Archivio dell'autore

:: Il pranzo della domenica, di Paolo Panzacchi (Laurana editore 2018) a cura di Federica Belleri

18 ottobre 2018

imagesBologna, 2016. L’azienda della famiglia Arienti sta decadendo, dopo anni di solidità. Il Cavaliere Giovanni, che ne è a capo, ha le mani legate e cerca con disperazione di giocarsi tutto. Non può e non vuole perdere ciò che ha costruito con impegno. Sara così?
La storia della sua famiglia è aggrappata alla tristezza e al dolore, al tradimento e a torbidi segreti. Al di là dell’amicizia e dell’amore ci sono affari da concludere o denaro da buttare dalla finestra. Prevalgono l’egoismo e il protagonismo.
Il pranzo della domenica ha le sfumature del noir all’interno di una trama adrenalinica. I personaggi creati dall’autore rincorrono il tempo che sfugge, sperando di lasciarsi alle spalle qualcosa di terribile. Scappano dal rancore e dall’odio, fiduciosi in una risoluzione. Vengono spiati e controllati a vista, senza esserne consapevoli.
Sono pedine in un gioco di orrore senza limite. Rimangono soli davanti all’inevitabile.
Sullo sfondo il terrorismo e il traffico di armi fra Iraq, Siria e Giordania. La corruzione, ad alti livelli.
Paolo Panzacchi ci racconta della privazione, che buca il cuore. Della paura, quando si guarda in faccia la morte. Del ricatto, ad ogni costo.
Perché in piedi, deve rimanere solo una persona. A torto o a ragione.
Buona lettura.

Fonte: omaggio dell’autore al recensore.

:: Attesa: Frammenti di pensiero a cura di Brunella Caputo (Homo Scrivens, 2018) a cura di Federica Belleri

17 ottobre 2018

1Brunella Caputo torna con una piccola ma ricca antologia dedicata all’attesa, a tutto tondo. Raccoglie poesie, racconti, brevi scritture teatrali in grado di emozionare e scaldare il cuore. Quattro sono gli atti di questo libro e innumerevoli le sfumature che il lettore riesce a percepire.
Perché l’attesa ha un colore, profuma, si vive. È personale, molto intima e si lega agli arrivi ma anche alle partenze. Ogni attesa è musica o rumore. È silenziosa o disturbante. È un salto nel vuoto o un pericolo quasi quotidiano. È un inganno o una speranza. È esperienza e capacità di scegliere. È l’opportunità di una vendetta.
Gli autori inseriti in questo progetto puro ma ambizioso, hanno lasciato la loro storia, la loro personale opinione sull’attesa. Mescolandola con il passare del tempo, con un viaggio che sa di sopravvivenza.
Azioni e reazioni che rimangono impresse.
Complimenti alla curatrice. Lettura delicata, che vi consiglio.

Brunella Caputo è nata a Salerno e vive tra l’Italia e il Brasile. È regista, attrice, autrice di testi teatrali.
È vice presidente dell’associazione noir Porto delle nebbie, con cui organizza eventi letterari.
Scrive racconti per lo spazio “La lettura” del quotidiano “La città” di Salerno.
È ideatrice del progetto letterario/ fotografico/ teatrale “Scritti di Luce – Autori in immagini e parole” in collaborazione con lo studio fotografico Cerzosimo di Salerno; del progetto “Letture d’autore – la musicalità della lingua italiana” con il quale promuove e insegna, attraverso l’utilizzo di testi teatrali e di narrativa, la lingua italiana in diverse città dello stato di San Paolo in Brasile; del progetto “Teatro Passione” con il quale insegna, insieme a Davide Curzio, attività teatrali, in lingua portoghese, presso la città di Guaratinguetà in Brasile.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Il nostro caro Lucio: Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana di Donato Zoppo (Hoepli 2018) a cura di Marcello Caccialanza

