Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: La danza dei veleni – Il ritorno di Blanca di Patrizia Rinaldi (Edizioni EO 2019) a cura di Federica Belleri

6 giugno 2019

Patrizia RinaldiIl ritorno di Patrizia Rinaldi e della sua Blanca, detective ipovedente, è nelle parole scritte in questo libro. Ma anche in quelle che l’autrice permette al lettore di percepire, di sentire, di immaginare. A partire dall’incipit, che apre uno scenario di emozioni, sensazioni, di luci e ombre. Perché Blanca è così, un mondo a sé, da scoprire. Un mondo complesso, che nemmeno i colleghi Carità, Martusciello, Liguori e Micheli capiscono.
Blanca non si accontenta di sapere che qualcuno sta morendo avvelenato o che qualcun’altro sta commerciando animali in maniera illegale. No. Lei deve scavare, annusare, ascoltare. Deve amplificare i sensi che ha a disposizione. Ha bisogno di tempo e di spazio vitale per mettere tutto in ordine in un’indagine che è incasinata e non coordinata a dovere. Le serve fiducia e silenzio, pazienza e forza.
Nel frattempo chi le sta intorno ha un timore particolare, la tratta con rispetto ma non con compassione. Blanca non lo sopporterebbe. C’è chi le descrive il mare, la natura in generale o più nello specifico la scena di un crimine. La vita privata di ogni protagonista ruota intorno alla vicenda, intorno a Blanca e al quotidiano di ciascuno. Questo sembrerebbe allontanarli dal lavoro in commissariato. Sarà così?
Blanca affronta tutto custodendo le informazioni in un contenitore sigillato. Perché? Sta respingendo qualcuno o vuole proteggersi ad ogni costo? Blanca è una donna eccezionale che sa donare a modo suo e sa estraniarsi quando le serve. Ha solo una grande fatica da gestire, il limite dell’amore, il limite fra corpo e cuore …
La passione per il suo lavoro la contraddistingue, anche a costo di stare male, anche quando scoprire la verità provoca sofferenza. Blanca vive ogni attimo sentendoselo addosso e dentro, ed è capace di sospendere un’impressione o un giudizio se può ferirla nel profondo. Ha bisogno di dare ordine alle sue emozioni.
Di animali si parla in questo libro, e non solo a quattro zampe. Si parla di uomini e donne che seguono un loro percorso, più o meno in modo consapevole; che si lasciano usare o maltrattare; che desiderano emergere ma lo fanno utilizzando i mezzi peggiori. Si parla anche di sentimenti e ragione. Di tradimento e fedeltà. Di segreti e verità.
Dovete leggerlo, non posso dirvi di più. Solo che la vita di Blanca entrerà a far parte della vostra.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli. È laureata in Filosofia e si è specializzata in scrittura teatrale. Ha partecipato per diversi anni a progetti letterari presso l’Istituto penale minorile di Nisida. Nel 2016 ha vinto il Premio Andersen Mi­glior Scrittore. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La compagnia dei soli, illustrato da Marco Paci, (Sin­nos 2017), vincitore del Premio An­der­sen Miglior Fumetto 2017, Un grande spet­tacolo (Lapis 2017), Federico il pazzo, vincitore del premio Leggimi Forte 2015 e finalista al pre­mio Andersen 2015 (Sinnos 2014), Mare giallo (Sinnos 2012), Rock senti­men­tale (El 2011), Piano Forte (Sinnos 2009). Per le Edizioni E/O ha pubblicato Tre, nu­mero imperfetto (tradotto negli Stati Uni­ti e in Germania), Blanca, Rosso caldo, Ma già prima di giugno (Premio Alghero 2015) e La figlia maschio (2017).

Source: omaggio dell’autore al recensore.

Le colpe della notte di Antonio Lanzetta (La Corte editore, 2019) a cura di Elena Romanello

3 giugno 2019

Cover-leCOLPEdellaNOTTE-RGB-307x429Torna Antonio Lanzetta, ormai affermato autore di thriller riconosciuto anche all’estero, con una nuova storia che viaggia negli abissi dell’animo umano, Le colpe della notte, legato da vari riferimenti ai due precedenti e da divorare tutto d’un fiato.
Cristian è quello che oggi viene definito un hikikomori, sempre attaccato al PC e perso in un mondo virtuale: la cosa non piace ai suoi genitori, suo padre tra l’altro è uno stimato commissario di polizia, e una sera, dopo l’ennesimo litigio, il ragazzo esce di casa per un paio d’ore. Quando torna a casa trova i genitori morti, in quello che sembra un omicidio suicidio del padre di cui si sente responsabile.
Cristian viene spedito al sud, a Castellaccio, nella casa famiglia di Flavio, che continua ad occuparsi di salvare ragazzini e ragazzine da da drammi familiari di vario genere, e qui si scontra con il bullismo di alcuni compagni di scuola, ma trova anche alcuni improbabili ma simpatici amici.
Damiano, lo Sciacallo, non è convinto che la morte dei genitori di Cristian sia stata come ha concluso l’indagine ufficiale e inizia a indagare per conto suo, scoprendo legami insospettabili con fatti delittuosi dietro ai quali si nascondono poteri forti di vario tipo e sinistramente presenti dietro a tanti fatti dalla Storia italiana degli ultimi decenni.
Cristian cercherà nel frattempo di rimarginare la sua vita, con i nuovi amici e nuovi scopi, e con l’incontro anche con Girolamo, un maresciallo dei carabinieri gattaro e in pensione, ossessionato dall’Uomo del Salice e dalla scomparsa di una bambina avvenuta trent’anni prima e mai risolta.
Antonio Lanzetta torna quindi sui suoi personaggi iconici e sulla loro lotta contro l’Uomo del Salice, tra passato e presente, non dimenticando le tematiche che gli stanno a cuore sull’adolescenza e la ricerca di sé, oltre al bisogno di verità e giustizia per fatti accaduti anni prima, i famosi cold case che non passano mai per il dolore che lasciano con loro.
Stavolta il legame con il passato è duplice, e mescola il fatto locale dell’Uomo del Salice, già ombra nera dei primi due libri, con altri fatti legati ad un attentato che ricorda tanto quello reale del 1993 di via dei Georgofili a Firenze, oltre che altre vicende vere degli ultimi decenni, da non dimenticare anche se c’è chi, tra eversioni varie, terrorismo di casa nostra e poteri mafiosi e non solo, vorrebbe che sparissero con i loro morti.
Una storia sul crescere e sul dolore che questo comporta, sul lutto, sui drammi mai risolti, sul fatto che bisogna provare ad andare avanti ma come questo a volte sia impossibile, quando si sono visti i peggiori abissi e non si è riusciti ad uscirne.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Antonio Lanzetta è uno scrittore salernitano che, dopo aver iniziato la sua carriera come autore di romanzi fantasy (sempre per La Corte Editore ha pubblicato Warrior e Revolution), vira verso il thriller prima con il racconto breve Nella pioggia, finalista al premio Gran Giallo Cattolica, e poi con i romanzi conIl Buio Dentroe conI figli del male.
Il Buio Dentro gli permette di valicare i confini nazionali venendo tradotto da Bragelonne, una delle più prestigiose case editrici d’oltralpe, in Francia, Canada e Belgio; lo stesso romanzo viene anche citato dal Sunday Times come uno dei cinque thriller non inglesi migliori del 2017.
Lanzetta è anche opinionista di cronaca nera per Rai Uno.

