:: Recensione di “Bacchiglione Blues” di Matteo Righetto a cura di Valentino G. Colapinto

3 febbraio 2011 by

Bacchiglione_BluesBacchiglione Blues” Matteo Righetto: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €14,00 [Perdisa, 2011]. 

Dopo il sorprendente e sottovalutato Savana Padana (2009), Matteo Righetto (Padova, 1972) torna sul luogo delitto, ossia il pulp in salsa padana, con Bacchiglione Blues, un romanzo che lo conferma come una delle più interessanti nuove voci della letteratura di genere italiana.

In un panorama pieno d'inutili cloni, Righetto porta finalmente una ventata d'aria fresca. I suoi libri ricordano quei ganzissimi pulp d'oltreoceano, dove non c'è spazio per i buoni sentimenti e gli eroi senza macchia, ma tutti sono invece cinici, infami e violenti. Azione e dialogo, dialogo e azione, senza spazio per prolisse descrizioni o noiose seghe mentali.

A suo proposito, Giovanni Pacchiano ha scritto su Il Sole 24 Ore: “Roba da far sembrare i testi dei Cannibali o di Ammaniti letteratura per anime candide. Abbiamo anche noi il nostro Quentin Tarantino. No, non fa film, scrive. Si chiama Matteo Righetto.”

E in effetti da Bacchiglione Blues potrebbe venire fuori un ottimo film, se ancora esistesse in Italia un cinema di genere come nei gloriosi anni settanta, così lontani dai comici televisivi che vanno di gran moda oggi.

È questa una storia di balordi e di falliti, che non si rassegnano al loro misero destino e cercano disperatamente un riscatto, come Tito, Toni e Ivo. Tre scalcagnati delinquenti di periferia che sognano di essere gli eroi dei cartoni animati giapponesi o dell'A-Team e intanto cercano il colpo grosso, sequestrando la moglie di Primo Barbato, ricco e poco onesto proprietario di uno dei più grandi zuccherifici d'Italia.

Ma si sa come vanno queste cose e gli imprevisti spuntano ovunque. Si comincia con una nutria bianca, si continua con due testimoni di Geova e si arriva al casino più totale con una sanguinaria resa dei conti che vedrà tutti contro tutti armati. Sulle loro tracce, infatti, si muovono sia il colossale bosniaco Zlatan Tuco, desideroso di ottenere il compenso pattuito e mai ricevuto da Tito, e gli spietati El Carogna, El Muto e Mastegabrodo, sguinzagliati da Gino, il cocainomane braccio destro di Primo.

L'azione pirotecnica scorre lungo le sponde del Bacchiglione dentro luride trattorie dove si trincano ombre di bianco con uova e acciughe, tra paludi infestate di zanzare e rompiscatole o circondati da sterminate e ormai fuori mercato piantagioni di barbabietole.

Sembra quasi di stare nella Louisiana occidentale di un romanzo di Joe Lansdale o Victor Gischler, ma siamo in un Veneto oscuro e selvaggio. Un libro al fulmicotone, velocissimo ed esilarante, da gustarsi in un sol boccone. Questa è la via padana al noir. 

Valentino G. Colapinto

:: Intervista Roberto Zacco. Uno sguardo sull’antico Egitto a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2011 by

ZaccoBenvenuto Professore su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista, Medico, docente universitario, scrittore, cultore di archeologia. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Roberto Zacco?

Io sono sostanzialmente un medico che da sempre ha avuto un grande interesse per la letteratura e per la civiltà egizia che ho studiato a fondo anche grazie ai miei viaggi in questo magnifico paese che è l’Egitto.

Appassionato di archeologia, membro di diverse società egittologiche in Italia e all’estero, collaboratore presso l’Istituto di Archeologia dell’Università di Pavia. Come è nata la sua passione per l’archeologia e in particolare per l’antica e affascinante civiltà egizia?

E’ nata in modo banale, con un’ esperienza turistica nel 1977. Dopo questo viaggio è nato l’amore per questa civiltà che mi ha spinto ad approfondire il suo studio.

Ha esordito come narratore nel 1986 con il romanzo Nudo di donna con cane. Tra i suoi vari interessi come è nato l’amore per la scrittura

E’ sempre esistito sin dal liceo. Mentre svolgevo la professione di medico non avevo nè il tempo e nè la forza per coltivarlo fino a che questa passione ha preso il sopravvento.

Nel 2002 ha pubblicato il saggio La cultura medica nell’Antico Egitto (Edizioni Martina Bologna). Un interessante saggio che tratta un argomento forse poco conosciuto ma sicuramente comprensibile anche per coloro che non sono specialisti della materia grazie al suo stile vivace e immediato. Lei professore di semeiotica medica all’Università di Milano e autore di numerosi articoli scientifici come ha mediato l’oggettività scientifica con la struttura prettamente narrativa?

Diciamo che sono due cose parallele. Poi dipende dai momenti, a volte prevale l’uno a volte l’altro.

Il suo ultimo libro Dove guarda la sfinge edito da Persiani Editore uscito il dicembre scorso, è il terzo libro ad ambientazione egizia e completa la trilogia iniziata con Le braccia del sole e Gli occhi della luna entrambi editi da Mondadori. Come si è documentato nella stesura di questi testi?

La documentazione risale prevalentemente al primo libro della trilogia, Le braccia del sole, che mi ha imposto un approfondito lavoro di ricerca e di analisi storica.

In Dove guarda la Sfinge il protagonista, Tutmhose, abile scultore e seguace della nuova religione introdotta da Amenophi IV, si interroga sul senso della vita, sul potere della bellezza, sull’arte. Ci può parlare più approfonditamente di questo personaggio?

Tutmhose è un personaggio storicamente esistito. E’ l’autore del ritratto di Nefertiti conservato al museo di Berlino, la cui bocca viene ripetuta nella copertina di Le braccia del sole. Sicuramente è caratterizzato da una grande sensibilità artistica.

Nel mondo antico, quasi completamente politeista, la rivoluzione religiosa promossa da Amenophi IV che proponeva Aton come Dio unico è sicuramente singolare. Lei che ha studiato attentamente questo periodo cruciale della storia antica che idea si è fatto? Era solo una rivoluzione religiosa o anche sociale e politica? 

