Recensione di “Riportando tutto a casa” di Nicola Lagioia a cura di Valentino G. Colapinto

5 gennaio 2011 by

1Riportando tutto a casa è il terzo romanzo di Nicola Lagioia, giudicato fin dal suo esordio con Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (2001) una delle migliori promesse della letteratura italiana. A quasi un decennio di distanza è lecito affermare che la promessa è stata mantenuta, e la vittoria di uno dei premi letterari più antichi e prestigiosi come il Viareggio è da considerarsi come una consacrazione per lo scrittore barese, emigrato ormai da molti anni a Roma dove dirige Nichel, la collana della Minimum Fax dedicata alla narrativa italiana.
Etichettato agli inizi come scrittore postmoderno, Lagioia invece approda con questo romanzo della raggiunta maturità a un crudo realismo (quasi pasoliniano), una balzachiana anatomia della rampante borghesia barese degli anni ’80, colta nel momento di massimo e inaspettato fulgore, cui seguirà l’altrettanto inaspettato e precipitoso declino negli anni ’90 di Tangentopoli.
Lagioia quindi racconta Bari non com’è oggi, ma com’era negli anni della sua formazione, quando veniva paragonata a Milano per il dinamismo economico e la Puglia era considerata la California del sud.
Protagonisti sono tre adolescenti, compagni di classe a partire dal 1985-6, che diventano subito amici pur essendo molto diversi: il gioviale, prodigo e impacciatissimo Giuseppe, figlio di un industriale arricchitosi con capitali sporchi, il bello e tenebroso Vincenzo Lombardi, erede di un principe del foro da lui detestato e che lo fa pedinare da un losco individuo soprannominato lo Sgigno, e l’anonimo narratore, figlio di un commerciante di corredi, cui l’improvviso successo causerà un esaurimento nervoso. Ma anche i ricchi piangono come recitava il titolo di una telenovela di grande successo in quel periodo e, nonostante il benessere materiale che bacia padri e figli, tutti sono pervasi da un’ombra, un malessere oscuro, che finisce per rovinare le loro vite o comunque segnarle per sempre.
Dotato di una padronanza linguistica invidiabile e di uno stile letterario con pochi eguali tra i connazionali, l’autore barese si rivela anche abilissimo nel ricostruire l’atmosfera di un decennio, che ha improntato profondamente tutti quelli successivi con lo sfrenato consumismo e la spettacolarizzazione della vita. Vengono così rievocati episodi tragici come l’incidente mortale di Gilles Villeneuve (8/5/82), la strage dell’Heysel durante la finale di Coppia dei Campioni Juventus-Liverpool (29/05/85), il disastro dello Space Shuttle Challenger (28/01/86) o il disastro di Chernobyl (26/04/86), tutti o quasi appresi in diretta televisiva.
E anche qui – così come nel bellissimo Devozione della concittadina Antonella Lattanzi (già recensita e intervistata su Liberidiscrivere; uno dei più importanti esordi del 2010) – protagonista nascosta è l’eroina. La “roba” assurge a merce perfetta, simbolo di quegli anni ruggenti: facile via di fuga dal conformismo borghese degli odiati genitori ed enorme fonte di business per i trafficanti, che trasformano un intero quartiere barese, Japigia, nel più grande bazar di droghe a cielo aperto di tutta Italia (una Scampia ante litteram, insomma).
Dell’eroina si serve indirettamente Vincenzo, il quale mosso da un’irredimibile malvagità, focalizzata inizialmente sul padre o sulle sventurate spasimanti e poi allargata fino a inglobare anche i più cari amici, decide di trascinarli tutti quanti negli inferi tossici di Japigia, per godere poi della loro rovina. E alla fine del romanzo è il solo ad aver ottenuto il “successo” (unico valore sopravvissuto al crollo del muro di Berlino), il solo non tormentato da rimorsi o ferite che non si rimarginano anche a distanza di vent’anni.
In questo romanzo ogni frase trasuda idee, immagini e spunti, rendendo a volte la lettura un po’ difficoltosa, soprattutto al lettore ormai avvezzo alla prosa tradotta e omogeneizzata dei bestselleristi seriali, ma superato lo scoglio della scarsa abitudine con una lingua ancora e orgogliosamente letteraria, il lettore più perseverante sarà premiato da una ricchezza narrativa ormai rara nella narrativa contemporanea italiana.

Nicola Lagioia è nato a Bari nel 1973. Con minimum fax ha pubblicato Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (2001), e con Einaudi Occidente per principianti (Supercoralli 2004), Riportando tutto a casa (ultima edizione ET Scrittori 2017; Premio Viareggio-Rèpaci, Premio Vittorini, Premio Volponi) e La ferocia (Supercoralli 2014, Super ET 2016; Premio Strega 2015). www.minimaetmoralia.it

:: Recensione Devil Red di Joe R Lansdale

4 gennaio 2011 by

8Alzi la mano chi non conosce Hap e Leonard? coppia improbabile di balordi nullafacenti improvvisatisi investigatori privati figli degeneri e decisamente poco ossequiosi e disciplinati di quel mattacchione texano che di nome fa Joe R. Lansdale.
Ah, ecco vedo che tante mani alzate non ce ne sono e perciò sicuramente converrete con me che nel panorama del noir spiccano come una macchia di sangue sullo sparato candido della camicia di un lord inglese.
Lansdale si è divertito scrivendo la loro saga, giunta all’ottavo episodio, e a volte è lecito domandarsi se non si è divertito troppo, quello che è certo è che i suoi lettori affezionati l’ hanno seguito nelle sue funamboliche digressioni divertendosi con lui con grasse risate a volte sconvenienti a volte decisamente smodate.
Lansdale non ha paura di osare e più lo fa più il divertimento cresce. Premesso questo non voglio certo dire che Hap e Leonard siano una sorta di Stanlio e Olio, le componenti del noir ci sono tutte, c’è una certa dose di cinismo, un pizzico di cattiveria, un nutrito gruppo di assassini psicopatici, botte da orbi, parolacce a go go, ma non l’atmosfera tetra di molti noir di quart’ordine pieni di stereotipi di bassa lega.
Lansdale usa il sarcasmo come un lanciafiamme, l’ironia come esplosivo al plastico, e ci contagia, anche lo stile di questa mia recensione ne risente. Giunti all’ottavo episodio un po’ di stanchezza è d’obbligo ma è anche naturale, il tempo passa, un po’ si invecchia, un po’ si perde l’euforia degli esordi, è tempo di bilanci, il grottesco e il surreale cedono il passo un po’ ad una sorta di esame di coscienza, ad una leggera disillusione da viale del tramonto, la voce narrante di Hap si fa più dolente e amara si impreziosisce di sfumature esistenziali, tocca le corde più profonde dell’anima del lettore scandagliando emozioni impreviste come il rimpianto per le occasioni perdute.
Ma veniamo alla trama di Devil Red senza svelarvi troppo per non togliervi il divertimento. Tutto ha inizio con una spedizione punitiva. I nostri eroi Hap e Leonard si trovano armati di mazze da baseball in un quartiere malfamato della città per fare un favore al loro vecchio amico Marvin Hanson che da poco ha aperto un’agenzia di investigazioni privata e di tanto in tanto si avvale della loro collaborazione come scagnozzi.
La missione consiste nel dare una lezione ad un losco figuro di nome Thomas Traney colpevole di aver picchiato e ripulito dei suoi averi la vecchia signora Johnson, cliente di Hanson. Fatto il lavoro e festeggiato a gelato alla vaniglia e biscotti i due amici si danno appuntamento da Marvin con la prospettiva di un lavoro vero e proprio certo più impegnativo che fare il recupero crediti per qualche vecchietta.
Il giorno dopo fanno infatti la conoscenza con una coppia di clienti di Marvin la signora Juanita Christopher facoltosa vedova dell’alta società e un belloccio amico di famiglia e incidentalmente giornalista investigativo di nome Cason Statler. Il caso è un classico cold case riguardante la morte due anni prima del figlio della signora Christopher, Ted Christopher rinvenuto cadavere assieme ad una ragazza Mimi Marchland in un parco dopo un’ escursione per fare jogging.
Per la polizia si tratta di un caso chiuso, il colpevole chiunque sia stato è ormai sparito da tempo senza nessuna possibilità di rintracciarlo. Per la madre è un delitto su commissione ma nessuno le crede finchè Leonard non nota qualcosa. Su una foto del fascicolo del caso intravede su un albero una sorta di disegno tracciato in rosso: una testa dotata di corna e un volto, un Devil Red, firma del più pericoloso assassino a pagamento che c’è in circolazione.
Ecco lo scoppiettante inizio di un mirabolante viaggio in Luna Park costellato da pericolose vecchie conoscenze che faranno capolino nella folle corsa di Hap e Leonard per salvare la pelle fino alla resa dei conti finale nel più puro Lansdale style. Aver letto Sotto un cielo cremisi in un certo senso aiuta ma non è indispensabile si può leggere Devil Red anche come un caso a sé, come una piccola isola che vive di vita propria. La traduzione di Luca Conti come al solito è impeccabile, non c’è una frase che non scivoli come seta, non c’è un inciampo, un rallentamento, un’ esitazione, Conti ha catturato e reso in modo magistrale lo stile Lansdale diventando più realista del re come si suole dire, non mi stupisco che l’Italia sia il paese in cui si legge più Lansdale dopo l’America.