:: Con tanto affetto ti ammazzerò di Pino Imperatore (DeA Planeta 2019) a cura di Federica Belleri

15 Maggio 2019

Pino ImperatoreTorna in libreria Pino Imperatore con la seconda indagine che vede protagonisti l’ispettore Gianni Scapece e il commissario Carlo Improta. Una coppia di investigatori fuori dagli schemi,  fisicamente ai poli opposti, ma con una grande stima reciproca. Il primo,  sciupafemmine. Il secondo, una sorta di papà e di guida. La vicenda è ambientata a Napoli, come sempre. La città mostra sfumature e colori, arte e cultura, cibo e vino ottimamente serviti. Lo sanno bene i Vitiello, titolari della trattoria Parthenope, che si trova proprio di fronte al commissariato di Mergellina. Luogo scelto da Scapece e Improta per discutere delle loro indagini con il titolare e la sua famiglia. Tutti coinvolti mentre sono seduti a tavola. Tutti a confronto e disposti a dare una mano. Insoliti e divertenti i siparietti creati dall’autore con questi personaggi.
Ma veniamo al giallo. Ispettore, commissario e questore vengono invitati al novantesimo compleanno della baronessa De Flavis, alla sontuosa festa nella sua villa che si affaccia sul golfo di Napoli. Fatti gli onori di casa, la baronessa sparisce insieme all’inseparabile maggiordomo e gli ospiti cominciano a sentirsi male e a perdere i sensi.
L’indagine parte subito dopo una corsa al pronto soccorso. Dov’è finita la baronessa? E il suo fedele accompagnatore? Potrebbe essere morta?
L’ispettore Scapece inizia a usare il cervello, invece che la pistola, per risolvere questo caso. Interroga, osserva, non si fa condizionare dalle sue personali pene d’amore e si mette in gioco. Scoprirà passo dopo passo la storia di una donna determinata ma fragile, dei suoi figli egoisti ed egocentrici, dei dolori e delle sofferenze che l’hanno piegata ma non spezzata. Tra fatti realmente accaduti e leggende tramandate verremo condotti dall’autore a capire cosa significa essere avidi, arrabbiati e rissosi. A chiederci chi fosse veramente la baronessa De Flavis, a maturare sospetti e a guardare l’odio puro attraverso una porta socchiusa.
Quanto è forte il desiderio di vivere una vita piena? Quanto si ha voglia di essere capiti? Quanto si ha bisogno di essere amati davvero?
Da un colpo di scena all’altro si percorre l’intera vita di Elena De Flavis. Una metafora sugli affetti di famiglia, sulla società del possesso e non del sentimento, sulla forza d’animo che impedisce di mollare tutto.
Con tanto affetto ti ammazzerò.  Un giallo, un bilancio fra alti e bassi, fra rimpianto e nostalgia, fra nuvole e sereno. Non manca l’ironia che contraddistingue l’autore e il sorriso che arriva subito dopo.
Buona lettura.

Pino Imperatore è nato a Milano nel 1961 da genitori emigranti napoletani e vive in Campania dall’infanzia. Ha vinto i maggiori premi italiani per la scrittura umoristica ed è autore di opere teatrali, racconti, saggi umoristici e romanzi bestseller. Con DeA Planeta ha pubblicato Aglio, olio e assassinoCon tanto affetto ti ammazzerò, di cui sono protagonisti Scapece, Improta e i Vitiello.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa DeA Planeta.

:: Chiedi alla notte di Antonella Boralevi (Baldini+Castaldi 2019) a cura di Giulietta Iannone

