:: Intervista a Matteo Righetto, il Devil Dog della letteratura italiana a cura di Valentino G. Colapinto

10 febbraio 2011 by

righettoMatteo Righetto è nato nel 1972 a Padova, dove vive e insegna Lettere alle scuole superiori. Ha pubblicato Savana Padana (Zona, 2009) e nello stesso anno ha cofondato il movimento letterario Sugarpulp con la benedizione di Joe R. Lansdale e Victor Gischler. È appena uscito il suo secondo romanzo Bacchiglione Blues (Perdisa Pop, 2011), ambientato come sempre nella Bassa Padovana. 

Com'è nato il movimento letterario Sugarpulp e quali sono le sue caratteristiche? In cosa vi sentite diversi dai noiristi degli anni '90 come la Scuola dei Duri di Pinketts o il Gruppo 13 di Lucarelli, Macchiavelli, Fois, ecc.?

Sugarpulp è nato da un'amicizia tra me e Matteo Strukul e dalla comune idea di creare una sorta di manifesto che contemplasse la quintessenza di alcune dimensioni letterarie che hanno sempre incontrato il nostro gusto, come certe voci di genere americane, innestate però sul nostro territorio, a nostro parere troppo spesso dimenticato dagli scrittori del nordest. La barbabietola infatti è il simbolo che abbiamo scelto per rappresentare un prodotto tipico della pianura padano-veneta.

Io personalmente non mi sento noirista (tra l'altro in Italia vi è stato nel corso degli ultimi anni un abuso imbarazzante del termine “noir”: quando penso che perfino Cammilleri è definito noirista mi viene da ridere…). Io mi sento semplicemente un narratore, che cerca di raccontare storie forti, politicamente scorrette, con la speranza di scuotere i lettori, smuoverne le emozioni. Perché credo che la buona narrativa abbia il compito di far provare vibrazioni forti, smuovere, anche “percuotere”. Perché no? 

Nei tuoi romanzi c'è un forte legame con la tua terra d'origine, il Veneto e per l'esattezza la Bassa Padovana. Anche il tuo prossimo noir sarà ambientato da quelle parti oppure hai in mente qualcosa di completamente diverso?

Io racconto il Veneto perché, nonostante nella mia vita abbia viaggiato molto, questa è la mia terra e questa terra voglio raccontare. Il mio prossimo romanzo sarà ambientato sempre in Veneto, ma sarà tutta un'altra cosa… 

Cosa ne pensi dell'attuale panorama del noir italiano? Ritieni fondate le accuse da parte di alcuni di omologazione e conformismo, sintetizzate nell'ormai famoso “Commissario Cliché”, epitome di tanti malinconici investigatori di provincia politicamente corretti?

Non penso niente se non il fatto che è pieno di libri che si assomigliano, questo lo penso eccome. 

Si è parlato a proposito dei tuoi libri di polenta-western. Personalmente mi hanno anche un po' ricordato i western pugliesi di Omar Di Monopoli, autore che tu stesso apprezzi e hai contribuito a far conoscere. Ritieni che la contaminazione con il western e più in generale il pulp possa fornire nuova linfa vitale al noir italiano?

Io adoro Di Monopoli, non ne ho mai fatto mistero. È una delle voci narrative più originali, forti e suggestive che ci siano in circolazione. Certo, il western, il pulp sono fondamentali per reinventare il noir. D9altronde, è proprio per questo che io e Strukul abbiamo dato vita a Sugarpulp, no? 

Quali sono i tuoi modelli ispiratori? Oltre Lansdale e Gischler, ovviamente…

I miei modelli sono molti, e non solo letterari. Limitandomi però a qualche nome fra questi ultimi, a parte Lansdale (che mi ha soprannominato Devil Dog) dico: Mark Twain, Jack London, Pancake, Caldwell, Faulkner, Leonard, Brautigan, Cormack McCarthy, Fante. Praticamente tutti americani. 
 

Valentino G. Colapinto 

IL MANIFESTO DI SUGARPULP

(www.sugarpulp.it) 

“Sugarpulp affonda le proprie radici nella natura fiera e selvaggia del Nordest, una terra epica, per certi aspetti ancora legata alle tradizioni arcaiche, e che tuttavia ha saputo assecondare i processi di una modernizzazione necessaria ma anche impietosamente perseguita.

Sugarpulp è la polpa narrativa, adulterata con lo zucchero di barbabietola, con una gradazione saccarometrica crescente che rende lo scrivere più alcolico, più tossico, più anfetaminico.

Sugarpulp è narrazione a duecento all'ora, è scrittura montata in modo ipercinetico, è dialogo-azione-dialogo-azione, è un modo di scrivere che mescola il linguaggio cinematografico della sceneggiatura con i profumi di sangue e zucchero della Bassa, dei campi di mais, delle case coloniche, le osterie, i colli, gli ippodromi, il mito della Romea e del Delta.

Sugarpulp non accetta le storie di riflessione, i solipsismi, le contemplazioni dell'ombelico. Sugarpulp vuole mandare a memoria la lezione americana della spettacolarizzazione della scrittura, prendendo a modello le nuove avanguardie di una new wave a stelle e strisce che annovera nelle sue file autori di grande successo come Cormack McCarthy, Joe Lansdale, Victor Gischler, Elmore Leonard. Sono solo alcuni esempi, certo, ma i modelli citati costituiscono il calco di un imperativo: creare una narrativa giovane, fresca, veloce, che racconti storie slabbrate, rabbiose, piene di humour nero e dissociazioni mentali.

Le storie Sugarpulp sono girandole impazzite, sono pastiche di piombo e noir, di tradimenti e devianze, sono la nuova grande frontiera di uno scrivere che vuole celebrare la liturgia di una terra e una realtà sociale tipiche del Nordest.

Perché il Nordest, la Bassa, la grande Pianura Padana non sono più – da oggi – un Paese per vecchi.” 

Matteo Righetto e Matteo Strukul

Intervista con Carla Gozzi e Enzo Miccio autori di Ma come ti vesti?! Regole, trucchi e suggerimenti per non sbagliare mai look.

9 febbraio 2011 by

carla-gozzi-e-enzo-miccio-2

Benvenuti Carla e Enzo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. E’ un vero piacere per me iniziare questa simpatica serie di domande. Allora iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi ai nostri lettori.

Carla Gozzi: Carlà (come la premiere dame Sarkosy) per i colleghi e il mio direttore creativo… perché mantengo sempre  il  controllo della situazione  anche quando tutto è un caos come il backstage della sfilata!

Enzo Miccio: Enzo Miccio? Si! Quello alto, magro e pelato… Quello intransigente, rompiscatole, perfezionista sempre “alla ricerca del bello perduto”.

Ognuno mi racconti pregi e difetti dell’altro.

CG: Enzo un perfezionista un vero… rompiscatole… 🙂

EM: Grande professionalità, dedizione, puntualità… ma e’ troppo “buona”… neanche noi siamo perfetti!

