:: Intervista con Dan Fante

24 gennaio 2011 by

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Ciao Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Fante?

Sono uno scrittore di romanzi. Un ex ubriacone e un degenerato. Mi piacciono la pornografia e gli spot in TV.

Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Los Angeles.  A scuola ero un ragazzino grasso e un prepotente. Sono cresciuto vicino al mare a Malibu, con un padre scrittore folle e ho trascorso gran parte della mia infanzia in un mondo di fantasia, evitando la scuola il più possibile.

John Fante, tuo padre. Dimmi qualcosa di divertente su di lui.

Era solito raccontarci le trame dei suoi libri all’ora di cena, a volte sarebbe andato avanti per un’ora a inventare storie e bere vino. Era un uomo molto poetico e molto divertente.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore come lui?

Quando ho fallito in tutto il resto nella mia vita. Quando la mia terza moglie mi ha buttato fuori di casa e quando non avevo un lavoro. Stavo cercando il più basso posto di lavoro retribuito in America e ho finalmente scoperto la scrittura.

C’è stato qualcuno che ti ha incoraggiato?

No, non ho avuto molto incoraggiamento. Ma ho amato i libri e la poesia e gli spettacoli teatrali. Una mia insegnante, quando avevo tredici anni, ha visto una storia che avevo scritto e mi ha detto che un giorno sarei stato un grande scrittore. Ho pensato che fosse pazza e l’ ho evitata per il resto dell’anno scolastico.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo romanzo, Angeli a pezzi, è stato respinto da oltre quaranta editori americani come pornografico, perverso e folle. Questo mi ha confermato che ero davvero in gamba, così ho continuato a inviare manoscritti. Infine, in Francia due anni dopo, è stato pubblicato. I francesi hanno un gusto meraviglioso nella letteratura.

Pensi che alcuni scrittori in particolare abbiano influenzato il tuo stile, o il  tuo approccio verso la scrittura?

Eugene O’Neill ha avuto una grande influenza sul mio lavoro, così come Hubert Selby, e John Fante.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

La maggior parte dei critici sono scrittori frustrati. Quelli che amano il mio lavoro ritengo siano brillanti. Quelli che non amano il mio lavoro ritengo siano analfabeti degenerati.

Che tipo di libri leggevi quando eri un ragazzo?

Ho amato il lavoro di Jack London da ragazzo. Amavo anche i romanzi di cowboy. Mi sono sempre identificato con i cattivi.

Cosa pensi di Faulkner?

Cerco di non pensare a Faulkner. Se mi sveglio e sto avendo un giorno terribile, lo so è perché ho letto una volta William Faulkner.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Mi piacciono i libri di detective in questo momento. Sono in una fase da libro di detective ora. Michael Connelly. Mi piace il 50% del lavoro di Michael. Questo è un grande elogio per me.

Dashiell Hammett e Raymond Chandler?

Hammett era un maestro, Chandler un ubriacone, ma ha scritto un paio di cose buone.

Perché hai deciso di scrivere Buttarsi?

Buttarsi è l’ultimo episodio della serie di libri su Bruno Dante. Si basa su episodi veri. Volevo porre fine alla saga di Bruno Dante con un botto, così ho scritto Buttarsi.

Il finale di questo romanzo è molto triste. Perché hai scritto quelle cose?

No, non è cupo affatto. E’ pieno di speranza. Rileggilo di nuovo, vedrai.

Bruno Dante spesso è molto simile a te. Ci sono pezzi autobiografici?

Certo. Io sono Bruno, solo meno matto dopo tanti anni.

Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori?

Fate golf o usate un saldatore o diventate cassieri di banca o baristi o lavorate come postini. Non battete vostra moglie e i vostri figli più di una volta al giorno.

Se tu potessi iniziare la tua carriera di scrittore di nuovo, che modifiche apporteresti?

Vorrei scrivere terribile narrativa popolare e diventare ricco.

Puoi dirci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

Mi piace il mio primo libro, sicuramente il migliore perché è stato scritto quando ero molto pazzo e sul bordo della morte. Mi piacciono anche i miei libri di poesia.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative?

Non mi considero uno scrittore acclamato dato che ho già avuto due recensioni negative. Mia madre ne ha scritta una e qualche  bastardo su Amazon.com ha scritto l’altra. Sto ancora inseguendo il ragazzo su Amazon.com. Se possiede un gatto, giuro glielo avveleno.

Pensi che la tua scrittura migliori col tempo?

Mi piacerebbe che la mia scrittura migliorasse mentre scrivo. Certi giorni mi considero un genio e qualche giorno penso di tornare a cocaina e whisky.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Non faccio un duro lavoro. Questo è il segreto. Scrivo sei giorni alla settimana per due ore ogni giorno. In realtà per la maggior parte del tempo mentre scrivo mi diverto.

Hai moltissimi fan. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori?

Sono ancora stupito di averne di fan. Il genere di libri che scrivo non è adatto alla maggior parte dei lettori. Nei miei libri dico la verità su chi sono.  Alla maggior parte delle persone non piace questo tipo di narrativa. La maggior parte delle persone ama gli scrittori che scrivono di amore e morte e passione e dipendenza. Troppo difficile. La maggior parte delle persone preferisce essere sedata dalla fantasia. Non scrivo per divertire.

Parlami del tuo prossimo romanzo.

Il mio prossimo libro è un libro di memorie su John Fante & Dan Fante. Sarà pubblicato in America il prossimo agosto.

:: Recensione di Niente da capire- Tredici storie senza mistero di Luigi Bernardi

21 gennaio 2011 by

nientIl crimine per quanto lo si analizzi scientificamente, psicologicamente, sociologicamente, ha in sé qualcosa che sfugge, una variabile impazzita, una tara endemica, un cromosoma anomalo. Il crimine è sgradevole, puzza di cadavere decomposto, di sudore non lavato, di paura. E’ privo di mistero. Non appartiene all’universo perfetto che cita Durrenmatt nell’epigrafe tratta da La promessa, un requiem per il romanzo poliziesco che come un memento apre la raccolta di racconti che compongono Niente da capire. Capire, inquadrare ridimensionare è una smania che un po’ ci contraddistingue tutti, ci rassicura, ci anestetizza, pone dei confini a qualcosa la cui vastità ci spaventa, ci terrorizza. Ma a volte capire è l’ultima cosa da fare. Capire è inutile, dannoso, impossibile. La mente, la ragione arrivano fino ad un certo punto e non oltre. Viviamo in una realtà amputata, frammentaria, scaduta. Non è un gioco di società, un mistero da svelare, il crimine, il delitto, il male. Possiamo riunirci tutti davanti al fuoco di un televisore e vedere discutere criminologi, psichiatri, giudici, poliziotti, giornalisti, finanche assassini, li possiamo vedere scannarsi l’uno contro l’altro a colpi di tesi contrapposte, per non giungere a nulla. La moglie ha ucciso il marito perché un filo l’ ha avvolta e la ha mossa a farlo, un marito che magari amava, con cui aveva diviso giorni felici, figli, speranze, momenti tristi. E’ successo, non si può tornare indietro, rimediare, mettere a posto le cose come ci conviene. Soprattutto i moventi infatti di queste storie di sangue e di follia sono agghiaccianti: c’è chi uccide per un po’ di sale, chi perché i vicini sono rumorosi e non puliscono bene il pavimento, chi perché la figlia fuma troppo e non si sa come farla smettere, chi viene uccisa perché in una casa di riposo viene visitata dai figli, nipoti, pronipoti di più della compagna di stanza. Motivi che in una qualsiasi statistica brillerebbero per assurdità, per inconsistenza, motivi futili che non consentono attenuanti.
Ci sono storie, alcune visibilmente ispirate alla cronaca nera degli ultimi anni, che echeggiano i casi di Rosa e Olindo Bazzi, di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, altre forse inventate, forse ispirate da sensazioni, mezze verità carpite per strada, odori, ricordi, ipotesi plausibili, storie che forse sono successe e non hanno raggiunto i clamori della cronaca o che forse succederanno. C’ un racconto soprattutto che mi ha colpito, ha superato la superficie della diffidenza, della repulsione, del è solo un libro, inchiostro e pagine di carta, si intitola Camilla senza mani, forse non è il più bello, se la categoria estetica ha un senso nel descrivere questi racconti di quotidiano orrore, ma è quello che mi ha più disturbato, disorientato, fatto riflettere. Il cadavere di un’anziana ottantenne con il collo tagliato da un orecchio all’altro viene rinvenuto con le mani tagliate. Un cadavere che non ispira pena come di solito succede verso le vittime. Un assassino che confessa. Senza movente, se non un attimo di inspiegabile follia. Ha tagliato le mani del cadavere perché l’ ha visto fare in un telefilm poliziesco americano, per non far trovare residui della propria pelle sotto le unghie della vittima. La sua unica preoccupazione è che cosa gli daranno da mangiare per cena, lui musulmano, non mangia carne di maiale.
Teso, fino quasi a strapparsi, Niente da capire è un mosaico di micro racconti legati da un unico filo conduttore, un’unica linea rossa, un’unica certezza infondo, le cose accadono perché così deve essere, non c’è niente da capire. Dal 26 gennaio in libreria.

Niente da capire, Luigi Bernardi, Perdisa Pop Arrembaggi collana diretta da Antonio Paolacci, pag 144 Prezzo E 10,00.

:: Intervista con Kjell Ola Dahl a cura di Giulietta Iannone

19 gennaio 2011 by

Kjell Ola DahlSalve Mr Dahl. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Kjell Ola Dahl? Punti di forza e di debolezza.

Lati forti: beh vediamo sono un gran lavoratore, scrivo ogni giorno; debolezze: sono facilmente sedotto, da libri, film, misteri, vino e donne (non sempre in quest’ordine).