:: Recensione di L’uomo di neve di Jo Nesbø

3 gennaio 2011 by

6610-Uomo di neve.inddTra gli scrittori di thriller nordici merita un discorso a parte Jo Nesbø, norvegese, nato ad Oslo nel 1960, musicista rock, giornalista, molto amato da Michael Connelly, conosciuto in tutto il mondo per la serie del commissario Harry Hole.
Piemme ha pubblicato Il pettirosso, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto e negli ultimi mesi del 2010 L’uomo di neve a mio avviso uno dei più belli e dalle recensioni entusiaste dei lettori non sono io la sola a pensarlo.
Jo Nesbø ha uno stile particolare, alcuni l’ hanno paragonato allo stesso Connelly, quello migliore degli inizi, e sicuramente Nesbø è il più connellyano degli scandinavi, seppure ha mantenuto un’ impronta oserei dire regionalista molto marcata, non lo si potrebbe mai confondere con uno svedese per esempio.
Quando gli scandinavi tentano di scimmiottare gli americani producono sempre effetti mediocri, ma in questo caso la similitudine è più che altro incidentale. Nesbø ha un stile unico dicevamo, una sua forte personalità, un grande amore per i dettagli, la quotidianità, delinea sfumature del protagonista che a molti scrittori sarebbero sfuggite, non ne fa un eroe senza macchia e senza paura, lo sgualcisce, ne racconta i difetti, i limiti e ce lo rende umano e avvicinabile.
Ho cercato di intervistarlo più volte ma mi sono sempre imbattuta in un ferreo e cortese assistente che mi diceva che in quel momento era in Tailandia o in qualche altra parte sperduta del mondo e non poteva rispondere alle mie domande. Non mi arrendo e speriamo che con il 2011 abbia più fortuna.
Tornando alla trama di L’uomo di neve tutto ha inizio il 5 novembre 1980. Mentre la prima neve cade dal cielo incolore Sara Kvinsland va a trovare il suo amante lasciando il figlio piccolo in auto ad aspettarla. Solo allora vede un pupazzo di neve con gli occhi e la bocca fatti di piccole pietre nere che disegnano un sorriso e le braccia fatte con due rametti. Anche il figlio l’ ha visto e quando ritorna in auto dice alla madre: “Moriremo”.
Vent’anni dopo nel centro di Oslo al cadere della prima neve una donna Birte Becker scompare, anche lei con un figlio, anche lei con un pupazzo di neve misteriosamente immobile nel giardino.
Harry Hole chiamato ad investigare si rende subito conto che qualcosa non torna, e una lettera anonima lo porta a capire che c’è un serial killer ad Oslo che ha deciso di giocare con lui.
Molte donne sono sparite come Birte Becker e tutto sembra collegato alla scomparsa nel 1992 a Bergen di un poliziotto che aveva accettato la stessa sfida che ora Hole si trova a dover affrontare.
Mai come questa volta Harry Hole si troverà vicino alla morte, perché l’assassino lo conosce e gli è molto più vicino di quanto immagina.

Jo Nesbø, musicista rock, giornalista, ma soprattutto autore bestseller e di culto, non solo in Norvegia, dove è stato insignito di prestigiosi premi e i suoi thriller si trovano in ogni casa, ma in tutto il mondo.
Il pettirosso è il suo primo libro, votato in Norvegia come migliore crime novel e presentato in Italia al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha suscitato grande interesse di pubblico e di critica. Per Piemme ha pubblicato anche Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto e L’uomo di neve.

Aggiornamento 2017: il libro diventa un film con Michael Fassbender nei panni di Harry Hole.

:: Recensione de “Peter & Chris. I Dioscuri della Notte” di F Pezzini e A Tintori a cura di Valentino G. Colapinto

3 gennaio 2011 by

I_DioscuriRecensione de “Peter & Chris. I Dioscuri della Notte” di Franco Pezzini e Angelica Tintori a cura di Valentino G. Colapinto 
 

Peter & Chris. I Dioscuri della Notte” Franco Pezzini e Angelica Tintori: 416 pp. illustrato e in brossura, prezzo di copertina €16,00 [Gargoyle Edizioni, 2010]. 

Il cinema horror, per quanto ingiustamente ghettizzato e malvisto da taluna critica, è sempre stato fecondo produttore di icone, attori simbolo assurti all'immaginario popolare. Basti pensare a Lon Chaney jr. (1883-1930), Bela Lugosi (1882-1956), Boris Karloff (1887-1969), Vincent Price (1911-1993) e, infine, all'indimenticabile e irripetibile coppia-horror costituita da Peter Cushing (1913-1994) e Christopher Lee (1922).

Proprio questi due sono i protagonisti dell'ultimo dottissimo saggio di Franco Pezzini e Angelica Tintori, che già avevano dato dimostrazione della loro preparazione nel precedente “The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo”, pubblicato nel 2008 sempre dalla Gargoyle.

Cushing e Lee, sono stati attori per molti versi antitetici e, quindi, complementari. Nelle ventidue pellicole (quasi tutte orrorifiche ma anche fantascientifiche o comiche) girate assieme, soprattutto per la mitica Hammer Film Productions ma anche per altre case di produzione come la rivale Amicus, il primo rivestiva solitamente il ruolo dello scienziato puritano e il secondo del mostro e divoratore di donne. Nella vita reale i due eterni nemici erano invece grandissimi amici, per quanto dotati di un carattere parecchio differente: umanissimo e sensibile Peter, altero (almeno in apparenza) e ironico Lee.

Dopo una sintetica ma completa biografia di entrambi, I Dioscuri della Notte passa a esaminare la collaborazione tra i due, a partire dal formidabile The Curse of Frankenstein-La Maschera di Frankenstein (1957) diretto da Terence Fisher e sceneggiato da Jimmy Sangster, il film che rilanciò l'horror gotico (in anni in cui era di moda la sf) e che permise alla piccola e britannica Hammer di fare concorrenza ai grandi studios d'oltreoceano e in particolar modo l'Universal, famosa per i suoi mostri in b/n tra cui proprio Frankenstein.

Nacque un nuovo tipo di horror, che abbandonava il bianco e nero espressionista usato fino ad allora, restituendo al sangue il suo colore reale, e che spingeva il pedale sulla violenza, il sottile sadismo, l'allusione sessuale e il cinismo delle trame (addio, happy end hollywoodiani!), il tutto accompagnato da una certosina professionalità sia nella recitazione che nella messa in scena, con grande cura per i dettagli e pragmatismo tutto britannico, che consentono di superare i limiti imposti da budget ridicoli in confronto a quelli americani.

