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:: A futura memoria di Leonardo Sciascia (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

26 ottobre 2017

a futura memoriaLeonardo Sciascia è stato uno scrittore con un grande rispetto per la verità è questo gli procurò molti nemici sia nel mondo politico che in quello della cultura del suo tempo.
Egli è stato uno dei pochi intellettuali liberi e davvero indipendenti. Soprattutto leggendo i suoi scritti civili si evince tutta la sua libertà di pensiero e la sua ostinata volontà a stare sempre dalla parte del giusto e degli infedeli.
Adelphi rimanda in libreria A futura memoria (se la memoria ha un futuro), il volume che raccoglie gli articoli usciti su quotidiani e riviste tra il 1979 e il 1988.
Questo libro apparve la prima volta presso Bompiani nel dicembre del 1989, poco dopo la morte di Sciascia.
Paolo Squillacioti cura questa nuove edizione fornendo al lettore un interessante apparato filologico degli scritti sciasciani.

«A futura memoria è insomma un libro profondamente sciasciano, – scrive Squillacioti – ma realizzato con un apporto limitato dell’Autore».

In questa nuova edizione il volume è stato sottoposto a una cura redazionale indispensabile.
Nell’attività saggistica di Leonardo Sciascia gli scritti civili legati soprattutto all’attività culturale e politica occupano un posto centrale.
Queste pagine, finalmente restituite allo loro precisa definitività, ci consegnano il ritratto di un intellettuale puro, che ha creduto nell’eresia e scritto con il convincimento di dare fastidio.
Le sue invettive hanno colpito sempre nel segno, perché non si è mai piegato al compromesso e all’opportunismo.
Matteo Collura ha giustamente osservato che Sciascia scrittore è un eretico con il culto dell’opposizione, un anticonformista delle idee sempre pronto a dare battaglia, instancabile combattente in un Paese di trasformisti in cui tutti fanno a gara a salire sul carro del vincitore.
In un articolo pubblicato sull’Espresso il 20 febbraio del 1983, discutendo del mondo culturale, se la prende con quegli intellettuali servili che partecipano a una categoria o a una corporazione e affonda la sua penna:

«Conosco persone di astrale cretineria che trovano spalancate le porte delle case editrici e giornali; e presumo ce ne siano in circolazione, da noi, più di quanto una società bene ordinata possa sopportarne senza cadere in collasso».

Soltanto uno scrittore che seve la verità diventa profetico. Leonardo Sciascia lo è stato nella convinzione che le parole devono sempre rivelare il pensiero e mai nasconderlo.
Espressione esemplare della sua vis polemica è il famoso articolo sui professionisti dell’antimafia apparso sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987, che non mancò di attirargli numerose critiche da parte di quella cultura che ama definirsi progressista. L’articolo si scagliava contro chi, nella magistratura, si serviva della lotta alla mafia come strumento di potere. Sciascia non fu per niente tenero con il Coordinamento antimafia, che definì «una frangia fanatica e stupida». Basta pensare alle trattative tra lo Stato e Cosa Nostra che ancora oggi occupano le nostre cronache, per capire come i professionisti dell’antimafia smascherati nel 1987 dallo scrittore siciliano siano ancora in servizio permanente ed effettivo.
Sciascia è stato uno dei primi a denunciare le disfunzioni dell’amministrazione giudiziaria e lo strapotere della casta dei magistrati.
Grande sostenitore dello Stato di diritto, riteneva vergognoso che un magistrato, nel nostro ordinamento, non dovesse rendere conto dei propri errori e, quale che ne fosse l’entità, nemmeno la sua carriera – percorsa automaticamente fino al vertice – dovesse pagarne il prezzo.
Alle sue pagine sul garantismo, grande lezione di civiltà, oggi siamo costretti a guardare dopo gli anni equivoci della stagione giustizialista.

«Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo».

A queste parole (che si leggono in Porte aperte) doveva pensare quando, sul Corriere, sosteneva l’innocenza di Enzo Tortora.
E molto tempo prima che scoppiasse Tangentopoli – siamo nel 1987 – scriveva pagine memorabili in difesa dello Stato di diritto, denunciando coraggiosamente le deviazioni ideologiche del sistema giudiziario e stigmatizzando gli aspetti deteriori della giustizia-spettacolo.
Leonardo Sciascia non solo scrittore corsaro, ma soprattutto uomo di pensiero libero e eretico che non si cura delle critiche dei benpensanti e degli imbecilli. L’unica cosa che ha a cuore è tirare il collo alla retorica e al conformismo non preoccupandosi affatto di risultare scomodo.
Quando i suoi articoli scatenavano polemiche lui con grandissima ironia citava Alberto Savinio:

«avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza».

Il modo migliore per rendere omaggio alla sua caratura morale è quello di riconoscergli il ruolo indiscusso di intellettuale scomodo che non ha mai rinunciato alla ragione per raggiungere la verità.
Così scrive di sé in un articolo pubblicato su La Stampa il 6 agosto 1988

«Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere senza Dio; e così via.
Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. 
Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è così come si è».

A noi restano, A futura memoria, le sue argute intuizioni sulle contraddizioni culturali, morali e politiche del nostro Paese. Ci piace pensarlo come un uomo in rivolta che, per amore del vero e della giustizia, ha sopportato la solitudine riservata ai disturbatori e ai pensatori scomodi.

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, nell’entroterra agrigentino, l’8 gennaio 1921, primo di tre fratelli. Scrittore, giornalista, saggista, politico, poeta, drammaturgo, e  intelletuale “scomodo” di forte impegno civile scrisse nel 1961 capolavori come Il giorno della civetta, romanzo sulla mafia e i mali della Sicilia, che esprime al meglio la sua visione della letteratura in cui fare emergere sia l’impegno civile che la denuncia sociale, oltre a un grande senso etico, civile e politico. Seguirono opere come A ciascuno il suo, Todo modo, Il mare colore del vino, Una storia semplice. Muore a Palermo nel 1989,  il suo corpo riposa all’ingresso del cimitero di Racalmuto.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa Adelphi.

