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:: Mancanza di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni 2017) a cura di Nicola Vacca

20 ottobre 2017

mancanzaLa poesia di Ilaria Palomba, come la sua prosa, è un viaggio senza fine nel cuore nero degli abissi.
Nella profondità degli abissi la poetessa si eclissa per cercare una redenzione ma nel confronto angoscioso con il cuore nero della loro filosofia, ne attraversa con l’inquietudine ogni buco, collezionando tutte le mancanze con cui è necessario fare i conti.
Mancanza è il titolo del libro di poesia di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni, pagine 81, euro 9,90).
Con parole che deflagrano sempre e che squartano la carne, l’autrice attraversa nel disincanto la ferocia di questo tempo al culmine della disperazione.
Mi piace molto la sua poesia che è sempre uno schianto di nervi. Una poesia che ha il coraggio di sanguinare e che tende sempre a smascherare ogni retorica e ogni convenzione.
I versi di Ilaria sono chiodi che si conficcano nella carne, perché la sua poesia è immanente nel suo essere soprattutto corpo.
Mancanza è un libro – incendio: sono i versi stessi che appiccano il fuoco non curandosi delle conseguenze.

«Mi piace aggirare le folle, / starmene al centro della Terra, / sentirla tremare / con la certezza delle ultime epifanie, /sgretolare le pareti / in un tramonto dalle diciassette tonalità di rosso».

Ilaria Palomba evita accuratamente le parole accomodanti, che non appartengono alla sua scrittura e al suo stile di vita.
Quello che conta nella sua poesia è sussurrare agli abissi, spalancare l’esistenza sui crolli che ogni giorno avvengono sotto i nostri passi, attraversare le latitudini marce del suo tempo con un disincanto lucido che non chiede alcun perdono alle illusioni e alle utopie.
Mancanza è una collezione di squartamenti in cui

«Siamo mancanze / che s’incontrano /specchiandosi nei vuoti».

Qui siamo lontani per fortuna dalla poesia rassicurante e edulcorata. Ilaria Palomba si cimenta con un poetare crudo e immanente e prende in prestito dalla crudeltà dell’esistenza le parole dirompenti che come tagli incidono sulla carne ferita.

«Una volta c’erano poesie che mandavano un guerriero / a farsi tagliare la gola, ma con la gola tagliata / il guerriero era morto / e cosa restava della sua gloria? / Voglio dire del suo trasporto? Niente»

queste sono le parole sanguinanti di Antonin Artaud, che nell’abisso del nero rivendica il suo essere poeta veggente sospeso tra la verità metafisica e la crudeltà.
Questa di Mancanza è una poesia che taglia la gola:

«Cosa resta / poi, /dopo l’ultimo sangue?»

si chiede Ilaria mentre il fuori sconfina e il dentro delira.
La parola della poesia che continuerà a sanguinare e il suo schianto in questo teatro della crudeltà che è la vita.

Ilaria Palomba collabora con “Mag O” della Scuola di Scrittura “Omero” e “Succedeoggi”. Lavora nell’ambito della riabilitazione psichiatrica al Centro Diurno Monteverde. Ha pubblicato per Gaffi il romanzo Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag, per Meridiano Zero Homo homini virus, vincitore del Premio “Carver” e terzo al Premio “Nabokov”, Una volta l’estate, scritto a quattro mani con Luigi Annibaldi, vincitore del Premio “L’Aringo Essere Donna Oggi”, e il saggio Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art (Edizioni Dal Sud). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in francese per “Les Cahiers européens de l’imaginaire” e in inglese per Mammoth Book. Ha curato l’antologia di racconti e disegni Streghe postmoderne (Alter Ego). È tra gli autori delle antologie Il mestiere più antico del mondo? (Elliot) e Sorridi, siamo a Roma (Ponte Sisto).

Source: inviato dall’ autore al recensore.

:: Due edizioni a confronto: Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (Testo inglese a fronte) a cura di Nicola Vacca