Il neovittoriano Fisher raccontava in forme di volta in volta diverse l'eterna lotta tra il Bene e il Male. Non c'era quindi spazio per l'ironia o l'humour nero di un Vincent Price; tutto era maledettamente serio.

Produzioni artigianali e popolari, quindi, ma che riuscirono a raggiungere picchi di qualità impensabili. E buona parte del merito era proprio loro, dei due leggendari protagonisti-antagonisti: Cushing vs. Lee, cui è da aggiungersi il contributo dei già citati Fisher e Sangster.

L'impatto sugli spettatori e la critica dell'epoca fu scioccante, e mentre i primi accorsero a riempire le sale, i secondi si scandalizzarono per il ricorso al colore, la violenza esagerata e la sessualità prominente (in realtà, promessa sulle locandine ma solo allusa sullo schermo e, proprio per questo, molto più conturbante).

Seguirono capolavori come Dracula il Vampiro (1958), il film del successo definitivo della coppia e della consacrazione di Christopher come il Conte Dracula più fedele e fortunato di tutti i tempi.

Nei Dioscuri della Notte vengono analizzati approfonditamente anche altri grandi classici Hammer come The Hound of the Baskervilles-La Furia dei Baskerville (1959), The Mummy-La Mummia (1959), The Gorgon-Lo Sguardo che Uccide (1964), l'avventuroso She-La Dea della Città Perduta (1965) e poi le collaborazioni con l'Amicus nei suoi splendidi film a episodi come Dr. Terror's House of Horrors-Le Cinque Chiavi del Terrore (1965) oppure The House that Dripped Blood-La Casa che Grondava Sangue (1971).

Il duo ritornò a collaborare con Fisher e la Hammer nel fantascientifico Night of Big Heat-La Notte del Grande Caldo (1967) e recitò per la prima volta con l'eterno amico-rivale Vincent Price in Scream and Scream Again-Terrore e Terrore (1970), per arrivare alla doppietta di Dracula AD 1972 e The Satanic Rites of Dracula, con cui la Hammer cercò (senza successo di botteghino) di trasportare il celebre succhiasangue nella Londra contemporanea tra hippy e magnati industriali. Lee e Cushing interpretarono per l'ultima volta i loro due alter ego più celebri. Fu un canto del cigno, che si consumò assieme alla fine della Swinging London.

Nel corso della lunga collaborazione con la Hammer, Christopher Lee ha interpretato per sette volte Dracula, mentre Peter Cushing per sei volte è stato Viktor Frankenstein e per cinque Abraham Van Helsing. E così come quello di Lee è il Dracula cinematografico per eccellenza, così Cushing è probabilmente il più iconico Sherlock Holmes e Van Helsing di sempre.

Ma nei più problematici anni '70 il gotico passa di moda a favore dell'exploitation, che fa ricorso a dosi sempre più massicce di sesso e violenza, un cambiamento di gusti che Cushing e Lee deplorano apertamente – e del resto i due, assieme a Price, detestano lo stesso termine “horror”, preferendo definire la loro produzione con aggettivi come gotica, macabra o fantastica, e prediligono film in cui si lascia spazio all'immaginazione dello spettatore e si dà priorità all'approfondimento dei personaggi.

La fine di un'epoca venne celebrata da House of the Long Shadows-La Casa delle Ombre Lunghe (1983), dove i nostri dioscuri recitavano assieme ad altre due icone del “vecchio horror” come Vincent Price e John Carradine.

Gli autori non tralasciano le tante partecipazioni a serial TV di culto come The Avengers o Spazio 1999 oppure a kolossal come la saga di Guerre Stellari e del Signore degli Anelli, né i documentari e le autobiografie.

L'approccio multidisciplinare di Pezzini e Tintori – che va dall'antropologia alla semiologia e alla sociologia – permette loro, inoltre, una rivisitazione innovativa e interessante di tanti film più o meno noti, che hanno fatto la storia del cinema di genere.

Peter & Chris. I Dioscuri della Notte” è, quindi, un'opera impeccabile – uno di quei libri che fanno la felicità sia dell'appassionato cultore sia del neofita alle prime armi -, giacché riesce a coniugare una ricchissima documentazione e un gustoso apparato fotografico a uno stile narrativo sapiente e scorrevole, rendendo così la lettura piacevole e appassionante come quella di un romanzo.

Al termine della lettura, anche il lettore meno cinefilo sarà conquistato dall'insopprimibile pulsione a riscoprire gli storici cult della Hammer e dell'Amicus, lontani anni luce dallo splatter per teenager dei nostri (tristi) giorni. 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di La lista di Michael Connelly a cura di Giulietta Iannone

2 gennaio 2011 by

La lista di Michael ConnellyDiciamolo subito La lista (The Brass Verdict) edito da Piemme non è una nuova avventura del detective della polizia di Los Angeles, Hieronymus ‘Harry’ Bosch, personaggio fondamentale della produzione letteraria di Michael Connelly. Bosch compare sì, più che altro per una sorta di passaggio di testimone verso il vero protagonista l’avvocato difensore Mickey Haller, entrato in scena per la prima volta nel precedente romanzo Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer) e destinato ad occupare un posto di rilievo nella futura produzione di Connelly. Lo so questo lascerà l’amaro in bocca a molti, ma se si supererà la delusione iniziale Connelly è sempre Connelly e il passaggio tra un police procedural e un legal thriller non è poi così drammatico.
Mickey Haller in fondo è simpatico e in un certo senso si resta in famiglia. A causa degli avvenimenti del romanzo precedente Haller ha passato un anno piuttosto movimentato impegnato a guarire da una brutta ferita dopo essersi preso una pallottola e soprattutto costretto a cercare di uscire da una seria dipendenza da antidolorifici.
Poi la svolta.
Ad Hollywood il suo vecchio amico e avvocato di grido Jerry Vincent viene ucciso e Haller eredita la sua nutrita clientela tra cui la difesa di un pezzo grosso di Hollywood, Walter Elliot, accusato di aver ucciso la moglie e il di lei amante.
Mentre Haller si prepara all’importante difesa il LAPD detective Harry Bosch viene incaricato di indagare sull’omicidio di Jerry Vincent e scopre che forse proprio Haller sarà la prossima vittima del killer.
L’incontro tra Bosch e Haller non è dei più felici, ma non c’è scelta se vogliono risolvere il caso e salvare la pelle non hanno scelta e devono collaborare così Haller seppur riluttante accetta di fare da esca.
Tra colpi di scena ben calibrati e legami famigliari non risolti Haller riuscirà a risolvere il caso e a dimostrare che è ancora ben lontano da gettare la spugna. Il paragone tra Harry Bosch e Mickey Haller è inevitabile ma è anche inevitabile che lo stile di Connelly sia cambiato negli anni in una sua recente intervista ha ammesso che la sua condizione di genitore gli impedirebbe di creare la suspance e la tensione presente nei suoi romanzi iniziali che seppure non ostentavano violenza gratuita la evocavano rendendola ancora più destabilizzante per il lettore.
Ora Connelly è in un certo senso maturato, qualcuno direbbe invecchiato, e il personaggio di Haller ben caratterizza questi cambiamenti di prospettiva. Da fan di Connelly trovo che il suo modo di scrivere sia sempre magistrale anche se diverso. Probabilmente Il Poeta resterà sempre il mio suo romanzo preferito ma da lettrice anche di legal thriller non sono rimasta delusa. E’ quasi certo che Connelly si appresti a mandare Bosch in pensione ma spero che lo faccia con un libro ad hoc in cui rimanga ancora indiscusso protagonista.

La lista Michael Connelly, Piemme, 2010, 419 pagine, rilegato, Traduzione di Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso.

