:: Intervista con Gilda Policastro

28 marzo 2011 by

polBenvenuta Gilda su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Inizierei con il chiederti  di aprire una piccola parentesi sulla tua vita per presentarti ai nostri lettori. Dove sei nata, come hai trascorso la tua infanzia,  che studi hai fatto?

Sono nata a Salerno, perché mia madre aveva studiato lì e amava molto quella città: sono poi cresciuta in Basilicata, dove i miei abitavano, in modo molto appartato, direi un po’ leopardiano, senza mai socializzare troppo coi miei coetanei, fino al liceo classico. Mi sono infine trasferita a Roma, per studiare Lettere alla Sapienza. Dapprima mi iscrissi a Discipline dello Spettacolo, poi passai a Lettere antiche, infine a Italianistica, laureandomi su Dante, ma conservando comunque nel piano di studi degli esami di antichistica, soprattutto storia del teatro classico, e le letterature greca e latina. A Roma è iniziata anche la mia vita sociale e affettiva, le relazioni e le amicizie, alcune delle quali durate per tutto il percorso universitario, e talvolta persino oltre.

Italianista e critica letteraria e ora scrittrice di narrativa. Come è nato il tuo amore per la parola scritta? Quali sono state le tue letture principali nei tuoi anni formativi?

Come dicevo, la mia vita di relazione, in un paese del sud, e nemmeno dei più gretti e arretrati per fortuna, non è stata troppo ricca di socialità: non so se scrivere sia stata a quel punto la causa o la conseguenza di questa scarsa propensione all’aggregazione, che ha avuto naturalmente delle intermittenze, ma per lo più è rimasta, come attitudine generale. Credo che la scrittura sia in questi casi una sorta di via obbligata di comunicazione: restiamo pur sempre degli animali sociali, e dunque se il dialogo e l’incontro con le persone reali falliscono, la scrittura (dalla compulsione per gli sms o le email o le chat, fino alle forme più articolate di narrazione) può diventare un canale di contatto fondamentale, oltre a una necessità interiore ineliminabile.

Tra gli scrittori del Novecento di cui ti sei maggiormente occupata tra cui Sanguineti, Pirandello, Pavese, Manganelli, Pasolini, Leonetti, Balestrini se dovessi fare un bilancio etico-artistico quali sono le lezioni maggiori che hanno lasciato nella storia della letteratura?

Di Pirandello mi ha sempre affascinato la tensione tra vita e scrittura, racchiusa nella massima un po’ banalizzante dell’alternativa “o vivi o scrivi”, ma soprattutto poi l’incapacità dei suoi personaggi, specie di certi personaggi della sua ricchissima novellistica, a vivere la vita di tutti (il comunque vivere, diceva lui). Come ripeto, la scrittura può servire in certi casi di vite particolarmente complicate, con un difetto, un intoppo, a offrire una via di fuga, una specie di risarcimento: così poteva essere per Pavese, se non avesse poi in qualche modo rinunciato a questa possibilità, dandosi di propria mano la morte, per eccesso di narcisismo, probabilmente. Un grande lascito degli altri autori che ricordava lei, della Neovanguardia e dintorni, è aver fatto di tutto per ridimensionare quel narcisismo tipico “da scrittore”, nelle forme stesse della scrittura, non magniloquenti, ma contestative, e dunque più aderenti a una dimensione collettiva e a un orizzonte comune (storico, politico, sociale), che rispondenti a un’ottica soggettiva, individuale. E se è vero che Edoardo Sanguineti, come poeta, si è messo molto in primo piano, si è trattato sempre di un autobiografismo in qualche modo rovesciato, teso a dare di sé l’immagine peggiore, di un uomo che invecchia, che perde i capelli, i denti e di conseguenza le consonanti, come dice in una sua nota poesia.

Gilda  Policastro e la poesia. Quali sono i tuoi poeti preferiti? Cosa ricerchi maggiormente in un testo poetico? Cosa ti sorprende, cosa ti commuove?

In un testo poetico non cerco qualcosa di diverso da quello che cerco in altri testi, e cioè un’idea del mondo, un’interrogazione, ancora meglio, sul senso delle cose. Ecco perché il riferimento ideale per me resta Leopardi: per citare il titolo di un famoso saggio critico di Antonio Prete, quello di Leopardi è un “pensiero poetante”, e c’è una stretta relazione, come dimostra un testo di poetica fondamentale come lo Zibaldone, tra l’elaborazione concettuale e la scrittura poetica. Questo, in fondo, mi commuove: la capacità di trovare un modo per rendere comunicanti in una forma molto sintetica e memorabile dei concetti anche molto complessi: Che fai tu, luna, in ciel? E c’è dentro tutta una filosofia dell’uomo e della sua presenza nel mondo.

Ti senti femminista? O maschilismo e femminismo sono categorie ormai superate?