19 ottobre 2017

antologia di spoon river

Spoon River è un luogo vero non segnato su nessuna carta geografica. Ma è anche un luogo immaginario che esiste solo nella fantasia di chi vuole farci credere di esserci stato.
Edgar Lee Masters è il poeta americano che ha inventato Spoon River, un posto unico che esiste attraverso una serie suggestiva di allusioni.
Quel meraviglioso libro che poi ha scritto è diventato nel tempo uno dei punti di riferimento più importanti della poesia mondiale.
Antologia di Spoon River fu pubblicata negli USA per la prima volta nel 1915 e in edizione definitiva esattamente cent’anni fa, nel 1916, dall’editore newyorkese MacMillan (alcune poesie erano già apparse fra il 1914 e il 1915 sulle pagine del «Reedy’s Mirror»).
In Italia la traduzione arriverà solo nel 1943, grazie a Cesare Pavese che la segnalò a Fernanda Pivano come esempio di differenza tra letteratura inglese e letteratura americana.
Antologia di Spoon River è, infatti, profondamente americana: descrivendo il microcosmo di una cittadina rurale del Midwest, Masters ha voluto indagare il macrocosmo della vita umana in un’ironica e commovente enciclopedia di dolori, rimpianti ed emozioni. Il poeta fa parlare le lapidi di quanti hanno trovato sepoltura nel cimitero sulla collina: questi 244 personaggi riassumono la loro vita, danno voce a recriminazioni, tentano di raddrizzare i torti e, in sintesi, raccontano la loro verità. Prigionieri durante la loro vita di una mentalità provinciale e ristretta, frustrati nei tentativi di evasione, ora da morti sono definitivamente prigionieri, perseguitati da una maledizione, la maledizione di Spoon River.
Ogni generazione di lettori ama questo libro che a distanza di un secolo offre sempreverdi emozioni.
La galleria dei personaggi che Masters mette sulla carta è la metafora della civiltà contemporanea ma è anche lo specchio della condizione umana.
Ci sono tutte le classi sociali sulle lapidi di Spoon River, a testimonianza di tutte le contraddizioni dell’esistenza.
Antonio Porta che ha tradotto il capolavoro di Edgar Lee Masters (nel 1987 in Oscar poesia Mondadori e di recente è uscita una nuova edizione da Il Saggiatore con l’aggiunta di tre frammenti inediti) scrive: «Il viaggio agli inferi, dunque, nella poesia antica, come in quella moderna, viene affrontato da Edgar Lee Masters anche nel nome di Dante e lungo la via tracciata dall’Inferno della Commedia. La poesia che ci parla del regno dei morti, il regno in cui, finalmente, la verità della giustizia non si fa attendere e non è più velata dagli scenari della sopraffazione».
Gli epitaffi raccontati in prima persona dai defunti con la lingua schietta di una poesia che si sporca le mani con tutte le sfumature dell’inferno dei viventi ( a parlare di se stessi nel libro di Masters: suicidi, puttane, imbroglioni, direttori di banca corrotti, atei, blasfemi) hanno consegnato alla storia «un poeta robusto», come giustamente fece osservare Ezra Pound.
A cento anni dalla sua prima pubblicazione arriva in Italia un’ altra traduzione. La prima l’ha curata per Mondadori Luigi Ballerini.
Il poeta e critico con la nuova traduzione mette in luce ciò che Masters racconta di sé attraverso i suoi personaggi (sul versante politico ad esempio sappiamo che detestava Abraham Lincoln, e che non manca occasione di esercitare il suo sarcasmo in modo diretto e indiretto; sul versante privato invece è noto che numerose delle ragazze seppellite sulla collina richiamano il suo primo grande amore, Margaret George). Ballerini dà risalto alla struttura narrativa dell’antologia, al suo disegno, agli echi e ai rimandi, ai modelli letterari; e anche alle dinamiche sociali e politiche della provincia americana e alle caratteristiche di tutte quelle figure – quasi stereotipi – che la affollano: il medico, il giudice, il becchino, il direttore del giornale e quello della banca, la maestra.
Il Saggiatore ,invece, ripropone una nuova edizione dell’Antologia nella prestigiosa traduzione di Antonio Porta.In questo volume ci sono tre testi inediti di Edgar Lee Masters presentati in esclusiva per i lettori italiani.
Porta nel suo lavoro ha cercato di rispettare la sostanza dialogica dell’originale, conservando per ciascun personaggio un linguaggio proprio, in modo da trasmettere al linguaggio della poesia italiana il modello del monologo – confessione messo così felicemente a punto da Lee Masters.
Sono le parole intramontabili di Antonio Porta che consegnano alla posterità l’Antologia di Spoon River e ci spiegano perché vale la pena oggi tradurre questo poeta straordinario. Con Edgar Lee Masters «la poesia diventa così un linguaggio di verità che agisce nella vita e non si limita a indicare da lontano catastrofi individuali e sociali».

Edgar Lee Masters, Garnett, Kansas, 1868 – Melrose Park, Pennsylvania, 1950. Avvocato, nel 1916 pubblicò l’edizione definitiva della sua Antologia di Spoon River, che ebbe un clamoroso successo internazionale.

Source: libri arrivati al recensore dai rispettivi uffici stampa Mondadori e Il Saggiatore.

:: Nasce la collana Z a cura di Nicola Vacca per i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno

18 ottobre 2017

lampi di veritàNasce per i tipi de I Quaderni del Bardo Edizioni‘ di Stefano Donno la collana Z a cura di Nicola Vacca, poeta e critico letterario pugliese, non che collaboratore di Liberi di scrivere e autore a sua volta di un blog molto seguito e autorevole Zona di disagio.

La prima pubblicazione selezionata e proposta da Nicola Vacca, che vedrà la luce nella prima metà di novembre 2017 nella collana Z è quella di Donato Di Poce, nativo di Sora e milanese di adozione, dal titolo “Lampi di Verità” con la prefazione del filosofo Alessandro Vergari.

Noi volendo saperne di più abbiamo chiesto direttamente a Nicola Vacca maggiori dettagli. Ecco le sue risposte.

Sei il curatore della collana Z per i tipi de ‘I Quaderni del Bardo Edizioni’ di Stefano Donno. Come è nato il progetto?

Il progetto nasce di comune accordo con Stefano, che da anni dirige una bella casa editrice. Ho accettato di collaborare con lui che l’editore lo sa fare davvero. Cura nei dettagli i libri e soprattutto gli autori. Poi è arrivata Z (che prende il nome dal mio blog Zona di disagio). Una collana di poesia che curerò nel rispetto della linea editoriale de i Quaderni del Bardo. Selezione accurata dei testi e massima attenzione nella scelta degli autori. Insomma cercheremo di fare editoria e letteratura di alto livello.

Cosa deve racchiudere il tipo di poesia che proporrai e selezionerai per questa collana?

La poesia a cui guardo è quella onesta, per dirla con Umberto Saba. Nella selezione guarderò agli autori che sanno proporre visioni e che non scrivono per parlarsi addosso. La poesia del Noi e non dell’ego. Quello che mi interessa è pubblicare poeti che sanno scavare nelle parole e soprattutto non si nascondono mai dietro quello che scrivono. Una poesia che sta dalla parte della Parola e non delle chiacchiere autoreferenziali.

Pensi che i già magri lettori, perlomeno italiani, leggano ancora poesia? Cosa proporresti per avvicinare le persone alla poesia?

La poesia nel nostro paese è poco letta. In molti casi non ha un mercato, anche se ci sono piccole realtà che pubblicano poesia di qualità. Z. sarà una collana che avvicinerà i lettori alla poesia. Sceglierò, o cercherò di scegliere, poeti che prima di tutto nelle loro opere hanno deciso di non tradire mai i lettori e se stessi. Insomma, una scommessa controcorrente in un mercato editoriale in cui anche nel settore della poesia esistono le solite compagnie di giro che funzionano come una lobby. Z. sarà una collana di poesia meritocratica. Questo è il fiore all’occhiello della mia creatura e dell’intera casa editrice.

