:: Soledad. Un dicembre del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2023) a cura di Valerio Calzolaio

5 gennaio 2024 by

Sempre Napoli e, ogni tanto, ancora Buenos Aires, significativamente. Dicembre 1939. L’abitudinario commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte occhi verdi, basette grigie, rughe incipienti, sa che ormai il nuovo edificio della questura è quasi completato, presto dovranno trasferire gli uffici. Ripensa ai luoghi cari e agli effetti intensi come la figlia Marta (quasi cinque anni, nata mentre la mamma moriva nel parto), alla carissima affiatatissima moglie morta e ai pochi veri amici, a una canzone commovente e pure alla 40enne Livia (che sempre lo ha amato, affiatata ma non ricambiata). Dall’altra parte del mondo, lei ora si chiama Laura Lobianco, le stesse iniziali rispetto a quelle dell’esistenza di cui ha nostalgia; fa soddisfacente sesso con il ricco magnifico innamorato 32enne Facundo Rubia; canta ammaliando nei caffè; studia un pezzo struggente e continua a pensare di tornare in patria, nonostante tutti i pericoli. Il 60enne brigadiere Maione, un metro e novanta per centotrenta chili, avvisa Ricciardi che è stato ritrovato un cadavere in via del Grande Archivio. All’interno dell’abitazione vivevano insieme la 61enne madre invalida Angelina Prudenzi e la bella figlia 32enne Erminia Cascetta, appena uccisa con un oggetto contundente, incinta. Sulla scena del crimine Ricciardi si concentra per abbandonarsi alla dannazione del Fatto (un’eredità genetica, chissà se trasmessa a Marta), che gli fa sentire l’ultima frase pronunciata dai morti sul luogo della dipartita, l’ultimo barlume di una vita spenta: questa volta “Egoista, egoista, lasciami vivere”. La porta era socchiusa e, nella reticenza e con molti dubbi, emergono via via alcuni possibili colpevoli: portinaie e apparenti amiche, un anziano ricco avvocato amante e il nuovo aitante fascista amato. Intorno c’è una grande confusione prebellica e tutti hanno pure altri pesanti pensieri per la testa. Non basterà risolvere il caso per trovare un Natale di pace.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) aveva chiuso oltre quattro anni fa la sua prima e più amata serie con il dodicesimo romanzo. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, le svolte matrimoniale del maggio 1933 e genitoriale dell’estate 1934, aveva dovuto abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario. Lo abbiamo poi ritrovato ad aprile 1939 (tredicesima avventura) e ora alla fine dello stesso anno (quattordicesima), romanzi di grande qualità. La trama rimane quella di un ingegnoso delitto che Ricciardi deve risolvere. Tutto intorno prendono spazio e tempo (come nelle serie tv) le vicende parallele noir e sentimentali dei tanti coprotagonisti, questa volta imperniate sulla solitudine, privata e sociale: chi uccide, che probabilmente decide di agire per non restare solo; la splendida e raffinata Livia-Laura, che sopravvive troppo sola in Argentina e sente il richiamo dei legami precedenti in Italia; il buon Maione, che deve gestire da solo il recupero di un figlio sulla cattiva strada; l’attempato amico medico delle autopsie Bruno Modo, che milita nell’antifascismo e sente il fiato sul collo della delazione e delle repressione (l’isola carcere o confino di Ventotene sullo sfondo); la contessa Bianca Borgati di Zisa che contribuisce alla crescita di Marta (amando il padre) finalmente incerta fra il consolidarsi sola o accettare la corte di un nuovo gentile intenso spasimante; la mitica brutta governante Nelide che capisce di dover accompagnare comunque il barone pur se il bell’ambulante fruttivendolo Tanino ‘o Sarracino potrebbe aver sfiorato la sua dura solitaria scorza; addirittura l’isolato questore Angelo Ganzo, che ha la moglie ebrea ormai in pericolo (dopo le leggi razziali del 1938) e cambia atteggiamento verso la famiglia ebrea dell’Enrica di Ricciardi (solitario per definizione). La narrazione è, come sempre, in terza varia (con incursioni in prima su chi uccide e sul potente sincero avvocato). Lo stesso titolo si riferisce alla canzone Soledad (1934, testo di Le Pera, musica di Gardel), l’eterna solitudine che resta in chi vede lasciarsi per sempre. Altro che letteratura minore di genere! Altre belle musiche, d’orchestra e jazz. Champagne al bordello.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno, Il purgatorio dell’angelo, Il pianto dell’alba, Caminito e Soledad (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane, Souvenir, Vuoto, Nozze, Fiori, e Angeli, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017), Sara al tramonto (2018), Le parole di Sara (2019) e Una lettera per Sara (2020); per Sellerio, Dodici rose a Settembre (2019); per Solferino, Il concerto dei destini fragili (2020). Con Cristina Cassar Scalia e Giancarlo De Cataldo ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020). Sempre per Einaudi Stile Libero, ha pubblicato della serie di Mina Settembre Troppo freddo per Settembre (2020) e Una Sirena a Settembe (2021). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

:: Filmacci.100 film italiani da evitare dal 2000 a oggi, Filippo Morelli, Cesare Paris (Bibliotheca, 2023) A cura di Viviana Filippini

3 gennaio 2024 by

Quando si parla di dizionari del cinema, uno di quelli che salta alla mente (il primo), è il noto Mereghetti,  da sfogliare per andare a cercare informazioni su film, attori, registi, premi vari. In realtà, è uscito da qualche settimana “Filmacci” di Filippo Morelli e Cesare Paris, con prefazione di Boris Sollazzo. Un libro che, come dice il sottotitolo, è una raccolta delle 100 pellicole cinematografiche uscite dal 2000 a oggi, che sarebbe meglio evitare di vedere. Il testo, edito da Bibliotheka, è una sorta di vero e proprio dizionario che intende aiutare, suggerire, ma anche stuzzicare un po’ la curiosità dello spettatore a muoversi nel mondo del cinema alla scoperta di film, secondo i due critici, non sempre azzeccatissimi dal punto di vista contenutistico, del montaggio, della costruzione narrativa e strutturale. Morelli e Paris, che di cinema ne vedono, parlano e scrivono ogni singolo giorno, utilizzano un linguaggio sferzante, tagliente, ironico, e anche comico, che fa di questa critica cinematografica un viaggio nel mondo delle pellicole degli ultimi venti anni non sempre riuscite. Tra di esse ci sono per esempio “Alex l’ariete”, “Troppo belli”, “L’allenatore nel pallone 2”,  “Baciami ancora”, “Un altro mondo”, “Bianca come il latte, rossa come il sangue” tratto dall’omonimo romanzo (che è meglio del film), “Il Carillon”, “Dracula 3D”, tutti rigorosamente  ordinati in ordine alfabetico nel libro che, a questo punto, perché no, potrebbe anche diventare un appuntamento annuale. Leggendo i nomi dei registi poi, ci si imbatte invece in Gabriele e Silvio Muccino, Damiano Damiani, Dario Argento – già proprio lui il geniale babbo del genere horror al cinema- o John Real che è l’alter ego americano (come andava di moda nel cinema italiano degli anni ’60 e ’70, vi ricordate per esempio E. B. Clucher?) di Giovanni Marzagalli.  I due critici individuano 100 filmacci, li analizzano in maniera dettagliata, quasi viscerale, li scompongono, sezionano per raccontarci quelle pellicole, sempre con un sorriso e mai con cattiveria, magari tanto osannate, che poi nelle sale, tra il pubblico, si sono rivelate degli autentici flop, o così trash da risultare pure inguardabili o incomprensibili. Allo stesso tempo però, ammetto, che il modo in cui il duo Morelli Paris scompone questi 100 filmacci, trovandone le pecche nella regia, fotografia, recitazione, montaggio, sceneggiatura, è quell’intrigante modo di fare che scatena e stuzzica nel lettore curiosità (parecchia),  e quella voglia di sapere e vedere se i “Filmacci” sono davvero tali, nell’attesa del ritorno della prossima pubblicazione di Filippo Morelli e Cesare Paris.