17 ottobre 2018

lucio battistiA vent’anni dalla scomparsa di un genio musicale, quale Lucio Battisti, avvenuta il nove settembre del 1998, a soli cinquantacinque anni di età, Donato Zoppo scrive “Il nostro caro Lucio”, edito dalla Hoepli, costo al pubblico Euro 17,90.
Qui vengono ripercorse in modo pedissequo ed assai nostalgico le tappe fondamentali della carriera fulminante del cantautore di Poggio Bustone.
Gigante indiscusso della musica leggera italiana, è stato indubbiamente capace di lasciare ai contemporanei e ai posteri un segno tangibile ed inviolabile nella cultura del suo stesso Paese.
Grazie a lui si può tranquillamente affermare, senza esagerazione e facili trionfalismi, che la canzonetta è salita di rango, divenendo nobile arte!
Battisti ha dunque firmato brani musicali indimenticabili, che, ancora oggi, grazie alla loro forza e modernità, sono in grado di emozionare e di far venire la pelle d’oca per l’intensità dei medesimi contenuti.
Con il paroliere Giulio Rapetti, in arte Mogol, ha costituito uno dei sodalizi più clamorosi e riusciti della storia della musica leggera nostrana!
Il suo talento cristallino e la sua innata sensibilità ha fatto sì che quest’artista riuscisse a prevedere quelle nuove tendenze e quei nuovi movimenti che avrebbero poi fatto breccia nel suo pubblico.
Di indole e timida e assai riservata ha fatto della sua vita privata un baluardo da proteggere a tutto tondo; poche sono state nella sua lunga carriera le interviste intimistiche concesse ai mass-media, centellinati perfino i suoi concerti!
È grazie quindi a Mogol i suoi successi stratosferici, quali “Acqua azzurra acqua chiara”; “Un’avventura”; “Dieci ragazze”; “Io vivrò senza te”; “Fiori rosa fiori di pesco”; “Emozioni” e moltissimi altri, uno più emozionante dell’altro.
Lucio, come lo stesso autore di questo meraviglioso libro-ricordo afferma, è stato anche capace di trovare sempre l’appeal più giusto per declinare tutte le più piccole sfumature della forma canzone, trovando stimoli e forza nuova per esplorare, con grande umiltà e convinzione, altrettanti spazi musicali. Infatti la sua stessa vasta produzione va dal melodico, al rock; dal blues al folk; attraversando anche mondi paralleli, quali progressive e disco music ; fino a toccare con estrema delicatezza un pop elettronico di assai rara eleganza.
Donato Zoppo oltre al racconto delle peripezie artistiche di Battisti, ci offre anche un’indagine sul privato dell’uomo cercando di individuare quelle motivazioni scatenanti che lo hanno portato a condurre una vita riservata, quasi monacale.
Dalle bellissime e sentite pagine di questo libro si avvince così una personalità complessa, ma al contempo stesso affascinante; per certi versi si può tranquillamente affermare che ci si imbatte in un ribelle, in un conclamato anticonformista; un mito indistruttibile che anche oggi al suo peso ed il suo perché!
Da leggere per ricordare, da leggere per conoscere.

Donato Zoppo, giornalista e conduttore radiofonico, scrive per “Audio Review” e “Jam”. Ha all’attivo libri su King Crimson, PFM, Area, Genesis.

Source: libro del recensore.

:: Un’intervista con Luca Poldelmengo, a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2018

TimeaBentornato su Liberi di Scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. E’ appena uscito “Negli occhi di Timea”, il secondo e conclusivo capitolo del dittico iniziato con Nel posto sbagliato, ce ne vuoi parlare?

Nei due romanzi, che sono autonomi e si possono leggere separatamente, ipotizzo la presenza di un’unita segreta di polizia, la Red, che grazie all’ipnosi utilizza i cittadini alla stregua di telecamere di sorveglianza. Questo aumenta esponenzialmente il potere investigativo della squadra, inficiando però le libertà personali di chi deve proteggere. Anche per questo la Red, asservita al più alto potere politico, è tenuta nascosta ai cittadini.

Come entra in tutto ciò Timea?

Timea è un bambina di 5 anni. Oltre a questo sappiamo solo che è l’unica testimone di una tremenda mattanza dai risvolti internazionali. La polizia l’ha rinvenuta catatonica contornata da cadaveri. Come è arrivata Timea in un luogo così isolato? Dove sono i suoi genitori? Perché nessuno la cerca? La sua presenza lì è frutto di una tragica fatalità o esiste un motivo? Ma soprattutto cosa hanno visto i suoi occhi?

Un noir atipico: coniughi fantascienza, fantapolitica e analisi sociale. Cosa ti ha ispirato a utilizzare questo approccio?

Quello che mi ha spinto a narrare questa storia è stata la volontà di esplorare una dicotomia nata dopo l’11 settembre, quella tra privacy del singolo e sicurezza collettiva. Quando ho scoperto che in molti paesi del mondo l’ipnosi investigativa era una realtà consolidata ho capito che quella sarebbe stata la strada da seguire: uomini usati come telecamere di videosorveglianza. Volevo però che il mio romanzo mantenesse un forte impatto visivo, e l’idea di qualcuno sdraiato su una poltrona che sbiascicava ricordi non mi entusiasmava, così ho deciso di ricorrere all’uso dell’ologramma che rappresenta ciò che l’individuo (il POV) riporta sotto ipnosi. Questo ha fatto sì che il mio noir si ibridasse con la fantascienza.

Può essere considerato una distopia, pur sembrando tutto così realistico, quanta realtà contiene il tuo libro?

Il 90 % è realistico, nel senso di possibile. L’ologramma che rende visibili i pensieri è l’unica vera concessione fatta allo sci-fi. Quando ho scritto Nel posto sbagliato forse anche il modo in cui raffiguravo Roma, che nel libro chiamo “la metropoli”, era distopico. In quattro anni la mia visione della capitale e ciò che sta diventando si sono incontrate a metà strada.

C’è sottesa una critica feroce al mondo dell’intrattenimento televisivo di informazione. Programmi di cronaca, sensazionalistici e volgari, sono davvero un male così radicale, distorcono davvero l’opinione pubblica?