Siete famosissimi grazie al programma Ma come ti vesti? Un simpatico format dove rifate il guardaroba di ragazze che per un motivo o per l’altro trascurano il proprio aspetto, carta vincente nei rapporti con gli altri. Quanto conta l’immagine? E’ davvero così lontana dalla sostanza?

CG: L’immagine fa il monaco! È l’unico modo di comunicare di oggi… in un mondo di visivi!

EM: L’immagine va a braccetto con la sostanza. Il primo modo di comunicare con gli altri e’ attraverso la propria immagine. Credo molto nella sostanza ma la forma in certi casi e’ una sorta di doveroso rispetto verso se stessi e gli altri.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altro.

CG: Ci siamo conosciuti su set di “ma come ti vesti?!” e ricordo di Enzo il suo ascot chicchissimo al collo!

EM: La casa di produzione stava selezionando una partner da affiancarmi in questa nuova avventura e ne ho conosciute diverse altre prima di lei… che naturalmente ho “fatto fuori”… poi e’ arrivata Carla ed e’ stato subito amore!

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti.

CG:Direi  che il dietro alle quinte per noi non ha segreti… ci diciamo sempre tutto! È questo che ci rende così forti come coppia!… però vediamo magari Enzo ha qualche sassolino…?!

EM: No, non ci sono cose non dette, ci diciamo davvero tutto anche quando prima di andare in onda, fuori dal camerino, ci guardiamo e ci diciamo: Ma come ti Vesti? 🙂 Ridiamo un sacco!

La moda non è solo apparenza, è molto di più, è una forma d’arte, un modo per esprimere la propria personalità, per ispirare fascino, bellezza, armonia. Cosa rende davvero un uomo o una donna elegante?

CG: L’eleganza è naturalezza, armonia, notare le persone, rendersi conto di loro perché rimane un mood un sogno un’ apparizione… come Grace Kelly,  Jacqueline Kennedy, il duca di Windsor…

EM: Nulla! L’eleganza purtroppo non può essere conquistata indossando un abito di gusto e raffinato. L’eleganza e’ quella dote innata che si esprime in mille forme e che rende un uomo o una donna speciale quando entra in un ristorante, quando scende da un auto, quando parla, quando sta a tavola… Un abito può solo essere indossato con eleganza!

Datemi una vostra personale definizione di fascino.

CG: Lo noti, la noti, colpisce la tua attenzione,  ti attira,  e in fondo… non sai perché… fantastico!!

EM: Il fascino e’ il risultato di una serie di componenti che si fondono con armonia ed equilibrio: eleganza, buon gusto, autostima, sicurezza, intelligenza, femminilità/virilità.

Per Rizzoli è da pochi mesi uscito il vostro libro Ma come ti vesti?! Regole, trucchi e suggerimenti per non sbagliare mai look. Un vero e proprio vademecum pieno di consigli, suggerimenti, una vera e propria scuola illustrata di tutto ciò che una donna deve avere nel proprio armadio. A chi è venuta per prima l’idea di scriverlo? Ce ne volete parlare.

CG:Ad entrambi! Ci siamo detti… prima lo stile lo raccontiamo in televisione poi lo mettiamo nero su bianco… e … forse finiremo di vedere quegli orrori per le strade?  Ci siamo detti!

EM: E’ stato magnifico quando la Rizzoli ci ha proposto il progetto. L’abbiamo accolto con entusiasmo e gli abbiamo dedicato tempo e cura. Ore e ore dal vivo io e Carla o appuntamenti telefonici notturni dove parlavamo della lunghezza di una gonna, la trasparenza di un organza, la trama di un pizzo… folli ma felici di poterci dedicare ad un progetto che ci coinvolgeva totalmente a quattro mani apportando tutto il nostro bagaglio personale e professionale. Il momento più divertente? La scelta dei tessuti. E’ stato bellissimo abbinare colori e tessuti alle diverse occasioni d’uso.

Consigli per le ragazze un po’ pienotte. Cosa smagrisce, tessuti, tagli, abbinamenti?

CG: Tolgono una taglia i colori scuri, il nero, i tacchi, i capi interi e non spezzati, i modelli scivolati e non aderenti i tessuti fluidi come la viscosa la seta.

EM: Ti direi d’impulso tutto ciò che e’ indossato con disinvoltura ma aggiungo anche che il jersey e’ un amico fedelissimo, che le ruches sono bandite, che i drappi sono vietati, che il plissé va dimenticato, che la stampa floreale va usata con cautela, che le mini solo se i polpacci non somigliano a due prosciutti cotti e il bianco solo dietro prescrizione di Enzo e Carla.

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto.

CG: Per ultimo “La versione di Barneys” di Richeler.

EM: Tutto ciò che leggo o per meglio dire che leggo fino alla fine mi emoziona, mi diverte, mi fa sognare, piangere o ridere. Ho pochissimo tempo libero purtroppo e tutto ciò che decido di leggere deve essere “terapeutico” sia esso Baudelaire o una ricetta per il tiramisù … In ogni caso adoro Buzzati, Bassani ma anche la Kinsella naturalmente!

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

CG: Il più divertente… per me… quando un noto buyer internazionale che era in show room da me e che rimaneva in Italia per lunghi periodi mi disse… sai ho visto per un attimo una trasmissione ieri sera in tv… non so cosa fosse ma parlavano di moda  e lei ti somigliava tantissimo!! Potresti pensarci anche tu a mostrati in televisione! In fondo il mestiere ce l’ hai! Meglio di quella lì… di sicuro! Con un italo-inglese buffissimo!

EM: Aneddoti mille, non dimenticare che organizzo matrimoni quindi ne vedo quotidianamente di tutti i colori… Sposi che non arrivano e che devo andare a cercare, spose in preda a crisi di panico o meglio di ripensamento, invitati non sempre con un look appropriato etc…

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

CG: No non litighiamo mai… al  limite dissentiamo… sulle scelte reciproche di stile… ma poi alla fine le strade parallele convergono! Ed esce “Ma come ti vesti?!”

EM: Mai.