1 Maggio 2019

Chiedi alla notteChiedi alla notte di Antonella Boralevi, titolo che vagamente riecheggia Chiedi alla polvere di Fante, ci riporta nelle vite di Emma e Alfio già conosciuti ne La bambina nel buio, edito l’anno scorso sempre da Baldini +Castoldi.
Siamo a Venezia durante il 75° Festival del Cinema e un delitto se vogliamo riavvicina i due protagonisti: la luce della bellissima eterea Vivi Wilson brilla una sola sera, quella dell’inaugurazione del Festival. Il giorno dopo infatti viene trovata morta sulla spiaggia degli Alberoni, nel Lido di Venezia. Ad indagare sul delitto naturalmente il bel commissario Alfio Mancuso aiutato da Emma Thorpe, avvocato di Netflix, coproduttori del film di cui la Wilson, la Regina delle fate, era la star.
Continua così l’insolito mix di thriller, romanzo sentimentale, e affresco sociale, iniziato con il precedente romanzo. La scrittura è patinata, effervescente, l’ambiente internazionale, si sprecano i marchi di lusso, gli status symbol che decretano il tanto ambito successo sociale (l’essere accettati nel gotha che conta), ma in tutto questo apparente splendore sembra che la superficie smaltata nasconda un terribile vuoto. Mondanità, ricchezza, fascino non sembrano sufficienti a dare un senso alle vite dei personaggi, se non per l’amore che unisce Emma e Alfio, unica vera luce in un profondo e feroce buio.
La Boralevi è brava nel accentuare questo stridente contrasto, che se vogliamo incarna la vera anima noir del libro (affatto edulcorato se analizziamo bene sotto le apparenze). E le apparenze sono la chiave di volta dell’intero libro. Tutti mentono in questo mondo, in questo effimero gioco di specchi, dice una notte il regista Bob Miller a Emma.
Mondanità, ricchezza, privilegi non bastano insomma sembra dirci l’autrice tra le righe per raggiungere se non la felicità anche solo una certa pace. Il male, la sofferenza toccano tutti, anche i più privilegiati e apparentemente fortunati.
Naturalmente ci chiediamo chi abbia ucciso la bella Vivi Wilson, (lo si scoprirà alla fine in un gioco di maschere e disvelamenti) ma forse è il quadro sociale la parte più interessante del romanzo e la capacità della Boralevi di vedere le pieghe più oscure in tanto ostentato luccichio di gioielli, borse, vestiti, motoscafi, champagne, auto di lusso, ville antiche, locali alla moda, feste e cene esclusive.
Lo stile è semplice, cadenzato, fatto di frasi brevi, ritmate, impreziosite in alcuni tratti da accostamenti semantici più poetici che prosastici, certamente insoliti. Cosa abbastanza singolare per un thriller.
Poi naturalmente la bellezza di Venezia con il suo fascino crepuscolare e antico, sebbene siamo a fine estate, accresce il lirismo della storia.
Venezia con la sua luce, le sue calli, la polvere dorata che si muove nell’aria è sempre capace di evocare quel gusto decadente che racchiudono le cose in via di decomposizione. Quel fascino un po’ innaturale e straniante che molti artisti hanno da sempre accentuato.
Ricordo il bellissimo romanzo di Fruttero e Lucentini, L’amante senza fissa dimora, che seppur per molti versi diverso, racchiudeva anche esso un amore senza tempo, e il fascino nobile di questa città che è stata scelta anche come location di romanzi e film ben più inquietanti come tra tutti il bellissimo A Venezia un dicembre rosso shocking, film del 1973 diretto da Nicolas Roeg, che se non avete visto vi consiglio di recuperare. Ma numerosi altri sono gli esempi.
Interessante.

Antonella Boralevi (Firenze, 18 giugno 1953) è una scrittrice, conduttrice televisiva, autrice televisiva e personaggio televisivo italiana, ed è autrice di romanzi, racconti, saggi e sceneggiature.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Baldini+Castoldi.

:: Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine di Enrico Mirani (Liberedizioni 2018) a cura di Viviana Filippini

15 aprile 2019

Delitto di paeseTornano le avventure e le indagini del Brigadiere del Carmine, nato dalla penna di Enrico Mirani, giornalista e scrittore. La città di ambientazione è la Brescia del 1915, un luogo che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, edito da Liberedizioni, sente l’incombere della guerra -la Prima-, dove ci sono manifestazioni pubbliche tra interventisti e neutralisti, dove cominciano ad attrezzarsi ospedali e caserme militari per essere pronti al prossimo conflitto bellico, e dove, le incursioni aeree diventano, giorno dopo giorno, una routine che getta nel panico la popolazione. La nuova avventura del Carabiniere Francesco Setti sradica il protagonista delle intricate maglie della città di Brescia e lo costringe, per esigenze lavorative, a trasferirsi nella campagna locale, dove l’atroce misfatto si è compiuto. In un piccolo paesino di provincia, in un campo, è stato ritrovato il corpo abbandonato e martoriato di una ragazzina, assassinata senza pietà. Chi l’avrà uccisa? Perché? Francesco Setti cercherà di trovare una soluzione, ma le indagini si riveleranno molto più complesse del previsto. Tanto per cominciare il protagonista dovrà affrontare un senso di spaesamento determinato dal fatto che lui è abituato a acciuffare criminali per le vie del Carmine a Brescia e nel quartiere delle Pescherie (quando ancora c’era, visto che nel 1927 venne demolito per lasciare spazio a Piazza della Vittoria), mentre questa caccia all’assassino si svolgerà in piena campagna, un ambiente sconosciuto, misterioso, tutto da scoprire, perché le cose non sono mai quello che sembrano a prima vista. Setti non sarà solo, con lui l’inseparabile Mario Serafini. Il duo avrà una “bella gatta da pelare”, nel senso che nel piccolo centro campagnolo, gli imprevisti pronti ad ostacolare le indagini arriveranno inaspettati. Tra di essi ci saranno la profonda omertà e la poca disposizione a collaborare della popolazione locale. Setti dovrà lavorare duro per conquistare la fiducia della gente di paese, persone umili, ma molto diffidenti, che lo vedono come l’elemento estraneo, lo straniero arrivato dalla città per passare alla lente d’ingrandimento le loro vite e trovare il responsabile dell’atroce morte della piccola e innocente vittima. Non solo, perché il protagonista avrà un altro bel grattacapo che gli darà un po’- tanto- tormento: la nuova fidanzata. Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915 è un giallo avvincente, che richiama la struttura narrativa del giallo tradizionale, con un l’aggiunta dell’analisi della dimensione psicologica del protagonista e degli altri attori narrativi. Un elemento che rende il Carabiniere Francesco Setti e gli altri personaggi delle creature letterarie simili ai tanti tipi umani che caratterizzano la realtà della vita quotidiana. Altro aspetto interessante, come nel precedente lavoro, è il fatto che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, l’ambientazione nel passato permetta al lettore di scoprire o riscoprire aspetti della città di Brescia e del suo territorio mutati per sempre nel corso di un secolo.