La mia è fiction, se rappresento un giornalista come un personaggio negativo non voglio dire che il giornalismo in sé sia marcio. Di certo, ma questo è la storia a dirlo non certo io, l’informazione è sempre stata un’arma nelle mani del potere, ogni totalitarismo se ne è servito. La manipolazione della verità è un’arma quando c’è in ballo il potere. E un romanzo che si prefigge di raccontare il gioco del potere non poteva certo non tenerne conto. Naturalmente ho trattato l’informazione in un modo che ho ritenuto adeguato ai nostri tempi e al mio modo di raccontare.

Mafia, criminalità comune, politica, servizi deviati, mass media, tutto un calderone infernale pieno di insidie, corruzioni, opportunismi e degradi morali. E’ uno specchio della società di oggi o solo un monito?

Preferisco immaginarlo come un monito, molto vicino alla realtà che percepisco. Affermati professionisti pronti a pagare baby prostitute, servizi segreti deviati, politici corrotti, mafiosi che per denaro avvelenano la loro stessa terra, non mi sembra di aver inventato nulla. Il potere corrompe, il potere per il potere.

Tema centrale del romanzo è la vendetta. Per uno scrittore cosa significa descriverla in tutte le sue sfumature?

Significa interrogarsi anche qui su un limite, su fino a dove un uomo, un personaggio, possa spingersi. Mettere su un piatto della bilancia sacrosanti motivi per cui ciascuno di noi si sentirebbe in diritto di vendicarsi, e dall’altra parte un prezzo altissimo da pagare, verso se stesso, verso la propria moralità, i propri valori, i propri affetti. Allontanarsi un istante e vedere da che parte si piega la bilancia.

Come è cambiato, come è evoluto il personaggio protagonista Vincent Tripaldi?

Vincent nel precedente romanzo era il commissario a capo della Red, credeva, o si raccontava, che quello che faceva era giusto, perché perseguiva la giustizia. Poi è stato usato, ha perso tutto, se si esclude la sua vita e quella di suo fratello Nicolas. Ora, in Negli occhi di Timea, gli viene data la possibilità di vendicarsi, ma a che prezzo? Quanto cambierà dipenderà proprio da questo, da quanto in là si spingerà per cercare la propria vendetta. Dalle scelte che farà, quello ci mostreranno cosa è diventato. Di più non posso dirti, è pur sempre un noir…

Il male e il bene non è più ben chiaro dove siano. E questo che deve fare il noir, insinuare il dubbio?

Non so se sia un dovere di tutti i noir, di certo è quello che cerco di fare io ogni volta che scrivo una storia. Sollevare dei dubbi, i dubbi nutrono la mente, le certezze sono noiose oltre che pericolose, e come narratore non mi interessano.  

Hai voluto dare una storia d’amore pure al cattivo della situazione (perlomeno uno dei tanti) mi riferisco al mafioso albanese. Ho trovato la cosa molto struggente, un lampo di tenerezza, pur con tutti i distinguo del caso, in un mondo di violenza e sopraffazione. Perché questa scelta? 

Per lo stesso motivo per il quale nei miei romanzi non ci sono eroi, personaggi largamente positivi con cui invito il lettore a riconoscersi, alla stessa maniera non troverete neppure il male assoluto. Ciascuno ha il suo spazio di umanità, la sua luce in fondo al tunnel, per quanto questo possa essere profondo.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

Probabilmente, lo stanno traducendo in francese, per ora…

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Io non Esisto di Cristiana Carminati, Edizioni E/O.

Progetti per il futuro? 

Ho finito di scrivere due film, uno entrerà in produzione questo inverno, sarà il seguito (molto sui generis visto il largo scarto temporale) di Milano Calibro 9, quarant’anni dopo. Ho finito il mio primo romanzo per bambini, sto iniziando a lavorare ora al nuovo romanzo noir. Devo ultimare lo sviluppo di un progetto tv che ha vinto il bando SIAE/CSC dello scorso anno. Più altre due o tre cose più in alto mare…

:: “Meno male che non siamo nati Lui” (2018) di Angelo Zabaglio feat. Andrea Coffami. A cura di Daniela Distefano

16 ottobre 2018

ANGELO ZABAGLIO- Meno male che...Delirante litteram

Mare in tilt e prendi la scossa se ti bagni
stacca la spina di pesce prima di mangiare
devi nuotare per almeno tre ore altrimenti ti strozzi.
Titoli sballati per film doppiati peggio
peggio per te che armeggi nella pirateria
assolata in casa della prateria di pianto.
Delirante litteram
in rami e teli.
Tenda da campeggio per lei che si asciuga.
Pioggia fredda in estate torrida
corrida di toro sanguinante litteram.
Delirante litteram
in lite a rate.
Ante socchiuse che sbattono senza certezza
noi che balconi o terrazzi
o finestra pericolante litteram.

“Anarchico e corrosivo outsider”. E’ così che Angelo Zabaglio (alias Andrea Coffami e viceversa) è stato definito sulla scorta delle sue recenti pubblicazioni. Ed è una definizione esatta, anche alla luce di queste poesie che rivelano uno stato d’ animo sul bordo della ribellione; quasi impiastricciate di parole sudicie e insieme sfolgoranti. Il libro si avvale delle illustrazioni di Liz Castelletti e reca come titolo della prima poesia “Carboni senza Luca”, un vero e proprio manifesto della sua aguzza poetica.