:: Recensione di La notte dell’Aquila La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2011 by

La notte dell'AquilaLa notte dell’Aquila – La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii è uno di quei libri che ci augureremmo di non dover leggere mai. E invece è necessario leggerlo, è necessario vedere scritto nero su bianco parole che fanno male, parole che descrivono come la vita umana conti così poco quando si parla di macroeconomia, speculazioni edilizie, movimenti tellurici che continuano dalla preistoria. Partendo infatti dall’evoluzione della Terra fino ad arrivare ai giorni nostri in un lungo percorso contraddistinto da un unico filo conduttore ossia l’irrequietezza del nostro pianeta gli autori effettuano un meticoloso processo di ricostruzione attraverso un racconto che prevede tre fasi, una preistoria, una storia, e un presente quando giungono a raccontare la storia di alcuni personaggi, vite che apparentemente scorrono parallele per poi intrecciarsi drammaticamente nella tragedia del terremoto che li accomuna tutti di fronte all’evento cataclismatico. Storie di fantasia anche se ispirate a fatti reali di una paura percepita, allontanata, ignorata e vissuta che lascia spazio a riflessioni su cosa è successo e su cosa si poteva fare per evitare la tragedia sulla base dei segnali e delle avvisaglie lanciate da Madre Natura. Gli autori di questo libro dispongono di strumenti sofisticati per analizzare scientificamente quello che avvenne a L’Aquila il 6 aprile del 2009  ma non si fanno sommergere dalla freddezza dei dati, dalla gelida oggettività delle statistiche, ci parlano di persone, persone con un nome, una storia, sentimenti, speranze, sogni, che da quel maledetto giorno si sono visti catapultare in un incubo senza uscita. Alcuni hanno perso la vita, altri sono sopravvissuti con nelle orecchie il boato delle voragini aperte quella notte, negli occhi la polvere delle macerie e a rendere insopportabile tutto questo dolore l’inquietante interrogativo: si poteva evitare? C’erano gli strumenti per prevedere il sisma e disporre vie di fuga, di salvezza per centinaia di persone? Di chi è la colpa? C’è davvero un colpevole che per inefficienza, disinteresse, bieca speculazione, non ha agito, non ha fatto il suo dovere? Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii non hanno dubbi e con rigore scientifico e sensibilità verso le vittime ci presentano un testo in parte saggio, in parte reportage giornalistico, in parte romanzo, per aiutarci a capire, per riflettere, per non dimenticare, per far si che non succeda di nuovo. Perché se non si impara dagli errori del passato, le 308 vittime a cui questo libro è dedicato sono davvero morte due volte.

:: Rusty dogs: i cani arrugginiti del fumetto made in Italy. Intervista a Emiliano Longobardi

8 febbraio 2011 by

logo_di_Mauro_MuraBenvenuto Emiliano su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Sceneggiatore, libraio, appassionato di fumetti, forse non in quest’ordine. Classe 1972, titolare della libreria Azuni di Sassari. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Emiliano Longobardi? Pregi e difetti.
 
Leggo fumetti, scrivo fumetti, scrivo di fumetti, vendo fumetti. Fra queste attività cerco di trovare il tempo anche per la vita privata. E per i libri. E per il cinema. E per la musica. E per il teatro. E per lo sport. E per imparare a fotografare (ma qui la vedo estremamente ardua).
 

05_-_Lelio_BonaccorsoLa passione per il fumetto ti ha portato ad ideare un progetto ambizioso e in un certo senso temerario come Rusty Dogs. Raccogliere le matite più affilate del “west”per raccontare storie crime-noir. Storie dure, politicamente scorrette, ruvide come la cartavetrata. Quando e come ti sei detto perché non iniziamo questa avventura?
 
Autunno 2008. Più per gioco che per la reale intenzione di coinvolgere tutti i disegnatori che poi hanno accettato, ho provato a immaginare uno staff di autori che potesse rendere al meglio determinate atmosfere. Man mano che procedevo con l’elenco, però, il livello di autosuggestione è stato talmente alto che ho deciso di partire davvero e di tentare l’approccio con i disegnatori, contattandoli – scaramanticamente – uno per volta. Alla fine – a parte qualche eccezione – hanno accettato tutti quelli che ho contattato. E’stata – e continua a essere – una bellissima soddisfazione e si è creato un debito morale nei loro confronti estremamente grande, dato che – per l’amatorialità del progetto – hanno tutti accettato di contribuire gratuitamente alla sua realizzazione. Dire che la mia gratitudine nei loro confronti è sconfinata, è solo un pallido eufemismo.
 
Rusty Dogs potrebbe essere tradotto come cani arrabbiati, mi viene in mente ringhianti ma magari è una mia licenza poetica. Da dove nasce questo nome?
 
Arrugginiti è la reale traduzione migliore, per me. Il cane è una metafora, la ruggine una condizione esistenziale. Il resto spero riescano a raccontarlo le storie.
 

06_-_Giuliano_GiuntaCome sei riuscito a coinvolgere tanti nomi famosi del fumetto, gente come  Joachim Tilloca, Andrea Del Campo, Riccardo Torti, Werther Dell’Edera, Marco Soldi ti cito i primi nomi che mi vengono in mente ma ce ne sono molti altri di pari impegno e bravura?
 
Sì, sono tanti e sono tutti molto bravi, anche perché, se così non fosse, molto difficilmente la maggior parte di loro lavorerebbe oggi per i migliori editori italiani e internazionali: da Bonelli, Aurea, Star Comics a Marvel, DC Comics, Image, passando per un bel po’ di editori francesi.
Per tornare alla prima parte della domanda, quella riguardante il “come”, penso sia dipeso dalla bontà dell’idea di fondo, dalla fattibilità in termini di impegno richiesto e dalla fiducia (quando non amicizia personale, in certi casi) reciproca.
 
Quali sono le maggiori difficoltà che hai dovuto affrontare? 
 
Sto continuando ad affrontarle e dipendono tutte dalla mia inesperienza nel gestire un progetto tanto articolato: riuscire a dare continuità alle uscite. Sto con grande fatica cercando di porre rimedio, ma non voglio nemmeno che questo possa pesare nella spontaneità del processo creativo.
 
Siete una realtà famosa online. Vi è mai nata la tentazione di diventare un fumetto di carta?
 
Rusty Dogs nasce per stare sul web, quindi – programmaticamente – non aveva altro obiettivo se non quello di consolidarsi in quell’ambiente e di trovare lì un suo pubblico.
Questo non significa – però – che in futuro le cose non possano cambiare. Se così sarà, ci divertiremo a dare una nuova forma al progetto, in caso contrario la questione non verrà vissuta come una diminutio.
 

09_-_Joachim_TillocaCome nascono le tue sceneggiature? Parlami proprio del processo creativo?
 
Le storie di Rusty Dogs sono tutte leggibili singolarmente e senza un ordine predeterminato, anche se alcuni elementi che le sottendono spero riescano a restituire al lettore – se non già ora dopo nove episodi, almeno nel prossimo futuro – la sensazione che facciano tutte parte di un disegno più ampio.
Ogni storia nasce con l’intenzione di inserirsi in un territorio narrativo individuabile a cavallo fra il noir e il crime e quindi di aderire a determinati canoni/archetipi e con l’impegno di evitare gli stereotipi. Inoltre, le storie sono e saranno tutte molto brevi (massimo quattro pagine).
Io cerco di muovermi all’interno di questi argini col massimo della libertà di cui sento bisogno e col desiderio di coinvolgere ogni volta il disegnatore in un percorso – per quanto breve – che lo appassioni e lo diverta dal punto di vista espressivo. Ad aiutarmi, il bagaglio che ho accumulato finora in termini di fruizioni narrative (fumetti, libri, cinema, musica, fotografia) e di vita.
Dopo che individuo cosa voglio raccontare e con chi, l’idea e la sceneggiatura passano ad Andrea Toscani, che svolge con indomita attenzione e scrupolo il ruolo di editor. Andrea mi fornisce una serie di commenti riguardo ciò che per lui funziona o meno nella storia, poi mando la storia al disegnatore e aspetto che venga disegnata. Una volta che le pagine sono pronte, entra in scena un’altra figura fondamentale di Rusty Dogs, Mauro Mura. Mauro, oltre ad aver creato il logo della serie e a curare graficamente il blog, è anche il letterista di tutte le storie: un impegno non da poco che svolge con grande bravura.
 