Questa per me è una questione molto complicata, perché non ho vissuto, essendo nata negli anni Settanta, la stagione del femminismo direttamente, e ho molte amiche più adulte che invece mi parlano spesso di quegli anni e di quelle battaglie come un grande momento di presa di coscienza di un ruolo e di un potenziale che poi via via sono stati nei decenni a seguire anziché esaltati e cresciuti, ridimensionati e svigoriti. In ambito intellettuale, ed è un tema su cui ho riflettuto molto anche nella mia attività di critica militante, e cioè nei giornali, nell’editoria, persino all’università, le donne che abbiano ruoli decisionali o incarichi prestigiosi sono pochissime. Le redazioni delle riviste sono sempre maschili, così i progetti nuovi di siti che nascono con dichiarato intento di cambiare lo stato delle cose. Alle donne si chiede di collaborare, quando va bene: ma a decidere sono quasi sempre gli uomini, ancora, basta scorrere  i nomi dei responsabili nell’elenco dei redattori delle riviste, accademiche e non…con questo non rivendico assolutamente le cosiddette “quote rosa”, con denominazione aberrante, ideologicamente, ma m’interrogo sul perché le donne stentino ad affermarsi nell’ambito intellettuale, ripeto, se non come agitatrici o specchietti per le allodole.

Definiscimi il ruolo contemporaneo del critico letterario. Quali sono secondo te i pregi maggiormente necessari, se non indispensabili, che lo caratterizzano?

La formazione, innanzitutto. Aver studiato i teorici ormai “classici” del vecchio secolo, da Adorno a Benjamin fino a Fortini, Pasolini, e poi Barthes, Foucault, Bachtin…insomma, aver acquisito gli strumenti del mestiere, indispensabili all’interpretazione di un testo letterario. Poi è utile, certo, come sostengono critici recenti, “despecializzare” i saperi, e dunque aprirsi ad altri campi della conoscenza, non rimanendo confinati nel mondo della pura testualità che ha dominato il postmodernismo, per certi versi tuttora in corso: anzi, degenerato dall’idea dell’equivalenza di ogni metodo critico all’affermazione dell’accessorietà della critica stessa, sicché ciascuno, saltando la mediazione, pretende di potersi fare da solo interprete, magari anche di se stesso, come avviene sovente a molti degli scrittori miei coetanei, pure quando palesemente sprovvisti degli strumenti del caso.

Hai esordito nella narrativa l’anno scorso con un romanzo edito da Fandango, Il Farmaco, un’ opera colta, complessa, impreziosita da rimandi letterari importanti, non di facile fruizione. Perché hai scelto di metterti così in gioco, di osare così tanto?

Ecco, ottima domanda: perché? Probabilmente non ho nemmeno scelto: a un certo punto la riflessione attorno ad alcuni temi ossessivi (il rapporto tra la patologia e la cosiddetta normalità, l’ambiguità o la reversibilità delle due condizioni, dunque la malattia, come dato ontologico e insieme contingente, accidentale), ha reso necessaria un’altra forma, più distesa, ma anche meno stringente di un saggio. Inizialmente il proposito era quello di scrivere un romanzo-saggio, ma poi via via ha preso corpo il desiderio di raccontare in modo più vivo, e dunque meno costretto dai vincoli teorici, certi stati di alterazione della psiche dovuti a un forte disagio emotivo, che ho preferito oggettivare in una forma maggiormente condivisibile come un romanzo (sia pur con molte virgolette, perché preferisco parlare di “prosa”).

La lezione joyciana dello stream of consciousness in bilico tra Virginia Woolf e Italo Svevo con ascendenze proustiane si evidenzia soprattutto nell’approccio diretto, atemporale, intuitivo, caratterizzato dal tempo presente. Predomina un flusso liberatorio di matrice teatrale. Hai pensato di trasformarlo realmente in un testo teatrale vero e proprio?

Per la verità me lo suggeriscono spesso, specialmente quando ho occasione di leggerne qualche tratto, in occasione delle presentazioni. Ma è evidente che di fronte a un pubblico scelgo apposta le sequenze che potremmo effettivamente definire più teatrali: c’è però una grande varietà nello stile del libro, io credo, e se le parti più aderenti al canone realistico si presterebbero meglio a una resa cinematografica,  probabilmente, c’è però anche molto materiale onirico, visionario, delirante, che solo la scrittura secondo me riesce a restituire nella sua interezza. Ma probabilmente un regista teatrale ci potrebbe lavorare su molto bene, avendone voglia. Non so, magari accadrà, prima o poi.

La psiche intossicata da patologie “disturbanti” se vogliamo non è una componente marginale del tuo romanzo. La componente psicoanalitica quanto incide nella sua struttura narrativa?