Enrico Mirani, bresciano, è giornalista e inviato speciale del quotidiano «Il giornale di Brescia». Scrittore appassionato ha dato vita a diverse storie ambientate tra Ottocento e Novecento Bresciano. Il carabiniere Francesco Setti è anche il protagonista del primo volume della serie edito da Liberedizioni: Il brigadiere del Carmine. Due indagini nella Brescia della Belle Époque.

Source: libro del recensore.

:: La versione della cameriera di Daniel Woodrell (NNEditore 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2019

La versione della camerieraDaniel Woodrell è uno dei più significativi esponenti del Southern gothic americano contemporaneo, lo stesso autore ha coniato poi il termine “country noir” per definire i suoi lavori, (vi rimando a questo interessante articolo di Luca Conti ancora disponibile in rete per capire lo spirito che unisce il Southern gothic al noir, e i padri nobili che vanta, da Faulkner, immenso, alla mia amatissima Flannery O’Connor, sovrana mai spodestata della narrativa breve americana, su tutti).
Se del primo la sua anima noir è stata timidamente messa in luce, ormai l’alta letteratura e il noir non sono più così lontani e inconciliabili, della seconda ancora non mi pare questo accostamento sia stato fatto ma leggetevi The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti, Einaudi), per capire di cosa sto parlando.
Torniamo a Woodrell, classe 1953, autore di Un gelido inverno, che anche grazie al film di Debra Granik da cui è tratto ha aumentato le schiere degli adepti di quel genere di noir molto ruvido, molto particolare che lascia gli ambienti classici metropolitani per portarci nell’America più profonda, nella sua periferia più povera e sofferente, nella sua sconfinata campagna, nelle sue montagne impervie, tra depressione e crisi, tra rabbia e voglia di non abbandonarsi alle paludi della disperazione.
Daniel Woodrell ha portato avanti quella lezione, e l’ha fatta propria aggiungendoci il suo personalissimo stile, difficilmente imitabile, che fa di lui senz’altro uno dei maggiori scrittori americani viventi, come troverete scritto nelle note biografiche dell’editore.
La versione della cameriera (The Maid’s Version, 2013), tradotto da Guido Calza, (non perdetevi al termine della lettura le sue note sulla difficoltà di tradurlo e sulle caratteristiche salienti della scrittura densa e corposa di Woodrell), è il primo romanzo della serie detta di West Table.
Di per sé la storia è semplice, sì quella lineare, riassumibile in poche frasi: un ragazzino di dodici anni trascorre l’estate dalla nonna che gli racconta come persero la vita quasi una cinquantina di persone nell’esplosione all’Arbor Dance Hall nel 1929, fatto che ha drammaticamente influenzato tutta la sua vita soprattutto perché una delle vittime era la sua amatissima sorella Ruby.
Forse c’è un colpevole, forse nonna Alma sa chi è, o perlomeno si è fatta un’idea molto precisa di come le cose sono andate.
Questa dopo tutto è la sua versione, quanto sia affidabile come narratrice non è dato sapere, ma noi le crediamo, neanche per un attimo siamo tentati di sgretolare i suoi granitici convincimenti. Alek il ragazzino le crede, come crede a tutto quello che lei racconta della sua difficile vita, e dei personaggi al centro in questo affresco corale di un angolo sperduto tra i monti Ozark nel Missouri.
Che la tradizione orale sia determinante è un dato di fatto, dopo tutto l’intero romanzo è la narrazione di una storia passata di bocca in bocca da nonna a nipote, e del racconto orale ha il flusso e le derive. Il tempo è relativo, il passato e il presente si mischiano dando un ritmo altalenante al flusso narrativo, fatto di flashback e memorie.
Alek ormai è adulto quando ricorda la sua infanzia e parla di sua nonna Alma, figura carismatica e quasi mitologica del suo panteon familiare, almeno quanto Ruby, bellissima e sensuale creatura che trova la sua rovina diciamo quando incontra l’amore.
Ruby morirà nel rogo della sala da ballo e Alma non se lo perdona. Doveva fare qualcosa, e non l’ha fatto. Questo struggente senso di colpa avvelena la sua vita di contadina diventata cameriera nelle case dei ricchi della zona per sfamare i suoi figli, non aiutata da un marito beone e immaturo. Anche la morte di Buster (il marito di Alma) se vogliamo può essere aggiunto al conto delle vittime, sebbene lui non muoia direttamente nel rogo.
Se potessi parlare liberamente della trama, svelandovi la versione della cameriera, avrei più agio nel dirvi i fatti (li scoprirete nell’ultimo capitolo) ma se riflettiamo bene forse sono relativi. In fondo è una struggente storia d’amore, nelle sue molteplici forme. È una storia di oppressione, di ingiustizia, e di sopraffazione. Le colpe dei ricchi sono sempre meno gravi di quelle dei poveri, anche se a volte distinguere tra innocenti e colpevoli non è così agevole, come in quetso caso.
Woodrell lascia fluttuare gli eventi, li lascia decantare, e ci dà schegge di passato su cui riflettere. Chi sia il colpevole è facilmente intuibile, la rabbia di Alma è manifesta, anche se soprattutto con se stessa, ed unita a questo grande senso di colpa e dolore per cosa anche volendo non avrebbe potuto cambiare: le regole di una società che lei non accetta, ma di cui per alcuni versi in alcuni tratti addirittura si fa complice quando lava le camicie di Arthur Glencross perchè non si senta il profumo della sua amante.
Alek è l’osservatore imparziale, un po’ in disparte lascia ad Alma tutta la scena, e lei fa rivivere il passato, tiene viva la memoria di quell’esplosione che ha scosso equilibri più o meno manifesti, e mentre quasi tutti vogliono dimenticare, passare oltre, considerare il fatto poco più che un incidente, lei vuole una sorta di giustizia, di riscatto, e si accontenta di concludere che anche il colpevole ha pagato fino alla fine. È sfuggito forse alla giustizia umana, ma c’è una giustizia superiore e questa consapevolezza chiude un cerchio, e dona compimento a una vicenda tragica nella sua inevitabilità.
Aspettiamo le prossime storie della serie, che usciranno sempre per NNEditore.