Ti sei occupato di critica fumettistica. Per che testate hai lavorato? E’ un esperienza che continua?
 
Cominciamo dalla fine: no e non continuerà. Sono stato nel gruppo fondatore di due delle esperienze critiche più “vecchie” del web, Rorschach e Comics Code. Sono attualmente entrambe offline, ma torneranno a breve come “archivi” statici e non aggiornabili. E’ stata un’esperienza quasi decennale straordinariamente arricchente, stimolante e appassionante, oltre che divertente. Però ha avuto un inizio e ha avuto una fine perché è stata più forte la voglia di scrivere fumetti piuttosto che di scriverne.
 

07_-_Michele_BeneventoParlando più genericamente del fumetto cosa ne pensi dell'attuale mercato editoriale?
 
Urca… una domanda che meriterebbe due giorni di riflessione per una risposta articolata a dovere. E non so nemmeno se avrei tutti gli strumenti necessari per un’analisi precisa. In ogni caso, in termini molto generali, il mercato editoriale italiano si estende prevalentemente in due aree: quella delle edicole e quella delle librerie/fumetterie. Nel primo caso, si tratta di una dimensione in cui emergono prepotentemente due realtà, quella della Sergio Bonelli Editore e quella della Disney, seguite da altre piuttosto consolidate come Panini Comics, Star Comics e Aurea Editoriale (che ha ereditato il patrimonio di titoli e l’esperienza della trapassata Eura Editoriale).
Riguardo il mercato delle librerie e delle fumetterie, invece, le prime solo di recente si sono aperte con un minimo di fiducia al fumetto non legato ai grossi personaggi e autori della tradizione italiana, e stanno dando sempre maggior spazio ad autori, opere e case editrici che non sono riuscite a trovare nelle fumetterie un interlocutore soddisfacente. Queste ultime, però, stanno pagando oltremodo il ritardo con cui i loro distributori di riferimento stanno aggiornando le condizioni di vendita, in termini soprattutto di agevolazioni (leggi diritto di resa) e dilazioni di pagamento. La miopia distributiva sarebbe il meno, se solo non fosse più che lecito il sospetto di una scelta programmatica dietro questo ritardo: avere 2/3/400 fumetterie che acquistano senza diritto di resa è un’opzione cui editori e distributori difficilmente rinunceranno.
 
Parlando invece di webcomic pensi che la tua iniziativa potrà essere una sorta di apripista per altre iniziative del genere?
 
Rusty Dogs si è inserito in un camminamento iniziato, percorso e allargato già da tante altre realtà: rimanendo circoscritti al solo panorama italico, esistono da anni tanti altri fumetti online (Eriadan e A Panda piace sono sicuramente i più conosciuti, giusto per fare dei nomi). Se ha un punto di originalità, Rusty Dogs forse ce l’ha nel metodo produttivo: a mia memoria non era ancora stato concepito un webcomic strutturato come Rusty Dogs (storie brevi autoconclusive, ma legate da una sottotrama) e con uno staff così cospicuo (oltre ai 41 disegnatori non sono certo pochi, anzi…).
 
Quale è in assoluto il libro a fumetti che più ti ha entusiasmato, che consiglieresti anche ad un profano che di fumetti non ne capisce una cippa?
 
Normalmente, da libraio, quando mi rivolgono questa domanda rispondo sempre nello stesso modo: si faccia attrarre da un volume girando per gli scaffali. Annusi, tocchi, sfogli. Sono un feticista del carotaggio autonomo come lettore e cerco sempre di convincere il cliente a fare altrettanto. Certo, c’è sempre il rischio di beccare qualcosa che non piace o peggio, ma c’è anche la possibilità di incrociare l’opera della vita. Io affianco il cliente e posso dare qualche informazione, qualche dettaglio, ma cerco sempre di interferire il meno possibile.
Immagino che questa non sia una risposta precisa alla tua domanda, quindi posso citarti due titoli che a me personalmente sono piaciuti tantissimo e che mi sento di caldeggiare. Sono due opere molto differenti fra loro per origine, percorso espressivo e finalità, ma che riescono a colpire a fondo: “Quaderni ucraini” di Igort (Mondadori) e la serie “Criminal di Ed Brubaker e Sean Phillips (Panini Comics).
 
E per finire progetti per il futuro, fumettisticamente parlando e non solo.
 
Come libraio, resistere. Resistere sempre. Riguardo la scrittura, invece, continuare e completare Rusty Dogs. C’è di che impegnarsi per tutto l’anno come minimo.

http://rusty-dogs.blogspot.com/

:: Intervista a Cosimo Argentina a cura di Valentino G. Colapinto

8 febbraio 2011 by

cosimo_argentinaCosimo Argentina è nato a Taranto il 22 luglio del '63, vive in Brianza dal '90. Ha pubblicato tra l'altro Il Cadetto nel 1999 (Marsilio), Bar blu Seves nel 2002 (Marsilio), Cuore di cuoio nel 2004 (Sironi, ristampato da Fandango Tascabili), Maschio adulto solitario nel 2008 (Manni) e il pamphlet Beata ignoranza nel 2008 (Fandango). 

Vicolo dell'acciaio è ancora una volta ambientato nella tua Taranto, nonostante tu viva in Brianza da ormai vent'anni, e ancora una volta la ritrae con spietata lucidità, come forse solo un emigrato o un esule può fare (penso al rapporto di Dante con Firenze, per esempio). Nel tuo romanzo Taranto viene esplicitamente descritta come un inferno. Il degrado omnipervasivo mi ha ricordato certe pagine di “Ultima Fermata a Brooklyn” di Hubert Selby jr., altro libro durissimo che non lasciava scampo. Sembra che tu abbia con la tua città natale un rapporto viscerale e indissolubile di amore-odio. Ci torneresti mai a vivere, se ne avessi l'opportunità? E come sono recepiti i tuoi romanzi dai tarantini?

Non credo che ci tornerei e non perché non ne abbia voglia, ma perché Taranto è cambiata e io pure e siamo cambiati in direzioni diverse, e forse non capirei più delle dinamiche che allora accettavo quasi per statuto. Oggi non ci riuscirei. I tarantini rispetto ai miei romanzi hanno atteggiamenti variegati, che vanno dall'apprezzamento incondizionato all'ignorare del tutto quello che ho scritto. Questo passando dai critici dell'ultim'ora, ai fan e agli scettici.  