L’epigrafe a Groddeck non è casuale: ho grande attenzione e rispetto per la psicoanalisi come scienza che cura i mali dell’anima, o almeno che mira a individuarli. Al tempo stesso, però, credo che ridurre la complessità dell’individuo a una serie di patologie o di archetipi non sia risolutivo in tutti i casi, e perciò la scrittura, in quanto veicolo e sbocco di sofferenza, può essere una terapia più efficace. Ci sono scrittori, come Manganelli che citavamo prima, che hanno cominciato a scrivere solo dopo aver compiuto un percorso analitico; per me sento più adatta la via sanguinetiana: la psicoanalisi come strumento conoscitivo solo teorico, diciamo. In questo caso, cioè nella stesura del Farmaco, l’idea groddeckiana della malattia come desiderio inconscio (col paradosso che la morte, ogni morte, sia in realtà un suicidio) diventa un motivo guida, ed è spesso citato dai personaggi. Ma sul piano della struttura, ecco, sì, probabilmente l’analisi è il modo con cui certe derive vengono al tempo stesso provocate e contenute, stimolate e compresse: delirio psicotico, e poi però anche la necessità dell’ordine dei capitoli, una trama coerente, in qualche modo, e dei personaggi (ma preferirei che si dicesse, come ha fatto già un lettore speciale del mio libro come Gabriele Frasca, di “voci”).

L’ospedale come metafora della società contemporanea è un interpretazione corretta? Tra simbolismo e realismo, cosa prevale?

Il “neorealismo psicotico” di cui ha parlato Tommaso Ottonieri in un’occasione pubblica, mi pare un’ottima definizione. Questo ospedale dà un’illusione di esistenza reale, ma poi è talmente allegorico da diventare effettivamente una metafora, della condizione umana nel suo complesso, ambiziosamente, e poi anche, in un campo più ristretto, dei mali sociali.

Qualche considerazione sul titolo Il Farmaco un po’ fuorviante se vogliamo, scarno, una parola sola per contenere tematiche diverse e complesse. Da dove nasce? Che percorso ti ha portato a sceglierlo?

Ci sono state due motivazioni, o meglio due suggestioni forti. La prima è stata quella sofoclea, ovvero le lettura delle Trachinie, in cui il “farmaco” è il veleno di cui Deianira imbeve la veste di Eracle, credendolo un filtro d’amore. E dunque questa ambivalenza tra ciò che dovrebbe “curare” e ciò che invece uccide era già in quella immagine antica. C’era poi però anche un’esperienza molto più banale e quotidiana, ovvero la consultazione di un qualunque banale “bugiardino”, in cui è facilmente verificabile come gli effetti dei farmaci, anche di quelli di uso comune, possano andare dal leggero mal di testa al collasso letale. E dunque ancora una volta, ciò che dovrebbe curare, è in grado di provocare danni anche peggiori del male iniziale.

E’ nella natura stessa dell’amore non volere soltanto accarezzare l’amato ma fargli del male”. Questa citazione di Groddeck inserita all’inizio del libro ci porta a supporre che il testo avrà per tema l’amore e le sue degenerazioni. Amore e morte, bene e male. Fa capolino Pasolini in un certo senso. C’è una componente sadica in ogni relazione d’amore anche per te o era solo una provocazione?

Il riferimento a Pasolini è molto pertinente, perché avevo proprio pensato ad alcune sue opere, specie dell’ultima fase della sua produzione, che è particolarmente incentrata sul tema dei ruoli e della loro interscambiabilità, nell’organizzare il mio “sistema dei personaggi”. Nella relazione sadomasochistica, i ruoli non sono dati una volta per tutte, infatti, così come non appartiene a nessuno, in astratto, il sadismo come pulsione volta al male dell’altro e il masochismo come procurato dolore. In realtà si tratta di una recita, in qualche modo, e di un’assunzione consapevole del ruolo e delle caratteristiche ad esso associate: nel mio libro, i ruoli e soprattutto le relazioni che si intrecciano in connessione ad essi, sono in sostanza quelle tra paziente e medico, e quelle tra uomo e donna (oppure tra donna e donna, a un certo punto). In entrambi i casi, c’è una necessità e un bisogno reciproco che sfociano spesso in tensione erotica. Ma si tratta di legami in cui comunque la matrice e anche lo sbocco è una grande sofferenza da entrambe le parti. Come nell’esperienza più banale delle relazioni amorose, rispetto alle quali è irrisolta la diatriba, se vogliamo insulsa, sul “se sia peggio abbandonare la persona amata, oppure esserne abbandonati”.   

Tra linguaggio poetico e linguaggio colloquiale, se non addirittura provocatoriamente prosaico, utilizzi tutti gli strumenti della narrativa. Hai svolto un lavoro sulla parola molto simile alla ricerca poetica? Ovvero hai cercato di costruire un tessuto poetico alla base della tua prosa?

Ecco, sì, questo è molto vero: come il critico Andrea Cortellessa ha efficacemente mostrato nella sua recensione, ci sono dei veri e propri travasi della mia poesia nella prosa del Farmaco, che è appunto una prosa, dunque un tipo di scrittura attenta non solo alle scelte lessicali, ma anche e soprattutto al ritmo, alla sintassi, all’andamento del periodo, al suo flusso, alle sue interruzioni. Ho lavorato in modo ossessivo sulla punteggiatura, arrivando a far impazzire le redattrici preposte alla revisione finale, che non ringrazierò mai abbastanza per la pazienza e l’attenzione amorevole dimostrata al testo, ma in qualche modo anche a me. L’autore vicino al “si stampi” è una via di mezzo tra un pazzo in libertà e un bambino con la febbre altissima, che piange.