Daniel Woodrell (1953) è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. I suoi libri hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Pen Award, l’International iMac Dublin Literary Award e il Sundance Film Festival Award per l’adattamento cinematografico del suo libro Un gelido inverno. Ama ambientare le sue storie nei panorami dei monti Ozark, in Missouri, e lui stesso ha coniato la definizione di “country noir” per descrivere la sua opera. NNE pubblicherà gli altri volumi della Serie di West Table.

Guido Calza traduce narrativa e saggistica dall’inglese e dal francese. Dopo un’ incauta deviazione in ambito economico è approdato ad attività più consone alla sua indole e vicine alle sue passioni. Per NNE ha tradotto Brian Turner e Jesse Ball.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa NNE.

:: L’ex moglie di Jess Ryder (Newton compton 2019) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2019
L’ex moglie di Jess Ryder

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Accostato a La ragazza del treno e L’amore bugiardo, L’ex moglie di Jess Ryder, edito in Italia da Newton Compton e ben tradotto da Mariacristina Cesa, è uno psicothriller di ambientazione inglese che aggiunge alla suspense una spruzzata di critica sociale, un buon approfondimento psicologico dei protagonisti, e un certo sapore di vita vissuta che crea subito nel lettore una forte empatia per i personaggi.
Innanzitutto mi ha spiazzato, leggendo la trama mi aspettavo tutt’altra storia, ma andiamo con ordine. Cercherò anche di non spoilerare troppo, per non svelarvi anche inavvertitamente i molti snodi narrativi e colpi di scena.
Innanzitutto il romanzo narra la storia di Natasha e Nick, una coppia felice, genitori della piccola Emily, una vispa bambina dai riccioli biondi. Un matrimonio come tanti, in cui le dinamiche di coppia sono piuttosto comuni. Si sono incontrati, per un caso fortuito, quando lui era ancora sposato, da più di vent’anni, con Jen, conosciuta al liceo, migliore amica della sorella Hayley.
Hanno iniziato a frequentarsi, e poi quando Natasha resta incinta, Nick è felicissimo, lascia la prima moglie e sposa Natasha. Di colpo la ragazza, molto più giovane di lui, dalle case popolari (è figlia di una donna sola che fa la donna delle pulizie negli uffici), da un modesto lavoro come barista passa all’ upper class: ville, soldi, ristoranti costosi, alberghi di lusso.
Non che la ragazza sia eccessivamente attaccata a questa nuova ricchezza, ma ha bisogno di rassicurazioni, di qualcuno che si prenda cura di lei, e Nick sembra a tutti gli effetti il classico principe azzurro.
Ma qualcosa nel loro matrimonio non va, l’autrice è brava a dare piccoli indizi di questo disagio che si focalizzano nella presenza ingombrante di Jen, mai del tutto dimenticata, e dall’atteggiamento ostile della famiglia di Nick (madre, padre, sorella) che sembra ancora considerare Jen la sua vera moglie, e Natasha solo un incidente di percorso, una rovina famiglie, qualcuno mai del tutto accettato che non si vede l’ora si tolga dai piedi.
Jen infatti telefona di continuo, viene invitata alle feste a posto della moglie attuale, Nick la va a trovare spesso, l’aiuta, non le dice mai chiaramente di stare definitivamente lontano dalle loro vite.
Questa crepa diventa una voragine quando Sam, l’autista di Nick, le confida di averli visti insieme, che sono amanti. Natasha allora sentendosi tradita decide di lasciarlo, prendersi la bambina e allontanarsi da quella vita che ormai le sembra tutta un’impostura, non dubitando e nemmeno chiedendosi se quello che le ha detto Sam sia vero. Ma prima di farlo lei, è Nick a sparire con la bambina.
Natasha di colpo non sa cosa fare, lui cambia la serratura della porta, le annulla le carte di credito, (in realtà non ha mai condiviso le sue ricchezze con lei), la fa passare per violenta e pericolosa con la sorella Hayley che già non la può soffrire. Natasha torna da sua madre, la sola che l’aiuti senza secondi fini, ma si trova ad avere un’alleata inaspettata proprio in Jen, che si schiera subito dalla sua parte e le assicura il suo aiuto nel cercare di riprendersi la figlia. Ma può davvero fidarsi di Jen? Voi lo fareste al suo posto?
Da questo momento in poi, in un vortice di depistaggi, false apparenze e tragiche derive la storia porterà il lettore a dubitare di tutti: di Nick, di Jen, e forse anche di Natasha.
Allora, Jess Ryder utilizza una narrazione alternata, aggiungendo un nuovo personaggio Anna, (si svelerà solo più avanti chi è, perché si nasconde, quali sono le sue paure), tutto in prima persona, solo l’ultimo capitolo ha per protagonista come voce diretta Nick.
Jess Ryder gioca col lettore, lo induce a credere alcune cose, per poi ribaltare tutto specie nel finale. Sicuramente chi desta maggior simpatia è Natasha, sebbene venga fatta passare per una rovina famiglie, un’ avida opportunista, una ragazza violenta o perlomeno una donna che ha annullato se stessa per il suo ruolo di moglie senza ritagliarsi spazi per sé, allontanandosi dalla madre, dalle amiche, dal suo lavoro per Nick. Ingenuità, o puro calcolo? Naturalmente quando leggiamo la storia dal suo punto di vista è lei l’eroina, è lei la madre a cui hanno sottratto la figlia, ma anche questo personaggio non riesce a convincere del tutto.
Questa ambiguità comunque nulla toglie alla piaga sociale che l’autrice vuole portare all’attenzione, al fatto che i ricchi possono ricorrere alla giustizia, mentre i poveri (quasi sempre le donne sono la parte economicamente più fragile), no. L’assistenza legale gratuita in Gran Bretagna è infatti possibile solo in caso di violenza e abusi dimostrati o in presenza di minaccia per la sicurezza del minore coinvolto. E l’eccessiva onerosità delle azioni legali, crea sicuramente delle vere ingiustizie per le donne magari solo ingannate e sfruttate, ma non in pericolo di vita.
Insomma una lettura affatto banale e per alcuni versi anche decisamente inquietante.

