Matteo Righetto è nato nel 1972 a Padova, dove vive e insegna Lettere alle scuole superiori. Ha pubblicato Savana Padana (Zona, 2009) e nello stesso anno ha cofondato il movimento letterario Sugarpulp con la benedizione di Joe R. Lansdale e Victor Gischler. È appena uscito il suo secondo romanzo Bacchiglione Blues (Perdisa Pop, 2011), ambientato come sempre nella Bassa Padovana.
Com'è nato il movimento letterario Sugarpulp e quali sono le sue caratteristiche? In cosa vi sentite diversi dai noiristi degli anni '90 come la Scuola dei Duri di Pinketts o il Gruppo 13 di Lucarelli, Macchiavelli, Fois, ecc.?
Sugarpulp è nato da un'amicizia tra me e Matteo Strukul e dalla comune idea di creare una sorta di manifesto che contemplasse la quintessenza di alcune dimensioni letterarie che hanno sempre incontrato il nostro gusto, come certe voci di genere americane, innestate però sul nostro territorio, a nostro parere troppo spesso dimenticato dagli scrittori del nordest. La barbabietola infatti è il simbolo che abbiamo scelto per rappresentare un prodotto tipico della pianura padano-veneta.
Io personalmente non mi sento noirista (tra l'altro in Italia vi è stato nel corso degli ultimi anni un abuso imbarazzante del termine “noir”: quando penso che perfino Cammilleri è definito noirista mi viene da ridere…). Io mi sento semplicemente un narratore, che cerca di raccontare storie forti, politicamente scorrette, con la speranza di scuotere i lettori, smuoverne le emozioni. Perché credo che la buona narrativa abbia il compito di far provare vibrazioni forti, smuovere, anche “percuotere”. Perché no?
Nei tuoi romanzi c'è un forte legame con la tua terra d'origine, il Veneto e per l'esattezza la Bassa Padovana. Anche il tuo prossimo noir sarà ambientato da quelle parti oppure hai in mente qualcosa di completamente diverso?
Io racconto il Veneto perché, nonostante nella mia vita abbia viaggiato molto, questa è la mia terra e questa terra voglio raccontare. Il mio prossimo romanzo sarà ambientato sempre in Veneto, ma sarà tutta un'altra cosa…
Cosa ne pensi dell'attuale panorama del noir italiano? Ritieni fondate le accuse da parte di alcuni di omologazione e conformismo, sintetizzate nell'ormai famoso “Commissario Cliché”, epitome di tanti malinconici investigatori di provincia politicamente corretti?
Non penso niente se non il fatto che è pieno di libri che si assomigliano, questo lo penso eccome.
Si è parlato a proposito dei tuoi libri di polenta-western. Personalmente mi hanno anche un po' ricordato i western pugliesi di Omar Di Monopoli, autore che tu stesso apprezzi e hai contribuito a far conoscere. Ritieni che la contaminazione con il western e più in generale il pulp possa fornire nuova linfa vitale al noir italiano?
Io adoro Di Monopoli, non ne ho mai fatto mistero. È una delle voci narrative più originali, forti e suggestive che ci siano in circolazione. Certo, il western, il pulp sono fondamentali per reinventare il noir. D9altronde, è proprio per questo che io e Strukul abbiamo dato vita a Sugarpulp, no?
Quali sono i tuoi modelli ispiratori? Oltre Lansdale e Gischler, ovviamente…
I miei modelli sono molti, e non solo letterari. Limitandomi però a qualche nome fra questi ultimi, a parte Lansdale (che mi ha soprannominato Devil Dog) dico: Mark Twain, Jack London, Pancake, Caldwell, Faulkner, Leonard, Brautigan, Cormack McCarthy, Fante. Praticamente tutti americani.
Valentino G. Colapinto
IL MANIFESTO DI SUGARPULP
“Sugarpulp affonda le proprie radici nella natura fiera e selvaggia del Nordest, una terra epica, per certi aspetti ancora legata alle tradizioni arcaiche, e che tuttavia ha saputo assecondare i processi di una modernizzazione necessaria ma anche impietosamente perseguita.
Sugarpulp è la polpa narrativa, adulterata con lo zucchero di barbabietola, con una gradazione saccarometrica crescente che rende lo scrivere più alcolico, più tossico, più anfetaminico.
Sugarpulp è narrazione a duecento all'ora, è scrittura montata in modo ipercinetico, è dialogo-azione-dialogo-azione, è un modo di scrivere che mescola il linguaggio cinematografico della sceneggiatura con i profumi di sangue e zucchero della Bassa, dei campi di mais, delle case coloniche, le osterie, i colli, gli ippodromi, il mito della Romea e del Delta.
Sugarpulp non accetta le storie di riflessione, i solipsismi, le contemplazioni dell'ombelico. Sugarpulp vuole mandare a memoria la lezione americana della spettacolarizzazione della scrittura, prendendo a modello le nuove avanguardie di una new wave a stelle e strisce che annovera nelle sue file autori di grande successo come Cormack McCarthy, Joe Lansdale, Victor Gischler, Elmore Leonard. Sono solo alcuni esempi, certo, ma i modelli citati costituiscono il calco di un imperativo: creare una narrativa giovane, fresca, veloce, che racconti storie slabbrate, rabbiose, piene di humour nero e dissociazioni mentali.
Le storie Sugarpulp sono girandole impazzite, sono pastiche di piombo e noir, di tradimenti e devianze, sono la nuova grande frontiera di uno scrivere che vuole celebrare la liturgia di una terra e una realtà sociale tipiche del Nordest.
Perché il Nordest, la Bassa, la grande Pianura Padana non sono più – da oggi – un Paese per vecchi.”
Matteo Righetto e Matteo Strukul







Cosimo Argentina è nato a Taranto il 22 luglio del '63, vive in Brianza dal '90. Ha pubblicato tra l'altro Il Cadetto nel 1999 (Marsilio), Bar blu Seves nel 2002 (Marsilio), Cuore di cuoio nel 2004 (Sironi, ristampato da Fandango Tascabili), Maschio adulto solitario nel 2008 (Manni) e il pamphlet Beata ignoranza nel 2008 (Fandango). 