:: Nella corrente di Joris Karl Huysmans (Edizioni Clichy 2017) a cura di Nicola Vacca

12 ottobre 2017

controcorrenteJoris – Karl Huysmans è conosciuto soprattutto per il romanzo «À rebours» (Controcorrente), considerato il manifesto e il vangelo del Decadentismo.
La sua opera è ancora poco apprezzata per molti motivi, primo fra tutti il suo andare contro la corrente del senso comune, della morale, della ragione, della natura, come appunto testimonia il suo libro più famoso che è stato definito un rasoio avvelenato che squarcia il grigiore della blasfema e futile letteratura contemporanea.

«Controcorrente – scrive Huysmans nella prefazione al suo romanzo – piombava nel mercato letterario come una meteorite, suscitando stupore e risentimenti, la stampa ne restò sconcertata, mai delirò in così gran numero di articoli. Dopo avermi trattato da misantropo impressionista e aver etichettato Des Esseintes come maniaco, imbecille e complicato, i normalisti come Lemaître, si indignarono perché non avevo fatto l’elogio di Virgilio e con tono perentorio dichiararono che i decadenti latini del Medioevo non erano che dei rimbambiti e dei cretini».

Lo scrittore fu un irreverente interprete della decadenza e le sue riflessioni disturbarono i benpensanti del suo tempo sempre pronti a confezionare futili morali.
Carlo Bo scrive che «À rebours» è diventato il manuale del perfetto decadente che ha ispirato intere generazioni di scrittori e poeti. Huysmans ha insegnato a parlare di letteratura a molti suoi contemporanei.
Prima del suo libro capolavoro lo scrittore francese dette alle stampe «À vau – l’eau»(Nella corrente), il romanzo autobiografico che racconta la storia di un travet, flâneur e dandy mancato che si lascia vivere perdendosi inerte nella corrente di una Parigi corrotta e decadente, che ha da tempo esaurito l’entusiasmo postrivoluzionario.
Adesso il romanzo torna in libreria. «Nella corrente» lo pubblica le Edizioni Clichy (traduzione e cura di Stefano Lanuzza).
Jean Folantin, grigio impiegato ministeriale, porta in giro per Parigi la sua depressione decadente. Un specie di diario di un ‘esistenza mancata in cui il protagonista annota sulle pagine più le perdite che i profitti di un ‘esistenza priva di slanci e amareggiata quotidiana mente da un noia che non nasconde tutte le sue note di grigio.
Lo spleen di Parigi opprime il protagonista che in affanno si perde e si estingue nella corrente.
Joris – Karl Huysmans racconta l’ insoddisfazione del povero diavolo alla deriva Jean Folantin attraverso la sua grottesca ricerca di posti dove mangiare, perché egli non è più in grado finanziariamente di sostenere il peso economico di una domestica che lo accudisca.
« Non gli resta, così, – scrive Stefano Lanuzza nella prefazione – che abbandonarsi: andare alla deriva e nella corrente. Dopotutto è quando gli riesce meglio ogni volta che il reale gli rivela l’impossibilità d’ogni speranza o scampo» .
Folantin è senza dubbio l’altra faccia – più sofferta, patetica e forse più vera- di Des Esseintes.

Charles-Marie-Georges Huysmans nasce a Parigi nel 1848. Cambia il suo nome in Joris Karl, in omaggio alle origini olandesi della famiglia paterna. Nel 1876 conosce Émile Zola, del quale diventa subito amico, ed entra a far parte di un circolo assieme a Flaubert, Goncourt e Maupassant. Nella corrente viene pubblicato nel 1882, due anni prima del celebre À rebours, che influenzerà intere generazioni di scrittori diventando un manifesto del decadentismo. Nel 1900 Huysmans viene scelto come presidente della prima edizione del Premio Goncourt. Muore a Parigi nel 1907, poco dopo aver preso gli ordini come monaco benedettino.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Il sole tra le mani di Roberto Ritondale (Leone editore 2017) a cura di Nicola Vacca

11 ottobre 2017

sole maniOgnuno deve fare i conti con un proprio libro dell’inquietudine. Il prezzo da pagare è sempre salato.
Anche Aldo Montesi, il protagonista de Il sole tra le mani, il nuovo romanzo di Roberto Ritondale, è uno strano tipo disperatamente in cerca del suo centro di gravità permanente.
Aldo vive nel mancato equilibrio totale, lacerato da una dinamica precaria di rapporti esistenziali.
Aldo colma la sua mancanza di emozioni nei confronti dei suoi simili facendo lunghe passeggiate nei cimiteri, dove ruba lacrime straniere alle persone che sono capaci di piangere i loro morti.
Per il protagonista il cimitero è la più grande ipocrisia del mondo: custodisce i morti spacciandoli per vivi.
Frequenta la sua esistenza come una casa devastata, intorno a lui c’è il caos. Vive la sua vita da anestetizzato, non riesce a dare un senso ai misteri che avvolgono la scomparsa di suo padre, non riesce a perdersi per ritrovarsi. Sa solo fare i conti con la propria assenza. Decide di intraprendere un viaggio nel suo passato (in compagnia di Fernando Pessoa, la sua guida spirituale) e cancellare dalla faccia della terra tutte le foto che lo raffigurano per consegnarsi definitivamente alle ombre.
Ma paradossalmente questa sarà la strada che lo porterà a nuova vita e a prendere tra le sue mani quel sole che aveva fino al momento rifiutato di vedere.
Roberto Ritondale nel suo romanzo racconta il viaggio di formazione di Aldo dalla morte alla luce passando (avvalendosi di una scrittura chiara, coinvolgente e essenziale) per il labirinto di una prigione da cui difficilmente si può evadere: quello della coscienza che ci presenta sempre e comunque un conto da pagare.
Aldo Ambrosi è un’anima inquieta che ha la morte nel cuore anche quando intraprende un viaggio alla ricerca di se stesso, sapendo che per lui nessun posto sarà per sempre.
Il sole tra le mani è un romanzo molto particolare, giocato su un serie deflagrante di conflitti interiori.
È la storia di un uomo che scava tra le macerie della propria esistenza e strappa una volta per tutte le foto di un album di famiglia con tutti i suoi contorni di oscurità.
Da quel tesoro di ricordi dissipato, dopo aver perso tutto, il protagonista parte per un viaggio. La scommessa è la ricerca di se stesso. La partita da giocare sarà difficile e forse non ci saranno vincitori.
«L’idea di viaggiare mi seduce per traslazione, come se fosse l’idea per sedurre qualcun altro».
Aldo, con le parole del suo amato Fernando Pessoa nella testa e nell’anima, ci conduce nel suo personale libro dell’inquietudine dove pesano le lacrime della solitudine che ha in sé il coraggio di frequentare se stessi fino a farsi male per rinascere a nuova luce.