Filippo Morelli nasce a Civitavecchia nel 1974. Ha scritto sul quotidiano “Il Manifesto” e sulle riviste Videotecnica, Cinema in casa, Tutto Digitale e sull’edizione italiana della britannica Hotdog. Nel 2003 è fondatore, scrittore e unico lettore del sito Morelli’s Movie Guide, morto di stenti ormai da anni. A un certo punto decide che è ora di mangiare e inizia a lavorare nelle librerie Feltrinelli.
Cesare Paris, 1973, laureato in Storia e Critica del Cinema presso La Sapienza di Roma. Giornalista pubblicista, ha collaborato come critico cinematografico per il sito Kataweb Cinema (“La Repubblica”), la rivista Film e il quotidiano “Rinascita”. Collabora con il mensile il Millimetro. Con Bibliotheka ha pubblicato “La risata amara – La morte della Commedia all’Italiana” (2021).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: Delitto allo zenit (Le avventure del tenente Luigi Bianchi nell’Africa selvaggia Vol. 1) di Shanmei

31 dicembre 2023 by

Dopo i sette episodi più i racconti della serie “Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa” torna il tenente Bianchi in una serie che narra le sue indagini e avventure in Africa alla fine dell’Ottocento.

“Delitto allo zenit” narra la prima storia. Il tenente Bianchi coadiuvato dal tenente De Giorgis appena arrivato in Africa, a Massaua indaga sulla morte di un medico inglese da tutti ben voluto.

Massimo Comella racconta il suo romanzo “Come nuvole sotto l’ombrello” (Scatole Parlanti, 2023)

28 dicembre 2023 by

“Come nuvole sotto l’ombrello” è il nuovo romanzo dello psicoterapeuta Massimo Comella edito da Scatole Parlanti, nel quale ogni storia narrata è un viaggio nella mente e nell’animo dei protagonisti. Per saperne di più su come è nato il libro, ne abbiamo parlato con l’autore.

Come è nata l’idea di questa raccolta di racconti dove la fragilità è un po’ il filo conduttore? L’idea è nata proprio dal desiderio di parlare delle fragilità. In un modo nuovo, che solo un romanzo come quello che ho scritto poteva permettere. Nel mio libro il lettore ha la possibilità di scoprire le fragilità di chi chiede aiuto e quelle di chi aiuta: un tema impossibile da affrontare in un libro di saggistica ed ancor più in un mondo reale.


Nelle storie presenti in “Come nuvole sotto l’ombrello”, quanto c’è di reale (casi che lei ha conosciuto davvero) e quanto di finzione? Come ho specificato nell’introduzione fatti e personaggi sono immaginari. Ho attinto emozioni e vissuti dal calderone della mia esperienza clinica; li ho poi rimescolati in alcuni casi ed in altri, come nel caso del racconto di “Idriss”, ho dovuto studiare luoghi e tappe ove è ambientato il racconto ed il viaggio del protagonista.


Quanto c’è di lei in Dimitri? Suppongo la sensibilità del personaggio e l’analisi personale/introspettiva ch’egli fa di continuo siano due caratteristiche che mi appartengono e che ho voluto vestissero il personaggio da me creato.

Dimitri mette scritte queste storie umane che ha conosciuto, potrebbe essere vista come una scelta compiuta per “liberarsi” dalle troppe emozioni che lo hanno coinvolto e toccato da vicino? Dimitri nel romanzo si è lasciato coinvolgere in almeno due casi anche oltre il dovuto ma non potevo fare altrimenti. Bisognava raccontare dei retroscena di alcuni accadimenti, andare ancora più in profondità nelle sue ferite e nelle ferite dei personaggi che lui incontra. L’unico modo che avevo era quello di farlo cadere … come non dovrebbe cadere nessun terapeuta.


Per lei, Massimo, cosa rappresenta la scrittura? Per me la scrittura è tante cose: è catarsi, è un modo di contattare emozioni, è un modo di avvicinarmi alle persone ed a me stesso ed è, soprattutto, un piacere, una passione grandissima.


Quale è il racconto al quale è più affezionato (se c’è) e perché? Io amo tutti i personaggi del libro. Mi chiedono spesso di scegliere un racconto da leggere ma, fosse per me li leggerei tutti. Ognuno è stato scritto in un periodo diverso e di ognuno ho riversato emozioni diverse.


E il racconto che le ha dato maggiori difficoltà (a livello emotivo) nella stesura? Sicuramente “Idriss”, perché raccontare quella storia ed il suo finale è stato molto molto difficile. Ho dovuto immaginarmi spesso accanto a lui proprio come, nel testo, ho fatto fare al dott Vaslav.

Da dove arriva il titolo “Come nuvole sotto l’ombrello”?Esse di solito stanno sopra e il titolo fa molto
Magritte
. Magritte in un suo famoso quadro mise un bicchiere sopra l’ombrello e non sotto, ecco io ho fatto qualcosa di simile non piegandomi alla ragione. L’ombrello è per definizione il luogo dove ci si
ripara dalla pioggia ed io ho immaginato la terapia come un ombrello. La terapia è, tuttavia, un luogo in cui ognuno porta le proprie nuvole, un luogo in cui nessuno è impermeabile alla pioggia che bagna indifferentemente tutti i protagonisti: curatore e curato. Molti di noi, un ombrello, nella vita, non lo hanno mai trovato e mi piacerebbe pensare che si possa trovarne uno e che da lì sotto, dalla nuvole e dalla pioggia, si possa tornare alla vita. Quanto a Magritte, pittore surrealista, credo ci siano diversi collegamenti con il mio lavoro. Il surrealismo esprime l’anima dell’analisi quella cioè di “andare oltre” per rivelare la nostra più recondita realtà … molto spesso ignota a noi stessi.


Se dovessero fare un film tratto dal suo libro, che attore vedrebbe nei panni di Dimitri? Da diverse parti mi accendono l’ idea di un film o di una serie tv. Io sono uno scrittore esordiente e anche se l’idea, non nego, mi stuzzica, devo rimanere con i piedi per terra – aperto a tutte le cose belle che questo libro porterà – ma con i piedi per terra . Se dovessi immaginare un attore e questi fosse vivo, avrei fatto il nome di Peter O’ Toole (l’attore di “Lawrence d’Arabia”, di “Dott Creator specialista in miracoli”, e di Priamo in “Troy”) mi piacevano tanto i giochi e l’umanità che sapeva far trasparire. Non riesco ad immaginare il dott. Dimitri privo di uno sguardo profondo che ti entra dentro. Oggi, per bravura e sguardo direi Michael Fassbender ma è un po troppo grande per interpretarne il ruolo considerando che il dott Dimitri lo collocherei anagraficamente tra i 35 e i 42 anni. Ho fatto nomi importanti ma se uno deve sognare deve sognare in grande, per ora rimaniamo almeno per il libro ancorati alla realtà.

:: SAHRA WAGENKNECHT: CONTRO LA SINISTRA NEOLIBERALE a cura di Antonio Catalfamo

26 dicembre 2023 by

Sahra Wagenknecht è senza dubbio un personaggio politico scomodo. Lo è stata sin dagli esordi, come iscritta nel 1989 al Partito Socialista Unificato di Germania (SED), che era il partito guida nella parte orientale del Paese, governata da un regime comunista, transitata poi nel PDS, erede del SED, collocandosi nell’ambito della componente marxista, e, successivamente, nella Linke, formazione di sinistra nata, dopo l’unificazione della Germania, dalla convergenza tra i comunisti della parte orientale e la corrente di sinistra della socialdemocrazia, che ha assicurato alla compagine una presenza anche nella parte occidentale, la quale, per un certo periodo di tempo, ha superato complessivamente la soglia di sbarramento del 5%, eleggendo propri rappresentanti in seno al Parlamento nazionale, tra i quali c’era, con un ruolo di rilievo, la stessa Wagenknecht, che, però, ha assunto una posizione di dissenso sempre maggiore, fino ad abbandonare di recente la Linke, spaccando il gruppo parlamentare e ponendo le premesse per la costituzione di un nuovo partito, che dovrebbe esordire come tale, dopo aver assunto la configurazione di movimento, alle elezioni europee del 2024.

