiss

Lasciarsi è un evento sempre traumatico, anche se a volte liberatorio. Troncare una relazione a Natale è il dono più dolente sotto l’albero. Claudio mi ha lasciata il venticinque dicembre di due anni fa, e da allora ho preso a festeggiare questa ricorrenza con il dolore negli occhi.
Le ho provate tutte, ma nessuna frase, parola, consiglio, avvertimento, sono bastati per farmi superare questo choc.
Perché io credevo in questo rapporto, anche quando è finito per insufficiente desiderio, sopravvenute circostanze abitudinarie, difficoltà di interazione sentimentale, e perché lo stronzo nel frattempo mi alternava con una ballerina di danza classica conosciuta ad un concerto dei Pearl Jam.
Ecco la tradita che ha sempre perdonato, mi presento.
Ho ventinove anni, sono laureata in Scienze della Comunicazione, ma in genere parlo poco e mi faccio capire ancora meno.
Ho fatto mille lavori, mille colloqui, mille tentativi per entrare in un mondo del lavoro sempre più rarefatto, e sono alla ricerca di un posto al sole che non voglia dire una vita davanti ad un telefono del call center.
Ma – come molti – ci sono finita dentro anch’io. Non so come e perché. Questa occupazione assai poco redditizia mi ha fatto bypassare le giornate di vuoto dopo che io ed il mio fidanzato Claudio ci siamo detti addio per incompatibilità strutturale e cerebrale. Ma di lui ho già detto quasi tutto quel che c’era da dire.
Del mio lavoro nel call center posso solo aggiungere che non mi pesa troppo, però le mie aspirazioni erano ben altre.
Sognavo di scrivere, di viaggiare, di frequentare il mondo della Cultura, quella che in Italia è riuscita a sopravvivere alla Crisi.
Per un po’, ho relegato il mio sogno nel cassetto delle cose futili, non era proprio il caso di accumulare delusioni.
Eppure non ho abbandonato le mie passioni, i miei libri, la sete di conoscenza che stringe come una tenaglia le parti immacolate della mia anima.
Così, quando torno a casa dopo otto ore di stress e di allucinazioni, è bello buttarsi dentro una pesante coperta e inforcare gli occhiali per iniziare un viaggio meraviglioso alla scoperta di un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie.
La musica e i libri riescono a sollevarmi da terra e a trasportarmi verso una meta che potevo raggiungere fino a poco tempo fa solo sognando.
Non sono il tipo da fondare blog letterari, ma è bello navigare nell’oceano dei siti dedicati ai libri.
E’ lì che ho conosciuto Silvano, blogger, critico letterario, gestore di un negozio di informatica.
Una vera fortuna perché parlando delle molte passioni letterarie in comune (entrambi adoriamo la letteratura russa e quella inglese), abbiamo deciso di avviare una piccola attività editoriale.
Pubblicare per esempio i libri di esordienti che più ci intrigano,
creare un sito per promuovere il nostro selezionato catalogo, insomma tirare fuori dal cassetto i nostri sogni perché il tempo passa e mai è momento migliore di adesso.
Mi accorgo che la mia vita si è colorata di blu, di giallo, di verde, ed è pienissima. Appena stacco il turno nel call center, comincio quello di editor, mentre è Silvano ad occuparsi della grafica e della strategia logistica della nostra casetta editoriale.
Faccio quello che ho sempre desiderato fare, anche se per il momento a nostre spese. Silvano è preciso, un vero socio d’affari e interagiamo ogni giorno per collaudare i nostri progetti, far fermentare le idee, promuovere la nostra presenza tra le realtà culturali più visibili e blasonate.
E poi con lui è tutto più facile, è un esperto di computer, di congegni elettronici, ha un fiuto da segugio nell’individuare il potenziale di uno scrittore, mi reputo fortunata.
Non ho un uomo ancora al mio fianco, però sento che Claudio è uscito dal portone del mio cuore senza troppi fracassi.
Il Natale però è sempre triste, e non c’è altro aggettivo che riesca a connotarlo diversamente.
Ho molte amiche, ho la mia famiglia, ho Silvano, e ho due lavori.
Ma continuo a sentirmi una perdente, perché certe volte anche se l’alberello ha mille luci che lo illuminano manca della stella in cima che lo sovrasta.
E poi c’è questo ticchettio interno, questa valvola biologica che mi ricorda di non crogiolarmi se voglio essere un giorno anch’io una mamma.
Tutte le mie amiche sono munite di famiglia e pargoli, io mi sento un cigno nero, un fortunato alieno che ha preso una strada diversa, malgrado le intenzioni, i propositi, gli obiettivi.
Ogni tanto faccio un sogno. Mi vedo col pancione, mi guardo allo specchio e sorrido. E’ un flash onirico, però sto male quando mi sveglio e capisco che è tutto immaginario.
Inizio la giornata di malumore, so già come finirà, io sotto le coperte a leggere, poi spengo la luce, infine dormo saporitamente e quando è mattina ricomincio.
Una vita straordinaria penserebbe l’immigrato che vive di stenti e arriva in Europa su una zattera, ma non riesco lo stesso a riderci su.
La mia vita è inutile perché non ho nessuno a cui preparare da mangiare, perché la sera vorrei un abbraccio, e pure al mattino, assieme al caffè.
Non penso più a Claudio, e questa sarebbe già una conquista, ma non esco con un uomo da secoli, mi sento come una vedova che ha chiuso l’armadietto dei sentimenti e vive alla giornata, senza emozioni, senza turbamenti.
L’ho raccontato a Silvano e lui mi ha consigliato di non essere troppo rigorosa con me stessa, sono in molti quelli che perdono affetti strada facendo. E’ la vita, e poi ha fatto una pausa al telefono.
Voleva trovare le parole giuste per non offendermi in qualche modo, sono questioni delicate, e un amico uomo è difficile da ascoltare su questo argomento.
Silvano pigia i tasti giusti, come sempre.
Mi parla della sua esperienza amorosa.
E’ legato ad una donna tedesca da cinque anni, vivono insieme a Milano e sono felici a fasi alterne.
Strano, non lo credevo così loquace in tema di amore e dintorni.
Anche loro pensano spesso ai figli, anche loro hanno attraversato momenti bui, però sopravvivono perché si rispettano profondamente, e l’uno non vuole ferire l’altra.
Silvano, chissà com’è la sua tedesca, e chissà com’è lui.
Lo conosco da molto tempo, ma solo virtualmente. Mi rendo conto che il mio migliore amico, la persona con cui interagisco tutto il giorno, con cui condivido ansie e nevrastenie, è un perfetto sconosciuto.
Non l’ho mai visto, neanche su internet perché non ha postato mai una sua foto, nemmeno su Facebook.
Più volte me lo sono chiesto, ma non ho osato chiederlo a lui.
Avrà le sue ragioni, vuole mantenersi misterioso, o forse è un po’ bruttino e così non si mette in mostra.