Roberto Ritondale è un redattore dell’Ansa, è nato a Pagani (Salerno) il 9 ottobre 1965 ma vive a Milano. Ha collaborato alla stesura di sceneggiature per il programma radiofonico La storia in giallo, in onda su Radio- Rai3 nel 2004 e 2005. È autore di romanzi e racconti per importanti case editrici. Con Leone Editore ha pubblicato Sotto un cielo di carta (2015) e Il sole tra le mani (2017).

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Il corso dell’ amore – Alain De Botton (Guanda, 2016) a cura di Nicola Vacca

2 ottobre 2017

il corso dell'amoreAlain De Botton dopo ventitré anni torna a occuparsi dell’amore. È da poco uscito per i tipi di Guanda il suo nuovo romanzo.
Il corso dell’amore, questo è il titolo, è un libro che non ignora le concrete filosofie del quotidiano. Il suo autore racconta attraverso la storia di Rabih e Kirsten il corso del loro amore alle prese con il realismo disincantato della vita di tutti i giorni con tutte le sue ansie e le sue problematiche.
Cosa succede nella vita coniugale e amorosa dopo la fase esplicita dell’innamoramento? Da questo interrogativo parte lo scrittore svizzero per demolire una volta per tutte l’ideale troppo esaltato dell’amore romantico.
L’amore romantico è la tomba dell’amore, sembra suggerirci De Botton e penso abbia perfettamente ragione.
La storia di Rabih e Kirsten è soprattutto immersa nelle vicende quotidiane. Il corso del loro amore si sporca di realtà e soprattutto ha a che fare con tutto ciò che di non romantico c’è in una relazione matrimoniale.
Le piccole cose di tutti i giorni, essere genitori, le delusioni, i traguardi mancati, le aspettative non corrisposte e anche le incomprensioni che sfociano nell’adulterio.
Alain De Botton smaschera senza alcuna finzione l’amore romantico e paradossalmente ci dice che sarà proprio l’amore non romantico con la sua lucida visione della realtà (non esiste l’anima gemella, la coppia perfetta e altri luoghi comuni del genere) a insegnare al genere umano un nuovo modo di amarsi.
De Botton analizza con una spietata freddezza tutte le fasi dell’amore dei due protagonisti raccontando la terra di mezzo, che è quella che comincia dove le belle storie finiscono.
Lo scrittore del corso dell’amore racconta il normale e non l’eccezionale, che è una fantasia sublime dietro la quale si è sempre nascosto l’inganno dell’amore romantico.

«Dobbiamo avvicinarci all’amore con più intelligenza e psicologia, e sposarci con più consapevolezza e saggezza. Anzi, diciamo che dobbiamo far sposare il matrimonio alla conoscenza».

Questo è uno dei motivi per cui Alain De Botton è tornato a scrivere sull’amore consigliano ai lettori di tenere sempre i piedi per terra e di allontanarsi una volta per tutta dall’idea romantica del’amore.
La durezza del quotidiano ci dice che non si potrà mai essere felici trovando la persona perfetta, perché in amore non esiste una idea saggia del giusto e nessuno di noi è perfetto.
Dobbiamo imparare ad amare tenendo conto delle nostre imperfezioni, perché per essere felici non abbiamo bisogno di essere perfetti, ma di persone che siano capaci di vivere con le nostre imperfezioni.
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Alain De Botton con Il corso dell’amore racconta la storia di tutti i giorni di due persone che viaggiano insieme per imparare ad amare e ad amarsi affrontando tutto quello che a loro chiederà la vita.
È questa sarà la loro storia d’amore, vera. Perché troppo sappiamo di come comincia l’amore, ma sciaguratamente poco di come potrebbe continuare.

«È un romanzo contro il romanticismo. Contro l’ideale di perfezione. E contro una sorta di ingenuità sull’amore. Volevo andare oltre, raccontare la storia di due persone che si innamorano, si sposano e, con gli anni, imparano ad amarsi. È un viaggio per imparare ad amare, alla fine del quale scoprono che l’amore è una abilità, un talento».

Alain De Botton ha scritto il romanzo più convincente e sorprendente dell’amore non romantico.

Alain de Botton è nato in Svizzera nel 1969, ha studiato a Cambridge e vive attualmente a Londra. I suoi libri, Esercizi d’amore, Il piacere di soffrire, Cos’è una ragazza, Come Proust può cambiarvi la vita, Le consolazioni della filosofia, L’arte di viaggiare, L’importanza di essere amati, Architettura e felicità, Lavorare piace, Una settimana all’aeroporto, Del buon uso della religione, Come pensare (di più) il sesso, L’arte come terapia (insieme a John Armstrong) e News. Le notizie: istruzioni per l’uso, sono pubblicati in Italia da Guanda. Il suo sito internet è: http://www.alaindebotton.com

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Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: La sua signora di Leo Longanesi (Longanesi, 2017) a cura di Nicola Vacca

29 settembre 2017

leo longanesiLeo Longanesi è stato uno dei protagonisti più poliedrici e geniali del panorama letterario italiano.
Giornalista, editore e scrittore, sempre eccentrico e irreverente nei suoi scritti con sarcasmo e ironia pungente ha raccontato gli anni cinquanta con il loro conformismo e la loro retorica schierandosi sempre dalla parte di chi non tollera mai le parate della menzogna e dell’ipocrisia.
Longanesi ci ha lasciato una serie di libri in cui, tramite la scrittura breve, l’aforisma e l’epigramma, da osservatore arguto del costume e della cultura della nostra società con la sua penna come un bisturi avvelenato ha fornito un ritratto amaro e disperato di un’Italia piccola piccola che profeticamente somiglia a quella dei nostri giorni.
Ci salveranno le vecchie zie? Parliamo dell’elefante, In piedi e seduti, Una vita, questi sono alcuni dei titoli pubblicati da Longanesi.
Adesso torna in libreria dopo quarantadue anni La mia signora, il taccuino di Leo Longanesi che contiene le sue intuizioni fulminanti e soprattutto raccoglie i suoi scritti che vanno dal 1947 al 1957.
Il librò uscì immediatamente dopo la morte del giornalista e in seguito non venne più pubblicato. La sua signora torna con la storica introduzione di Indro Montanelli e una postfazione di Pietrangelo Buttafuoco.