:: Recensione di Incubo di strada di Derek Raymond (Meridiano Zero, 2011) a cura di Giulietta Iannone

1 gennaio 2011 by

1Si chiamava Robert William Arthur Cook, ma gli amanti del noir lo ricorderanno come Derek Raymond, pseudonimo con cui firmava uno dopo l’altro i suoi capolavori: E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il mio nome era Dora Suarez.
Derek Raymond è morto, ormai dal lontano 1994, ma resta uno dei grandi maestri del noir, difficilmente imitabile, difficilmente superabile, perché opera e vita in Derek Raymond si fondono ed acquistano una valenza liberatoria e a loro modo tragica.
Derek Raymond non si atteggiava ad anima dannata, era quello che scriveva, parlava di se stesso, in prima persona esponendosi sempre senza filtri, mediazioni, barriere e per questo arrivava al lettore con tutta la sua carica di violenza e disperazione e provocava ferite, faceva sanguinare, non faceva prigionieri.
Non ringrazierò mai abbastanza Marco Vicentini che con la sua Meridiano Zero ci ha permesso di leggere i suoi capolavori in traduzioni curate che danno a Derek Raymond il giusto posto che merita nella storia della letteratura permettendo anche a coloro che non conoscono l’inglese di immergersi nell’atmosfere tragiche e infette dei suoi libri.
Lo so andrò controcorrente, probabilmente Incubo di strada non verrà ricordato come uno dei suoi capolavori e molti critici si affanneranno a vederci limiti e difetti, ma a mio avviso merita un discorso a parte, merita di essere rivalutato e considerato per quello che è: la storia di un addio, il destrutturato lamento di un morente che con le fluide proiezioni di un incubo getta una luce di speranza e di amore in un mondo dominato dalla violenza, dalla tragica sopraffazione del più forte sul più debole, dall’impossibilità di trovare una strada che porti alla redenzione e alla salvezza.
Una vena insolitamente romantica e non pessimista pervade queste pagine e ci porta quasi agli antipodi di opere ben più tragiche come Aprile è il più crudele dei mesi o Il mio nome era Dora Suarez. Certo non dobbiamo aspettarci un happy end consolatorio o vincitori, ma pur restando nei canoni del noir c’è uno scardinamento del genere, un superamento dei suoi limiti. Vita e morte si intrecciano così fittamente, e in questo mi ha ricordato molto Hugues Pagan, da trovare un canale di congiunzione il sogno appunto  o meglio l’incubo del titolo.
La trama è scarna, essenziale quasi astratta e priva di climax. Non c’è intensità crescente nè concatenamento di avvenimenti né catartica risoluzione e ricostituzione dell’equilibrio, anzi c’è un voluto esatto contrario, un tono smorzato e  spoglio in cui gli sprazzi di cieca violenza sono le uniche note di colore in una tela dove se no emergono i toni onirici del nero e del grigio.
Incubo di strada è un’eccezione, un caso a sé peculiare e straordinario nella sua unicità, fu scritto nel 1988 per il mercato francese e inedito in Italia fino a ora. I bassifondi di Parigi sono lo scenario d’elezione, le strade sporche di pioggia e di corruzione morale e fisica più che gli interni crepuscolari rendono viva e vitale l’atmosfera di disgregazione e perdizione in cui si muovono i personaggi in cui solo il protagonista principale ed Elenya, la sua donna, emergono dando agli altri personaggi la consistenza di gnomi.
La trama dicevamo è destrutturata, a tratti incoerente, priva di consequenzialità, onirica appunto come un quadro surrealista dove non si rispettano distanze e proporzioni.
E’ la storia di un flic, Kleber appunto, un poliziotto invecchiato male e stanco di violenza che ha trovato la sua pace e la sua redenzione nell’amore per la sua donna Elenya, un ex prostituta polacca, bellissima come le donne angelicate del dolce stil novo, strappata dalla strada e dallo sfruttamento del suo protettore.
Kleber è un poliziotto che la strada non ha corrotto, che non è sceso a compromessi, che ha conservato la sua umanità e lo si nota con vivida chiarezza all’inizio del libro durante l’interrogatorio del giovane che ha ucciso la sua donna. Poi il suo carattere prende il sopravvento: la sua incapacità di lisciare i superiori lo spinge a gettare all’ortiche la sua carriera, a prendere a pugni un ispettore gesto che darà il via ad una vera e propria discesa agli inferi.
Prima sospeso dal servizio, poi sempre più coinvolto in affari illegali per proteggere Mark l’amico delinquente che arriverà a coinvolgerlo fino ad un tragico scontro a fuoco che innescherà una spirale di violenza e una guerra aperta con la malavita che vedendolo ormai solo e indifeso potrà attaccarlo senza pietà. Una bomba messa nella sua auto e diretta a lui farà morire accidentalmente Elenya e con lei ogni speranza di amore, di salvezza.
Da questo momento in poi la giustizia tenderà sempre più a confondersi con la vendetta fino all’atto finale, inevitabile, tragico e devastante in cui Kleber troverà la morte. Morte che non sarà altro che il proseguimento di un sogno, il ricongiungimento con Elenya in un altrove in cui la violenza e il male non avranno più ragione d’esistere.

Incubo di strada di Derek Raymond Meridiano Zero collana Meridianonero traduzione Marco Vicentini 2010, 159 pagine, brossura, Euro 13,00.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Presentazione del romanzo “Il giorno dei morti” di Maurizio de Giovanni con Giampaolo Morelli a cura di Cristina Marra

31 dicembre 2010 by

il_giorno_dei_mortiPresentazione del romanzo “Il giorno dei morti” di Maurizio de Giovanni con Franca Leosini e Giampaolo Morelli di Cristina Marra

Affollatissima alla fiera “Più libri più liberi” la presentazione del romanzo “Il giorno dei morti” (Fandango) di Maurizio de Giovanni. Introdotto e moderato da Mario Desiati, editor Fandango, con gli interventi della giornalista Franca Leosini, dell’attore Giampaolo Morelli e dell’autore, l’incontro si è incentrato sulla figura del commissario Luigi Alfredo Ricciardi, della regia Questura di Napoli, già protagonista dei romanzi “Il senso del dolore”, “La condanna del sangue” e “Il posto di ognuno”. Con “Il giorno dei morti” si conclude la quadrilogia legata alle stagioni con l’autunno piovoso e un pò triste della Napoli degli anni Trenta.

È la fine di ottobre del 1931, il primo freddo “arriva sempre di notte, quando tutti dormono, per cogliere di sorpresa” e di notte avvengono i delitti che saranno scoperti al mattino “quando la luce del giorno alzava il velo dalle turpitudini del buio”. All’alba il cadavere di un bambino, l’orfanello Matteo, è rinvenuto seduto sulla panca di pietra dello scalone monumentale di Capodimonte. La vista del corpicino fradicio di pioggia e di un cane che lo veglia a poca distanza, colpiscono Ricciardi al punto da richiedere l’autopsia del piccolo. Supportato dal brigadiere Maione ed in una città in pieni preparativi e divieti per l’imminente visita di Mussolini, Ricciardi, si addentra nei quartieri di Napoli percorsi dalla piccola vittima, indaga e si lascia a dare a ricordi e dilemmi personali e da “uomo destinato a camminare nel dolore” coglie quello del piccolo Matteo e di chi lo ha ucciso.

de_GiovanniFranca Leosini, giornalista Rai, autrice e conduttrice dei programmi su inchieste noir “Parte civile”, “Storie maledette”, “Ombre sul giallo”, ha tratteggiato la figura di Ricciardi, “un commissario atipico, un aristocratico che ha la capacità di vedere gli ultimi momenti di vita dei morti di morte violenta. Ricciardi”, ha continuato Leosini “è una persona molto sola, vive con l’anziana tata Rosa e convive con la sua caratteristica che definisce “il Fatto”. La Leosini scava a fondo nella figura del protagonista dei romanzi di de Giovanni, “Ricciardi oltre ad essere un solitario, non è neppure benvisto dai suoi colleghi perchè è bravo e professionale. Ciò che affascina è il suo rapporto con le persone e lo charme che esercita sulle donne”. La giornalista  ha evidenziato anche lo stile narrativo di de Giovanni, intenso, forte, coinvolgente e la sua scrittura che commuove, fa sorridere, invita a riflettere e diverte. “De Giovanni”, ha concluso Leosini “ per la cura dei dettagli e i dialoghi articolati è davvero un grandissimo scrittore e un ottimo sceneggiatore”.