Era indubbiamente anche una rivoluzione politica contro la strapotere del clero, che adorava il dio Amon. Era diciamo uno stato dentro lo stato e sicuramente questo non era ben accetto dal potere centrale.

Ha conosciuto Bruno Tacconi? E’ stato in qualche modo influenzato da questo autore?

No, purtroppo no.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi romanzi?

Promesse che si trascinano da anni e mi hanno reso piuttosto incredulo. Comunque c’è stato un interessamento anche da parte di Hollywood.

In questi giorni l’Egitto vive un momento molto drammatico, non solo politico. Ci sono stati numerosi saccheggi e distruzioni di reperti preziosissimi al Museo del Cairo? Cosa ne pensa? Cosa si può fare per preservare questi tesori inestimabili?

Questi tesori vanno difesi e preservati anche con la forza se è il caso. Comunque ritengo che quello che sta succedendo adesso in Egitto ha una valenza più mediatica. I danni sono modesti.

Per concludere può anticiparci qualcosa sui progetti ai quali sta lavorando in questo momento?

Ho cominciato a scrivere un libro ambientato nei nostri tempi. La parentesi egizia credo si sia conclusa con la trilogia. Non penso che scriverò più storie ambientate in Egitto.

:: Recensione di La dea madrina di Robert Hültner a cura di Riccardo Falcetta

2 febbraio 2011 by

la_dea_madrina_coverUn poliziotto nel cuore nero della Repubblica di Weimar
 

“La dea madrina” di Robert Hültner, Del Vecchio Editore 2010, pp. 290, € 14.00 di Riccardo Falcetta
 
     Ai naviganti che, intuendo l’ennesimo giallo noir seriale di provenienza nordica, siano indotti a passare oltre da un istintivo senso di (comprensibile) insofferenza, chiedo di resistere qualche attimo.  
     “La dea madrina” è un giallo, con una morte da indagare; ed è un noir, che del crimine denuncia dinamiche e cifre come le connivenze col potere, la capacità di attecchimento nel malessere sociale e la tendenza alla sopraffazione.  
     L’ambientazione è storica: un incipit gravato da un’atmosfera di tempesta imminente, ci proietta a Sarzhofen, nella realtà fosca e primigenia della provincia bavarese di inizio Novecento, un margine della storia dove fatalismo e immutabilità, ceto e miseria sono concetti “di natura” che riecheggiano costanti e minacciosi. Dopo il suggestivo incipit, l’autore ci catapulta a Monaco, nell’estate del ‘24, a qualche mese dal fallito putsch hitleriano, dove Paul Kajetan, perfetta icona di ispettore abile, sensibile, impulsivo vive, intraprende e procura guai a sé e a quanti gli capitano vicino. Rimosso per insubordinazione e assunto presso uno sviluppatore di pellicole, Kajetan ci mette il tempo di qualche battuta a farsi cacciare ancora – in questo passaggio, l’istantanea di un’epoca che tra le pieghe della propria inquietudine nutrì alcune delle esperienze più fruttuose del cinema di ogni tempo.
     Perso nei budelli brulicanti della notte bavarese, l’ex ispettore entra in una bisca popolata da loschi e bislacchi avventori con nomi lombrosiani e donne al seguito, e per proteggere una prostituta ubriaca, cosa fa? Scatena una rissa. Catturato, riesce persino a portarsi dietro un povero fuggiasco che complice l’automazione che va investendo i pubblici uffici, viene identificato e messo a marcire in gattabuia. Liberato ma ridotto sul lastrico, in una città agitata dagli spettri della recessione e del nazionalismo insorgente – una Weimar pullulante, chiazzata di ombre, paurosamente attuale – Kajetan rivede Mia, la prostituta della bisca che un po’ per gratitudine, un pò per attrazione lo trascina alle dipendenze del gangster Fritz Urban, proprietario di nightclub e trafficante d’armi al soldo di organizzazioni irredentiste. L’ex ispettore accetta riluttante la sua nuova condizione, Mia è una dark lady bellissima, fragile, un pò imperscrutabile: i due finiscono a letto poi la ragazza parte e, quando torna, muore.
     È dal dolore della perdita che prende il via il recupero di un codice che deve ricondurre Paul Kajetan a sé stesso, sulle tracce di una verità altra, urgente, impensabile: dal fondo della spirale, dovrà risalire un ripido intrico di menzogne e violenza ataviche, per far luce sul rovo di connessioni che si annidano nel passato di Mia e dell’antica comunità di Sarzhofen. Sopra ogni cosa, l’ombra di una sorte che tesse le fila, preordina, schiaccia gli individui tra le maglie del divenire storico, un ‘ombracuiHültner dà forma umana – il titolo italiano ben traspone la sottile ambiguità semantica dell’originale “Die Godin”.
     Roberto Hültner asseconda il cammino del protagonista con indolenza, dialoghi strambi, artificiosi e digressivi, realizzando un contrappeso al rigore di scene austere e teatrali. A tratti, lievi mutamenti di registro frenano la narrazione, sospendendola su voragini temporali in fondo alle quali, non senza qualche vertigine, scorgiamo gli accadimenti del passato.
   “La dea madrina” è il secondo romanzo di una serie che in patria ha già fatto incetta dei più alti riconoscimenti destinati alla letteratura poliziesca nazionale. Tentando una fusione tra le regole delle attuali narrazioni d’indagine e di ambiente criminale e l’estremismo tragico della grande drammaturgia tedesca, Hültner demolisce i limiti della gabbia “di genere”, cercando una dimensione propria rispetto alla standardizzazione tipica di certa produzione nordica. Un caso che dimostra come non le etichette debbano qualificare i romanzi ma il peso della scrittura.
Una citazione di merito va in fine ai tipi della Del Vecchio che realizzano una edizione semplice e curatissima, arricchita da un corposo apparato di note che favorisce l’inquadramento della storia.

:: Intervista a Leonardo Bragaglia: una vita per il teatro a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2011 by

1Benvenuto Maestro su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Attore, regista teatrale, saggista. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Leonardo Bragaglia?

