:: Liberidiscrivere Award

12 gennaio 2011 by

 Il 2010 è appena finito ed è tempo di bilanci.

Noi di Liberidiscrivere istituiamo il Liberidiscrivere Award e a votare per il migliore libro del 2010 sarete voi, i nostri lettori.

In questo post potrete lasciare il titolo del vostro libro prescelto rigorosamente edito nel 2010 mi raccomando e resta intesa la possibilità di voto anche ai volumi da edicola che sono sempre esclusi da questo tipo di contest.

Tra due settimane, c’è tempo di votare fino alla mezzanotte di mercoledì 26 gennaio, ci saranno i conteggi definitivi e giovedì la proclamazione del vincitore a cui andrà un piccolo presente di ricordo dell’iniziativa.

Dunque iniziate a votare!

 

GRADUATORIA 

  

IGuerrieri dell’Aria James C. Copertino Edizioni Scudo 179
Oltre l’orizzonte Antonello De Sanctis No Reply 86
L’altra donna Kenia Cedeno Statale 11 Editrice 53
Onda d’abisso curatore Alessandro Morbidelli Orecchio di Van Gogh 23
A Napoli tutti hanno un soprannome Antimo Pappadia Albatros 20
Ambigue Utopie a cura di W Catalano e G F Pizzo Bietti Editore 12
L’ombra del falco Pierluigi Porrazzi Marsilio 10
La legge di Fonzi Omar di Monopoli ISBN 4
Lullaby Barbara Baraldi Castelvecchi 2
Tiro all’italiana Stephen Gunn Mondadori 2
Il Diacono Andrea G. Colombo Gargoyle            2
Quis ut deus Paolo Logli Ad est dell’equatore 2
Pirata, Mammuth e cecchino Alberto Caprara Perrone 1
Scarlett Barbara Baraldi Mondadori 1
Una donna di troppo Carl Hiaasen Meridiano Zero 1
Il giorno dei morti Maurizio De Giovanni Fandango 1
Rex Tremendae Maiestatis Valerio Evangelisti Mondadori 1
Amori e crudeltà dell’Orchidea Rossa Stefano di Marino Edizioni Scudo 1
Il vento del Texas James Reasoner Meridiano Zero 1

Recensione de“La Legge di Fonzi” di Omar Di Monopoli a cura di Valentino G. Colapinto

12 gennaio 2011 by

la-legge-di-fonziLa Legge di Fonzi” Omar Di Monopoli: 293 pp. brossura, prezzo di copertina €14,00 [Edizioni ISBN, 2010]. 

Con un po' di ritardo recensiamo finalmente una delle pubblicazioni italiane più interessanti di tutto il 2010, l'ultimo capitolo della trilogia western pugliese di Omar Di Monopoli (nato a Bologna nel 1971 ma cresciuto a Manduria fin da piccolissimo), ormai diventato vero e proprio autore di culto.

Nessun problema per chi non avesse letto i precedenti Uomini e Cani (2007) e Ferro e Fuoco (2008), in quanto trattasi di romanzi indipendenti l'uno dall'altro sia per protagonisti che per vicende narrate, benché accomunati da stile e tematiche.

All'autore salentino va riconosciuto, infatti, il merito d'aver inventato uno stile barocco, che può piacere o no, ma è sicuramente originale e inconfondibile, e un genere letterario (il western in salsa pugliese) finora inedito nella nostra letteratura.

La cifra stilistica del Nostro è caratterizzata dalla continua alternanza tra registro epico e grottesco, dalla commistione tra italiano e dialetto e dal ricorso frequente a vocaboli aulici o comunque ricercati, il tutto condito con un'abbondante dose d'ironia, a ricordare un po' il latino maccheronico delle opere di Teofilo Folengo (1491-1544).

Per quanto concerne invece le tematiche, è evidente l'influsso sia degli spaghetti western di Sergio Leone e compagni da una parte sia del southern gothic americano dall'altra (vedi autori come Cormac McCarthy o Joe Lansdale).

Il discorso diretto viene riferito privo di virgolette o caporali e la narrazione principale è intercalata dagli interventi di un anonimo compaesano, che funge un po' da coro greco della tragedia (o meglio tragicommedia) narrata.

Così come nel primo capitolo della trilogia e dopo la parentesi garganica di Ferro e Fuoco, l'azione è nuovamente ambientata in un Salento allo stesso tempo immaginifico e iperrealistico, in un paese fittizio del brindisino, Monte Svevo, che rassomiglia non poco ai luoghi che'autore conosce bene

La storia, che è corale e intreccia le vicende di molti personaggi – la maggior parte corrotti o corruttibili, e quindi predestinati alla catastrofe finale – è dominata fin dall'inizio dal temuto ritorno in paese di Nando Manicomio, ex boss del paese e criminale psicopatico, il quale viene inaspettatamente preceduto dal fratello e rivale, Giovanni Pentecoste detto Fonzi, un eremita-giustiziere che ricorda certi cowboy solitari interpretati da Clint Eastwood.

Monte Svevo, epitome di tutti i paesi meridionali, è dominata da una classe politica ed ecclesiastica corrotta, che ha continuato a restare in sella anche dopo la decapitazione della Sacra Corona Unita, con cui a suo tempo era collusa.

In questo ambiente degradato sia economicamente che socialmente e culturalmente – un vero e proprio inferno in terra (anche per l'insopportabile afa estiva), lontanissimo dalla Puglia da cartolina che viene pubblicizzata ultimamente – la redenzione è quasi impossibile e sembra essere alla portata solo dei giovani, fossero pure ladruncoli nazistoidi oppure portaborse dei potenti, perché nessuno è innocente, e quando Fonzi tornerà per fare rispettare la sua “legge” saranno guai per tutti.

Apice del romanzo è la grottesca descrizione della festa patronale, la Giostra Medievale, strumento di narcisismo politico-religioso, che vede la partecipazione eccezionale dell'attore Ron Moss (il Ridge di Beautiful, o almeno si presume…) e la cui conclusione inaspettata ricorda certe esilaranti scene di Ammaniti. E dietro la violenza pulp del libro si nasconde, come già nei romanzi precedenti, un intento serio di denuncia dei tanti mali del nostro sud e della colpevole rassegnazione di molti, troppi meridionali.

In conclusione, La Legge di Fonzi è sicuramente il romanzo più complesso e riuscito scritto finora da Omar Di Monopoli, che conferma il talento palesato nelle sue prove precedenti e nel finale cerca di andare oltre gli schemi del passato, con un'incursione nel fantastico che forse apre nuovi orizzonti per le sue opere future.

Valentino G. Colapinto 

Su gentile concessione dell'Autore, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo: 

   Sàngu ti Giuda, e chi se lo scorda? Ancora ne parlano, mmienz' alla piazza, gli anziani. Se tu alla sera esci e vai sentire di che parlano, solo di quello parlano. Di quello e di lu govérnu maledetto, ca a noialtri povera gente ce lo mette sempre 'ngulo. E sì che qua in paese ne abbiamo visti parecchi, di morti ammazzati. E none uno o due. Parecchi, dico. Perché questa terra di malavita era. E li cristiani si sparavano per strada, none chiacchiere. La Sacra Corona Unita c'avevamo, qua. Roba che si pagava il pizzo uguale alla Sicilia. Peggio che alla Sicilia. Volevi aprire un alimentari? Dàmmu li sordi e paja, se no te lo puoi scordare. Un autolavaggio? Calati prima d'in tasca che poi ti faccio fare quìddu ca vuoi! E se non ti azzittivi, c'era il rischio che venivano sotto casa e ti mettevano una bomba. Bum, bellu mìa, e chi si è visto si è visto… Poi però grazìaddio sono cambiate, le cose: hanno messi in galera i caporioni, e allora la gente respirava. Proprio così: respirava! Cristiani di malaffare ce ne sono e sempre ci saranno, per carità del Signore, quìstu chi lo nega? Però la gente la vedevi, che di uscire di casa non teneva più quella fifa che ti attorcìna lu stommùcu. La gente, a Monte Svevo, avìa ripreso a vivere, mannaggia l'ostia!
Poi è successo quel fatto là. 'Nu fatto brutto assai.
Era una mattina pari a tutte le altre, e in paese si viene a sapere che hanno trovato questo qua pronto per il cimitero. Uno, ispettore della Regione dice che era, incaprettato nella sua macchina e bruciato manco se un vitello cotto alla griglia per la festa della Candelora era. Uno spettacolo schifoso. Come non se ne vedono 'tru li film. Roba che in molti si sono pensati: ma che, arrétu ai tempi di quel biondoddio siamo tornati? E ménchia, non dico per dire, ho visto la gente cacarsela sotto come cagnùli, all'idea.
E poi invece si viene a scoprire che colpa sua era, del più grande figghìu di puttana che ci era rimasto a Monte Svevo: Nando Manicomio: sempre ìddu, maledetto fetente. Uno che se lo vedevi arrivarti dritto in faccia pensavi solo: Cristo mio fai che non m'arruvìna! Anni erano, che prima o poi ci doveva capitare qualcosa di brutto, a quello demonio. E mica s'è capito bene perché l'ha fatto. Gelosia, dicono. Roba che 'sto benedetto cristiano se l'era tentata con la femmina sua – 'na poco di buono, mezza maga, che da allora non si fa più vedere troppo aggìro per timore delle prediche e delle maleparole. Che poi vallo tu a sapere, se le cose veramente a 'sta manéra stanno, quando c'hai a che fare con uno malacarne come a quello!
Due volanti andarono a prenderlo, a Manicomio. Prima una e poi l'altra. Ma quìddu niente, mica era tipo che si spaventava. Ha pigliato la pistola e s'è barricato intru la roulotte sua. E appena uno si avvicinava lui gli faceva fischiare le orecchie a botta di chiùmmu. Andatevene affancùlu, gridava, e sparava. Giuro. Mio genero là davanti teneva la vigna. Cogli occhi suoi l'ha visto. Andate a chiederlo a lui se non ci credete. E quando finalmente hanno fatto irruzione, quello mmucìto mica si è arreso subito. Macché. Continuava ad agitare mani e piedi come uno scalmanato, certe mazzate che non sto qua a dire, non sto, e non c'era Cristo in grado di fermarlo. Però lu fessa mo' stài sotta chiave, e speriamo se lo tengono là dentro fino a quando schiatta, che io di rivederlo in giro non c'ho mica tanta voglia; anzi, proprio per un cazzo!