«Ora che è morto, – scrive Montanelli – possiamo dirlo, senza timore delle sue diaboliche e scottanti rivalse: era un grane Maestro, Insopportabile, cattivo, ingiusto ingrato. Ma un grande Maestro. L’ultimo».

Longanesi aveva nel suo dna le grandi intuizioni dei moralisti francesi e intingeva la penna nel veleno per affondare – senza pensarci due volte – la retorica e il conformismo del suo tempo.
La cosa straordinaria è che se si leggono alcuni passi sferzanti della sua opera ritroviamo il caos e l’omologazione dei giorni che stiamo vivendo.
La sua signora, per esempio, inizia con questo frammento datato 5 febbraio 1947:

« Una letteratura senza contorni, la nostra, come certi dipinti di Monet, di cui non si sentono che gli sbalzi di temperatura».

Con un malinconico sarcasmo Longanesi bastona l’impersonale freddezza di comodo della letteratura del proprio tempo. Ma questo suo pensiero scritto nel lontano 1947 ha pieno diritto di cittadinanza nel nostro di tempo in cui la nostra cultura è alle prese, oggi più di ieri, con una letteratura incolore e pallida completamente prostituita a un mercato in cui gli scrittori sono numeri da fatturato.
Questo suo taccuino contiene i suoi aforismi più famosi e le sue intuizioni più irriverenti che tanto fastidio hanno dato ai benpensanti di allora.

«Italia 1955: avvolta in una pelliccia di benessere, ma coi piedi scalzi»;

«Mentivo, ma il personaggio che rappresentavo era sincero»;

«Libertà di opinione in un paese senza opinioni»;

«L’italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolica a letto, comunista in fabbrica».

Leo Longanesi un uomo in disarmonia con la propria epoca, un intellettuale dissidente che non amava la banalità e il conformismo e nei suoi scritti smascherava tutti i luoghi comuni e difetti di un’Italia in cui non è la libertà che manca ma gli uomini liberi.

Leo Longanesi (1905-1957), giornalista, scrittore, pittore, disegnatore e caricaturista, ha fondato alcuni periodici che ebbero un’importante funzione nella vita politico-culturale italiana: nel 1926 il quindicinale L’Italiano, nel 1937 il settimanale a rotocalco Omnibus (primo nel suo genere), nel 1946 il mensile Il Libraio, nel 1950 il settimanale Il Borghese. Nel 1946 creò la casa editrice che porta ancor oggi il suo nome e presso la quale pubblicò Parliamo dell’elefante (1947), In piedi e seduti (1948), Una vita (1950), Il destino ha cambiato cavallo (1951), Un morto fra noi (1952), Ci salveranno le vecchie zie? (1953); postumi apparvero Me ne vado (1957), Il meglio di Leo Longanesi (1958), L’italiano in guerra (1965), la raccolta di articoli Fa lo stesso (1996) e Il generale Stivalone (2007). Presso altri editori sono usciti Il mondo cambia (1949), Lettera alla figlia del tipografo (1957), I borghesi stanchi (1973). Nel 2016 è uscita un’antologia di suoi scritti, Il mio Leo Longanesi, a cura di Pietrangelo Buttafuoco.

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Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Propizio è avere ove recarsi di Emmanuel Carrère (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

27 settembre 2017

propizio è avere ove recarsiEmmanuel Carrère è uno dei pochi scrittori contemporanei che nei suoi libri si mette completamente a nudo, raccontando il suo vissuto e soprattutto ciò che conosce, e tutto questo materiale diventa letteratura. E che letteratura.
È appena uscito da Adelphi Propizio è avere ove recarsi (il titolo viene da I Ching, esagramma 57).
Un tassello importante nella produzione dello scrittore francese: quattrocentoventotto pagine in cui Carrère racconta tutto il suo mondo, e lo fa attraverso una serie di testi (reportage, articoli, interventi pubblicate su riviste e quotidiani recensioni, elzeviri) nei quali è contenuto l’embrione dei libri che ha scritto, ma anche le esperienze di un vissuto intenso e significativo che scaturisce dagli incontri che ha fatto andando in giro per il mondo.
Fatti di cronaca nera che rimandano a La settimana bianca e a L’avversario, interviste, progetti di film, resoconti, questo è il materiale che esce dalla penna fertile e intraprendente di Carrère, scrittore che in ogni rigo soprattutto racconta una parte essenziale di sé, in cui è sempre aperto un duello con il mondo.
Propizio è avere ove recarsi è il libro in cui lo scrittore francese mette tutto il suo mondo e lo consegna ai suoi lettori, racconta come dalla sua vita sono nati tutti i suoi libri, avendo cura di non omettere nulla del suo infinito viaggiare.
Un libro – autoritratto in cui Carrère non rinuncia mai alla prima persona. Il giornalismo si fa letteratura e viceversa in una tensione narrativa in cui viene fuori un’unica opera ininterrotta: il modo di stare al mondo di uno scrittore che ha deciso di fare della sua esistenza la meravigliosa non – fiction da raccontare.
Entrare nelle vite di grandi personaggi (Alan Turing e Limonov), raccontare gli scrittori che ha letto e amato (Capote, Leo Perutz, Balzac, Philip K.Dick), rivelare al lettore le sue pagine segrete di amori e incontri con le donne che ha amato e con la donna che ama ( nelle Nove cronache per una rivista italiana senza alcuna inibizione lo scrittore mette insieme i pezzi dei suoi personali e intimi frammenti di un discorso amoroso).
Carrère, scrittore di storie vere che sente di avere delle responsabilità morali e, quindi, quando scrive ritiene vano contrapporre giornalismo e letteratura.