Raccontaci qualcosa del tuo background,  dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre era un giornalista. Ci siamo spostati in giro per diverse città della Norvegia. Negli ultimi anni della fanciullezza ho vissuto a Oslo. Prima di finire gli studi ho viaggiato molto per conto mio. Continente americano, Asia, Europa. Ho studiato economia e psicologia presso l’Università di Oslo.

Quando hai capito che diventare uno scrittore era la tua strada?

Quando ero un bambino. Credo di aver sempre voluto essere uno scrittore.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo 35 ho detto a me stesso: ora o mai più. Ho sempre voluto essere uno scrittore, ma solo allora ho capito che era il momento di farlo! Volevo scrivere un romanzo  poliziesco. Ho sempre amato i misteri e mi piaceva leggere i classici americani, come Chandler, Thompson, Hammett, Ross MacDonald e anche Ed McBain che ha molte somiglianze con autori svedesi come  Sjöwall & Wallhö. Volevo scrivere un poliziesco, una storia moderna, con una trama realistica, con personaggi al tempo stesso realistici ma molto particolari. Ho cominciato a scrivere il primo libro su Gunnarstranda e Frolich alla fine del 1989 (che sarà pubblicato in Inghilterra nel mese di settembre con il titolo Lethal Investments – Il quarto libro in inglese, sarà il primo!). A Natale del 1989 ho scritto per una settimana a diverse case editrici e ho inviato il manoscritto ad una casa editrice dopo capodanno. Tre giorni dopo l’editor mi ha chiamato e mi ha detto che il libro gli piaceva, ma era da rivedere. Questo mi ha richiesto tre anni 😉 ho imparato molto. Il libro è stato pubblicato nella primavera del 1993 e ha ricevuto buone recensioni. Il libro è stato il primo di una nuova ondata di crime fiction incentrati sulla polizia in Norvegia.

Perché hai deciso di scrivere Il quarto complice ora pubblicato in Italia da Marsilio editore?

E ‘un noir tipico, una storia di ossessioni, incentrata sull’importanza della qualità in una relazione. L’ho scritto molto velocemente. Parte tutto da una storia d’ amore di Frolichs con una donna che ben presto diventa per lui un’ ossessione. Penso che molti abbiano avuto delle relazioni così a volte. Allo stesso tempo, questa ragazza è un classico luogo comune –  è una femme fatale. Essendo un luogo comune, ne consegue che anche i suoi rapporti con il poliziotto, fanno parte di un cliché. Credo che questo sia quello che mi piace di più nei buoni polizieschi, quando c’ è quilibrio tra l’essere e l’ agire e i personaggi non agiscono come uno ci si aspetta ma ci sorprendono. E’ una sorta di  rituale. Mi piace leggere questo tipo di storie. Tutti i gialli di solito vertono sulla ricerca della verità. Qualche volta però non sappiamo quale sia davvero la verità, e questo è un fatto con cui mi piace giocare quando scrivo.

Cosa ti ha ispirato?

Diverse cose. A quel tempo ci furono molti furti e rapine molto violente svolte da professionisti ad Oslo. Questo ha significato una sfida per la polizia di Oslo. Ho fatto qualche ricerca in giro su questo argomento. E ho anche voluto creare una storia su cosa significasse essere un poliziotto. Mi sono posto la domanda: cosa sarebbe successo se un poliziotto avesse incontrato una ragazza molto cattiva? Volevo scrivere una storia di ossessioni e ha scoperto che descrivere un rapporto d’amore può essere un modo perfetto per farlo. E mi è stato ispirato soprattutto dalla storia avvenuta a Venezia di un dipinto rubato,  che è una storia vera.

Quanto è durato il processo di scrittura del Il quarto complice?

L’ho scritto velocemente, in meno di un anno. In qualche modo conoscevo l’intero racconto quando ho iniziato. Era una sensazione strana, ma anche bella.

Quali altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Come ho detto sopra, è un noir classico, mi può avere ispirato Il Falcone Maltese di Hammett, The Killer Inside Me di Jim Thompson e, naturalmente, Addio mio amata di Chandler. Mi sono ispirato anche a molti film noir classici, come Out of the past di Jack Torneur.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza svelarci il finale?

Ok, una breve introduzione: Il poliziotto Frolich incontra per caso una ragazza. Poi la incontra ancora una volta e si innamora di lei. Allo stesso tempo, egli nota che lei gli sta raccontando un sacco di bugie. Comincia a seguirla, a scoprire cose su di lei, la affronta e lei gli racconta ancora più bugie. Scopre che suo fratello è un criminale molto pericoloso. Una notte, mentre dormono nello stesso letto, egli è chiamato dal suo superiore sul luogo di un omicidio avvenuto nel porto di Oslo. Una guardia di sicurezza è stata uccisa da un uomo di nome Johnny Faremo – fratello della ragazza. Quest’ uomo è arrestato, ma ben presto viene rilasciato perché ha un alibi, dato da sua sorella. Frolich sa che è falso. Era con lui quando la guardia giurata è stata uccisa. Frolich vuole un chiarimento ma la ragazza scompare. Inizia così a cercarla, per scoprire la verità.

Puoi dirci un po’ di più sul tuo protagonista, Frank Frolich?

E’ un uomo molto ordinario, gli piace la birra, il calcio e la musica degli anni settanta. Non è sposato e si lascia facilmente sedurre dalle donne. Prima di Il quarto complice, ha avuto una relazione con una donna che ha avuto un bambino. Lei voleva molto sposarlo. Alla fine si sono lasciati. Penso che sia un personaggio in cerca di qualcosa. Né lui né io però sappiamo effettivamente cosa. Lui non ne è sicuro perché è un poliziotto. Ma l’azione legata al suo lavoro è una parte che apprezzo molto.

Elisabeth è una sorta di femme fatale, personaggio tipico dell’ hard boiled, l’ossessione di Frank Frolich. Si riprenderà mai da questa malattia?

Penso che gran parte della storia parli proprio di come cerchi di recuperarsi, molto lentamente.

Oslo è quasi un personaggio secondario, una sorta di presenza costante. Potresti descriverci il collegamento tra Frolich e Oslo?

Frolich è cresciuto lì. I suoi genitori sono della classe lavoratrice, è cresciuto nei quartieri operai sul lato est della città. Questo gli dà un background importante. E’ un uomo moderno, ha studiato legge e ha anche un grado. Conosce le strade e la sociologia della città molto bene.

Il finale è praticamente un’ interpretazione psicanalitica della realtà. Cosa simboleggia il mare?

Non sono sicuro di conoscere la risposta a questa domanda (sorride) ma – penso che la maggior parte degli psicologi interpretino l’ acqua come qualcosa di emotivo.

I tuoi libri sono di enorme successo in Norvegia e in tutto il mondo. Il successo come ha cambiato la tua vita?

Negli ultimi dieci anni sono stato in grado di vivere facendo quello che mi piace di più, scrivere storie.

Il successo del romanzo poliziesco nordico è un fenomeno globale. Qual è il segreto? Cosa ha di nuovo?

Amo solo i misteri non conosco le risposte dei segreti. Ma se si guarda al noir nordico in generale ci sono alcune somiglianze. La maggior parte dei gialli nordici tende a mettere la criminalità in relazione alle tematiche sociali. Questo non è sbagliato a mio avviso, perché la criminalità è un fenomeno sociale. Al tempo stesso un reato è commesso da persone reali. Da persone vere intendo persone che sono comuni con lo scrittore. Il difficile è provare a stabilire una connessione tra la realtà e i libri. Cosa che si fa ovunque, nella maggior parte della narrativa contemporanea. Ma può essere che gli scrittori nordici abbiano una buona tradizione nel gestire la criminalità nella fiction. Sai, il primo libro di saghe è il classico nordico Snorri og Sturlasson Viking 1000 pagine di uccisioni (Sorride)

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Sono mattiniero. Mi sveglio alle 6.30. Scrivo fino a mezzogiorno. Poi faccio altre cose. Io vivo in una fattoria e felicemente, posso lavorare con gli animali e fare altre cose, non passo tutto il tempo a scrivere. E leggo un po’, guardo un film o parte di un film ogni giorno.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Difficile domanda. Sono più concentrato sui libri che sugli scrittori. Se mi dai un libro di James Ellroy o di John Le Carré scommetto che è buono.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un libro di uno scrittore che è morto. Ficciones di Borges.

Qual è il ruolo di Internet nella scrittura, ricerca e marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica? 

Internet è molto importante per la ricerca e la scrittura. Ho un blog (norvegese) e un webside. Penso che tali siti aiutino ad  essere visibili per i lettori. Gli e-books sono in una posizione di partenza. Con la crescente domanda di Ipad  penso che il mercato degli ebook crescerà.

Come ti sei sentito una volta che hai finito di scrivere questo libro?

Molto felice. Ho avuto un buon feeling con questo libro sempre.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Non smettere di cercare. Leggere molto. Imparare. Quando c’è qualcosa che ti piace in un libro. Prenditi un momento e rifletti. Perché mi piace? Cerca di darti una risposta.

Quando sarà pubblicato il tuo prossimo romanzo in Italia?

Credo che dovrebbe uscire un mio libro quest’anno.

Infine un’ultima domanda, a cosa stai lavorando ora?

Sto scrivendo un noir, sempre nello stesso distretto di polizia ma che ha per protagonista una donna poliziotto. La storia coinvolge i giacimenti di petrolio norvegese e gli investimenti all’estero, e le connessioni tra stampa e politica. Ho un gran buon presentimento ( sorride).