:: Recensione di Il professionista: Vendetta di Stephen Gunn

11 gennaio 2011 by

professionistaIl professionista: Vendetta romanzo illustrato di Stephen Gunn con tavole in bianco e nero di Francesco Mortarino edito da BD è una nuova avventura di Chance Renard alias il Professionista ambientata a Milano ovvero a Gangland, metropoli corrotta e avvelenata, cinica e violenta cuore nevralgico e punto di congiunzione tra gli affari dell’alta finanza e i traffici del crimine più o meno organizzato. Una città dai mille volti in cui comunità multietniche convivono più o meno pacificamente tra loro, popolando in pochi anni le strade di negozi di kebab, di parrucchieri cinesi, di bazar pakistani, di internet point russi o ucraini, di negozi di souvenir stracolmi di cianfrusaglie e chincaglieria esotica. Chance vi si muove a suo agio, in questo guazzabuglio di razze, dialetti, colori, pronto ad entrare in azione conscio che il pericolo e il rischio sono sempre in agguato. La violenza non dorme mai soprattutto a Gangland città che non ha niente da invidiare alle grandi metropoli americane in quanto a criminalità e ferocia. Non ci stupiamo infatti di vederlo coinvolto sin dall’inizio in un violento assalto ad un furgone blindato fatto ispirato alla cronaca nera recente, la rapina di via Imbonati del ’99, e a decine di film noir e polizieschi e soprattutto ‘poliziotteschi’ anni 70 che costituiscono l’humus dove l’autore prende ispirazione da profondo conoscitore del genere. Nel brutale scontro a fuoco Marcella la sua donna di una notte viene uccisa come uno dei banditi e le guardie giurate di scorta e da qui si innesca una storia di inesorabile vendetta, di tradimento, ma anche di lealtà, di amicizia. Chance Renard vuole giustizia per gli amici caduti e quando il vicequestore Nitti gli propone di indagare sui colpi della banda in cambio della promessa di tenerlo fuori dalle indagini, si butta a capofitto. Fino a ricevere una telefonata di una vecchia conoscenza il colonnello Berloni, presidente della società di sicurezza che si occupava del trasporto dei furgoni blindati contro cui i furti erano sempre avvenuti. C’è una talpa all’interno della società che avverte la banda dei percorsi, qualcuno molto in alto forse uno stretto collaboratore di Berloni. Se Chance la scoprirà riceverà 50,000 Euro. Chance non certo per i soldi accetta e si mette sulle tracce del traditore che lo porterà a scoprire un intrigo degno delle sue avventure più internazionali fino alla resa dei conti finale che lascerà in Chance sempre un po’ di amaro in bocca ma gli consentirà di compiere un gesto di grande generosità in memoria dell’amica Marcella. La Milano di Scerbanenco occhieggia sorniona dalle pagine ed emerge quasi immutata non ostante il passare degli anni e i cambiamenti sociali e politici che la trasfigurano e danno un sapore amaro a questo noir affatto scontato, caratterizzato da una cura paziente nella delineazione dei personaggi, dall’estremo realismo dei dialoghi, dalla capacità di creare atmosfere angoscianti e opprimenti e non solo con l’utilizzo della violenza come detonatore dei conflitti. Tommaso Corso, Caterina Manzelli detta Skate o meglio la Bimba, Guglielmo il Freddo, la banda di Chance che l’accompagna perché è passato il tempo di agire da solo, costituisce una carrellata di personaggi vitali e indispensabili all’aspetto corale dell’azione. Bimba soprattutto quasi una figlia per Chance con il suo punzecchiare continuo e divertito, il suo amore forse non confessato ma evidente, emerge dalle pagine e colora di tenerezza un eroe che non può sempre fare l’ammazzasette come lui stesso dice ad un certo punto del racconto. Vendetta infine è senz’altro il romanzo più di impegno, il più politicamente strutturato di Di Marino come sottolinea Sergio Altieri nella breve prefazione, quello in cui evidenzia i lati più deleteri del malpaese, e tratteggia i contorni di una società contemporaneamente omicida e suicida che tutto sacrifica in nome del dio denaro.
Tra qualche mese poi non perdetevi Gangland Blues su Segretissimo.            
 
Il Professionista -Vendetta. Stephen Gunn, Francesco Mortarino.  Edizioni BD. Pag. 144. Euro 13,00.

:: Niente da capire il nuovo libro di Luigi Bernardi dal 26 gennaio in libreria Perdisa

10 gennaio 2011 by

niente_da_capire«Un fatto non può "tornare" come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile, ha una parte troppo grande. Le nostre leggi si fondano soltanto sulla probabilità, sulla statistica, non sulla casualità, si realizzano soltanto in generale, non in particolare.
Il caso singolo resta fuori dal conto. I nostri metodi criminalistici sono insufficienti, e quanto più li perfezioniamo tanto più insufficienti diventano alla radice. Ma voi scrittori di questo non vi preoccupate. Non cercate di penetrare in una realtà che torna ogni volta a sfuggirci di mano, ma costruite un universo da dominare.Questo universo può essere perfetto, possibile, ma è una menzogna.
Mandate alla malora la perfezione se volete procedere verso le cose, verso la realtà, come si addice a degli uomini, altrimenti statevene tranquilli e occupatevi di inutili esercizi di stile».

Friedrich Dürrenmatt, La promessa

Sui crimini di oggi non c'è niente da capire.
Il crimine fa notizia, indagano persino le trasmissioni televisive. 
Giornalisti, criminologi, sociologi, semplici cittadini, tutti si mettono a caccia del mistero. Un mistero che non esiste. Come già imputava Friedrich Dürrenmatt ne La promessa (citato nell'epigrafe del libro), ognuno tende a costruire un universo da dominare, ma questo universo è una menzogna che si sgretola sotto il peso della propria inconsistenza. 
Il mistero esiste soltanto come accalappiatore di audience, e i tredici racconti di Bernardi smontano il giocattolo e lo restituiscono nella sua nudità, tragica e impietosa. Antonia Monanni è una magistrata inquirente, la vita privata vissuta nei ritagli di tempo, fra un delitto e un altro, i casi criminali che si susseguono a scandirne i giorni. Omicidi efferati che sono soltanto l'esito sanguinario di piccole beghe fra persone che hanno disimparato a vivere.
La collezione delle storie di Antonia Monanni è una sorta di almanacco della cronaca nera degli ultimi anni: storie vere più o meno trasfigurate, storie inventate, storie plausibili. Storie che non rassicurano perché imprevedibili, frutto di quella sconfinata fucina di crudeltà che è la mente umana. Un modo discorde di raccontare il crimine, l'anatomia di gesti senza ritorno che sono la pietra tombale del giallo, del noir e del mistero.

Luigi Bernardi, narratore e saggista, scrive anche per il fumetto, il teatro e la televisione. Il suo ultimo romanzo è Senza luce (Perdisa pop, 2008), un long seller che continua a incantare i lettori.

:: Recensione di Darling Jim di Christian Mørk a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2011 by

Darling Jim di Christian MørkSiete stanchi dei soliti gialli nordici ambientati in interni surriscaldati, pieni di paesaggi innevati, di maglioni di lana a treccia da pescatore dei fiordi, d’introspezione psicologica alla Ingmar Bergman, di badilate in capo al mito che la società scandinava sia all’avanguardia mille e mille anni luce da noi? Allora vi presento Christian Mørk, danese di Copenaghen, da anni trapiantato negli States, autore di uno strano libro Darling Jim, che io non stenterei a definire un horror ma che molti hanno classificato come thriller gotico con sfumature noir cosa che mi fa un po’ storcere il naso ma forse sono troppo rigorosa. Mørk ha scelto un tranquillo villaggio irlandese per ambientarvi una storia in cui i miti che popolano le fiabe celtiche scorrazzano dentro e fuori dalla realtà evocati dalla voce ipnotica e affascinante di Darling Jim un cantastorie itinerante che attraversa l’isola di Smeraldo a bordo di una sgargiante moto rossa. Una scia di sangue segue Darling Jim e toccherà a Niall giovane postino dublinese mettersi sulle sue tracce e svelarci la sua storia. Vicenda inquietante e anche piuttosto cruenta con risvolti decisamente macabri e raccapriccianti degni appunto di un horror tendente al fantasy che non piacerà ai puristi del thriller ma appunto a mio avviso si discosta da questo genere e si avventura in terre ancora inesplorate. In Darling Jim il fantastico prende il sopravvento per cui per apprezzarlo è necessaria un’attitudine all’ irreale. Se si cerca un rigore logico e una precisione chirurgica si finirà per contestare ogni singola scena. Bisogna lasciarsi trasportare dalle parole e della magia del racconto, credere alle favole insomma, lasciare che l’immaginazione ci trasporti in una terra dove l’uomo licantropo non è solo una leggenda. Forse il lato sentimentale è un po’ troppo accentuato come qualcuno ha notato con un certo fastidio ma a me non è dispiaciuto, anzi mi  ha divertito. Infondo è anche una storia d’amore e di mistero, un piccolo divertissement senza pretese scritto bene con intelligenza e vivacità. Marco Piva del sito Corpi Freddi ha avuto modo di conoscere Mørk  a Courmayeur e l’ ha trovato brillante e simpatico, spero di intervistarlo al più presto, dopo tutto Darling Jim seppure con alcuni suoi limiti è un opera che si discosta dalla solita banalità e denotata non pochi tratti originali. Interessante. 

Darling Jim di Christian Mork Traduttore  Giorgio Puleo Prezzo di copertina  Euro 18,00, 2010, 378 pagine, brossura, Editore Marsilio Collana Le Farfalle. Disponibile anche in ebook. 