Sono figlio d’arte. Mio padre era il grande Alberto Bragaglia. I miei zii erano Anton Giulio e Carlo Ludovico Bragaglia registi teatrali ed è grazie a loro che scoppiò in me l’amore per il teatro frequentando i maggiori teatri di Roma. A quindici anni decisi d’intraprendere la carriera artistica di attore e fui scritturato nella compagnia dello zio Anton Giulio, che dopo essere stato epurato, tornò direttore del Ridotto di Venezia. L’anno dopo mi iscrissi all’Accademia nazionale di Silvio d’Amico dove venni ammesso. Per avere un contratto fisso andai a Milano dove feci l’attore e l’aiuto regista ed ebbi l’occasione di incontrare Riccardo Bacchelli che stava lavorando ad un dramma sull’eutanasia e volle farmi assumere come aiuto regista. Diventammo amici e ci frequentammo per i due mesi di prova di Giorni di verità dove figurava la regia di Bacchelli – Bragaglia. Da oltre sessant’anni faccio l’attore e ho potuto recitare con tutti i miei maestri come Memo Benassi. Poi indignato dal fatto che Ruggero Ruggeri grande interprete di D’Annunzio e di Pirandello figurava solo in brevi trafiletti di giornale ho scritto il primo volume dedicato appunto a Ruggeri.  Sono anche condirettore del Premio Ermete Novelli insieme a Paolo Emilio Persiani.

Ha iniziato la sua carriera recitando per il cinema con Vittorio De Sica, Totò, Anna Magnani, Nino Manfredi, nei film di suo zio Carlo Ludovico Bragaglia.Ci racconti un ricordo, un’ aneddoto curioso riguardante Totò.

Sì, ho fatto delle particine nel cinema come lavori estivi. Di Totò ricordo la grande bontà e generosità. Per farti un esempio posso raccontarti un aneddoto. Un giorno stavamo girando e un tecnico arrivò sul set con grande ritardo. Fu pesantemente rimproverato e Totò si informò e gli chiese cosa fosse successo. Il tecnico gli spiegò che gli si era rotta la motoretta. Allora Totò seduta stante gli firmò l’assegno per ricomprarla. Ecco chi era Totò.

In teatro ha debuttato con la compagnia dell’altro suo zio Anton Giulio Bragaglia al Ridotto di Venezia con Memo Benassi. Oltre che con Benassi, ha lavorato con Antonio Gandusio, Lamberto Picasso. Attori che forse le nuove generazioni non conoscono. Che ricordi ha di questi grandi attori?

Ricordo Antonio Gandusio, era un comico, un severo direttore artistico. Lavorammo assieme al Teatro dell’Università di Roma dove già ottantenne dopo tante pochade accettò di tornare a recitare i classici, Moliere, Goldoni. Durante le prove cadde, ricordiamolo aveva ottant’anni, e si ruppe un braccio. Con il braccio ingessato partecipò a tutte le prove e recitò trionfalmente la sera del debutto nel ruolo di Arpagone.

Ci parli di come è nato il suo amore per il teatro. Quale è il primo ricordo che ha di un palcoscenico teatrale?

Mio zio Anton Giulio Bragaglia dirigeva il Teatro delle Arti in una traversa di Via Veneto. Era un teatro d’avanguardia dove Anna Magnani debuttò nell’ Anna Christie di Eugene O ‘Neill. Da bambino avevo l’entrata libera e potei così assistere a tantissime rappresentazioni. Poi ci fu l’incontro con Ruggeri che fu determinate del quale scrissi 4 libri rendendo pubblico pure tutto il suo carteggio.

Negli anni successivi si è dedicato alla regia sia teatrale che radiofonica celebri le sue riduzioni per la RAI Commedie in 30 minuti. Un ricordo di Mario Scaccia.

Mario era soprattutto un grande amico. Era reduce da 10 anni di guerra. Appena sedicenne partì volontario, come ebbe modo di dire in parecchie interviste, per le guerre d’Africa. Entrò in arte con Diego Fabbri nella Filodrammatica. Dopo la prigionia in Africa tornò in Italia dopo la guerra e debuttò nel teatro. Era elegante, spiritoso. Mi ricordo un aneddoto divertente. Era così elegante e ricercato che Benassi quando lo vide per la prima volta lo soprannominò la Baronessa.

Come è cambiato il teatro dai suoi esordi fino ad oggi?

Non ci sono più attori, Mario Scaccia è da pochi giorni mancato, Arnoldo Foa ha ormai 95 anni. Ripeto non ci sono più attori.

Delle nuove generazioni chi l’ha particolarmente colpita?

Mi sono occupato dei Ritratti d’attore e sulla Finestra sul Futuro cito Kim Rossi Stuart che è molto bravo, si occupa principalmente di cinema, ma è molto serio e spero che torni al più presto al teatro.

Dopo una vita dedicata al teatro oggi per lo più si dedica alla pagina scritta, pubblicando oltre una quarantina di libri. Cosa la ha spinta a questo cambiamento?

Come ho detto un momento d’ira. Del grande Ruggeri c’erano solo brevi trafiletti sui giornali, così ho voluto rimediare con i miei libri. Ho scritto molti saggi e biografie, circa una sessantina  tra cui, la più famosa quella di Maria Callas, alla quale ero molto legato .

Per celebrare il 120° anniversario dalla nascita di Riccardo Bacchelli ha appena pubblicato il libro Riccardo Bacchelli e il teatro edito da Paolo Emilio Persiani. Come ha conosciuto Bacchelli?

Ho prima accennato al mio incontro con Bacchelli. Era un uomo affascinante. Adorava come me il melodramma. Siamo andati tante volte assieme alla Scala ad ascoltare Rossini e parlavamo di vocalità, di impegno drammatico. Siamo andati a vedere il Mosè più volte. Era il 1965 ormai 45 anni fa.

Riccardo Bacchelli è soprattutto conosciuto nella sua veste di romanziere, come non citare Il mulino del Po e Il diavolo al Pontelungo. Lei in questa sua opera invece ne traccia un profilo inedito, quello di autore teatrale, evidenziandone sia i successi che le delusioni. Perché questa scelta?

Riccardo Bacchelli aveva un grande amore per il teatro, non del tutto ricambiato. Soprattutto perché aveva un linguaggio aulico, un po’ duro, prezioso, da tragedia greca, austero.

In occasione dell’uscita del libro la Persiani Editore con il patrocinio del Comune di Bologna, in collaborazione con L’Associazione “Amici delle Muse” e con la Casa Lyda Borelli, ricorda Bacchelli con un incontro che si terrà giovedì 17 febbraio alle ore 17,30 nella sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio. L’evento sarà arricchito dalla partecipazione straordinaria Giuliana Lojodice, che leggerà dei brani tratti dal libro. Perché pensa che questo autore sia in un certo modo trascurato e dimenticato?