:: Recensione di Gli uomini ombra a cura di Grazia Guaschino

18 gennaio 2011 by

Gli-uomini-ombra-380x556Per merito della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, siamo venuti in possesso de “Gli uomini ombra e altri racconti”, un libro notevole appena uscito, scritto da Carmelo Musumeci, ergastolano autodidatta, attivista per i diritti dei detenuti (*). Grazia, che si è incaricata di scrivere la seguente recensione del libro, ne è rimasta inaspettatamente angosciata. Vi invitiamo a leggere “Gli uomini ombra e altri racconti” che ci fa “sperimentare sulla nostra pelle” il buio della detenzione e soprattutto dell’ergastolo “ostativo”, una punizione inumana e lesiva dei diritti fondamentali. Al di là del primo livello di tristezza quasi assoluta, avvertirete la luce e la speranza di chi si batte, nonostante tutto, per un mondo nuovo, più rispettoso dei diritti umani.
 
Quando mi è stato chiesto di scrivere una recensione del libro “Gli uomini ombra e altri racconti”, di Carmelo Musumeci, ho accettato volentieri, perché da molti anni ormai mi occupo di diritti umani e di detenuti ed ho creduto di poter affrontare con lucidità e moderato coinvolgimento il testo da esaminare.
   Le cose non sono andate proprio così. Già da prima sapevo che la vita nelle carceri è dura e squallida, che molto spesso i condannati all’ergastolo hanno alle spalle storie tristi di infanzie rubate e di maltrat­tamenti, che solitudine e tristezza regnano tra le pareti delle celle, ma una cosa è “sapere” e una cosa è “sperimentare sulla propria pelle”.
   Leggendo i racconti di Carmelo sono entrata con lui nel carcere,  ho vissuto con uomini disperati, ho avvertito in me il gelo della solitudine, la tortura dei giorni tutti uguali, tutti ugualmente vuoti, segnati solo da attività lugubri. Ho udito le urla, gli insulti. Ho provato il morso della fame, quella vera, inter­rotta solo parzialmente da pasti pessimi e insufficienti. Ho intravisto, con ansia infinita, con il cuore in tumulto, lo spiraglio di una possibile salvezza, lo spiraglio della libertà, solo per precipitare nuovamente e ancor più dolorosamente nell’abisso di violenza fisica, ma soprattutto psicologica, del carcere. Ho an­che però capito il significato di amicizie silenziose e solidali, che permettono sacrifici incommensura­bili, di amori travolgenti e senza speranza, di sentimenti forti e profondi, nel bene e nel male.
   Carmelo Musumeci scrive in modo così coinvolgente che è impossibile non farsi attanagliare dall’angoscia, non provare tutta la compassione di cui si è capaci per questi uomini ombra, per i loro cari, e alla fine anche per i carcerieri, inariditi e privati dell’anima proprio come i loro carcerati, tutti travolti e divorati dal famelico Assassino dei Sogni.
   L’Assassino dei Sogni è il carcere stesso, trasformato dall’abile penna di Carmelo in un essere vivo, tentacolare, gelido e malvagio, che avvolge e divora tutto ciò che di vivo riesce a inghiottire tra le sue mura. Le frasi di Carmelo sono molto spesso brevi, sembrano imitare il ritmo del respiro che diviene quasi affannoso mentre leggi, mentre ti immedesimi nei sogni rubati e nelle speranze tradite dei prota­gonisti, gli uomini ombra appunto, creature nascoste al resto del mondo e quindi dimenticabili e troppe volte di fatto dimenticate.
   Sette racconti in questo libro, tutti terribili, tutti con un finale drammatico. Tutti tranne l’ultimo, in cui si intravede un barlume di speranza e di gioia, derivanti dall’amore e dal legame di amicizia che indis­solubilmente lega corpo e anima di due persone, una dentro e una fuori dal carcere. Carmelo vuole tra­smetterci un messaggio: solo se sapremo tendere una mano amica a queste persone altrimenti invisibili, solo se cercheremo di combattere e di far abolire la crudele e incostituzionale legge dell’ergastolo osta­tivo (**), potremo ridare un volto a queste persone, che quasi sempre hanno il solo grave torto di essere venute al mondo nel posto sbagliato.
   Carmelo Musumeci è un condannato all’ergastolo ostativo, la sua biografia parla di un uomo intelli­gente e sensibile, sfortunato fin dall’inizio della vita, costretto a scelte sbagliate, ognuna conseguenza della precedente, tutte unite tra loro fino a formare la catena che ora lo tiene per sempre avvinto tra le mura del carcere di Spoleto. La sua intelligenza e il suo amore per la giustizia lo hanno portato a intra­prendere un lungo e silenzioso cammino di redenzione che lo ha indotto a studiare fino a laurearsi in Giurisprudenza e a lottare dall’interno del carcere per sensibilizzare il mondo esterno sul dramma dell’ergastolo, che lui definisce “la pena di morte a gocce”.
 
Maria Grazia Guaschino- Direttivo  Comitato Paul Rougeau(
http://paulrougeau.org/ )
 
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(*) Carmelo Musumeci, “Gli uomini ombra e altri racconti”, Gabrielli Editori, Pagine 175, Euro 14. Il libro si può ordinare nelle librerie ma vi consigliamo di acquistarlo direttamente tramite il sito
www.gabriellieditori.it  oppure tramite il sito www.ibs.it
(**) Ergastolo senza benefici e senza revoca inflitto per determinati crimini associativi (v. n. 182 ).

Recensione di “Foto di Classe. U uagnon se n'asciot” di Mario Desiati a cura di Valentino G. Colapinto

18 gennaio 2011 by

“Foto di Classe. U uagnon se n'asciot” di Mario DesiatiFoto di Classe, quarto libro di Mario Desiati (Locorotondo, 1977), è un oggetto narrativo particolare, a metà tra ricerca sociologica e fiction. Il tema è la ripresa, dopo quarant’anni, dell’emigrazione dal sud verso il nord Italia.

Un’emigrazione, però, ben diversa da quella degli anni ’60, in quanto a partire sono soprattutto i giovani qualificati, spesso con tanto di laurea e master – i cosiddetti “cervelli”. E non si parte più con la valigia di cartone ma con il computer portatile; non si fugge la miseria ma si sogna un posto di lavoro corrispettivo al proprio iter formativo, retribuzione compresa.

La cornice narrativa in cui si racchiude quest’agile tassonomia dei giovani meridionali d’oggi è una foto di classe, a partire da cui Desiati rintraccia tutti gli ex compagni di liceo, mosso dall’insopprimibile bisogno di scoprire che fine abbiano fatto. Scoprirà così che di quei venti ragazzi, solo quattro sono rimasti a Martina Franca, mentre tutti gli altri sono emigrati per scelta o per necessità, come del resto l’autore stesso che da tempo vive a Roma, dove si è affermato come uno dei più importanti scrittori italiani ed è diventato direttore editoriale della Fandango Libri.

Capitolo per capitolo, vengono così delineate otto categorie: i Chiusi, i Fuggiti, i Fedeli, gli Usati, i Mammisti, i Soldati, gli Arrangiati e i Rimasti, ognuna delle quali è illustrata da un compagno di classe emblematico.

Chiusi sono quelli andati via per eludere i pregiudizi della mentalità di paese; i Fuggiti sono scappati da condizioni economiche insostenibili; i Fedeli, come lo scrittore stesso si autodefinisce, tornano puntualmente in paese per ogni festività; gli Usati sono giovani professionisti che a Martina Franca vengono solo sfruttati e devono andare altrove per cercare le meritate affermazioni; i Mammisti sono la versione estrema dei mammoni; i Soldati sono i tanti meridionali costretti ad arruolarsi per trovare un posto di lavoro e gli Arrangiati sono quelli che, pur emigrati, vivono ancora in grande precarietà. Infine, abbiamo i Rimasti che cercano eroicamente di migliorare le cose e cui è affidata la speranza che un giorno il Sud possa cambiare.

Più in generale, Desiati propone di chiamare i nuovi emigrati meridionali “fuorisede”, perché “emigrato è colui che lascia il proprio paese per migliorare status economico o sociale”, mentre “il fuorisede si trasferisce, ma mantiene una considerevole parte della propria vita nel luogo di nascita”. E così l’emigrato moderno, anzi il fuorisede – anche se trasferitosi a Roma o Milano – conserva un forte legame con il paese di origine, dove torna per le ferie natalizie, l’imperdibile Festa Patronale, le vacanze estive o le votazioni. E dove, in alcuni casi, conserva perfino il proprio barbiere di fiducia.

Nell’appendice finale l’Autore confessa d’essere partito da un questionario sulla nuova emigrazione compilato dalla Svimez e rivela che tutti i protagonisti sono in realtà frutto della sua fantasia, per quanto le vicende raccontate siano reali. Foto di Classe è, quindi, una sorta di reportage immaginario ma al tempo stesso molto attendibile sulla nuova emigrazione, una lettura illuminante e piacevole, che non potrà non emozionare soprattutto il lettore meridionale, il quale rivedrà nei ritratti esemplari tante persone a lui vicine.