Jess Ryder ha lavorato per anni come sceneggiatrice e la sua passione è guardare serie TV investigative. Ha pubblicato numerosi libri di successo, molti dei quali per bambini e adolescenti, ma la sua vera passione sono i thriller.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Antonella dell’Ufficio stampa Newton compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: A bocca chiusa di Stefano Bonazzi (Fernandel 2019) a cura di Federica Belleri

28 marzo 2019

A bocca chiusaUna nuova edizione per questo libro d’esordio di Stefano Bonazzi, pubblicato nel 2014. È la storia di una famiglia dove nessuno viene identificato da un nome proprio, quasi la si volesse proteggere dagli estranei, che invece vengono chiamati per nome. È la storia di un luogo qualsiasi, perché potrebbe svolgersi ovunque. È la storia di un bambino costretto a vivere durante i mesi estivi a casa dei nonni. Costretto, a rimanere solo con il nonno, mentre nonna esce per andare a lavorare. Il nonno ha smesso di guidare il camion, la salute non glielo permette più, quindi … perchè permettere al suo unico nipote di crescere sereno e di fare esperienze?
Non voglio svelare troppo di questo libro, va scoperto pagina dopo pagina. Ci si deve sentire immersi nell’angoscia e nell’orrore. Si deve provare fastidio per l’egoismo sbattuto in faccia con prepotenza, celato dietro a un velo di protezione. Ci si trova a porsi mille domande e a provare rassegnazione e frustrazione. Si viene travolti e affondati dalla vita di questo bambino. Si capisce quanto sia necessario iniziare a odiare, per sopravvivere.
A bocca chiusa, quando parlare non serve più. Una muta e allucinante richiesta d’aiuto. Una scrittura fatta di immagini e parole crude, nella quale è impossibile non immedesimarsi. A bocca chiusa è diversità, paura, disagio, desiderio di essere come gli altri. È la voglia di fermare il tempo, di sentirsi importante per qualcuno, di avere finalmente un obiettivo. È amore allo stato primitivo, è un respiro rabbioso, è l’occhio furioso di chi ha perso la ragione.
Bellissima lettura, terribile ma necessaria.
Fatemi sapere.

Stefano Bonazzi è nato a Ferrara, dove vive e lavora. Di professione grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Zhengzhou, Miami, Seul e Monaco. A bocca chiusa è il suo romanzo d’esordio, uscito nel 2014 da Newton Compton; nel 2017 ha pubblicato per Fernandel il romanzo L’abbandonatrice, molto apprezzato dal pubblico e dalla critica.

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: Brisa di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio 2018) a cura di Giulietta Iannone

27 marzo 2019
Brisa

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In un panorama piuttosto asfittico, conformista, quasi banale, dove leggi una storia e ti sembra di averle lette tutte, si differenzia per originalità l’opera di Paola Rambaldi, con “Brisa” al suo primo romanzo. Ma riflettevo che proprio i piccoli editori possono ancora permettersi il lusso di tradire le leggi ferree del mainstream e osare qualcosa di diverso e insolito. Che poi non è detto che non sia anche benedetto dal successo commerciale, e noi glielo auguriamo.
Tornando all’autrice è dunque un’esordiente, anche se definirla così non è proprio un termine appropriato, innanzitutto si è dedicata per anni alla critica cinematografica e letteraria, grazie alla quale ha affinato come dire i ferri del mestiere, poi ha vinto dei premi con i suoi racconti ed è già uscito di suo un bellissimo libro sempre di racconti, nel 2015 mi pare, Tredici storie d’Adriatico che ho anche avuto modo di recensire, se non li avete letti recuperateli, meritano, già allora ne parlai in tono abbastanza entusiasta con alcuni addetti ai lavori, anche se la critica ufficiale non mi pare le abbia dato grande spazio almeno fino adesso, e questo è un vero peccato.
Ma comunque la Rambaldi è una tosta, e si vede che ama proprio scrivere, e raccogliere storie, aneddoti dalla gente e questa sua passione si trasmette anche al lettore.
Allora Brisa, la protagonista di questo romanzo, è una stria come la chiamano in paese, una donna con un occhio di un colore e uno di un altro, con poteri paranormali: vede il futuro (e anche i morti). E questo dono- maledizione in un certo senso la isola; sì ne fa una persona speciale, ma nello stesso tempo un’emarginata, una donna che sembra avere tutto contro, a cui il destino sembra non volere donare un amore, una famiglia, dei figli, come era la norma per le donne della bassa ferrarese degli anni ’50.
La storia infatti è ambientata in un piccolo paese alle foci del Po, Gorino, tra il settembre e l’ottobre del 1956.
In realtà è una storia nerissima, tutte le peggiori efferatezze e perversioni arriveranno all’improvviso, ma l’inizio è allegro: sta arrivando il luna park in città, per la festa patronale, un complesso suonerà i successi di quell’anno, si ballerà, si farà festa, insomma la dura vita dei contadini e dei pescatori della zona avrà come dire una pausa, e invece niente, il destino implacabile tesse le sue trame e quando scompare un ragazzino, Lucianino, figlio di Smamaréla, la donna del fratello di Brisa, da quel momento in poi preparatevi al peggio.
Comunque già un articolo di giornale posto all’inizio tratto dal Resto del Carlino, vi dà una idea di cosa potete aspettarvi, poi come è collegato ai fatti che leggerete lo scoprirete alla fine.
Più di questo della trama non vi dico, ma mi preme evidenziare in cosa questo noir è così originale. Sappiamo tutti che di solito i noir hanno ambientazioni metropolitane, (tanto cinema noir ci ha educato in questo senso) invece in Brisa abbiamo la provincia italiana del dopoguerra, (al centro di molta letteratura narrativa o di tanto cinema neorealista ma non di noir); poi i personaggi son gente semplice, si chiamano per soprannome, sembrano innocui, dei bonaccioni, non ti immagineresti mai che possano nascondere tali oscuri segreti, se non proprio bestialità inaudite. E questo gioca molto a favore della suspense e dello straniamento che proverà il lettore una volta scoperti moventi, colpevoli e retroscena.
La bravura della Rambaldi e di ricreare quel mondo con spontaneità, anche con l’uso sapiente di termini dialettali locali senza risultare astrusa o incomprensibile, e quindi ha fatto proprio un approfondito lavoro sul testo, poi anche evocando nomi di detersivi, di medicine, di canzoni, di riviste.
Le forze dell’ordine in questo romanzo non brillano per acume e perspicacia, anzi son proprio dei posapiano che invece di indagare sui vari casi preferiscono andare a prendersi un caffeuccio al Trombini, il bar della zona.
Brisa è il cuore dell’azione, e lei che cerca (perquisendo la stanza di Lucianino, cosa che le forze dell’ordine non fanno convinti che sia solo una bravata e torni presto con le sue gambe) e lei che risolve in un certo senso il “caso”. Rischiando molto in prima persona ma vincendo l’amore di Primino, quindi riappropriandosi di tutto quello che la vita sembrava averle tolto. È un personaggio femminile molto forte, vincente, la scarsa avvenenza è compensata da un carattere ruvido ma dolce e sensibile, molto altruista, io non so voi ma io me la immaginavo come Rossy de Palma, la musa di Almodóvar, con i suoi occhi bellissimi. E se mai ci sarà una trasposizione cinematografica trovare un’attrice adatta sarà veramente complicato.
Allora che altro, è un libro che vi consiglio, poi mi saprete dire. Disegno di copertina Pompeo de Vito.