:: Propizio è avere ove recarsi di Emmanuel Carrère (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

27 settembre 2017

propizio è avere ove recarsiEmmanuel Carrère è uno dei pochi scrittori contemporanei che nei suoi libri si mette completamente a nudo, raccontando il suo vissuto e soprattutto ciò che conosce, e tutto questo materiale diventa letteratura. E che letteratura.
È appena uscito da Adelphi Propizio è avere ove recarsi (il titolo viene da I Ching, esagramma 57).
Un tassello importante nella produzione dello scrittore francese: quattrocentoventotto pagine in cui Carrère racconta tutto il suo mondo, e lo fa attraverso una serie di testi (reportage, articoli, interventi pubblicate su riviste e quotidiani recensioni, elzeviri) nei quali è contenuto l’embrione dei libri che ha scritto, ma anche le esperienze di un vissuto intenso e significativo che scaturisce dagli incontri che ha fatto andando in giro per il mondo.
Fatti di cronaca nera che rimandano a La settimana bianca e a L’avversario, interviste, progetti di film, resoconti, questo è il materiale che esce dalla penna fertile e intraprendente di Carrère, scrittore che in ogni rigo soprattutto racconta una parte essenziale di sé, in cui è sempre aperto un duello con il mondo.
Propizio è avere ove recarsi è il libro in cui lo scrittore francese mette tutto il suo mondo e lo consegna ai suoi lettori, racconta come dalla sua vita sono nati tutti i suoi libri, avendo cura di non omettere nulla del suo infinito viaggiare.
Un libro – autoritratto in cui Carrère non rinuncia mai alla prima persona. Il giornalismo si fa letteratura e viceversa in una tensione narrativa in cui viene fuori un’unica opera ininterrotta: il modo di stare al mondo di uno scrittore che ha deciso di fare della sua esistenza la meravigliosa non – fiction da raccontare.
Entrare nelle vite di grandi personaggi (Alan Turing e Limonov), raccontare gli scrittori che ha letto e amato (Capote, Leo Perutz, Balzac, Philip K.Dick), rivelare al lettore le sue pagine segrete di amori e incontri con le donne che ha amato e con la donna che ama ( nelle Nove cronache per una rivista italiana senza alcuna inibizione lo scrittore mette insieme i pezzi dei suoi personali e intimi frammenti di un discorso amoroso).
Carrère, scrittore di storie vere che sente di avere delle responsabilità morali e, quindi, quando scrive ritiene vano contrapporre giornalismo e letteratura.

«Tutto ciò costituisce una cronaca, una galleria di ritratti, di bozzetti, non ancora una storia. Perché ci sia una storia, ci vorrebbe una crisi che metta a rischio quell’equilibrio…».

Lo stile Carrère continuerà ad appassionarci e siamo sicuri che le sue narrazioni non ci deluderanno mai.
Propizio è avere ove recarsi è il punto di vista di uno scrittore sulle cose come le vede e alle pagine dei suoi libri si rimane aggrappati perché l’immanente immersione nella realtà diventa la nostra.
Emmanuel Carrère quando scrive non gioca a nascondino con la sua vita e con quella degli altri.
Questo fa di lui un grande e unico scrittore sempre pronto a giocarsi la partita dell’esistenza con una verità da raccontare e da testimoniare.

Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. È scrittore, sceneggiatore e regista. Nel 2011 ha pubblicato Vite che non sono la mia, che in Francia ha conquistato classifiche e premi (edito in Italia da Einaudi). Nel catalogo Einaudi è disponibile anche La vita come un romanzo russo. Presso Adelphi ha pubblicato Limonov e L’avversario.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore.

:: L’isola di Sachalin – Anton Čechov (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

21 settembre 2017

isolaDall’ aprile al dicembre del 1890 Čechov viaggia per le terre estreme della Siberia.
Ha intenzione soprattutto di raccontare quella terribile periferia dell’impero zarista e soprattutto scrivere quello che nessun intellettuale aveva ancora visto: le condizioni di vita nella colonia penale sull’isola di Sachalin.
Egli tornò da quel viaggio con un libro che fu pubblicato per la prima volta in volume nel 1895.
L’ isola di Sachalin esce adesso per Adelphi ( curato da Valentina Parisi)
Lo scrittore sbarcherà ai confini del mondo e sulla sua strada troverà numerosi impedimenti. Ma non si lascia intimidire dai boicottaggi indigeni e in quei mesi porta a termine la sua impresa e scrive pagine dettagliate e precise in cui racconta l’inferno siberiano che si è trovato davanti.
Racconta della terra che si gela e delle strade coperte di fango. Annota ogni cosa della sua avventura siberiana, con precisione descrive le condizioni di vita dei deportati, gli incontri con le anime morte del posto e il tessuto economico e sociale del territorio.
L’isola di Sachalin è un lavoro meticoloso che il suo autore aveva da tempo intenzione di scrivere. Valentina Paraisi nella postfazione scrive che Sachalin aveva fatto la sua comparsa nell’opera di Čechov un paio di anni prima, esattamente nel 1888 nel racconto Fuochi.
Con questo libro il grande scrittore russo riuscirà in maniera convincente a penetrare con una denuncia efficacia nell’orrore concetrazionario del regime zarista, a raccontare la crudeltà dell’uomo che infligge umiliazione e violenza agli altri uomini ponendo soprattutto l’accento sul fallimento di un sistema interessato soprattutto dalla corruzione.
Il resoconto di Anton Čechov è spietato nel raccontare l’inferno nei suoi dettagli più amari. Lui è consapevole di affrontare un’esperienza unica e devastante. Immagina cosa troverà in Siberia e la sua penna è pronta a fare il suo dovere.
«Ho come l’impressione di andare in guerra» aveva confidato una settimana prima di partire a Suvorin.
L’isola di Sachalin occupa un posto a parte nella produzione letteraria di Anton Čechov.
L’avventura siberiana lo segnerà. E lui è riuscito in queste pagine a dare conto di tutto l’inferno che ha dentro di sé l’essere umano.
Queste sue memorie arrivano, come fu per Dostoevskij, da una casa di morti in cui il giovane Čechov abiterà per otto mesi. Lo scrittore confesserà che dall’inferno di quella casa di morti tornerà annichilito e provato. Tra le mani il racconto e la testimonianza di tutto l’orrore che aveva visto e la consapevolezza di non avere una soluzione da offrire al lettore.

