:: Intervista a Nicola Lagioia, a cura di Valentino G. Colapinto

1Nicola Lagioia (Bari, 1973) ha scritto finora i romanzi: Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (2001), Occidente per principianti (2004), 2005 Dopo Cristo (2005) con il nome collettivo di Babette Factory e Riportando tutto a casa (2009), con cui ha vinto il Premio Viareggio 2010. Vive a Roma da molti anni e dirige Nichel, la collana di Minimum Fax dedicata alla letteratura italiana. Nel 2010 ha condotto Pagina3, la rassegna quotidiana delle pagine culturali trasmessa da Radio3.

Sicuramente possiedi una padronanza della lingua italiana invidiabile, ma non ritieni che il tuo stile letterario, così voluttuosamente barocco, rischi di allontanare i lettori odierni, risultando ostico a chi ormai si è abituato a comunicare con frasi brevi ed essenziali come un sms o un tweet? E pensi che col tempo la sua scrittura possa semplificarsi, così come accaduto ad altri scrittori?

Mando quotidianamente sms e mail molto brevi. Però quando voglio leggere un libro mi rivolgo a scrittori come Faulkner, o Fenoglio, o il Roth del “Teatro di Sabbath”, o Bernhard, o Sebald, o Proust, tutti autori che usano una lingua che qualcuno magari definirebbe barocca, ma per me è solo complessa.
La letteratura credo debba restituire una complessità, altrimenti viene meno ai suoi compiti. La lingua letteraria, in particolar modo, mi sembra proprio per questo l’antitesi della lingua del potere. La lingua del potere (pensa oggi alla lingua pubblicitaria, anche in politica) funziona per slogan, frasi brevi, semplici, elementari, monolitiche. E questo perché il suo obiettivo principale è la persuasione. Tutto il contrario della letteratura.
Io in realtà ho iniziato con un romanzo scritto per frasi molto brevi, che si intitolava “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj”. Credo che “Riportando tutto a casa” abbia venduto dieci o quindici volte tanto. Non mi interessano i fatturati. Era solo per dire che un pubblico di lettori in grado di affrontare un testo complesso mi pare esista ancora.

Si è soliti mitizzare gli anni ’80 come un periodo (forse l’ultimo per l’Europa) di benessere e spensieratezza, rispetto ai più cupi e problematici decenni successivi. Nel tuo romanzo, invece, ne escono malissimo. Fai aleggiare costantemente un’atmosfera di morte su quel decennio: dagli zombi di Romero (più volte evocati) al disastro dello Space Shuttle Challenger, dalla tragica finale di Coppia dei Campioni all’Heysel alla nuvola radioattiva di Chernobyl o all’epidemia di eroina. Ma erano davvero così terribili quegli anni rispetto al nostro presente?

Non erano terribili, erano stupidi. E il nostro presente, almeno in parte, è il momento canceroso e terminale di quel periodo lì.

Sembra sia in atto un rinascimento letterario pugliese. Per la verità, non si erano mai visti come adesso tanti tuoi corregionali riscuotere gli apprezzamenti della critica (oltre a te penso, per esempio, a Mario Desiati, Cosimo Argentina, Antonella Lattanzi, ecc.). C’è qualcosa che vi accomuna? E ti senti ancora uno scrittore “pugliese”?

Sono uno scrittore italiano che scrive anche di storie ambientate in Puglia. Ma che significa essere “scrittori pugliesi”? Si è scrittori della lingua in cui si scrive, secondo me. E poi sì, certo, hai ragione, mai come in questi anni sono usciti libri interessanti di scrittori nati in Puglia. Cosa accomuna tutti quanti – ammesso che qualcosa in comune ci sia – dovete però capirlo (e magari poi dircelo) voi giornalisti e critici.

Da molti anni dirigi la collana Nichel di Minimum Fax. Il tuo lavoro di editor ti ha aiutato nell’attività di scrittore oppure ne ha costituito, in un certo senso, un freno?

Pur avendo entrambi la letteratura al proprio centro, sono due lavori completamente diversi. Per me dirigere Nichel, o condurre “Pagina3” su Radio3, sono anche modi per non chiudermi in una stanza da solo per anni. Insomma, per lavorare in gruppo, condividere con altre persone rischi, sconfitte e gioie; uscire insomma, seppure in via temporanea, dalla totale solitudine in cui è giusto che uno scrittore si immerga quando scrive un libro.

Recentemente Gilda Policastro ha accusato gli scrittori della tua generazione (per la precisione, quelli nati tra il ’68 e il ’78) di non saper scrivere o di non avere niente da dire. Tra le poche eccezioni ha fatto proprio il tuo nome, lodando il tuo talento affabulatorio. Condividi un giudizio così duro nei confronti dei tuoi coetanei?

Gilda Policastro è più o meno mia coetanea e ha scritto anche lei un libro di narrativa. Tu prima hai citato Antonella Lattanzi, il cui “Devozione” è un romanzo interessante e scritto molto bene. “Gomorra” di Saviano non era affatto male. E così via… Insomma, i buoni libri dei miei coetanei mi sembra che ci siano. Certo, non ne esce uno al mese, ma credo che questo non accada neanche in Francia o in Inghilterra.

Anche Minimum Fax, così come tante altre case editrici, ha ultimamente deciso di non accettare più manoscritti non richiesti da parte di autori italiani e di concentrarsi sulle segnalazioni di agenti e collaboratori. Che consigli daresti allora a un aspirante scrittore con il classico manoscritto nel cassetto?

La cosa più difficile: scrivere un bel libro. Stai sicuro che un editore lo trova. Quelli che pensano – e purtroppo la marea cresce – che per pubblicare un libro le pubbliche relazioni servano più del libro stesso, sono decisamente fuori strada. Magari un libro riescono pure a pubblicarlo, ma da qui a essere degli scrittori ce ne passa. I bei libri, in Italia, un editore lo trovano quasi sempre.

Ultima domanda. Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi prossimi progetti letterari?

Preferirei di no. Sono sempre gestazioni molto complicate.

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