Non mi vengono soluzioni, forse non ne ho dopotutto alcuna esigenza.
Mi basta il Silvano che ho, il tuttofare che tramuta le mie preoccupazioni varie ed eventuali in certezza logica, fermo intendimento, lucida interpretazione.
Un giorno ci vedremo così conoscerò anche la sua parte fisica, e la sua compagna tedesca di cui mi parla in continuazione.
Passano i mesi, come istanti, è primavera e quasi Pasqua.
Mi rimpinzo di cioccolata come vuole la tradizione, è un bel periodo per me.
Sono frizzante, sarà questo anticipo di caldo; al Sud noi siamo preparati ad una bella stagione rigogliosa e luminosa che risveglia i sensi in ogni senso, ma io mi sono trasferita da qualche settimana al Nord; vivo da sola in un appartamento a Monza, un vero affare che ho potuto concludere grazie a qualche risparmio e ai giusti investimenti della casa editrice.
No, non è solo il tempo bello che mi avvolge di seta il cuore, è anche la gioia di aver incrociato una persona che mi fa tremare l’anima, finalmente.
Si chiama Roberto, è imprenditore e l’ho conosciuto mentre giravo appartamenti e case a Monza, cioè prima di decidermi per questa che era dimora della sua nonna materna.
Si è mostrato subito affabile, galante, gioviale. Ha quarant’anni. Ed è single. E’ perfetto. Almeno per me.
Insieme abbiamo effettuato tutto il procedimento di trasloco dal Meridione al Settentrione; sfiniti ci tuffavamo nel divano: baci, carezze, abbracci, e tanta stanchezza perché trasferirsi in un’altra città è davvero un’impresa titanica.
Ma con lui al mio fianco sfioro le nuvole. E anche adesso che lui è via per lavoro, nella glaciale Danimarca, il mio cuore freme
pensando che quest’anno forse avrò un bel regalo sotto l’alberello:
un Natale vero, una festa anche mia.
Giro per i negozi con occhi pindarici.
Guardo le vetrine e le lucine colorate, non riesco ancora a crederci, mancano due settimane alla Vigilia e Roberto mi ha promesso di portarmi a Parigi (anche se fa lo gnorri quando gli chiedo di farmi conoscere la sua famiglia con cui ancora abita).
Prima di partire con lui, dovrò fare una piccola trasferta da sola, devo incontrarmi con una scrittrice perché pubblicheremo il suo ultimo libro proprio a ridosso delle festività natalizie.
Siamo in chiusura dell’anno, abbiamo alcune presentazioni da eseguire in centri non proprio vicini.
Silvano è stato categorico: “io presenzio a quasi tutti gli incontri, tu però organizzi la serata con l’autore nel posto più distante”.
Non ho potuto rifiutare questo impegno.
Mi assenterò da Monza per qualche giorno. E poi Silvano in questo periodo è davvero irritabile, anche dopo che ci siamo visti live la scorsa estate. Credo che le cose con la tedesca stiano andando un po’ maluccio. Mi dispiace, io invece vivo nel mondo delle fiabe.
Roberto è la passione, il falò, la congiuntura dei miei anni non ancora maturi ma nemmeno acerbi.
Ed è già arrivato Babbo Natale per me.
Sono radiosa, ho appena ricevuto un dono che non mi aspettavo. Roberto si è presentato stamani con un grosso scatolone.
Dentro c’era Olivia, una bellissima cagnolina che mi farà compagnia la sera quando il mio amoroso sarà in viaggio o non potrà venire a trovarmi.
Una sorpresa incredibile, la mia felicità si espande come uno spread finanziario.
La mia vita adesso è perfetta, anche se vorrei che le persone a me care e vicine fossero felici quanto lo sono io.
Mi riferisco a Silvano.
Non mi chiama più con la solita frequenza, è sempre evasivo, scontroso, e quando ci vediamo per stabilire, fare il punto dei nostri progetti, è impacciato.
Fisicamente, invece, non è stata affatto una delusione.
Anzi, è piuttosto attraente: ha occhi fuggitivi, neri come le sopracciglia, sempre a disagio se accenno alla nostra amicizia virtuale per così lungo tempo.
Forse sono io per lui una delusione, o forse la sua compagna lo fa soffrire, o magari ha semplicemente un carattere che è l’opposto di quel che pensavo.
Intanto i giorni volano, vado in Puglia per la trasferta programmata.
E finalmente rientro dal mio viaggio, l’incontro è stato un successo. La gente accorsa per assistere alla presentazione del romanzo storico era un fiume straripato oltre la sala-conferenze allestita per l’occasione.
Apro la porta di casa, chiamo Olivia già prodigata in una corsa folle per venire incontro alla sua padrona.
La porto a spasso nel giardinetto.
Poi in cucina le preparo la pappa, una bella ciotola di pasta abbondante.
In serata arriva Roberto. Gli racconto del mio riuscito lavoro a Lecce.
Ridiamo, beviamo un buonissimo vino Cannonau, dopo una cena a base di carne non troppo elaborata.
Ci abbracciamo un po’ brilli, poi cambiamo location e ci spalmiamo sul divano, il nostro nido d’amore.
“Amore, mi sei mancato”.
“Ma se sei mancata solo due giorni!”.
“Mi manchi sempre, soprattutto quando non sei qui, nella mia casa, che poi è quella di tua nonna”.
“ Ah, beh, allora possiamo pensare a come colmare questi vuoti, io un’idea ce l’avrei..”
“Ti mordo l’orecchio se non me la dici”.
E’ su questo registro focoso che sprofondiamo l’uno nell’altra.
Mentre gli passo la mano sulla spalla, mi impiglio su qualcosa che mi sembra irreale.
“E questi cosa sono, Roberto?”.
“Eh? Giuro che non ne so niente”.
“Allora saranno gli slip di tua nonna!”.
Lo caccio di casa in due secondi, esce dal portone nell’istante successivo.
Non lo vedrò più, lo so, e cambierò casa, lo so, e sono una dannata sfigata, so anche questo.
Gli ho dato le chiavi di casa per portare a spasso Olivia, quando non c’ero è venuto qui con una donna che si è dimenticata di raccogliere la prova del tradimento, un indumento intimo che ha rivelato quello che avrei dovuto capire da sola, Roberto non è l’uomo della mia vita.
Ancora una volta, mi ero fatta un film delle mie esperienze sentimentali.
“Inguaribile romantica”, canta Vasco Rossi.
Ineluttabile idiota, penso tra me e me.
In lacrime, non so chi chiamare, mi manca il respiro, alla fine
accorre Silvano.
Non è duro con me quando gli racconto tutto di questa pochezza.
Anche lui ha qualcosa da dirmi. Mi parla tenendo gli occhi bassi. Si è lasciato con la tedesca.
La cosa che non riesce a dirmi è il perché. Non lo intuisco, però mi accade una cosa strana.
Dovrei essere agitata invece adesso mi metto a sorridere, poi asciugo l’ultima lacrima.
“Sono un disastro con gli uomini, Silvano”.
“Lo so”.
“Allora perché sei qui con me adesso?”
“Perché l’ho detto che sei Fantozzi anche alla mia compagna e lei mi ha detto:
“Vattene”.
“Perché?” gli ho chiesto.
“Perché tu ami lei”.
Perché io amo te.
E il venticinque dicembre ho avuto un regalo nuovo di zecca da scartare, che sia sempre lo stesso ogni anno della mia vita.