Anton Čechov nacque a Taganrog nel 1860, crebbe in una famiglia economicamente disagiata: il nonno era stato servo della gleba. Frequentò il liceo nella città natale.
Nel 1879 Čechov si trasferì a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, in occasione di epidemie e carestie, la professione, dedicandosi invece esclusivamente all’attività letteraria. Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia la lontana isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle disumane condizioni di vita dei forzati scrisse un libro-inchiesta, L’isola di Sachalin (1895). Minato dalla tubercolosi, Čechov passò vari anni nella sua tenuta di Melichovo [Mosca], cercando di migliorare la condizione materiale e morale dei contadini. Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita. Nel 1900 fu eletto membro onorario dell’Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l’espulsione di Gor’kij.
Soggiornò varie volte, per curarsi, a Biarritz, Nizza, Jalta [Crimea]. Nel 1901 sposò Olga L. Knipper, attrice del Teatro d’arte di Mosca.
In un estremo tentativo di combattere il male, si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera.
Morì qui, nel 1904, assistito dalla moglie. Aveva 44 anni

Source: libro inviato all’editore al recensore.

:: Messia – Guido Ceronetti (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

19 settembre 2017

ceronetti messiaGuido Ceronetti compie novanta anni e quando scrive è ancora lucido sulla catastrofe. Per il suo compleanno a noi suoi lettori affezionati regala un nuovo libro. Ed ecco che Adelphi pubblica Messia in cui lo scrittore torinese si cimenta con il tema del Messia e della sua eterna attesa in un tempo come il nostro da cui davvero non c’è da aspettarsi nulla.

Visto che non c’è altro che il nulla, tanto vale uccidersi nell’illusione di aspettare qualcosa o qualcuno che non verrà.

Ceronetti, che il Messia non l’ha mai aspettato, in questo libro mette insieme alcune poesie che ha dedicato al Messia (siamo felici che in queste pagine torni a parlare anche il suo Angelo sterminatore) e soprattutto nella seconda parte riporta le testimonianze messianiche degli autori che nella sua vita ha amato e tradotto: Eraclito, Isaia, Rimbaud, Kafka e molti altri ancora.

Il filosofo ignoto prende in prestito le parole dei suoi scrittori preferiti per parlarci come sempre del brutto mondo di oggi in cui ci si riduce in maniera consolatoria a pensare messianicamente nella speranza (cieca e delusa) di trovare una via di scampo al nulla che tutto opprime.

«Non l’aspetto, non mi pare di averlo già aspettato. – scrive Ceronetti nella premessa –Resta però nell’armadio delle speranze cieche, le sole che valgano e mai ne butterò via la chiave. Si è nel messianico finché si è nell’umano».

Nell’era del cretinismo assoluto molta gente inebetita aspetta di vederlo comparire.
L’umanità è sull’orlo della disperazione e come reazione non fa altro che scoprire la propria dimensione new age. Ma, scrive Ceronetti, un Messia venuto non trasformato in immediatamente e intemporalmente in venturo è un Meessia bruciato e tradito, votato ad esserlo.

Pensare messianicamente trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale oppure serve a formare un esercito numeroso di imbecilli dell’utopia?
Guido Ceronetti da studioso del tragico afferma che se la gente applaude alla parola Messia vuol dire forse che rifiuta di essere morta nei corridoi ciechi dell’obitorio dell’anima.

Morire di attesa, morire all’attesa è il peggior morire, avverte con il suo cinismo intelligente il grande maestro della disillusione Guido Ceronetti.
Siamo sempre in attesa della venuta del Messia. L’illusione che prima o poi venga in mezzo noi ci uccide, ma alla verità preferiamo una consolazione che ogni minuto ci uccide, ma noi facciamo finta di essere felici.

Guido Ceronetti, poeta, filosofo, giornalista, scrittore, traduttore e drammaturgo italiano. Nato a Torino nell’agosto del 1927, Ceronetti, intellettuale di vastissima cultura, cominciò a collaborare con La Stampa nel 1972. Di rilievo la sua opera di traduttore sia dal latino che dall’ ebraico. Nel 1981 Ceronetti introdusse in Italia E.M. Cioran, definendo lo scrittore rumeno-francese “squartatore misericordioso”; a sua volta Cioran dedicò a Ceronetti uno dei suoi Esercizi di ammirazione. Tra le sue opere di narrativa e saggistica ricordiamo La carta è stanca, Pensieri del tè, La lanterna del filosofo. Tra le opere di poesia Compassioni e disperazioni. Tutte le poesie 1946-1986 e Le ballate dell’angelo ferito. Tra le traduzioni Constantinos Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere, Adelphi 2004 e Cantico dei Cantici, Alberto Tallone Editore, 2011.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa Adelphi.