Paola Rambaldi, Originaria di Argenta (FE), attualmente vive a Castello di Serravalle (BO). Ha iniziato a scrivere racconti casualmente partecipando a concorsi letterari e vincendone una sessantina in quattro anni.
Ha pubblicato: Tredici storie di Adriatico (Edizioni del Gattaccio, 2014), Bassa e nera (Pontegobbo), La fudréra (REM) e decine di racconti in riviste e antologie (Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa, Echos, Edizioni della Sera e molti altri).
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine e di libri su “Libroguerriero”.
Brisa è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall”editore al recensore. Ringraziamo l’ Ufficio Stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gennaio di sangue di Alan Parks (Bompiani 2019) a cura di Federica Belleri

26 marzo 2019
Gennaio di sangue di Alan Parks

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Primo romanzo di una serie, scritto da Alan Parks, scrittore scozzese. Bompiani Editore ha aderito a questo progetto ambizioso con grande interesse. Progetto dall’ottimo esordio con “Gennaio di sangue”. L’autore ci racconta la Glasgow del 1973, in particolare i primi undici giorni del mese di gennaio. Una Glasgow demolita in buona parte e ricostruita con palazzi enormi e grandi vie di comunicazione quasi sconosciute. L’ispettore Harry Mc Coy fatica a riconoscerla e a integrarsi nel nuovo contesto urbano. Per lui esiste solo il lavoro, fatica a stabilire rapporti umani e la bottiglia sembra essere il suo più grande sollievo. Lo aiuta a dimenticare il passato, come sempre spaventoso e doloroso. Una giovane donna viene uccisa alla stazione degli autobus, freddata davanti a tutti. Il suo assassino si suicida sul posto, pochi istanti dopo. Mc Coy viene chiamato e si precipita tra questi due eventi orribili, ma non può fare nulla. O forse sì? Perché un criminale rinchiuso in carcere gli aveva parlato di un omicidio, della morte di una donna … Perché proprio a Mc Coy? Come faceva quel delinquente a sapere certe cose?
Da qui si apre lo scenario del giallo, che ha le sfumature color seppia, anche se è ambientato negli anni settanta. Una catena di omicidi si srotola ai piedi dell’ispettore e del suo aiutante Wattie, nei suoi primi giorni di lavoro. Mc Coy si ritrova a combattere con la feccia violenta di Glasgow, a scendere a patti con gli individui peggiori, in nome di una giustizia che non sarà mai pulita fino in fondo. Anzi, il fondo potrebbe toccarlo proprio lui, di fronte ai potenti e ai ben pensanti.
La scrittura di Parks è serrata, oscura, potente. Non fa sconti e non abbandona il lettore. Mai. Lo scrittore ci parla di sesso, di contrabbando, di droga, di strozzinaggio e di una criminalità che fa a botte con il dio denaro. I vizi vengono portati alla luce, il sangue continua a scorrere. La falsità e il doppio gioco diventano la normalità. Ce la farà l’ispettore Mc Coy a vincere questa battaglia?
Buona lettura.

Alan Parks è nato in Scozia e ha lavorato per oltre vent’anni nel mondo della musica. Vive e lavora a Glasgow. Gennaio di sangue è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall”editore al recensore. Ringraziamo Federica e Marta dell’Ufficio Stampa Bompiani.

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Vittima innocente di Winnie M. Li (Newton Compton 2019) a cura di Federica Belleri

18 marzo 2019

vittima-innocente-winnie-liVivian è una donna indipendente, ha un ottimo lavoro e ama viaggiare da sola. Da Londra, dove vive, si sposta in Irlanda per scoprire nuovi sentieri e luoghi che la affascinano. Cosa vuol dire per lei stare lontano dalla civiltà?
Johnny è un ragazzo nomade di quindici anni e ha una famiglia violenta. È manesco, fatica a relazionarsi con gli altri e tenta in ogni maniera di imitare il fratello maggiore. Cosa significa per lui dover vivere all’interno di una comunità che si sposta di continuo e dover rispettare regole rigide?
Vivian incontrerà Johnny durante un’escursione in solitaria, che cambierà completamente la sua vita. Creerà in lei una barriera, un ostacolo difficile da superare. Da quel momento per lei ci saranno lacrime e forti attacchi d’ansia. Da quel momento, angoscia e agorafobia.
Vittima innocente è il primo romanzo di Winnie M Li, che racconta la sua storia, il suo dolore e la violenza che ha subito. L’autrice parla attraverso Vivian e lo fa in modo diretto, preciso, senza omettere nulla. Come se fosse in bilico fra due universi paralleli la protagonista si chiede un’infinità di “se” … se non avesse deciso di percorrere quel sentiero, se si fosse messa in cammino al mattino invece che nel pomeriggio, se non fosse stata così educata con uno sconosciuto.
E Johnny? Cosa si domanda, come vive questa dolorosa avventura? Forse si sente emarginato, incompreso, con gli occhi di tutti puntati addosso. D’altronde spesso si pensa che i nomadi siano tutti delinquenti, folli e disagiati.
Vittima innocente è la storia di un incontro pericoloso, è il punto di non ritorno, è riabilitazione e recupero. È la forza di guardare avanti, nonostante tutto. È dolore ma anche determinazione a superare tutto.
Bellissimo thriller, ottima la narrazione a due voci, buona la traduzione.
Vi invito a leggerlo con attenzione, perché vi coinvolgerà.
Buona lettura.