:: Il venditore di bibite, di Achille Maccapani (Fratelli Frilli Editori 2018) a cura di Federica Belleri

31 Maggio 2018

Il venditore di bibitePrima indagine per il Capitano Roberto Martielli e la sua compagna, il Sostituto Procuratore Antimafia Viviana Croce. Origini pugliesi per lui, calabresi per lei. Ed è proprio in Calabria che il Capitano subisce un agguato e viene gravemente ferito. Dopo il coma e le cure necessarie viene trasferito nel Ponente ligure a capo di una task force contro la ‘ndrangheta. Sarà necessario per lui e la sua donna entrare nella vita privata e imprenditoriale di industriali, boss, avvocati influenti e collusi. In ballo le elezioni del Sindaco e del Consiglio comunale di Ventimiglia. Il Capitano Martielli si immergerà in un mondo già piuttosto conosciuto per lui, ma sempre in grado di sorprenderlo per l’abilità e la testardaggine nell’insabbiare e eludere i controlli legali. L’apparenza sarà quella di estrema efficienza e pulizia. Il nocciolo della questione si dimostrerà invece torbido, intricato e difficile. L’estensione di un’organizzazione dalla Calabria alla Lombardia, al Veneto, al Piemonte e all’Emilia. Una rete ben strutturata di mafiosi che decidono il clima quotidiano, le imprese da coinvolgere, il denaro da riciclare e la droga da distribuire. Il tutto per portare avanti una candidatura sospetta e riservare le poltrone alle persone “giuste”.
E via quindi alla consultazione di nomi, date, conversazioni telefoniche e intercettazioni ambientali. Al via i controlli capillari e le perquisizioni a sorpresa.
Il venditore di bibite è la caparbietà di un imprenditore a perseguire i suoi scopi, è il coraggio di andare avanti nonostante tutto. È una storia tenace e complessa che tocca i vertici dell’amministrazione pubblica, dove tutti sono corrotti o corruttibili, dipende dall’occasione.
Tenace, dicevo, la ‘ndrangheta. Ma tenace il Capitano Martielli, ligio al dovere e determinato a portare a termine la missione assegnata.
Noir ricco di particolari relativi all’indagine, dove il territorio si respira e si vive un malessere diffuso fatto di sospetto e insicurezza. L’autore utilizza il tempo presente e la tensione emotiva dei personaggi si tocca con mano.
Aspettiamo la seconda indagine. Intanto, buona lettura.

Fonte: omaggio dell’editore.

Achille Maccapani (Rho, 1964) ha pubblicato saggi di storia locale, manuali di diritto della pubblica amministrazione e i romanzi Taci, e suona la chitarra – Milano rock Ottanta (Fratelli Frilli Editori, 2005 – XXII Premio Città di Cava de’ Tirreni), Delitto all’Aquila nera (Zona, 2007), Confessioni di un evirato cantore (Fratelli Frilli Editori, 2009 – fiorino d’argento del Premio Firenze) e Bacchetta in levare (Marco Valerio, 2010). Dopo la prima apparizione nell’antologia Una finestra sul noir (Fratelli Frilli Editori, 2017), dedicata all’editore Marco Frilli, questa è la prima indagine dell’ufficiale dei carabinieri Roberto Martielli e del magistrato Viviana Croce.