:: Recensione di Il quarto complice di Kjell Ola Dahl a cura di Giulietta Iannone

9 gennaio 2011 by

coverIn una Oslo autunnale e piovosa dominata dall’oscurità notturna o immersa in una spettrale e grigiastra luce crepuscolare un poliziotto, l’ispettore Frank Frolich incontra la sua ossessione. Per caso, come spesso succedono queste cose, quando uno meno se l’aspetta, quando la propria vita scorre monotona sui binari della normalità, durante le operazioni di polizia per la cattura di un trafficante di carne e sigarette Frolich conosce Elisabeth.
Ed è amore, o perlomeno qualcosa di molto simile alla frenesia amorosa, qualcosa di cui prima di allora l’ispettore Frolich aveva solo letto, o sentito dire, considerandola una fantasticheria.
Elisabeth esercita su di lui un potere oscuro non solo fisico ma anche mentale risvegliando in lui una brama, un desiderio intenso e tormentoso, una passione sconosciuta che lo porta a capire di stare pericolosamente giocando con il fuoco. I campanelli di allarme ci sono tutti.
La sfuggente Elisabeth nasconde dei segreti e Frolich non è ben sicuro di volerli conoscere ma una forza irrefrenabile lo sovrasta, lo spinge a pedinarla, ad indagare su di lei e così scopre la relazione di Elisabeth con una donna innamorata di lei, la relatrice della sua tesi, e soprattutto qualcosa che Elisabeth gli ha di proposito tenuto nascosto e che si decide a svelargli solo messa alle strette, ormai convinta che lui l’abbia già scoperto: è la sorella di Jonny Faremo personaggio di spicco della malavita della capitale norvegese, un balordo, un delinquente che ha scontato tre anni per rapina a mano armata.
Il buon senso, la prudenza a questo punto gli imporrebbero di troncare la relazione, di sottrarsi a questo legame potenzialmente distruttivo, ma lui li ignora e continua incurante di tutto a farsi consumare dall’illusione di un amore senza futuro.
L’atmosfera che si respira sembra uscita da un film noir degli anni 40, i classici archetipi del genere ci sono tutti: il poliziotto duro e tormentato se non proprio corrotto (ma ci siamo quasi), la famme fatale di una bellezza ipnotica e pericolosa, i gangster senza scrupoli violenti e amorali, il colpo che cambia la vita, l’epilogo tragico.
Molto più hammettiano che chandleriano Il quarto complice più che un poliziesco convenzionale è molto simile ad una gangster story in cui il protagonista inizialmente retto e irreprensibile si trova ad un certo punto a guardare nell’abisso, a scoprire lati oscuri del suo carattere che prima non sospettava minimamente di avere.
Il fascino del proibito, l’ossessione amorosa scavano gallerie, producono sconvolgimenti e anche farsi coinvolgere in un omicidio diventa il prezzo da pagare, un incidente inevitabile come immergersi nei bassifondi di una Oslo molto Chicago anni 40, ben lontana dall’idea che ci facciamo delle città nordiche tutte fiordi e salmoni affumicati. Kjell Ola Dahl che ha già pubblicato con Marsilio Un piccolo anello d’oro e L’uomo in vetrina e ci ha piacevolmente sorpreso gettando uno sguardo decisamente nero sul classico giallo scandinavo tutto ottimismo e digressioni sociali  non sta alle regole, improvvisa utilizza l’intreccio, le tematiche, i dialoghi tipici dell’ hardboiled e dalla materia grezza crea qualcosa di nuovo e destabilizzante. Da seguire.

Titolo originale: Den fjerde raneren Traduzione di Giovanna Paternità.

:: Intervista a Michael Robotham

8 gennaio 2011 by

il_manipolatore_1_Salve Michael. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Michael Robotham ? Punti di forza e di debolezza.

Penso che uno dei miei punti di forza sia la capacità di creare dei personaggi molto credibili che vivano e respirino nell’immaginazione del lettore. La gente spesso da per scontato che nei crime o nei thriller l’importante sia la trama ma sono i personaggi che li rendono memorabili. Molto tempo dopo che i lettori hanno dimenticato la trama di una storia, si ricordano i personaggi.
Punti deboli? Odio creare trame che è una cosa strana da confessare. Mi piace scrivere e riscrivere la storia, i dialoghi, le relazioni tra i personaggi ecc … ma non mi piace dover ideare i colpi di scena e le false piste. E’ come giocare a scacchi indossando una benda sugli occhi.

Sei cresciuto in una piccola città australiana, hai iniziato come giornalista per il The Sun a Sydney. Dopo 10 anni come giornalista di successo in Australia e in Inghilterra, hai iniziato a fare il  ghost writer per le celebrità. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia molto idilliaca un’esistenza alla Tom Sawyer in una piccola città, pescando e nuotando nei fiumi. Mio padre era l’ insegnante del paese e mia madre era una infermiera e ha avuto quattro figli in quattro anni, il che significava che ero sempre circondato da fratelli. Quando ho cominciato a pensare di scrivere, ho pensato che Mark Twain avesse rubato tutte le trame migliori. Questa è una delle ragioni per cui sono diventato giornalista – volevo vedere il mondo e raccogliere materiale. Il giornalismo mi ha portato in giro per il mondo molte volte – in zone di guerra, durante colpi di stato – ho intervistato tutti, dai presidenti degli Stati Uniti alle pop star ai serial killer. E ‘stata una scuola meravigliosa.

michael_robotham1Quando hai capito che avresti voluto diventare scrittore? Quando hai deciso di passare alla fiction?

Fin dalla mia adolescenza, ma come ti ho già detto, non sapevo cosa scrivere. Quando sei giovane ti senti enormemente fiducioso, è solo più tardi che si insinuano i dubbi. Il giornalismo e il ghostwriting mi ha insegnato quanto sia importante raccontare una bella storia. Scrivendo fiction puoi spendere centinaia di pagine di introspezione intento a guardarti l’ombelico, ma io preferisco esplorare la condizione umana, ponendo i miei personaggi  sotto pressione e vedendo come reagiscono. Quando ero adolescente, mi sono innamorato dei racconti e dei romanzi di Ray Bradbury. Non riuscivo ad ottenere tutti i suoi libri in Australia, così gli ho scritto una lettera tramite il suo editore americano. Mesi dopo, un pacco è arrivato con i libri che non erano disponibili e una lettera di Bradbury mi diceva quanto era felice di avere un giovane fan dall’altra parte del mondo. La sua generosità ha fatto di me uno scrittore.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Gli aspiranti scrittori o odieranno questa storia o ne trarranno ispirazione. Avendo scritto quasi quindici ‘autobiografie’ come ghostwriter, nel 2001 mi sono finalmente seduto a scrivere un romanzo. Ho finito 117 pagine e le ho date al mio agente. Nel marzo 2002, questo parziale manoscritto divenne oggetto di una guerra di offerte al London Book Fair. Stavo tornando in Australia e ricevetti una telefonata alle 3.00 del mattino che mi diceva che gli editori di tutto il mondo si battevano per i diritti. Nel giro di poche ore la mia vita è cambiata per sempre. Non si va a dormire dopo una cosa del genere. Così rimasi sveglio, a fissare il soffitto. Alle sette del mattino l’asta fu battuta … ed era pronto il cast del film di Hollywood. E ‘stato un passaparola enorme, ma anche molto intimidatorio. Non avevo ancora finito il romanzo che tutto questi editori stavano investendo la loro fede e il loro denaro in me. Il sospettato è stato infine tradotto in 24 lingue ed è ancora il mio libro di maggior successo.

Tu sei l’autore di una serie di thriller di grande successo tra cui Perduta, Il Sospetto, Il Manipolatore,  Ferry Night, Bleed for me. Due di loro, Perduta e Il Manipolatore, hanno vinto il  Ned Kelly Award per il miglior romanzo poliziesco australiano. Puoi dirci qualcosa di questa esperienza?

Non credo che le vendite siano  necessariamente influenzate dall’aver vinto dei premi, ma voglio dire che gli editori possono mettere la frase ‘premiato’ nella pubblicità, il che è una bella cosa. Per molto tempo i miei romanzi sono stati molto più di successo all’estero che in Australia. Questa è una delle cose strane che ti succedono lavorando in un settore creativo. Si può diventare molto più noti in un paese straniero che in patria. Vincere il Ned Kelly Award ha contribuito a cambiare tutto questo. Infatti ho cominciato a ottenere un buon riconoscimento anche in Australia, che è ancora più speciale perché è ‘casa’. È il luogo dove i miei figli stanno crescendo. È il luogo dove sono nato.

Leggi altri autori contemporanei?

Penso che stiamo vivendo in un epoca d’oro della letteratura poliziesca. Ci sono grandi autori epici come James Lee Burke e Peter Temple, e cronisti sociali come George Pelecanos, Don Winslow e Dennis Lehane. Recentemente ho scoperto uno scrittore italiano Michele Giuttari, che ha un meraviglioso istinto per le ambientazioni ed è capace di creare personaggi avvincenti.

Qual è stata l’ispirazione per Il sospetto il tuo romanzo d’esordio?

L’ispirazione arrivò anni prima di diventare un romanziere. Stavo lavorando con un’ assistente sociale che ad un certo punto mi raccontò la storia di un tale che andava in un ospedale per adottare un bambino appena nato da una madre adolescente. L’adolescente era mentalmente disabile ed era stata violentata mentre era in cura dallo stato. Un giudice aveva ritenuto che era incapace di badare a un bambino e perciò il bambino fu messo in adozione. Questa povera ragazza non  riuscì a trattenere il suo bambino prima che fosse portato via. Lei urlava mentre l’assistente sociale prendeva il bambino e lo portava lontano giù per il corridoio. Mentre succedeva tutto questo l’assistente sociale guardava negli occhi il bambino e gli poneva la domanda: un giorno avrai intenzione di cercarmi e mi vorrai ringraziare per averti salvato la vita, o mi darai la colpa di aver rovinato tutto? Questa era la stessa domanda che si è presentata nella mia coscienza e mi ha portato a Il Sospetto. Molto spesso alcune persone possono giocare con le vite di altre persone come fossero Dio – giudici, medici, assistenti sociali, psicologi – spesso con le migliori intenzioni possibili … ma cosa succede se si sbagliano?

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Romanzi come Il senso di Smilla per la neve di Peter Hoeg e Una storia segreta di Donna Tarrt, sono spesso descritti come ‘thriller letterari’. Un giorno, se sarò abbastanza bravo, mi piacerebbe scrivere un romanzo così, indipendentemente dal genere.

Quanto è durato il processo di scrittura di Il Sospetto?

Ci ho messo circa un anno per scrivere Il Sospetto – ma ovviamente tutto era nato molto tempo prima nella mia mente. Questa è una delle trappole per grandi scrittori. I primi romanzi nascono spesso dopo anni di lavoro – e si dimentica quanto tutto ciò sia importante. Successivamente il secondo romanzo viene scritto in una frazione del tempo. E’ la sorte che differenzia gli uomini dai ragazzi.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Joe O’Loughlin? Soffre del morbo di Parkinson. Questo fatto non è un po’ un conto alla rovescia limitante che impedisce  in un certo senso lo sviluppo del suo personaggio?