Sahra Wagenknecht è una studiosa dotata di una solida preparazione politica, economica, filosofica, una brillante giornalista, un’oratrice coinvolgente. Merita, dunque, di essere seguita negli sviluppi del suo pensiero e della sua azione. Attualmente le sue idee sono condensate in un corposo volume pubblicato in Italia, con prefazione di Vladimiro Giacché, nel 2022 per i tipi di Fazi editore di Roma. Il titolo è già significativo: Contro la sinistra neoliberale.

L’opera offre numerosi spunti di riflessione, che aprono nuovi orizzonti di ricerca, per i quali è uno stimolante punto di partenza. Per questo ha registrato un notevole successo di pubblico, in Germania e a livello internazionale.

Siamo in presenza di un’articolata analisi dei mutamenti genetici e teorici che hanno interessato la sinistra non solo tedesca, ma anche europea nel suo insieme, con un ampio orizzonte che coinvolge, allargandosi, tutto il mondo occidentale, compresi gli Stati Uniti d’America. Nonostante la parte dedicata all’Italia sia ridotta, possiamo trarre tutta una serie di conclusioni che riguardano la sinistra del nostro Paese, la sua involuzione, che è simile a quella dei partiti che si collocano nella stessa area a livello europeo.

Il mutamento riguarda il concetto stesso di sinistra, i suoi connotati ideologici, i suoi riferimenti di classe, la sua visione economico-sociale. E qui va evidenziato, come fa l’autrice, lo stretto legame che si è venuto a creare tra i mutamenti ideologici e, per l’appunto, le classi sociali di riferimento.

In passato, la sinistra era «sinonimo di ricerca della giustizia e della sicurezza sociale, di resistenza, di rivolta contro la classe medio-alta e di impegno a favore di coloro che non erano nati in una famiglia agiata e dovevano mantenersi con lavori duri e spesso poco stimolanti. Essere di sinistra voleva dire perseguire l’obiettivo di proteggere queste persone dalla povertà, dall’umiliazione e dallo sfruttamento, dischiudere loro possibilità di formazione e di ascesa sociale, rendere la loro vita più facile, più organizzata e più pianificabile. Chi era di sinistra credeva nella capacità della politica di plasmare la società all’interno di uno Stato nazionale democratico e che questo Stato potesse e dovesse correggere gli esiti del mercato» (p. 22). Così prosegue la Wagenknecht: «I partiti di sinistra, che fossero socialdemocratici, socialisti o, in molti paesi dell’Europa occidentale, comunisti, non rappresentavano le élite, ma i più svantaggiati. Gli attivisti provenivano loro stessi da quel milieu e volevano migliorare le condizioni di vita. Gli intellettuali di sinistra condividevano questo obiettivo o lo sostenevano» (p. 23).

Ma la sinistra ha cambiato riferimenti ideologici e di classe, segnatamente dopo il crollo del muro di Berlino, ci permettiamo di aggiungere noi, integrando l’analisi della Wagenknecht con nostre considerazioni, che ci sembrano doverose, perché consentono di capire il mutamento.

I partiti socialdemocratici e socialisti riformisti trovavano, infatti, la loro legittimazione, nell’ambito della logica capitalistica, nell’esistenza di un polo comunista, che andava contrastato, per impedire che esso si allargasse all’Occidente, attraverso una forza, socialdemocratica, per l’appunto, che garantisse ai ceti meno abbienti determinati diritti sociali (il cosiddetto «Welfare State»), impedendo, in tal modo, che si convertissero al comunismo.

Il Partito comunista italiano, da parte sua, nel suo gruppo dirigente, nei suoi quadri intermedi, in buona parte del suo elettorato, aveva già subito negli anni un progressivo mutamento genetico, attraverso una lunga marcia all’interno delle istituzioni borghesi, di cui la conversione ai valori liberal-socialisti rappresentava il naturale epilogo. Il crollo dell’Urss e dei regimi comunisti dell’Est europeo, il conseguente venir meno di un puntello fondamentale e di un ombrello protettivo avevano determinato il definitivo cambiamento di campo.

In mezzo c’erano stati tanti anni di concertazione, di consociativismo, di compromessi con il potere capitalistico, rappresentato in Italia dalla Democrazia cristiana, che avevano dissolto lo spirito rivoluzionario del partito. Settori estesi dell’elettorato comunista avevano beneficiato degli effetti dello Stato sociale, nella sua deformazione in Stato clientelare ed assistenziale, ottenendo un certo benessere sociale e trasformandosi in un ceto medio egoista, che non ne voleva sapere dei nuovi poveri, dai quali intendeva marcare le distanze. Con queste aggiunte, crediamo di aver reso comprensibile il mutamento genetico della sinistra con riferimento specifico all’Italia, integrando il quadro generale, a livello europeo, delineato dalla Wagenknecht.

Le trasformazioni sin qui descritte hanno dato vita ad una «sinistra neoliberale» o «alla moda», come la definisce l’autrice nel libro qui analizzato. Una sinistra che «non pone più al centro» della propria politica i «problemi sociali e politico-economici» (p. 24) dei ceti meno abbienti. Si rivolge, come proprio interlocutore e punto di riferimento sociale, ai ceti medi benestanti, ai laureati, perlopiù a «persone di buona cultura» e «in misura crescente anche con stipendi migliori» (p. 46), che abitano nei quartieri agiati delle grandi città. Si tratta, potremmo dire, con espressione foscoliana, di una «corrispondenza d’amorosi sensi»: la sinistra neoliberale ama questi ceti ed essi ricambiano, costituendone il bacino elettorale più fedele.

Sahra Wagenknecht sottolinea opportunamente che questa sinistra va oltre, ha un atteggiamento di intolleranza nei confronti delle classi disagiate, delle loro riserve obbligate nei riguardi di un modello di sviluppo che le danneggia e che non possono adeguatamente sostenere. Vengono lanciate vere e proprie campagne propagandistiche di demonizzazione. Chi sostiene che «il proprio governo si occupi prima di tutto del benessere della popolazione interna» e lo protegga dalle «conseguenze negative della globalizzazione», ponendo limiti e controlli ai flussi migratori, «viene etichettato» tout court dalla sinistra liberale come «nazionalsociale, a volte persino con il suffisso ista» (p. 35). In buona sostanza, un nazista. «E chi non trova giusto trasferire sempre più competenze dai parlamenti e dai governi prescelti a una imperscrutabile lobbycrazia a Bruxelles è di certo un antieuropeo» (ibidem).

L’intolleranza della sinistra neoliberale investe anche coloro che «consumano carne da discount», «guidano auto diesel» (p. 28), continuano a riscaldarsi con impianti al metano, perché, per motivi economici, non riescono a stare al passo coi tempi, ad accedere alle fonti energetiche alternative. Queste persone vengono considerate sbrigativamente «nemiche del clima». L’antipatia è reciproca: i ceti popolari, a loro volta, guardano con ostilità e fastidio alla sinistra neoliberale: «Ciò che rende i rappresentanti di questa sinistra di moda così antipatici agli occhi di molti e soprattutto dei meno fortunati è la loro innata tendenza a giudicare i propri privilegi come virtù personali e a presentare la propria visione del mondo e il proprio stile di vita come la quintessenza della responsabilità e del progresso. E’ il compiacimento di sé di chi si reputa moralmente superiore, cosa che accade di frequente nella sinistra alla moda, è la convinzione, palesata in modo troppo insistente, di essere dalla parte del bene, del giusto e della ragione. E’ la supponenza di chi guarda dall’alto in basso lo stile di vita, i bisogni e persino il linguaggio di coloro che non hanno potuto frequentare l’università, vivono in piccoli centri e comprano da ALDI i prodotti per la grigliata perché il denaro deve bastare fino a fine mese. E’ l’innegabile mancanza di empatia nei confronti di tutti coloro che devono combattere molto più duramente per un po’ di benessere e che forse anche per questo risultano a volte più coriacei e astiosi e spesso di cattivo umore» (pp. 28-29), mentre i rappresentanti della sinistra neoliberale sono ottimisti, allegri, le loro manifestazioni di piazza sono vivaci, variopinte, festose. Esse raggiungono un’élite di privilegiati, mentre la gran massa rimane estranea, anzi ostile.