:: Garage Olimpo di Mario Bechis a cura di Giulietta Iannone

31 Maggio 2018

Garage Olimpo

Il cinema di impegno civile e sociale ha mille facce e mille voci, e se anche prosegue con produzioni perlopiù indipendenti (poco distribuite, poco finanziate) a volte trova strade sue proprie e raggiunge una notevole notorietà come è successo per il film Garage Olimpo del regista italocileno Mario Bechis, che racconta in immagini una vicenda parzialmente autobiografica (anche se la storia non rispecchia unicamente sue vicende personali) che è difficile non tocchi nel profondo lo spettatore.
Di cosa parla Garage Olimpo? Il film narra la storia di una ragazza di 19 anni, durante la dittatura militare argentina di Videla (tra il 1976 e il 1983).
Ambientato a Buenos Aires (in un certo senso inevitabile il confronto con altre pellicole, mi viene in mente la più recente che ho visto Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente di Daniele Luchetti), il film tratta il tema dei desaparecidos, persone che furono arrestate per motivi politici, e scomparvero nel nulla, moltissimi sepolti in mare, i cui resti probabilmente non saranno mai più ritrovati.
Affrontare un tema simile, specialmente da chi è stato toccato da quei fatti, non deve essere stato una cosa facile. Ma il film emana una grande forza e una certa pacatezza, una sorta di superamento del dolore, che si fa immagine di denuncia, e di condivisione di un’ esperienza che acquista echi universali e ci parla di oppressione, dell’uso sistematico della violenza per ottenere informazioni, o il controllo antidemocratico della popolazione. Ci spiega il lato inumano di una dittatura e ci racconta le storie anche degli “entusiasti” esecutori di questo sistema repressivo che vedeva nelle incarcerazioni arbitrarie, nella tortura, nella soppressione delle persone (avversari politici o no) il suo modus operandi. Metodi ampiamente utilizzati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e mutuati da varie dittature del Sudamerica, per strane corrispondenze.
Il film ha una grande calma compositiva, nessun eccesso, tutto è controllato, anche le scene più forti non lasciano mai mostrare esagerazioni truculente o splatter.
Mario Bechis visse sempre bendato, i sette giorni in cui fu “ospite” di uno di questi centri di detenzione, per cui ricorda solo i suoni della sua prigionia. Con questo film ha dato a quei suoni le immagini, e questa autenticità di intenti e di memoria, non può che rendere lo spettatore consapevole che ciò che sta guardando non è uno spettacolo di intrattenimento.
Cosa mi ha colpito di più di questo film? La sua scelta di porre al centro della vicenda una storia d’”amore” tra carceriere e prigioniera. Questo “espediente” rende immediato il rapporto difficile e misterioso che lega fatti così drammatici alla memoria. E probabilmente rende il tutto più sopportabile allo spettatore.
E’ un film politico? Certamente, lo è nella misura in cui ci presenta gli oppositori politici di una dittatura (di destra) all’opera (si organizzarono in associazioni di resistenza, preparano bombe, le piazzano nelle case dei militari), insomma fanno opposizione attiva.
Le torture per ottenere informazioni (sui movimenti e le attività di questi oppositori politici) sono mezzi utilizzati senza derive sadiche o sanguinarie, e proprio questo le rende più inumane e aberranti. L’uso scientifico della dose sopportabile di scariche elettriche su un corpo (i torturatori non erano autorizzati a uccidere le vittime, questo avveniva in un secondo tempo con iniezione letale) ha un che di folle e nello stesso tempo sistematico e implacabile.
A che età fare vedere questo film? Difficile dirlo, dipende dalla maturità personale dei ragazzi, ma sicuramente gli studenti liceali possono assistere alla visione se supportati da insegnanti consapevoli e equilibrati. Quello che so è che quando lo vidi per la prima volta ero molto più giovane e mi ricordo fu un’esperienza più angosciante. Da adulta, con il mio bagaglio personale di esperienze, ho valutato altri fattori e ne ho percepito più la sua portata universale e non solo legata ai fatti argentini.
Insomma quando uno stato sospende i diritti civili dei suoi cittadini e impone arbitrariamente l’uso della violenza, che sia motivata o meno, commette un crimine. E le sue conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

:: Peccato che non avremo mai figli di Giuseppina La Delfa (Aut aut Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

30 Maggio 2018

Piatto_Peccato che non avremo mai figliGiuseppina La Delfa è fondatrice e socia delle Famiglie Arcobaleno, di cui per undici anni ha rivestito anche l’incarico di presidente. Da sempre impegnata in prima fila nella lotta per il riconoscimento dei diritti civili.
Da trentasei anni vive con Raphaelle. Adesso Giuseppina ha deciso di scrivere un libro per raccontare la storia di questo grande amore ma anche i sacrifici e gli anni di battaglie, di conquista e di soddisfazioni.
In questi giorni è uscito Peccato che non avremo mai figli, questo è il titolo di un romanzo di formazione, intenso e avvincente in cui il privato e l’intimo si tuffano nella storia, proprio come nelle pagine più belle della grande scrittrice Annie Ernaux.
Non è un caso che il libro di Giuseppina La Delfa inizia il suo racconto con una citazione della Ernaux:

«L’intimo è ancora e sempre del sociale, perché un io puro, in cui gli altri, le leggi, la storia, non sarebbero presenti è inconcepibile».