Quando ho creato Joe O’Loughlin e ho deciso che fosse affetto dal morbo di Parkinson, non avevo intenzione di  creare una serie e riproporlo nei libri successivi. Pensavo di stare scrivendo un stand-alone. Alla fine ho fatto un compromesso e ho creato una serie di personaggi che entrano ed escono dai miei romanzi. Quando ho creato Joe, volevo un protagonista che non fosse una specie di James Bond o Jack Reacher, il  tipo di eroe che combatte meglio di tutti e che può saltare e correre più velocemente di chiunque. Volevo qualcuno con una mente brillante, ma un corpo cadente; qualcuno che dovesse ‘pensare’ per sfuggire dal pericolo. Io lo paragono al Prof. Stephen Hawking, un moderno Einstein con un corpo malandato.

Perché hai deciso di scrivere Il Manipolatore?

La premessa centrale di Il Manipolatore  è stata ispirata da due avvenimenti reali accaduti in due posti diversi del mondo. Il primo si è verificato nel nord d’Inghilterra più di un decennio fa. Si trattava di un molestatore telefonico operante nel nord dell’Inghilterra – un uomo che violentava la mente delle donne, piuttosto che i loro corpi. Trovava le sue vittime da colpire sui giornali locali, andando alla ricerca di storie di ragazze adolescenti, campionesse di hockey, o netball, o tennis. Poi aspettava che queste ragazze fossero a scuola e allora telefonava alle loro madri, conoscendo abbastanza informazioni per convincerle che aveva rapito le loro figlie. Questo caso mi ha perseguitato per tanti anni perché ho potuto immaginare le cicatrici psicologiche che ha causato alle vittime. Il chiamante ordinava a queste madri di togliersi i vestiti, e di andare a piedi fuori dalle loro case in luoghi remoti. Qui è dove la polizia le avrebbe trovate, metà congelate, terrorizzate e convinte che agendo così avrebbero potuto salvare le vite delle loro figlie. Io vivo in Australia ora – sulle spiagge del nord di Sydney – ed è qui che mi sono imbattuto in un caso quasi identico a quello della Gran Bretagna. Il modus operandi era lo stesso – utilizzando i quotidiani locali raccoglieva informazioni sulle ragazze e quindi chiamava le loro madri. Nel caso di Sydney, la polizia crede che fino a un migliaio di donne nel corso di un periodo di sei anni siano state lasciate mentalmente segnate dal chiamante. Anche se nel Manipolatore non si fa riferimento a nessuno di questi casi, hanno di fatto contribuito alla storia. E di tutti i miei romanzi questo è forse il più puro thriller psicologico. Non tratta di violenza pura o spargimento di sangue.Tratta di ciò che percepiamo che stia accadendo. L’immaginazione è in grado di evocare destini molto più terrificanti di qualsiasi scrittore o regista di horror di Hollywood.

Il Manipolatore è il tuo libro più oscuro, assolutamente terrificante. Cos’ è la paura per te? Come si può generare?

Può sembrare sorprendente – ma mi spavento facilmente. Io sono il figlio di mia madre. Una volta ha urlato così forte in un cinema che hanno dovuto fermare il film e accendere le luci. Ho tre figlie. I miei incubi ricorrenti  riguardano sempre loro, le immagino in percolo ed io non riesco a raggiungerle. E’ da qui che la paura proviene. Noi tutti l’abbiamo sperimentata. Abbiamo tutti perso di vista un bambino in un supermercato o seduti in una notte di pioggia, abbiamo aspettato qualcuno che ritarda  a tornare a casa. Come scrittore attingo da questi timori.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Il Manipolatore è un thriller psicologico e voglio dire che lo è nel suo senso più puro, perché non è un libro con un numero impressionante di cadaveri, o con scene di violenza iperrealistica. Ma allo stesso tempo è incredibilmente oscuro e senza dubbio il romanzo più spaventoso che ho scritto perché parla di un uomo che stupra la mente piuttosto che il corpo delle sue vittime. La storia è narrata da Joe O’Loughlin, psicologo clinico e docente, che è chiamato a Clifton Suspension Bridge a parlare ad una donna nuda arroccata sul parapetto che minaccia di saltare già. Joe cerca invano di comunicare con lei, ma la donna non lo ascolta. Sta parlando ad un telefono cellulare. Improvvisamente, cade il telefono e cade anche lei e muore. Per tutti i soggetti coinvolti – la polizia, i media, i paramedici e il pubblico – è un altro triste suicidio. Ma tre giorni dopo, la figlia adolescente della donna morta si reca fino alla porta di Joe e gli dice che sua madre non si sarebbe mai uccisa – non così almeno – dato  il suo terrore per le altezze.

Vincent Ruiz, un personaggio secondario di Il sospetto, è il protagonista di Perduta. Qual è la differenza tra Joe O’Loughlin e Vincent Ruiz?

Vincent Ruiz è l’unico personaggio che sia apparso in ogni uno dei miei romanzi – sia come narratore o come un personaggio secondario. Lui è molto diverso da Joe come personaggio. E’un bevitore, un duro ex-detective con tre matrimoni falliti, una madre alcolizzata e una vita di rimpianti. Allo stesso tempo, ha un meraviglioso senso dell’umorismo, è un grande one-liner e ha un punto di vista pratico. Non dico che ha un cuore d’oro – perché è molto più prezioso dell’oro.

Bleed for Me ha come protagonista ancora Joe O’Loughlin. Quando sarà pubblicato in Italia?

Purtroppo, non ho idea di quando Bleed For Me sarà distribuito in Italia. Credo che molto dipenderà dal successo di Il Manipolatore. Ne è diciamo il seguito in cui verrà rivelato ciò che accade a Joe e alla sua famiglia. Spero che i miei editori ne facciano fare al più presto la traduzione perché l’Italia è uno dei miei posti preferiti.

Sei australiano ma ambienti i tuoi libri in Inghilterra. Perché?

Quando ho vissuto in Inghilterra per molti anni ho scritto un romanzo ambientato in Australia (il mio grande manoscritto inedito). C’è qualcosa nella distanza che crea grande chiarezza. Forse è per questo che i grandi scrittori irlandesi come James Joyce e Samuel Beckett hanno vissuto al di fuori dell’Irlanda, quando hanno scritto. Quando sei lontano da un luogo diventa più vivido nella nostra mente. Ho vissuto a Londra per dieci anni, lavorando prima come giornalista e poi come ghostwriter. Ora ho ricordi molto vividi fino al paesaggio, agli odori, al vociare delle strade, così come la lingua.

Mi piacerebbe parlare del tuo processo di scrittura. Vuoi descrivere una tua tipica giornata di lavoro?

Io vivo in spiaggia a nord di Sydney e il lavoro da casa lo svolgo nel mio ufficio seminterrato che le mie tre figlie chiamano il  ‘pozzo della disperazione di papà’. Spesso faccio colazione in un bar vicino alla spiaggia, poi scrivo a mano. Gran parte dei miei primi lavori sono scritti a mano. Ogni due o tre giorni trasferisco i miei appunti sul computer. Circa tre volte l’anno parto in viaggio per il Regno Unito, l’Europa e gli Stati Uniti. Durante questi viaggi faccio ricerche per i romanzi in corso.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

A più riprese negli ultimi dieci anni ho avuto offerte di film. Recentemente una società chiamata Blueprint Pictures – che ha prodotto In Bruge e Becoming Jane si è assicurata i diritti per sei dei miei romanzi con l’intenzione di produrne film per la BBC. Ho già percorso questa strada prima e ho imparato a non trattenere il fiato. Centinaia di libri sono opzionati, ma solo una manciata poi sono resi sullo schermo. Uno dei miei libri ghostwritten Culle vuote è stato opzionato a metà degli anni novanta ed è appena stato realizzato anche un film: Arance e il sole che uscirà quest’anno.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Ce ne sono così tanti. Sono un grande fan di John Irving, Joseph Heller, Richard Ford, John Banville e William Boyd. Sulla scena del crimine, non si può andare oltre James Lee Burke, Peter Temple, Don Winslow e Dennis Lehane. E come un nuovo arrivato – io sono in soggezione in presenza di Gillian Flynn, i cui primi due romanzi sono notevoli.

Ti piacciono i tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente che ti è successo durante questi incontri.

Amo fare tour promozionali. Per la maggior parte dell’anno sono chiuso nella mia scatola, scrivo in completo isolamento e poi ogni tanto mi avventuro fuori e divento un po ‘folle. Ogni scrittore ha un incubo di puro orrore quello di fare una presentazione e non trovare nessuno. Una volta ho fatto un discorso in cui sono venute tre persone  – uno di loro in carrozzina. In un altro tour, sono andato in una città con una popolazione totale di 160 persone, 75 delle quali sono venute per vedere me. Avrei potuto concorrere per fare il sindaco. In Spagna sono stato una volta interrogato da un membro del pubblico che mi riteneva personalmente responsabile ed è un fatto storico australiano  terribile del trattamento degli aborigeni. In Germania c’era Miss Ottobre di Playboy ad una delle mie presentazioni. Probabilmente per quello c’era tanto pubblico( sorride).

Hai molti fan. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Adoro i fan. In Olanda in molti si sono presentati al mio albergo solo per dire ciao. Erano solo uno o due alla volta ma mi sentivo come una rock star. I lettori possono contattarmi tramite il mio sito web o su: michael@michaelrobotham.com. Cerco di rispondere ad ogni email, ma ci vorrà un po’ di tempo perché possa tornare tra la gente.

Puoi dirci qualcosa su The Wreckage?

Questo è un altro punto di partenza per me. Non voglio scrivere sempre lo stesso libro due volte e quindi questa volta mi sono spostato nel territorio di John Le Carre. The Wreckage è un thriller con al centro un grande complotto internazionale ambientato a Londra, Washington e in Iraq che coinvolge agenti clandestini e nazioni potenti che cercano di seppellire segreti e manipolare la verità, a prescindere dal costo. Ambientato in seguito alla crisi finanziaria globale, il romanzo inizia a Baghdad, dove il giornalista e premio Pulitzer Luca Terracini sta indagando su una serie di rapine in banca con esiti mortale che coinvolgono decine di milioni di dollari. Nel frattempo, a Londra, un ex poliziotto Vincent Ruiz salva una giovane donna, Holly Knight, da un fidanzato violento, ma si sveglia la mattina dopo scoprendo che lei lo ha derubato. E ‘stato un set up – una truffa elaborata. Intenzionato a trovare Holly, Ruiz scopre il corpo martoriato del suo ragazzo e si rende conto che alcuni uomini potenti stanno cercando la ragazza. Che cosa ha rubato di così importante? Altrove in città, Richard North, un banchiere internazionale, è scomparso da cinque giorni, lasciando una moglie incinta e un figlio piccolo. Nessuno sembra prendere sul serio la sua scomparsa, eppure è la chiave per capire ciò che sta accadendo in Iraq e a Londra. The Wreckage ha per tema la politica, il denaro e il potere. Chi ha, chi vuole e chi è in ultima analisi, sta pagando …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio  nuovo libro non ha ancora un titolo. Ho appena iniziato a scriverlo – ma ha di nuovo per protagonista Joe O’Loughlin. Tutto quello che so per certo è che inizia con il ritrovamento in un fiume ghiacciato del cadavere di un’ adolescente scomparsa da quattro anni. E ‘chiaro che è stata viva durante questo periodo, ma imprigionata da qualche parte. Il cuore del problema, però, è che con lei era scomparsa anche la sua migliore amica, e quindi si pone la domanda: la sua amica è ancora viva o è ancora prigioniera?