In conseguenza di questo mutamento genetico i partiti socialisti riformisti, socialdemocratici, gli ex comunisti italiani che si sono fusi con gli ex democristiani nel Partito democratico (aggiungiamo noi a completamento), hanno perduto consensi e sono stati sconfitti elettoralmente dalla destra, perché sono stati artefici della seconda ondata di neoliberismo, che ha seguito la prima di cui sono state portavoce, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, le destre della Thatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati Uniti (pp. 48-49).

Neoliberismo, globalizzazione, europeismo estremo sono i cavalli di battaglia di questa sinistra neoliberale. In Italia basta pensare alla flessibilità del lavoro e dei salari introdotta dal governo Prodi e perseguita da tutti i governi di centro-sinistra o «tecnici» di cui hanno fatto parte il Partito democratico e i suoi predecessori, alle privatizzazioni, che hanno smantellato le imprese pubbliche, facendo lievitare i prezzi dei beni e dei servizi, all’adozione della moneta unica europea, di cui Prodi è stato l’artefice principale, che, già nell’immediato, ha portato al raddoppio dei prezzi, demolendo il potere d’acquisto delle famiglie, abbassando il livello dei consumi e il livello di vita dei ceti meno abbienti.

Questa politica antipopolare spiega perché oggi il Pd non supera la soglia del 20% dei consensi elettorali. I ceti popolari non lo votano, anzi lo detestano. Analogo declino sta subendo, nonostante l’attuale collocazione al governo nell’ambito di una maggioranza ibrida, il partito socialdemocratico tedesco (Spd), che rappresenta anch’esso le classi benestanti. La stessa sorte è toccata alla Linke, che, alla sua nascita, rappresentava soprattutto le classi disagiate della Germania orientale, fortemente colpite dall’unificazione imposta dall’alto, e che aveva esteso i propri consensi anche nella parte occidentale del Paese, difendendo i ceti deboli. Ma, ad un certo punto, essa ha registrato un’involuzione simile a quella dei socialdemocratici, in quanto ha cambiato i propri riferimenti di classe: non più le classi meno abbienti, bensì quelle acculturate appartenenti al ceto medio. Fatale è stata anche l’alleanza con la socialdemocrazia in diversi Länder, che sono stati governati contro gli interessi dei ceti disagiati. Anche i verdi tedeschi sono un partito di benestanti. I socialisti sono addirittura falliti in Francia, occupando un ruolo assolutamente marginale sulla scena politica, soppiantati da una forza di sinistra radicale raccolta intorno alla figura di Mélenchon, i cui connotati sono tutti da studiare e da approfondire.

Gli elettori della sinistra neoliberale hanno ragione a sostenere la globalizzazione e l’integrazione europea, perché essi sono tra i privilegiati che se ne sono avvantaggiati, avendo la possibilità di accedere a corsi di lingua, con lunghi tirocini all’estero, master, stage, che sono costosi, ma costituiscono il presupposto per avere lavori qualificati e ben retribuiti (pp. 107-112). Costoro diventano i «tecnici» del sistema, esercitano quelle professioni di cui il neocapitalismo ha bisogno per svilupparsi e progredire. Sono egoisti ed individualisti, sono disinteressati alle sorti delle masse, che, anzi, disprezzano, essendo convinti che il loro successo dipende da capacità individuali superiori. Hanno un elevato tenore di vita: viaggiano, consumano cibi biologici, hanno auto elettriche e abitazioni con tutti i comfort che utilizzano le fonti energetiche alternative, si considerano perciò i veri difensori del clima e dei diritti civili: i cittadini modello, insomma. E disprezzano quelli che non riescono a tenere il passo, considerandoli incapaci e retrogradi (pp. 27-29).

Sahra Wagenknecht ha avuto il merito di condurre una critica spietata, senza timori reverenziali e senza sconti, nei confronti della sinistra neoliberale di moda. Non è poco, perché le critiche che sinora sono state avanzate anche dalla sinistra radicale, dalla cosiddetta «estrema sinistra», non sono mai andate fino in fondo, hanno sempre lasciato uno spiraglio per la trattativa e un futuro compromesso, ai quali, difatti, spesso si è pervenuti. Sono emblematici, in tal senso, il caso della Linke in Germania, che ha finito per diventare la stampella dei socialdemocratici dell’Spd in vari Länder, e quello del Partito della rifondazione comunista (Prc) e del Partito dei comunisti italiani (Pdci) in Italia, i quali, dopo rotture provvisorie, sono pervenuti a forme di collaborazione, come la cosiddetta «desistenza», prima, e l’appoggio, poi, a governi, locali e nazionali, dominati da forze di centro-sinistra, nelle loro diverse varianti (Pds, Ds, Pd), ritagliando un piccolo spazio, un “orticello”, per se stessi e per i propri dirigenti. Siamo in presenza di tradimenti storici dell’elettorato popolare, delle classi meno abbienti, che rendono difficile la rinascita di forze comuniste o, comunque, alternative al sistema capitalistico, in quanto hanno seminato sgomento e sfiducia nel popolo di sinistra autentica.

Ma Sahra Wagenknecht va oltre. Nella seconda parte del suo volume, aggiunge alla fase destruens quella construens. Delinea un programma imperniato sul rilancio, in nuove dimensioni, degli Stati nazionali, basati non tanto sul patrimonio genetico e sul vincolo di sangue, quanto sul concetto di «cultura guida», che si deve intendere come «insieme dei valori basati su tradizione culturale, storia e narrazioni nazionali nonché tipici modelli di comportamento all’interno di una nazione, elementi questi che sono parte della sua identità comune e su cui si fonda il senso di appartenenza» (p. 313). Deve trattarsi di Stati che collocano al centro della loro attenzione i bisogni e gli interessi dei più deboli, promuovendo, attraverso un intervento pubblico massiccio nell’economia, il loro benessere e la loro sicurezza sociale.

Va qui richiamato, a nostro avviso, il concetto gramsciano di «nazional popolare», laddove il termine «popolo» abbia ben precisi connotati di classe, evitando il nazionalismo interclassista proprio della cultura di destra, che immagina un irrealistico Stato etico, che sta al di sopra delle classi e si fa mediatore dei loro interessi. E Gramsci, nei Quaderni del carcere, ha denunciato tutta l’ambiguità del cosmopolitismo dell’Alto Medioevo, che equivale alla globalizzazione attuale, che, sotto le mentite spoglie dell’abbraccio fraterno tra i popoli, sacrifica gli interessi dei deboli a quelli dei potentati che operano a livello transnazionale. Non a caso, il grande intellettuale sardo esalta l’«eresia comunale», l’esperienza dei Comuni italiani, legati, per converso, al territorio, alla sua cultura viva, ai suoi valori. Di questa «eresia» fu il massimo esponente, secondo Gramsci, Guido Cavalcanti, da lui contrapposto a Dante Alighieri e al suo cosmopolitismo, fondato sul primato di papato ed impero, pur nella loro autonomia reciproca.

Va richiamato, inoltre, il concetto di «biogeografia culturale», secondo il quale il territorio non ha solo una dimensione geografica, ma è concrezione di storia, di vita, di cultura. In esso si sono stratificate tutte le civiltà succedutesi nel corso dei secoli, anzi dei millenni, con i sentimenti e i valori di cui esse erano depositarie. La stessa stratificazione si realizza nel singolo individuo, se si sente in armonia col proprio territorio. Si crea, in tal modo, una «corrispondenza biunivoca» tra individuo e territorio, per cui egli è in grado di cogliere e di “decriptare” i “messaggi” provenienti dal proprio territorio di riferimento e di uniformare ad essi il proprio modo di vivere e di agire.

Uno «stile di vita», dunque, contrapposto a quello della sinistra neoliberale e dei suoi sostenitori, basato sulla rottura con il territorio di appartenenza, sostituito da un nuovo cosmopolitismo, che si chiama globalizzazione e integrazione europea, e che presenta il carattere di artificiosità e di imposizione che ebbe quello dell’Alto Medioevo e che usa violenza, fisica e morale, ai popoli nazionali e ai loro valori.