Giuseppina, figlia di emigrati italiani e Raphaelle, appartiene a una famiglia borghese, si incontrano e si innamorano a prima vista. Tutto ha inizio più di trenta anni fa in Francia e da quel momento non si lasceranno più. Naturalmente gli ostacoli alla loro storia sembrano insormontabili.
Dai banchi di liceo, all’università sempre insieme anche contro la volontà delle famiglie. Giuseppina e Raphaelle formano la loro famiglia e vanno a vivere insieme, mettono su casa tra mille sacrifici, lavorano duro senza arrendersi mai.
Giuseppina studia e legge, lei è consapevole che i libri le salveranno la vita. Si laurea discutendo una tesi sul fantastico di Dino Buzzati. Riceve un incarico come lettrice di madrelingua presso il campus universitario di Fisciano. Successivamente anche Raphaelle la raggiungerà.
Nel libro ovviamente c’è spazio per l’impegno nella battaglia per il riconoscimento dei diritti civili. Dalla realtà delle famiglie arcobaleno alla lista lesbica italiana. Una storia intensa di militanza che l’autrice definisce ricca di incontri e di relazioni.
L’attivismo per i diritti LGBT incontra la narrazione privata. Sullo sfondo di queste pagine le protagoniste sono due grandi donne che si amano. È la storia di un grande amore al servizio di una battaglia che a che fare con la dignità di tutte le persone in antitesi a ogni forma di oscurantismo e pregiudizio.

«Stamattina, martedì 2 marzo 2016, mi sono svegliata dicendo a me stessa «Dai, alzati, vai a scrivere che voglio conoscere il seguito». È buffo. Il seguito lo conosco, non sto inventando nulla.
È la mia storia. Ma sono stupita io stessa di ciò che viene fuori, dei ricordi che tornano a galla e di come le parole tirano altre parole e di come un racconto porta a un altro racconto. È una sorpresa. Perciò voglio sapere il seguito anche io. Al di là del futuro di questo libro. Lo sto scrivendo perché penso di avere avuto una vita di ribellione testarda e non violenta. Ho fatto, tutto sommato, tutto ciò che volevo fare. Anche se è stato spesso difficile prendere decisioni e andare avanti, a volte contro tutti».
Insomma fino a oggi non mi sono mai tradita. E la mia vita, fino a oggi, è stata una bella vita, intensa, vera, onesta. È già qualcosa di cui vado fiera. Ma non ho vissuto così per andarne fiera, ma solo perché sono consapevole da sempre che la vita è un’occasione da non sprecare.
Questo libro lo scrivo soprattutto per Lisa Marie e per Andrea Giuseppe. Perché sappiano chi era la loro madre, chi erano le loro madri. Chi erano anche quando loro non erano nemmeno concepibili e quale percorso abbiamo dovuto fare, insieme, per arrivare fino a loro. E poi scrivo anche per i tanti ragazzi che ancora oggi non vivono felici e continuano a tacere. È un modo per dire loro che se ce l’abbiamo fatto noi quando eravamo davvero sole al mondo, ce la faranno anche loro a vivere la vita che vogliono ora che siamo legioni a poter accompagnarli per affrontare lo sguardo di chi pensa ancora di essere l’unico nel giusto».

Con queste parole toccanti Giuseppina La Delfa si rivolge ai lettori. Tra le pagine di questa storia vera ci siamo tutti, perché le scelte di Giuseppina e Raphaelle, non sono personali, appartengono a ognuno di noi e ci riguardano da vicino. In gioco ci sono le relazioni umane, il vivere civile e la libertà.

Giuseppina La Delfa è italo-francese, nata nel nord della Francia nel 1963. Laureata in Lingua e Letteratura italiana con specializzazioni in Letterature comparate e Didattica delle lingue straniere, nel 1990 si trasferisce in Italia con la compagna e da allora insegna lingua francese all’Università di Salerno. Nel 2000 si “pacsa” con la compagna al consolato di Francia a Napoli. Nel 2005 crea l’associazione Famiglie Arcobaleno di cui è Presidente dal giugno 2005 a ottobre 2015. Nel 2016 entra a fare parte del direttivo di Nelfa, il Network delle Associazioni di genitori LGBTQI* europee di cui è la vice presidente.

Source: libro inviato al recensore dall’ Ufficio stampa.

:: L’ immensità del tempo di Raffaella Marchese (New Books 2018) a cura di Marcello Caccialanza

30 Maggio 2018
L'immensità del tempo

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L’immensità del tempo”, edito dalla New Books e realizzato dalla sapiente penna dell’autrice Raffaella Marchese; già nota al grande pubblico per due suoi romanzi precedenti assai apprezzati, quali “La Pipa di Terracotta” e “ Alle quattro del mattino” è una preziosa opera letteraria che incanta e commuove allo stesso tempo. Ha il merito di accompagnare con estrema dolcezza anche il lettore più critico verso una riconciliazione insperata con sé stesso e con la vita che conduce. Ha l’innato pregio di redimere anche i più cinici e di spingerli tra le braccia della bellezza dei sentimenti più alti; come l’amore, la bontà, il piacere più vero e l’umiltà più sincera.
L’immensità del tempo è una delicata raccolta di pensieri, riflessioni, brevi racconti di vita vissuta e di lettere indirizzate ai destinatari più disparati: dalla amatissima cagnolina Jolie a Papa Francesco in persona.
La bellezza di queste pagine consiste a mio avviso nel fatto che ciascuna di esse riesce ad emozionare a tal punto il lettore che lo stesso si accorge di possedere un cuore capace ancora di battere per sentimenti nobili e rari!
Forse la migliore recensione scritta per questo testo l’ha firmata la famosa scrittrice Sveva Casati Modignani nella sua presentazione al testo della Marchese.

Dotata dalla sorte di intelligenza e di sensibilità, attraverso la scrittura Raffaella ha deciso di condividere con i lettori i suoi doni straordinari .

:: Osho, le fake news e Wild wild country: un incontro con Majid Andrea Valcarenghi a cura di Archan Paola Migliori

29 Maggio 2018

Majid Andrea Valcarenghi

Dal 16 marzo 2018 è disponibile su Netflix la docuserie in 6 puntate “Wild wild country”.