De Giovanni ha raccontato Ricciardi attraverso la sua Napoli con le parole dello scrittore e gli occhi e il cuore di chi vi è nato e la ama incondizionatamente, “la mia città è bellissima”, ha esordito, “camminarci dentro e respirarla dalle colline verso il mare portandosi nell’anima l’odore del mare, di sofferenza e anche di sporco che si incontra in questo percorso, ti arricchisce di nuove storie”. Il suo protagonista coglie i diversi aspetti di Napoli, ne percepisce profumi e rumori, prova sensazioni ed emozioni che solo alcuni luoghi riescono a trasmettere. Ricciardi pur essendo un aristocratico, abbandona i privilegi e si fa carico del dolore altrui, lo sente e lo condivide.

“In questo romanzo muore un bambino” racconta de Giovanni “e la sua morte e la ricostruzione del suo passato mi hanno profondamente coinvolto. Il piccolo era orfano e balbuziente proprio per far capire con maggiore incisività quanto fosse difficile per un bambino come lui comunicare o far arrivare agli altri anche solo un flebile lamento”. La Napoli de “Il giorno dei morti” è quella chiacchierona e rumorosa che percorre di corsa il piccolo Matteo col suo cane. È la Napoli dei vicoli popolari, della gente povera ma vera. “Essere napoletani” ha concluso de Giovanni “è una gran fortuna anche dal punto di vista narrativo perchè vediamo sempre cose diverse e finiamo per essere un pò noir e un pò umoristici”.

Foto_G__MorelliTre domande a Giampaolo Morelli

Napoletano anche Giampaolo Morelli, attore e sceneggiatore che ha interpretato diversi ruoli polizieschi da “L’ispettore Coliandro” a “Distretto di polizia” ed ha intervallato gli interventi leggendo brani tratti dal romanzo.

Da interprete di ruoli polizieschi, che ne pensi del commissario Ricciardi?
“È un personaggio meraviglioso, ha una solidità e una purezza antiche. un uomo che non mostra ma è, e dati i tempi c’è veramente bisogno  di un personaggio così. Grazie de Giovanni!”
Hai letto brani sulla Napoli sotto la pioggia nell’autunno di Ricciardi. Che rapporto hai con la tua città?
“Credo che come tutti i napoletani che per lavoro sono dovuti andare via ci sia inevitabilmente un rapporto con Napoli di amore e odio. Una città piena di storia, cultura e talenti che purtroppo soffre, che purtroppo ti caccia via. Cinematograficamente parlando è una città che ancora non ha avuto quello che merita. Napoli è meravigliosa!”.
Progetti imminenti?
“Sto girando a Torino una miniserie per RAI 1, “La donna della domenica” tratta dal romanzo omonimo di Fruttero e Lucentini”.
Che ami leggere ?
In questo momento, e ti assicuro non lo sto dicendo per carineria, leggo il commissario Ricciardi, parallelamente alle riprese”.  

Liberidiscrivere vi augura Buon Anno!

31 dicembre 2010 by

Auguri di Buon Anno dalla redazione di Liberidiscrivere a tutti i nostri lettori, che sappiamo numerosi con l'augurio di fare sempre meglio. Buon 2011 ragazzi!

:: Intervista a Tommaso Pincio a cura di Valentino G. Colapinto

31 dicembre 2010 by

pincio2Grazie Tommaso per aver accettato la nostra intervista; iniziamo con le presentazioni. Il tuo vero nome è Marco Colapietro, sei nato a Roma nel 1963 e sul colle Pincio sorge il parco dove giocavi da piccolo; dopo aver frequentato l’Accademia Di Belle Arti, hai cominciato come fumettista e poi hai lavorato alle dipendenze di pittori italiani e stranieri; hai diretto per dieci anni una galleria d’arte internazionale e negli anni Novanta hai vissuto a New York per poi tornare nella tua Roma; ti sei dedicato solo tardivamente alla letteratura. Scrivi sotto pseudonimo e, secondo alcuni, manderesti addirittura un tuo amico alle (rare) occasioni pubbliche cui partecipi. Lo Spazio Sfinito è il tuo secondo romanzo (su cinque complessivi finora). Vuoi aggiungere altro?

È tutto esatto, più o meno. A parte quella storia delle occasioni pubbliche. Non ho mai mandato nessun amico a impersonare me stesso. Se vado, vado.

In un’intervista hai confessato di aver cominciato la tua carriera artistica e professionale con i fumetti. Disegnavi “fumetti porno-horror”, per l’esattezza. Si trattava di cose tipo “Jacula”, “Zora la Vampira” o “Sukia”, oggi diventate di culto? Puoi darci qualche particolare in più?

L’ho fatto per breve tempo. Era un lavoro schifoso, alienante. Dopo qualche mese, provato allo stremo, non ce l’ho fatta più e ho rassegnato le dimissioni. Ero impiegato presso uno studio dove si producevano le cose più disparate, dai cartoni animati per bambini ai fumetti porno. Fui giustappunto assegnato a quest’ultimo settore perché ero abbastanza veloce e preciso a “fare le matite”, che in gergo significa abbozzare le tavole che poi vengono ripassate a china dall’inchiostratore. Ogni mese ci venivano recapitati dei plichi contenenti sceneggiature demenziali su donnine in calore che copulavano con mostri di ogni tipo.
In particolare ne ricordo una ambientata a Venezia nel ‘700. Parlava di una specie di Casanova che si ritrova trasformato in una specie di orrendo polipo. Nottetempo l’ottopode riemerge dalle acque limacciose della laguna per introdursi nelle stanze da letto di fanciulle addormentate, che ovviamente vengono penetrate in un tripudio di tentacoli bavosi e mugolii di piacere.
Credo che la testata per cui realizzavamo simili capolavori si chiamasse “Oltretomba”. O magari “I sanguinari”. Ma può darsi mi sbagli: veniva pubblicata un sacco di quella porcheria in quegli anni ed è trascorso davvero molto tempo. La cosa interessante è che quando iniziai a lavorare ero ancora minorenne, appena diciassettenne, ma il capo non si fece scrupoli. Soltanto in un caso ebbe qualche tentennamento: una vignetta per la quale la sceneggiatura richiedeva testualmente un primo piano del membro del protagonista. “Forse è meglio che questa la disegni io” mi disse. Lo fece in controluce, tutto nero cioè. Diceva che a questi sceneggiatori partiva un po’ la brocca certe volte.

Sono passati ormai dieci anni dalla pubblicazione originaria di Lo Spazio Sfinito nella coraggiosa collana AvantPop di Fanucci, purtroppo poi chiusa, su cui erano pubblicati autori come Philip K. Dick, Joe Lansdale o William T. Vollmann. A quell’epoca eri ancora poco conosciuto e, soprattutto, non eri assurto al rango di “autore di culto”. Qual è adesso il tuo rapporto con questo romanzo degli esordi o quasi? Sei stato tentato di rivederlo o integrarlo in qualche sua parte?

Consegnato alle stampe, un romanzo appartiene al passato e ai lettori, se credono. La tentazione di rimetterci le mani non mi sfiora mai. Per me sarebbe come cercare di riportare in vita un cadavere. Preferisco conservarlo nel ricordo, coi suoi pregi e coi suoi difetti, come si fa con i morti.

