Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Le mogli dei militari mentre i mariti sono in missione di Giulietta Iannone

9 luglio 2018
Si

The Moscow Times

Ci sono giorni in cui è davvero difficile capire la differenza tra il coraggio e l’incoscienza, sono quei giorni in cui ti chiedi chi te l’ha fatto fare di sposare un militare. La gente non capisce, pensa che non pesi restare a casa, guardare le notizie su internet, ascoltare le brevi telefonate che si ricevono dalle zone di guerra, dove sempre tutto va bene, il vitto è abbondante, i compagni sinceri, altri te stesso, dove a Natale si mangia tutti assieme e si fa pure l’albero. La gente non capisce cosa significhi resistere a casa, non sapere se il proprio marito, fidanzato, figlio tornerà, e come tornerà. Ferito, nel corpo o nell’anima poco importa. La gente non lo sa. Anche chi resta a casa combatte, soffre, a volte sente anche i proiettili che non ci sono. La gente non lo sa, giudica, schernisce, insulta a volte. Chi ha la responsabilità della vita di altre persone, fosse anche solo un autista di autobus, ha su di sé un peso, ma la gente non lo sa cosa sia. Esorcizza la paura dicendo scemenze, fiduciosa che tutto andrà bene, che ci sarà sempre chi pagherà in prima persona per permettergli una vita sicura, una scuola per i suoi figli, le vacanze al mare, le serate in discoteca, il vento tra i capelli mentre si guida una moto. La gente non lo sa, non conosce gli incubi, le urla, le notti insonni, la paura, la disperazione. Quando tutto sembra senza senso, e si può solo andare avanti perché l’addestramento te l’impone. Ua donna che ha sposato un militare è come se l’accademia l’avesse fatta con lui. Poi ti dici: gli insulti mi sono piovuti addosso come lacrime, ma non vinceranno, non hanno vinto, questa è una certezza, e un nuovo giorno inizia. Il sole splende sempre uguale, e c’è spazio per la speranza, la speranza di un mondo senza guerre, un mondo dove le questioni si discutono intorno a un tavolo civilmente, senza armi, senza bombe, senza deserti interiori o esteriori. E’ strano la gente si chiede come stiano gli uomini e le donne in missione, ma non come stia chi resta a casa. E’ strano ma neanche tanto difficile da immaginare. Resisti ti dici, vedrai che torna, vedrai che l’amore è più forte. Resisti a volte è l’unica parola che ti ripeti come un mantra. Perché non c’è altro da fare, non c’è altro da sperare. Non siamo soli, siamo tante e tanti, genitori, figli, mariti, mogli. I legami d’amore sono misteriosi, ma neanche la guerra, la violenza, l’odio li spezza. Questa è una certezza. Questa è la mia fede.

:: Dal tratto alle parole di Mario Pugliese e Nicola Vacca (I Quaderni del Bardo Editore 2018)

7 luglio 2018

Dal tratto alle paroleIl ritratto di Pier Paolo Pasolini ci dà il benvenuto sulla copertina del libro “Dal tratto alle parole” di Mario Pugliese (disegni) e Nicola Vacca (parole poetiche). Questi due artisti si sono uniti per omaggiare alcuni grandi della letteratura non solo del Novecento: uomini e donne, persone prima che personaggi, che hanno messo il loro talento al servizio dell’arte, della vita, della bellezza.
E questa passione emerge chiaramente da questo piccolo libro senza numero di pagine. Conosco Nicola, è un collaboratore di questo blog, ma vi assicuro che non mi faccio influenzare da questo nel dire che è dotato di una precisione chirurgica che spaventa quando scaglia le sue parole tese a colpire come una freccia che centra il nucleo artistico e poetico di queste grandi anime da Cioran a Borges, da Virginia Woolf a Simone Weil.

La memoria è una droga e un veleno

troviamo scritto nell’ omaggio poetico a Marcel Proust. Bastano queste poche scarne parole per darci un riflesso preciso e puntuale di tutta la Recherche, che è cos’ altro se non uno scavo nella memoria di questo scrittore, che ricostruisce un mondo perduto vivo solo più nella sua mente e poi sulla carta (condiviso con tutti i lettori). E così via. Il talento poetico di Nicola Vacca fa davvero paura, è teso alla sintesi, alla necessità di sfoltire il superflueo e con poche umili parole dare il senso dell’ infinito.
Ecco credo questo dovrebbero fare i veri poeti, e questo dovrebbero fare i lettori di poesia, cercare l’infintito in un verso.
Sono molti i versi che mi hanno colpito e che trovo epifanici. Ma lascio a voi scoprirli.
Bellissime le immagini di Mario Pugliese che fanno altreattanto, percorrono lo stesso percorso intrapreso dal poeta Nicola Vacca, ma invece di utilizzare i versi si esprimono in tratti di china. Come la scrittura a mano anche questi disegni sono interpretazione. Decodificare i segni spetta al lettore, attivo fruitore di questa opera artistica. Dolcissimo il ritratto di Virginia Woolf, pieno di luci e di ombre quello di Italo Calvino.
Segnalo infine l’interessante prefazione di Alessandro Vergari e la Postfazione di Giuseppe Scaglione. Buona lettura! E leggete poesia, fa bene al cuore e all’anima. Nessuno è troppo ignorante per non comprenderla e apprezzarla. Parla all’essenza più vera di tutti noi.

:: Cucina marocchina con solo quattro ingredienti di Nadia Paprikas (Il Castello Editore 2018)

3 luglio 2018

Cucina MarocchinaNadia Paprikas è una blogger francese che cura un blog di cucina molto bello (vi consiglio di visitarlo https://paprikas.fr/).
Ha scritto anche un libro di ricette che riprendono i sapori e gli odori della cucina marocchina, una cucina semplice ma ricca di gusto, molto speziata e colorata.
Il libro si intitola Cucina marocchina con solo quattro ingredienti e la particolarità è proprio questa, invece di lunghe e complicate ricette, Nadia Paprikas ha creato numerose ricette con solo quattro ingredienti che si abbinano armoniosamente tra loro.
Ingredienti per  noi italiani esotici come il coriandolo, la curcuma, il cumino, il ras el hanout sono combinati tra loro rendendo il piacere di cucinare anche una gioia per gli occhi.
Questo libro permette a chiunque, anche a chi non sia un cuoco provetto, di  cucinare per sè e per i suoi amici queste prelibatezze alla portata di tutte le tasche.
Tra le ricette possiamo scegliere tra antipasti, come il zaalouk di carote, o il chlada di ravanello all’arancia; tra i piatti e contorni Fdawech di pollo o il delizioso pane all’anice; infine tra le bevande e i dolci la rinfrescante limonata alla menta o le mezzelenune con mandorle e sesamo.
Il volume è anche esteticamente molto curato e colorato, non ho potuto visionare la copia cartacea ma solo quella digitale, ma nonostante questo si vede l’ amore e la cura che Nadia Paprikas ci ha messo nello scriverlo.
Se amate viaggiare anche solo con la fantasia, conoscere mondi nuovi anche solo in cucina, beh dovreste leggerelo e magari sperimentarne le ricette. Non dimenticate di aggiungerci un tocco di fantasia e creatività tutto vostro.
Buona lettura!