Da dove

…Io sono uno scherzo di mestiere culturale,
rido di gioviali correzioni editoriali.
Fortunatamente ho cromosomi di
un anarchico suicida.
Con la stima sotto i piedi e la speranza
che mi aiuta.

Si tratta di una maniera in cui si percepisce l’autore, che di lirico mantiene l’ossatura di versi non precipitosi.
L’amore è qualcosa che difficilmente eleva. Si dipana l’ossessione del sesso che compensa questa granata di emozioni.

Cerchi in testa

Cerchiamoci a mo’ di amo
rompiamoci a mo’ di noci
strizziamoci a mo’ di mocio
baciamoci a mo’ di baco che ha sete.

Nella altre poesie di questa silloge – autoprodotta, ed è giusto precisarlo – ricorrono temi che forse tabù non sono più. Ma è fresca l’inventiva di associarli ad una lingua vivace, veloce, a volte torbida però sincera, fruttifera di associazioni mentali, rigorosa per l’affettazione giudiziosamente evitata.
I miti dei nostri giorni, le parole che rimbombano nel cervello per via degli stimoli pubblicitari, per via del moto elettronico della nostra ottusa comunicazione, sono serviti con la sagacia del demolitore.
Al macero l’idea stessa di vivere, di vederci topi microscopici che ruotano ciclicamente, che non hanno tempo per fissare sulla carta quello che più conta davvero nella vita, cioè la vita stessa per volare “liberi come un tozzo di pane”.
Meno male non siamo nati Lui” è una prova di come galleggiare tra gli impulsi esterni e il bisogno interiore di un canale, di una via d’uscita per gridare col megafono che, se esistiamo, un cammino potremmo sempre farlo tra le rocce del grottesco, le pietre della dissacrazione, le nuvole dei pensieri marci.

Angelo Zabaglio è nato a Latina. Dopo variegate esperienze lavorative, è approdato nel cosmo letterario pubblicando le raccolte poetiche “Ne prendo atto” (2013); “Serio f’aceto” (2012); il saggio umoristico “Sovvertire il cinema”(2010); la raccolta di racconti “Lavorare stronca” (2008) e la raccolta di poesie “Non tutti i dubbi sono di plastica” (2007). Nel 2016, è uscito il suo libro “L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire”, edito da Gorilla Sapiens Edizioni.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Le crépuscule des pensées di Emil Cioran (Èdition de l’Herne, 1991) a cura di Nicola Vacca

16 ottobre 2018

cC’è ancora un Cioran non ancora pubblicato in Italia. Si tratta di alcuni libri che invece in Francia sono già in circolazione da oltre venti anni.
Tra questi, degno di nota è Le crépuscule des pensées pubblicato dalle Èdition de l’Herne nel 1991 .
Libro che Cioran scrisse in romeno e in cui è già presente quel corrosivo scetticismo nei confronti delle possibilità umane che caratterizzerà le fasi del suo pensiero successivo.
Questo volume fu pubblicato per la prima volta nel 1940 e fu l’ ultimo che Cioran scrisse nella sua lingua prima di abbracciare in maniera incondizionata il francese.
L’amore, la solitudine, la musica, Dio, i sentimenti, l’arte e la creazione e molte altre considerazioni in queste pagine che già mostrano quella straordinaria filosofia dello squartamento e dei vacillamenti che Cioran presenterà nelle opere successive risalenti al periodo francese.
Le crépuscule des pensées è un libro incandescente, la lingua di Cioran è estrema e tagliente e già affonda le radici in quella profetica tentazione di esistere attraverso cui lo scrittore, il pensatore e il filosofo si avventurerà per annotare sulle pagine tutti gli elementi che definiscono la malattia morale degli esseri umani in caduta libera nelle tenebre della Storia.
Ci auguriamo che anche questo libro di Cioran venga pubblicato al più presto in Italia. Intanto ci chiediamo perché non è stato ancora fatto.

L’uomo dipende da Dio alla maniera in cui lui stesso dipende dalla divinità.

La timidezza è l’arma che la natura ci offre per difendere la nostra solitudine.

Nella tristezza una cosa è dolorosa: l’impossibilità di essere superficiali.

Il nichilismo: la forma limite della benevolenza.

Nella passione del vuoto non c’è che un sorriso grigio di nebbia che anima che anima ancora la decomposizione grandiosa e funebre del pensiero.

Tutte le acque hanno il colore della noia.

Il male lasciando l’indifferenza intatta, ha preso per pseudonimo il tempo.

Due cose mi hanno riempito sempre di un’isteria metafisica: un orologio che non funziona e un orologio che funziona.

Un pensiero deve essere strano come le rovine di un sorriso.

La nostalgia della morte eleva a rango l’universo intero a rango della musica.

Le introspezioni sono gli esercizi provvisori per un necrologio.

Il terrore è una memoria del futuro.

L’universo è una pausa dello spirito.

Scetticismo: nessuna consolazione di non essere cielo.