Hai raccontato di aver vissuto negli anni ’90 come un hippie, inseguendo i modelli di Kerouac e Burroughs, vagabondando per l’Oriente e cercando quella che un tempo si chiamava l’espansione della coscienza. È in questo periodo che hai scritto Lo Spazio Sfinito e devo dire che si sente. Lo definirei, infatti, un’operetta beat. Che cosa rimane oggi di quel periodo della tua vita?

In realtà, ho vissuto in maniera sbandata soltanto la parte terminale di quel decennio. Agli inizi degli anni ’90 vivevo a New York e avevo abitudini d’altro genere. Soprattutto facevo un lavoro che mi obbligava a tenere un certo contegno. Dirigevo una galleria d’arte e avevo contatti quotidiani con persone importanti e danarose. Non bisognava essere inappuntabili come broker, ma l’apparenza aveva comunque un suo peso ed è facile immaginare perché: non puoi chiedere cinquantamila dollari per un quadro coi jeans strappati e le sneaker, sebbene fosse proprio quella la mia mise ideale.
Poi è accaduto qualcosa, o meglio una serie di cose che mi hanno indotto a sbracare, per così dire. Si è trattato in parte di una reazione: il mondo danaroso e sopra le righe col quale mi toccava tenere contatti quotidiani aveva parecchi lati che cozzavano col mio carattere. Ho iniziato a vivere disordinatamente, acquisendo anche qualche abitudine non molto salubre. Ma non mi pento di nulla: è stato un periodo piene di scoperte.

Come già per Cinacittà, hai realizzato personalmente la copertina della nuova edizione de Lo Spazio Sfinito, lanciando tra l’altro un sondaggio su Facebook per scegliere tra la versione in bianco e nero e quella colorata. Inoltre, hai ripreso ultimamente il pennello in mano, realizzando personalissimi ritratti di scrittori famosi, sia scomparsi che viventi. Penso, per esempio, alla vera e propria Icona che hai realizzato di Giuseppe Genna. Qual è per te il rapporto tra scrittura e arti figurative?

I ritratti degli scrittori sono un passatempo, una distrazione. Mi diverto a disegnarli e dipingerli ma non sono così insensato da attribuirgli chissà quale valore artistico, anche se l’idea di fare una mostra mi solletica parecchio.
In termini più generali, tutto ciò che è visivo ha uno stretto legame con la mia scrittura. Sono abituato a ragionare per immagini perché questa è stata la mia formazione. Da ragazzo non facevo che vedere quadri, visitare mostre, musei. Avevo un grande interesse anche per i fumetti perché la distinzione tra cultura alta e bassa non ha mai fatto parte della mia indole. Mio zio e mio padre gestivano un’edicola di giornali; ci passavo giornate intere da bambino e in quel chiosco pieno di carta stampata le cose erano una accanto all’altra senza troppa distinzione.
Un fascicolo dei Maestri del colore dedicato a Caravaggio poteva trovarsi a pochi decimetri da un numero dell’Uomo Ragno o di Playboy. La commistione di mondi lontani che caratterizza buona parte del mio lavoro deriva probabilmente da come il mio occhio è stato educato nell’infanzia. Se mio padre fosse stato un antiquario probabilmente non avrei mai scritto certi romanzi.

Lo “Spazio Sfinito”, tecnicamente, è un’ucronia per quanto sui generis. Hai dimostrato di amare molto questo genere letterario, ancora poco praticato in Italia (anche se ultimamente ci sono state parecchie eccezioni). Eco ci ha spiegato come anche la Parigi di Dumas Padre o di Simenon fosse in realtà ucronica, perché – per esempio – contemplava strade o civici inesistenti. Più in generale, tutta la letteratura sembra essere più o meno ucronica, alternativa alla realtà storica ed empirica, per quanto spesso voglia convincerci del contrario. A questo proposito, cosa ne pensi di quanti da qualche anno a questa parte vanno predicando – in forme diverse – un “ritorno alla realtà” nella narrativa?

Non mi pare una grande novità. Tu usi la parola “ritorno”, ma di fatto il reale non è mai scomparso dal nostro panorama narrativo. L’amore per il vero è il nostro feticcio nazionale. E anche il nostro guasto peggiore, perché ci illudiamo che un racconto “vero” apra le porte della verità quando spesso è proprio il contrario. Qualunque eccesso di realismo determina nel lettore una reazione superficiale, emotiva, perché tutto si concentra nello scandalo del momento. Ci si indigna, ci si accalora, ma poi? Trasfigurare la realtà attraverso la finzione ci obbliga invece a vedere le cose da una prospettiva diversa. Può capitare di sentirsi meno coinvolti, meno catturati empaticamente dal racconto, ma questa perdita viene compensata da uno spazio più meditativo. Il lettore è costretto a chiedersi perché la storia gli viene raccontata in una certa maniera.
La verità è che noi italiani gradiamo poco la fatica delle domande. Vogliamo risposte e le vogliamo semplici; risposte che vadano dritte al cuore senza sfiorare troppo la mente. Ma sia chiaro, non sono affatto avverso a una narrativa di tipo realista. Quel che trovo nefasto e non posso condividere è il primato morale che gli viene riconosciuto.

“Vuoto”, scritto sempre con l’iniziale maiuscola, è sicuramente la parola chiave del tuo romanzo. Un Vuoto da riempire per Marilyn Monroe, un Vuoto da inseguire per Jack Kerouac o da rifuggire per Neal Cassidy. E il Vuoto Spaziale, nero e assoluto, fa da contraltare al Vuoto interiore dei personaggi che si aggirano fragili e spauriti tra le pagine del romanzo. Possiamo affermare che c’è una componente mistica, di stampo buddista, nel Vuoto di cui parli e che l’Albert Einstein del libro (emblema del pensiero scientifico occidentale) cerca altresì di negare? E il Muggito del Tutto è forse un richiamo ironico all’Ohm induista?

Più o meno. È stato proprio in quel periodo che mi sono avvicinato al pensiero orientale. In parte leggendo Kerouac, il vero Kerouac intendo. E in parte frequentando la scena delle feste Goa.
Ero solito partecipare a questi raduni di party people dove si suonava musica psichedelica per tre o quattro giorni di seguito. Era un pullulare di giovanastri, ma anche di attempati reduci dell’era hippy, che aprivano le porte delle loro percezioni usando come chiave speciali sostanze chimiche non sempre ammesse dalla legge. Queste feste erano decorate con dipinti di sapore decisamente visionario dove il simbolo dell’Om la faceva da padrone.
C’è però un’altra ragione per cui ho scelto di velare d’oriente i reiterati riferimenti al Vuoto. Lo spazio sfinito è intriso di nostalgia. Di un sentimento di rimpianto per cose andate perdute. Una di queste cose è proprio il Vuoto, il Nulla.
Il nostro tempo è infatti un immenso pieno. Ogni secondo della nostra esistenza è riempito da un suono, da uno stimolo. A qualunque ora del giorno o della notte tu accenda la televisione trovi sempre un deficiente che ha qualcosa da dire o un nuovo prodotto da comprare o un culo perfetto dietro il quale sbavare. Ai tempi della mia infanzia non era così. Esistevano un inizio e una fine delle trasmissioni. Se accendevi l’apparecchio al mattino compariva l’immagine fissa del logo Rai e udivi un sibilo, una specie di serena sorda, un mugolio elettronico che mi faceva pensare al nulla. Nel ricordo quel nulla mi sembra più pieno della gran massa di cose ammassate nelle nostre vite di adesso. Ma forse è soltanto l’effetto della nostalgia.