:: Intervista con Lisa See a cura di Giulietta Iannone

7 gennaio 2011 by

Lisa SeeCiao Lisa. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Lisa See? Punti di forza e di debolezza.

Wow! Subito al dunque! Vediamo. Penso che i miei punti di forza siano che sono una buona madre, moglie e figlia. (Mio figlio si è sposato questa estate e mi auguro che presto sarò anche una buona nonna. Ma mi raccomando non dire a mio figlio e sua moglie quanto desidero diventarlo!) Sono una persona piuttosto solitaria e molto introspettiva, ma non ostante questo mi sono spinta a uscire nel mondo per condividere i miei pensieri attraverso la mia scrittura. Mi sono anche spinta ad uscire dalla stanza dove lavoro per uscire e far parte di una comunità più grande. Faccio volontariato per diverse organizzazioni e sono anche Commissario della città di Los Angeles. L’arte, la musica, la storia, e la mia città significano molto per me, così faccio quello che posso per contribuire a mantenerli vivi e vibranti. Punti deboli? E’ divertente ma penso che alcuni dei miei punti deboli si siano rivelati essere alcuni dei miei più grandi punti di forza o, almeno, le cose che mi hanno aiutato a crescere come persona. Io sono solitaria, ma anche una scrittrice. Sono introspettiva (qualcuno potrebbe definirmi Moody), ma è un qualcosa che uso anche nella mia scrittura. Sto male molto facilmente, e certamente chi ha letto qualcuno dei miei libri sa che io uso anche quello per i miei personaggi. Posso anche essere orgogliosa. Io lo odio questo! Ma ho usato questo in molti dei miei personaggi, e non va mai a finire bene per loro. Infine, non mi piace fare ginnastica, ma mi sforzo di farla cinque giorni a settimana. Per ora, devo ammettere a malincuore l’ho un po’ trascurata .

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata a Parigi ma cresciuta a Los Angeles. Sono in parte cinese. Il mio bis-bisnonno proveniva dalla Cina e arrivò in California per lavorare alla costruzione della ferrovia transcontinentale. Il mio bisnonno è stato il padrino / patriarca della Chinatown di Los Angeles. Non sono tutti  cinesi, ma sono cresciuta in una famiglia in cui la parte cino americana è molto numerosa. Ho circa 400 parenti di Los Angeles, tra cui ci sono circa una dozzina che mi assomiglia, con i capelli rossi e le lentiggini. Ho vissuto con mia madre quando ero una bambina, ma ho passato un sacco di tempo con i miei nonni e altri parenti nella Chinatown di Los Angeles. Quel posto significava e significa tanto per me. La mia mamma e io ci muovevamo molto, quindi Chinatown è stato una costante nella mia vita. Ho amato il negozio di antiquariato della mia famiglia. Il negozio era situato in un edificio ultimo residuo della città cinese, un’attrazione turistica che aprì nel 1937 ed è l’ ambientazione principale di SHANGHAI GIRLS. Naturalmente, io uso molte delle persone, dei luoghi e della cultura della parte cinese della mia famiglia nella mia scrittura. I lettori più esigenti potranno riconoscere un personaggio cardine in ognuno dei miei libri. Prende forme diverse, fa diversi lavori, e vive in tempi diversi, ma c’ è sempre mia nonna. Scrivere personaggi di finzione basati su mia nonna mi permette di stare con lei ogni giorno, anche se è andato via ormai da molti anni. Sapevo tre cose su di me quando ero piccola. Non avrei mai voluto sposarmi, non volevo avere figli, e ho sempre voluto vivere con la valigia. Ho trascorso due anni fuori dal college viaggiando per l’ Europa. Per tutto il tempo mi chiedevo come avrei potuto vivere la mia vita nel modo che avevo immaginato e come avrei potuto essere in grado di permetterselo. Una mattina, quando vivevo in Grecia, mi sono svegliato e come nei fumetti mi si è accesa una lampadina nella mia testa. Ho pensato, Oh, potrei fare la scrittrice! Ma è chiaro che non mi conoscevo molto bene, perché poi mi sono sposato e ha avuto figli. Ho trascorso un sacco di tempo con la valigia però! Sono andata alla Loyola Marymount University, dove gli studi di greco moderno erano molto importanti. Sono sposata con un avvocato. Ho due figli, Alexander e Christopher.

La parte cinese della tua famiglia ha avuto un grande impatto sul tuo lavoro. Ti senti più cinese o americana?

A questo tipo di domanda è molto difficile per me rispondere. Che cosa ti rende cinese? Dipende da come uno si guarda, da come ti senti dentro, da come allevi i tuoi figli? La maggior parte delle persone non sanno rispondere a questo tipo di domanda ma io proverò a farlo. (Anche se devo dire che paragonandomi con i miei parenti di sangue cinese, si vede che sembriamo molto simili. Noi siamo della stessa altezza, della stessa generazione, delle stesse proporzioni dal ginocchio al piede, fianco a fianco. Ho la stessa mascella e gli occhi stessi del mio bisnonno. Solo la mia colorazione è diversa.) Comunque, per rispondere alla tua domanda, il mio background cinese ha influenzato tutta la mia vita. Dal modo in cui ho cresciuto i miei figli, a quello che mangio. Dalle  piante nel mio giardino a come decoro la mia casa. Ho un medico occidentale, ma il mio medico principale è cinese  e pratica la medicina tradizionale cinese. Ma per come la vedo io sarò sempre “fuori”. Nella Chinatown di Los Angeles la gente mi conosce. Ma quando vado in altre comunità cinesi o in Cina, la gente mi vede come un outsider a causa del mio aspetto. Quando vado nella comunità bianca qui negli stati Uniti la più numerosa, la gente mi guarda e mi parla come se ci appartenessi anche io, ma dentro mi sento molto spesso straniera. Non mi piace il loro fanatismo e razzismo. In entrambi i mondi, sono un po ‘fuori. Penso che questo mi abbia fatto diventare una scrittrice migliore e certamente più interessante.

Quando hai capito che saresti diventata una scrittrice?

Per lungo tempo, non volevo essere una scrittrice. Mia mamma è una scrittrice e il padre di mia madre era uno scrittore. Volevo fare qualcosa di diverso. Ma poi sono diventata uno scrittrice! Mi sento come se fossi stata in un apprendistato permanente. Ho imparato molto sulla scrittura da mia madre cose che molte persone ci impiegheranno anni e anni ad imparare o che non si potranno imparare mai . La scrittura era letteralmente nel mio sangue. Ho sempre detto che era una buona cosa che i miei non fossero idraulici.

Sei un giornalista e scrittrice. Sei stata una corrispondente del Los Angeles Times, del Washington Post, di Cosmopolitan e del Publishers Weekly. Dimmi qualcosa su questa esperienza.

Ho passato molto tempo facendo la giornalista. Quel lavoro mi ha insegnato due cose importanti che io uso tutti i giorni come scrittrice anche adesso. In primo luogo, sempre rispettare le scadenze! Quando si scrive per un giornale o una rivista, si deve rispettare la scadenza. Non ne ho mai persa una e spero di non farlo mai. Non posso dirvi quanto il mio editore apprezzi questo. In secondo luogo, saper porre domande e saper ascoltare. Come giornalista, ho intervistato un sacco di gente. Ora, durante le ricerche per i miei libri ancora di più. (Per SHANGHAI GIRLS, probabilmente ho intervistato circa 100 persone.) Ho fatto domande emotivamente difficili: come è morto il tuo bambino ? Come ti sei sentita dopo? Come è stato quando siete stati rapiti? Come ti sei sentito quando eri a Angel Island? Com’è stato avere i piedi legati? Dovete sapere come e quando fare le domande. Ma bisogna anche sedersi, aspettare, ed ascoltare. Questo richiede grande pazienza e un sacco di tempo, soprattutto quando si sta intervistando qualcuno e gli si chiede di ricordare cose avvenute degli anni Ottanta o Novanta.

Perché hai deciso di scrivere Montagna d’Oro: L’Odissea di cento anno della mia famiglia cino-americana ?

Sono cresciuta ascoltando storie dei miei bisnonni e sempre le ho trovate interessanti. Non ero la sola. Molte persone nel corso degli anni hanno voluto scrivere un libro, un articolo di giornale, o anche fare un film sulla mia famiglia. Per oltre 100 anni, la mia famiglia ha detto di no. Penso che ci siano state due ragioni principali. Da un lato essi sono stati piuttosto arroganti, come in “Perché dovremmo partecipare al vostro progetto?” D’altra parte, erano profondamente imbarazzati e provavano vergogna per alcune delle cose che erano accadute nella mia famiglia. Poi, circa venti anni fa, qualcuno ha avvicinato la famiglia per raccontare la  nostra storia in un libro su importanti famiglie cinesi americane. Ancora una volta, mia zia ha detto di no. Quando ha compiuto 80 anni, le ho dato una copia del libro, che era appena uscito. Il giorno dopo, mia zia mi ha chiamato e ha detto: “Credo di aver fatto un errore. Perché non vieni e ti dirò alcune storie. “Quel primo giorno, ho sentito cose sulla mia famiglia che non avevo mai sentito prima. (Per esempio, il mio bisnonno aveva quattro mogli, non due, come avevo sempre sentito dire.) Ho continuato a tornare e a sentire sempre più storie, e una cosa tira l’altra.