Decisamente non avevo mai letto niente del genere. Daniil Charms è una scoperta che mi ha lasciato decisamente interdetta. Quando ho aperto Disastri, edito da Marcos Y Marcos e tradotto dal russo da Paolo Nori, mi aspettavo un comune libro di racconti, forse bizzarri, forse ironici o parodistici, degni dell’avanguardia letteraria russa del Novecento, ma non ero decisamente pronta ad inoltrarmi in un fitto bosco di nonsense, in cui il senso logico, la banale e ovvia quotidianità, vengono plasmate e divelte portando il lettore a confrontarsi con l’assurdo e il paradossale. Disastri raccoglie in ordine sparso, non so se esattamente cronologico, una ridda di racconti brevi, alcuni brevissimi, alternati a stralci delle sue lettere, a frasi estrapolate come schegge dal suo diario. Nel breve discorso introduttivo Nori segnala che i testi scritti in tondo sono opere di Charms mentre quelli in corsivo sono scritti autobiografici, ma a dire il vero la differenza è davvero minima. Sono testi bislacchi, sconclusionati, grotteschi, divertenti; il racconto che inizia con “C’era una volta un uomo, si chiamava Kuznecov ” mi ha fatto ridere con le lacrime agli occhi, testi che mi hanno incuriosito e spinto a fare ricerche più approfondite sul suo autore. Così ho scoperto che Daniil Charms, autore culto per molte generazioni, era davvero un personaggio singolare, avvolto da un’aura tragica, se pensiamo che visse praticamente in miseria, perseguitato dal regime stalinista che lo accusava di aver tradito la causa socialista e gli procurò carcere, confino e internamenti in manicomio, dove morì nel 1942. Anarchico, beffardo, tragico, eccentrico, geniale, folle, surreale Charms è sicuramente un poeta che ha usato la scrittura per rivendicare il suo diritto alla libertà espressiva totale e senza condizionamenti e compromessi. Avventuroso e casuale il modo in cui si sono salvati i suoi scritti contenuti in una valigia e portati in salvo da un amico, il filosofo Jakov Druskin, che letteralmente la raccolse dalle macerie della sua casa bombardata, durante l’assedio di Leningrado.


Mesi fa avevamo recensito un esauriente saggio della studiosa Cristina Greco, che analizzava come il fumetto può non solo essere una forma di intrattenimento ma veicolare anche temi importanti rivalorizzando la memoria culturale con lo scopo più o meno esplicito di educare
Gordiano Lupi per chi non lo conoscesse è un tipaccio poco raccomandabile, un toscanaccio senza peli sulla lingua capace di attirarsi più nemici che amici, anche quando non conviene, anche quando si rischia l’ostracismo e la scomunica. Ama le crociate e schierarsi dalla parte di più deboli pensiamo solo al suo impegno contro il regime castrista e all’appoggio che da anni da a scrittori cubani dissidenti come Yoani Sanchez. Per giunta non fa nulla per cambiare questo stato di cose anzi si ingegna nei modi più bizzarri concessi ad uno scrittore per accrescere la sua fama di guastatore irredentista e anarchico. In Velina o calciatore altro che scrittore non si smentisce anzi facendo nomi e cognomi a modo suo traccia un’ analisi del tutto personale del mondo editoriale italiano non risparmiando commenti al vetriolo, giudizi secchi e senza appello, schierandosi diligentemente contro l’intellighenzia che conta tacciandola di mafiosità e conventicola da osteria con tutto il rispetto per i quattro amici che si incontrano in osteria per farsi quattro risate in santa pace. Paladino della piccola editoria, piccolo editore lui stesso, scaglia molti dei suoi colpi, da novello Davide contro l’invincibile Golia, contro i Mac Donalds del libro, i grandi Megastores che disdegnano con principesca prosopopea di esporre sui loro scaffali i libri dei piccoli, anche quando meritano, anche quando sono di qualità prediligendo magari libri di comici, di veline, di calciatori, di squallidi mezzibusti televisivi, di commentatori in doppiopetto, di tuttologi, giallisti della domenica, fenomeni editoriali inventati, bestseller americani da bancone, che con la letteratura hanno poco a che fare. Lupi si arrabbia, inveisce, sentenzia, si lamenta, cerca dal muto lettore comprensione o per lo meno solidarietà e continua per la sua strada senza guardare in faccia nessuno e non limitandosi alla semplice invettiva, ha parole di ammirazione e di plauso per alcuni anche giovani e sconosciuti per par condicio io non faccio nomi lascio a voi di scoprirli e non sarà una lettura né lunga né faticosa, un centinaio di pagine in piccolo formato, letto in una mattinata. 
