Il Farmaco nasconde un messaggio, un significato nascosto da leggere tra le righe?

Io posso dire qual è il significato per me, ma spesso mi accusano di fare troppo il critico, rispetto al mio libro, e di offrirne l’ “interpretazione autorizzata”, invece di lasciarlo parlare da sé, o attraverso le interpretazioni degli altri. Una delle definizioni più recenti di altri, allora, è quella del Farmaco come una sorta di specchio delle nostre vite di adesso (nostre di borghesi coi valori tradizionali in crisi, nostre di ultratrentenni precari, nostre di donne ancora inspiegabilmente schiave dell’ossessione della coppia e della maternità): uno specchio in cui non è sempre piacevole guardarsi, e anzi, come mi ha detto la giornalista in questione, “un po’ ci si vergogna”.

Il farmaco come palliativo per un male che disgrega, degenera, annienta la vita di tutti i giorni, i rapporti interpersonali, il concetto stesso di amore? Il male di vivere, il male oscuro, la vita come “malattia della materia”. Non c’è forse una sfumatura troppo pessimistica data la tua giovane età? C’è ancora spazio per la speranza, per la bellezza?

Se la “vita” stessa è malattia, già per il solo fatto di essere “mortale” (con sintagma ben leopardiano), direi che grande speranza di uscire da quest’orizzonte non ve n’è. Eppure nel Farmaco ho provato a raccontare delle vie di fuga, che non anticipo per non rovinare la sorpresa (pure se non è un romanzo di genere…).

A proposito di erotismo, tema trattato dal tuo romanzo, qualche riflessione. Scrivere di eros è obbiettivamente difficile. Si rischia il cattivo gusto o peggio il ridicolo. Molto si gioca sull’immaginazione. Quale è il segreto per parlare di eros, senza scadere nella pornografia, nella volgarità?

Io faccio molta fatica a pensare al mio libro come a un libro in cui si parli di eros, perché la mia idea dell’eros resta, a dispetto di Groddeck, molto gioiosa, molto naturale, ammesso che esista questa dimensione, a petto del culturale, che evidentemente ci sovrasta: quello che ho raccontato io è la sofferenza, e la perversione come modo per esorcizzare i fantasmi, dei miei personaggi ma, fatalmente, mio. Non so in che modo: credo, liberando la mente dai pregiudizi e dalle inibizioni, innanzitutto. Non c’è niente che non si possa dire, se l’intento è quello di rendere un pensiero condiviso e condivisibile attraverso le parole, e non di stupire o di fare colpo a tutti i costi, con frasi a effetto che diventano effettacci. .

Dei tuoi personaggi, maschili e femminili, quale ti assomiglia di più? Il personaggio di Enza un po’ ti è vicino o rassomiglia a persone che hai incontrato anche superficialmente?

Chi mi conosce, dice di aver trovato un po’ di me, com’è inevitabile, in tutti i personaggi. E qualcun altro sostiene che in fondo i personaggi del libro sono tanti, perché in me, come in ciascuno di noi, c’è una tale quantità di complessità e di contraddizioni, da non poter stare compressi in un solo carattere. Mi sta bene essere Bardamu, se proprio devo sceglierne uno, perché anch’io ho la tendenza a dire a me stessa di non saper fare le cose, anche negli ambiti di mia più stretta competenza. Un modo per ripararsi dalle delusioni, che però non esclude l’ambizione e nemmeno tutto sommato l’autostima, anzi…

Per concludere, puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro?

Continuare a scrivere, perché non riesco a farne a meno, e magari trovare un modo perché una delle forme della mia scrittura (l’attività militante, ad esempio) diventi anche un modo per stare in un orizzonte sociale organizzato: cioè, detto banalmente, un lavoro con uno stipendio.

:: Recensione di Black city di Victor Gischler a cura di Stefano Di Marino

25 marzo 2011 by

blackNon fatevi ingannare dalla copertina dell’edizione  italiana che, per seguire una tendenza dell’attuale mercato, vorrebbe farvi credere che si tratti di un romanzo di  vampiri. Go-go Girls fo the Apocalypse è uno di quei romanzi che, se l’editoria italiana me ne lasciasse l’occasione mi piacerebbe scrivere. Una ‘extravaganza’ in cui si mescolano tutti i generi pulp e che, inevitabilmente, finisce per essere una riflessione su questo modo di narrare, fracassone , esagerato, volutamente oltraggioso ma anche libero nell’espressione senza lasciarsi imbrigliare da format o generi. Non è un horror malgrado vi siano momenti di autentico terrore, non è fantascienza anche se siamo in un territorio decisamente  Dopo-bomba, non è neanche un western benché le sparatorie non manchino. Ci sono un sacco di ballerine che corrono mezze nude, una donna con un occhio solo, un esercito privato chiamato le Strisce  Rosse, un boss che controlla i locali di strip-tease rimasti come i santuari medioevali unico punto di riferimento civile in un paese devastato dove agli occhi di Mortimer che riemerge alla vita dopo una catastrofe mondiale e una personale (il suo divorzio) l’America non è più la stessa. O forse lo è ancora ma a toni talmente esasperati ed esagerati da apparire ostile. Ma è anche il mondo dove Mortimer deve vivere. Tra cannibali, strane comunità terapeutiche popolate solo da una società matronale e femminista che non lascia via d’uscita. C’è azione e riflessione in questa folle girandola che ricorda il miglior Lansdale ma ha qualcosa di più. Tra tanti libri che ho scartato in questi giorni perché incapaci di procedere con la storia, avvitati su frasi messe lì ad annoiare a morte il lettore, il romanzo di  Gischler è una fucilata in testa al prossimo zombie. Schizza energia e sangue che, se ti macchiano ti trasmettono un virus. Quello della scrittura come divertimento assoluto.