(Da Emil Cioran , Le crépuscule des pensées, l’Herne 1991)

:: Almeno un grammo di salvezza, Nicola Vacca (L’ArgoLibro Editore 2018) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2018

StampaSi fruga tra le macerie
In cerca di persone vere

Raccolta poetica atipica, questa di Nicola Vacca, Almeno un grammo di salvezza, in questi tempi così aridi, cupi e fasulli.
Versi brevi, essenziali, colmi di una religiosità laica che non a fatica ci porta a intessere un dialogo profondo e serio sui limiti della parola, della poesia stessa, e dei suoi nessi spesso occulti o celati, con la sacralità, la spiritualità e il divino.
Per chi conosce la spiritualità sofferta e dolorosa di David Maria Turoldo non una novità che la poesia e la preghiera sono fatte della stessa sostanza, dello stesso tessuto esistenziale ed etico.
Religiosità laica, spiritualità sembrano parole vuote, entità assenti nel nostro vivere contemporaneo, così privo di poesia, di bellezza e di dignità.
A tempo scaduto, Nicola Vacca invece li mette al centro della sua poetica ormai matura e indifferente a mode, filosofie e pregiudizi.
La sua poesia si fa meditazione, si fa studio della trascendenza racchiuso in un animo sensibile e poliedrico che si interroga, sul mistero del male, ovvero sul pesante interrogativo del male, e sulla mediocrità dei malvagi, ben poca cosa densa come polvere o cenere.
Che la religiosità laica non sia un paradosso già Norberto Bobbio lo sosteneva vivacemente e ostinatamente, e il linguaggio poetico è il veicolo più prossimo al mistero, alla trascendenza, e si fa spiritualità e la più alta, la più autentica.
Questi versi nati da una meditazione matura e profonda sia dell’ Antico che del Nuovo Testamento, ci presentano una profonda onestà di chi dice un disarmante “non so”, in un mondo dove tutti sanno tutto, tutti sono tuttologi e inveterati sapienti. Il senso morale, e la verità acquistano senso importanza, perché

Nessuna parola muore
Se incontra l’orecchio giusto

Il pessimismo, nato e sgorgato a contatto della realtà non si fa mai rassegnazione o disperazione anzi nasconde una traccia di luce quando dice:

Si scrive per capire se è vero
Che un lieto fine ci aspetta
Al termine della strada.

La rilettura e metabolizzazione personale de I Salmi, di Quolet, del libro di Giobbe (anticipazione delle sofferenze del Cristo, con il dramma messianico della morte in croce dell’ innocente), de Il Cantico dei Cantici, dell’ Apocalisse, ci avvicina alla colpa, alla salvezza, al senso ultimo delle cose, con naturalezza e semplicità senza bizantinismi di facciata o di maniera. E se un velo di pessimismo sussiste, ci ricorda che noi soli ne siamo la causa, perchè

La bellezza è scomparsa
Perché gli occhi non la cercano più

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Occhi di sale, Massimo Granchi, (Palabanda 2018) a cura di Viviana Filippini

13 ottobre 2018

unoOcchi di sale” è il romanzo di Massimo Granchi edito da Palabanda, casa editrice sarda. Il libro è un romanzo di formazione nel quale l’autore ci accompagna nella vita dei tre amici protagonisti. Un cammino tra adolescenza ed età adulta. Loro sono Matteo Corrias, un ragazzo diligente, equilibrato e serio; Giovanni Manca, detto Nino, istintivo, pragmatico e poco interessato alla scuola; Paolo Murgia, un sognatore, che desidera viaggiare e studiare. Tutti vivono a Cagliari nel quartiere Is Mirrionis, frequentano la stessa scuola e sono compagni di avventure e marachelle tipiche dell’adolescenza. Una vita non del tutto spensierata, perché già in questa fase giovanile i tre amici dovranno affrontare dei grattacapi che lasceranno in loro segni indelebili. Matteo proverà rabbia verso il padre morto suicida; Nino avrà un flirt con la sua professoressa che ad un certo punto lo allontanerà e Paolo vorrebbe tanto fare il medico e aiutare il prossimo. Purtroppo la vita riserverà degli imprevisti per i tre giovani, i quali vedranno messa a dura prova la solidità della loro amicizia, e si ritroveranno a vivere a distanza, senza sapere in modo completo quello che ognuno di loro sta attraversando. Da adulti li ritroveremo a fare i conti con la vita: Matteo venderà vestiti come faceva il padre, si farà una fidanzata che deciderà di sposare, ma non esiterà a tradirla e a darsi all’alcool. Nino volerà in Toscana, finirà in aeronautica, si fidanzerà e si appresterà a diventare padre. Paolo prenderà la laurea in economia (e non in medicina) e farà tanti lavoretti che non lo soddisfano e che complicano il rapporto con il padre. Gli anni passeranno, i tre protagonisti diventeranno adulti e dovranno fare i conti con il loro vissuto, dove momenti di sconforto e anche di sconfitta li metteranno a dura prova. Matteo fallirà in tutto: lui che per gli altri rappresentava la perfezione verrà lasciato dalla moglie, avrà problemi con il lavoro e si rovinerà la salute per il troppo attaccamento alla bottiglia. Nino tornerà in Sardegna, la sua vita amorosa subirà uno scossone disastroso. Dovrà fare i conti con il padre malato da accudire e con un ragazzino che spesso sta sotto casa sua. Paolo, l’eterno ragazzino, troverà lavoro da una ex fidanzata della quale è ancora innamorato (lei no), scriverà un libro e riuscirà a diventare autonomo dalla sua famiglia e dal padre ipercritico. “Occhi di sale” di Massimo granchi è un romanzo dalla struttura circolare, nel senso che all’inizio troviamo i tre protagonisti ragazzini e alla fine ci sono ancora tutti e tre, ma sono uomini maturi, adulti segnati dalla dure prove della vita. Granchi racconta il vivere quotidiano di Matteo, Nino e Paolo, i conflitti che hanno con le famiglie, con le fidanzate, le mogli. Non mancano le difficoltà a trovare un lavoro che soddisfi e faccia sentire appagati e ancora la scoperta di importanti verità nascoste che porteranno tutti e tre gli amici a dover attuare una rivalutazione completa del proprio io e delle persone che hanno conosciuto nella loro vita. “Occhi di sale” è un libro dalla lettura piacevole che fa riflettere su quanto a volte il destino sembri giocare con le persone creando ostacoli e intoppi nel loro vivere. Matteo, Nino e Paolo di “Occhi di sale” sono personaggi letterari con i quali i lettori possono trovare empatia, perché Granchi narra la crescita e la ricerca di una stabilità del vivere, un traguardo al quale i tre amici – come noi lettori- puntano, nonostante le ammaccature che a volte il vivere riserva loro.