Ti offenderesti, se ti definissero uno scrittore di fantascienza? Jonathan Lethem ha recentemente ricordato come nel 1973 “L’Arcobaleno della Gravità” di Thomas Pynchon avesse rischiato di vincere il Premio Nebula, il più prestigioso riconoscimento della fantascienza letteraria.
In Italia purtroppo gli editori sono costretti a pubblicare romanzi di fantascienza come i tuoi o quelli di Laura Pugno come opere mainstream, per paura di inibire i lettori nostrani, notoriamente avversi al genere, mentre in America grandissimi come Kurt Vonnegut o David Forster Wallace hanno scritto sf senza alcun pudore. E qual è secondo te la differenza che separa la sf dalla letteratura postmoderna?

Mi hanno definito più volte così e non mi sono mai offeso. Sai chi è un’appassionata lettrice di fantascienza? La pornostar Stoya. Nelle interviste le chiedono sempre quali sono i suoi autori preferiti, e pare si sia scocciata di fare sempre i nomi di William Gibson e Anne McCaffrey.
Ti dico questo perché il primo a notare uno stretto legame tra queste due sfere all’apparenza lontane è stato Kurt Vonnegut, un autore sempre in precario bilico tra genere e mainstream. A suo avviso, che quel che fantascienza e pornografia hanno in comune è la visione di un mondo impossibilmente ospitale. La penso esattamente come lui e pertanto non vedo nessuna particolare differenza tra sf e letteratura postmoderna.

Partito come scrittore sperimentale con la tua opera prima M. (1999) hai sempre più “normalizzato” il tuo stile, fino a raggiungere quasi un grado zero di scrittura, convinto come sei che sia più importante cosa si racconta di come lo si racconta. Questo ti qualifica sicuramente come uno dei più importanti narratori italiani in attività. La nostra letteratura, però, è da sempre sbilanciata verso la prosa d’arte e la sperimentazione formale e chi fa sceglie, come te, una lingua più ordinaria è visto con sospetto se non disapprovato pubblicamente, come pure ti è capitato da parte di critici famosi. Perché tanto pregiudizio in Italia per la narrazione tout-court?

Una caratteristica del nostro paese è quella di concepire la cultura in termini elitari. Non esistono vie di mezzo. O sei un’artista vero, d’avanguardia, o sei popolare, di massa. Tra i due estremi ci sarebbe un sacco di spazio, ma nessuno vuole starci con tutte le scarpe.
Avviene così che il falso culturale di spacciare libri commerciali per alta letteratura diventi norma. Il fenomeno è riscontrabile anche nel cinema e in tv. Si è persino coniato un neologismo truffaldino, lo stra-cult, col quale la schifezza della schifezza della schifezza assurge ad arte proprio perché schifezza in sommo grado. Mi dirai: cosa c’entra questo con la narrazione? C’entra, perché la narrazione è proprio quella grande terra di mezzo dove nessuno vuole stare. O meglio: dove stanno in molti, pretendendo però di essere altro ovvero di essere “anche” quello ma in modo speciale.
Il vero termometro della cultura di un paese non andrebbe cercato né nei suoi picchi né nei suoi baratri, come si è soliti fare nel nostro paese, bensì nella qualità di ciò che sta in mezzo, nella qualità del livello medio. La vera narrazione è buona mediocrità: per questo c’è tanto pregiudizio nei suoi riguardi.

Io amo molto il pop-surrealismo o lowbrow art, che anche in Italia va di moda da qualche anno a questa parte, soprattutto dopo l’apertura di gallerie specializzate come Dorothy Circus Gallery o Mondo Bizzarro.
Le tue opere mi sembrano alquanto affini a questa corrente artistica o almeno al suo comune sentire, che cerca di mescolare la cultura alta con quella bassa (graffiti, tatoo, fumetti, ecc.) e di ritornare al figurativo e a un’arte che sia facilmente “comprensibile” e “gradevole”.
Immagino che anche a te piacciano artisti come Ray Caesar, Takashi Murakami e Kris Lewis… o mi sbaglio?

Non sbagli affatto. Ammiro molto quegli artisti e li trovo molto affini. Purtroppo nei salotti buoni dell’avanguardia il Surrealismo Pop viene guardato con la puzza sotto al naso. E anche questa è una vecchia storia. Il surrealismo è stato il movimento più importante del XX secolo ma è spesso guardato con sospetto, se non liquidato come una sorta di eccessivo, incontrollato sconfinamento nel cattivo gusto. Eppure è l’anima della modernità. Piet Mondrian, dunque un pittore in apparenza agli antipodi, ebbe a dire: “In fondo, siamo tutti surrealisti”.

Recensione di L'illusionista di Edoardo Montolli a cura di Stefano Di Marino

27 dicembre 2010 by

montolliL’ILLUSIONISTA di Edoardo Montolli – Aliberti – pp395- 19 euro
Elementi fortissimi. Una suora, truccata e in abito da sera,viene trovata sgozzata in un convento milanese. Sul braccio una data tatuata. Quella della sua morte. Ma forse  è rimando a un oscuro segreto che affonda nel perbenismo di una famiglia dell’alta società. Poi, lentamente ma con inesorabile precisione, emerge una leggenda urbana, anzi una leggenda del mondo criminale. La tecnica del Labirinto. Un piano così complesso, così imprevedibile da far perdere la testa. Soprattutto se la vittima finisce per ‘ metterci da solo il collo nel cappio’ come viene martellato nella mente del lettore. E spunta la figura di un criminale inafferrabile, abilissimo, capace di trasformarsi in chiunque e di non dimenticare nessuno. Così Johnny Santini, professore di liceo a Rho, uomo tormentato da un amore che non tornerà più ( o forse no?), strafatto di  hashish,  incline a innamorarsi di studentesse viziose, di cause perse, a lanciarsi in ardite quanto inutili imprese pseudo animaliste, si ritrova al centro di un intreccio che da piccoli fatti scollegati diventa…i l labirinto. Poliziotti corrotti, ex galeotti, combattimenti di cani, frati, agenti dei Servizi, signore della Milano-bene, imprenditori del porno, gente con la faccia pulita e l’anima nera. Mi piacciono le storie di Milano. Ne leggo moltissime un po’ perché è la mia città e anche io spesso ne scrivo, un po’ perché… inconsciamente voglio vedere cosa fanno i colleghi… se sono più bravi, se si  attribuiscono illegalmente l’eredità di Scerbanenco che della ‘Nebbiosa’ fu cantore insuperato. Credetemi, ne leggo di porcherie. L’illusionista ,invece, è forse il miglior thriller che ho letto negli ultimi tempi. E non solo su Milano. Che poi è la città che riconosco nei miei racconti ma vista con un occhio e un’ispirazione differente. Eppure lo sento vicinissimo, Edoardo, mentre corre affannato con il suo protagonista passando da un livello all’altro di un girone infernale. Sullo sfondo una realtà che recepisco tutti i giorni ma arricchita da caratteri, segreti, storie intrecciate da toglierti il fiato. Perché questo romanzo non ha vinto un premio? Non lo so, ma di certo vince il mio come lettore e collega. Edoardo lo conosco da una vita. Ho letto i suoi precedenti romanzi (Il Boia e La ferocia del Coniglio) che ho apprezzato ma con L’Illusionista fa un salto di qualità non trascurabile. I personaggi, l’intreccio si fondono con l’ambientazione. Scrive un vero ‘ nero’ed malgrado sugli scaffali italici questo genere trabocchi, non è cosa da poco. Una di quelle storie dove un poveraccio con tutte le sue pecche si trova ingabbiato in un meccanismo implacabile e tu, lettore, sei lì che vuoi sapere cosa c’è sotto. Speri che Johnny se la cavi e, al tempo stesso, assapori una sapiente messinscena che nella mala vecchia si chiamava ‘l’orologio’ ma qui sugge energia da Kayser Soze  e da mille altre suggestioni che Edoardo fonde in una trama complessa ma alla fine perfettamente comprensibile. Non fosse che  per questo varrebbe la pensa di leggerlo questo romanzo. Ma sfogliatelo con più attenzione. Scoprirete che Johnny Santini un po’ siete voi. E che la città che lo avviluppa è la vostra.