:: Intervista a Miriam Formenti tra amore e storia a cura di Elena Romanello

25 marzo 2011 by

MIRIAM FORMENTIMiriam Formenti è un nome noto a tutte le lettrici (e perché no i lettori) di romanzi sentimentali a sfondo storico, e sarà ospite sabato 26 marzo a La vie en rose, insieme a Sveva Casati Modignani, Ornella Albanese, Mariangela Camocardi, Roberta Ciuffi, Maria Masella, Theresa Melville, Paola Picasso, Sylvia Z. Summers (sito ufficiale sotto http://www.lavieenroseevento.it/).
Ma cosa vuol dire scrivere romance? Lo abbiamo chiesto appunto a Miriam Formenti.

Come sei arrivata a scrivere e perché?

Per caso, in una giornata in cui stranamente non avevo nulla da fare e, aggiungo, quasi per gioco.
In pratica, pur avendo una discreta fantasia non immaginavo, né sognavo, di fare dello scrivere la mia professione. Adoravo leggere: in metropolitana quando andavo e tornavo dall’ufficio; al parco, seduta su una panchina mentre le mie bambine giocavano o, semplicemente, quando riuscivo a ritagliarmi un momento tutto mio fra le varie incombenze. Insomma, appena potevo tenevo un libro fra le mani, che fosse  fantascienza, giallo o romance. Se un libro non mi convinceva, lo cancellavo semplicemente dalla mia mente dopo averlo comunque letto fino alla fine; se invece mi conquistava, mi capitava di immaginare cos’altro mi sarebbe piaciuto trovare in quella storia, perché diventasse davvero perfetta per i miei gusti. 
Un giorno mi sono chiesta se sarei stata capace di scrivere qualcosa. Mi sono quindi  messa alla prova, abbastanza sicura, conoscendomi,  che il giorno dopo non avrei più ripreso fra le mani quel quaderno. Invece non solo l’ ho ripreso; ho recuperato una vecchia Olivetti che i miei suoceri avevano in casa e in pochi mesi ho finito il mio primo romanzo contemporaneo,  adattissimo a una collana rosa,  seguito a  breve distanza dal secondo. Sono stata anche molto fortunata, poiché entrambi sono stati pubblicati quasi subito.

Tu scrivi letteratura al femminile, genere bistrattato: cosa diresti ai suoi detrattori?

Direi di allontanare tutti i pregiudizi; di  acquistare un romance senza lasciarsi forviare dalla copertina e concedersi qualche ora  di tempo sdraiati comodi su un  divano. Così potrebbero immergendosi completamente nel racconto, immaginando le scene che scorrono capitolo dopo capitolo, vedendole, persino, proprio come guardiamo un film nel buio di una sala cinematografica. 
Sono sicura che verrebbero conquistati dai sentimenti descritti; sentimenti che tutti nella vita proviamo e di cui non ci vergogniamo, poiché l’amore è il perno della nostra esistenza. Si lascerebbero prendere dall’avventura e probabilmente chiuderebbero il libro soddisfatti, magari già pronti ad acquistarne un altro.  

Scrivi sia romanzi contemporanei che storici: quali preferisci e che tipo di differenze c'è tra uno e l'altro?

Nei contemporanei esiste grande libertà di scelta nel costruire una storia: viaggi veloci per raggiungere posti esotici; telefoni, cellulari, computer e una grande apertura mentale rispetto a molte questioni sociali.  Ma ci sono dei limiti che ci pone proprio il progresso. Diciamolo, al giorno d’oggi alcune situazioni  sarebbero improbabili,  anche se non impossibili. Negli storici, che certamente preferisco, si può osare con l’inverosimile di questo secolo;  si  può scrivere di matrimoni combinati e forzati,  di figli scambiati, di rapimenti,  di ricevimenti  di cui possiamo solo sognare e  di uomini coraggiosi e sprezzanti della morte, che per il loro amore darebbero veramente la loro vita. E poi, anche se a volte sono piuttosto lunghe,  le  ricerche storiche mi piacciono e si impara sempre qualcosa. 

Prossimi progetti?

Sicuramente un altro romance, probabilmente ambientato nel XVIII secolo. Tuttavia il periodo non è ancora certo.  

Consigli per gli aspiranti scrittori?