Massimo Granchi è laureato in Scienze Politiche e in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni, e ha conseguito il Dottorato in Istituzioni e Società e la specializzazione in Storia, Media, Cittadinanza. Ha vissuto a Stoccolma dove ha lavorato per la Camera di Commercio Italiana. Ora vive in provincia di Siena dove ha fondato, con altri autori, il Gruppo Scrittori Senesi e il Premio Letterario Città di Siena. Il suo romanzo d’esordio “Come una pianta di cappero” (2013) ha vinto il Premio on Line Scrittore Toscano 2014.

Source: richiesto all’editore dal recensore. Grazie a Maria Gabriella Ranno.

:: Tua per sempre, Lara Jean di Jenny Han (Piemme 2018) a cura di Marcello Caccialanza

12 ottobre 2018

1Jenny Han scrive per la Piemme una deliziosa storia che si barcamena in modo sublime tra ragione e sentimento “Tua per sempre, Lara Jean”. Costo al pubblico euro 16,00.
La vita della protagonista, Lara Jean, una capace studentessa all’ultimo anno del liceo, sembra dannatamente e fastidiosamente perfetta all’occhio altrui: lei ha un filarino con un ragazzo che ama e con il quale la stessa è in procinto di partire per New York, ha un padre con cui va assai d’accordo, nonostante lo stesso sia sul punto di risposarsi. Ha perfino già scelto l’università da frequentare, una volta ottenuto il diploma.
Insomma una vita linda per una ragazza precisa e puntuale!
Ma come ci insegna molto presto la stessa vita, da qui ad un istante si può passare dalle stelle alle stalle! Da qui a un istante si può ricevere dei sonori cazzotti che ti fanno trattenere a lungo il fiato! E tu stupida pedina di una scacchiera imprevedibile devi abbassare la testa o altrimenti soccombere!
E anche per Lara Jean la vita no fa sconti! Bastarda più che mai le metterà dunque i bastoni tra le ruote, spezzando ogni sua certezza, sconvolgendo i suoi stessi piani!
Al punto che la ragazza dovrà scegliere se seguire il cuore o la ragione.

Jenny Han vive a Brooklyn, New York, dove ha frequentato la New School ottenendo un Master in Scrittura Creativa.
Adora la serie Buffy l’ammazzavampiri, la torta di mirtilli e le calze al ginocchio.

Source: libro del recensore.

:: Codice Lumière di Sergio Fanucci (TimeCrime 2018) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2018