Sahra Wagenknecht, infine, ha denunciato un fenomeno sinora sottovalutato. Gli intellettuali che non si uniformano alle «narrazioni», cioè alle rappresentazioni culturali della realtà che la sinistra neoliberale tenta di imporre con un apparato propagandistico ben oleato, che beneficia spesso dell’amplificazione da parte di ampi settori dei mass-media, vengono debitamente emarginati, con lo scopo, neanche tanto paludato, di «ridurre al silenzio e distruggere» (p. 32) questi soggetti scomodi, sottoposti alla «cancel culture». In Italia, solo per fare un esempio, la cultura marxista è quasi scomparsa dal mondo universitario.

La Wagenknecht va a fondo nella ricerca degli strumenti culturali ed ideologici, che sono stati utilizzati per imporre una certa visione del mondo. Fa riferimento allo «strutturalismo», affermatosi nella cultura di sinistra a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, con centro di irradiazione le università francesi, al «decostruzionismo» (p. 124) a cui va aggiunto, a nostro avviso, il «post-modernismo». Tutte queste teorie, che partono dal campo letterario per espandersi negli altri settori culturali, sono fondate sull’idea che è la lingua a creare la realtà: «al di là della lingua, in pratica, non esiste alcun mondo reale a cui riferirsi» (ibidem). Il che significa che chi possiede il controllo degli strumenti di diffusione della parola può imporre qualsiasi «realtà», al di là di quella oggettiva, che, invece, esiste. Un’operazione prettamente ideologica camuffata con presunte teorie scientifiche.

S’impone, dunque, un ritorno alla realtà, al «pensiero forte», come strumento di analisi razionale del reale.

:: Un’intervista con Daniele Cellamare autore di “Delitto a Dogali” a cura di Giulietta Iannone

21 dicembre 2023 by

Grazie Prof Cellamare di aver accettato la mia intervista per il blog Liberi di scrivere.
E’ l’autore di diversi romanzi con sfondo storico, di cui l’ultimo si intitola Delitto a Dogali ambientato nell’Eritrea di fine Ottocento. Ce ne vuole parlare?

Sono sempre stato affascinato dalle pagine di Storia poco conosciute e la prima Epopea coloniale italiana rientra tra queste. In effetti, siamo portati ad associare il nostro colonialismo alla figura di Mussolini, ma la nostra avventura in Africa era iniziata molto prima.

Che libri o film l’ hanno ispirata?

Solo i saggi storici sul nostro colonialismo. Purtroppo, anche qui una bibliografia molto ridotta rispetto ai periodi coloniali successivi.

Come si è documentato, ha avuto modo di studiare archivi storici, diari, documenti d’epoca?

Si, le mie fonti sono proprio queste. Sono le sole che utilizzo in tutti i miei romanzi storici.

L’Italia della fine del 1800 è molto diversa da quella di oggi o hai avuto modo di trovare delle similitudini e dei parallelismi?

Similitudini non direi, ma ritornano sicuramente le grandi passioni che hanno animato tutte le esperienze storiche, dall’ambizione politica alla sete di conquista. Comunque, oggi è completamente cambiato il rapporto tra la politica e lo strumento militare.

Come ha sviluppato il personaggio di Antonio Garofalo?

Una figura a me cara, a partire dal nome. Ho cercato di tratteggiare un capitano onesto e volenteroso, anche se privo di acume investigativo e capacità di indagine.

Ci parli di più del capitano Garofalo, a chi si è ispirato nel crearlo?

Non ho avuto un modello da cui ricavare il personaggio, ho cercato solo di calare in quel periodo storico un uomo di scarso talento investigativo ma di buon cuore. Anche il suo innamoramento per la bella Adele non è ben delineato, proprio a causa della sua naturale ritrosia.

Il colonialismo italiano e la sua espansione in Africa dalla fine dell’Ottocento agli Anni Trenta sono due argomenti ancora poco trattati dalla narrativa italiana. A cosa pensa sia dovuto?


In genere non è mai facile parlare di cocenti sconfitte militari, specialmente se sono state ispirate da ambizioni politiche poco percepite dall’opinione pubblica nazionale, più attenta ai problemi legati alle istanze di miglioramento economico e sociale.


Il periodo storico in cui ha ambientato i tuoi romanzi è piuttosto controverso, per alcuni l’epoca coloniale è come una macchia nera sul passato del nostro paese. Perché ha scelto di ambientarci le tue storie?

Se vogliamo, mi ha rapito l’idea di confrontarmi proprio con un periodo difficile, un periodo dove non siamo mai riusciti a fare i conti e che ancora conserva un dibattito acceso.

Sacerdoti, artisti, militari, avventurieri. Quale era il volto degli italiani nelle colonie africane alla fine dell’Ottocento?

Un volto decisamente complesso. Per la prima volta questi personaggi hanno dovuto confrontarsi con una realtà ben diversa, tra esperienze nuove, fascino dell’esotico, pericoli militari, terreni sconosciuti e false idee di grandezza. Presumo che alla fine sia stata una sconfitta anche psicologica e morale.

E le donne? C’erano donne avventurose nelle colonie?

No, nel periodo che ho trattato non erano presenti. Solo nel periodo successivo abbiamo avuto qualche figura interessante.

Ha pensato di scrivere un giallo contemporaneo o il presente non l’appassiona così tanto come il passato?

Non sono interessato agli aspetti contemporanei, le mie indagini sono sempre orientate verso le vicende storiche, in particolare nella seconda metà dell’Ottocento.

Ha avuto modo di presentare all’estero i suoi romanzi? In che paesi preferirebbe che venissero tradotti e distribuiti?

“La Carica di Balaklava” è stato tradotto in spagnolo e presentato a Madrid. Sempre in spagnolo verrà tradotto il prossimo anno anche “Gli Ussari Alati”. Guardo con interesse al mercato anglosassone, per me fonte di ispirazione nella stesura dei romanzi storici.

Non è solo l’autore di Delitto a Dogali ha scritto anche altro, ce ne vuole parlare?

Come accennavo, i miei romanzi sono sempre ambientati in periodi storici poco conosciuti. Gli Ussari Alati raccontata dell’assedio di Vienna del 1683, relegato nei libri di storia solo a poche righe. La Carica di Balaklava riguarda la Guerra di Crimea, la prima che si è svolta davanti a giornalisti e fotografi. Poi ho scritto due romanzi sulle guerre dell’oppio, impropriamente attribuite ai cinesi, anche se è stata la Gran Bretagna a scatenarle per diffondere l’oppio nella popolazione cinese, un mercato estremamente proficuo: Il Drago di Sua Maestà (la prima guerra) e Gli Artigli della Corona (la seconda). Il mio editore, Les Flaneurs Edizioni, ha programmato a breve l’uscita di un mio romanzo sui Templari e un altro ambientato in Giappone.

Delitto a Dogali avrà un seguito?

Non credo, anche se alcuni lettori hanno espresso il desiderio di rivedere il capitano Antonio Garofalo alle prese con un altro misterioso delitto. Sono già al lavoro sul mio prossimo romanzo che sarà ambientato in Siberia.

Grazie della disponibilità e del tempo che ci ha dedicato. A rileggerla presto.

Sono io a ringraziarvi per questa interessante e gradevole opportunità.

Per Natale da Gallucci:”La palla” e “Il mondo è un’orchestra”

18 dicembre 2023 by

Natale si avvicina, ed ecco due simpatici libri editi da Gallucci che tra fantasia e realtà raccontano la libertà del gioco (La Palla) e i rumori che animano il mondo, facendone una grande orchestra narrata anche dalla voce di Francesca Fialdini (Il mondo è un’orchestra).

 ::La palla, Melissa Panarello (Gallucci, 2023) A cura di Viviana Filippini

Può una palla rotolare libera in un parco? Sì, certo. Ma cosa accade quando questo succede? Ce lo racconta  Melissa Panarello con i colorati disegni di Francesca Dafne Vignana. Pagina dopo pagina si scopre che bambini, adulti più o meno impegnati al telefono, giovani, anziani che passano i pomeriggi in relax selle panchine, animali, insetti (formiche comprese) e pure la Luna: tutti voglio quella palla. Tanti desiderano la palla perché guardandola nella sua forma così tonda e perfetta ricorda qualcosa o qualcuno, ma tutti vogliono quella palla che rotola, macinando strada su strada, perché è un gioco che non ha età e non ha tempo, che fa bene ai grandi e ai bambini. La palla che rotola su e giù, avanti e indietro, di notte e di giorno  e che tutti vogliono per giocarci è un segno di libertà, per lei  e per tutti che posso e devono giocarci soli o in compagnia, che è anche meglio!