I tuoi romanzi Flower Net, The Interior, Dragon Bones, Snow Flower and the Secret Fan, Peony in Love and Shanghai Girls sono tutti best sellers. Qual è il segreto del tuo successo?
Non tutti i miei libri sono stati bestseller. I miei primi libri sono stati acclamati si ma è successo un fatto strano. Ho avuto ottime recensioni, ma la gente non ha letto i libri. Sono molto grata  per quei primi anni di relativa oscurità, perché mi hanno permesso di fare ciò che è più importante per uno scrittore: scavare a fondo per trovare la verità della vita delle persone e delle emozioni. Le emozioni sono quello che ci guida. Alla fine della giornata o alla fine della nostra vita, sono le emozioni  che contano veramente. Siamo stati amati e abbiamo amato? Hmmm …. Vedo che questo non risponde alla tua domanda. Quindi, mi permetta di provare di nuovo. Non so se ho un segreto. Scrivo ciò che il mio cuore mi dice di scrivere. Io personalmente voglio scavare in profondità e scoprire la verità della vita delle persone, compresa della mia. Sono fortunata che la gente voglia affrontare quel viaggio con me.

Quale è il tuo romanzo preferito?

Ecco è come chiedere quale è il mio figlio preferito! Dipende dal giorno!

Sia Shangai Girls che Snow Flower and the Secret Fan sono stati elogiati dall’ Asian Pacific American Awards per la letteratura. E ‘un grande onore?

In realtà, entrambi i libri hanno vinto numerosi premi sia negli Stati Uniti e in altri paesi. Da ragazzina, non ho mai vinto niente. Così ora, vincere un premio letterario è una grande sorpresa, un piacere enorme, e un grande onore. Amo tutto cio!

Fiore di neve e il ventaglio segreto mette a fuoco la vita delle donne cinesi nel 19 °. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Fiore di neve e il ventaglio segreto parla di amicizia, amore e rimpianto. Si svolge in Cina nel diciannovesimo secolo, quando le ragazze avevano i loro piedi legati e poi passavano il resto della loro vita in solitudine con una sola finestra per guardare fuori. Analfabete e isolate,non avavano modo  di pensare, di essere creative, o di provare emozioni. Ma in una contea le donne hanno sviluppato il proprio codice segreto, nu shu – “la scrittura delle donne” – l’unico linguaggio del genere in tutto il mondo. Alcune ragazze hanno vissuto amicizie che sono durate tutta la vita. Hanno dipinto le lettere su ventilatori, ricamato messaggi su fazzoletti, e composto storie, riuscendo così a uscire fuori dalle loro finestre e condividendo le loro speranze, i loro sogni, e realizzandoli. Nella storia, una donna anziana, Lily, racconta del suo rapporto con Snow Flower (il suo “vecchio-stesso”), dei loro matrimoni combinati, delle gioie e delle tragedie della maternità, fino a quando un terribile equivoco scritto su un loro messaggio segreto minaccia di distruggere tutto e separarle. Io credo che la storia abbia ancora oggi una sorta di risonanza e di pertinenza. Molte donne vivono ancora in isolamento. In India e in altre parti del mondo, le donne devono ancora accettare  matrimoni combinati. In Africa, le donne soffrono per le mutilazioni genitali. E in Occidente, le donne subiscono la chirurgia estetica, nel tentativo di essere più belle nella speranza di non perdere il proprio marito. Ciò che mi ha stupito del nu shu è che le donne attraverso la loro scrittura segreta erano in grado di volare fuori dalle loro stanze solitarie, trovando altre donne che volevano ascoltarle, con le quali hanno potuto condividere le loro vite. Anche se le circostanze sono molto diverse oggi, penso che abbiamo ancora tempo per volare fuori dai confini della nostra vita, raggiungere attraverso i campi (in qualsiasi forma), e trovare altre persone che ci ascoltino, ci amino, per condividere le nostre vite.

Puoi dirci un po’ di più sulla tua protagonista, Lily?

Lily è nata in una famiglia povera. Lei è ignorante, e anche quando impara il linguaggio segreto non è mai come dovrebbe essere. I suoi piedi perfettamente legati cambiano completamente la sua vita e lei è in grado di sposarsi in una buona famiglia. (Alla fine lei diventerà Lady Lu.) Ha buone qualità – lealtà e grande amore per Snow Flower – ma le sue cattive qualità sono ciò che la definiscono. Può essere troppo critica. Non è molto indulgente. Personalmente odio queste qualità, e sono cose che ritrovo in me stessa. Quindi cosa ho fatto quando stavo creando il personaggio di Lily, ho preso quegli aspetti di me che veramente non mi piacciono – ma suppongo che ognuno di noi ha queste qualità a un certo punto – e li ho spinti fino all’estremo fino a vedere cosa sarebbe successo.

Shanghai Girls racconta la vita di due sorelle che arrivano a Los Angeles per contrarre dei matrimoni combinati. Stai scrivendo il sequel?

Sto lavorando su un sequel di SHANGHAI GIRLS. Si chiama SOGNI DI GIOIA. Inizia in realtà un po ‘prima della fine dell’ultimo libro, con Gioia che cerca di tornare a casa dopo aver ascoltato la discussione tra la madre e la zia, e aver scoperto la verità sulla sua nascita. Gioia poi fugge in Cina e Pearl la segue. E ‘un’altra grande storia d’amore – tra madre e figlia, sorelle, e tra  quelle donne e gli uomini delle loro vite.

Raccontaci qualcosa della Chinatown di Los Angeles.

In primo luogo, vi posso dire che è cambiata molto da quando ero una bambina. Quando ero piccola, era ancora molto un ghetto. Una serie di leggi obbligavano i cinesi a vivere, a lavorare, e ad andare a scuola a Chinatown. Quasi tutti parlavano cantonese. La gente era povera e senza istruzione. Quando ero una ragazza, la gente si sentiva molto incerta ma piuttosto ottimista. Le leggi erano appena state cambiate. Le persone avevano appena iniziato ad uscire da Chinatown e ad andare in altri settori. I primi americani cinesi stavano andando al college. Allo stesso tempo, la Cina stessa ha “chiuso”. La gente sapeva che non avrebbe mai potuto tornare a casa. L’ America doveva essere la loro casa, così hanno dovuto fare il meglio che potevano. Oggi Chinatown è molto diversa. La maggior parte delle antiche famiglie sono scomparse o si sono trasferite. E ‘ancora un luogo di immigrati cinesi però. Si tratta di etnie cinesi provenienti  dal Vietnam, dalla Cambogia, dalla Tailandia, da Taiwan, e dalla Repubblica popolare cinese. Continuano a venire a vivere e lavorare a Chinatown perché è a buon mercato e perchè possono ottenere posti di lavoro. L’influenza della cultura cinese è ancora molto forte, ma ha un sapore diverso. Ora c’è un tempio cambogiano e un tempio che fu costruito dai boat people vietnamiti per ringraziarele divinità  di aver fatto un viaggio sicuro fino in America. Tutti questi cinesi provenienti da diverse parti del mondo, letteralmente danno a tutti i ristoranti e caffè un sapore diverso. C’è un’altra cosa che rende Los Angeles molto diversa da quando ero piccola. Dato che le vecchie famiglie se ne sono andate e gli affitti sono a buon mercato, gli artisti e le gallerie si sono spostate qui. Quindi è un mix molto interessante di gallerie alla moda, di atelier d’arte all’avanguardia, di ottimo cibo, e si possono trovare gli ultimi negozi di souvenir dei vecchi tempi .

Leggi altri autori contemporanei?

In realtà sono molto attenta a quello che leggo. Quando sto scrivendo un romanzo, non leggo fiction. Non voglio che quelle voci entrino nel mio lavoro, anche inavvertitamente. Ho letto un sacco di non-fiction sul periodo di tempo su cui sto scrivendo approfondendo ogni aspetto della cultura e della vita cinese ho perfino letto poesie di quel periodo. Quando ho finito di scrivere un romanzo, poi divento pazza a leggere tutti i romanzi che ho perso. Trascorro circa tre mesi a leggere praticamente non-stop. E ‘come una vacanza  tutta lettura.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo due libri: REPRODUCING WOMEN: MEDICINE, METAPHOR, AND CHILDBIRTH IN LATE IMPERIAL CHINA (perché sto sempre facendo ricerca), e Spooner (perché Pete Dexter è uno dei miei scrittori preferiti, e essendo in fase di revisione finale per il mio nuovo libro posso permettermi di farlo).

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È questo eccitante?

Molto più che eccitante! E ‘una cosa divertente, ma quando scrivo non penso mai ai lettori. Sto scrivendo la storia che voglio raccontare. E ‘molto solitario il mio lavoro e, di nuovo non penso che la gente lo leggerà. Sono molto fortunata perché la gente di tutto il mondo legge i miei libri. E ‘emozionante, meraviglioso, assolutamente mind-blowing. Sulla mia scrivania, ho una foto incorniciata del poster francese per Snow Flower che era appeso nella metropolitana di Parigi. Questa è una cosa eccitante e pazzesca! Quando sei nella tua camera e scrivi non pensi mai che ci sarà un poster del tuo libro nella metropolitana di Parigi. Almeno io non lo faccio. E tuttavia quel poster era lì!

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Di FIORE DI NEVE E IL VENTAGLIO SEGRETO è stato fatto un film. Ho sentito che andrà in anteprima al Festival di Cannes il prossimo anno, ma ho già imparato che tutto può cambiare nel mondo del cinema. PEONIA IN LOVE è stato opzionato da Ridley Scott. Lo script è stato scritto, ma non so ancora se sarà girato.

Ti piacciono i tour promozionali? Dì qualcosa ai nostri lettori italiani  di divertente su questi incontri.

Moltissimo! Sono riuscita ad andare in posti in cui non avrei mai pensato di andare e non solo in altre parti del mondo, ma anche nel mio paese. Ad essere onesta è molto più divertente e interessante andare in tour a Roma o a  Milano, come ho fatto io un paio di anni fa, che  è in luoghi come Wichita o Cleveland. Ma vuole sapere  cosa c’è di davvero divertente?  La cosa davvero bizzarra è come i lettori in diverse parti degli Stati Uniti o in paesi diversi siano in grado di interpretare sempre i miei libri in modo diverso. Ricordo in particolare il mio primo tour europeo in assoluto del libro Fiore di neve e il ventaglio segreto. Sono andata nei Paesi Bassi, in Germania e in Polonia in circa sette giorni. In Olanda, i giornalisti mi ha chiesto se il libro era stato fatto per una sorta di  espiazione religiosa. In Germania, i giornalisti mi ha chiesto se il romanzo era il mio “manifesto femminista.” In Polonia, numerosi giornalisti mi hanno detto che hanno pensato che il libro fosse un’allegoria per la Polonia! (Cosa che mi ha fatto piuttosto impressione pensando che il modo in cui le donne fossero trattate dagli uomini nella Cina del diciannovesimo potesse essere paragonato a come sono trattate in Polonia  oggi.) E pensare che era un libro sull’amicizia! Questa esperienza mi ha insegnato che ognuno di noi ha una diversa visione di uno stesso libro. Non ci sono interpretazioni giuste o sbagliate. Ognuno di noi porta le sue emozioni. Mi piace molto questo!