Questo prodotto televisivo documenta gli eventi accaduti negli Stati Uniti durante gli anni ’80, quando il Maestro spirituale Osho e la comunità che lo accompagnava fondarono nello stato dell’Oregon la città di Rajneeshpuram. La vicenda, che oramai è diventata parte della storia degli USA, nel docufilm viene raccontata intervistando diversi protagonisti dei fatti. Da una parte Sheela e Shanti Bhadra, le due donne che hanno scontato diversi anni di carcere per le violenze commesse, all’insaputa della stragrande maggioranza della comunità, mentre gestivano la città di Rajneeshpuram. Dall’altra i cittadini di Antelope, piccolo centro abitato vicino alla nuova città, contrari all’invasione dei “rossi”, così chiamati per i colori degli abiti. Non si può tacere, inoltre, l’apporto decisivo nel film dell’avvocato di Osho, Niren, per il suo preciso rendiconto dei fatti avvenuti.

Ho chiesto di parlarne a Majid Andrea Valcarenghi, che ha incontrato Osho nel 1977, e che ha vissuto direttamente le vicende di cui parla Wild Wild Country. Inoltre, nel suo libro Operazione Socrate, Majid Andrea Valcarenghi ha raccontato come e perché Osho è stato avvelenato dal governo di Ronald Reagan durante il suo soggiorno americano.

Caro Majid, sappiamo che sei andato in India per la prima volta nel 1977. Come hai incontrato il Maestro spirituale Osho?

E’ stata l’ultima tappa di un viaggio nel sud dell’India. Inconsciamente mi ero riservato l’Ashram di Poona come fine del viaggio perché probabilmente sapevo che sarebbe stata quella più importante. Avevo “conosciuto” Osho prima attraverso la lettura de La rivoluzione interiore, attraverso i suoi occhi visti in fotografia, attraverso la mia compagna dell’epoca, Yatra, che provocò il mio viaggio in India. Arrivato nell’Ashram fui affascinato dai suoi discorsi mattutini e dalla sua presenza, dallo stato della sua presenza. Poi decisivo, l’incontro personale, le parole che mi disse, l’energia che mi trasmise.

Dal 1981 al 1985 Osho ha lasciato Pune, in India, e si è trasferito negli Stati Uniti, in Oregon. Il sogno era quello di creare una città ideale. Il docufilm Wild wild country trasmesso in questo periodo da Netflix racconta gli anni di questa attività, la costruzione di Rajneeshpuram, con la guida organizzativa di Ma Anand Sheela. Hai visto la serie di sei documentari di Netflix? Cosa ne pensi?

Si certo, l’ho guardato due volte per coglierne al meglio ogni aspetto.
L’ho trovato nell’insieme molto interessante anche se con alcune lacune e manipolazioni significative che non aiutano comprendere quell’esperienza. Due sono le più importanti. La prima è che il docufilm fa credere che Osho, dopo il periodo di tre anni e mezzo di silenzio, riprenda a parlare solo quando Sheela fugge dalla Comune.
In realtà Osho non riprese a parlare quel giorno,ma ben nove mesi e mezzo prima del giorno della fuga di Sheela! Nove mesi e mezzo in cui anche nei discorsi pubblici cercò di far vedere a Sheela quanto avesse sbagliato, quanto si fosse lasciata prendere dal potere, dall’immagine di papessa della “religione rajneeshi” che si era creata. Dette cioè a Sheela una possibilità. Ma ormai lei si era troppo identificata nel ruolo di papessa che si era data, quasi fosse una seconda guida spirituale più che la sua segretaria. Emblematica la sua frase “Lui era il sole ed io la luna”.
Inoltre il docufilm trasmette un solo minuto in cui Osho si manifesta durissimo nei suoi confronti, mentre il discorso, di oltre un’ora, aveva toni ben diversi. Estrapolando solo questo passaggio,Osho appare carico di un risentimento non reale.

La seconda lacuna importante è stata in riferimento alla sua morte.
Il docufilm riporta solo un pettegolezzo su una presunta morte per overdose di un giornale locale omettendo invece la denuncia che Osho fece pubblicamente in un memorabile discorso in cui disse di essere stato avvelenato durante i dodici giorni in cui inspiegabilmente fu trasferito di prigione in prigione. Gli esami fatti fare dal suo medico Amrito a Londra e in India su capelli e peli della barba, tutta la sintomatologia che registrava una progressiva perdita delle difese immunitarie. E infine gli esami per l’HIV che in base a tutto ciò poteva essere l’unica altra alternativa all’avvelenamento da metalli pesanti, come il tallium. E gli esami HIV ripetuti due volte in una struttura pubblica furono ovviamente negativi. Tutto questo manca.

Il documentario ha creato un movimento di opinione, suscitando la necessità da parte di diversi giornalisti di scrivere articoli. Mi è capitato di leggere qualcosa, e ho notato una serie di inesattezze. Per esempio, ci sono differenze fra il movimento dei sannyasin di Osho e il movimento degli Hare Krishna? 

Una serie di inesattezze lunga un chilometro. Si sono cimentati a commentare giornalisti che non conoscevano nulla della vicenda e peggio, non si sono voluti documentare, come purtroppo è costume diffuso per quello che viene ritenuto giornalismo “di colore”. Il caso già eclatante credo sia stato quello del “Fatto Quotidiano” dove il giornalista Cohen crede di occultare la sua mancanza di conoscenza di quello che scrive rifacendosi alla sua esperienza personale. Così si cita negli anni ’80 in cui dice di aver conosciuto gli arancioni attraverso il suo amico Giorgio Cerquetti che lo tampinava quotidianamente per convertirlo. Peccato che in tutti quegli anni non fece in tempo ad accorgersi che la persona in questione, non era un sannyasin di Osho ma un Hare Krishna.
Nel merito alle differenze tra sannyasin di Osho e Hare Krishna rispondendo al di là delle battute direi che gli Hare Krishna si rifanno rigorosamente alla tradizione indù di cui sono gelosi custodi mentre Osho ha dissacrato ogni tradizione religiosa e dagli indù fu sempre violentemente attaccato.