Tutti questi enti si sono risvegliati in occasione dell’uscita del mio libro dedicato al teatro di Bacchelli. Bacchelli aveva sempre sognato di avere successo a teatro. Cito La notte di un nevrastenico opera lirica di Nino Rota di cui Bacchelli scrisse il libretto. Venne rappresentata ma non ebbe un buon successo. Andrebbe rivalutato.

Per Persiani Editore attualmente dirige la collana dello spettacolo. Quali sono le prossime opere in programma?

Abbiamo in programma un paio di libri su Mario Scaccia. Un libro di poesie, l’autobiografia e un libro sul metodo e sulla tecnica di recitazione sperimentato nella sua Scuola di recitazione. Anche io ebbi modo di scrivere Manuale dell’attore. Recitazione, dizione, interpretazioneedito da Persiani Editore.

Ha mai pensato di scrivere un’ autobiografia?

Sì l’ho fatto. Ce l’ho nel cassetto ma sarà pubblicata solo dopo la mia morte. Sono molto violento, troppo sincero.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Riguardo e rivedo alcuni libri che ho già pubblicato come ho fatto per Shakespeare in Italia. Personaggi interpreti e vita scenica del teatro shakespeariano in Italia.

Recensione di “Vicolo dell'acciaio” di Cosimo Argentina a cura di Valentino G. Colapinto

31 gennaio 2011 by

vicolo_dellVicolo dell'acciaio” Cosimo Argentina: 260 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 [Fandango Libri – Galleria Fandango, 2010]. 

Anche se trasferitosi ormai da oltre vent'anni in Brianza, Cosimo Argentina (Taranto, 1963) torna per la quarta volta a raccontare la sua città d'origine con la cruda disillusione già mostrata nei precedenti Il cadetto (1999), Cuore di cuoio (2004) e Maschio adulto solitario (2008), e lo fa con una lingua che forse è la cosa più bella del romanzo, un originale ed efficacissimo impasto di dialetto salentino e italiano letterario.

Siamo nel quartiere Italia Montegranaro, dove lo stesso autore è cresciuto, abitato in gran parte da famiglie con almeno un operaio dell'Italsider (oggi Ilva), il più grande stabilimento siderurgico d'Italia, nonché probabilmente la fabbrica più inquinante d'Europa. Ma il degrado in cui vivono i protagonisti ricorda l'infernale Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby jr., un altro che non faceva nessuno sconto al lettore.

Voce narrante è il diciannovenne Mino Palata, che studia svogliatamente giurisprudenza e altrettanto svogliatamente coltiva il fidanzamento con la ben più combattiva Isa, ma il vero protagonista del romanzo è il padre di Mino, soprannominato il Generale, che combatte quotidianamente la sua battaglia in fabbrica, in una guerra in cui il salario può avere un prezzo altissimo in termini di salute.

Secondo la filosofia del Generale, gli uomini si dividono in prima linea, ossia gli operai addetti ai turni pesanti in acciaieria, e in imboscati, che in quanto tali non hanno diritto di parola, perché ignorano la realtà delle cose. Imboscati come gli attivisti di cui viene fatto un ritratto sprezzante: ecologisti del giovedì che cercano soprattutto di soddisfare la propria vanità e ottenere un po' di visibilità.

Di contro c'è la vita nel quartiere, in cui si è etichettati dall'indirizzo in cui si vive e via Calabria è il vicolo dell'acciaio, dove tutti prima o poi conoscono un lutto dovuto a morti bianche o neoplasie causate dall'altissimo inquinamento, per cui la madre di Mino “a ogni citofonata o trillo di telefono giunge le mani. Si aspetta da un momento all'altro che il Generale ci resti, in quel cazzo di laminatoio. (…) E i fumi dell'Ilva entrano in cucina, in salotto, nel cesso. Aspiriamo diossina sotto forma di silenzi armati e il Generale stappa una birra dietro l'altra e credo che quella sia la strada migliore per andarsene alle cozze.”

Con una visione del mondo quasi verista, Cosimo Argentina inchioda i personaggi a un destino ineluttabile, segnato fin dalla nascita. Gli adulti sono paragonati a gechi sempre attaccati al solito muro, dove scolano birra Raffo e fumano sigarette aspettando non si sa bene cosa, finché uno dopo l'altro muoiono, restano menomati o perdono il proprio equilibrio mentale per le durissime condizioni di lavoro.

Mino registra tutto quello che succede ma è incapace di opporsi allo stato delle cose, come farà invece Isa, l'unica che riesce a salvarsi e a fuggire dal quartiere e dal suo destino maledetto.

Romanzo fortemente impegnato, nato dalla rabbia e dal dolore, eppure sempre ironico e non di rado divertente, Vicolo dell'acciaio conferma per l'ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come Cosimo Argentina sia uno degli scrittori italiani al contempo più validi e più sottovalutati in circolazione. 

Valentino G. Colapinto

:: Giorgio Ballario, gialli e memoria. Intervista a cura di Elena Romanello

29 gennaio 2011 by

volo cicala ballGiorgio Ballario è da oltre vent'anni cronista a La Stampa, ha iniziato nel 2008 a scrivere romanzi gialli, pubblicando i due polizieschi di ambientazione storica "Morire è un attimo " e "Una donna di troppo", incentrati sul commissario Morosini, nell'Eritrea degli anni Trenta, editi dall'Angolo Manzoni, che ha pubblicato di recente il suo terzo romanzo, "Il volo della cicala", sempre un giallo, ma di ambientazione moderna.

Nasce prima il giornalista o lo scrittore, e perché proprio di libri gialli?

Nasco prima come giornalista, professione che esercito da quasi vent'anni, di cui gli ultimi dieci o undici passati a La Stampa, per la quale mi sono occupato di cronaca nera e giudiziaria, seguendo già una passione che ho sempre avuto per il giallo. Sin da ragazzino mi piaceva infatti leggere classici come la serie di Maigret, ed ad un certo punto, dopo essere stato un lettore di questo genere e un giornalista che scriveva di fatti polizieschi reali ho voluto provare a scrivere qualcosa io.

Aiuta fare il giornalista per diventare lo scrittore?