:: Il mondo è un’orchestra, Pier Mario Giovannone, (Gallucci, 2023) A cura di Viviana Filippini

Cosa è il mondo? Bella domanda vero? Il mondo è tondo, è pieno di cose, persone, animali che parlano e fanno rumore e allora ce lo racconta “Il Mondo è un orchestra” di Piero Mario  Giovannone . Sì, perché nel libro si scopre che ogni cosa che fa parte del mondo fa rumore e può trasformarsi in uno strumento che va a comporre la grande orchestra del pianeta, dove ognuno può diventare protagonista.  La storia creata da Giovannone è coinvolgente e intrigante grazie anche ai disegni colorati e simpatici di Chiara Nocentini, che aiuteranno i piccoli lettori e scoprire, tra fantasia e realtà, le tante voci e suoni che fanno la musica nel e del mondo, trasformandolo in una grande orchestra da ascoltare e conoscere. SORPRESA! All’interno del libro si trova anche il QR code per ascoltare la fiaba sonora interpretata da Francesca Fialdini, giornalista, scrittrice conduttrice tv e radio, e la musica per pianoforte composta ed eseguita da Rita Marcotulli.

Source: ricevuto dall’editore.

:: Furto al campo: Le avventure del tenente Bianchi nell’Africa selvaggia di Shanmei

17 dicembre 2023 by

Dopo “Le avventure del tenente Bianchi nella Cina misteriosa” torna il tenente Luigi Bianchi in una nuova serie questa volta ambientata in Africa alla fine dell’Ottocento.
In “Furto al Campo” vediamo la prima vera indagine in cui il tenente Bianchi fu coinvolto e scopriamo un tenente Bianchi giovane e inesperto alle prese con la sua prima missione all’estero.

Le luci della sera stavano diradandosi dopo l’infuocato tramonto.

L’escursione termica era repentina a quelle latitudini a un passo dal deserto e alle divise estive di un bianco accecante si stavano aggiungendo folte coperte di lana e pellicce.

Le stelle erano numerose e fitte e sembravano guardare i mortali con occhio benevolo accanto a una Luna immensa rispetto a quella che si vedeva in Europa. La Luna africana sembrava davvero una divinità pagana fatta per essere ammirata e adorata.

Le prime torce stavano accendendosi nell’accampamento silenzioso.

Le tende erano state predisposte per la notte e gli uomini di guardia circondavano il perimetro con fare annoiato. Non succedeva niente da giorni e gli ordini erano di attendere. Non si sapeva cosa. Forse un attacco di predoni. Ne circolavano tanti lungo la via carovaniera che portava le merci ai vari mercati della capitale. Alle vie marittime preferivano le vie di terra a dorso di cammelli, e asini selvatici a dire il vero piuttosto indocili. La vegetazione era rara e inselvatichita. Ma qualche pianta grassa autoctona di piccole dimensioni faceva bella mostra tra gli agavi maestosi.

:: E adesso dormi di Valeria Ancione (Arkadia 2023) di Patrizia Debicke

17 dicembre 2023 by

Un romanzo tutto al femminile, più che mai allacciato all’attualità, in cui la protagonista innocente frutto di un malsano e vessatorio asservimento familiare, sarà costretta a dover intraprendere una personale lotta quasi per la sopravvivenza.
Quell’asservimento che tante volte in nome di un amore malato troppo spesso rappresentato dalla possessività , dall’egoismo, dalla necessità di avere ed esercitare un dominio assoluto o peggio su un’innamorata, un’amante, una moglie o una figlia porta alla violenza. Toccando i confini della peggiore crudeltà. Quante volte sentiamo dire o leggiamo di ragazze o donne uccise per un’incontrollabile reazione omicida provocata da un rifiuto, da un no detto da qualcuna che un maschio purchessia credeva solo sua proprietà.
Ma nessuno, uomo o donna che sia, ha mai il diritto di considerare un essere umano come sua proprietà. Perché non esiste passione o sentimento che possa consentirlo. Si tratta solo di SCHIAVISMO e ricordiamo bene tutti che, benché purtroppo certe regole non siano mai state completamente accettate da certuni popoli, l’abolizione dello schiavismo è una grande conquista della civiltà.
Geena Castillo, americana , che oggi vive a Roma con il marito e il loro bambino di cinque anni, Jonathan, affetto da una rara malattia invalidante che gli impedisce e forse gli impedirà per sempre di capire e farsi capire, è fuggita in Italia dagli Stati Uniti per allontanarsi da un padre violento. Si illudeva di aver finalmente trovato il vero amore in Raffaele, convinta che la sua vita avrebbe potuto essere diversa, migliore e più giusta con un marito che proprio per il suo nome da angelo gli avrebbe offerto solo gioia e bellezza. Dopo aver subito le angherie di un padre padrone aveva seguito il fidanzato e poi marito a Roma, senza neppure rendersi conto che stava passando da una prigione all’altra.
E ciò nonostante, adusa a essere condizionata da un io dominatore, ha voluto credere che la sua nuova vita italiana fosse meno penosa di quella sofferta nel suo Paese.
In realtà la loro relazione si rivelerà un autentico inferno. Con lei quotidianamente abusata.
E certamente la nascita di Jonathan rivelatosi presto un bambino ammalato, tarato, affetto da un grave ritardo che ha rappresentato agli occhi del padre solo un fallimento di maschio, ha potuto migliorare una spaventosa situazione in cui la brutalità rappresentava la norma . Unico sollievo per lei l’amorevole conforto offerto dalla costante presenza di una vicina di casa Lola, vedova e che vive con la figlia Corrada sullo stesso pianerottolo, diventata insostituibile appoggio, spalla e forse unico freno inibitore della continue violenze del marito. Violenze alle quali Geena, che ormai ha italianizzato il suo nome in Gina, non ha mai osato ribellarsi. Ancora plagiata infatti da ciò che ha vissuto in casa dei genitori, dove aveva appreso da sua madre a scambiare l’amore con il dovere, accetta tutto supinamente…
Lavorando di sera per un’impresa che fa le pulizie in uno studio di avvocati e commercialisti, e lascia durante quelle ore il suo povero bambino, Jonathan, all’amica Lola.
L’unica cosa buona da fare sarebbe separarsi. Ma Gina non vuole farlo, resiste, continua a resistere nonostante le assenze di Raffaele, le ripetute vessazioni morali, le minacce e le botte.
Fino a quando suo marito, Raffaele si dileguerà misteriosamente dopo una gita, un picnic fatto con Lola e Jonathan. Gina denuncerà la sua scomparsa solo la sera dopo, dichiarando che non era la prima volta che lui lasciava la famiglia. Forse aveva scelto di andarsene.
E nei giorni e nei mesi successivi, in cui cerca consciamente di cullarsi in quell’impossibile realtà, la sua vita sembra prendere una piega diversa, tranquilla, lei e il bambino soli, quasi sereni ma tutto pare voler finire in un attimo quando un giorno due agenti di polizia bussano alla sua porta. È stato ritrovato un cadavere quasi irriconoscibile in un canale, potrebbe essere quello di suo marito.
Dopo aver fornito gli elementi sufficienti per un’identificazione formale per Geena tuttavia, in attesa che le indagini facciano chiarezza, comincerà un lungo calvario di rimorso e di paura. È convinta infatti di essere in qualche modo responsabile e che la morte di Raffaele non sia dovuta al caso.
Per su fortuna nello studio legale dove fa le pulizie la sera, esercita tra i titolari Mara, che lavora alle pratiche legali fino a tardi, quasi a notte. Gina/Geena, che ha imparato a fidarsi delle donne, sollecita il suo consiglio e il suo aiuto professionale. Fra loro nascerà simpatia, tanto che il loro rapporto da strettamente professionale saprà diventare un’amicizia nella quale presto verrà coinvolta anche la quieta e confortante saggezza di Lola.
Tre donne, ciascuna con dietro le spalle qualcosa di segreto mai confessato, legato a diverse esperienze come madri e come figlie, ma che la condivisione trasformerà in sostegno e forza comune. Una forza che consente di affrontare ogni verità.
Reale e senza false emozione la descrizione del rapporto tra l’amica Lola, donna generosa e senza sentimentalismi, e Gina, madre spossata del piccolo Jonathan, un bambino che morde, si agita e cammina a stento. Un esserino che non la chiamerà mai mamma, condannato a restare un bambino a vita. Ciò nondimeno, anche nei momenti di peggiore disperazione, Gina riuscirà ad affrontare la sua malattia e a lottare per sopravvivere. Sconfinato amore, il suo, ma anche fatica ed esasperazione, pur temperate dall’abnegazione e dall’istinto di protezione. Gina ha imparato a conviverci per andare avanti e restare al suo fianco ma per continuare a farlo sa anche che deve sapere delegare e farsi aiutare.
Lei è una donna che si crede sbagliata, forse perché così l’hanno fatta sentire i suoi genitori e suo marito, magari umiliandola per il suo aspetto di donna piccola. esile , con grandi occhi in un volto smagrito. Insomma si giudica solo bruttina, inconsistente, soffre di mancanza di autostima, di rispetto verso sé stessa. E invece dovrà imparare a riconoscersi, a combattere per se stessa e a concedersi nuove possibilità.
Ha una bella voce, le piacerebbe cantare forse… ma quando, dove e come?