:: Recensione di Il volo della cicala di Giorgio Ballario a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2011 by

Il volo della cicalaGiorgio Ballario giornalista e scrittore torinese doc, lasciate le palme, la sabbia delle dune, e le atmosfere africane Anni Trenta sfondo delle avventure del Maggiore Morosini protagonista riuscito di Morire è un attimo e Una donna di troppo, si dimostra capace di uscire dai confini del poliziesco coloniale da lui vivacemente tratteggiati per trovarsi a suo agio in un noir contemporaneo prettamente mediterraneo giocato sui toni dell’ironia e della malinconia. Il noir mediterraneo vanta maestri indiscussi come Jean-Claude Izzo,Manuel Vazquez Montalban,Yasmina Khadra, Petros Markaris e a questo proposito rimando al bel saggio Azzurro e nero: per una bibliografia del noir mediterraneo di Sandro Ferri che ho potuto trovare sul sito di Massimo Carlotto. Il volo della cicala, questo è il titolo della terzo romanzo di Ballario, si ricollega a questo filone e porta avanti alcuni temi conduttori come lo sradicamento del protagonista, immigrato argentino di ritorno, elemento cardine di questa area geografica segnata da frequenti migrazioni e incroci culturali, il contrasto tra uno sguardo “nero” sul mondo e gli spazi solari, immersi nell’accecante luce del Sud, l’amore per il cibo, i piaceri della tavola, la convivialità, la sensualità spiccata e gaudente, l’interesse per le nuove forme di criminalità che proprio sulle coste del Mediterraneo intessono i loro traffici e soprattutto il senso stesso della storia che viene traslato e che non è più quello di risolvere un caso più o meno intricato ma quello di proteggere i veri innocenti anche quando le apparenze sono a loro sfavore. Lasciata dunque Massaua e tornato ai giorni nostri, Ballario ci porta nella sua Torino e ci fa conoscere uno sgualcito e sfigato detective privato Hector Perazzo, ex poliziotto ed ora titolare della Baires Investigazioni che a dirla tutta non brilla per casi risolti, supertecnologici aggeggi investigativi o numero di collaboratori. La Baires Investigazioni infatti è praticamente un uomo solo: Hector Perazzo. E chi si rivolgerebbe ad un tale investigatore se non un uomo disperato con qualcosetta da nascondere? Eccolo accontentato, un cliente su misura il nostro detective lo trova: Tiziano Desideri scrittore di bestseller con l’acqua alla gola per un increscioso incidente che mina alle fondamenta la sua intera carriera. Il suo ghostwriter stanco di una vita in ombra ha deciso di fuggire con l’unico file dell’ultimo romanzo ad un soffio dalla data di consegna e pubblicazione. Avendo molto da perdere e non badando a spese Desideri promette 50.000 euro al nostro eroe con l’incarico di ritrovare l’insubordinato dipendente e riappropriarsi del maltolto. Inizia così per Perazzo un’avventura che lo porterà nell’assolata isola di Creta sulle tracce di Marzio Cavallero. Pensate che il caso sia semplice beh non avete fatto i conti con gli imprevisti del mestiere, inseguimenti, rocambolesche fughe, partite di droga rubate, bande turco-libanesi e tutti gli ingredienti giusti per movimentare l’allegra “vacanza” greca. Per non contare le donne, belle, affascinanti come in ogni noir che si rispetti. Per chi ama l’umorismo arguto e intelligente, le atmosfere noir accennate più che urlate e proprio per questo molto più evocative, un tocco di classe e di eleganza, Il volo della cicala è senza dubbio una lettura adatta, l’autore sa stupire e divertire. I colpi di scena non mancano e il finale senza essere eclatante ha un che di romantico e malinconico che ben si adatta alla psicologia del protagonista. Dimenticavo, mi raccomando non correte a leggerlo non appena avrete il volume tra le mani vi rovinereste tutto il divertimento. Come tutti gli altri romanzi di Ballario anche Il volo della cicala è edito dalle Edizioni Angolo Manzoni, piccola casa editrice ma di qualità, famosa per il Corpo 16  caratteri di grandezza superiore alla media tesi a rendere la lettura più chiara e meno faticosa.     

:: Intervista a Filippo Kalomenidis a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2011 by

Sotto la bottigliaBenvenuto Filippo e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni.Sei nato a Sassari nel 1976 e vivi a Roma. Ti sei diplomato in regia e sceneggiatura alla Scuola D’Arte Cinematografica di Genova. Parlaci un po’ di te, raccontati ai nostri lettori.

Sono uno che scrive. Scrivo per spingere il lettore a “riconoscere l’abisso”, direbbe Heidegger. Perdonami questa cazzo di partenza pomposa, ma cerco di rendere ogni mio racconto o romanzo un’esperienza in cui “l’abisso deve essere subìto fino in fondo”. Vivo per accompagnare per mano chi legge le mie storie verso quella voragine dell’anima di cui si ha paura. Dove il versante di tenebra e la voglia di fare del male al prossimo si mescolano con l’incanto e con la voglia di amarlo e accudirlo. Quella voragine è il solo luogo interiore che forse ci avvicina alla verità. In una realtà dove la miserabilità emotiva domina, voglio mostrare che si può tenere testa al dolore estremo e alla bellezza assoluta. Fissandoli entrambi. Pur sapendo che il dolore e la bellezza sono crudeli quanto il tempo che ci si spende sopra. Come ha detto qualcuno che apprezza il mio lavoro, “sono un terrorista psicologico che scrive”.

Un ragazzo di provincia nella grande metropoli come difendi le tue origini?

Ho il sangue sporcato da talmente tante etnie che mi viene naturale proteggere la mia visione balcanica e sarda dell’esistenza e allo stesso tempo imparare dai variegati e affascinanti sguardi sul mondo che s’incontrano sull’asfalto romano. E’ normale che chi è nato e cresciuto in un buco di culo di provincia come Sassari si senta una formica quando comincia a camminare tra la folla e i marciapiedi sconnessi di Roma. L’importante è capire che essere una formica a un picnic è una condizione incredibilmente fortunata. C’è tanta di quella vita da raccontare, tanto di quel cielo da azzannare, da trasformare in storie laceranti da scrivere.

Mia curiosità, dove cade l’accento nel tuo cognome?

Cade sulla prima i: Kalomenìdis. A scuola, all’appello, il mio cognome faceva diventare gli occhi storti agli insegnanti nel tentativo, vano, di leggerlo come si deve. Stiamo parlando della Sardegna degli anni ottanta e novanta poco avvezza all’incontro con gli immigrati di seconda generazione. Ho avuto poi modo di scoprire che le forze dell’ordine (i “caschi blu” come li chiama Luna & Sole, il protagonista del mio romanzo “Sotto la bottiglia”), con cui ho avuto in passato a che fare, pronunciano invece alla perfezione gli strani cognomi dei “barbari”. Tanto di cappello. Sono molto più precisi dei professori di lingue morte e di lingue straniere…

Padre greco, madre sarda, nonna georgiana e bisnonna turca «ti manca solo un parente albanese e sei a posto» disse qualcuno in vena di scherzi. Come vivi questa tua multiculturalità? Dove ti senti veramente a casa?

E’ una grande ricchezza di storie, di approcci all’esistenza, di saggezza feroce, di aneddoti, di modi di dire brutalmente lirici, di ficcanti espressioni popolari e gergali che mi diverto spesso a italianizzare nei romanzi e nei racconti che scrivo. Nel mio albero genealogico puoi trovare di tutto: non battezzati, ortodossi, musulmani, cattolici. E soprattutto esseri umani che hanno dovuto difendere la loro pelle dalla violenza della Storia. Un annidarsi disperato negli anfratti della vita che credo mi abbia insegnato sia attraverso i geni, sia attraverso le parole di mio padre, a non rinunciare mai alla pienezza di due sentimenti che aiutano gli uomini ad allontanarsi dalla mediocrità emotiva: la Rabbia e l’Amore.

Dove mi sento a casa? Dove si trova la Ragazza che amo, ovunque si trovi. E poi a Piramide, sull’Ostiense e sulla Tuscolana più periferica. Roma, sapendocisi immergere, è un insieme di isole. Ogni quartiere periferico, parafrasando le fiabe balcaniche, è una sorta di vilaiet oscuro oltre la fine del mondo. Guadi quel fiume di asfalto, ti sembra di scalciare pietre. E in realtà sono diamanti…Ti trovi di fronte gli esclusi, gli scarti di fabbrica del nostro mondo, la loro infinita consapevolezza, il loro slancio umano autentico, il loro linguaggio aguzzo. Sono lontani anni luce dalla triste minoranza dei “figli del kleenex” che vengono rappresentati dalla maggior parte della narrativa di questo paese. Normale che Roma sia il massimo per uno “tzigo” come me.

Scrittore, autore teatrale e sceneggiatore per la televisione e il cinema. Così giovane e già così impegnato. Cosa ami più fare? Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho lavorato per il teatro sperimentale e underground; ho scritto per serie televisive innovative e di successo come Ris e Intelligence, visionarie e spettacolari come Il 13°Apostolo (uscirà nel 2011 su Canale 5), consolidate e tradizionali come La Nuova Squadra; ho sceneggiato con Nicoletta Micheli e Guido Chiesa un film dal forte impatto visivo ed emozionale come Io sono con Te. E da tutte queste esperienze sono uscito rafforzato per dedicarmi alla “sacra terra inviolabile” della narrativa. Trovo naturale confrontarmi con svariati mezzi espressivi, tant’è che ho in cantiere anche un progetto di romanzo collettivo a fumetti (oggi per fare i fighetti le chiamano graphic-novel, io preferisco dire a voce altissima la parola “fumetto”). Al contrario di quel che pensano molti romanzieri, tanti sceneggiatori, innumerevoli teatranti, con la passione per i fiori di plastica e per le opere friabili come il polistirolo, la televisione e il fumetto possono essere strumenti taglienti. Da cui si possono trarre insegnamenti che tornano utili anche per scrivere narrativa. I romanzi e i racconti sono da sempre “la mia situazione creativa privilegiata”. Scrivo da quando ero adolescente (solo che allora buttavo giù cazzate che mi aiutavano soltanto a respirare meglio). Non posso vivere senza storie che inghiottiscono come pozzi, senza raccontare personaggi estremi e il loro linguaggio. Questa necessità nasce dal desiderio di dare voce ai marginali, ai sottoprivilegiati, alle “vite infami” e cancellate.

Raccontaci i tuoi esordi. Hai iniziato facendo il lavapiatti in ristoranti cingalesi, dormendo nelle soffitte, mangiando scatolette di tonno a mezzogiorno e sera?