:: Garage Olimpo di Mario Bechis a cura di Giulietta Iannone

31 Maggio 2018

Garage Olimpo

Il cinema di impegno civile e sociale ha mille facce e mille voci, e se anche prosegue con produzioni perlopiù indipendenti (poco distribuite, poco finanziate) a volte trova strade sue proprie e raggiunge una notevole notorietà come è successo per il film Garage Olimpo del regista italocileno Mario Bechis, che racconta in immagini una vicenda parzialmente autobiografica (anche se la storia non rispecchia unicamente sue vicende personali) che è difficile non tocchi nel profondo lo spettatore.
Di cosa parla Garage Olimpo? Il film narra la storia di una ragazza di 19 anni, durante la dittatura militare argentina di Videla (tra il 1976 e il 1983).
Ambientato a Buenos Aires (in un certo senso inevitabile il confronto con altre pellicole, mi viene in mente la più recente che ho visto Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente di Daniele Luchetti), il film tratta il tema dei desaparecidos, persone che furono arrestate per motivi politici, e scomparvero nel nulla, moltissimi sepolti in mare, i cui resti probabilmente non saranno mai più ritrovati.
Affrontare un tema simile, specialmente da chi è stato toccato da quei fatti, non deve essere stato una cosa facile. Ma il film emana una grande forza e una certa pacatezza, una sorta di superamento del dolore, che si fa immagine di denuncia, e di condivisione di un’ esperienza che acquista echi universali e ci parla di oppressione, dell’uso sistematico della violenza per ottenere informazioni, o il controllo antidemocratico della popolazione. Ci spiega il lato inumano di una dittatura e ci racconta le storie anche degli “entusiasti” esecutori di questo sistema repressivo che vedeva nelle incarcerazioni arbitrarie, nella tortura, nella soppressione delle persone (avversari politici o no) il suo modus operandi. Metodi ampiamente utilizzati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e mutuati da varie dittature del Sudamerica, per strane corrispondenze.
Il film ha una grande calma compositiva, nessun eccesso, tutto è controllato, anche le scene più forti non lasciano mai mostrare esagerazioni truculente o splatter.
Mario Bechis visse sempre bendato, i sette giorni in cui fu “ospite” di uno di questi centri di detenzione, per cui ricorda solo i suoni della sua prigionia. Con questo film ha dato a quei suoni le immagini, e questa autenticità di intenti e di memoria, non può che rendere lo spettatore consapevole che ciò che sta guardando non è uno spettacolo di intrattenimento.
Cosa mi ha colpito di più di questo film? La sua scelta di porre al centro della vicenda una storia d’”amore” tra carceriere e prigioniera. Questo “espediente” rende immediato il rapporto difficile e misterioso che lega fatti così drammatici alla memoria. E probabilmente rende il tutto più sopportabile allo spettatore.
E’ un film politico? Certamente, lo è nella misura in cui ci presenta gli oppositori politici di una dittatura (di destra) all’opera (si organizzarono in associazioni di resistenza, preparano bombe, le piazzano nelle case dei militari), insomma fanno opposizione attiva.
Le torture per ottenere informazioni (sui movimenti e le attività di questi oppositori politici) sono mezzi utilizzati senza derive sadiche o sanguinarie, e proprio questo le rende più inumane e aberranti. L’uso scientifico della dose sopportabile di scariche elettriche su un corpo (i torturatori non erano autorizzati a uccidere le vittime, questo avveniva in un secondo tempo con iniezione letale) ha un che di folle e nello stesso tempo sistematico e implacabile.
A che età fare vedere questo film? Difficile dirlo, dipende dalla maturità personale dei ragazzi, ma sicuramente gli studenti liceali possono assistere alla visione se supportati da insegnanti consapevoli e equilibrati. Quello che so è che quando lo vidi per la prima volta ero molto più giovane e mi ricordo fu un’esperienza più angosciante. Da adulta, con il mio bagaglio personale di esperienze, ho valutato altri fattori e ne ho percepito più la sua portata universale e non solo legata ai fatti argentini.
Insomma quando uno stato sospende i diritti civili dei suoi cittadini e impone arbitrariamente l’uso della violenza, che sia motivata o meno, commette un crimine. E le sue conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

:: Wajib – Invito al matrimonio di Annemarie Jacir a cura di Giulietta Iannone

27 Maggio 2018

Wajib

Un padre e un figlio si incontrano e si confrontano nel nuovo film di Annemarie Jacir, Wajib – Invito al matrimonio, primo suo film in programmazione nelle sale italiane. Due generazioni, due percorsi di vita, due mondi se vogliamo differenti e anche conflittuali, che trovano nei sentimenti e nell’amore che lega padre e figlio l’unico terreno in cui ciò che divide si appiana, scompare quasi. La scena finale è molto catartica e piena di pace e di speranza, la stessa che sembra consegnarci questo film interamente ambientato a Nazareth, ai giorni nostri.
Un film palestinese, una produzione palestinese e internazionale, vincitore di numerosi premi, e sebbene non eravamo in molti nella sala, terminata la proiezione, ho sentito solo voci di apprezzamento.
Ma andiamo con ordine. Protagonisti di questa pellicola sono il padre Abu Shadi (Mohammad Bakri) e il figlio Shadi (Saleh Bakri), padre e figlio anche nella vita, due uomini che si trovano uniti da una tradizione antica e radicata nei territori palestinesi, consegnare personalmente di casa in casa gli inviti al matrimonio (tradizionale) di Amal (Maria Zreik), rispettivamente figlia e sorella dei protagonisti.
A bordo di una vecchia Volvo percorrono in lungo e in largo una Nazareth ben poco turistica o agiografica (immondizia non raccolta, teli di plastica variopinti e di poco prezzo per nascondere ciò che gli ospiti non devono vedere, due soldati israeliani (e due soldatesse armate) a accennare (molto discretamente) il clima di occupazione militare presente).
Il Natale è vicino, si percepisce anche solo velatamente. Cristiani e musulmani convivono in pace, intrecciano relazioni di amicizia e di buon vicinato, si accolgono nelle loro case, non lussuose ma dignitose e accoglienti. Le strade sono antiche e moderne, caotiche e silenziose, i contrasti sono sfumati e ci portano in questa antichissima città da spettatori (ospiti). Non ci sono segni visibili di bombardamenti o rovine, l’oppressione e solo accennata, sfumata nei discorsi, che padre e figlio intrecciano sul cammino.
Solo quando il padre vuole invitare al matrimonio un israeliano, (percepito dal figlio come un pericolo), i toni si alzano e lo scontro verbale, ma sempre educato e rispettoso, ci porta alla consapevolezza di una sorta di frattura tra i due.
Il padre rappresenta il passato: è un vecchio professore, colto e nello stesso tempo convenzionale (anche nella scelta della musica da suonare al matrimonio), non immune da un certo fatalismo, e coraggio, e resistenza. Ha scelto di restare, di confrontarsi con una realtà che non accetta completamente, ma sopporta.
Il figlio è una proiezione del nuovo: ritorna dall’ estero, vive in Italia, presumibilmente a Roma dove fa l’architetto, (la diaspora palestinese è un tema importante del film amaramente sottolineato dalle parole di un personaggio che dice che per tornare a Nazareth serve un passaporto europeo), ha una relazione non regolamentata (non vuole rovinare l’amore con il matrimonio), conquista la libertà di portare i capelli lunghi raccolti in uno chignon e di vestirsi con pantaloni rossi e una camicia rosa.
A unirli un abbandono, quello della moglie e madre dei protagonisti, fuggita negli Stati Uniti con un uomo poi diventato il suo nuovo marito (la cui malattia mette in forse la partecipazione di questa donna al matrimonio).
Ecco in breve i tratti salienti di questo film dotato di una sceneggiatura calibrata nei dialoghi. E’ quasi tutto parlato, la lunga conversazione tra padre e figlio è l’ossatura della trama. Gli incontri sono fuggevoli e non danno adito a ritorni, sono tappe, di una sorta di pellegrinaggio che ci porta nel cuore di una città bene o male normale. Le crisi esistenziali dei personaggi non scadono mai in toni eccessivamente drammatici. L’umorismo è sfumato, i toni da commedia controllati. Si sorride, anche se in alcuni punti amaramente.
Wajib – Invito al matrimonio di Annemarie Jacir è un film molto bello, che consiglio, nella misura in cui volete vedere l’altro, con occhi imparziali, il suo spessore umano, le sue fragilità, la sua forza. Un matrimonio è un’ occasione di pace e di felicità, una pausa nello scorrere caotico e noioso della quotidianità. In questo film è un’ occasione di incontro tra più generazioni. Si discute, magari si resta arroccati nelle proprie posizioni e nei propri punti di vista, ma alla fine c’è tempo per sedersi in terrazza e sorseggiare un caffè o fumarsi una sigaretta. Uniti dalla consapevolezza che ci sono cose più importanti che avere torto o ragione.