Valeria Ancione, siciliana, è nata nel 1966 a Palermo, ma è cresciuta a Messina e dal 1989 vive a Roma. Giornalista professionista, lavora al “Corriere dello Sport” dal 1991. Ama raccontare le donne. Si è occupata di calcio femminile, sostenendo sulle pagine del suo giornale la battaglia contro pregiudizi, stereotipi e discriminazione di genere. Del calcio in generale l’attrae la potenza di aggregazione e condivisione, meno le partite. Non è tifosa, ma simpatizza. È convinta che lo sport possa salvare la vita. Giocava a basket, nonostante l’altezza, è sempre a dieta, non ha mai tinto i capelli, legge sempre e ascolta audiolibri, ama il mare in modo viscerale e la Sicilia in modo possessivo, si commuove sullo Stretto, è orgogliosa di essere cittadina di Roma, ha tre figli nel secondo tempo dell’adolescenza che, se non si allunga un altro po’, forse sta finendo.
Nel 2015 ha esordito in narrativa con La dittatura dell’inverno per Mondadori. Nel 2019 con Mondadori Ragazzi ha pubblicato Volevo essere Maradona (biografia romanzata dell’ex calciatrice Patrizia Panico), finalista al Premio Bancarellino e di cui la Lux Vide ha acquistato i diritti per produrre una serie tv. Nel 2022 è uscito per Arkadia Il resto di Sara, del quale esiste anche la versione audiolibro de Il Narratore.

:: Morte di una ragazza speciale di Luigi Guicciardi (Damster 2023) di Patrizia Debicke

15 dicembre 2023 by

In un piovoso ottobre modenese già intorpidito dall’umido abbraccio autunnale, la casuale scoperta sulle riva del fiume, il Panaro, fatta da un cane, di un cadavere di una ragazza, sigillato in un grosso sacco di plastica da rifiuti, allo stesso tempo spaventa e incuriosisce tutta la città. E non solo perché la generale emozione, diffusa a macchia d’olio, diventerà addirittura scioccante quando, dopo i primi riscontri autoptici del medico legale, Salvatore, “Turi”, Coco, si scoprirà che la vittima è Maria Leonardi, una sedicenne con la sindrome di Down ma di straordinaria bellezza, amata figlia di una ricca famiglia borghese. La ragazza, misteriosamente scomparsa tre anni prima senza dare segno di sé con una inesplicabile fuga, si pensava, dall’ esclusivo istituto per ragazzi con disabilità dove viveva, non era stata mai più ritrovata. In seguito sua madre, non riuscendo a sopportare il peso del dolore, si era tolta la vita.
Le risultanze dell’autopsia diranno che la vittima, selvaggiamente colpita a morte, è deceduta per emorragia interna. Al momento dell’omicidio Maria era incinta di cinque settimane. Ma le risultanze diranno anche che il suo corpo è stato conservato altrove, in luogo molto umido adatto a favorire la mummificazione e solo di recente abbandonato lungo il fiume. Un cold case, dunque e di ardua soluzione per il giovane commissario Torrisi, uno tra più giovani di tutta Italia, nel secondo romanzo poliziesco d’indagine di Luigi Guicciardi che già con il suo “Il ritorno del mostro di Modena” , aveva introdotto nella narrazione un personaggio molto diverso dal suo consueto protagonista. Un altro commissario dunque che, diversamente dal catanese Cataldo, è un modenese quasi doc, insomma della provincia, perché nato a Samone, un paese vicino a Guiglia. Un “nuovo” commissario di 30 anni più giovane di Cataldo, e che per questa seconda avventura Guicciardi ha deciso di far affiancare dall’ispettore Fabio Carloni, più o meno coetaneo di Torrisi, fresco di nomina e di assegnazione, arrivato in questura da appena sei mesi a ricoprire il posto dell’ispettore Leonardi, trasferitosi per amore al termine dell’indagine precedente.
Un collaboratore Carloni con il quale Torrisi subito si è trovato bene e che si rivelerà per lui presto quasi indispensabile.
Intanto già dai primi rilevamenti in loco, il medico legale ha constatato che il cadavere presentava un processo di saponificazione progressiva ed essicazione dei grassi. Tradotto per chi non sa : un fenomeno fisico che blocca la decomposizione trasformando il corpo umano quasi in una mummia. L’imballaggio nella plastica poi ha contribuito a preservarlo. Tanto che la morte delle ragazza, poco più che un’adolescente, potrebbe addirittura risalire ad anni prima, magari a subito dopo la sua sparizione.
Il commissario Torrisi indirizzerà le sue indagini prima interrogando la famiglia della ragazza morta e quindi il padre e lo zio e subito dopo gli ospiti e lo staff direttivo terapeutico, infermieristico e di insegnanti di varie discipline di Villa Melania, l’ elegante ed esclusivo istituto privato dove viveva e studiava Maria. Struttura tuttora sostenuta economicamente dal padre della vittima che dopo la morte della moglie si è anche sposato con la direttrice , giovane donna preparata professionalmente e molto determinata.
Un istituto governato secondo una moderna concezione direzionale sempre più indirizzata e specializzata nella cura e nell’inserimento nella vita di allievi diversamente abili.
Ma la strada di Torrisi sarà lunga e in salita da percorrere, costretto a districarsi tra psichiatri e ippoterapeuti, insegnanti ambigui e preti psicologi, impegnati a operare tra casi di catatonia, sindromi di Down o di lucidi ma apparentemente anaffettivi Asperger. Un’inchiesta portata avanti a fatica, superando le differenti reazioni della gente di fronte all’handicap: troppo spesso accolto con impreparazione, cinismo, imbarazzo, stupidità, ma talvolta per fortuna anche con amore e altruistica solidarietà. Un mondo particolare quello che concerne i diversamente abili , difficile e affascinante, in cui calarsi e muoversi con delicatezza e attenzione: questa volta portato a rappresentare il fulcro di un romanzo giallo.
Si dovrà cercare in tutti modi, battendo a tappeto la zona, ad arrivare a individuare dove e perché sia stata assassinata Maria, riuscire ad aprire un varco e superare il muro di complice silenzio offerto da una piccola comunità decisa a ogni costo a proteggere la propria immagine.
Ma qualcosa di orribile si è innescato. Il male vorrebbe continuare a nascondersi ma appena il commissario arriva a percepire quale potrebbe essere l’atroce verità, il peggior orrore pretende di riappropriarsi del palcoscenico. Per proteggere la sua insospettabile identità, l’assassino infatti ha scelto di colpire e colpire ancora…
Ma Luigi Guicciardi svolgendo ancora una volta con magistrale abilità il suo compito di giallista, affidato e affidandosi al suo commissario di carta, saprà ancora trovare le giuste chiavi per aprire tutte le porte per introdurre il lettore nella soluzione del caso . I conti tornano : chi ha ucciso e perché verrà scoperto, le peggiori ambizioni condannate, l’ordine pubblico ristabilito, ma i ricordi delle persone, pur ridotti a brucianti fantasmi continueranno a esistere e a opprimere la mente di coloro che restano e sono obbligati ad affrontarli.