:: Il sorcio – Georges Simenon (Adelphi, 2017) a cura di Nicola Vacca

6 settembre 2017

sorcioMosselbach, detto il sorcio, è un chlochard alsaziano che vive sotto i ponti di Parigi da molti anni. Una sera mentre è impegnato nei suoi soliti vagabondaggi nei pressi dell’ Opéra trova un portafogli gonfio di dollari e non solo. Architetta un piano infallibile per venire in possesso di quei soldi senza trovarsi nei guai con la polizia che lo conosce.
Ma ancora non sa che quel portafogli e il suo proprietario defunto gli procureranno un mare di guai.
Inizia così, Il Sorcio (Adelphi, pagine 155, euro 18), il romanzo di Georges Simenon che Adelphi ha pubblicato questa estate
La casa editrice milanese continua a scavare nell’opera del grande scrittore belga e bene ha fatto a dare alle stampe questo romanzo che mancava da molto tempo. Simenon lo scrive nel 1937 e arrivo nelle librerie nel 1938.
In una Parigi che non è mai abbandonata dalla pioggia battente, Georges Simenon costruisce un intreccio ricco e intrigante in cui ritroviamo alcuni dei personaggi vicini al commissario Maigret come il commissario Lucas e lo sfigato ispettore Lognon.
Ma è il Sorcio il re di questa storia. L’anziano barbone alsaziano è forse il personaggio più accattivante che Simenon abbia creato.
Ugo Mosselbach che sogna di comprarsi una canonica a Bischwiller – sur Moder si troverà al centro di peripezie e di complotti. Lui non crede che aver trovato un portafogli accanto a un cadavere lo porti a essere il protagonista di una vicenda intrigata che ha a che fare con la finanza internazionale e molti altri affari sporchi. È troppo preso dall’organizzazione del suo piano per rendersi conto del pericolo in cui è precipitato.
Quando scompare un importante finanziere si accorge di essere stato il testimone inconsapevole di qualcosa di molto più grande di lui quando ha trovato tutti quei soldi. Lognon e Lucas lo pedinano perché sospettano che lui sappia qualcosa e non hanno torto.
Sullo sfondo di una Parigi dei quartieri alti, Simenon ci conduce in una storia da commedia poliziesca che sarebbe piaciuta molto al commissario Maigret.
Infatti quando Il Sorcio uscì fu immediatamente definito «un Maigret senza Maigret».
Mosselbach è «un ometto, magro con due occhi eccezionali, vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza» Così come è descritto da Simenon, il Sorcio è uno dei più riusciti tra i numerosi personaggi indimenticabili partoriti dalla sua straordinaria fantasia.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database dell’UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) – Wikipedia

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: La casa dei Krull, Georges Simenon (Adelphi, 2017) a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2017
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Simenon non è solo Maigret. “La casa dei Krull” (Chez Krull, 1939), nuovamente tradotto da Simona Mambrini per Adelphi, appartiene infatti alla sua produzione svicolata dal celebre commissario con sede al numero 36 di Quai des Orfèvres. E’ un romans-dur, come si è soliti definire la sua produzione altra, non prettamente poliziesca, più letteraria, ma in fin dei conti omogenea e coerente con l’intera poetica simenoniana. Che non è altro che un puntuale e inesorabile scavo nella psicologia dei personaggi, nel cuore e nei bassifondi della psiche umana.
Atmosfere plumbee, pioggia, umidità, il tram che passa scampanellando ogni 3 minuti, la vita che scorre monotona lungo un canale, un modesto emporio-osteria frequentato da marinai e cavallanti, questo è lo scenario in cui si apprestano a recitare i personaggi di questo breve romanzo scritto alla fine degli anni 30, (poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale) in cui traspaiono tutti gli odi e l’ostilità che avrebbero poi quasi profeticamente portato al conflitto.
Al centro, protagonista una famiglia tedesca naturalizzata francese, e mai accettata dalla piccola comunità di provincia in cui si è trasferita. Poi l’arrivo di Hans, parente di Germania, rompe gli equilibri. Chi ha ucciso Sidonie? Povera ragazza del luogo tubercolotica e senza futuro? La comunità compatta accusa i Krull.
Il tema del diverso, dello straniero viene trattato da Simenon con grande attenzione psicologica, scavando nell’interiorità di personaggi opachi, quasi scoloriti. E’ la luce infatti che manca, in questo romanzo fatto di ombre, che scoloriscono tra crepuscoli e albe livide. Il grigiore, il non colore si insinua nelle cose di pessimo gusto dell’abitazione dei Krull, casa rifugio, muro eretto contro l’emarginazione di cui sono vittima, pur avendo fatto di tutto per adeguarsi, confondersi con il paesaggio umano circostante, che ha il privilegio di avere una sua dimensione autoctona, conforme, integrata. I Krull sono “tedeschi” “crucchi” spregiativamente diversi, strani, peggiori. I Krull sono un corpo estraneo da espellere, da cacciare.
Oltre ad essere una storia di atmosfere e ambienti La casa dei Krull è sicuramente una storia di personaggi, di presenze spettrali e tragiche. C’è Cornelius, il capofamiglia, artigiano intrecciatore di cesti, isolato nel suo laboratorio e nella sua lingua (non più tedesco, ma non ancora francese) figura che si erge a simulacro dolente e biblico, la madre che cerca in ogni modo di difendere il figlio, Anna e Liesbeth che partecipano al dramma in atto.
E Hans che osserva questo dramma familiare in interni quasi come occhio esterno, e di più contribuisce alla degenerazione verso la tragedia: seduce la cugina Liesbeth, (fatto che sarà fondamentale, se ben osserviamo, per il concatenarsi degli eventi) estorce soldi al futuro suocero del cugino Joseph, ricambia l’ospitalità con il suo cinismo e la sua indifferenza.
Che poi alla fine chi ha ucciso Sidonie diventi un dettaglio marginale, di scarsa importanza, accentua l’impegno di Simenon a non farne un poliziesco (sebbene ci sia un omicidio, e una blanda indagine poliziesca) con le sue classiche dinamiche di disvelamento del colpevole. Anche se un colpevole (del vero dramma del romanzo) c’è, e non è l’assassino di Sidonie. Questo sdoppiamento credo sia il coup de teatre magistrale dell’autore, in una vicenda comunque troppo deprimente e verista, per scivolare nei canoni rassicuranti di chi cerca sempre in una storia il lieto fine.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia (Adelphi, 2000) cura di Greta Cherubini