Qual è la tua esperienza del periodo successivo alla partenza di Osho da Rajneeshpuram?

Quando Osho lasciò l’America tentò invano di trovare asilo in Paesi di mezzo mondo. I servizi segreti americani e la diplomazia ai massimi livelli aveva creato una fortissima cortina fumogena denigratoria della figura di Osho dipingendolo come terrorista, pedofilo, spacciatore di droga, stupratore. In alcuni Paesi non gli fu concesso neppure l’atterraggio. L’unico Paese che lo avrebbe accolto sarebbe stato l’Uruguay con l’allora Presidente Sanguineti che dovette rinunciare perché gli Stati Uniti minacciarono di revocare il prestito di 6 milioni di dollari che avrebbero messo in ginocchio il suo Paese. In Italia accadde qualcosa di interessante e che mi permise di avere una conoscenza diretta della violenza dell’offensiva diplomatica americana contro Osho. Quando chiedemmo un visto ordinario ci fu risposto che al massimo poteva essere concesso un visto di sei giorni che fu rifiutato da Osho.
Al che mi rivolsi a Marco Pannella e al Partito radicale segnalando questa violazione dei Diritti e chiedendo sostegno e così iniziammo una campagna d’informazione rivolta all’opinione pubblica, al mondo della cultura e dell’arte e della politica, perché l’allora Ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro concedesse un normale visto d’ingresso a Osho.
Una campagna che vide l’adesione ad un appello di decine di personalità da Fellini a Gaber, da parlamentari come Luigi Manconi a Giovanna Melandri, a giornalisti come Gabriele La Porta e Gianni Bucci. Tutta questa storia poi la pubblicai nel libro Operazione Socrate, ristampato più volte nel corso degli anni.  Dopo alcune settimane, vista la nostra perseveranza il Ministro degli Interni convocò l’allora Segretario radicale Sergio Stanzani e cercò di convincerlo a rinunciare alla richiesta di visto alla luce della documentazione che poteva fargli vedere. Ed è così che venimmo a sapere cosa gli americani avevano inoltrato ai governi di tutto il mondo per screditare e boicottare Osho. Salvo che nel nostro caso ottenne l’effetto contrario. Sergio Stanzani che fino allora era rimasto il più tiepido e dubbioso su questa iniziativa trainata principalmente da Pannella e Rutelli di fronte alla incredibile sequenza di accuse che mettevano insieme tutti i reati possibili, Stanzani si convinse che davvero c’era in atto una vera e propria persecuzione da parte degli Stati Uniti. E a questo punto iniziai uno sciopero della fame ad oltranza diretto a Scalfaro perché concedesse il visto o rendesse pubbliche le motivazioni del rifiuto. Dopo ventuno giorni Il Ministro chiamò Stanzani e disse “ va bene, fatelo smettere, richiedete il visto” Ma ormai il corpo di Osho minato dall’avvelenamento non era più in condizioni di viaggiare e il visto non fu più richiesto.

Dalla docuserie di Netflix Wild wild country sono sorte molte discussioni, molte notizie discordanti. 
Subhuti Anand, un giornalista che ha vissuto a Rajneeshpuram, fa un’analisi interessante.  

https://www.oshoba.it/index.php?id=articoli_sito_x&xid=1071

Com’è successo altre volte, in America, poteva essere un massacro. Che ne pensi?

Sì, interessante questo articolo perché mette in risalto un ulteriore dettaglio importante che riguarda l’accanimento e la manipolazione della Procura generale dell’Oregon. Nel docufilm viene dichiarato dal procuratore Turner che Osho fugge in aereo da Rajneeshpuram per sottrarsi al possibile arresto. Invece esiste un piano di volo regolarmente trasmesso in cui si descrive l’esatto tragitto che avrebbe compiuto l’aereo. Ed in base a questo piano infatti viene attuato il teatrino dell’arresto all’atterraggio. Subhuti non solo evidenzia nell’articolo che non si trattava di fuga, vista la comunicazione preventiva fatta alle autorità, ma sottolinea come la scelta di Osho di lasciare la Comune fosse finalizzata a preservare Rajneeshpuram da un possibile attacco militare che poteva finire in un bagno di sangue. Il sospetto infatti era che le autorità puntassero ad un intervento armato. Più volte nel docufilm si fa riferimento ad esperienze di sette religiose armate che si erano ribellate o suicidate, paventando rischi simili per la Comune di Osho. La sensazione diffusa nella Comune era che preparassero il terreno a giustificare un attacco armato.

All’interno dell’articolo che ho citato prima c’è un riquadro in cui il giornalista del Fatto Quotidiano rivolge alcune domande a Federico Palmaroli, l’autore della pagina satirica Le più belle frasi di Osho.
All’ultima domanda dell’intervistatore: “Cosa rimane di Osho, oggi?” Palmaroli risponde così: a parte questa fissa per la New Age, per i suoi aforismi, rimane a mio parere una quantità di precetti astratti che mal si sposano con la concretezza della vita. […]
Posso chiederti un’opinione su questo?

Preferirei rimarcare quanto la scelta di corredare l’articolo con l’autore di un libro satirico di dubbio gusto, invece di rivolgersi, non dico a chi abbia vissuto l’esperienza con Osho, ma neppure con uno dei tanti uomini e donne di cultura che hanno scritto e commentato le centinaia di opere di Osho pubblicate in Italia. Una scelta editoriale e giornalistica, questa del box, che ben rispecchia la superficialità del taglio dell’articolo.