Modenese, insegnante di liceo e critico letterario, Luigi Guicciardi è il creatore del commissario Cataldo, poliziotto al centro di una lunga serie di mystery cominciata con : “La calda estate del commissario Cataldo”; “Filastrocca di sangue per il commissario Cataldo” – entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. L’ultimo, del 2023, è Il commissario Cataldo e il caso Tiresia.

:: Morte sotto le macerie. Il commissario Oppenheimer e la banda dei fazzoletti gialli di Harald Gilbers (Emons 2023) a cura di Valerio Calzolaio

15 dicembre 2023 by

Berlino. Febbraio 1949. Richard Oppenheimer è un commissario quasi 50enne della polizia criminale della parte ovest e ha una lunga storia alle spalle. Ebreo sopravvissuto solo in quanto marito della cara moglie ariana Lisa, già rimosso dall’incarico investigativo per le sue origini ma poi rimesso sul campo da un gerarca nazista per interesse personale, ora reintegrato in servizio ufficiale e pubblico pur nella dinamica povera e divisa dei primordi della guerra fredda, deve indagare su tre corpi ritrovati casualmente in un’enorme discarica di detriti (una fossa comune in collina), brutalmente uccisi e abbandonati a settimane di distanza. Nella metropoli i quattro settori sono separati (rigidamente quello orientale) e la sopravvivenza ancora dipende dai voli “umanitari” che portano viveri e medicine, mentre l’elettricità è razionata, prevalgono freddo e buio, prosperano le bande criminali. I colleghi sono sulle tracce di una crudele banda di giovani senza scrupoli (riconoscibili grazie a un fazzoletto da taschino giallo), attiva in tutti e tre i settori occidentali, capace di gestire prostituzione, contrabbando e furti con il sostegno di delinquenti di lungo corso e la guida di un ventenne terribile di nome Jo, che si crede Al Capone ed elimina ogni concorrenza. Oppenheimer va a trovare il suo storico informatore nel sottobosco fuorilegge, Ede il Grande, e suggerisce al capo di istituire una commissione speciale fra i dipartimenti omicidi, buoncostume e rapine, ma i misfatti continuano, gli ostacoli oggettivi aumentano, i possibili informatori scompaiono uno dopo l’altro, i rari testimoni vengono intimoriti, minacciati o eliminati, pare si prepari un colpo davvero grosso, piovono soldi e qualcuno dei “suoi” probabilmente fa da talpa. Ci si gioca la vita in tanti.

L’ottimo giornalista scrittore e regista Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969), solido storico di formazione e ricerca, ormai vive nella Germania del Nord e continua a mietere successi con la splendida premiata serie dell’omonimo, giunta al settimo episodio (l’ottavo nel 2024). Esordì dieci anni fa con Berlino 1944 (in Italia nel 2014) e intende arrivare molto in là, quasi alla caduta del muro, valutando nel frattempo come organizzare la biografia dell’interessante protagonista (nato nel 1900), già con trasposizioni cinematografiche e televisive in corso. Finora, dopo l’esordio, in originale: Odins Söhne (1945), Endzeit (1945), Totenliste (1946), Hungerwinter (1947), Luftbrücke (1948), tutti con gli stessi bravi editore e traduttrice. La narrazione è in terza varia al passato (molto sullo stesso Oppenheimer, sui suoi famigli vari, sulla villa in cui è graziosamente ospitato e sugli altri inevitabili conviventi). Come nelle avventure precedenti, la cornice storica è ricostruita con grande accuratezza. Sia l’attività delle bande criminali (almeno quarantaquattro nel Dopoguerra) che gli esordi della fiorente industria cinematografica in mezzo all’archeologia industriale sono ispirate a fatti veri, in fondo si trova una bibliografia di almeno una decina di testi consultati con competenza. Berlino era ridotta a un cumulo di macerie (da cui il titolo) in cui si aggiravano comportamenti noir fra individui disperati alla ricerca di qualunque cosa li aiutasse a sopravvivere, contando sulla eventuale benevolenza degli invasori, i vincitori della guerra. Non c’è mai “occhio pornografico” o morboso compiacimento nelle descrizioni e nei dialoghi, la violenza appare fuori scena, se ne vedono solo i drammatici effetti. Acquavite e whisky appena possibile, raro champagne e ovviamente molta birra. Richard ha fortunosamente mantenuto una bella antica collezione di dischi, questa volta sceglie Haydn e Dvořák. Traduzione di Angela Ricci.

Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969) ha studiato letteratura inglese e storia moderna e contemporanea. Prima di diventare regista teatrale, ha lavorato come giornalista delle pagine culturali e per la televisione. I suoi gialli sono tradotti in francese, polacco, danese e giapponese. Il primo romanzo della serie dell’ex commissario Oppenheimer, Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie (pubblicato da Emons nel 2016), ha vinto il Glauser Preis 2014, uno dei più importanti riconoscimenti per i gialli in Germania, mentre il secondo romanzo, I Figli di Odino, ha ottenuto in Francia il Prix Historia 2016.

:: Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero, Luca Fassina(Oligo, 2023) A cura di Viviana Filippini

9 dicembre 2023 by

“Spaghetti pollo insalatina  e una tazzina di caffè…” così cantava  Fred Bongusto e nel libro “Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero” di Luca Fassina,  edito da Oligo editore, cibo e musica vanno a spasso assieme. Lo scrittore ci porta in un viaggio tra musica e cibo,  facendoci scoprire cosa i grandi musicisti del rock amano cucinare (quando ne sono capaci) e mangiare. Un piccolo saggio che ci permette di addentrarci nell’amore per l’arte culinaria, in particolare quella italiana, da parte di molti artisti. Questo perché nel saggio di Fassina si scopre il fatto che c’è una forte attrazione verso il cibo italiano, questo perché parecchi dei cantanti e musicisti presenti hanno origini italiane e arrivano da famiglie dove ci sono ricette della tradizione che vengono tramandate di generazione in generazione, e  un po’ perché molti  dei protagonisti presenti nel testo hanno assaggiato il  vero cibo italiano, quello non rivisitato e ne sono rimasti conquistati dalla bontà e qualità del prodotto. Interessante è anche il fatto che, tra una pagina e l’altra, ci siano le ricette predilette degli artisti protagonisti con gli ingredienti e questo permette al lettore di sporcarsi le mani preparando il piatto della propria star preferita! Si va dalla storia degli spaghetti della copertina dell’album dei Guns N’ Roses, quel “The spaghetti incident?” uscito nel novembre del 1993, dove la pasta che ci ha reso così noti nel mondo, ma che ha origini nel VI secolo a.C. in Pakistan, e non ha a che vedere solo con la pasta al sugo; per passare alla passione per il burro d’arachidi di Elvis Presley e al Chocabeck di Zucchero, che già ha il dolce nel nome. E poi, che dire del pollo speziato che faceva impazzire Freddie Mercury, dei biscotti con gocce di cioccolato di Joy Romone e del latte e peperoni freddi di David Bowey, cibo principale durante la registrazione di un album o del risotto che ha conquistato i Måneskin? A voi indovinare e scovare quale. “Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero” di Luca Fassina è un perfetto mix tra musica, note e cibo, anche odiato magari ma, soprattutto AMATO dagli artisti, che è vero, loro stessi lo ammettono, a volte non sanno cucinare, ma quando assaggiano i piatti amati o nuovi, preparati da mani sapienti, il cuore, il palato e la mente ne traggono beneficio.

Luca Fassina lavora con la parola scritta da oltre trent’anni: giornalista, scrittore, traduttore e storyteller, è stato corrispondente musicale da Londra e manager dell’entertainment a Parigi. Oggi scrive per Classic Rock e Sergio Bonelli Editore; ha collaborato, tra gli altri, con RollingStone.it, ha tenuto seminari per il CPM di Milano e per la Arizona State University. Per la “Piccola Biblio­teca” di Oligo Editore ha pubblicato “Cucina. Stephen King: ricetta per un disastro” (2022).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’uffcio stampa 1A.