«Tutto ciò costituisce una cronaca, una galleria di ritratti, di bozzetti, non ancora una storia. Perché ci sia una storia, ci vorrebbe una crisi che metta a rischio quell’equilibrio…».

Lo stile Carrère continuerà ad appassionarci e siamo sicuri che le sue narrazioni non ci deluderanno mai.
Propizio è avere ove recarsi è il punto di vista di uno scrittore sulle cose come le vede e alle pagine dei suoi libri si rimane aggrappati perché l’immanente immersione nella realtà diventa la nostra.
Emmanuel Carrère quando scrive non gioca a nascondino con la sua vita e con quella degli altri.
Questo fa di lui un grande e unico scrittore sempre pronto a giocarsi la partita dell’esistenza con una verità da raccontare e da testimoniare.

Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. È scrittore, sceneggiatore e regista. Nel 2011 ha pubblicato Vite che non sono la mia, che in Francia ha conquistato classifiche e premi (edito in Italia da Einaudi). Nel catalogo Einaudi è disponibile anche La vita come un romanzo russo. Presso Adelphi ha pubblicato Limonov e L’avversario.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore.

:: L’isola di Sachalin – Anton Čechov (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

21 settembre 2017

isolaDall’ aprile al dicembre del 1890 Čechov viaggia per le terre estreme della Siberia.
Ha intenzione soprattutto di raccontare quella terribile periferia dell’impero zarista e soprattutto scrivere quello che nessun intellettuale aveva ancora visto: le condizioni di vita nella colonia penale sull’isola di Sachalin.
Egli tornò da quel viaggio con un libro che fu pubblicato per la prima volta in volume nel 1895.
L’ isola di Sachalin esce adesso per Adelphi ( curato da Valentina Parisi)
Lo scrittore sbarcherà ai confini del mondo e sulla sua strada troverà numerosi impedimenti. Ma non si lascia intimidire dai boicottaggi indigeni e in quei mesi porta a termine la sua impresa e scrive pagine dettagliate e precise in cui racconta l’inferno siberiano che si è trovato davanti.
Racconta della terra che si gela e delle strade coperte di fango. Annota ogni cosa della sua avventura siberiana, con precisione descrive le condizioni di vita dei deportati, gli incontri con le anime morte del posto e il tessuto economico e sociale del territorio.
L’isola di Sachalin è un lavoro meticoloso che il suo autore aveva da tempo intenzione di scrivere. Valentina Paraisi nella postfazione scrive che Sachalin aveva fatto la sua comparsa nell’opera di Čechov un paio di anni prima, esattamente nel 1888 nel racconto Fuochi.
Con questo libro il grande scrittore russo riuscirà in maniera convincente a penetrare con una denuncia efficacia nell’orrore concetrazionario del regime zarista, a raccontare la crudeltà dell’uomo che infligge umiliazione e violenza agli altri uomini ponendo soprattutto l’accento sul fallimento di un sistema interessato soprattutto dalla corruzione.
Il resoconto di Anton Čechov è spietato nel raccontare l’inferno nei suoi dettagli più amari. Lui è consapevole di affrontare un’esperienza unica e devastante. Immagina cosa troverà in Siberia e la sua penna è pronta a fare il suo dovere.
«Ho come l’impressione di andare in guerra» aveva confidato una settimana prima di partire a Suvorin.
L’isola di Sachalin occupa un posto a parte nella produzione letteraria di Anton Čechov.
L’avventura siberiana lo segnerà. E lui è riuscito in queste pagine a dare conto di tutto l’inferno che ha dentro di sé l’essere umano.
Queste sue memorie arrivano, come fu per Dostoevskij, da una casa di morti in cui il giovane Čechov abiterà per otto mesi. Lo scrittore confesserà che dall’inferno di quella casa di morti tornerà annichilito e provato. Tra le mani il racconto e la testimonianza di tutto l’orrore che aveva visto e la consapevolezza di non avere una soluzione da offrire al lettore.

Anton Čechov nacque a Taganrog nel 1860, crebbe in una famiglia economicamente disagiata: il nonno era stato servo della gleba. Frequentò il liceo nella città natale.
Nel 1879 Čechov si trasferì a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, in occasione di epidemie e carestie, la professione, dedicandosi invece esclusivamente all’attività letteraria. Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia la lontana isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle disumane condizioni di vita dei forzati scrisse un libro-inchiesta, L’isola di Sachalin (1895). Minato dalla tubercolosi, Čechov passò vari anni nella sua tenuta di Melichovo [Mosca], cercando di migliorare la condizione materiale e morale dei contadini. Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita. Nel 1900 fu eletto membro onorario dell’Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l’espulsione di Gor’kij.
Soggiornò varie volte, per curarsi, a Biarritz, Nizza, Jalta [Crimea]. Nel 1901 sposò Olga L. Knipper, attrice del Teatro d’arte di Mosca.
In un estremo tentativo di combattere il male, si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera.
Morì qui, nel 1904, assistito dalla moglie. Aveva 44 anni

Source: libro inviato all’editore al recensore.

:: Messia – Guido Ceronetti (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

19 settembre 2017

ceronetti messiaGuido Ceronetti compie novanta anni e quando scrive è ancora lucido sulla catastrofe. Per il suo compleanno a noi suoi lettori affezionati regala un nuovo libro. Ed ecco che Adelphi pubblica Messia in cui lo scrittore torinese si cimenta con il tema del Messia e della sua eterna attesa in un tempo come il nostro da cui davvero non c’è da aspettarsi nulla.

Visto che non c’è altro che il nulla, tanto vale uccidersi nell’illusione di aspettare qualcosa o qualcuno che non verrà.

Ceronetti, che il Messia non l’ha mai aspettato, in questo libro mette insieme alcune poesie che ha dedicato al Messia (siamo felici che in queste pagine torni a parlare anche il suo Angelo sterminatore) e soprattutto nella seconda parte riporta le testimonianze messianiche degli autori che nella sua vita ha amato e tradotto: Eraclito, Isaia, Rimbaud, Kafka e molti altri ancora.