:: Il pittore fulminato di Cesar Aira (Fazi 2018) a cura di Giulietta Iannone

25 Maggio 2018

Il pittore fulminatoQuel paesaggio, colto voltandosi, risvegliava in Rugendas vecchi dubbi e gravi interrogativi. Si domandava se sarebbe stato capace di farsi carico della sua vita, di guadagnarsi il pane con il suo lavoro, vale a dire con la sua arte, se avrebbe potuto fare quello che facevano tutti… […] Nel frattempo, la sua giovinezza era quasi passata, e lui ancora non conosceva l’amore. Si era ostinato a vivere in un mondo incantato, in una fiaba, e non aveva imparato niente di pratico, ma almeno aveva imparato che il racconto si prolungava sempre, e che nuove prospettive, più capricciose e imprevedibili delle precedenti, attendevano l’eroe. La povertà e l’abbandono erano soltanto un episodio in più. Poteva anche finire a chiedere l’elemosina davanti al portale di una chiesa sudamericana, perché no? Nessun timore era esagerato, trattandosi di lui.

Il pittore fulminato (Un episodio en la vida del pintor viajero, 1993) di Cesar Aira è un romanzo breve (meno di 100 pagine) pubblicato nel 1993, e tradotto in Italia per Fazi da Raul Schenardi, che narra le vicende e le disavventure di un pittore tedesco, di nome Rugendas, nel suo pellegrinaggio per le allora inesplorate terre del Sudamerica (lo visitò a cavallo dell’ 800).
Più che un diario di viaggio, è un’ insolita trasposizione di un percorso artistico e umano che ci porta nel cuore stesso della creazione artistica. Dire che è bellissimo è piuttosto banale, ma veritiero, lo stile è classico, poetico, ricco di termini armoniosi, forse un po’ barocchi, ma ricchi di quel fascino che la letteratura sudamericana sa sprigionare tra il sogno e la meraviglia.
Cesar Aira, autore che non conoscevo e di cui mai avevo sentito parlare, è uno scrittore e traduttore vivente, considerato uno dei più importanti scrittori latinoamericani contemporanei, ed ha un padrino di eccezione, Roberto Bolano, sua infatti è la acuta introduzione in cui definisce Aira uno dei tre o quattro migliori scrittori di lingua spagnola di oggi.
Seppur breve il romanzo racchiude una sua completezza e perfezione. E’ una gemma rara insomma, che consiglio non solo ai cultori dei racconti brevi, ma anche a coloro che si interrogano sui limiti che la vita ci pone davanti e su come superarli.
Rugendas un giorno a cavallo viene colpito da un fulmine. Non muore, ma riporta ferite invalidanti e dolorosissime. Da questo giorno la sua vita cambia, e se non fosse per l’amicizia del giovane e meno talentuoso Krause, che in un certo modo si dedica a lui aiutandolo e sostenendolo, la sua vita avrebbe potuto dirsi finita.
Ma la pittura resta il cardine del suo percorso se non spirituale certamente trascendente. Il dolore, la menomazione, la cecità, nulla possono contro la forza creativa che lo attraversa, con la stessa potenza distruttiva del fulmine.
Può anche forse definirsi una parabola morale, ma la bellezza di questo libro sta nella lieve alchimia tra sogno e realtà. Quando finalmente può assistere a un malon, la sua missione terrena può dirsi compiuta. E i limiti superati.

Le lingue delle fiamme si alzavano dai falò e gettavano riflessi dorati sugli indios, illuminando un dettaglio qua e là, o spegnendolo con una folgorante spazzolata d’ombra, imprimendo vivacità a quelle espressioni assorte e un certo dinamismo a quello stupore ebete.

Cesar Aira, nato in Argentina nel 1949, è uno dei più importanti scrittori latinoamericani contemporanei. Autore di grande prestigio in patria e all’estero, ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed è stato finalista al Man Booker International Prize.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

:: L’altro addio di Veronica Tomassini (Marsilio 2017) a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2018
L'altro addio

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Dopo la caduta del Muro di Berlino, parlo per intenderci del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta del Novecento all’inizio degli anni Novanta, molti ragazzi e ragazze dell’Est lasciarono gli ex paesi della Cortina di Ferro (Germania Est, Cecoslovacchia, Albania, Polonia, Ungheria, Romania etc…) in cerca di fortuna nel nostro edonistico e consumistico Ovest.
Anche l’Italia fu terra di approdo di questi flussi migratori e se molti trovarono una nuova sistemazione legale e favorevole, impiegandosi come badanti, infermieri, taxisti, tecnici informatici, o aprendo piccole attività dal negozietto alimentare sottocasa, a ditte di import export magari verso i propri paesi d’origine, altri finirono nella zona d’ombra della criminalità, dell’accattonaggio o della prostituzione.
Questa marginalità trova dignità letteraria nei libri della siciliana Veronica Tomassini, come in quest’ ultimo L’altro addio, edito da Marsilio.
Della Tomassini ricordiamo già Sangue di cane, caso letterario del 2010, edito da Laurana Edizioni, in cui per la prima volta il personaggio del polacco Slawek prendeva vita nelle pagine di un libro in bilico tra autofiction, e ritratto sociale, che per potenza e asprezza ricorda uno Zolà, dove le storie degli ultimi assumono valenze epiche e universali, non tralasciando i lati più sordidi e dolorosi di una umanità reietta ma sempre umanissima e vera.
Sebbene forse più che al naturalismo francese, forti sono gli echi verso il verismo tutto nostro di scuola siciliana di un Capuana per esempio, per sensibilità e sincerità di intenti, e per il suo assillo continuo verso la malattia e la morte.
Tuttavia la Tomassini si scosta da queste scuole strutturate e teorizzate, per spontaneità e per l’uso prevalente del flusso di coscienza, strumento che nello stesso tempo è la parte più affascinante e il principale limite della sua scrittura.
Limite perché non è facilmente comprensibile da un lettore distratto, privo degli strumenti idonei per capire la complessità della sensibilità dell’autrice, che si espone quasi senza filtri, superando anche alcuni limiti di opportunità per il suo tendere verso l’aderenza al vero (se non fattuale e oggettivo, sicuramente psicologico e morale).
Insomma non è un libro facile, può scoraggiare, se non respingere, ma se si superano questi ostacoli concettuali, allora si può apprezzare con più consapevolezza il coraggio, la fede (sì, anche nella letteratura oltre che nella umanità o in Dio), l’autenticità di questa autrice che ignora mode, atteggiamenti arroganti o scuole di pensiero.
Il suo tipo di scrittura è molto personale, quasi sovversivo: alterna periodi involuti, ad altri molto piani e immediati, proprio seguendo le onde del pensiero.
Il dolore, l’amore, la malattia, la marginalità si aggiungono all’ universale difficoltà del vivere, del comprendere gli altri, del perdonare. Tanto che l’amore tra la ragazza siciliana e il “migrante” (uso con consapevolezza questa parola che ormai quasi per tutti ha un’ accezione unicamente negativa) polacco, acquista in breve tutte le valenze e le sfumature di uno scontro incontro tra due opposti difficilmente conciliabili. Fino al punto che al lettore, terminata la lettura, non restano che due certezze: il loro è un amore senza futuro, e nello stesso tempo destinato a non estinguersi mai. Doloroso e scorticante.