Non più di tanto, tra l'altro sono arrivato a contattare L'Angolo Manzoni tramite un amico e non grazie al mio lavoro. C'è un abisso tra scrivere articoli e tra scrivere un romanzo, certo ti aiuta avere alle spalle anni di scrittura, ma un articolo è legato ad un numero di righe, il romanzo ti permette di spaziare ma va scritto comunque con uno stile diverso. Scrivere un romanzo è un'attività molto versatile, ma devi saper mantenere a lungo un filo logico. Poi ci sono da fare in origine ricerche ed approfondimenti, per scrivere i due libri ambientati negli anni Trenta mi sono documentato su lettere, diari, testimonianze, a fatica, perché non è un'epoca su cui sia molto.

Come sono nati questi romanzi?

Sono partito da un'idea, ho fatto anche delle scalette. Ho creato poi i protagonisti, entrambi due investigatori di professione, anche se in contesti diversi, per i due romanzi sul commissario Morosini volevo scrivere qualcosa di diverso da una storia contemporanea ma anche da un thriller medievale o di ambientazione antica, che presuppongono ricerche ancora di tipo diverso, anche se gli anni Trenta sono comunque un periodo scomodo, su cui si preferisce parlare poco e su cui ormai mancano le testimonianze dirette.

Come vede la situazione dei gialli in questo momento?

Direi che è un genere che è esploso negli ultimi vent'anni, con fenomeni di particolare interesse come i gialli scandinavi e quelli storici. Dentro un giallo si può mettere di tutto, la sociologia, l'analisi dell'animo umano, la critica politica, la storia, forse ancora di più che in altri generi, e permette di affrontare tutte le tematiche, anche quelle più attuali, come il terrorismo, l'instabilità politica. Ormai il giallo non è più considerato un genere di serie B, anche perché, nei vari mezzi che ha usato, ha svelato anche storie meno note del passato recente.

Prossimi progetti?

Sto lavorando al terzo romanzo della serie su Morosini, io scrivo a pezzi e bocconi, dipende da quanto tempo libero ho, e poi parteciperò con un racconto ad un progetto dell'editore Bietti sul Risorgimento.

Come si trova con le nuove tecnologie?

Uso il pc e mi trovo abbastanza bene, mi sono pubblicizzato su Facebook. Al momento non leggerei un libro su ebook, anche perché sto già buona parte del giorno al pc e perché io amo l'oggetto libro, così come preferisco il cd e il disco di vinile agli mp3.

Che consiglio darebbe ad una persona che vuole pubblicare qualcosa?

Di mettersi in gioco, di avere il coraggio di far leggere il proprio libro in giro e soprattutto di non affidarsi mai all'editoria a pagamento. Non ha senso pagare per pubblicare il proprio lavoro, che tra l'altro non verrà mai distribuito.

Elena Romanello

Recensione di Repo men di Eric Garcia a cura di Maurizio “ScarWeld” Landini

28 gennaio 2011 by

Repo man“La prima volta in cui tenni in mano un pancreas ebbi un’erezione”.

Un biorecuperatore è un operatore incaricato di recuperare gli organi artificiali dai clienti insolventi. Avere un prestito per acquistare un organo che può salvarti la vita è facile. Decisamente più difficile è saldare il debito contratto per acquistarlo, con tassi d’interesse da capogiro. Così, chi non paga è costretto a riconsegnare il prodotto…

Il protagonista del romanzo Repomen  è un biorecuperatore che lavora per conto della Credit Union; i suoi ricordi sono fatti di estrazioni sanguinolente, di momenti di vita passati con le sue cinque mogli, ognuna delle quali si è presa un pezzo del suo cuore;  è un angelo della morte abituato a vedere l’inferno negli occhi di coloro che tentano di sfuggire al biorecupero.
Per una sorta di legge del contrappasso dantesca finisce col vivere la stessa esperienza di braccato.

Disturbante e a tratti ironica “commedia al bisturi”, fra operazioni chirurgiche e matrimoni in pezzi, Repomen è un romanzo che fornisce la visione di un futuro inquietante dove organi artificiali indispensabili per la vita sono trattati alla stregua di un qualsiasi prodotto commerciale.

Repomen (titolo originale:  ‘The Repossession Mambo’) di Eric Garcia (Rizzoli, Milano 2011, pagine 333) traduzione di Stefano Bertolussi.

Eric Garcia (Classe 1972) Scrittore americano, autore di numerosi romanzi alcuni dei quali pubblicati in Italia, come Anonymous Rex e La carogna, da cui Ridley Scott ha tratto il film Il genio della truffa con Nicolas Cage (2003). Sul recente The Repossession Mambo è basato il film Repomen (2009) di Miguel Sapochnik con Liev Schreiber, Jude Law e Forest Whitaker.

:: Intervista a Gianni Simoni autore di “Lo specchio del barbiere”(TEA) a cura di Cristina Marra

27 gennaio 2011 by

Simoni_Lo_specchio_del_barbiere_PICCOLACol romanzo “Lo specchio del barbiere”(TEA, pagg. 320, euro 12,00) di Gianni Simoni ritorna la celebre coppia del commissario Miceli e del magistrato in pensione Petri già protagonista di “Un mattino d’ottobre” e “Commissario, domani ucciderò Labruna”. Simoni ex magistrato con la passione della scrittura stavolta crea un plot in cui si intrecciano tre casi apparentemente autonomi ma che riservano grandi colpi di scena. Un omicidio in una nota tabaccheria del centro di Brescia, un neonato trovato morto in un cassonetto e la proprietaria di una pensione sul lago d’Iseo vittima di strane persecuzioni assorbono completamente Petri che, vittima di un violento raffreddore, decide di smettere di fumare sigarette e si compra una pipa. Miceli è fuori sede per una breve vacanza e affida alla giovane Grazia Bruna la direzione delle indagini. L’esperienza di Petri e l’irruenza della Bruni conducono il lettore alla verità sui fatti. Vincenti per chiarire le dinamiche ed i moventi dei tre casi si rivelano come sempre le intuizioni e le ricerche personali dell’ex magistrato che supportato dalla paziente e comprensiva moglie Anna giunge alla ricostruzione dei fatti.
 
Simoni, nel suo romanzo ci sono tante donne con ruoli diversi. I personaggi femminili hanno la meglio su quelli maschili?
 