Non sono uno di quegli autori che sono cresciuti “in serra”, che non mettono mai in gioco la loro soggettività, e si tengono bene al riparo dalla vita. Non ho niente a che spartire con coloro che per raccontare la strada hanno bisogno di consultare google maps tra un aperitivo cool e l’altro. Ne ho passate tante, molto peggiori degli esempi giocosi che fai. Aver vissuto esperienze dure non aiuterà la sana e robusta costituzione fisica, ma ti rende perlomeno estraneo alla dominante schiera di autori borghesi il cui immaginario non va oltre la porta del sofisticato wine bar dove incontrano i colleghi.

C’è qualcuno che ti ha aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

Un critico letterario, fortunatamente morto, a cui ebbi l’incauta idea di mandare dei miei raccontini quando avevo vent’anni esatti…Disse che sapevo scrivere, ma che quel materiale era talmente osceno e insopportabile da fargli pensare che il mio destino naturale fosse imbrattare con scritte scurrili le pareti dei cessi pubblici. Credo che un calcio nei denti simile avrebbe fatto passare la voglia di sfiorare la tastiera a chiunque. Invece ho continuato a lavorare con rabbia a storie ancora più feroci, spinte e allucinate. E’ la prima volta che ne parlo pubblicamente. Ma più ci rifletto, più mi convinco che quello sia stato un momento chiave: se quando sei ragazzino continui ad andar per la tua strada nonostante provino a tagliarti le gambe per puro piacere senile, vuol dire che la tua vita è afferrare storie e raccontarle. Costi quel che costi. Alla faccia del defunto “solone”, terrorizzato dall’autenticità del mondo sporco e sommerso che la mia “robaccia” evoca.

Hai lavorato come soggettista e sceneggiatore per diverse serie televisive. Com’è lavorare per la televisione. Molti giovani vorrebbero fare lo stesso. Che consigli ti sentiresti di dargli?

Come ho già detto, lavorare per la televisione fa crescere, è divertente, stimolante e consente di ragionare a pancia piena. Un grosso privilegio nella diffusa disperazione causata dall’anarco-capitalismo in cui ci dibattiamo. Quanti ai ragazzi che vogliono trovare spazio in questo ambiente, non amo la parola “consiglio”. Mi limito a dire che è importante immergersi nelle realtà nascoste, vivere visceralmente ogni giorno. Amare chi se lo merita con tutta l’anima e tutto il corpo, odiare chi se lo merita con tutta il cuore e tutti i muscoli. E non solo studiare alla moviola film e telefilm. Basare la propria esistenza sulla scrittura sta diventando sempre più una scelta per chi ha nobili natali, un grasso conto in banca aperto dai nonni ed è cresciuto sulle ginocchia di caporioni dell’editoria e del cinema. Chi viene dalla strada, come me, ha il dovere di terremotare lo stanco mondo della scrittura e di ferire lo sguardo di chi legge. Coloro che vengono fuori dal nulla devono provare a ribaltare i canoni narrativi asettici, triti e autoreferenziali che appesantiscono tanta fiction, tanti libri, tanti film. Grazie al cielo in questi ultimi anni vedo emergere in Italia una nuova leva di autori che ha voglia di tirare coltellate allo stomaco dei lettori e degli spettatori e di scansare chi si nutre di manualetti del bravo narratore e di citazioni da opere già realizzate.

Va di moda una televisione molto buonista, più c’è crisi più spopolano serial tv come Don Matteo per i quali i fondi si trovano. Non ti va un po’ stretta questa televisione?

Sinceramente non è un mio problema. Ma una disgrazia per gli spettatori che s’imbattono in quel tipo di produzioni e scelgono di “stonarsi” e sedarsi con visioni zuccherose e plastificate. Ho la fortuna di lavorare spesso, da parecchi anni ormai, per una struttura coraggiosa come la Taodue dove si punta su un altro genere di prodotti. Niente affatto buonisti.

Tagli alla culture, proteste, scioperi, se dipendesse da te che misure prenderesti per uscire dalla crisi?

Ti rispondo da uomo che scrive e non da stratega. In Italia non esiste più il minimo rispetto per alcuna forma di creatività. E’ dunque importante che gli autori protestino. Ma è fondamentale rendersi conto del dislivello che si è creato tra le opere realizzate e gli spettatori e i lettori. Le nuove generazioni si riconoscono sempre meno nei libri, nei film, nelle fiction che gli vengono serviti precotti. Abbiamo l’obbligo di emozionare e scuotere fino alle midolla chi si confronta con i nostri lavori. Abbiamo il dovere di fargli vivere nuove esperienze, chiamare le cose con il loro nome e dare il colpo di grazia al cavallo morente del “citazionismo”. Basta con la metaletteratura, il metacinema, basta con Godard, Tarantino e i fratelli Coen, basta con gli scopiazzatori della commedia all’italiana anni ‘60, basta con i nostrani romanzi mainstream che raccontano  una borghesia che non esiste più, basta con gli autori che pubblicano solo perché hanno un nome altisonante e non vendono più di mille copie nonostante lanci stampa martellanti. La loro funzione si è esaurita. La vita poteva essere “un noioso impedimento allo scrivere” per Thomas Mann. Non per loro. Se questa gente trova la vita noiosa, continui a sbadigliare tra i soldi e la pianti di tediare il prossimo. La nostra società è oscurata da un’infinita apocalisse: occorrono storie urgenti, acuminate, potenti.

A proposito del film Io sono con te mi sono imbattuta in un sito dove venite tacciati di ateismo e blasfemia. Ma cosa c’è di così rivoluzionario nel vostro film?

Io sono con Te è un film controverso, molto scomodo. Dal mio punto di vista è stato il porre l’accento sulla centralità del femminile all’interno di una religione, il cristianesimo delle origini, a turbare alcuni. Un femminile animale, istintivo, caldo, che contiene la “grazia” genuina, la grazia arcaica degli “ultimi”. Non quella simbolica e incomprensibile con cui ci ammorbano tanti sacerdoti e teologi che credono ancora di vivere ai tempi degli amanuensi, e nemmeno la grazia “linta e pinta”, come si dice a Roma, delle modelle o delle attrici di soap-opera indicata inconsciamente come riferimento dai campioni dello scientismo tecnologico. Quanto alla blasfemia, si è detto un po’ di tutto sul film…E’ stato allo stesso tempo consigliato pure dalla Conferenza Episcopale Italiana. Cosa che la Micheli, ideatrice del soggetto, e Chiesa tengono a sottolineare, ma che a me frega poco. Sai com’è, con la curia non ci ho mai bazzicato molto…

Sotto la bottiglia Ed. Boopen LED è il tuo romanzo d’esordio. Vuoi parlarcene?

Il mio romanzo “Sotto la bottiglia” racconta i moderni “rum runners” nella Roma di oggi, i contrabbandieri del cosiddetto  “alcol nero”. Ragazzi sardi, rumeni, polacchi, albanesi  che rubano le cisterne di “alcol greggio” da una distilleria per rivenderlo a un’altra, che trafugano le bottiglie dai magazzini dei grossisti per smerciarle a proprietari di locali notturni e wine bar senza troppi scrupoli. Sono la manovalanza dell’odierno “proibizionismo dei prezzi alti”. Aumenta il consumo di alcolici e aumenta il prezzo degli alcolici. Di conseguenza in tanti si organizzano per procurarsi illegalmente bocce a quaranta gradi  e piazzarle a basso costo al miglior offerente. Una realtà micro-criminale.  Bevono forte e diffondono litri e litri di alcol per le strade. Quasi volessero disinfettare una città e un mondo luridi.  Uno di loro, Luna & Sole, un trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica, s’innamora  di LA’. Una quindicenne a cui nessuno, prima di lui, ha mai insegnato a vivere a pieno le proprie emozioni e la propria bellezza.  Una storia d’amore estremo, vissuto come contagio di cose incantevoli e terrificanti, in una Roma inedita. La Roma dei non romani. La Roma dei Barbari, degli immigrati italiani e stranieri che cercano di conquistare ogni notte la strada e guardano ai monumenti e alle bellezze storiche come a giganteschi parchi giochi. La Roma di coloro che compiono il rituale di pisciare sulle Mura per avere l’illusione di impossessarsi della città. Proprio come facevano i soldati delle orde barbariche quando erano convinti di poter impadronirsi per sempre della capitale più bella del mondo.

Tratti un tema scomodo, forse sconosciuto, prima del tuo libro nessuno ne parlava. Mi ha fatto pensare alle distillerie clandestine del periodo del proibizionismo americano, a Bonny e Clyde. Come è nata l’idea che ti ha spinto a scrivere questo libro?

Questo romanzo nasce grazie all’amicizia con alcuni ladri, consumatori e smerciatori di “alcol nero”. Li ho conosciuti qualche anno fa nelle interminabili notti romane. Giovani devianti troppo sinceri per fare numero nel mondo di chi tiene l’ora, ragazzi che dicono fulmineamente la verità e la vivono spietatamente. Nello scrivere Sotto la Bottiglia ho dovuto diventare come loro e al contempo mettere tanti miei aspetti atroci nei protagonisti. E’ stato un lavoro viscerale, così estremo da procurarmi attacchi di panico nella stesura di alcuni passaggi. Ma, dai riscontri dei lettori, ho capito che lo shock che ho provato nel narrare questa storia raggiunge chi la incontra. Ed è una soddisfazione enorme. Ho trasfigurato la realtà  dei rum runners contemporanei attraverso la chiave visionaria e allucinatoria della malattia e dell’alcol. Stavolta raccontato senza l’epica di tanta “narrativa etilista”, ma semplicemente come una droga amniotica e bruciante.