Il filosofo ignoto prende in prestito le parole dei suoi scrittori preferiti per parlarci come sempre del brutto mondo di oggi in cui ci si riduce in maniera consolatoria a pensare messianicamente nella speranza (cieca e delusa) di trovare una via di scampo al nulla che tutto opprime.

«Non l’aspetto, non mi pare di averlo già aspettato. – scrive Ceronetti nella premessa –Resta però nell’armadio delle speranze cieche, le sole che valgano e mai ne butterò via la chiave. Si è nel messianico finché si è nell’umano».

Nell’era del cretinismo assoluto molta gente inebetita aspetta di vederlo comparire.
L’umanità è sull’orlo della disperazione e come reazione non fa altro che scoprire la propria dimensione new age. Ma, scrive Ceronetti, un Messia venuto non trasformato in immediatamente e intemporalmente in venturo è un Meessia bruciato e tradito, votato ad esserlo.

Pensare messianicamente trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale oppure serve a formare un esercito numeroso di imbecilli dell’utopia?
Guido Ceronetti da studioso del tragico afferma che se la gente applaude alla parola Messia vuol dire forse che rifiuta di essere morta nei corridoi ciechi dell’obitorio dell’anima.

Morire di attesa, morire all’attesa è il peggior morire, avverte con il suo cinismo intelligente il grande maestro della disillusione Guido Ceronetti.
Siamo sempre in attesa della venuta del Messia. L’illusione che prima o poi venga in mezzo noi ci uccide, ma alla verità preferiamo una consolazione che ogni minuto ci uccide, ma noi facciamo finta di essere felici.

Guido Ceronetti, poeta, filosofo, giornalista, scrittore, traduttore e drammaturgo italiano. Nato a Torino nell’agosto del 1927, Ceronetti, intellettuale di vastissima cultura, cominciò a collaborare con La Stampa nel 1972. Di rilievo la sua opera di traduttore sia dal latino che dall’ ebraico. Nel 1981 Ceronetti introdusse in Italia E.M. Cioran, definendo lo scrittore rumeno-francese “squartatore misericordioso”; a sua volta Cioran dedicò a Ceronetti uno dei suoi Esercizi di ammirazione. Tra le sue opere di narrativa e saggistica ricordiamo La carta è stanca, Pensieri del tè, La lanterna del filosofo. Tra le opere di poesia Compassioni e disperazioni. Tutte le poesie 1946-1986 e Le ballate dell’angelo ferito. Tra le traduzioni Constantinos Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere, Adelphi 2004 e Cantico dei Cantici, Alberto Tallone Editore, 2011.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa Adelphi.

:: Solo sabbia tranne il nome, Paolo Fiore (Manni 2017) a cura di Nicola Vacca

18 settembre 2017

solo sabbia tranne il nomeAbbiamo lasciato Paolo Fiore cinque anni fa quando dava alle stampe Fu chiaro appena oltre lo zenith, il romanzo storico e filosofico ambientato nel cuore dell’intolleranza del Seicento. Intorno alla figura di Giordano Bruno l’autore affronta il tema del rapporto tra conoscenza e libero pensiero alla luce di tutte le eresie asistematiche messe al rogo da una Santa Inquisizione, che in nessun modo tollerava i punti di visti diverso dal suo. E sappiamo come è andata a finire.
Oggi Fiore, sempre per i tipi di Manni, pubblica Solo sabbia tranne il nome. Apax legomena, un altro romanzo filosofico in cui il medico scrittore decide di misurarsi con la contemporaneità. Qui lo scrittore attraversa le narrazioni del Novecento e le supera, mettendo al centro della sua storia Walter Benjamin, un altro pensatore asistematico che privilegia la forma del saggio e dell’aforisma per prendere posizione e negare l’ordine esistente.
Il Benjamin ossessionato dall’Angelus Novus di Paul Klee. Per il filosofo questo è l’angelo della storia che appare in un momento ben preciso e introduce una questione sola :«cosa fare delle rovine?».
Al centro della storia raccontata da Paolo Fiore c’è Marco, studente universitario che sta preparando una tesi su questi temi, e una serie di personaggi contemporanei al dramma della narrazione che ruotano intorno all’Angelus Novus di Paul Klee e alle riflessioni di Benjamin
Solo sabbia tranne il nome non è solo un romanzo di formazione del suo protagonista che si perde nel labirinto della conoscenza per ritrovare la dimensione di sapere che sappia scavare nelle rovine del tempo, ma è il romanzo di formazione di un’epoca intera, la nostra e soprattutto di quel Novecento che ha visto l’angelo della storia volare sulle macerie.
Per Benjamin il dipinto di Klee rappresentò un’ossessione. Nel 1921, infatti, il filosofo lo acquistò e nel 1940 scrisse Tesi della filosofia della storia in cui definì Angelus Novus una rappresentazione dell’angelo della storia che tanto turbava la sua speculazione.

«C’è un quadro di Klee che s’ intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Paolo Fiore scrive un romanzo – ideario in cui tra narrazione e pensiero filosofico cerca di rubricare per voci tutta l’incertezza della nostra epoca seguendo il percorso di formazione di Marco, studente mosso da una curiosità enciclopedica che si sente uomo spacciato del proprio tempo su cui l’angelo della storia continua a volare sulle catastrofi.
Marco, cittadino globale di questo liquido terzo millennio, non si sottrae ai nuovi disastri della contemporaneità (Paolo Fiore al suo protagonista fa fare i conti con tutte le questioni aperte del proprio tempo che in un certo senso hanno a che fare con la violenza immanente della Storia) e diventa esegeta delle macerie su cui cammina.

«Testo colto, ironico –scrive Alessandro Vergari nella prefazione – avvolto nelle stesse fascinazioni che racconta Solo sabbia tranne il nome assorbe linfa vitale da molteplici vene di pensiero. Paolo Fiore, medico di professione (non omeopata) e scrittore per talento, si spinge alla ricerca di una sacralità immanente, sottesa alle cose, e stimola il lettore ad interrogarsi sul mistero che è in lui, a porsi domande sul senso dell’identità in questi tempi di grande incertezza».