“Effettivamente nei miei romanzi vi sono molte figure femminili: Anna, la moglie di Petri; Lucia, la moglie del commissario Miceli e l'ispettrice Grazia Bruni della Squadra mobile. Queste le figure "positive". Ma vi sono anche quelle che potremmo definire "negative", anche se preferisco non nominarle perché correrei il rischio di anticipazioni per coloro che i miei romanzi non hanno letto. In entrambi i casi ci troviamo tuttavia di fronte a personalità "forti", sia nel bene che nel male, personalità che raramente accusano le debolezze di molti protagonisti maschili. Non saprei dire se "abbiano la meglio" su questi ultimi. Mi limito ad osservare, semmai, che sono in grado di dare il meglio ( o il peggio ) di sè, muovendosi con sicurezza in una società che da maschilista sta presentando una rapida evoluzione, Ma questa ( che piaccia o no, e a me piace ) è la realtà che stiamo vivendo”.
 
Petri, le sigarette e i quotidiani. Mi tratteggia brevemente la figura dell’ex magistrato?
 
“Petri, le sue sigarette, i quotidiani e, aggiungerei, il gusto di un buon bicchiere di vino, incurante dei danni che alla sua salute possano derivare. Non rinunzia a nulla, ma non è certamente un "bon vivant" disposto ad adagiarsi nelle comodità di un quotidiano che la sua situazione di pensionato ( che ha scelto anzitempo ) pur potrebbe offirgli. Tutt'altro. E' pronto a "sbattersi" dal mattino a sera, quando si trova di fronte a una storia intrigante, per il desiderio di capire e di arrivare alla soluzione di un caso.
Due cose gli sono rimaste dentro: l'amore per Anna, l'amore per la giustizia e l'esigenza di continuare a "provarsi" intellettualmente”.
 
Miceli e Petri, una coppia di professionisti affiatata. Cosa li accomuna e cosa li distingue?
 
“Sia Petri che Miceli, il commissario, sono anzitutto due galantuomini. Quello più dotato di "acume poliziesco" è Petri ( che lo sa, ed è un po' narciso ). Miceli è forse un po' più lento, ma anche lui è certamente intelligente e sa fare, con capacità ed onestà, il proprio mestiere. Ed è dotato di una grande umanità, che non manca a Petri, il quale, però, a volte pare nasconderla, forse per "orsaggine", forse per pudore”.
 
Perchè e quando ha deciso di scrivere gialli?
 
“Andato in pensione, dopo un saggio su Michele Sindona ( "Il caffè di Sindona" ) del quale ebbi occasione di occuparmi, la voglia di scrivere, che evidentemente mi ero sempre portato dentro, si è tradotta nella produzione di polizieschi, cosa abbastanza conseguenziale per una persona che abbia passato un'intera vita ad occuparsi professionalmente di crimini grandi e piccoli. Può darsi che inconsciamente vi sia stato anche il desiderio di appagare una voglia di giustizia e di chiarezza ( e il pensiero corre inevitabilmente a Petri ). Nel mio caso, tuttavia, confesso che quello che prevale è il divertimento, in una dimensione che non ti impegna troppo, che non ti impone di metterti in gioco più di tanto, ma che nello stesso tempo ti permette anche di far capire da che parte stai, cosa che in un Paese come il nostro, soprattutto in questo momento, mi pare quasi obbligatoria. E anche il più modesto dei polizieschi può servire allo scopo che, per usare un termine forse un po' impegnativo, potremmo anche definire didascalico”.
 
Cosa legge? C’è qualche giallista italiano o straniero che preferisce?
 
“In questo periodo della mia vita i polizieschi preferisco scriverli che leggerli. Prediligo di gran lunga una rilettura dei classici ( qualche nome: Cechov, Gogol, Turgeniev,
Dickens, Austen, Sthendal ecc.). Coi capelli bianchi non si può venire a patti e il tempo che ti resta per le letture ( e le riletture ) credo debba essere impiegato al meglio.
Giallisti? Uno su tutti. L'inarrivabile Ed Mcbain”.
 
Qualche anticipazione sul prossimo romanzo?
 
“Il prossimo romanzo della serie uscirà a marzo, sempre edito da TEA. Qui la vicenda, pur complessa nel suo divenire, sarà costituita da un sola, lunga, storia che
si risolverà con un finale abbastanza imprevedibile, quantomeno per il lettore meno scafato. Posso anticiparne solo il titolo: "La morte al cancello".

:: Liberidiscrivere Award: i vincitori

27 gennaio 2011 by

Primo classificato:             

I guerrieri dell’aria di James C. Copertino

Secondo classificato

Oltre l’orizzonte di Antonello De Sanctis

Terzo classificato

L’altra donna di Kenia Cedeno

 

I Guerrieri dell’Aria James C. Copertino Edizioni Scudo 179
Oltre l’orizzonte Antonello De Sanctis No Reply 86
L’altra donna Kenia Cedeno Statale 11 Editrice 53

:: Recensione di Il canto di Lupetto di Britta Teckentrup –Bohem Press Italia a cura di Cristina Marra

26 gennaio 2011 by

Il canto di LupettoLupetto vive tra i monti innevati in piena spensieratezza. È un cucciolo di lupo e mentre i suoi “fratelli e sorelle giocavano lui vagabondava tutto solo”. Lupetto si sente diverso dagli altri componenti della sua famiglia. Deriso dai fratellini e incoraggiato dai genitori: Lupetto non sa ululare. Che razza di lupo sarà? Un giorno inseguendo un fiocco di neve, il piccolo Lupetto si perde. Un manto bianco di neve ricopre il paesaggio illuminato dalla “tonda palla gialla”. Che cosa fare? Come ritrovare la strada di casa? In quel momento di panico e disagio Lupetto si fa sentire con un canto tanto melodioso quanto emozionante che lo riporta tra l’affetto della sua famiglia. Lupetto ha capito la sua identità e quindi il suo ruolo sociale. Il racconto illustrato di Britta Teckentrup (Bohem Press, euro 14,00) narra con parole e con immagini colorate ma essenziali, una storia che parte da un senso di emarginazione per sfociare nella consapevolezza di un’identità personale e sociale. L’autrice racconta una crescita, una ricerca verso la conoscenza di se stessi e quindi del mondo che ci sta intorno. Lupetto è maturato ed ha capito se stesso, adesso può relazionarsi e confrontarsi con gli altri e far valere il suo ruolo sociale. Società che comincia proprio nel piccolo nucleo familiare, è lì che Lupetto cresce e si forma ed è in famiglia che conquista il suo ruolo. Il candore della neve contrasta con i colori sgargianti degli uccellini che dai rami degli alberi osservano le evoluzioni del cucciolo di lupo, la luce gialla della luna ispira Lupetto che emette “il suono del più strabiliante ululato” che viaggia attraverso il cielo notturno.