Veronica Tomassini è siciliana, ma di origine umbre, e lei molto puntigliosamente tiene a precisarlo. Giornalista, ama le ambientazioni suburbane, gli outsider, gli immigrati,  gli sfrattati ad oltranza dal sentire borghese. Ama i perdenti perché neanche lei ha vinto mai qualcosa, nella vita in generale. Scrive sul Quotidiano La Sicilia dal 1996. Il suo romanzo d’esordio, Sangue di cane (Laurana 2010) fu un caso letterario. Successivamente ha pubblicato Il polacco Maciej (Feltrinelli Zoom 2012) e Christiane deve morire (Gaffi 2014). A lungo collaboratrice del quotidiano catanese «La Sicilia», dal 2012 scrive per «il Fatto Quotidiano».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Jazz, Rock, Venezia di Roberto Saporito (Castelvecchi 2018) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2018
JAZZ-ROCKVENEZIA

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E Venezia è la città giusta per questo scopo, per questo esperimento esistenziale: come sopravvivere alla misantropia, come viverci insieme felici e contenti o più semplicemente come rimanere vivi.

Controcanto a tre voci: Jazz, Rock, Venezia.
Due uomini, e una donna.
Tre artisti.
Due musicisti e un’ antiquaria fotografa sono i protagonisti del nuovo romanzo, breve, di Roberto Saporito, edito da Castelvecchi, che esce domani, in questa tarda primavera che sembra autunno.
Venezia è una città che si presta a fare da specchio alle identità di perfetti sconosciuti intrisi di solitudine e spleen. Il mondo contemporaneo sembra un vortice, con un aereo si vola da Los Angeles, a New York, a Roma. Ma solo Venezia sembra trattenere ancora qualcosa di antico e senza tempo, quell’aria rarefatta dove è possibile nascondersi, chiudersi in un rifugio che sa di prigione, come lo è per la protagonista che da anni e anni non lascia la laguna, e gioca con le sue armi: una macchina fotografica e modelli più o meno consapevoli.
Venezia come città specchio, riflesso di cosa l’arte con i suoi ori preziosi, i suoi stucchi, i suoi materiali di pregio, la sua immateriale bellezza può racchiudere. L’arte come salvezza, forse l’unica che ci resta in questo mondo in decomposizione.
E per Saporito l’arte è davvero molteplice. Comprende tutto dalla musica, Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis è la colonna sonora che ci accompagna in questo pellegrinaggio esistenziale, (da rivedere Ascensore per il patibolo, bel noir francese di Louis Malle), alla fotografia, alla letteratura, al cinema, alla pittura.
E della musica ha la cadenza questo romanzo fatto di voci che si completano, in un’ armonia ibrida e singolare.
Roberto Saporito è uno scrittore raffinato e colto, capace di far sentire raffinati e colti anche i lettori, se si prestano al suo gioco e lo seguono nei suoi peregrinare per una città che racchiudere il fascino del passato che non si estingue, non si perde.
Lessi un altro libro con Venezia come sfondo e un’ antiquaria come protagonista, e seppure con le stridenti peculiarità di ognuno di questi libri si notano voci non discordanti. Venezia sembra ispirare storie così, dove il tempo perde di senso, e l’eternità può durare un’ ora, un giorno.
Anche in Jazz, Rock, Venezia il tempo è dilatato, richiuso in se stesso. La gente può chiudersi in se stessa o incontrasi, conoscersi, scoprirsi simile.
Se la solitudine è la cifra distintiva della nostra contemporaneità, l’incontro sembra ancora possibile, anche se casuale, incidentale, non voluto. E i nostri tre personaggi si troveranno a vivere questa tensione, anomala, straniante. E con loro il lettore.

Roberto Saporito (Alba, 1962) Dopo gli studi in Giornalismo ha diretto una galleria di arte contemporanea. Fra i suoi romanzi: Il rumore della terra che gira (2010), Come un film francese (2015), Respira (2017). È inoltre autore di diversi racconti e tiene una rubrica sulla rivista letteraria «Satisfiction».

Source: pdf inviato in anteprima dall’autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Marta Ottaviani a cura di Giulietta Iannone

3 aprile 2018

Il reis. Come Erdogan ha cambiato la TurchiaBenvenuta Marta e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Sei nata a Milano nella seconda metà degli anni Settanta. Ti sei laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, e successivamente ti sei specializzata all’Istituto per la Formazione al Giornalismo Carlo De Martino. Sei una scrittrice, sei una giornalista, esperta di tematiche sociali, politiche e economiche legate alla Turchia e alla Grecia di cui scrivi per i quotidiani Avvenire e La Stampa, collabori con Aspenia e vieni spesso invitata come esperta di questi due Paesi da think-tank e organizzazioni. Cosa vuoi dire d’altro di te ai nostri lettori?

Che sono una felice imprenditrice di me stessa e che nella vita ho creduto sempre tantissimo in quello che facevo. Quando nel 2005 sono partita per la Turchia, molti, anche molti colleghi, mi guardavano come se fossi impazzita. Non pensavano che quel Paese sarebbe potuto diventare strategico e importante da monitorare. Sono riuscita a fare della mia specializzazione il mio lavoro e sono molto felice per questo.

Hai scritto tre libri: Cose da turchi. Storie e contraddizioni di un paese a metà tra Oriente e Occidente, Mille e una Turchia e l’ultimo Il reis. Come Erdogan ha cambiato la Turchia con cui hai vinto il Premio Fiuggi-Storia, per la sezione Gian Gaspare Napolitano-Inviato Speciale. Come è nato il tuo interesse per la Turchia, e cosa ti ha spinto nel 2005 a trasferirti in questo paese?

Mi volevo occupare di esteri e volevo una specializzazione che non fosse banale. Il mio grande amore era la Russia, infatti dopo il turco adesso sto studiando il russo. Ma avevo bisogno di una mia nicchia di mercato. La Turchia era potenzialmente interessante quanto inesplorata e mi sembrava assurdo. Ho vinto due borse di studio che mi potevano aiutare in questo progetto e senza pensarci due volte sono partita. Dovevo rimanere otto mesi, ci ho vissuto per otto anni.

Il tuo nome è una firma autorevole del giornalismo italiano rispetto a queste tematiche. Sei ancora giovane, sei donna, quali sono state le maggiori difficoltà che hai affrontato? Appena arrivata in Turchia come era la condizione della donna? Come è cambiata oggi?

Grazie per il giovane, ma a 42 anni probabilmente in un Paese con un mercato più mobile chi ha maturato un’esperienza come la mia avrebbe avuto un percorso ancora più ricco di soddisfazioni. Per quanto riguarda la situazione della donna in Turchia, è un argomento molto complesso. Diciamo che comunque le donne sono le prime a pagare per la virata conservatrice imposta da Erdogan al Paese. Molte, paradossalmente lo vedono come un liberatore perché ha permesso loro di andare a scuola con il velo islamico, che prima era proibito. È la dimostrazione che un laicismo impresso a forza serve a poco, se non viene accompagnato da tutti quegli step che garantiscono il mantenimento di una società aperta e plurale.