27 febbraio 2017
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«UNICUIQUE SUUM». Così recita il verso di un’inquietante lettera minatoria recapitata al farmacista Manno. E “a ciascuno il suo”, nell’opinione comune, è proprio la parte di merito o demerito che alla fine dei fatti spetterà ai protagonisti del romanzo.
Sicilia, 1964. La vita di un tranquillo paesino dell’entroterra è sconvolta da un duplice omicidio: vittime innocenti il farmacista Manno e il medico Roscio, colti di sorpresa durante una battuta di caccia.
Sulla misteriosa morte dei notabili inizia ad indagare il professor Laurana, mosso da irrefrenabile curiosità. E infatti A ciascuno il suo è innanzitutto la storia di un giallo, con tutti gli ingredienti del caso: indizi, prove, sospetti, deduzioni e colpi di scena. Ma non solo: è anche un documento storico, un affresco realistico della Sicilia degli anni ’60 permeata di ipocrisia, pregiudizi, reticenza ed omertà.
Il professor Laurana, guidato dal lume della ragione, tenta di farsi strada tra le maldicenze e le dicerie che già all’indomani dell’omicidio infangano la memoria delle rispettabilissime vittime. Fino a ribaltare completamente la prospettiva comune e ad arrivare alla verità, facendone le spese. Perché tutto il libro è sotteso in fondo da un’unica morale, che il professore si ostina a non capire:

«Certe cose, certi fatti, è meglio lasciarli nell’oscurità in cui stanno…Proverbio, regola: il
morto è morto, diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente, in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi del ferito. Un siciliano vede invece il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è soprattutto l’assassino»

A ciascuno il suo vuole essere una denuncia sociale, non più (o non solo) alla politica collusa de Il giorno della civetta, ma agli uomini e alle donne comuni, schiavi di una mentalità mafiosa che ne condiziona fino i minimi gesti quotidiani. Un atto d’accusa senza appello contro un sistema di clientelismi, compromessi e furberie a cui tutti soggiacciono. E chi non si adegua, chi, come il professor Laurana, tenta di dissodare il terreno per far valere la giustizia, è «un cretino».
Sciascia dipinge con fedeltà veristica atmosfere e ambienti della sua Sicilia, animata da una società prevalentemente maschile che si raccoglie in circoli, salotti e caffè. Ma non c’è spazio per l’adesione sentimentale: con una prosa asciutta e concreta, l’autore districa i fili della trama attraverso una lente impietosa e distaccata, volta a mettere in luce colpe e peccati di tutti i personaggi, e persino di Laurana, «onesto» e «intelligente» sì, ma «non privo di segreta presunzione e vanità».
L’inchiesta del professore condurrà alla scoperta di una verità già nota, senza trionfalismi e lieto fine. Perché quello che resta di questo romanzo è l’amara e lucida consapevolezza dell’impossibilità di ledere i meccanismi di una società immobile come quella siciliana, dove ad ognuno, per legge di natura e dai tempi più remoti, spetta il suo: il premio dell’impunità per i notabili, il compianto e perfino la derisione per chi non si fa gli affari suoi.

Leonardo Sciascia, scrittore e uomo politico siciliano di grande impegno sociale. E’ l’autore di opere come Il giorno della civetta (1961),  A ciascuno il suo (1966), La Sicilia come metafora (1979), L’affaire Moro (1978), La scomparsa di Majorana, (1975), Il teatro della memoria, (1981). Tra le sue ultime opere ricordiamo: La strega e il capitano (1986), Il Cavaliere e la morte (1989), Una storia semplice (1989). E’ morto a Palermo il 20 novembre del 1989.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: VersOriente – La vegetariana, Hang Kang, (Adelphi, 2016) a cura di Viviana Filippini

19 gennaio 2017
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Yeong-ye, è la protagonista de La vegetariana romanzo di Hang Kang, edito da Adelphi. La giovane donna, piccola, minuta e dalla pelle giallastra svuota da ogni tipo di cibo, carne e similari, il frigorifero e il congelatore della casa che ha messo su con il marito. Per lei è un azione naturale, per il consorte è qualcosa di inaccettabile. Lui sbraita, si arrabbia e chiede spiegazioni alla moglie che non solo non parla, ma dimostra un’inquietante calma e freddezza nel suo vivere e agire. La scelta di Yeong-ye sarà un qualcosa di inaccettabile pe la sua famiglia che farà di tutto per salvare la moglie/figlia/sorella dal baratro- secondo loro- nel quale lei sta volontariamente precipitando. Hang Kang divide in tre parti il suo scritto e questi tre atti mi hanno richiamato alla memoria la struttura dell’antica tragedia greca. Non a caso tra le pagine del libro si assiste ad un dramma che scombussolerà in modo completo le esistenze di tutti i diversi personaggi dell’intreccio, portandoli a vedere la vita in modo diverso da come hanno sempre fatto. Elemento che ritorna in modo costante, come un mantra, è il fatto che in più occasioni la protagonista affermi di aver fatto un sogno. Non lo racconta mai a chi la circonda, ma noi lettori siamo ammessi a conoscere quello che sta nella sua testa e che la tormenta. Di forte impatto sono le scene nelle quali il padre di Yeong-ye cerca di ficcarle del cibo in bocca. Immagini di estrema violenza e, allo stesso tempo, di violazione di un corpo e delle scelte da esso compiute. Poco nobile anche l’agire del cognato, uno pseudo artista -come narrato nelle seconda parte del romanzo “La macchia mongolica”- che farà della cognata l’oggetto del suo film artistico. Un’opera d’arte che rischia di scadere in un misero e triste film a luci rosse da lui girato solo per il proprio piacere personale. La protagonista è succube in modo completo dell’uomo ed è come ipnotizzata dai colori e dai fiori disegnati che le ricoprono il corpo durante la fase di lavorazione della pellicola. Yeong-ye è come in un altro mondo e sembra essere incapace di comprendere quello che realmente le sta accadendo. La vegetariana non è solo la storia di una figura femminile che ha scelto di non mangiare più carne di nessuna specie. È la storia di una donna che ha compiuto un passo in più. Un donna che oltre alla carne come cibo ripudia, giorno dopo giorno, la carne che costituisce il suo corpo. Una scelta estrema vero, ma necessaria per trovare armonia. L’unica persona che sembra davvero capirla e non la prende per pazza è la sorella. Il non mangiare della protagonista è la spinta principale della sua ricerca personale che punta all’immaterialità corporea per una vita di pura anima. La vegetariana di Hang Kang per qualcuno potrebbe essere un romanzo sulla dissoluzione esistenziale di una vita umana e di autolesionismo, ma la scelta di Yeong-ye ci fa riflettere. La sua decisione è forte, però per lei è un vero e proprio percorso di spoliazione del superfluo (materialità corporea), in funzione della ricerca di una spiritualità pura e immateriale che dona pace e pone fine al tormento. Traduzione Milena Zemira Ciccimarra.