“Il canto di Lupetto” rispecchia la filosofia editoriale di Bohem Press Italia di libri “pensati per essere letti, insieme, dal genitore e dal bambino, e creare quindi un momento magico d’incontro e di scambio”.

Bohem Press Italia è una casa editrice apparentemente giovane. Quando è nata, nel 2001, aveva infatti alle spalle la trentennale esperienza, nel campo dell'editoria per l’infanzia, della casa madre svizzera, la Bohem Press di Zurigo.

La casa madre Bohem Press è nata a Zurigo, nel 1973, per volontà di due giovani boemi provenienti da Praga, che hanno voluto ricordare, anche nel nome della casa editrice, la loro terra d’origine. Uno era l’illustratore già affermato Stepan Zavrel, e l’altro era un giovane musicista di nome Otakar Bozejovsky von Rawenoff, figlio di collezionisti d’arte. Oltre alla casa editrice, Stepan Zavrel ha fondato a Sarmede (Treviso) una mostra permanente d'illustrazione che oggi è diventata un Centro internazionale d’illustrazione per l’infanzia, con una scuola di pittura e illustrazione dove insegnano alcuni dei più grandi maestri d’arte.

Oggi che Stepan Zavrel non c’è più, la mostra e la scuola proseguono le loro attività gestite da una Fondazione, mentre la casa editrice continua a pubblicare volumi per l'infanzia. Nel corso dei 35 anni di attività, la Bohem Press svizzera ha pubblicato oltre 300 titoli, complessivamente tradotti in oltre 50 paesi (Australia, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Corea, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Inghilterra, Islanda, Isole Far Oer , Israele, Italia, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Polonia, Portogallo, Olanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Svezia, Svizzera, Tailandia, Taiwan, Turchia) e in numerose lingue o dialetti autonomi, quali il basco, il friulano, il ladino, il sardo, il gaelico e via via fino allo tswana, lo xhosa lo zulu… per un totale di 67 lingue/dialetti. Ha organizzato, in molti paesi, prestigiose mostre di illustratori per l’infanzia in musei, biblioteche, gallerie e per conto di pubbliche istituzioni. Tra le più significative: la galleria dell’Art Directors Club e il Metropolitan Museum of Art a New York; il Museo do Pobo Galego e il Museo Espanol del Arte Contemporanea in Spagna; l’Itabashi Ward Museum of Art a Tokio, l’Otani Memorial Art Museum, il Tokushima Modern Art Museum, il Kawara Museum di Takahama, il Museum of Modern Art di Wakayama e l’Hokkaido Obihiro Museum of Art in Giappone. E ancora, mostre a Praga, Monaco, Helsinki, Zurigo, Vienna, Bratislava, Venezia… Ha ricevuto
numerosi premi, riconoscimenti, menzioni, risultando la casa editrice più premiata in assoluto.

:: Recensione di L'apostolo sciagurato di Maddalena Lonati

26 gennaio 2011 by

Due amanti. Un amore assoluto che li lega, quasi soffocante, morboso, totalizzante, che li rende interdipendenti, facce di una stessa medaglia. Un amore dove apparentemente lui è il più forte, comanda il gioco, domina la compagna portandola a confrontarsi con i lati più nascosti del suo essere, a sondare le proprie sensazioni, la percezione che ha della realtà, dando colore alle forme, descrivendo il sapore di un cibo non limitandosi ad elencarne gli ingredienti. Una tensione intellettuale che diventa quasi insopportabile tanto che lui decide di andarsene, di abbandonarla, senza un motivo, senza una spiegazione, lasciandole solo scritto su un biglietto, il suo nome, segreto custodito fin a quel momento. Lei accetta questa perdita, la elabora e sublima nell’arte della parola scritta la sua assenza, il desiderio che ha di rivederlo, di rifare parte della sua vita. Novella Sherazade inventa racconti per non morire, per non far morire il rapporto che la lega al suo amato. Seduzione, erotismo, passione, desiderio, ossessione, tutte le declinazioni del mistero chiamato amore vengono analizzate e decontestualizzate. L’apostolo sciagurato si compone infatti di 28 racconti apparentemente slegati tra loro ma in realtà strettamente concatenati che racchiudono un segreto che si svelerà solo nel racconto finale, dove il ritorno di lui, riporterà l’equilibrio. L’assenza, questo è il tema centrale dei racconti-romanzo, ciò che di più erotico si possa concepire. L’erotismo è assenza, mancanza, desiderio di ricomposizione dell’unità cara ai miti greci. L’erotismo è ciò che di più lontano esista dalla quotidianità, dalla consuetudine, dalla banalità. Non è facile parlare di amore, erotismo, le trappole sul cammino sono innumerevoli, si può cadere nel sentimentalismo zuccheroso, nel grottesco, nella volgarità ostentata, la Lonati non cade in questi estremi, mantiene un sano equilibrio e una pacata grazia. Usa una scrittura sperimentale, destrutturata, surrealista e in fin dei conti molto visuale. La vista infatti è il senso che più viene sollecitato e per fare ciò associa spesso ogni cosa ad un colore: avorio, cannella, il viola, il blu, il rosso della passione. I luoghi variano Marrakech, Venezia, Parigi, New York, Palermo, ma il panorama interiore resta identico, immutabile. Il lavoro di ricerca sulla parola è estenuante, meticoloso di sapore vagamente barocco e decadente non a caso l’autrice afferma di aver avuto come fonte di ispirazione i Decadenti: Huysmans, Oscar Wilde,  D’Annunzio. Una parola me la si conceda sul racconto intitolato Florian, a mio avviso il più spiccatamente surreale, onirico, in cui i più grandi scrittori di tutti i tempi si riuniscono, ormai fantasmi, in una Venezia trasfigurata e mettono alla prova il talento di un esordiente nel quale forse ironicamente l’autrice si riconosce. Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, ma l’autrice avrebbe potuto citare Il Cantico dei cantici con la stessa naturalezza, anche nel Cantico si ripete il tema della separazione e dell’assenza, e della presenza dell’amato anche se lui è lontano:  L’ ho cercato ma non l’ ho trovato  –  l’ ho chiamato, ma non mi ha risposto. L’universalità data dall’assenza di nomi, solo un Lui e una Lei, impreziosisce un tessuto narrativo sicuramente interessante e peculiare.