:: Alexandre Dumas padre inedito a cura di Elena Romanello

23 dicembre 2010 by

IL RITORNO DI ALESSANDRO DUMAS PADRE

È stato il padre del romanzo storico tout court, pubblicato come romanzo d'appendice sui quotidiani: Alessandro Dumas padre, molto amato dal pubblico dell'epoca e guardato allora con sufficienza dalla critica per essere poi rivalutato decenni dopo, ha ispirato autori e autrici fino ad oggi con le sue avventure nella Storia, mai comunque travisata e sempre sfondo attivo su cui far agire moschettieri e cavalieri, dame e regine, tra drammi, passioni, battaglie, tradimenti.

La sua produzione letteraria è vastissima, con una trattazione pressoché completa della Storia di Francia dal Medio Evo all'Ottocento, ma i suoi romanzi più reperibili sono la trilogia dei Tre moschettieri (I tre moschettieri, Vent'anni dopo, Il visconte di Bragelonne), il cupo La regina Margot, sulle guerre di religione del Cinquecento, e Il conte di Montecristo, archetipo di ogni storia di vendetta.

La casa editrice Donzelli di Roma ha iniziato una riproposta o proposta, perché alcuni suoi romanzi non sono mai usciti in italiano e risultano di non facile reperimento anche per il mercato francese, delle opere di Dumas: oltre ad una nuova traduzione, che recupera parti inedite partendo dalle prime edizioni, de Il conte di Montecristo, ci sono due altre proposte praticamente inedite.

Madame Sylvandaire è il romanzo d'esordio di Dumas padre, ambientato nella Francia della Reggenza, il periodo storico che partì quando nel 1715 Luigi XIV, il Re Sole, morì anzianissimo lasciando come unico erede un bimbo di cinque anni, Luigi XV, per il quale si ritenne necessario nominare un Reggente, il cugino, duca d'Orléans. Su questo sfondo si dipana l'epopea di Roger Tancrède d'Anguillhem, giovane nobile squattrinato di provincia, che va a Parigi per recuperare una controversa eredità con cui potrà sposare l'adorata Costanza: nella capitale francese, sfrenata, violenta e libertina, conoscerà l'ambigua e affascinante Madame Sylvandaire, personaggio che anticipa non poco la perfida Milady dei Moschettieri, ma che per certi aspetti è più intrigante in quanto non si capisce fino in fondo quanto sia buona e quanto sia cattiva.

La guerra delle donne, uno dei tanti romanzi che l'autore scrisse per guadagnarsi da vivere quando comunque era ormai famoso, è alla sua prima pubblicazione in Italia, dopo essere stato riscoperto in Francia dopo oltre un secolo e mezzo dalla sua uscita sulle colonne del giornale La Patrie. L'epoca è la stessa di Vent'anni dopo, la Francia alle prese con la rivolta della Fronda, primo serio tentativo di attacco al potere reale da parte però di una parte della nobiltà. Nanon de Lartigues e Claire de Cambes, rivali in guerra e amore, reggono le sorti di una vicenda appassionante, divertente ma anche fosca e tragica, su un'epoca remota da riscoprire.

A distanza di un secolo e mezzo dalla loro uscita, i libri di Dumas restano godibilissimi per un pubblico assetato di emozioni e di intrecci, per il gusto della narrazione non pedante che porta in mondi remoti che sanno avvolgere al punto che diventa difficile staccarsene. Non c'è che da essere molto contenti per la scelta editoriale di Donzelli, ed attendere i prossimi titoli.

Elena Romanello

:: Intervista ad Andrea Bruni a cura di Valentino G. Colapinto

22 dicembre 2010 by

andrea_bruni_3Liberi di Scrivere intervista Andrea Bruni

Ai tempi delle scuole elementari scopre Silvan e decide che nella vita farà il prestigiatore: alla medie incontra sulla sua strada “Il cavaliere inesistente” di Calvino e comprende che il suo mestiere sarà quello dello scrittore: ma la sua vita cambierà al Ginnasio per colpa di Enrico Ghezzi che presenta un epico ciclo di visioni notturne (Freaks, Simon del deserto, Il corridoio della paura): una vita rovinata. Per “venerare” il cinema ne ha fatte di tutti i colori: organizzare rassegne nei più remoti anfratti di montagna; scrivere un paio di libri che han venduto meno dell'autobiografia di Iva Zanicchi; impegnare i gioielli di famiglia per farsi mandare dal Giappone i dvd di Takashi Miike. Si definisce “bello come l'incontro casuale di un ombrello e di una macchina da cucire su di un tavolo operatorio” e “marxista rococò”. Il suo nome è Andrea Bruni, ma molti lo conoscono (e lo amano) su internet come il Conte Nebbia.

Una prima domanda che è ovvia ma inevitabile: il personaggio di Claudio, il luciferino Professore di Lettere, è in qualche misura autobiografico?

Forse è un Mr. Hyde, che odio. Ho fatto molti corsi nelle scuole e ho compreso come una persona, con un minimo di carisma, possa avere un grande ascendente sui ragazzi. Poi, quando ero al Liceo, sfortunatamente ebbi un Preside troppo innamorato del concetto di “Efebo”. Io e altri eravamo vittime di particolari attenzioni (carezze laide, moine, ecc.): noi si restava lì, senza proferir parola, terrorizzati dal suo ruolo di Preside… Da lì nasce Claudio.

Dopo “Sugli Sugli Bane Bane” hai intenzione di scrivere altri romanzi in futuro o questo resterà un unicum nella tua carriera?

Da tre anni sto lavorando a un romanzo ambiziosissimo, ove vorrei ricreare l’atmosfera folle e vitale della prima stagione del Surrealismo (dal ‘24 al 1930, più o meno). Un opus magnum terribile, perché devo dar voce a personaggi realmente esistiti. E che personaggi: Breton, Eluard, Dalì, Bunuel… Sono a pagina 50, giusto per dirti la fatica.

Da quanto ho capito, il tuo primo romanzo ha avuto una storia abbastanza travagliata, in quanto sei stato costretto a ricorrere a Lulu e solo successivamente hai trovato un editore tradizionale, Epika Edizioni. Ce ne vuoi parlare?

Io ho avuto rapporti difficili con gli agenti letterari. Essendo molto amico di professionisti come Lucarelli, Baldini, la Vinci, ho tentato la strada dell’agente: tutti mi hanno detto: “Ma il tuo è un libro sperimentale, una roba d’avanguardia… Non potremmo mai venderlo… In Italia ci vuole la storiellina lineare.”

Da qui la depressione, poi la decisione di autopubblicarmi con Lulu e, infine, con la partecipazione di coraggiosi amici, l’idea di fondare Epika!

Sei un grandissimo appassionato e conoscitore di cinema. È tra i tuoi desideri o obiettivi anche quello di scrivere e fare cinema oppure preferisci restare dall’altra parte dello schermo come spettatore cinefilo e critico?

Il cinema in Italia è morto, perché non vi è più una sana politica produttiva, e non vi sono (quasi) più sceneggiatori degni di questo nome: meglio restare dall'altra parte della barricata. Anche se non amo il termine “critico”, che conduce sia a Onan che a Narciso… Preferisco “studioso di cinema e conservatore del Bello in Celluloide”.

Qual è il tuo rapporto con Facebook e Internet più in generale? Ritieni che possa essere utile alla creatività oppure che rischi di omologare il gusto dominante ancor più della televisione? E ritieni inoltre che la visibilità ottenuta tramite FB ti abbia aiutato in qualche maniera?

Io sono un sostenitore di Internet: se qualcuno mi conosce in Italia, lo devo ai tempi gloriosi dei Blog. Non è un caso che con le mie note, con le mie piccole provocazioni, sto cercando di “blogghizzare” pure FB!

Valentino G. Colapinto