Han Kang, nata nel 1970, è figlia dello scrittore Han Seungwon e ha vinto il “Yi Sang Literary Award” come il padre. In Italia è uscito il suo La vegetariana (Adelphi 2016).

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La pipa di Maigret e altri racconti, Georges Simenon, (Adelphi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 novembre 2014
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Tre racconti compongono la raccolta La pipa di Maigret e altri racconti di Georges Simenon: La pipa di Maigret, La testimonianza del chierichetto e Maigret e l’ispettore Scorbutico.
Tradotti da Marina Di Leo, e pubblicati da Adelphi, nella collana dedicata al celebre commissario al n° 466 e curata da Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono parte dei ventotto racconti che lo scrittore belga ha scritto negli anni con protagonista il celeberrimo commissario Maigret, (oltre ai settanticinque romanzi).
Non è certo mia intenzione volere stabilire se siano migliori i racconti o i romanzi, quello che è certo è che molti spunti degli uni hanno contaminato gli altri, cosa del tutto naturale, se pensiamo alla mole di pagine scritte. Pensiamo solo a come inizia il racconto La pipa di Maigret, (titolo originale La pipe de Maigret), scritto nel giugno del 1945, alcuni anni dopo il romanzo Un’ ombra su Maigret (titolo originale Cecile est mort), finito nell’ottobre del 1942.
Stesso spunto narrativo per entrambi, una denuncia per aver trovato mobili spostati in casa, segno evidente della presenza nella notte di uno sconosciuto. Un fatto reale, quasi scontato, che crea subito la giusta atmosfera di ansia e insicurezza. Simenon è maestro nel creare con pochi tratti quella particolare tensione psicologica che porta il lettore a provare un senso di compartecipazione e tensione. Stesso meccanismo infallibile che è sempre presente in varie sfumature in tutti i suoi racconti e romanzi.
Ne La pipa di Maigret, (pubblicato per la prima volta nel volume Maigret se fâche (1947), edito da Presses de la Cité) un altro pretesto che Simenon usa con divertita e bonaria ironia e la scomparsa della pipa preferita del commissariato, oggetto quasi iconico che definisce irrevocabilmente il personaggio. Ricostruendo a ritroso la sua mattina al Quai des Orfèvres, riporta alla memoria la denuncia di una vedova, la signora Leroy che con il figlio gli aveva raccontatati una strana e poco rilevante storia di effrazioni notturne. Poi il figlio della vedova scompare e l’indagine prende forma fino a risalire ad un’ inattesa soluzione. Maigret ritroverà la sua pipa? Non c’è manco da chiederselo, dopo tutto l’acume del commissario è infallibile e non scopre solo eclatanti delitti, ma molto spesso si sofferma sulle piccole cose di tutti i giorni.
Il secondo racconto La testimonianza del chierichetto (titolo originale, Le témoignage de l’enfant de chœur) scritto nel 1946 e pubblicato per la prima volta un anno dopo nella raccolta Maigret et l’inspecteur malchanceux, da Presses de la Cité, è forse uno dei suoi più belli, certamente il più commosso, specie quando Simenon si avvicina all’infanzia. Per alcuni versi autobiografico, anche Simenon da bambino fece il chierichetto, come probabilmente la maggior parte dei ragazzini cattolici belgi, racchiude un mistero che sarebbe piaciuto a Hitchcock un delitto di cui solo il bambino è testimone per aver visto il cadavere (e forse l’assassino) e a cui nessuno sembra credere, tranne naturalmente il nostro commissario, più sensibile alla verità chiusa nelle persone che agli apparenti fatti oggettivi. Un altro racconto della provincia, umida, grigia, per alcuni versi triste, ma tratteggiata con un affetto scevro di sentimentalismi o ostentazione. Come sempre è l’essenziale che interessa a Simenon, più scarno di un André Héléna, ma non certo meno efficace.
Terzo e ultimo racconto della raccolta, Maigret e l’ispettore Scorbutico (titolo originale Maigret et l’inspecteur malgracieux) scritto in Canada nel maggio 1946 e pubblicato per la prima volta nel 1947 presso le edizioni Presses de la Cité, (primo della omonima già citata raccolta che comprendeva anche altri tre racconti: Le client le plus obstiné du monde, On ne tue pas les pauvres types e Le témoignage de l’enfant de chœur). Qui troviamo, in una Parigi sotto la pioggia, un apparente suicidio e come sempre il tema della discrepanza tra apparenza e realtà, e grande attenzione psicologica per l’ispettore Lognon, uno dei tanti umiliati e offesi della vita, a cui Maigret con ruvida generosità regala, senza farsene accorgere, il merito non suo di aver risolto il caso.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

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:: Recensione di Ossa nel deserto di Sergio Gonzàlez Rodriguez (Adelphi, 2006) a cura di Giulietta Iannone

13 luglio 2013

«ossaIgnobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, così tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».