I personaggi di Vicolo dell'acciaio sono molto legati alla loro terra. Innanzitutto, sono fieramente tarantini e disprezzano i provinciali, in secondo luogo sono attaccati al proprio quartiere e il protagonista-voce narrante Mino li identifica addirittura con il nome della strada e il numero civico del palazzo dove sono nati e vissuti. Per non parlare poi dei gechi, ossia gli adulti ormai fossilizzati addosso al loro muro, dove bevono birra e aspettano non si sa bene cosa. Sembra una visione verista del mondo, dove i fottuti di cui racconti le miserie sono condannati al loro sventurato destino fin dalla nascita. Come mai tanto pessimismo? E secondo te l'unica possibile salvezza per un meridionale rimane la fuga altrove?

Non è tanto una connotazione geografica quanto sociale. Il popolo, i lavoratori dipendenti, la carne da cannone vive in attesa che i giorni passino e finiscano le tribolazioni. Gente che vive per pagare l'affitto, i buoni pasto ai bambini e le cure mediche alla madre. Gente che non sa cos'è un fine settimana e neanche ha voglia di saperlo. Questo a Milano, Roma o Taranto. Il mio pessimismo nasce dalla consapevolezza che questo finto ottimismo dilagante, questa moda del benessere e del volersi bene ha generato solo porcherie. Il pessimismo ti fa stare all'erta e ti fa anticipare le situazioni, i disagi, i momenti difficili. Se poi non arrivano tanto meglio.   

Una tua cifra distintiva è lo stile molto personale e immaginifico, che mescola efficacemente il dialetto tarantino con una lingua più letteraria. Ma i tuoi lettori non pugliesi riescono a comprenderlo? E che riscontri hai avuto durante presentazioni o letture fatte al nord?

È normale che molti mi hanno detto: ehi, Argentina, se l'avessi scritto in italiano corrente questo libro avrebbe venduto molto di più. Ma io mi dico: come faccio? Una storia si sceglie da sola la lingua da adottare. Ho scritto romanzi in italiano pulito come Il cadetto, Bar blu Seves, Brianza vigila Bolivia spera, Viaggiatori a sangue caldo, racconti come Messi a novanta e i pamphlet Nud'e cruda e Beata Ignoranza.

Il dialetto l'ho usato per Cuore di cuoio, in minima parte per Maschio adulto solitario e per Vicolo dell'acciaio. Secondo me andavano scritti così e in giro a presentarli non ho avuto difficoltà anche perché, detto fra noi, io presento poco i miei libri e Vicolo ha avuto solo quattro presentazioni a tutt'oggi. 

Mai come in questi anni si stanno affermando tanti scrittori pugliesi sulla scena letteraria italiana, anche se il più delle volte si tratta in realtà di emigrati o “fuorisede”, come li chiama Mario Desiati. Oltre a lui, penso a nomi come Lagioia, Lattanzi, D'Amicis, Di Monopoli e tanti altri. Quali pensi siano le ragioni di questo fenomeno nuovo? E ritieni ci siano dei tratti

che vi accomunano?

Il motivo non lo conosco e la legge dei grandi numeri mi fa un certo effetto, perché credo che se si è in tanti non possiamo essere tutti fenomeni e allora andrebbe fatta una scelta più feroce senza sfruttare il trend del momento, che vede la narrativa pugliese sugli scudi.

Ma per i bravi credo ci sia sempre posto. I bravi devono poter scrivere. Se sono davvero bravi è giusto che siano apprezzati. Quanto ai tratti comuni non so bene, perché conosco abbastanza a fondo solo Carlo D'Amicis, che apprezzo e che mi piace come narratore, molto. Il tratto comune è la terra come terreno di battaglia delle storie… credo solo questo che già è molto. 

Ci puoi anticipare infine qualcosa sui tuoi progetti futuri? Tornerai a raccontare di Taranto oppure hai in serbo un grosso cambiamento rispetto agli ultimi romanzi?

Sto scrivendo una cosa per il teatro che credo non verrà mai rappresentata, ma lo faccio lo stesso. Poi ho un lavoro storico senza Taranto di mezzo e un romanzo dove Taranto torna ma non come unico scenario. Il percorso è iniziato con Il cadetto e arrivato a Vicolo dell'acciaio passando per Cuore di cuoio e Maschio adulto solitario; la considero una quadrilogia fatta e finita. Guardiamo avanti, dunque. 

Valentino G. Colapinto

:: Intervista a Fabio Musati autore di “Tramonto Falck” (Laruffa Editore) a cura di Cristina Marra

7 febbraio 2011 by

copertina musatiÈ un “romanzo murale” come lo ha definito lo stesso autore alla presentazione del libro presso la libreria “Libri e dintorni” di Villa San Giovanni (RC). “Tramonto Falck” (Laruffa Editore, pagg.203, euro 12,00) è un romanzo nato dentro e intorno le mura di cinta delle acciaierie Falck “il mantra della siderurgia privata italiana” e il plot si sviluppa dagli anni del boom economico ai giorni nostri attraverso le vicende di numerosi personaggi accomunati “dall’acciaio della Falck”.
Fabio Musati, già autore di testi di teatro e del romanzo breve “L’angelo nero”, vincitore del premio “Emozoni d’inchiostro”, rende il paesaggio urbano di Sesto San Giovanni e Milano protagonista di una storia che intreccia, suspense, sentimenti, lotta sociale, battaglie di classe, arte, solitudini, musica, cartoons, emigrazione. Come in un murale fatto di parole, il romanzo di Musati racconta un mondo, un microcosmo come quello del Villaggio Falck intorno alla fabbrica, con un ritmo narrativo serrato e un linguaggio diretto, incisivo. Il testo di Musati ben riassunto dalla copertina di Carlo Andreoli diventa disegno con l’intervento all’interno di alcuni capitoli della street artist Alessandra “Senso” Odoni. Fil rouge del romanzo è il colore. Dal bianco dell’abito nuziale desiderato dalla giovane operatrice ecologica Tori al grigio del cielo sopra Sesto San Giovanni, ai colori sgargianti dei murales fino al mix multicolore del tramonto che si vede dalla Falk.
 
Perchè “Tramonto Falck”?
“Come si legge nel romanzo: Tramonto Falck era il modo romantico con cui veniva chiamato quel curioso fenomeno di meteorologia industriale che rendeva Sesto una città marziana, dove nemmeno il cielo era uguale a quello delle altre città perché gli scarichi gassosi della Falck e della Breda di sera lo incendiavano con una serie di spumose strisce fucsia degradanti al rosa antico.
Ma è anche il tramonto di una generazione che aveva vissuto attorno all’acciaieria e il tramonto di un’epoca della civiltà industriale dove la cosa principale era fare, produrre. Oggi conta di più distribuire, organizzare, promuovere il proprio marchio, anche tramite un graffito su di un muro scrostato”.
 