Ami spiazzare i tuoi lettori, non lasciarli tranquilli. Già dal tuo protagonista Luna & Sole, contrabbandiere di alcolici per passione e necessità, trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica e una passione per le ragazzine, decisamente non politicamente corretto. E’ poi così difficile tifare per lui?

Sotto la Bottiglia ha toccato nel profondo e coinvolto tanti lettori di ogni età ed estrazione. Ha emozionato un attore straordinario come Vinicio Marchioni, ha scosso scrittori diversissimi tra loro che ammiro da morire e che fino a qualche tempo fa conoscevo soltanto attraverso la lettura dei loro libri da Andrea Cotti a Francesca Melandri, da Francesco Trento ad Angelo Petrella, da Luigi Pingitore ad Antonia Iaccarino. Si prendono addirittura la briga di venirlo a presentare con me, raccontando al pubblico l’impatto che hanno avuto con un personaggio come Luna & Sole. Sono convinto che Luna & Sole rappresenti un lato spaventoso che ognuno di noi ha dentro. I più bravi, beati loro, sanno vederlo e tenerlo molto bene a bada…

Sotto la bottigliaè caratterizzato da una sorta di amore per gli ultimi molto pasoliniano. Ti trova d’accordo questo accostamento?

L’accostamento mi lusinga più che altro. Ti ringrazio di cuore.

Progetti per il futuro?

Un secondo romanzo già pronto, un terzo su cui sto lavorando, la versione collettiva a fumetti di Sotto la Bottiglia e una passeggiata notturna fino a Piazza Don Bosco per prendere le sigarette al distributore. Me ne è rimasta soltanto una.

:: Recensione di La mappa del destino di Glenn Cooper

15 gennaio 2011 by

Cooper_La_mappa_del_destinoChi ci segue conoscerà sicuramente Glenn Cooper autore di due fortunati best seller storico- esoterici La biblioteca dei morti e Il libro delle anime . Nella nostra intervista dello scorso anno ci anticipò che nel gennaio 2011 sarebbe uscito in Italia un suo nuovo libro, non della serie precedente, un stand-alone nel quale la sua passione per l’archeologia avrebbe trovato libero sfogo. Esce infatti il 20 gennaio sempre per l’Edizioni Nord, specializzate in avventura e mistero, La mappa del destino il cui titolo in inglese The Thent Chamber è sicuramente più rivelatore. Sin dal prologo ambientato nella Francia del 1899 siamo trasportati nei dintorni di un piccolo villaggio del Perigord, Ruac che diventa lo scenario di una storia in cui, mistero, esoterismo, amore e morte si intrecciano indissolubilmente e conducono il lettore ai limiti dell’incredibile e ben oltre a dire il vero. Edouard Lefevre un insegnante e il giovane Pascal suo cugino durante una vacanza estiva entrano in una grotta e fanno una sconvolgente scoperta. Consapevoli che il segreto non possono tenerselo per loro ma devono avvertire le autorità tornano al villaggio di Ruac e commettono l’imprudenza di fermarsi al primo bar per mandare giù qualcosa di caldo. L’ingenuo Pascal ancora emozionato per l’incredibile avventura si lascia sfuggire che lungo la parete rocciosa hanno trovato una caverna al cui interno alla luce incerta dei fiammiferi hanno potuto vedere raffigurate immagini incredibili. Basta quello e in un attimo ad un cenno del barista gli uomini seduti alle loro spalle imbracciano i fucili e li uccidono. Più di un secolo dopo l’incendio della biblioteca dell’abbazia cistercense di Ruac fa tornare alla luce un singolare manoscritto redatto da Barthomieu monaco dell’abbazia vissuto nel 1307 che nell’unica iscrizione in chiaro in latino afferma di avere 220 anni. L’abate consegna il libro a Hugo Pineau antiquario restauratore per farlo riparare dai danni subiti durante l’incendio e così casualmente finisce nelle mani dell’archeologo Luc Simard che affascinato dai bellissimi disegni al suo interno contenuti, seguendo una mappa, giunge alla stessa caverna scoperta dai turisti ottocenteschi.  Decine di dipinti rupestri preistorici lo convincono di essere davanti a qualcosa di epico, di potenzialmente più grande della scoperta di Lascaux o della grotta di Chauvet. Grazie alle sovvenzioni del Ministero dei Beni Culturali un team di esperti viene radunato sul luogo degli scavi ed è l’inizio di una serie di morti sospette. Simard sempre più immerso in quel mistero si interroga sul legame tra il manoscritto e i dipinti rupestri e soprattutto sulla sospetta ostilità degli abitanti di Ruac. Cosa nascondono? Che segreto custodiscono con tanta tenacia e soprattutto perché i Servizi Segreti francesi fanno di tutto per ostacolarli? Ecco a grandi linee la trama di La mappa del destino che oltre all’avventura racchiude anche una storia d’ amore, un simpatico e fascinoso archeologo molto alla Indiana Jones,  una congiura che va avanti da secoli e coinvolge un intero villaggio, uno squarcio sui lavori intorno ai siti archeologici, una buona dose di fantastico, e pure un pizzico di spy story con tanto di agenti segreti pronti a tutto appartenenti ad una cellula segreta dalle azioni poco chiare. La scrittura di Cooper è piana, uniforme e  piacevole. Le pagine scorrono fluide, la suspence è ben calibrata, i particolari tecnici non sono banali o troppo invasivi,l’ intrigo avvince. Per gli amanti delle cospirazioni esoteriche una lettura sicuramente da non perdere, per gli altri un piacevole divertissement non privo di originalità, non noioso, magari capace di far passare ore di piacevole svago.

:: Intervista con Alan Furst a cura di Giulietta Iannone

14 gennaio 2011 by

Alan Furst

Benvenuto Alan e grazie per aver accettato questa mia intervista. Chi è Alan Furst?

Alan Furst è uno scrittore dall’età di 11 anni. Ho infatti pubblicato il mio primo lavoro nel giornalino della scuola quando ero in quinta elementare. Ho sempre saputo in cosa avevo talento e quello che sarei voluto diventare. Il successo o il fallimento non mi sono mai davvero importati. Ho iniziato facendo il poeta, fino a quando nella mia tarda adolescenza, ho scritto alcune storie brevi poi, a 29 anni, ho scritto il mio primo romanzo.

Raccontaci qualcosa del tuo background.

Sono stato cresciuto dai miei genitori che erano figli di immigrati ebrei provenienti dai ghetti della Lettonia. Sono cresciuto nella Upper West Side di Manhattan (New York) in una famiglia che lottava per rimanere nella classe media. Entrambi i miei genitori lavoravano. Non abbiamo mai avuto un auto (non ne avevamo bisogno). Sono andato a una scuola di preparazione molto buona (il denaro poi è stato trovato) e ho scoperto che non ero il bambino più intelligente del mondo. Ho avuto un’educazione molto dura e conservatrice (grazie al Cielo). Al college ho passato la maggior parte del mio tempo con le donne e occasionalmente ho scritto qualcosa.

Il tuo background ha determinato l’inizio del tuo interesse per la scrittura?

No, affatto il mio background non ha avuto mai importanza.

Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Completamente senza denaro, scrissi quello che pensavo fosse un lavoro letterario di cassetta ma che alla fine fu pubblicato, con mia somma, sorpresa da un editore con molta fantasia (Atheneum) e pensai: “Forse sono un romanziere!” Il libro (Your Day in the Barrel) si rivelò un totale fallimento, ma fu tradotto e pubblicato in Francia da Gallimard. Mi sono detto: “Come è possibile?”

Sei un autore di romanzi di spionaggio con sfondo storico. Quali scrittori ti hanno influenzato maggiormente?

Sono stato influenzato da diversi romanzieri che definisco autori di opere politiche e d’avventura iniziando da Stendahl, poi Malraux, Conrad, un po’ Hemingway (Per chi suona la campana) Orwell, Isaac Babel, Bulgakov, Gregor von Rezzori, Malaparte, Moravia, Durrell, Lawrence e ho imparato a scrivere leggendo Anthony Powell.

I tuoi libri sono ambientati appena prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Che tipo di ricerche hai fatto? Ti sei ispirato a fatti realmente accaduti durante la creazione delle trame?

Io leggo solo libri del periodo di cui scrivo. Leggo di tutto, libri di storia, di giornalismo, narrativa, autobiografie: è tutto lì. Le mie trame sono tutte completamente basate su reali situazioni politiche, le sottotrame sono se si vuole derivati autentici di queste situazioni, i personaggi anche.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto scrivendo un libro ambientato nel Sud-est dell’Europa nel ’40 / ’41. Non dico troppo fino a quando non finisco un libro.

Conoscevi Margaret Mead?

Ero un suo studente quando avevo 20 anni. Mi piaceva e pensava che io fossi qualcuno che avrebbe potuto combinare qualcosa nella vita. Era senz’altro la persona più intelligente che abbia mai incontrato.

Hai lavorato in pubblicità. Puoi dirci qualcosa della tua esperienza?

Scrivere per la pubblicità è una delle cose migliori che mi sia mai capitata. Devi scrivere efficacemente e rapidamente e fare centro con poche parole. Migliore formazione non c’è.

Raccontaci qualcosa della serie “Night Soldiers”.

Non ho mai pensato che potesse nascere nè l’ho mai pianificata. Una volta ho cominciato a leggere intensamente (non scherzo) libri del periodo, mi sono completamente innamorato dei paesi dell’Europa continentale, di Parigi,  delle persone che hanno cercato di sopravvivere agli incubi politici del periodo cercando di restare dei decenti esseri umani. Il periodo tra il 1933 e il 1945 è stato un momento difficile per amare, ma la gente ha cercato di vivere dignitosamente e con onore in mezzo al male e al caos. Così, come non amarli per questo?