Sarebbe presuntuoso da parte mia cercare di offrirne, proprio perché, come detto sopra, io ci sono arrivata per caso. Tuttavia credo che leggere possa aiutare  molto chi si porta dentro questo desiderio. Direi di cominciare a mettere qualcosa su carta ed evitare, se possibile, di chiedere poi  conferma ai parenti e agli amici. Non dimentichiamo che chi ci ama non ci dirà mai che il nostro lavoro non è buono. Fra l’altro troppi complimenti, a parer mio, non aiutano. Se crediamo di essere troppo bravi non miglioreremo mai.

:: Recensione di Timidezza e dignità di Dag Solstad (Iperborea 2011) a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2011 by

cDal gelo dei freddi fiordi nordici culla della socialdemocrazia e dello stato sociale, periferia progredita e privilegiata dell’Impero, non arrivano solo gialli e romanzi polizieschi e per farcene un’idea basta dare un’ occhiata al vario catalogo di Iperborea, raffinata casa editrice milanese da anni impegnata a fare conoscere la letteratura scandinava in Italia.
Timidezza e dignità del norvegese Dag Solstad, uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, è un interessante e fulgido esempio di questa effervescenza intellettuale.
Edito per la prima volta nel 1994, ed ora finalmente anche disponibile da noi grazie alla traduzione dal norvegese di Massimo Ciaravolo, da molti considerato il capolavoro di Solstad, Timidezza e dignità è una matura e amara riflessione sulla sconfitta di una intera generazione, quella che era giovane nel 68, imbevuta di alti ideali politici e sociali,  utopisticamente ottimista e proiettata in un futuro in cui la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà avrebbero demolito la società dei consumi e il capitalistico dio denaro, e che  invece si vide sopraffare dalla Storia.
Solstad con spirito lucido e critico fa un’attenta disanima delle ragioni che portarono al fallimento, e tramite il protagonista Elias Rukla, un grigio e triste professore di lettere della Scuola Superiore di Fagerborg a Oslo, un vinto, un umiliato e offeso di dostoevskijana memoria, molto probabilmente suo deformato alter ego, ripercorre a ritroso gli anni della giovinezza, dell’università, dell’impegno politico, dell’amore libero e si chiede come sia stato possibile che dopo tanta passione, e fervida fede in ideali così luminosi  e indistruttibili, la vita l’abbia scagliato in una gabbia di mediocrità ai margini della società.  Come il dottor Relling, personaggio marginale dell’Anitra selvatica di Ibsen che da ormai 25 anni Rukla si ostina a presentare a classi di maturandi svogliati e apatici ai quali i rovelli interiori e la drammaticità della sua condizione di “nullità” non dicono assolutamente niente.
Proprio questo rifiuto, questa apatia dei suoi giovani e immaturi allievi, questa impossibilità di dialogo intellettuale, di seria trasmissione della cultura,  una piovosa mattina d’ottobre, durante una doppia ora di norvegese, farà precipitare gli eventi e darà coscienza a Rukla della sua inutilità e della sua disfatta.
Uscito dalla classe in preda ad una vera e propria crisi di nervi, colpirà la fontana con il suo ombrello insultando i suoi allievi e lasciandosi andare ad una furia che porrà fine per sempre alla sua carriera di insegnate. Mai più metterà piede nella scuola superiore di Fagerborg, mai più metterà piede in qualsiasi scuola, mai più oserà salire in cattedra ed affrontare i suoi studenti.

Questo vuol dire che è proprio finita, pensò. E’ terribile, ma non c’è via di ritorno.

Timidezza e dignità è innanzitutto un romanzo caratterizzato dall’intersecarsi di due piani temporali, e se vogliamo anche narrativi, dove il presente e il passato assumono una doppia valenza sia politica che sociale. Dalla crisi di nervi, che determina la presa di coscienza del protagonista, abbiamo una regressione al passato, alla ricerca spasmodica dei sintomi, delle crepe, forse invisibili, che poi porteranno al conclamarsi della crisi personale, e se vogliamo grazie ad un gioco di proiezioni, epocale.
Il rapporto tra Rukla e la moglie, deteriorato, vittima dell’incomunicabilità e del dissolvimento, getta un’ ombra ancora più pessimistica sulla consapevolezza già dolorosa di per sé che ormai tutto è inutile e il cambiamento tanto auspicato impossibile.
Diciamolo subito è una lettura impegnativa, ricca di rimandi letterari importanti, a Ibsen in primo luogo, tutta la prima parte inserita nella lezione che il protagonista tiene al liceo è incentrata sull’analisi del capolavoro L’anitra selvatica, poi a Thomas Mann e più in generale al romanzo europeo dei primi del Novecento.
Anche i temi trattati sono complessi e articolati, oltre al fatto che il racconto in terza persona è continuamente interrotto dal flusso di coscienza del protagonista. Non ci sono capitoli, raramente si va a capo, stilisticamente una scelta azzardata, che comunque dà compattezza alla narrazione e almeno io non ho trovato pesante, anche se insolita.
Per chi apprezzasse le tematiche, e lo stile dell’ autore, Iperborea ha pubblicato anche Tentativo di descrivere l’impenetrabile.

Titolo originale: Genanse og verdighet  Traduzione di Massimo Ciaravolo.