BACKJUMP_(piccolo)Il linguaggio artistico è molto presente nel romanzo. Qual è il tuo rapporto con l’arte e com’è nato il tuo interesse per gli street artists?
“Mio padre era artista: pittore, illustratore e cartellonista pubblicitario, quindi sono cresciuto in mezzo ai bozzetti e ai libri d’arte. Io non sono un esperto d’arte, ma un semplice fruitore di bellezza. Così per la street art. Quei lavori sui muri mi colpiscono e mi sono chiesto cosa ci stava dietro, perché li facessero. Chi ha deciso di dichiarare guerra ai muri, quando e, soprattutto perché? È la domanda che si pone l’Ingegner Luini, uno dei personaggi del romanzo, ed è la stessa domanda che mi sono posto io. Allora li ho cercati, sono andato a vederli lavorare, ho discusso con loro, mi sono fatto spiegare le varie tecniche, le loro motivazioni. Ho scoperto un mondo aperto, curioso e disponibile. Con alcuni di loro è nata una bella amicizia: Fly Cat, Orticanoodles e Ale Senso”.
 
Dall’ingegnere Falck alla piccola Raffaella, nel tuo romanzo racconti e confronti diverse generazioni?
“Si incrociano tre generazioni, tutte all’ombra delle monumentali acciaierie. Chi ci ha lavorato e magari è morto sotto una colata, chi l’ha conosciuta solo come lugubre scenario di desolazione post-industriale che cerca di ravvivare spruzzandoci sopra il colore, chi domani la vedrà come un museo da visitare”.
 

BATTLEAIR_(piccolo)La comunicazione attraverso i murales, i cartelloni pubblicitari imbiancati, diventa una forma di denuncia contro gli status symbol dettati dalla moda e la società dell’apparenza?
“Credo che non sia compito della narrativa la denuncia. Chi narra punta il suo faro su una realtà. Se c’è denuncia questa deve scaturire nella mente del lettore, nell’interpretazione che ciascuno può dare della realtà che viene rappresentata. Quindi lascio parlare ancora una volta un mio personaggio, il Re di via Padova: Non è mai stata l’estetica, e purtroppo nemmeno l’etica, a governare questo mondo, piuttosto l’economia. Quella che si combatte a colpi di bombolette spray, affissioni pubbliche, divieti, ripuliture e rimbrattamenti è una battaglia economica di conquista di spazi urbani. Tra chi li compra e chi li fa abusivamente propri. Il fine è lo stesso: imporre la propria firma!”
 
Com’è nato il connubio con Ale Senso?
“L’ho incontrata tra i tanti street artists, ma lei più di tutti gli altri si è interessata al progetto, ha voluto leggere il manoscritto, mi ha dato dei consigli. Poi sono andato con lei dentro un ospedale psichiatrico abbandonato e l’ho osservata lavorare a un grosso murales per un intero pomeriggio. Me l’ha chiesto lei di illustrare il libro e io sono stato felice. Penso abbia fatto un ottimo lavoro”.
 
Stai presentando il romanzo in tutta Italia che differenze trovi nei lettori da nord a sud?
“E’ presto per dirlo. Trovo interesse ovunque, ma ho avuto ancora pochi ritorni da lettori che abbiano letto il romanzo. Se vuoi, ne riparliamo tra qualche mese.”

:: Recensione di Disastri di Daniil Charms a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2011 by

DisastriDecisamente non avevo mai letto niente del genere. Daniil Charms è una scoperta che mi ha lasciato decisamente interdetta. Quando ho aperto Disastri, edito da Marcos Y Marcos e tradotto dal russo da Paolo Nori, mi aspettavo un comune libro di racconti, forse bizzarri, forse ironici o parodistici, degni dell’avanguardia letteraria russa del Novecento, ma non ero decisamente pronta ad inoltrarmi in un fitto bosco di nonsense, in cui il senso logico, la banale e ovvia quotidianità, vengono plasmate e divelte portando il lettore a confrontarsi con l’assurdo e il paradossale. Disastri raccoglie in ordine sparso, non so se esattamente cronologico, una ridda di racconti brevi, alcuni brevissimi, alternati  a stralci delle sue lettere, a frasi estrapolate come schegge dal suo diario. Nel breve discorso introduttivo Nori segnala che i testi scritti in tondo sono opere di Charms mentre quelli in corsivo sono scritti autobiografici, ma a dire il vero la differenza è davvero minima. Sono testi bislacchi, sconclusionati, grotteschi, divertenti; il racconto che inizia con “C’era una volta un uomo, si chiamava Kuznecov ” mi ha fatto ridere con le lacrime agli occhi, testi che mi hanno incuriosito e spinto a fare ricerche più approfondite sul suo autore. Così ho scoperto che Daniil Charms, autore culto per molte generazioni, era davvero un personaggio singolare, avvolto da un’aura tragica, se pensiamo che visse praticamente in miseria, perseguitato dal regime stalinista che lo accusava di aver tradito la causa socialista e gli procurò carcere, confino e internamenti in manicomio, dove morì nel 1942. Anarchico, beffardo, tragico, eccentrico, geniale, folle, surreale Charms è sicuramente un poeta che ha usato la scrittura per rivendicare il suo diritto alla libertà espressiva totale e senza condizionamenti e compromessi. Avventuroso e casuale il modo in cui si sono salvati i suoi scritti contenuti in una valigia e portati in salvo da un amico, il filosofo Jakov Druskin, che letteralmente la raccolse dalle macerie della sua casa bombardata, durante l’assedio di Leningrado.

Daniil Charms, nato a Pietroburgo nel 1905 e morto nel 1942, è diventato, a partire dagli anni Settanta, uno degli scrittori russi per adulti piú letti e piú pubblicati. La sua fama si deve a un sodale, Jakov Druskin, che durante l’assedio di Leningrado salvò dalle macerie della casa bombardata di Charms la valigia che conteneva i manoscritti dell’amico.