treCapitolo conclusivo della “Trilogia dei Codici” di Sergio Fanucci, Codice Lumière, uscito quest’estate per Time Crime di Fanucci è un’inattesa scoperta.
Innanzitutto è un thriller con venature da spy story di respiro internazionale, cosa non così consueta per un autore italiano che ha anche sulle spalle la gestione e la responsabilità di un’ intera casa editrice.
Non l’ho richiesto, mi è stato mandato e non avendo letto i precedenti Codice Scorzese e Codice Scriba, non sapevo bene cosa aspettarmi, e invece sono rimasta piacevolmente sorpresa.
Buon ritmo, scrittura veloce ma eccitante e perché no sexy, alla Harold Robbins, e alla Irving Wallace per intenderci, intreccio complesso, ma dove tutto si appiana e si incastra come un gioco di pazienza.
Non manca la lezione dei grandi della letteratura spionistica da Ludlum, a Forsythe, a Johannes Mario Simmel amanti della congiura e dell’ inaspettato, con quel tocco romantico alla Martin Cruz Smith che non guasta e colorisce di fascino trame altrimenti troppo scabre.
Scenari mozzafiato e descritti nei minimi dettagli da uno che sembra ci sia stato veramente in tutti questi luoghi del mondo, da New York, a Parigi, dalla Siberia al Venezuela, fino a Venezia e Chamonix.
Una spruzzata di cultura nerd, con una buona infarinatura scientifica, anzi anche un po’ fantascientifica, dagli algoritmi, ai satelliti, e all’utilizzo che se ne può fare per scopi bellici.
E’ un brutto mondo quello che ci descrive Fanucci, fatto di tradimenti, di governi spietati, di agenzie governative più interessate a coprire la verità che a mostrarla, di congiure occulte, di società segrete, di assassini senza coscienza per cui uccidere è una cosa senza alcuna importanza, un male minore.
Militari, spie, ingegneri, scienziati, avvocati, poliziotti, procuratori legali, tutti tentano di sopravvivere e fare la cosa giusta almeno per loro, alcuni troppo convinti di essere i soli a sapere cosa è la cosa giusta.
E il potere, questo magma oscuro, corrompe più che rendere migliori e utili al mondo e alla società.
Non è naturalmente tutto oscurità, e l’autore è bravo a dare profondità e autenticità ai sentimenti e alle emozioni dei personaggi, alle loro fragilità e debolezze, e come sempre è l’amore che offre un riscatto anche a chi aveva dimenticato cosa fosse. L’amore tra genitori e figli, tra colleghi, tra moglie e marito, tra amanti.
Finale aperto, nella più pura tradizione classica, che ti spinge a chiederti cosa farà Cobra?, dove è finita Iside?, riuscirà l’eroina protagonista l’avvocato Elizabeth Scorzese a non finire più in mezzo a intrighi internazionali più grandi di lei e a curare le ferite dell’anima di Robert Palmer, soldato in congedo a cui avevano ucciso moglie e figlie?
Insomma se questi personaggi tornassero in un futuro imprecisato, non sarebbe male. Mi aspettavo una storia banale e noiosa, mi sono dovuta ricredere, ho trovato atmosfere noir, colpi di scena, trappole, congiure di ricchi e potenti con troppi soldi e troppo tempo libero per fare danni.
Inquietante l’ipotesi nascosta nella trama e il potere che scatenerebbe, da rovesciare davvero gli equilibri geopolitici del mondo. Immaginatevi Trump, o Putin o Xi Jinping a disporne. Brividi.
Da recuperare i due libri precedenti.

Sergio Fanucci (1965) figlio e nipote di editori, ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia e nel 1990 ha ereditato la casa editrice del padre. Da allora ha costruito un catalogo specializzato nella letteratura di genere creando il Gruppo Editoriale Fanucci. Vive a Roma con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Per rizzoli ha pubblicato Codice Scorsese (2015), primo volume della Trilogia dei Codici, il successivo Codice Scriba (2016), ora riproposti per la prima volta in edizione tascabile, cui fa seguito l’ultimo e conclusivo romanzo, Codice Lumière per il marchio Timecrime.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani Ufficio Stampa – Gruppo Editoriale Fanucci.

:: Taccuino dello svagato di Giorgio Caproni (Passigli 2018) a cura di Nicola Vacca

8 ottobre 2018

CaproniGiorgio Caproni non è stato solo un grande poeta. È tutta da scoprire la sua attività di prosatore e di collaboratore di quotidiani e riviste.
Fra il 1958 e il 1961 il poeta su la Fiera letteraria curò una rubrica dal titolo stravagante: Taccuino dello svagato.
Passigli per la prima volta raccoglie in volume le prose che Caproni pubblicò su una delle riviste più importanti del Novecento.
Taccuino dello svagato è un libro prezioso per comprendere il genio di uno dei massimi poeti del secolo scorso.
Caproni con leggerezza e ironia si muove con grande disinvoltura tra le pagine della Fiera letteraria. Si occupa non solo di letteratura. Dialoga con i suoi lettori su molti argomenti.
Evita sempre di essere retorico e banale, anzi preferisce sempre la provocazione, mostrandosi, come fa nella sua poesia, nemico dei luoghi comuni.
Gli articoli più belli sono quelli che Caproni dedicò allo stato di salute della poesia italiana, le sue digressioni sul mercimonio nel mondo culturale e sul modo di fare critica letteraria e le sue ironiche considerazioni sull’ego ipertrofico dei poeti. Insomma, pagine scritte più di mezzo secolo fa che ben descrivono quello che accade e succede oggi.
Quando in un articolo del 15 febbraio 1959 Caproni scrive della giovane poesia italiana, con molta ironia denuncia il superficiale concedersi alla cronaca e una scarsa attenzione nei confronti del linguaggio poetico, che non è mai un problema passato di moda.

«Purtroppo la nostra poesia più giovane ci par che rischi, a questo proposito, di precipitare in un anonimato senza confini».

Quello che scriveva ieri Caproni, vale oggi anche per la poesia più giovane del nostro tempo, che commette gli stessi peccati di presunzione ed è destinata all’anonimato.
I ragionamenti di Caproni nei suoi interventi sulla Fiera letteraria sono sempre radicati, lungimiranti e, abbiamo visto, anche profetici.
In queste pagine si rivelò anche un eccellente recensore di libri di poesia.