Dag Solstad, nato a Sandefjord, in Norvegia nel 1941, è considerato uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, l’unico ad aver ricevuto il Premio della Critica per ben tre volte, oltre al Premio del Consiglio Nordico. Autore di una trentina di opere, tra teatro, romanzi e racconti, è sempre al centro di accesi dibattiti in patria per il suo radicalismo anticonformista. Iperborea ha già pubblicato Tentativo di descrivere l’impenetrabile, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen.

:: Altri regni di Richard Matheson (Fanucci, 2011) a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2011 by

altri-regni-matheson-fanucci-2011-copertinaChi ha detto che horror e fantasy non possano andare a braccetto?
Se avessimo dei dubbi in proposito ci pensa Richard Matheson a fugarli. Grande vecchio della letteratura americana del fantastico incluso nella Science Fiction Hall of Fame, ormai una leggenda.
Nato ad Allendale, New Jersey, da immigrati norvegesi  il 20 Febbraio del 1926, Matheson è la dimostrazione vivente che a ottant’anni suonati non si ha unicamente a che fare con dentiera e pannolone o gite al parco a far volare gli alianti, ma si può ancora essere brillanti di mente e forse più ironici e graffianti di quando si era giovani.
Tramite Fanucci, (che cura molte delle sue opere tra cui Io sono leggenda, Io sono Helen Driscoll, Ricatto mortale, The box e altri racconti, Tre ore di pura follia, Duel e altri racconti), ha pensato bene di pubblicare in anteprima in Italia prima ancora che sul suo suolo nativo Altri regni titolo originale Other Kingdoms una storia fatata di magia, amore e mistero in cui l’irrazionale aleggia sinistro e trascina il lettore in un mondo parallelo e sconcertante fatto udite udite, di gnomi e fate.
L’inizio del romanzo è saldamente ancorato alla realtà. Siamo nel 1917. Alex White figlio del capitano di marina Bradford Smith White, un porco calzato e vestito, come amorevolmente lo definisce, non appena gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania, prendendo così parte alla Prima guerra Mondiale decide, il 7 giugno Giornata nazionale del reclutamento, di arruolarsi nell’esercito e non nella marina per fare dispetto al terribile genitore odiato con tutte le sue forze.
Spedito oltremare su una piccola nave di linea britannica su cui il cibo, a essere generosi,  era disgustoso, il puzzo ancora peggiore, e l’acqua appena potabile, si trovò, vera e propria carne da cannone, sul Fronte francese a combattere la guerra di trincea.
Quando dico carne da cannone non è tanto un modo di dire. Dei due milioni che giunsero in Francia in meno di duecentomila tornarono a casa. La trincea in cui Alex White si trovò sepolto era profonda un metro e mezzo e al di sopra c’era un altro metro di sacchetti di sabbia. Il fondo era fatto di fango e più che camminare si strisciava sperando si essere fortunati e sfuggire alle bombe e ai colpi delle mitragliatrici e dei mortai.
Fu così che in una di queste interminabili giornate di morte Alex White conobbe Harold Lightfood e la sua vita cambiò per sempre.
In punto di morte il giovane soldato inglese dal sorriso incantevole e le mani paffute strappò all’amico americano la promessa che sarebbe andato in Inghilterra a Gatford suo borgo nativo. Un idilliaco paesino sperduto nell’amena e bucolica campagna inglese luogo di pace e serenità se non fosse per alcune leggende che narrano che i boschi dei dintorni siano infestati da creature malvagie e capricciose.
Alex per tenere fede alla promessa fatta all’amico e per curarsi dalla ferita che gli aveva fatto sfuggire il Fronte, non avendo la minima intenzione di tornarsene a casa, si reca così a Gatford.
Inizialmente armato di buon senso e cieca razionalità rifiuta di credere alle cupe leggende che sente raccontare dagli abitanti del luogo, ma il fortuito incontro nel bosco con la rossa Madga Variel, da tutti creduta una strega, lo porterà a ricredersi e fare i conti con l’irrazionale, molto di più di quanto avrebbe voluto.
Altri regni è un piccolo gioiello che si ricollega se vogliamo al romanzo gotico e soprannaturale, soprattutto ottocentesco, come alcuni critici hanno evidenziato. Ma a mio avviso sebbene venato da contaminazioni horror e fantasy è un’opera sperimentale che vive di luce propria e rivisita il genere in maniera molto personale.
Innanzitutto è una dolcissima storia d’amore, tra un umano e una fata. Cosa c’è di più romantico, nel senso etimologico del termine?
Ma non solo.
E’ qualcosa di molto più simile ad un romanzo di formazione in cui l’autore parla del processo che lo portò alla scrittura. Non a caso il protagonista è uno scrittore di romanzi gotici e spaventosi che scelse lo pseudonimo di Arthur Black che con ironia e autoironia rappresenta l’autore stesso in un vero e proprio omaggio alla scrittura.
In bilico tra lo shakesperiano Sogno di una notte di mezza estate  e le Fiabe irlandesi di William Butler Yates, Altri regni ha il fascino di un‘ antica ballata surreale e bizzarra in cui il soprannaturale non è che uno specchio deformato della realtà in cui riconoscersi e trasfigurarsi.
Il bosco incantato, e le fantastiche creature che lo popolano, raffigurano un mondo onirico e tenebroso in cui non a caso la paura e l’oscuro terrore scaturito dall’ irrazionale e dal pericolo imminente hanno la prevalenza sul fiabesco e sulla meraviglia.
Matheson scherza di continuo con il lettore accentuandone il rapporto di confidenza e di amicizia e si sente che a lui questo libro è dedicato, come atto di gratitudine e riconoscenza, per avergli permesso di fare per un’ intera vita quello che amava e gli riusciva meglio, raccontare storie.
Forse un addio o più semplicemente un arrivederci.