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction dal momento in cui hai iniziato a scrivere?

E ‘cambiato molto. Basta guardare gli e-book! Per quanto tempo crede che saremo ancora in possesso effettivo di libri in mano da leggere?

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho già risposto a questa domanda. Sto finendo il sequel di SHANGHAI GIRLS. Sto anche iniziando a pensare a cosa potrei scrivere successivamente.

:: Recensione di Il Manipolatore di Michael Robotham (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

7 gennaio 2011 by

il manipolatoreIn un piovoso mattino di fine settembre Joe O’Loughlin, professore di psicologia comportamentale dell’Università di Bath nella contea di Somerset, si accinge a tenere il suo corso introduttivo nell’aula magna davanti ad un platea di studenti del primo anno.
Ormai è quella la sua vita da quando ha lasciato Londra, e il suo lavoro di analista, per rifugiarsi con sua moglie Julianne e le sue due figlie Charlie ed Emma in un posto più tranquillo, lontano dai pericoli e dai fantasmi del passato. Se non fosse per il tremore dovuto al morbo di Parkinson la sua vita sarebbe perfetta. Ma il destino ha deciso altrimenti, ha deciso di coinvolgerlo in un gioco mortale che presto metterà in serio pericolo tutto il suo mondo, finanche il suo bene più prezioso, la sua stessa famiglia.
Finita la lezione, infatti, sotto un diluvio che dura da settimane, una macchina della polizia lo aspetta. Su a Clifton Bridge c’è bisogno di lui. Una donna sulla quarantina completamente nuda, se non fosse per un paio di scarpe scarlatte dal tacco vertiginoso, con un’inquietante scritta con il rossetto sulla pancia, minaccia di uccidersi.
Joe O’Loughlin non può tirarsi indietro e così si trova faccia a faccia con l’aspirante suicida, solo un paio di metri li separano, ma non ostante cerchi di salvarla non può far altro che assistere impotente ai suoi ultimi istanti di vita.
La donna regge un cellulare appoggiato all’orecchio. Sta parlando con qualcuno. Joe coglie solo alcuni frammenti della conversazione e fa di tutto per attirare la sua attenzione, ma inutilmente. Solo per un attimo la donna lo guarda negli occhi e gli sussurra le sue ultime parole: “Lei non capisce”.
Poi il salto.
La fine.
Per la polizia non c’è dubbio si tratta di suicidio, a confermarlo le decine di testimoni che hanno assistito alla scena, ma Joe sente che qualcosa non torna. Perché quella scritta sul ventre? Perché era nuda? Che significato hanno le sue ultime parole? E soprattutto con chi stava parlando al telefono?
Troppi interrogativi si affollano nella sua mente finchè un fatto inaspettato da concretezza ai suoi dubbi.
La figlia sedicenne della morta, Darcy, lo cerca a casa e lo implora di credere che è impossibile che sua madre si sia suicidata e l’abbia lasciata sola. Anche Sylvia, la sua amica e socia nell’impresa si organizzazione matrimoni, non lo crede. Joe è sempre più scettico e quando anche Sylvia viene trovata morta con indosso solo un paio di stivali diventa certo che si tratti di omicidio. C’è un serial killer per le strade capace di entrare nella mente delle sue vittime, manipolarle e piegarne la volontà fino a spingerle alla morte. Joe percepisce che per fermarlo deve impiegare tutte le sue capacità di analisi e osservazione conscio che il suo nemico è pericoloso, ostile e pronto a colpirlo in una lotta senza esclusione di colpi.
A chi è piaciuto La Psichiatra di Wulf Dorn, e ama gli psicothriller in cui Sebastian Fitzek è maestro, certo non potrà sfuggire Il Manipolatore di Michael Robotham, pubblicato a ottobre del 2010 da Fanucci nella collana gli Aceri.
La mente umana è il luogo del delitto in questo thriller a tinte forti e come ogni scena del crimine necessità di un esperto che raccolga indizi che certo non saranno impronte digitali, tracce di sangue o campioni di DNA, ma pensieri, parole, inconsci collegamenti e nessuno meglio di Joseph O ’Loughlin è l’uomo giusto per fare questo.
Premiato nel 2008 con il Ned Kelly Award come miglior romanzo di crime fiction, giudicato da Stephen King “Un eccezionale romanzo di suspense”, osannato dalla critica anglosassone, Il Manipolatore ha senz’altro le carte in regola per non deludere anche i lettori più esigenti.
Robotham ha senso del ritmo, una scrittura molto scorrevole e vivace all’insegna della semplicità, un approccio decisamente visuale che cattura il lettore basti pensare alla scena iniziale del suicidio, molto potente, drammatica che entra nell’immaginario del lettore e quasi lo catapulta nell’azione.
La trama è molto raffinata, originale, affatto scontata, ogni sua componente è a servizio di un quadro di insieme omogeneo e razionale. Tutto ha una spiegazione, una consequenzialità, uno scopo. L’autore è stato molto attento ad elaborare tutto questo.
I personaggi cono bene calibrati, i legami familiari del protagonista realistici e genuini, la psicologia dell’ antagonista contorta quanto basta, ma non inverosimile.
L’ambientazione, molto british, è caratterizzata da un’ attenta cura dei dettagli.
Consiglio anche a tutti gli appassionati di psicothriller di cercare di recuperare L’indiziato, romanzo di esordio di Robotham, davvero folgorante, edito nel 2005 in versione economica da Rizzoli sempre con Joe O ’Loughlin come protagonista. Non so se sarà facile perché mi risulta che su IBS non sia più disponibile.

:: Recensione di Una donna di troppo di Carl Hiaasen a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2011 by

1Ci aveva già pensato Alfred Hitchcock a giocare al delitto perfetto; dimostrando, con rigoroso cinismo, che non esiste e non aveva certo scelto uno sprovveduto per impersonare il marito Barbablù deciso a far fuori la moglie per ereditare la di lei lauta fortuna.
Immaginatevi cosa può succedere quando è Carl Hiaasen a dirigere le danze.
Di tutto.
Sento qualcuno mugugnare nelle retrovie Carl Hiaasen chi? Beh, vorrei far la parte di quella aggiornatissima, che sa tutto, che ha scoperto Hiaasen al primo libro ancora inedito in Italia, mentre tutti si chiedevano perché cavolo Hiaasen si scrivesse con due a. E invece no. Ho scoperto Hiaasen con Una donna di troppo, divertentissimo econoir scovato dalla astuta ciurma di Meridiano Zero.
Carl Hiaasen è un versatile scrittore americano di origine norvegese che ha iniziato la sua carriera occupandosi di giornalismo investigativo e nello specifico dando calci nelle gengive ai politici intrallazzatori della Florida, sviluppando le sue doti di segugio soprattutto sul tema dello sviluppo edilizio a danno dell’ambiente naturale.
Quando è approdato alla narrativa, conscio che si può fare più danno con la fantasia che con la realtà, non ha mollato l’osso e nei suoi libri ha innestato il valore aggiunto dell’ecologismo militante e della denuncia dell’indiscriminato abusivismo e del sistematico avvelenamento dell’ecosistema.
Ecologismo?
Ecosistema?
Che centreranno con il noir direte voi?
Datemi tempo e dissiperò le vostre legittime perplessità. Una donna di troppo è un noir di nuova generazione, un noir che usa la comicità per fare risaltare ancora di più l’impegno e la meritoria lotta del bene contro il male.
Ma andiamo con ordine partiamo dall’ambientazione: immaginiamo l’ex paradiso naturale della Florida del sud, fenicotteri rosa a go go, acque un tempo cristalline, ora un po’ torbide per i pesticidi ma di notte chi se ne accorge quando la luna scintilla e una coppietta di innamorati naviga su un panfilo da mille e una notte, in una sorta di seconda luna di miele per festeggiare l’anniversario di nozze.
Che quadretto romantico direte voi e invece all’improvviso il dramma. Chaz prende la sua bella e bionda moglie per le caviglie, la ribalta dal parapetto e la scaraventa nelle nere e infestate acque dell’Atlantico a miglia dalla costa compiendo ai suoi occhi il classico delitto perfetto.
Non che sia intrinsecamente malvagio il povero Chaz, che a dirla tutta fa anche un poco di tenerezza tanto è stupido, superficiale, sessualmente promiscuo, pure un lampo di rimorso attraversa il suo universo ma non ha scelta. Ha troppo da perdere, ormai convinto che la moglie sia a conoscenza del fatto che è un uomo corrotto, pagato dal vero delinquente della situazione, Red Hammernut, responsabile del più grave disastro ambientale che la Florida ricordi e che sia sul punto di parlare.
Già, ma Chaz non è un uomo fortunato, non è uno di quei baldi simpaticoni a cui la sorte strizza un occhio e solleva da tutte le responsabilità. Joey Wheeler Perrone non ha nessuna intenzione di morire.
E che fa?
Dopo tutto è un ex campionessa universitaria di nuoto, una sirenetta di tutto punto e cosi nuota tra squali, alghe appiccicose e nefaste, meduse, onde salate, correnti atlantiche, e abbarbicata ad una balla di marijuana, (trenta chili di giamaicana, della migliore), abbandonata da un gruppo di allegri contrabbandieri distratti, approda sull’isolotto di Mick Stranahan, ex detective con uno spiccato senso dell’umorismo, un dobermann svitato, 6 ex mogli e un debole per la bionda Joey che, dopo essersi ripresa dal momentaneo sgomento, medita vendetta.
Da questo momento in poi per Chaz non c’è più scampo e, più sprofonda nelle acque melmose dell’incubo e dei suoi peccati, e più il lettore se la ride con un retrogusto di amarezza e di disincanto legato allo spaventoso inquinamento causato dal massiccio afflusso di fosforo agricolo che ammorba i sistemi palustri degli Everglades rendendo impossibile qualsiasi forma di vita.
In un crescendo mozartiano si arriverà alla resa dei conti finale che non sarà certo considerabile come un lieto fine, ma che cancellerà di sicuro dalla faccia di Chaz il suo indisponente sorrisetto di altezzosa impunità. Vedere per credere il destino che Hiaasen ha in serbo per lui.
Dire che nella traduzione c’è lo zampino di Luca Conti, con la brava Luisa Piussi, mi sembra inutile, ma comunque doveroso perché sembra, si mormora, che ci sia ancora gente che pensa che i libri si traducano da soli.