[Intervista a Sergio Gonzàlez Rodriguez – L’Unità 2009]

Era da diversi anni che volevo leggere questo libro, ma forse non ne avevo mai avuto il coraggio. Ossa nel deserto (Huesos en el deserto, 2002) del giornalista e scrittore messicano Sergio Gonzàlez Rodriguez è del 2006, sebbene racconti fatti aggiornati al 2005. Ora grazie ad Adelphi ne ho avuto la possibilità e prima di parlarvene vorrei fare una breve riflessione sulla paura e sul coraggio.
Innanzitutto dell’autore di questo reportage, ma anche dei lettori che si avvicinano a questa storia di orrore, consapevoli che anche solo parlarne, farsene un’idea, è un modo per opporsi a coloro che materialmente perpetrano questi atti e a tutto il corollario di intimidazioni, complicità con la polizia messicana, connivenze del potere politico e delle multinazionali straniere che sfruttano il basso costo della manodopera messicana e non fanno domande[1].

Sono molti i casi di minacce di morte e sequestro nei confronti di persone che hanno criticato l’operato del governo o tentato di far luce sui delitti, come è accaduto all’autore di questo libro.

Leggere questo libro ci pone contro, ci dà delle responsabilità. Il femminicidio sistematico in atto a Ciudad Juárez, nello Stato messicano di Chihuahua, ormai da vent’ anni, è una realtà che lascia sgomenti, confusi, increduli. Sì, è una storia vera, queste donne sono morte, sono state violentate, torturate, mutilate. Di alcune si sono ritrovati i corpi, di altre forse, come ultimo oltraggio, non resterà niente. Sciolte nell’acido, sepolte nel deserto, incenerite in qualche forno crematorio di fortuna, squartate e date in pasto ai maiali in qualche fattoria. Riflettevo che se avessero voluto tutte queste donne sarebbero potute essere classificate come “scomparse”. Invece hanno voluto che di alcune si ritrovassero i corpi, per aumentare la paura, l’angoscia della gente del posto, forti della loro impunità. Della certezza che nessuno ne verrà mai a capo, certi che nessuno scoprirà mai mandanti, esecutori, taciti consensi. Troppi interessi sono in ballo e a chi può importare della vita e soprattutto della morte di centinaia di poverissime donne, ragazze, bambine provenienti dalle bidonvilles periferiche di Ciudad Juarez?

Vi si arriva per una strada che corre parallela al confine e il suo territorio è composto per lo più di pietrisco circondato dalla desolazione e da un mare di sacchetti di plastica che svolazzano fra i cespugli e la polvere, a tratti biancastra, a tratti rossiccia. Palle di erba secca rotolano nel vento e l’odore di marciume arriva a zaffate. La gente abita in case costruite con materiali di recupero, pezzi di legno, lamiera, amianto, qualche porta di metallo. Il filo di ferro diventa un elemento fondamentale, serve per legare, sostenere, delimitare, contenere ciò che sfugge in continuazione.

Zone in cui spadroneggiano i cartelli del narcotraffico. E il legame tra politica e crimine organizzato è una realtà, pericolosa. Il potere economico sprigionato è devastante.

Nel 2003, il trasferimento in Messico di proventi derivanti da attività illecite ha toccato i ventiquattro miliardi di dollari.

Le ragioni di questa generalizzata violenza contro le donne a Ciudad Juarez, comunque sono molteplici e legate a un insieme di circostanze di ordine piscolocico, sociologico e istituzionale di cui non è estranea l’ideologia patriarcale dominante strettamente connessa alla religione cattolica.  Atavismi, credenze patriarcali, abusi, sottomissione femminile, emarginazione sono alla base di questa violenza. Queste morti non hanno avuto giustizia perché il governo messicano ha di volta in volta coperto gli assassini e i loro protettori.  E questa non è solo un’ accusa infondata, il libro ne fornisce le prove.
Traduzione di Gina Maneri e Andrea Mazza.


[1] In un’ intervista Robert D Kaplan sottolinea che i messicani che vivono al confine con gli stati Uniti sanno a malapena leggere e scrivere e lavorano in condizioni pericolose e “dickensiane per produrre i nostri videoregistratori, i nostri jeans, e i nostri tostapane” percependo meno di cinquanta centesimi di dollaro l’ora, senza diritti e nè garanzie. [pag. 48]

:: Rileggere Bond: Casino Royale di Ian Fleming (Adelphi, 2012) a cura di Stefano Di Marino

25 ottobre 2012

The scent and smoke and seat of a casino are nauseating at three in the morning. Then the soul-erosion produced by gambling- a compost of greed and fear and nervous tension – becomes unbearable and the sense awake and revolt, from it. James Bond suddenly knew that he was tired.” Casino Royale, Ian Fleming – pubblicato in Inghilterra per la prima volta in 4750 copie da Jonathan Cape.