Ringrazio di cuore Majid Andrea Valcarenghi per la sua disponibilità, augurandogli di continuare il suo proficuo cammino nel mondo, ma senza essere del mondo.

Per approfondire :
https://www.facebook.com/osho.italy/?fref=ts

Per sentire come i fatti furono visti e vissuti dall’interno:
(video con sottotitoli in italiano attivabili)

Un intervento di Majid Andrea Valcarenghi a Radio Radicale:
http://www.radioradicale.it/scheda/71616/71686-operazione-socrate-il-caso-osho-rajneesh-come-e-perche-e-stato-ucciso-il-maestro

:: Premio NebbiaGialla per la letteratura noir e poliziesca 2018

28 Maggio 2018

Annunciati i 16 semifinalisti
della IX edizione del Premio NebbiaGialla
per la letteratura noir e poliziesca 2018

Franco Vanni  – Il caso Kellan – Baldini + Castoldi
Danilo Chirico – Chiaroscuro – Bompiani
Alessandro Berselli – Le siamesi – Elliot
Luigi Romolo Carrino – Alcuni avranno il mio perdono – E\O
Valerio Varesi – Il commissario Soneri e la legge del Corano – Frassinelli
Daniele Bresciani – Nessuna notizia dello scrittore scomparso – Garzanti
Barbara Baraldi – Aurora nel buio – Giunti
Giuseppe Di Piazza – Malanottata – Harper Collins
Ilaria Tuti – Fiori sopra l’inferno – Longanesi
Federica Fantozzi – Il logista – Marsilio
Flavio Santi – L’estate non perdona – Mondadori
Gianluca Ferraris – Shaboo – Novecento
Paola Barbato – Non ti faccio niente – Piemme
Roberto Perrone – L’estate degli inganni – Rizzoli
Gabriella Genisi – Dopo tanta nebbia – Sonzogno
Roberto Centazzo – Operazione sale e pepe – Tea

Il nostro personale in bocca al lupo a Luigi Romolo Carrino, e Ilaria Tuti.

:: Mi manca il Novecento – Céline, il grande scrittore affacciato sull’Apocalisse a cura di Nicola Vacca

28 Maggio 2018

Céline

La notte céliniana definisce lo stato estremo in cui dal momento che nulla esiste più separatamente, tutto ricade, annega e si asfissia in tutto. Louis Ferdinand Céline è lo scrittore disperato, sregolato profeta di sventure che ha testimoniato, meglio di chiunque altro, il frangersi dell’essere, la dissoluzione del viaggio esistenziale al termine della sua notte.
Non c’è dubbio, per questo e altri motivi Céline è uno dei più grandi scrittori del secolo scorso. La sua opera irriverente e la sua stessa vicenda biografica fanno di lui un personaggio del quale si discute ancora.
La sua vita è avventurosa e maledetta, densa di insidie e peripezie. Nei suoi libri lo scrittore con linguaggio crudo e estremo fa i conti con la propria anima dannata.
I suoi libri sono dei capolavori perché è la sua vita stessa a esserlo.
Céline è lo scrittore perfetto del Novecento, questo straordinario, controverso e indimenticabile protagonista dell’agonia e della decadenza del secolo breve. Nei suoi stessi libri si trova il fascino di un personaggio scomodo che ha rivelato il trauma lacerante della guerra e la miseria intellettuale del proprio tempo.
Céline medico e scrittore, autore di pamphlets polemici che non arretra mai di un passo rispetto al suo pensiero..
Comunque si voglia giudicare i contenuti degli scritti polemici (ma sarebbe il caso di ricordare, almeno ogni tanto, che si tratta di testi letterari, nei quali la natura metaforica del discorso prevale di gran lunga sui discorsi apparenti), resta il fatto che è impossibile capire il passaggio di Céline dai primi capolavori narrativi (Viaggio al termine della notte, Morte a credito) a quelli della maturità (Il castello dei rifugiati , Nord) se ci si ostini a prescindere, in base a un’astratta discriminazione ideologica, dalla straordinaria novità stilistica introdotta dalle concitate invettive cui lo scrittore si abbandonò nelle sue pagine rischiose, provocatorie, e laceranti.
Si deve tenere conto di queste considerazioni per accettare senza riserva alcuna la fitta e intricata vita di uno scrittore discusso. Il modo migliore per accostarsi al Céline dei libelli scomodi è quello di cercarvi lo scrittore e non l’ideologo, il disperato scrutatore degli abissi che prende sempre le difese delle vittime del sistema e non il presunto fautore o propagandista di crimini storici. Per Céline la vita non è altro che dissoluzione continua e agonia passionale.
Questo è l’unico modo per entrare profondità l’esperienza nichilista dello scrittore. Nei suoi libri non manca l’esplorazione del suo intimo tessuto carnale.
C’è quanto basta per comprendere l’ansia maniacale di Céline: fuggire per andare altrove, in qualsiasi posto, per andare, se è necessario, fino al termine del mondo, della notte, impedire o ritardare il crollo della propria integrità personale, allo stesso tempo salvarsi dalla propria notte.

«Ma quel che voglio prima di tutto è vivere una vita piena di incidenti che spero la provvidenza vorrà mettere sulla mia strada, e non finire come tanti avendo piazzato un solo polo di continuità amorfa su una terra e in una vita di cui non conoscono le svolte che permettono di farsi un’educazione morale – se riuscirò a traversare le grandi crisi che la vita mi riserva, sarò meno disgraziato di un altro perché io voglio conoscere e sapere in una parola io sono orgoglioso – è un difetto? Non lo credo, e mi creerà delle delusioni o forse la Riuscita».

Con queste parole profetiche Louis Ferdinand Céline chiude il suo diario. Qualche di deve averlo ascoltato perché certo non ha avuto una vita banale e anonima.