The foreign correspondent” è un libro interessante ambientato nel 1938, quando molti intellettuali italiani fuggirono dal governo fascista di Mussolini e si rifugiarono a Parigi. Raccontaci qualcosa di questo libro.

Ho letto un sacco di libri di storia di quando in Italia ci fu la “svolta” e mi sono stupito di quanti uomini e donne meravigliosi fuggirono a Parigi, senza badare a quanto fosse pericoloso, per resistere a Mussolini in ogni modo possibile. Gli americani non sono a conoscenza della profondità e dell’impegno e dell’ampiezza della resistenza italiana, mi dispiace dirlo, ma ciò è stato un bene per me dato che così ho potuto avere molto da dire poiché molte poche persone sapevano la verità.

Che cosa sono la libertà e il coraggio per te?

La libertà è qualcosa per cui si deve sempre combattere. E richiede coraggio fare la cosa giusta, non badando alle conseguenze.

Ci sono film tratti dai tuoi libri?

Ho successo altrove, ma non con i film. Non ci sono ragioni reali o risposte per questo.

I tuoi libri sono stati tradotti in diciassette lingue. Chi è il tuo editore italiano?

Per molto tempo è stato Rizzoli, adesso ho uno nuovo editore Giano.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori sono invitati a scrivermi e-mail all’indirizzo del mio sito web. L’e-mail è alan@alanfurst.net

Pensi che ci sia un revival della spy story?

Beh, la gente ancora scrive romanzi di spionaggio; ci fu una specie di crisi solo dopo la fine della Guerra Fredda. Ma ora scrivono di terrorismo, di estremisti islamici, o di qualsiasi altra cosa faccia notizia. Questo genere è quasi sempre (non per me, comunque) connesso alla situazione politica. Si sta evolvendo nell’attualità.

Recensione di La lingua del fuoco di Don Winslow a cura di Stefano Di Marino

14 gennaio 2011 by

La lingua del fuoco di Don WinslowDon Winslow è sicuramente uno dei più significativi autori di thriller di questi anni. In attesa di leggere Satori , seguito del magnifico Il ritorno delle gru (Shibumi) di Trevanian accontentiamoci della riproposta di alcuni suoi lavori risalenti alla fine degli anni  ’90. Accontentiamoci… espressione certamente non adatta  visto che di romanzi cosce ne vorrebbero a vagoni ai giorni nostri. Certo, La Lingua del  fuoco è in qualche modo un’opera minore se paragonata al Potere del Cane e anche di  L’inverno di  Frankie Machine…ma possiede una forza raramente riscontrabile nei thriller letti negli ultimi tempi. Una  menzione di merito va anche alla traduzione di Alfredo Colitto che si districa con abilità e perfetto controllo del linguaggio anche in quelle sezioni di ‘ police procedural’ riguardanti i tecnicismi di un’indagine su un incendio doloso. Ma il fulcro non sono questi capitoli che,a a prima vista possono sembrare sin troppo specifici. Winslow riesce a stupire cambiando meccanismi e  spunti a ogni libro pur restando se stesso, con le sue passioni(il surf prima di tutte) e un certo disincantato romanticismo che accomunano  Bobby Z, Frankie Machine, Boone Daniels e Jack Wade. In fondo il mondo si restringe a una tavola che cerca la Grande Onda… sin dai tempi di Un mercoledì da leoni e Point break. È una mitologia a sé che, ben sfruttata, fa già metà del romanzo. L’altra metà è la capacità di costruire un intreccio che  pare dipanarsi in mille rivoli ma poi è saldamente in mano all’autore. Tanto che il gioco di fili che ti portano in una direzione e ti lasciano a bocca aperta perché tutto si ricollega e la storia subisce un capovolgimento che ribalta la situazione da una pagina all’altra , si ripete diverse volte nel corso di una vicenda. Questa si presenta come un ‘semplice’ thriller centrato su un omicidio celato da  incendio accidentale. Ma entrano in scena gangster, traffici interraziali, frodi assicurative, un panorama variegato di personaggi che recitano tutti la loro parte per avvincere,stupire. E Winslow non sbaglia un passaggio, non perde una sola occasione per toccare le corde che il lettore vuole sentir vibrare. E così anche in una lunghezza inusuale per un thriller tutto tiene, tutto ti costringe a leggere una pagina…una ancora. E non è il vetusto stereotipo del page turner. Lingua di  fuoco regala davvero momenti memorabili, emozioni. E ,forse, è in grado di insegnare qualcosa a tanti presunti noiristi nostrani che credono dispare già tutti. Maestro Winslow in cattedra… noi sediamo attenti e ammirati

Stefano Di Marino

:: Intervista con Gin Phillips

13 gennaio 2011 by

Salve Gin. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Gin Phillips? Punti di forza e di debolezza.

Come la maggior parte dei romanzieri, credo, che la scrittura non sia solo quello che faccio ma anche quello che amo di più. Mi piace anche mio marito, la mia famiglia (compreso il cane), i viaggi, cucinare, leggere. Mi piace pensare che uno dei miei punti di forza sia che sono abbastanza contenta quasi tutto il tempo. (Non do credito all’ immagine dello scrittore torturato stereotipo dell’ artista. Sono incredibilmente fortunata ad avere persone che comprano i miei libri e mi permettono di inventare delle storie.) Sono creativa e mi diverto sulle montagne russe e mangiando ciambelle. Sono impaziente e un disastro in matematica. E non dimentichiamo che disprezzo gli scarafaggi.

Raccontaci qualcosa del tuo background, del tuo stato d’origine l’Alabama, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in Alabama, in una delle più grandi città dello stato. Sono andata al college in Alabama, poi mi sono trasferita in Irlanda per un anno, in seguito ho vissuto pochi mesi in Thailandia. Sono tornata negli Stati Uniti, e mi sono trasferita prima a New York e poi a Washington DC per un paio d’anni. Per la maggior parte del tempo scrivevo per una rivista,  da circa 25 anni sono infatti freelance a tempo pieno, praticamente durante il giorno lavoravo  alla rivista e durante la notte scrivevo fiction. Qualche anno fa, sono tornata in Alabama.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Ho sempre scritto. Da bambina  ero sempre intenta ad annotare storie, a disegnare vignette, a scrivere scenette e canzoni. Ma ho dovuto attendere fino al college per rendermi conto che la scrittura era la mia vita.

Leggi altri autori contemporanei?

Ho sempre amato la fantascienza. E naturalmente ho letto molti scrittori contemporanei. Ho letto voracemente e ecletticamente di tutto, dalla finzione letteraria, alla young adult fiction, alla fantascienza. Sia fiction recente che classici.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho finito il romanzo alla fine del 2004, e ci sono voluti due anni per venderlo. Poi ci sono voluti altri due anni per farlo pubblicare. Avevo anche lavorato su un altro romanzo inedito prima di La notte ha occhi curiosi e ho trascorso svariati anni ad accumulare rifiuti. Sono sicura di aver ricevuto centinaia di rifiuti nel corso degli anni. Non credo sia stata un’ esperienza del tutto negativa, ti fa venire la pelle dura. Questa è una buona cosa per uno scrittore.

Perché hai deciso di scrivere La notte ha occhi curiosi?

Mia nonna e i suoi tre fratelli sono cresciuti in Carbon Hill, dove il mio bisnonno faceva il minatore. Così sono cresciuta ascoltando aneddoti sulla vita di quella città famosa per la estrazione del carbone. Ho sentito tutte quelle storie e le ho conservate nella memoria. Non avevo intenzione di utilizzarle in un romanzo. Mi piacevano per se stesse. Anni dopo, ho iniziato a pensare alla possibilità di una storia ambientata in una comunità di minatori dei primi del 1900. Avevo letto diversi libri di saggistica che riguardavano gli scioperi nelle miniere e le lotte dei minatori nel nordest degli Stati Uniti, e ho pensato alla brutalità e a quanto fosse pericolosa la vita quotidiana nelle miniere … e di come i momenti di bellezza o di gioia in mezzo a tutta questa bruttezza sarebbero stati tanto più evidenti. Alla fine mi sono ritrovata a pensare ad una bambina seduta sulla veranda di casa sua, mentre guardava fuori la notte.

Quanto è durato il processo di scrittura?

Ho scritto il romanzo in poco meno di un anno.

Altri romanzi ti hanno ispirato?

Nessuno in particolare.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Nel 1931 a Carbon Hill,  una piccola cittadina dell’Alabama di estrazione del carbone, una bambina di nove anni, Tess Moore al calare delle tenebre vede nel suo portico posteriore una donna sconosciuta che solleva il coperchio di un pozzo e vi lancia un bambino senza una parola. La città è sconvolta da questo reato, ma è Tess che sente di più la tragedia. Inizia ad essere tormentata dagli incubi e così la sorella di quattordici anni, Virgie, escogita  un piano per rintracciare la donna . Le due ragazze fanno un elenco di tutte le donne che hanno partorito neonati negli ultimi sei mesi e cominciano insinuando dubbi nella vita dei loro sospetti ‘. La loro indagine non produce una risposta immediata, ma apre gli occhi delle sorelle sulle complicazioni della vita .

Puoi dirci un po’ di più della tua protagonista?