Maddalena Lonati è laureata in lettere e letterature straniere e ha frequentato i corsi di scrittura creativa della scuola Holden. Ha pubblicato il romanzo “ Decadent doll” ( Prospettiva Editrice), “L’apostolo sciagurato” (Robin Edizioni), e di prossima uscita “In bianco e nero” (Robin Edizioni). I suoi racconti sono stati pubblicati da numerose riviste letterarie ( fra le quali Tam Tam, Gemellae, Progetto Babele, Segreti di Pulcinella, Prospektiva, Osservatorio Letterario, Il denaro, Dadamag, Anonimascrittori, Centro studi Opifice, Homoscrivens), periodici ( Gente, Racconti per un viaggio), ed inseriti in varie antologie ( Voci dell’anima, Fiori di campo, Il racconto mai scritto, Carlo Levi, I racconti del caffè, In treno, Danzando nel sapore dell’uva, Lì, tra le strade sottili di linfa e rugiada, Il blu).  

:: Recensione di Gratitudine di Joseph Kertes (Elliot 2011) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2011 by

Gratitudine di Joseph KertesNella mia vita mi sono documentata e ho letto numerosi libri riguardanti la Shoah, le persecuzioni antisemite, la questione ebraica, alcuni saggi, racconti biografici, libri fotografici, alcuni libri più spiccatamente fiction e sicuramente non posso dire di avere letto tutto. Le pubblicazioni sono smisurate e ogni anno escono sempre nuovi libri caratterizzati da un fatto irreversibile: chi li scrive è sempre più lontano dai fatti succeduti. I sopravvissuti dei campi, i testimoni di quegli anni, le generazioni che hanno vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale,  presto non saranno più in vita, non potranno più raccontare le loro storie. Oggi ci sono i loro figli, i nipoti, persone che hanno vissuto l’Olocausto in maniera riflessa e non per questo meno drammatica. La storia dell’Olocausto è un storia in cui il male ha mostrato la sua faccia peggiore, la crudeltà dei carnefici ha potuto causare tali sofferenze da essere difficilmente concepibili, però non dimentichiamolo non fu solo una storia di orrore ma anche di coraggio, di abnegazione, di uomini che misero a repentaglio le loro vite per salvare più persone possibili, di giusti tra le nazioni. Come non citare Schindler, conosciuto dal grande pubblico grazie al film di Spielberg,  Perlasca, Wallenberg, e i numerosi, che forse resteranno per sempre sconosciuti, che furono deportati e persero la vita nel tentativo di proteggere amici, o semplici estranei, di religione ebraica. Forse la storia delle persecuzioni degli ebrei ungheresi è la meno conosciuta, o almeno lo è per me. Gratitudine fa luce proprio su questo. Pubblicato per la prima volta in Canada del 2008 e vincitore del 59° “U.S. National Jewish Book Award for Fiction” e del “Canadian Jewish Book Award” questo romanzo spiccatamente corale unisce alla storia di fantasia, che drammatizza le vite di una ricca famiglia ebrea ungherese che visse durante l’ultima guerra, l’azione eroica di Raoul Wallenberg, personaggio realmente esistito, che salvò e protesse migliaia di ebrei ungheresi fornendogli falsi passaporti svedesi e case che non potevano essere violate, esattamente come fece l’italiano Giorgio Perlasca nella ambasciata spagnola a Bucarest.
La famiglia Beck, di cui Gratitudine racconta la storia, è una famiglia dell’alta borghesia, una famiglia facoltosa di professionisti, avvocati, medici segnata dagli stessi drammi di migliaia di famiglie ungheresi, accomunate tutte dai rastrellamenti eseguiti dai nazzisti che iniziando dai confini fino ad arrivare a Budapest deportavano tutti gli ebrei che riuscivano a stanare. I tre fratelli Beck Paul avvocato, Istvan dentista e la più giovane Rozsi, accomunati dal dolore, dal coraggio, dalla voglia di sopravvivere alla follia che li circonda danno vita a una saga familiare in cui anche i personaggi minori, come gli zii e i cugini, assumono un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama. Storie private che si confrontano con la storia con la “s” maiuscola. Paul aiuta Wallenberg in tutti i modi strappando letteralmente gli ebrei in partenza dai treni che li portavano nei campi di concentramento. Istvan viene nascosto nelle cantine dalla sua assistente Marta che viene deportata ad Auschwitz proprio per averlo aiutato. Rozsi vive una bellissima storia d’amore con un fotografo che viene catturato e deportato. Finita la guerra dato che il fidanzato non torna per il dolore si suicida. La cura delle ambientazioni, lo scavo psicologico dei personaggi, l’abilità con cui l’autore alterna e amalgama storia e fantasia, fanno di questo romanzo un commovente affresco dell’Ungheria occupata, dando soprattutto grande risalto al senso di sgomento e vera e propria incredulità con cui gli ebrei vissero questo stato di cose, perfettamente integrati da secoli nella vita di un paese moderno, amante della pace e cosmopolita. Il lettore, come i personaggi, vengono chiamati in causa e ognuno deve prendere posizione, schierarsi, cercare di capire quali sono le radici del male e come queste radici si insinuinino nella mente degli uomini. La bassezza, la codardia, l’egoismo di coloro che approfittarono della situazione gareggiano quasi con la crudeltà di coloro che torturarono, depredarono, uccisero e non si può far altro che guardare in faccia cosa gli uomini furono capaci di fare per trovare la forza di fare tesoro delle esperienze del passato e cercare così di creare un futuro, se non più giusto, perlomeno più umano. Nonostante il volume sia piuttosto corposo, 530 pagine, si legge molto facilmente in un paio di giorni.

Gratitudine Joseph Kertes, Elliot Edizioni, collana Raggi,  530 pagine, 2011, Traduzione Cosetta Cavallante, Prezzo di copertina 19,50.