La Turchia credo sia per noi occidentali un mondo ancora misterioso, sebbene la distanza geografica non è grandissima. A cosa pensi sia dovuto? Per disinteresse nostro, o per una ritrosia del popolo turco ad avere contatti con noi europei?

Per prima cosa si studia poco e male la storia a scuola. La Turchia prima nelle vesti di impero ottomano e poi di repubblica ha sempre avuto una grande influenza sul Vecchio Continente anche se non sempre positiva. A questo mancato studio della storia fa purtroppo seguito una scarsa conoscenza del Paese e il fatto che alcuni capitoli del passato per loro sono ancora aperti, ne è un esempio per tutti la politica aggressiva che la Turchia sta attuando nei confronti della Grecia. In ultimo, purtroppo, pensiamo alla Turchia come a un qualcosa di lontano e invece è vicinissima non solo geograficamente. Il numero di turchi in Italia e in Europa aumenta di anno in anno. A questi vanno aggiunti tutti gli appartenenti alle altre comunità musulmane che sono fortemente influenzati da Erdogan. Tutti aspetti che secondo me non vengono valutati con sufficiente accuratezza né in sede nazionale né in sede europea.

Oriente e Occidente, due mondi così lontani, ma non inconciliabili. In fondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

Mi pare una domanda davvero troppo complessa da riassumere in poche righe e forse sarebbe più adatto un mediorientalista che una persona come me che comunque si occupa di uno stato singolo. Quello che però posso dire con grande convinzione è che la Turchia di oggi, per come viene gestita, è un Paese profondamente divisivo che può solo aggravare gli equilibri già molto fragili nel Mediterraneo.

Cosa hai amato di più di questo paese? Raccontaci un aneddoto divertente che ti è successo durante il tuo lungo soggiorno in Turchia.

Ne potrei raccontare a decine. Il popolo turco è un popolo molto interessante da osservare anche per la loro innata generosità. Purtroppo, a causa della situazione politica, è un popolo che sta cambiando. I sentimenti anti occidentali non sono mai stati così nettamente percepibili. Sottolineo questo aspetto perché tutti i numerosi e positivi ricordi che ho mi sembrano in qualche modo lontani nel tempo.

La Turchia è un paese a grande maggioranza islamica. Le altre religioni sono tollerate? Si può professare liberamente il proprio culto?

In Turchia c’è una libertà di culto garantita per legge ma un stretto divieto di proselitismo. Ci sono poi alcuni problemi legati allo status di alcune confessioni. Per esempio i cattolici non hanno riconoscimento giuridico, ne deriva che ottenere permessi diventa decisamente più complicato. Gli ortodossi chiedono da tempo che venga riaperto il seminario di Halki sull’isola di Heybeliada ma appare sempre di più un sogno irrealizzabile. Vi è poi da aggiungere che le tensioni con l’Occidente e Israele, nonché il deterioramento della democrazia stanno determinando un fuggi fuggi generale per il quale se continua così, fra qualche generazione non si potrà nemmeno più parlare di minoranze.

Sei una persona coraggiosa, la vita dei giornalisti in questo periodo dopo il tentato colpo di stato del luglio del 2016 non deve essere facile, specie se espongono in pubblico opinioni che possono essere mal viste dal governo turco. Ti sei mai sentita limitata nella tua libertà di espressione? È ancora possibile in Turchia parlare e scrivere liberamente? Ricordiamoci che per quanto abbia intrapreso una strada autoritaria, è ancora una democrazia, esistono le opposizioni, il presidente Erdogan è democraticamente eletto.

Andiamo con ordine. So che il mio lavoro è costantemente monitorato come quello di molti altri giornalisti. I colleghi turchi sono messi molto peggio di noi. Molti sono scappati, altri hanno cambiato lavoro, per non parlare delle decine che sono stati arrestati. Personalmente, non mi sento mai tranquilla, nemmeno quando sono in Italia. Bisogna stare costantemente attenti ai social, perché vengono controllati da persone vicine o simpatizzanti del governo, poi certo quando si è sul campo è diventato tutto più difficile. Le fonti non parlano più come una volta e chi lo fa devo dire che ha davvero tanto coraggio. Tuttavia, non è questo il momento di avere paura.

Auspicheresti un’entrata della Turchia nell’Unione europea? È di oggi la notizia del fallito vertice di ieri a Varna sul Mar Nero tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Junker. Cosa porterebbe la Turchia all’Europa, che benefici? E che benefici potrebbe ottenere a sua volta la Turchia non solo a livello politico ed economico?

Come noto io sono un’europeista molto convinta. Tuttavia credo che la Ue dovrebbe seriamente ripensare a se stessa e alle sue politiche prima di attuare altri allargamenti. Stiamo ancora pagando in parte e sotto vari aspetti quelli attuati negli anni scorsi. Questo discorso è ancora più valido se si parla di allargamenti con Paesi particolarmente problematici come la Turchia, che per altro adesso è fuori da molti parametri europei. Personalmente credo che sia Ankara sia Bruxelles per motivi diversi non siano interessate a proseguire in maniera concreta questo discorso. E credo anche che sia la decisione giusta. Fino al 2009 ero una sostenitrice dell’ingresso turco in Ue. Ma sono cambiate troppe cose, inclusa la gente. Su una cosa i turchi credo abbiano ragione: all’inizio, nel 2003 dico, la Ue non si è comportata in maniera corretta con loro. Dovevano dire subito o sì o no. Questo tira e molla, aggiungo io, ha fatto il gioco di Erdogan, che di europeo non ha nulla e di anti occidentale parecchio.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendoti di anticiparci i tuoi progetti per il futuro. C’è un nuovo libro in programma?

Il primo progetto lo metto in pratica tutti i giorni ed è continuare a studiare e aggiornarmi per garantire ai miei lettori informazioni e analisi di qualità. Programmi ne ho tanti, non solo sulla Turchia, ma anche sulla Grecia. Fra questi certo c’è anche un nuovo libro, ma voglio pensare bene prima di scrivere qualcosa di definitivo. Gli eventi sono estremamente fluidi ed è importante prima capire e poi scrivere.

:: La luce in fondo al tunnel – Dialoghi sulla vita e la modernità di Zygmunt Bauman (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2018
La luce in fondo al tunnel_cover