Il libro è raccontato da cinque punti di vista, tutti appartenenti a diversi membri della famiglia Moore. Albert, il padre, è un minatore di carbone. Sua moglie, Leta, trascorre il suo tempo a gestire le faccende della casa e ad allevare tre figli. Poi c’è la figlia maggiore, Virgie; Tess di nove anni, e Jack di cinque anni.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Oh, quello che mi piace di essere uno scrittore è che non c’è una tipica giornata di lavoro. Odio la mattina presto e così prendo del tempo per me. Prendo un caffè, leggo il giornale, e, infine, mi siedo e inizio a scrivere verso le  9:30 o giù di lì. Quando sto lavorando ad un progetto, cerco di scrivere almeno sei ore al giorno.Altrimenti faccio ricerca, vado in viaggio, faccio discorsi o presentazioni di libri. Quando correggo le bozze, chiudo il computer e mi porto dietro la mia copia ridicolmente voluminosa per bar o ristoranti. Ho spesso un altro turno di lavoro notturno, a partire dalle 23:00 circa, dopo che mio marito è andato a dormire. Io amo la quiete, lavoro ancora quando tutti gli altri sono andati a letto. Questo è il mio momento più creativo.

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Molto eccitante. È incredibile pensare che una propria storia venga raccontata e letta in tutto il mondo.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Solo romanzi. Mi piace molto avere centinaia di pagine per raccontare una storia, è come avere una grande tela su cui lavorare.

Progetti di film tratti dai La notte ha occhi curiosi?

Nessuno ancora.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Toni Morrison, Ian McEwan, Neil Gaiman, Margaret Atwood

Cosa stai leggendo in questo momento?

Solar di Ian McEwan.

Ti piace fare tour per la promozione dei tuoi libri? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente che ti è successo durante questi incontri.

E ‘sempre divertente incontrare le lettrici e sentire cosa pensano del libro. Durante le presentazioni di questo libro ho avuto modo di incontrare numerose  persone in tutti gli Stati Uniti che mi hanno detto quanto i Moor gli ricordassero i propri genitori o nonni. Durante la Grande Depressione molti hanno avuto esperienze comuni non importa in quale parte del paese abbiano vissuto o che cosa abbiano fatto nella vita. Mi piace sentire raccontare storie di famiglia e so che il libro ha fatto sì che la gente abbia pensato più a fondo sul passato della propria famiglia. Ma l’incontro più memorabile fu probabilmente quando un ragazzo mi ha chiesto anziché di autografare il suo libro di firmare il suo petto.

Qual è il ruolo di Internet ?

Internet aiuta moltissimo con la ricerca, non solo ti permette di trovare articoli accademici o libri di riferimento, ma è di grande aiuto anche nella ricerca di piccoli dettagli che potrebbe portare via molto tempo per trovarli in biblioteca. Faccio un esempio, potrei avere un personaggio del 1980 e ho bisogno di sapere che tipo di scarpe da ginnastica indossa, o che tipo di musica ascolta. Grazie ad Internet sono in grado di trovare i modelli di Reebok, di Tretorns, e una dozzina di gruppi musicali in circa cinque secondi con Google. E, naturalmente, Internet aggiunge un certo lavoro pure. Invidio Hemingway e Tolstoj e Dickens per molte ragioni, ma in parte anche perché non hanno dovuto rispondere a e-mail o scrivere un blog.

Hai un agente letterario?

Sì. Kim Witherspoon della Inkwell Management di New York.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio prossimo libro, Ghosts Underground, uscirà nel 2012. Ha per protagonista l’ archeologo Ren Taylor, che ha dato una svolta alla sua carriera, trovando una serie di ciotole mozzafiato nel sud del New Mexico. Le ciotole sembrano appartenere ad un’ artista straordinaria del 12 ° secolo, e Ren è convinto che contengano il segreto per cercare di capire come è morta una donna mille anni prima. Nel 2009, l’archeologo Silas Cooper invita Ren in un remoto canyon, dove ha fatto la sua stessa scoperta. Il libro è in parte una storia d’amore, in parte una storia di mistero e in parte una storia di fantasmi .

:: Intervista con Omar Di Monopoli a cura di Velentino G. Colapinto

13 gennaio 2011 by

la-legge-di-fonziOmar Di Monopoli (Bologna, 1971) è scrittore, grafico e sceneggiatore. Vive e lavora da sempre a Manduria, ha esordito come fumettista durante gli anni di studio trascorsi a Bologna, ha firmato la sceneggiatura del film La caccia di Edoardo Winspeare e finora ha pubblicato i romanzi Uomini e Cani (2007), vincitore nel 2008 del Premio Khilgren Città di Milano, Ferro e Fuoco (2008) e La Legge di Fonzi (2010), che compongono la sua cosiddetta Trilogia Western ambientata in Puglia, e suoi racconti compaiono in numerose antologie e riviste. Il suo blog è http://omardimonopoli.blogspot.com/. 
 

Dei tanti scrittori pugliesi affermatisi negli ultimi anni, tu sei uno di quelli cha ha mantenuto più forte il legame con la terra d'origine, decidendo di vivere a Oria, piuttosto che trasferirti, per esempio, a Roma o Milano, come tanti tuoi colleghi “fuorisede” (Lagioia, Desiati, Lattanzi, Astremo, Carrisi, ecc.). È davvero così difficile vivere in Puglia, facendo lo scrittore?

Devo correggerti: vivo a Manduria, esattamente al centro tra Lecce, Brindisi e Taranto. E ho ripetutamente provato a lasciare la mia regione (sino a qualche mese fa ero di stanza a Roma per motivi di lavoro, ma il perpetuo scontro col Raccordo Anulare mi ha convinto a ritornare nei miei lidi).

Sicuramente però sono legatissimo alla mia terra, questo sì, anche se è difficile viverci per tutt'una serie di ragioni (che sono poi in fondo note a tutti), ma in questo momento è l'intera Penisola ad avere il fiatone, come se fosse diventata nell'ultimo decennio una sorta di Grande Immenso Sud. Fare lo scrittore in una terra complicata come il Meridione ha in ogni caso i suoi pregi: mi capita di continuo coi miei libri di visitare licei, penitenziari e istituti per malati psichiatrici, venendo a confronto con realtà che non conoscevo e che mi permettono di rivalutare i miei conterranei per la serietà e la professionalità.  

Sei riuscito a inventare una scrittura particolarissima, lo “stile Di Monopoli”, che – piaccia o no – sicuramente è molto personale e originale, inconfondibile. Non ti sei mai preoccupato, però, del fatto che questo tuo mescolare italiano a dialetto, termini desueti con linguaggio parlato, potesse rendere i tuoi libri troppo ostici e risultare così un ostacolo alla lettura? E puoi raccontarci com'è nato questo tuo stile?

Il mio stile è frutto di una ricerca linguistica decennale, che assomma esperienze diverse come il fumetto, il cinema e ovviamente la letteratura. Sono inoltre convinto che uno scrittore debba crearsi un proprio vocabolario, e naturalmente per farlo deve però possedere una conoscenza perfetta dei canoni classici: ecco perché non faccio che studiare e leggere i grandi (anche i piccoli, se è per questo!), cercando d'imitarne lo stile, rielaborandolo e facendolo mio.

Forse è vero che il primo approccio coi miei libri può risultare ostico, però non si scardinano le regole attenendosi alle mode e al gusto del mercato. Poi, va anche detto, dopo tre romanzi lentamente sono riuscito a costruirmi un mio pubblico, una schiera sempre più numerosa di estimatori che mi scrive, mi segue e mi sostiene, e questo è un piccolo miracolo che non smette mai di stupirmi… 

La legge di Fonzi, a differenza delle opere precedenti, si conclude con un finale che lascia spazio a un'interpretazione fantastica. Sarà questo il prossimo sviluppo che intendi seguire, abbandonando l'iperrealismo che finora ti ha contraddistinto?

No, cioè sì. Sono, infatti, intenzionatissimo a percorrere altre strade che probabilmente incroceranno il fantastico, ma il prossimo romanzo, quasi ultimato e in uscita credo dopo l'estate, narra ancora una volta di un meridione rurale e un po' western, solo che stavolta cambio l'ottica: il racconto sarà tutto guardato in soggettiva da un ragazzino… 

I tuoi romanzi, oltre a essere influenzati dal cinema e in particolare dagli spaghetti western, sono anche di per sé molto cinematografici e potrebbero essere trasposti senza difficoltà sul grande schermo. Hai già avuto delle proposte a riguardo? Magari potrebbe pensarci il salentino Edoardo Winspeare, con cui hai già lavorato in passato…

Sento spesso Edoardo, perché dopo una nostra collaborazione siamo rimasti amici (oddio, sempre con Winspeare è una parola grossa, visto che è uno degli uomini peggio reperibili dell'intera Puglia), però la traduzione in pellicola della mia «poetica» da anni è in mano a un altro staff, molto attivo e del quale per scaramanzia non rivelo l'identità, anche se al momento, a causa della difficoltà di reperire i fondi, tutto sembra in stand-by. tuttavia sono ottimista e in fondo la crisi prima o poi finirà (almeno spero!) 

Finora hai ambientato le tue storie nell'assolato Salento oppure sul selvaggio Gargano. A quando un romanzo sulle aride Murge, l'altra area geografica delle Puglie, che – a mio parere -sarebbe ideale per uno dei tuoi western?

Mi solletica l'idea di continuare questa sorta di mappatura western della mia regione e più volte ho immaginato che il barese e le Murge potessero (e dovessero) rientrare nei miei progetti futuri, ma è una zona che conosco poco e sono solito scrivere di cose che ho vissuto sulla mia pelle. Però chissà, in fondo ultimamente sono stato da quelle parti per presentare il libro, magari a breve deciderò di passarvi un po' di giorni in più… 

Ultima domanda. Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi prossimi progetti letterari?

Oltre al mio prossimo romanzo, di cui ho accennato, c'è la raccolta di racconti noir pugliesi che Manni darà a breve alle stampe e poi l'antologia “Meridione D'inchiostro”, un progetto ancora top secret (sperò di non ricevere rimproveri per averne parlato), che raccoglie scritti dei narratori del sud più significativi degli ultimi anni. 

Valentino G. Colapinto