Quando lessi per la prima volta  Casino Royale non mi piacque granché. Ero giovane, le mie letture spionistiche erano soprattutto le avventure ritmatissime di Nick Carter e OSS117 pubblicate su Segretissimo e Bond lo conoscevo solo nella versione cinematografica. Riprenderlo in mano oggi (benché mi sia capitato di rileggerlo una ventina d’anni fa) in un momento in cui l’immagine stessa del Bond cinematografica è cambiata tornando all’origine letteraria, mi ha suggerito nuove considerazioni. Prima di tutto che 007 al cinema è stato sino a oggi essenzialmente un personaggio ‘diverso’ da quello concepito da Fleming nei romanzi. C’era qualcosa sì del modello, ma l’interpretazione che ne è stata divulgata risulta se non deformata almeno adattata al mezzo cinematografico – che impone ritmi e azioni che risultano a volte ridondanti nei romanzi – e poi si è formata nell’immaginario degli anni ’60. Di seguito la seconda  riflessione. Un romanzo va letto considerando l’epoca e il contesto in cui è stato scritto. Forse per l’adolescente che ero, con la mente piena di suggestioni visive di quei tempi, erano dettagli che tendevano a sfuggire. Oggi che si celebrano i cinquant’anni della carriera cinematografica di 007 e i 60 dalla sua nascita letteraria è opportuno riprendere quelle pagine con qualche nozione in più. Di fatto Fleming era un ottimo narratore, forse non sempre nella stessa misura, ma in questo caso l’esordio fu geniale. Sebbene un amico gli consigliasse di pubblicare questo suo thriller con uno pseudonimo, aveva centrato il bersaglio. Il personaggio, l’atmosfera, i dettagli e persino la trama con quell’anticlimax che uccide Le Chiffre a cinquanta pagine dalla fine sono una miscela perfetta almeno quanto quella del Vesper, il mitico cocktail che diventerà un tormentone al cinema. Bond è, sulla pagina, un eroe cupo, già consapevole che i buoni e i cattivi si possono scambiare i ruoli, come si  evince dal dialogo nel capitolo 20, La natura del Male, tra 007 e Mathis. “Quando si è giovani sembra facile distinguere il bene dal male. Ma a mano a mano che gli anni passano la differenza si fa sempre più difficile”. Significativa considerazione che solo in Quantum of Solace è stata ripresa nel corso di una totale rivisitazione del personaggio e del tono delle sue  avventure. Ma nel romanzo, al termine ‘ apparente’ della missione, Bond è  pronto a lasciare lo sporco mestiere di spia per amore (se pure è possibile credere nell’amore) e al tempo stesso così disincantato da sapere di poter battere Le Chiffre, di resistere alla tortura più umiliante e chiudere il romanzo con la più cinica delle battute (‘Perché è morta, quella puttana’). Eroe noir, umano, ma anche soldato della Guerra Fredda. La spia che Ian Fleming avrebbe voluto essere. In effetti l’autore scozzese nello spionaggio aveva lavorato davvero, tentando pure di sbancare i nazisti che andavano a giocare al casinò dell’Estoril in Portogallo. Di spie e sistemi d’intelligence ne sapeva sin troppo. Per questo lo mandavano a istruire gli americani ma non lo lasciavano partecipare alle missioni vere. Se fosse stato catturato aveva troppo da riferire. Così a 43 anni, nel pieno della Guerra  Fredda e alle soglie di un matrimonio che in qualche modo rifuggiva, si richiuse nella sua villa in Giamaica e, imponendosi una routine di lavoro rigorosissima, scrisse la prima di una serie di avventure che lo avrebbero consegnato alla leggenda. ‘Casinò Royale’ non è un romanzo lento, come l’idea che sia incentrato su una partita a carte potrebbe lasciar pensare. La narrazione entra subito nel vivo, Bond è presentato al culmine di una notte al casinò e ci appare subito per quello che è. Un guerriero. Stanco, stressato ma combattivo. Poi conosciamo passo passo i dettagli della missione. Entriamo in un mondo glamour ma tinto di grigio come dovevano essere gli anni della guerra fredda visti negli uffici di Regent’s Park proprio nel periodo in cui l’Inghilterra consumava,  ancora ignara, uno degli smacchi più infamanti della sua storia spionistica: l’affare Philby,  destinato a esplodere dieci anni dopo ma già in atto dal 1936. Di tutto ciò Fleming sembra aver coscienza ma solo alla periferia della sua immaginazione. Il pericolo rosso esiste ma la sua attenzione si concentra più sui personaggi (straordinari) della sua vicenda. Le Chiffre non è il classico agente dei servizi segreti dell’Est. È in qualche modo il viso oscuro di Bond. Ama le carte, le donne, non vuol perdere e sa essere feroce. Si gioca tutto per recuperare una posizione persa agli occhi della sua organizzazione. Non sa accettare la sconfitta e le prova tutte per riportare la bilancia in pari. Il caso gli volta le spalle. Mette Bond sulla sua strada e con lui lo ‘spettro’ della sconfitta. La SMERSH (organizzazione reale che dal solo nome ‘Morte alle Spie’ si qualifica) lo punisce. Ma la vicenda non finisce qui perché Casinò Royale non è solo un thriller. È, più o meno consciamente, il passo d’inizio di un cammino che deve portare lontano il suo protagonista. Senza Vesper, senza quelle sequenze prive d’azione ma cariche di umanità che si concludono con l’apparizione dell’uomo con la benda nera la storia resterebbe incompleta. In questo contesto i pochi capitoli dedicati al gioco di carte non appaiono lenti. La spiegazione del gioco è fluida, inframmezzata da azione e colpi di scena. Valga per tutti il corso con il bastone che cerca di uccidere Bond al culmine della partita. Poi ci sono elementi secondari. La coppia che sorveglia Bond sin dal suo arrivo, i killer bulgari che compiono un maldestro attentato. Qualcosa ci suggerisce subito che i conti non tornano, che la partita con Le Chiffre si gioca con carte truccate. L’azione poi, per quanto rapida è descritta con realismo, dinamicità. L’inseguimento in auto durante il rapimento di Vesper è narrato con tecnica da manuale. È, in fin dei conti, un romanzo del 1952, le iperboli d’azione che il cinema ha trasposto nelle pagine della narrativa odierna, sono ancora lontane. Pensate ai film di quell’epoca, a quei western dove a un colpo di pistola gli indiani cadevano a grappoli, alle scazzottate inverosimili dei noir. Fleming riusciva a mettere invece un realismo crudo nella descrizione della violenza e del sesso condensandolo in poche righe, scegliendo con cura parole e frasi. Un romanzo di 170 pagine che non ha davvero bisogno di allungarsi come sin troppe volte capita oggi se si vuol essere pubblicati in libreria. Da rileggere senz’altro e giudicare all’interno del contesto della sua epoca e dell’opera generale di Fleming. Per imparare e, sì, anche divertirsi.