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Socrate per primo, secondo quanto riportato da Platone, introdusse il dialogo come metodo dialettico di ricerca filosofica. Non stupisce che dopo secoli sia ancora il metodo migliore per veicolare pensieri, idee, teorie, spesso di difficile comprensione se non nettamente rifiutate o avversate.
La luce in fondo al tunnel riporta, perlomeno nella parte centrale del volume, una lunga conversazione, finora inedita, tra Zygmunt Bauman e Mario Marazziti, giornalista e editorialista del Corriere della Sera, svolta a Antwerpen nel settembre del 2014. Fatta di domande e di risposte. Ma più di un’ intervista, più creativa. Insomma il dialogo è in essere, apportano idee, e pensieri entrambi gli interlocutori, a volte concordi, a volte non del tutto.
Oltre a questa conversazione, il testo contiene riflessioni, e contributi di Bauman ai lavori dell’ Incontro internazionale uomini e Religioni Peace is the future, e dell ‘Incontro internazionale uomini e Religioni Sete di Pace: religioni e culture in dialogo tenutosi ad Assisi nel settembre del 2016. Chiude un saggio conclusivo di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’ Egidio, dal titolo Papa Francesco e Zygmunt Bauman.
Zygmunt Bauman non ha bisogno di grandi presentazioni, è stato un filosofo e sociologo polacco, di origini ebraiche, ateo, di formazione marxista, trasferitosi a insegnare in Inghilterra, teorico della “società liquida”.
Come sintetizza in modo chiaro e conciso nell’ introduzione il professore di Storia delle relazioni internazionali Luca Riccardi, se vogliamo capire il cuore del pensiero di questo “eroe intellettuale del nostro tempo”, dobbiamo abbandonare o usare in modo diverso le categorie interpretative del passato.
La globalizzazione, l’individualismo estremizzato che si oppone al concetto di comunità, la porzione di umanità che definisce ridondante, le vite di scarto, le migrazioni, la paura, l’incertezza, la memoria, il ruolo degli anziani, sono tutti temi che Bauman affronta sentendosi non un osservatore privilegiato, ma parte dell’ umanità in cammino.
Fino all’incontro decisivo con il pensiero di Papa Francesco, la luce infondo al tunnel del titolo, capace di rischiarare il pessimismo strutturale che intride le riflessioni e le conclusioni del sociologo polacco.
Perché non ostante le difficoltà, la crisi in cui versa la società contemporanea, bisogna sempre immaginarsi una luce alla fine del tunnel, che forse non vedremo noi, ma le generazioni che ci succederanno.
L’importanza del dialogo è centrale nel pensiero di Bauman, e accomuna in modo sostanziale e indissolubile il sociologo e Papa Francesco, seppure così diversi per formazione e percorsi di vita. Il dialogo è l’unica strada percorribile per raggiungere la pace, condizione necessaria e indispensabile perché l’umanità abbia un futuro.
Da leggere per comprendere il pensiero lucido e scevro da preconcetti di uno dei pensatori più importanti e influenti del nostro tempo. Con una profezia se vogliamo racchiusa nelle pagine: se Papa Giovanni Paolo II ha contribuito, non unico attore in un gioco di complesse congiunture geopolitiche, alla caduta del comunismo, Papa Francesco farà altrettanto con il capitalismo. Staremo a vedere.

Zygmunt Bauman è nato a Poznań nel 1925 in una famiglia di origini ebraiche. Rifugiatosi in Unione Sovietica allo scoppio della Seconda guerra mondiale, rientrò in Polonia al termine del conflitto e si laureò in sociologia all’università di Varsavia. Nel 1968, in seguito a un’epurazione antisemita, emigrò dapprima a Tel Aviv e poi a Leeds, dove ottenne una cattedra di sociologia. Da allora ha quasi sempre pubblicato le sue opere in inglese, ottenendo particolare riscontro soprattutto dopo l’abbandono dell’insegnamento. La sua reputazione crebbe rapidamente verso la fine degli anni Ottanta, e oggi è considerato tra i più grandi teorici della società del XX secolo. Particolare notorietà ha assunto il suo concetto di società “liquida”: l’incertezza dei nostri tempi moderni e la trasformazione dei cittadini in consumatori hanno come conseguenze la fine di ogni certezza e una vita sempre più frenetica e sottomessa all’esigenza di adeguarsi alle scelte della maggioranza, pena l’esclusione dal gruppo.

Luca Riccardi è professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università di Cassino e del Lazio meridionale. È specializzato nello studio della politica estera italiana del XIX e XX secolo.

Mario Marazziti dirigente Rai, giornalista, editorialista del Corriere della Sera e già portavoce della Comunità di Sant’Egidio, è deputato al Parlamento Italiano. Attualmente è Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera.

Andrea Riccardi ha fondato, nel 1968, la Comunità di Sant’Egidio, conosciuta per il suo impegno nel campo della pace, del dialogo interreligioso e dell’evangelizzazione in oltre settanta Paesi. Storico, professore emerito di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre, è noto anche per i suoi studi sulla Chiesa in età moderna e contemporanea.

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Elisa Nicoli – autrice di “Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici”

13 marzo 2018

Bolle in libertàBenvenuta Elisa su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Classe 1980, sei nata a Bolzano. Sei una regista di documentari e una scrittrice. Tuoi i libri “L’erba del vicino”, “100 cult in padella”, “L’Italia selvaggia”,Pulizie creative”, “Questo libro è un abat jour”, “Senza pesare sulla terra”. Tuoi siti di riferimento elisanicoli.it e autoproduco.it. Parlaci di te, presentati ai lettori del nostro blog.

Ciao a tutti, grazie a voi di avermi contattata! Se conto il numero dei libri che ho scritto mi impressiono da sola: 7 libri in 7 anni. Ho iniziato a scrivere per puro caso, anche se mi è sempre piaciuto scrivere, non avevo mai pensato di farlo diventare un lavoro. Ho studiato comunicazione e mi sono specializzata in cinema documentario. Ho sempre pensato alla regia come al mio lavoro dei sogni. E poi mi son ritrovata a scrivere il primo articolo, nel 2007, per il mensile Terra Nuova. Avevo conosciuto il direttore ad una fiera, con la scusa di chiedergli se avesse intenzione di distribuire documentari assieme ai libri che pubblicava. Chiacchierando, è venuto fuori che facevo detersivi in casa. Mi ha quindi chiesto di scrivere un articolo con questo argomento. Mi sono divertita, a loro è piaciuto… e ho continuato a scrivere, finché, sempre per caso, Altreconomia, la mia attuale casa editrice, non mi ha chiesto di realizzare un libro. Tutta un’altra dimensione temporale e tutto un altro tipo di lavoro. Ma quando l’ho visto tra le mie mani, appena stampato, mi ha dato una tale soddisfazione che non ho più potuto smettere. Scrivere libri è una specie di droga. Al mio lavoro di regista di documentari si è quindi affiancato quello di scrittrice.

E ora per Altreconomia è uscito il tuo nuovo libro Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici. Seguito naturale di Pulizie creative. Ce ne vuoi parlare?

La prima edizione di “Pulizie creative” risale al 2011. Erano passati circa 4 anni dall’inizio delle mie sperimentazioni sull’autoproduzione di detersivi e saponi. Ancora poco sapevo di cosmesi. All’epoca in Italia si trovava ancora scarso materiale su queste tematiche e il mio libro ebbe un successo incredibile, che si è protratto negli anni. In tutto saranno state vendute quasi 10mila copie. Era un libro piccino, completo per la parte dei detersivi, ma un po’ scarso sulla parte della cosmesi. Dal 2011 son passati 7 anni di ulteriori esperimenti e approfondimenti e studi scientifici e contatti con chimici di professione. Sentivo l’esigenza di scrivere qualcosa di più articolato e complesso. Un nuovo libro che colmasse una nuova lacuna in Italia: un libro serio e professionale di autoproduzione di cosmetici e detersivi, sia per persone alle prime armi, sia per coloro che volessero ampliare le proprie competenze in materia di “spignattamento”. E così, più di 10 anni dopo l’inizio delle mie prime autoproduzioni ho pubblicato un nuovo libro.

È un manuale che raccoglie decine e decine di ricette fai da te per la cura della bellezza e della casa. Ogni ricetta da te formulata è frutto della tua pluriennale esperienza nella composizione di cosmetici e detersivi eco e biologici. Tutto questo studio nasce essenzialmente per difendere la salute dei consumatori e del pianeta. Come hai acquisito questo spirito green?