Carl Hiaasen, “Una donna di troppo”, Titolo originale Skinny Dip, pp. 447, 18 euro, Meridiano Zero, 2010.

:: Intervista a Nicola Lagioia, a cura di Valentino G. Colapinto

5 gennaio 2011 by

1Nicola Lagioia (Bari, 1973) ha scritto finora i romanzi: Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (2001), Occidente per principianti (2004), 2005 Dopo Cristo (2005) con il nome collettivo di Babette Factory e Riportando tutto a casa (2009), con cui ha vinto il Premio Viareggio 2010. Vive a Roma da molti anni e dirige Nichel, la collana di Minimum Fax dedicata alla letteratura italiana. Nel 2010 ha condotto Pagina3, la rassegna quotidiana delle pagine culturali trasmessa da Radio3.

Sicuramente possiedi una padronanza della lingua italiana invidiabile, ma non ritieni che il tuo stile letterario, così voluttuosamente barocco, rischi di allontanare i lettori odierni, risultando ostico a chi ormai si è abituato a comunicare con frasi brevi ed essenziali come un sms o un tweet? E pensi che col tempo la sua scrittura possa semplificarsi, così come accaduto ad altri scrittori?

Mando quotidianamente sms e mail molto brevi. Però quando voglio leggere un libro mi rivolgo a scrittori come Faulkner, o Fenoglio, o il Roth del “Teatro di Sabbath”, o Bernhard, o Sebald, o Proust, tutti autori che usano una lingua che qualcuno magari definirebbe barocca, ma per me è solo complessa.
La letteratura credo debba restituire una complessità, altrimenti viene meno ai suoi compiti. La lingua letteraria, in particolar modo, mi sembra proprio per questo l’antitesi della lingua del potere. La lingua del potere (pensa oggi alla lingua pubblicitaria, anche in politica) funziona per slogan, frasi brevi, semplici, elementari, monolitiche. E questo perché il suo obiettivo principale è la persuasione. Tutto il contrario della letteratura.
Io in realtà ho iniziato con un romanzo scritto per frasi molto brevi, che si intitolava “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj”. Credo che “Riportando tutto a casa” abbia venduto dieci o quindici volte tanto. Non mi interessano i fatturati. Era solo per dire che un pubblico di lettori in grado di affrontare un testo complesso mi pare esista ancora.

Si è soliti mitizzare gli anni ’80 come un periodo (forse l’ultimo per l’Europa) di benessere e spensieratezza, rispetto ai più cupi e problematici decenni successivi. Nel tuo romanzo, invece, ne escono malissimo. Fai aleggiare costantemente un’atmosfera di morte su quel decennio: dagli zombi di Romero (più volte evocati) al disastro dello Space Shuttle Challenger, dalla tragica finale di Coppia dei Campioni all’Heysel alla nuvola radioattiva di Chernobyl o all’epidemia di eroina. Ma erano davvero così terribili quegli anni rispetto al nostro presente?

Non erano terribili, erano stupidi. E il nostro presente, almeno in parte, è il momento canceroso e terminale di quel periodo lì.

Sembra sia in atto un rinascimento letterario pugliese. Per la verità, non si erano mai visti come adesso tanti tuoi corregionali riscuotere gli apprezzamenti della critica (oltre a te penso, per esempio, a Mario Desiati, Cosimo Argentina, Antonella Lattanzi, ecc.). C’è qualcosa che vi accomuna? E ti senti ancora uno scrittore “pugliese”?

Sono uno scrittore italiano che scrive anche di storie ambientate in Puglia. Ma che significa essere “scrittori pugliesi”? Si è scrittori della lingua in cui si scrive, secondo me. E poi sì, certo, hai ragione, mai come in questi anni sono usciti libri interessanti di scrittori nati in Puglia. Cosa accomuna tutti quanti – ammesso che qualcosa in comune ci sia – dovete però capirlo (e magari poi dircelo) voi giornalisti e critici.

Da molti anni dirigi la collana Nichel di Minimum Fax. Il tuo lavoro di editor ti ha aiutato nell’attività di scrittore oppure ne ha costituito, in un certo senso, un freno?

Pur avendo entrambi la letteratura al proprio centro, sono due lavori completamente diversi. Per me dirigere Nichel, o condurre “Pagina3” su Radio3, sono anche modi per non chiudermi in una stanza da solo per anni. Insomma, per lavorare in gruppo, condividere con altre persone rischi, sconfitte e gioie; uscire insomma, seppure in via temporanea, dalla totale solitudine in cui è giusto che uno scrittore si immerga quando scrive un libro.

Recentemente Gilda Policastro ha accusato gli scrittori della tua generazione (per la precisione, quelli nati tra il ’68 e il ’78) di non saper scrivere o di non avere niente da dire. Tra le poche eccezioni ha fatto proprio il tuo nome, lodando il tuo talento affabulatorio. Condividi un giudizio così duro nei confronti dei tuoi coetanei?

Gilda Policastro è più o meno mia coetanea e ha scritto anche lei un libro di narrativa. Tu prima hai citato Antonella Lattanzi, il cui “Devozione” è un romanzo interessante e scritto molto bene. “Gomorra” di Saviano non era affatto male. E così via… Insomma, i buoni libri dei miei coetanei mi sembra che ci siano. Certo, non ne esce uno al mese, ma credo che questo non accada neanche in Francia o in Inghilterra.

Anche Minimum Fax, così come tante altre case editrici, ha ultimamente deciso di non accettare più manoscritti non richiesti da parte di autori italiani e di concentrarsi sulle segnalazioni di agenti e collaboratori. Che consigli daresti allora a un aspirante scrittore con il classico manoscritto nel cassetto?

La cosa più difficile: scrivere un bel libro. Stai sicuro che un editore lo trova. Quelli che pensano – e purtroppo la marea cresce – che per pubblicare un libro le pubbliche relazioni servano più del libro stesso, sono decisamente fuori strada. Magari un libro riescono pure a pubblicarlo, ma da qui a essere degli scrittori ce ne passa. I bei libri, in Italia, un editore lo trovano quasi sempre.

Ultima domanda. Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi prossimi progetti letterari?

Preferirei di no. Sono sempre gestazioni molto complicate.

:: Recensione de Il predicatore di Camilla Läckberg

5 gennaio 2011 by

vI bravi bambini dovrebbero sempre ubbidire ai genitori, ma a sei anni è difficile non subire il richiamo dell’avventura e una luminosa mattina d’estate diventa l’occasione imperdibile per addentrarsi in un territorio proibito, la Gola del Re, armati di elmo da cavaliere e spada di legno. Certo se i tuoi genitori ti dicono di non fare una cosa non lo fanno per capriccio, ma perché può essere pericoloso così quando il piccolo cavaliere della Tavola Rotonda in cerca di draghi si trova davanti al corpo senza vita di una donna nuda capisce in pochissimi secondi che difficilmente disubbidirà ancora ai suoi genitori.
Così inizia Il predicatore con il rinvenimento del cadavere di una donna. Richiamato d’urgenza in servizio Patrik Hedström, futuro padre e compagno di Erica Falck, vede con un certo sollievo andare in fumo le sue ferie e quando si reca sul luogo del ritrovamento ad attenderlo c’è una sconcertate sorpresa: oltre al cadavere ci sono delle ossa e due teschi, con tutta probabilità i resti di due scheletri appartenenti a due donne date per disperse vent’anni prima.
Siv Lantin e Mona Thernblad, due ragazze quasi ventenni, svanite nel nulla nell’estate del 1979. All’epoca l’unico indiziato risultò essere Johannes Hult, denunciato dal suo stesso fratello Gabriel Hult che riferì di aver visto Johannes con Siv Lantin la notte in cui lei sparì. Se uno denuncia il proprio fratello come sospetto di un omicidio non può che esserci una valida ragione e niente di meglio che una faida di famiglia può giustificare tanto odio e tanto rancore.
Senza prove comunque Johannes fu rilasciato per finire suicida poco tempo dopo. Patrik Hedström non ha niente di meglio che questa labile traccia che lo porterà ad indagare con pazienza negli antri oscuri della famiglia Hult erede di Ephraim Hult famoso predicatore non conformista e proprietario della tenuta più fiorente della zona, con molti scheletri nell’armadio, perdonatemi la battuta.
Se pensate che sia facile far emergere la verità dalle sabbie mobili degli intrighi familiari non avete idea di quanto Camilla Läckberg sia capace di complicare le cose tessendo una trama degna del più ostico dramma shakespeariano.
Ma Patrik Hedström ha un asso nella manica sua moglie e non c’è nulla di più determinato e caparbio di una futura madre.
Non anticipandovi molto di più vi dirò che il finale merita tutto il tempo impiegato a cercare di capire cosa stia succedendo. Non ve ne pentirete. Dopo l’enorme successo editoriale di La principessa di ghiaccio che ha messo d’accordo pubblico e critica e in un certo senso ha consacrato Camilla Läckberg come una sorta di regina del giallo scandinavo la casa editrice Marsilio ha tradotto e pubblicato a grande richiesta il secondo romanzo della serie che ha per protagonisti la scrittrice Erica Falck e il suo compagno poliziotto Patrik Hedström ed in patria è giunta già al settimo episodio.
Noi di Liberidiscrivere avevamo avuto modo di leggere e recensire lo scorso anno e facendo un debito paragone se devo essere sincera questo secondo episodio Il predicatore mi è piaciuto indubbiamente di più. Sempre ambientato sulla costa occidentale svedese nel pittoresco villaggio di Fjallbäcka, più che un nome uno scioglilingua, Il predicatore ha il pregio piuttosto raro di unire alla classica indagine poliziesca un’ approfondita e personale analisi della società svedese contemporanea senza apparire troppo didascalica o prolissa anzi mettendo in luce aspetti poco noti come il dissimulato provincialismo, il perbenismo ottuso e conformista, i legami familiari oppressivi che schiacciano l’individualità, l’ ipocrisia, la falsità imperante, il diffuso fanatismo religioso stridente con l’apparente razionalità di una società moderna e laica che ha fatto ottenere alla Svezia lo status di una delle più civili ed evolute democrazie del mondo.
Traduzione di Laura Cangemi.