L’autore di questo libro continua a frequentare il pensiero asistematico e inattuale, questa volta per attraversare la contemporaneità e le sue rovine. Accanto a Giordano Bruno, ci mette Walter Benjamin ma anche Cioran e Ceronetti, perché oggi come ieri andare verso il futuro è inevitabile, ma a patto che gli occhi appunto siano incollati sul passato, tutto è stato già detto una volta sola nelle nostre radici, perfettamente e per sempre. Apax legomena, appunto.
Se alziamo gli occhi al cielo lo vediamo ancora l’angelo della storia che a occhi aperti plana sulle macerie apocalittiche di oggi.

Paolo Fiore è nato nel 1965 a Fondi dove vive ed è medico.
La passione per la lettura e la scrittura lo accompagna da sempre e ha dato il via ad opere creative che gli hanno già procurato in Italia significativi riconoscimenti.

Source: inviato dall’ autore al recensore.

:: Memoria di ragazza di Annie Ernaux (L’orma 2017) a cura di Nicola Vacca

14 settembre 2017

ormaAnnie Ernaux sa fare della scrittura un’impresa insostenibile. Tra tutti i suoi libri Memoria di ragazza è quello in cui la scrittrice francese reinventa se stessa seguendo la lezione di Proust.
Anche in queste pagine (tradotte magnificamente da Lorenzo Flabbi) Annie va alla ricerca del tempo perduto e di un futuro che ancora non è stato scritto.
L’autobiografia si fa materia di questa sua scrittura, diventa strumento di una narrazione che diventa romanzo e non solo.
La scrittrice racconta da sempre la propria vita, non rinuncia mai al distacco che impone una memoria da coltivare come un’impresa collettiva che parla di noie a noi.
Memoria di ragazza è il libro che l’autrice ha inseguito per tutta la vita. Proprio per questo è il suo romanzo più bello.
La ragazza del 1958, che tanto le somiglia, va alla ricerca di se stessa come educatrice in una colonia di vacanze.
Annie trova una fototessera che la ritrae diciottenne. Così parte l’indagine intorno a se stessa e con un tuffo nel passato torna a quel 1958 dove tutto ebbe inizio.
Con una rinuncia all’io, la scrittrice inizia a scavare nell’inquietudine della sua scrittura per restituire all’oggi il suo modo di affacciarsi al mondo, la sua formazione, le sue vecchie amicizie, forse nel tentativo disperato di trovare un baricentro tra il passato e il presente.
Ernaux racconta, di lacerazione in lacerazione, la sua giovanile immanenza che si affaccia al mondo.
Per fare questo ha bisogno di riflettere sulla scrittura, di esternare (durante il racconto della sua formazione) riflessioni universali sul suo modo di fare letteratura: «Bisogno di scrivere su qualcosa di vivente, con il rischio di metterlo a repentaglio, e non nella tranquillità conferita dalla morte delle persone, restituite all’immaterialità delle creature di finzione. Fare della scrittura un ‘impresa insostenibile. Espiare il potere di scrivere – non la facilità, nessuno ne ha meno di me – tramite la paura immaginaria delle conseguenze».
Annie Duchesne/Ernaux è consapevole che la memoria è una forma di conoscenza. Tornare indietro di oltre mezzo secolo e andare alla ricerca di una diciottenne che in una colonia inizia il suo cammino nella vita per la scrittrice significa una sola cosa. Capire se tra la ragazza del 1958 e Annie di oggi ci sia una somiglianza.
«E quale desiderio c’è oltre a quello di capire, in questo accanirsi a cercare, tra le migliaia di nomi, verbi e aggettivi, quelli che diano la certezza – l’illusione – di aver raggiunto il più alto grado possibile di realtà?»
Annie Ernaux va alla ricerca del suo tempo perduto seguendo sempre una corrispondenza tra vita e scrittura. Scrivere della ragazza che è stata è un esercizio per diseppellire cose, ma soprattutto scrivere significa sopportare ciò che accade e ciò che facciamo.
Annie Ernaux scrive questo libro per cogliere la vita e comprendere il tempo, ma soprattutto godere di esso.
«Ho iniziato a fare di me stessa un essere letterario, qualcuno che vive le cose come se un giorno dovessero essere scritte».
Questo ha pensato la ragazza quando una domenica pomeriggio di fine agosto o inizio settembre 1960 seduta su una panchina dei giardini accanto alla stazione di Woodside Park deicide di scrivere un romanzo.
Alla fine è arrivato Memoria di ragazza, che la stessa Ernaux definisce il racconto di una perigliosa traversata verso il porto della scrittura.
Quello che per lei conta non è ciò che succede, è ciò si fa di quel succede.
Anche qui la grande scrittrice francese ha saputo reinventare l’autobiografia senza mai tradire il legame tra la vita e la scrittura e allo stesso tempo è riuscita a esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto.
La ragazza del ’58, grazie a Annie Ernaux, ha un posto nella letteratura. Adesso la scrittrice con lei ha fatto i conti entrando magistralmente nell’abisso dell’essere della memoria. Il risultato è questo libro straordinario, materia immanente di un vivente che ci coinvolge e appartiene.

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata di recente consacrata dall’editore Galli­mard, che nel 2011 ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale.
Amata da generazioni di lettori e studenti, le sue opere maggiori sono Gli anni (2008), romanzo-mondo salutato come uno dei capolavori dei nostri tempi (Premio Strega Europeo 2016), e Il posto (1983), considerato un classico contemporaneo. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato nel 2016 L’altra figlia, mentre Memoria di ragazza, il suo ultimo romanzo, è stato acclamato in patria come un’altra sorprendente vetta di una scrittrice ormai imprescindibile.

Lorenzo Flabbi è critico letterario e editore. Ha insegnato letterature comparate nelle università di Paris III e Limoges dedicandosi in particolare agli aspetti teorici della traduzione. Ha tradotto, tra gli altri, Apollinaire, Rushdie, Valéry, Rimbaud, Stendhal e, di Ernaux, Il posto, Gli anni e L’altra figlia.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio stampa.