Con una spiccata sensibilità ambientale credo di esserci nata. Ne ho parlato approfonditamente nel mio libro autobiografico “Senza pesare sulla terra” (Ediciclo editore). Mia madre viene da una famiglia di 10 persone, in un ambiente dove era scontato non sprecare. È stata probabilmente lei a farmi sentire forte l’esigenza di rispettare questo nostro pianeta. E poi probabilmente anche il mio amore sconfinato per la natura, cioè per tutto quello che non è stato creato dall’essere umano. I boschi, le rocce, le cime delle montagne. Amo tutto questo talmente tanto, che è naturale per me averne un profondo rispetto.

Il volume è diviso in due parti: una dedicata alla cura della persona, con ricette specifiche, saponi, deodoranti, creme, tonici, e una alla cura della casa con ricette basi per tutti i tipi di pulizia, dai panni, ai pavimenti, ai casi disperati: frigo, forno, scarichi intasati, muffa. Un vero e proprio manuale dalla a alla z?

Sì, rispetto al mio “Pulizie creative” questo è un manuale (quasi) completo, che finalmente risponde a (quasi) tutti i bisogni di una persona che vuole prendersi cura di sé, della propria casa e dell’ambiente in cui vive. Certo… quel “quasi” mi permetterà di fare una nuova edizione con nuove ricette… ci sto già lavorando… almeno sulla parte della cosmesi.

Studi scientifici hanno dimostrato che l’uso continuativo di detergenti chimici aggressivi oggi in commercio per la pulizia della casa può procurare reali danni alla salute delle donne che svolgono lavori di casa o lavorano per imprese di pulizia. Hai la percezione che questi pericoli siano efficacemente segnalati?

Oddio. Il concetto di “detergenti chimici” è un po’ troppo vago. Anche i detergenti per la casa che propongo nel mio libro sono chimici. Senza chimica… non c’è detergenza. Quello che può procurare problemi alla salute di chi ne fa largo impiego (e non a livello casalingo, ma a livello professionale) sono prodotti con una forte azione antibatterica e prodotti con profumazioni di sintesi eccessive (e non garantite ipoallergeniche). I detergenti, insomma, più aggressivi. A livello casalingo è più probabile incorrere in dermatiti da contatto, soprattutto per quel che riguarda i detersivi per la lavatrice. Dal primo giugno 2017 è obbligatoria in tutta l’Unione Europea una nuova etichettatura dei prodotti chimici (detergenti inclusi), che rende molto più evidente in fase d’acquisto i rischi che incorriamo se usiamo quel dato prodotto.

La coscienza ecologica e l’attenzione per l’ambiente sono temi di stretta attualità, non così diffusi nonostante gli allarmi anche delle organizzazioni internazionali. Spesso le persone vicine a queste tematiche vengono ancora considerate eccentriche o perlomeno delle persone che esagerano il problema. Nel tuo ambito, nella tua esperienza, le persone che si rivolgono a te, comprano i tuoi libri, ti chiedono consigli magari tramite i tuoi siti, vivono il tutto come una moda o percepisci delle esigenze più profonde?

Da quando mi occupo di autoproduzione e di educazione ambientale, cioè dal 2006-2007, le cose sono sensibilmente cambiate. In meglio. Molte più persone si sono avvicinate ai temi dell’autoproduzione, non considerando più il farsi le cose in casa come “eccentricità”, ma come necessità. Molte persone che ho incontrato nei miei corsi (terzo lavoro che faccio…) sono interessate a questi argomenti soprattutto per un’aumentata sensibilità ambientale. Molte persone ci si avvicinano al primo figlio. È lì che cominciano a porsi domande rispetto a ciò che utilizzano quotidianamente. Non ho mai conosciuto nessuno personalmente che facesse scelte di rispetto dell’ambiente per moda. Quello è più legato secondo me al settore alimentare.

L’autoproduzione casalinga è in netto aumento. Hai dei dati di riferimento su questo tema?

Dati non credo esistano. Non ho mai cercato. Sicuro è che c’è stato un aumento esponenziale di blogger, canali YouTube, pubblicazioni da quando ho cominciato ad oggi. E sicuro va di pari passo con un’aumentata domanda di queste tematiche.

Metti anche in guardia dalle fake news e da tutto quello che circola su internet che a volte può davvero essere pericoloso. Come difendersi?

Come per le altre fake news per difendersi serve la testa e il buonsenso. Non si può prendere come oro colato tutto quello che si trova su internet (e per la verità anche su alcuni libri ho trovato degli strafalcioni enormi). È necessario un giusto senso critico rispetto a tutto quello che si legge. La ricerca delle fonti è fondamentale: chi ha fatto quell’affermazione? Su quali basi? Ci sono dei dati oggettivi a supporto di quello che scrive? Che autorevolezza ha chi scrive? Ha le competenze necessarie per scrivere? Si pone con un approccio scientifico o sensazionalistico? Porsi domande, non cercare disperatamente risposte.

Insegni poi come leggere un’etichetta e interpretare l’INCI International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Vero?

Non è un’impresa semplice, ma cerco di dare un orientamento rispetto ad una lettura critica dell’etichetta di un cosmetico (e di un detersivo). Non è semplice, perché la lista degli ingredienti ammessi e codificati con l’INCI è lunghissima, quindi è impossibile anche per chi fa il formulatore di professione conoscere tutti gli ingredienti. Ciò che offro è una classificazione di massima, in cui considero i più recenti dati scientifici (e attendibili) rispetto alle componenti più diffuse.

In termini di risparmio, quanto conviene utilizzare detersivi e detergenti eco e biologici? Hai fatto delle stime anche generiche?

Sebbene io abbia iniziato a realizzare detersivi per risparmiare (rispetto all’acquisto di detergenti bio-ecologici) non mi sono mai più posta il problema della spesa effettiva. Le mie priorità sono altre e le ho chiaramente dichiarate nel libro. Non sempre con l’autoproduzione si va a risparmiare: se si vogliono detergenti che funzionino almeno quanto quelli bio-eco, occorre utilizzare delle materie prime che a volte possono essere piuttosto costose. Dipende da dove si riesce a recuperare ciò che ci serve. Un esempio: se avete amici che vanno a Livigno fatevi portare dell’alcol a 95° (invece di 15€ ne spenderete 3€ a litro) e in questo modo avrete dei prodotti altamente performanti ad un prezzo ridicolo (come lo spray per vetri sgrassante e il disinfettante per WC).

Grazie del tuo tempo, e stato un piacere parlare con te. C’è un indirizzo che vuoi segnalare dove i tuoi lettori ti possano contattare?

I miei siti che hai segnalato vanno benissimo! Mi potete anche contattare su Messenger (sperando che Facebook non filtri troppo le richieste). Grazie a voi per la stimolante intervista!

:: Un’ intervista con Emma Piazza a cura di Giulietta Iannone

12 marzo 2018

piazzaBenvenuta Emma, e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo a rompere il ghiaccio. Sei un’ esordiente, L’isola che brucia è il tuo primo romanzo, ma non sei nuova nel mondo editoriale. Ho letto nelle scarne note biografiche che lavori a Barcellona come scout letterario. Parlaci del tuo lavoro principale, hai letto tanti libri di esordienti che hai provato il desiderio di scrivere anche tu? O la scrittura ti accompagna da lungo tempo?

Ciao Giulietta e grazie per avermi proposto questa intervista. No, non sono nuova nel mondo editoria, infatti lavoro da quattro anni come scout letterario. Il mio lavoro consiste nel leggere i libri che stanno per essere pubblicati in Italia e Spagna e consigliare i titoli più forti ai clienti dell’agenzia, che sono editori internazionali di tutto il mondo. Negli ultimi anni ho letto tanti libri interessanti di esordienti, come il recentissimo libro di Ilaria Tuti, Fiori sopra l’inferno, per citarne uno, ed è sempre una soddisfazione enorme scoprire un nuovo talento e fare in modo che viaggi per il mondo. Però è vero che la scrittura mi accompagna da sempre, da quando sono piccola, è sempre stato un modo di rielaborare la realtà e conoscermi meglio.