:: Recensione di Nessun futuro di Luigi Milani

6 febbraio 2011 by

cover-nessun-futuroIl rock, si sa, più che una musica, è una vera e propria religione, con sue proprie divinità, suoi adepti, un suo culto, se no non si spiegherebbero le tante urban legends legate alle cosiddette false morti di alcune delle più amate rockstar di sempre. Ammettiamolo, chi, anche solo per un attimo, non si è immaginato Jim Morrison vivo e vegeto entrare in un bar in incognito per farsi una pinta di birra e brindare al fottuto show biz, il cui mantra sembra essere “The show must go on”. O il mitico Elvis, classe 1935, vestito di tutto punto con lustrini e paillettes mimare la mossa ancheggiante dei fianchi, che ha scandalizzato tanti benpensanti anni 50. Per non parlare di Michael Jackson comparso redivivo anche in alcuni video amatoriali. Il rock è un culto che crea e divora i suoi idoli, ma resta e resterà uno dei più potenti inni alla vita della storia dell’umanità. E appunto la morte si tenta di esorcizzare immaginandosi che tante rockstar non siano davvero morte, ma vivano in qualche paradiso tropicale in compagnia di bellezze mozzafiato e cocktail con gli ombrellini di carta. Starei ore a parlare di rock ma sono qui per segnalarvi l’ultimo libro di Luigi Milani Nessun futuro uscito per Casini Editore e dal 31 gennaio disponibile in tutte le librerie, che come ogni storia legata al rock che si rispetti ha per tema l’abisso, il caos primordiale in cui ognuno di noi è sempre ad un passo dal precipitarvi dicendo che in fondo non c’è nessun futuro e invece incredibilmente, sovrumanamente, un futuro c’è sempre. La trama di Nessun futuro ha al centro Phil Summer, leader carismatico della band punk rock Chaos Manor, un’ icona del rock all’apice del suo successo, una sorta di eroe romantico alla Byron, bruciato dall’amore per la sua arte fino all’autodistruzione, come afferma l’autore in una recente intervista. Tutto ruota intorno alla sua misteriosa scomparsa finchè un cadavere carbonizzato viene rinvenuto nella metropolitana di Londra. Frettolosa identificazione, susseguirsi di conferme e smentite, ipotesi che tutto sia una montatura, è il via per l’inevitabile corollario di tesi complottistiche legate alla morte tragica e misteriosa di una rockstar. Da quel momento infatti il mondo dello show business si scatena. Litri e litri di inchiostro sulle prime pagine di tutti i giornali, notiziari deliranti, fans in lacrime e gramaglie, impennata di vendite postume da far arricchire generazioni di discografici, retroscena legati a droga, morti tragiche di fidanzate legate a riti voodoo, crisi artistiche e litigi all’interno della band. Tutto un copione già visto ma c’è chi non ci sta. Molti anni dopo Kathy Lexmark, vee-jay di un noto canale televisivo americano dedicato alla musica, molto simile a MTV, incasinata e stanca delle continue frustrazioni che le riservano i perversi meccanismi che regolano i mass media, viene incaricata dalla sua emittente di raccogliere materiale per uno special su Phil Summer e così inizia ad indagare sulla sua assurda scomparsa, che presenta risvolti decisamente inquietanti. Riuscirà a scoprire la verità? Chi era davvero Phil Summer? E’ davvero morto?  Questi sono gli interrogativi che terranno il lettore inchiodato alle pagine, fino al finale sconcertante e in un certo senso inevitabile. Pregio di questo libro, oltre alla suspence tipica del giallo che regge ben tre quarti dell’intreccio narrativo, è la capacità di mostrare un dietro le quinte del mondo del rock davvero inedito, e non mediato dai falsi stereotipi creati dai mass–media. E infine una spruzzata di sovrannaturale dona un che di mitologico al tutto e sembra quasi che l’ anima inquieta e speriamo non dannata di Kurt Cobain aleggi nelle sue pagine e se è vero come dice l’autore che praticamente il libro si è scritto da solo diventando quasi tiranno per chi crede nel sovrannaturale e facile immaginarsi che proprio Cobain abbia soffiato nelle orecchie di Milani parlandogli di musica, amore, morte e risurrezione.
Segnalo anche che sull’ultima pagina troverete un codice che se inserito sul sito www.casinieditore.com vi darà l’accesso a contenuti esclusivi.

Nessun futuro di Luigi Milani, Casini Editore, 2011, Prezzo Euro 12,90

:: Recensione di Le bestie Kinshasa Serenade di Lorenzo Mazzoni

4 febbraio 2011 by

KinshasaCOPERTINALe bestie Kinshasa Serenade, edito da Momentum Edizioni, giovane casa editrice di Milano diretta da Massimo Di Gruso, e scritto con combattiva passione dallo scrittore Lorenzo Mazzoni, è sicuramente un libro che farà discutere o per lo meno aprirà gli occhi di molti sulla situazione vissuta in Congo, sulla drammatica realtà e sulle atroci ripercussioni di uno dei più cruenti conflitti dimenticati dell’Africa. Conflitto che non dobbiamo aver paura di descrivere con i connotati del genocidio. Il bilancio delle vittime è di quasi sei milioni di morti e un milione e mezzo di profughi e la cosa più drammatica se si può trovare qualcosa di più drammatico di stupri di massa, saccheggi e massacri è la totale indifferenza e ignoranza nel quale è sepolto. I mass media tralasciano colpevolmente di informarci su questi fatti essenzialmente perché le colpe dell’occidente sono manifeste e ingiustificabili e non sono certo i seimila soldati dell’ONU capaci di farci fare bella figura nel processo di pacificazione. Il genocidio in corso infatti affonda le sue radici sin dalla seconda metà dell’ottocento e scorre di pari passo con i danni causati dal colonialismo più selvaggio, storia inenarrabile di depredazioni, devastazioni, saccheggi di ricchezze naturali di cui il continente africano è ricco. Per saperne di più segnalo Gli spettri del Congo Re Leopoldo II del Belgio e l’Olocausto dimenticato del giornalista  e scrittore americano Adam Hochschild.
Sottile, circa cento pagine, Le bestie Kinshasa Serenade è un pugno nello stomaco, un grido di dolore che tenta di scuotere le coscienze e spingere ad un dibattito, una riflessione, un civile raffronto con la realtà. Mazzoni utilizza un linguaggio crudo, realistico, non ci risparmia gli aspetti più duri della miseria, della povertà, della violenza, della disperazione. Non ci risparmia nemmeno lo squallore e i disgustosi traffici di uomini che su queste miserie speculano portando avanti traffici come il commercio di organi, il contrabbando di pietre preziose, e tutto quello che può generare un profitto mettendo da parte anche la più minima forma di moralità o di buon senso. Ambientato a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, prima che i ribelli entrassero nella città e tentassero il colpo di stato, è una sorta di squarcio ad un passo dall’abisso dove nel ricco quartiere di Gombè tra l’incoscienza e l’irresponsabilità si passa il tempo tra feste e lo scorrere di litri di alcolici. Personaggi principali di questo dramma sono alcuni occidentali giunti nell’inferno del Congo per i più svariati motivi, alcuni per aiutare, medici disillusi con alle spalle storie irrisolte che tentano di tenere in piedi ospedali fatiscenti, giornalisti che ancora credono che documentare e narrare porti a cambiare le cose, altri essenzialmente per speculare sulle miserie degli altri, personaggio emblematico di tutto questo orrore nell’orrore è senz’altro Jakov Cohen, membro dei Servizi Segreti sudafricani e faccendiere senza scrupoli o ideologie, torturatore e assassino.  Il clima greeniano che si respira è inconfondibile, l’autore dice di aver letto durante la stesura Il Nocciolo della questione, io ho trovato molti echi dei Commedianti. Con i connotati della più classica spy-story Mazzoni ci presenta un’ opera di forte impegno, un duro atto d’accusa contro la guerra, il colonialismo e il razzismo. Tragico e tristemente attuale, quasi un dovere morale leggerlo.