Winnie M Li è una scrittrice e produttrice. Laureata a Harvard, ha scritto guide turistiche, prodotto film indipendenti, organizzato festival del cinema e sviluppato progetti di ecoturismo. Dopo la laurea in Scrittura creativa e un dottorato di ricerca in Media e Comunicazione alla London School of Economics, ha lavorato per vari media e festival artistici. Vittima innocente è il suo primo romanzo, pluripremiato e in corso di pubblicazione in 11 Paesi. Per saperne di più: www.winniemli.com

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

:: Ingiustizia totale di Scott Pratt (TimeCrime 2018) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2019

ingiustiziatotaleTerzo romanzo della serie con protagonista il procuratore legale Joe Dillard, Ingiustizia totale (Injustice for All, 2010) di Scott Pratt, tradotto da Carlo Vincenzi, ci porta nel profondo Sud degli Stati Uniti, più precisamente nel Tennesse, anima rurale delle Dixieland.
La serie in America è giunta al 9° episodio (nell’ ordine: An Innocent Client, In Good Faith, Injustice For All, Reasonable Fear, Conflict of Interest, Blood Money, A Crime of Passion, Judgment Cometh: And That Right Soon, Due Process). Solo i primi quattro titoli sono pubblicati in Italia da Fanucci, nella collana Time Crime.
Nel lontano 2009 intervistammo Scott Pratt, qui il link, per scoprire che non ha scritto solo libri di questa serie ma anche stand-alone.
Tornando al libro, Ingiustizia totale è un legal thriller che si differenzia un po’ dai classici thriller di argomento legale. Scott Pratt scrive infatti legal thriller molto particolari, più legati ai dilemmi etici, alle faccende private dei personaggi (non solo principali) che alla reale vita da tribunali con cavilli legali compresi.
Questa caratteristica è particolarmente accentuata in questo romanzo che inizia subito con l’esecuzione di Philip Johnson, e riflessioni etiche e morali sulla pena di morte, presente ancora in molti stati americani. L’efferatezza dei crimini, la quasi certezza delle prove, il dolore dei parenti delle vittime e della vittima stessa, giustificano questo omicidio legalizzato? Sembra chiederci il protagonista, anche lui combattuto tra dilemmi etici e la semplice e atavica vendetta.
Sull’effetto deterrente della pena di morte si è discusso in molte sedi, ma il tema non viene approfondito e invece l’autore ci porta nel cuore della trama del romanzo che si divide in due filoni: quello legato a Katie Dean (in che modo le vite di Katie di Joe Dillard sono legate lo scoprirete nel proseguo della lettura), e quello legato all’ omicidio, particolarmente efferato, del giudice Green, non esattamente una persona di specchiata moralità e integerrima condotta, a sua volta causa principale del suicidio del migliore amico di Joe Dillard.
Entrambi i casi si intrecceranno, rendendo ancora più complesso il dipanare degli eventi, in cui però c’è da dire tutto è consequenziale, e perfettamente credibile e verosimile.
Da avvocato penalista Scott Pratt conosce la legge, i diritti dei testimoni e delle persone coinvolte in fatti criminosi, i diritti degli stessi presunti colpevoli e inserisce queste informazioni nella narrazione senza apparire fastidioso o troppo didascalico, ma anzi accentuando suspense e colpi di scena, come si richiede da un vero thriller.
Quindi anche se non amate troppo le divagazioni legali, dovreste trovare ugualmente godibile questo romanzo, ricco anche di riflessioni umane e psicologiche, che vanno dall’assistenza di malati gravi, quando sono parte della nostra famiglia, al dramma di chi vive il suicidio di un genitore, a cosa vivono le vittime di stupri, aggressioni o sevizie di vario genere, a chi da innocente viene ingiustamente perseguitato dalla legge. Questa parte seppur trattata con una certa sensibilità, può in effetti essere non adatta a tutti, specie le pagine dove l’autore descrive le medicazioni che Joe Dillard fa alla moglie (malata di tumore al seno).
Insomma il romanzo è molto realistico anche psicologicamente, e sicuramente coinvolgente. Ho apprezzato l’abilità dell’autore nel far si che Joe Dillard resti un personaggio positivo, seppur affronti scelte e decisioni combattute, tra il suo conoscere la legge e perseguire la giustizia. Come sempre legge e giustizia possono viaggiare su binari separati, e spesso, bisogna fare ciò che è giusto, e tutelare i nostri cari, anche rischiando di persona, e salato. Decisamente notevole.

Scott Pratt, classe 1956, è nato a South Haven, nel Michigan. Laureato in giurisprudenza presso l’Università del Tennessee, ha svolto per diversi anni la professione di avvocato penalista prima di dedicarsi completamente alla scrittura. Vive nel Tennesse con sua moglie e quattro cani. Per Fanucci Editore nella collana TimeCrime sono usciti i romanzi Un cliente innocente, In buona fede e Ingiustizia totale, primi tre volumi del ciclo di libri che vedono come protagonista Joe Dillard.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani Ufficio Stampa – Gruppo Editoriale Fanucci.