«Caproni recensore – scrive Alessandro Ferraro nella prefazione – mise sempre al centro il libro, il più volte, di versi, e come ragionò schiettamente sul rapporto tra l’autore e la sua opera (bisogno, invenzione, verità, misura…) così agì sulla ricezione di questi da parte del grande pubblico, cercando di abbattere i pregiudizi e gli avvicinare il lettore comune».

Un poeta onesto e uno scrittore autentico che esercitava il suo ruolo di critico letterario, essendo sulle pagine della Fiera letteraria prima di tutto una persona libera che sceglieva i suoi libri liberamente e non l’agente pubblicitario di scrittori e editori.
Parole sante, queste di Giorgio Caproni, soprattutto oggi che la critica letteraria latita per l’eccessiva presenza tra le sue fila di numerosi agenti pubblicitari e marchettari al servizio del marketing editoriale.
Taccuino dello svagato è una lettura obbligatoria. Giorgio Caproni è un prosatore provocatorio, necessario e irrinunciabile, proprio come è provocatoria, necessaria e irrinunciabile la sua poesia.

Giorgio Caproni (1912-1990), uno dei più importanti poeti del Novecento in Italia.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: Storia di due donne e uno specchio, Edoardo Zambelli (Laurana 2018) a cura di Fabio Orrico

5 ottobre 2018

Storia di due donne e uno specchioIl secondo romanzo di Edoardo Zambelli (l’autore ha al suo attivo L’antagonista, uscito un paio d’anni fa sempre per Laurana) ha un titolo, Storia di due donne e uno specchio, che, se vogliamo, pone la sua storia nel segno dell’evidenza, anche se poi tutto all’interno di questo libro si rivela duplice e aperto alle più diverse interpretazioni. D’altra parte lo specchio è uno strumento che raddoppia la nostra immagine, nonché quella degli oggetti che ci stanno intorno. Le due donne evocate dal titolo, Alessandra e Marta, vengono inquadrate in un momento decisivo della loro esistenza e la loro vicenda spezzata in due tempi che sono anche le parti di cui il testo è composto. Alessandra e Marta si conoscono a un funerale, diventano amiche, poi diventano amanti. Alessandra torna in Veneto dopo una lunga permanenza in Puglia, deve riannodare i fili con quel poco che è rimasto della sua famiglia, vale a dire un padre malato di Alzheimer. Per Marta le cose sono forse addirittura più complicate perché la sua routine viene sconvolta da un uomo, Ethan, che sembra sapere cose del suo passato che nemmeno lei conosce. Di più ancora: Ethan vuole ricondurla a quel passato, pressandola con un’azione di stalking che sembra preludere a qualcosa di tremendo. Poi la storia si azzera e si ricomincia. Marta e Alessandra (è la stessa Marta ma non la stessa Alessandra, ma potrebbe anche non essere così) sono madre e figlia. Marta adesso ha diciott’anni e andiamo con lei a esplorare quel passato negato e riportato alla luce della propria coscienza nella prima parte, senonché il talento tentacolare di Zambelli costringe le esistenze dei suoi personaggi a una torsione su se stesse, quasi a volerle mostrare attraverso un prisma che insieme cela e illumina. Storia di due donne e uno specchio sembra aggiornare l’Hitchcock de La donna che visse due volte (anche qui del resto c’è una Judy) e corteggia da vicino il Lynch più estremista, quello di Strade perdute e Mulholland drive, ma se faccio riferimenti cinematografici è solo per comodità (e forse pigrizia) dal momento che il romanzo di Zambelli onora il medium che si è scelto senza sensi di colpa o complessi di inferiorità, anzi. La lingua dell’autore è densissima e consapevole, capace di assediarci coi suoi misteri restando piana, trasparente e questo rende ancora più oscuro e traumatico il labirinto costruito intorno al lettore.
A scandire la trama ci sono poi una serie di personaggi (la vecchia e le sue borse della spesa), oggetti (un gattino del folklore giapponese), caratteristiche fisiche (il neo) e canzoni (Cocoon di Bjork) che rappresentano altrettanti agganci col doppio fondo che abita le due protagoniste. Ho detto agganci ma avrei forse fatto meglio a dire sonde che ci permettono di dragare l’interiorità di Alessandra e Marta senza che l’intelligenza di narratore di Zambelli venga mai meno. Infatti il bello di questo libro è proprio la porzione di racconto sottoesposta, detentrice di verità e conferme che Zambelli, diabolico e abilissimo regista del proprio materiale, decide di far balenare davanti ai nostri occhi. E tanto basta: Storia di due donne e di uno specchio è un meccanismo preciso e morboso, un romanzo di formazione onirico, un thriller che si sgancia dalla logica cui siamo abituati per tendere forse a una logica superiore e quindi definitiva: la realtà che ricordiamo che, parafrasando il già citato Lynch, non è per forza quella che abbiamo vissuto.

Edoardo Zambelli è nato a Città del Messico nel 1984. Vive a Cassino, in provincia di Frosinone. Ha pubblicato i romanzi L’antagonista (Laurana, 2016) e Storia di due donne e di uno specchio (Laurana, 2018).

Source: libro inviato dall’editore al recensore.