Le bestie Kinshasa Serenade di Lorenzo Mazzoni, Momentum Edizioni, 2011, 122 pagine, brossura prezzo Euro 10.00

:: Recensione di Le Beatrici di Stefano Benni a cura di Maurizio Landini

3 febbraio 2011 by

beatriciStefano Benni – Le Beatrici  (edito da Feltrinelli – collana ‘I Narratori’, Milano, 2011, pagine 94) 
Recensione a cura di Maurizio Landini
 
"Io non ho età, sono come una dentiera, rido e digrigno in un corpo che non è mio, che è troppo diverso dalla mia anima, la mia anima non fa questa puzza, sa di mare la mia anima."
(Stefano Benni – Vecchiaccia in Le Beatrici)
 
Cinque attrici di talento -Gisella Szaniszlò, Elisa Marinoni, Valentina Chico, Alice Rondini e Valentina Virando- hanno messo in scena una serie di monologhi inediti di Stefano Benni, raccolti in Beatrici, uno spettacolo-laboratorio tenutosi al Teatro dell'Arcimboldo, a Genova. I monologhi teatrali possiamo leggerli nell’omonimo testo edito Feltrinelli, dove troveremo anche alcune poesie e ballate scritte dall'Autore nell'arco di dieci anni.
 
   Le Beatrici è buono, dolce, romantico ma anche cattivo, acido e porco. È stramaledetto e che Dio lo benedica. È ancora Benni, il Cercatore di perle, siano esse poesie, racconti o monologhi teatrali. Ancora lui a regalarci sogni, mele avvelenate e specchi, a farci sghignazzare o piangere. A farci vivere di pensieri, a staccarci per un po' dai nostri laptop, dalla ultima news, dai vecchi col fard e dai culi più o meno generosi.
   Suore o presidentesse, mocciose o vecchiacce, le Beatrici sono vive.  
   Le donne oggi più che mai hanno da parlare. E, dannazione, ascoltiamole per una volta!
 
   Nota per gli (aspiranti?) scrittori del fantasy: leggetevi lo splendido monologo (a una o tre voci) Mademoiselle Lycanthrope.

:: Recensione di The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

3 febbraio 2011 by

The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan ElliotMesi fa avevamo recensito un esauriente saggio della studiosa Cristina Greco, che analizzava come il fumetto può non solo essere una forma di intrattenimento ma veicolare anche temi importanti rivalorizzando la memoria culturale con lo scopo più o meno esplicito di educare (qui). Mentre Maus raccontava la Shoa e Palestina parlava del conflitto arabo-israeliano, The Rabbits tratta il tema del colonialismo senza espliciti riferimenti a fatti storici precisi anche se sono più che evidenti le analogie con la storia del colonialismo in Australia. Più che un fumetto a dire il vero è un libro illustrato scritto da John Marsden e illustro da Shaun Tan, entrambi australiani e  pubblicato lo scorso ottobre da Elliot, una favola non destinata ai bambini dalle forti connotazioni simboliche raccontata dal punto di vista dei colonizzati. Un narratore invisibile infatti portavoce di un popolo oppresso e devastato racconta con tono epico da leggenda l’arrivo di misteriosi visitatori, dei conigli, non molti, molti gentili, che suscitano nei nativi curiosità non ostante l’avvertimento degli anziani di stare attenti. L’incontro in un primo tempo amichevole prende subito i connotati di una vera e propria invasione, a volte si combatte ma gli invasori sono troppi, i nativi perdono sempre. Il libro accusato di fare propaganda politica dalle frange più estreme della destra conservatrice ha vinto numerosi premi in Australia, negli Stati Uniti e nel Regno Unito ed è usato come testo di studio nelle scuole secondarie. Oltre che per il suo valore artistico di notevole pregio, le illustrazioni sono tratte da dipinti in acrilico, olio su canvas, inchiostro, l’opera racchiude un messaggio di immediata comprensione, pur nella sua drammaticità, e lascia nel lettore nuovi interrogativi che restano anche dopo che il volume sia chiuso.

The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan Elliot, Collana Scatti, Traduzione di Irene Pepiciello, 2010 32 pagine, illustato , rilegato, Prezzo 17,50 Età consigliata da 7 anni in su.

:: Recensione di Velina o calciatore altro che scrittore di Gordiano Lupi

3 febbraio 2011 by

veline e calciatoriGordiano Lupi per chi non lo conoscesse è un tipaccio poco raccomandabile, un toscanaccio senza peli sulla lingua capace di attirarsi più nemici che amici, anche quando non conviene, anche quando si rischia l’ostracismo e la scomunica. Ama le crociate e schierarsi dalla parte di più deboli pensiamo solo al suo impegno contro il regime castrista e all’appoggio che da anni da a scrittori cubani dissidenti come Yoani Sanchez. Per giunta non fa nulla per cambiare questo stato di cose anzi si ingegna nei modi più bizzarri concessi ad uno scrittore per accrescere la sua fama di guastatore irredentista e anarchico. In Velina o calciatore altro che scrittore non si smentisce anzi facendo nomi e cognomi a modo suo traccia un’ analisi del tutto personale del mondo editoriale italiano non risparmiando commenti al vetriolo, giudizi secchi e senza appello, schierandosi diligentemente contro l’intellighenzia che conta tacciandola di mafiosità  e conventicola da osteria con tutto il rispetto per i quattro amici che si incontrano in osteria per farsi quattro risate in santa pace. Paladino della piccola editoria, piccolo editore lui stesso, scaglia molti dei suoi colpi, da novello Davide contro l’invincibile Golia, contro i Mac Donalds del libro, i grandi Megastores che disdegnano con principesca prosopopea di esporre sui loro scaffali i libri dei piccoli, anche quando meritano, anche quando sono di qualità prediligendo magari libri di comici, di veline, di calciatori, di squallidi mezzibusti televisivi, di commentatori in doppiopetto, di tuttologi, giallisti della domenica, fenomeni editoriali inventati, bestseller americani da bancone, che con la letteratura hanno poco a che fare. Lupi si arrabbia, inveisce, sentenzia, si lamenta, cerca dal muto lettore comprensione o per lo meno solidarietà e continua per la sua strada senza guardare in faccia nessuno e non limitandosi alla semplice invettiva, ha parole di ammirazione e di plauso per alcuni anche giovani e sconosciuti per par condicio io non faccio nomi lascio a voi di scoprirli e non sarà una lettura né lunga né faticosa, un centinaio di pagine in piccolo formato, letto in una mattinata.