Sei nata a Pavia nel 1988, fai parte dei tanti giovani che si sono trasferiti all’estero principalmente per lavoro. Parlaci della tua esperienza, cosa ti ha spinto a partire?

Sono nata a Pavia e a 18 anni mi sono spostata a Milano per studiare, poi mi sono trasferita a Londra, dove sono rimasta tre anni e ho iniziato a lavorare in editoria. Dopo tre anni, duri, a Londra avevo voglia di sole e ho deciso di trasferirmi a Barcellona. Lavoro da casa, quindi il mio piano era continuare a spostarmi, ma poi Barcellona mi ha rapita e sono quasi quattro anni che vivo lì. Mi ha spinta, originariamente, la mie ambizione: volevo lavorare in editoria e non c’era posto migliore di Londra per farmi le ossa. Poi, una volta iniziato a spostarmi, la curiosità mi ha incitata a continuare.

Come ti sei trovata al tuo arrivo? Hai trovato subito casa, lavoro? La gente, i colleghi come ti hanno accolto?

A Barcellona benissimo. Non conoscevo nessuno, quindi pensavo sarebbe stata dura all’inizio, ma avevo una bella sensazione. Infatti, tra amici di amici e una ragazza con la quale ho fatto le elementari che ho scoperto vivere affianco a me, mi sono ritrovata circondata da persone. Anche l’ambiente editoriale è molto amichevole e frizzante, infatti mi sono subito ambientata.

Come è la vita culturale di Barcellona? Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici? Trovi differenze con l’ambiente italiano?

Come dicevo nella domanda precedente, Barcellona è una città molto attiva culturalmente anche dal punto di vista editoriale. C’è Sant Jordi, la festa del libro, ad esempio, e tante presentazioni. Non posso fare un vero e proprio paragone con l’Italia perché non vivo più qui da molti anni e quando me ne sono andata ero ancora una studentessa. Sicuramente a Barcellona l’ambiente è attivo e stimolante.

Dopo aver parlato di te, per presentarti ai nostri lettori, parliamo del tuo libro, L’isola che brucia, uscito da pochissimo per Rizzoli, un libro molto particolare, anomalo, selvatico se vogliamo. Mi ha ricordato, pensa, Cime tempestose. Intendo per l’atmosfera per certi versi opprimente. Ce ne vuoi parlare, da dove hai tratto ispirazione per scriverlo?

Woow, che bel complimento, grazie! Volevo scrivere un libro che parlasse delle mie origini francesi (corse), ma che avesse una trama avvincente che potesse intrattenere il lettore. L’ultima volta che sono stata in Corsica a trovare mio padre ammiravo la bellezza selvaggia dell’isola, il suo fascino ambiguo, e ho pensato che fosse l’ambientazione perfetta per un thriller.

L’ambientazione credo abbia un ruolo determinante, è un po’ lo specchio dell’animo dei personaggi, c’è un legame profondo e sotterraneo tra Therese e la Corsica. Conosci l’isola, fa parte della tua vita? O è solo l’ambientazione scelta per il romanzo?

La Corsica ha decisamente un ruolo fondamentale nella mia vita, infatti, mio padre è corso e tutt’ora vive lì, arroccato in una casa nel Cap Corse. Per me è un’isola decisamente speciale. Da un lato mi ricorda l’infanzia, dall’altro un lato selvaggio e recondito della mia personalità che mi porto sempre dietro.

Therese, la protagonista, è un personaggio che quasi eclissa gli altri. Aspetta un bambino, che all’inizio non si capisce se voglia far nascere davvero, è un’artista, ama la pittura, ha un rapporto piuttosto difficile con la sua famiglia, perlomeno dal lato paterno. Hai creato un personaggio molto sofferto e spigoloso. Come è nato? Non è la tipica eroina da romanzo. All’inizio mi era quasi antipatica, poi pian piano ne ho colto le sfaccettature. Si è sviluppato durante la scrittura il personaggio e ce l’avevi subito in mente?

Bene, mi fa molto piacere che tu abbia colto l’anima di questo personaggio. No, non è la solita eroina, volevo, infatti, che fosse una donna reale, a volte dura, a volte arrabbiata, e a volte invece positiva e dolce. È un personaggio che ha tanto di me, ma anche tanto di inventato. È nato durante un pomeriggio di luglio, quando l’idea del romanzo si sviluppava nel mio cervello. Ho iniziato a scrivere le prime pagine e pensavo a una donna incinta, delusa, arrabbiata, ma anche in grado di affrontare un incubo come quello che vive la portagonista. Ed è venuta fuori Teresa.

Ho riflettuto a lungo al genere a cui potere accostare il tuo romanzo. Tu come lo definiresti?

Io lo definirei un thriller, anche se soft, e con una punta di femminile.

L’isola che brucia è un romanzo visto e filtrato attraverso gli occhi di un personaggio femminile molto forte e determinato, pur nella sua apparente debolezza. Cerca di raggiungere una certa indipendenza, non si fa abbattere dalle avversità, lotta contro chi la vuole distruggere. Pensi che i personaggi femminili nel romanzo contemporaneo siano giustamente valorizzati, o ancora relegati in nicchie piuttosto stereotipate? Sei femminista?

Certo che sono femminista, ma non credo che questo sia necessariamente collegato al fatto che Teresa sia forte e determinata. Un personaggio femminista (che lotta per un mondo nel quale donne e uomini abbiano gli stessi diritti) può essere anche dolce e delicato. La letteratura contemporanea è molto varia, quindi penso ci sia di tutto. Per rispondere alla domanda, no, in generale penso che i personaggi femminili inizino a essere sganciati da modelli obsoleti. D’altronde, la letteratura riflette la società…

Ti piace presentare in libreria i tuoi libri? Raccontaci qualche aneddoto divertente legato a queste presentazioni.

Sì, mi piace molto il contatto con il pubblico, anche se sono sempre un po’ agitata! Aneddoto propriamente divertente non ce l’ho, ma mi sono commossa quando ho visto alla mia prima presentazione la mia maestra di italiano delle elementari 🙂

Progetti di traduzione per l’ estero? Come pensi accoglieranno il romanzo i tuoi futuri lettori stranieri?

Sì, L’isola che brucia verrà pubblicato anche in Germania, Francia e Svezia. Beh, spero bene! In Germania in particolare, penso (spero) che potrebbe piacere, sia il setting, sia il personaggio di Teresa. Sono un popolo di grandi lettori che accolgono volentieri gli esordienti.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare. Da lettrice cosa deve contenere un libro per coinvolgerti?

L’ultimo libro che ho letto è una stupenda raccolta di racconti, Tutto quello che è un uomo di David Szalay, il prossimo penso sarà L’isola di Arturo di Elsa Morante. Un libro, per coinvolgermi, deve avere uno stile che parla al cuore (e proviene dal cuore) e personaggi solidi, che riesco a vedermi davanti.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa? Progetti per il futuro?

Grazie a te! Ho iniziato un nuovo romanzo, il nucleo è un gruppo di ragazzini, ma è ancora a uno stadio embrionale, quindi aspetterei a parlarne. Progetti per il futuro tanti e vari, mi piacerebbe sperimentare generi nuovi, personaggi nuovi, ambientazioni nuove. Insomma, scrivere, scrivere, scrivere!