Altri regni di Richard Matheson,  Fanucci editore, Collezione Vintage, Traduzione dall’inglese di Maurizio Nati, 2011, pagine 291, titolo originale Other Kingdoms.

:: I vermi conquistatori, Brian Keene (Edizioni XII, 2011) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2011 by

vermiRicordo una breve poesia di Robert Frost, forse tra le sue più famose, intitolata Fire and ice, Ghiaccio e fuoco, i cui primi versi dicono:

Alcuni dicono che il mondo finirà nel fuoco/ altri dicono nel ghiaccio.

Ecco a questi versi ho pensato iniziando la lettura di I vermi conquistatori di un maestro dell’ horror americano come Brian Keene, per la prima volta tradotto da Luigi Musolino e pubblicato in Italia da Edizioni XII.
Brian Keene per qualche imperscrutabile ragione è un nome che dirà a molti poco o niente, ma negli Stati Uniti è uno dei massimi autori del fantastico acclamato dalla critica e vincitore di due Bram Stoker Award e uno Shocker Award, erede dei vari King, Barker, Koontz, Matheson, Simmons.
Edizioni XII ha finalmente colmato questa colpevole lacuna segnalata da molti appassionati del genere che fino ad oggi potevano apprezzare il suo lavoro unicamente in lingua originale.
I vermi conquistatori è diciamolo subito un piccolo capolavoro venato di humour lontano mille miglia dal solito trash horror made in Usa. Prende sì a piene mani dal genere pulp o splatter ma evita accuratamente i cliché e gli stereotipi, per fare dell’ originalità un specie di emblema, inserendo tutti gli elementi dell’immaginario fantastico classico, nati dal folklore e dalla mitologia, e plasmandoli con audacia e inventiva.
Ritornando ai versi di Frost di apocalisse si parla. Di una fine del mondo segnata dall’acqua e dalle fantastiche creature marine che la popolano oltre che da giganteschi e voraci vermi mossi da una misteriosa sete di conquista incarnazione di tutte le più striscianti paure che si insinuano negli abissi dell’inconscio.
Keene non cerca una ragione scientifica per questa incessante pioggia che cade dal cielo come una maledizione portandosi via intere città, interi stati con i suoi inermi abitanti sopraffatti e annegati. Accenna sì al buco dell’ozono e allo scioglimento dei ghiacciai, ma non si preoccupa più di tanto di dare logica o verosimiglianza agli eventi. E’ un evento straordinario, quasi magico, forse evocato dalle potenze occulte e malvagie che dominano incontrastate questo mondo e ciò ci basta. Accettiamo l’inevitabile con una sorta di fatalismo e iniziamo a seguire le sorti dei pochi sopravvissuti domandandoci incerti per quanto tempo lo saranno ancora prima che l’ultimo uomo affoghi il suo grido disperato nelle acque nere e melmose che sommergono tutto e l’umanità diventi una razza estinta.
Protagonista principale e voce narrante è un arzillo vecchietto di campagna Teddy Garnett, vedovo ottantenne ancora innamorato della moglie Rose, morta di polmonite qualche anno prima. Dopo aver ostinatamente rifiutato l’invito della Guardia Nazionale a lasciare la sua casa a Punkin’ Center in cima agli Appalachi e i suoi ricordi vive solo in attesa della fine. Pian piano si uniscono a lui altri personaggi, sopravvissuti alla catastrofe, Carl Seaton il suo migliore amico, Earl Harper il vicino di casa pazzo come un cavallo, Sarah una ragazza dai lunghi capelli biondi, Kevin Jensen di Baltimora, del quale Teddy racconta la storia nel capitolo centrale del romanzo. E così veniamo a conoscenza di una setta di Satanisti, di un kraken, di una sirena, di giganteschi lombrichi che scavano voragini capaci far sprofondare case.
Nella disperata lotta per la sopravvivenza che ne segue i vermi assumono il ruolo principale strappandolo ai protagonisti umani che sbiadiscono quasi sullo sfondo. Sono loro gli eroi, forza cieca e imbattibile, dominatori di una natura ostile dove vige la legge del più forte e l’uomo non è altro che una tacca nello stadio evolutivo nulla più destinato ad estinguersi come i dinosauri. Che questi vermi siano il frutto di qualche manipolazione genetica, extraterrestri o esseri preistorici risvegliatisi dopo un letargo di millenni, non lo si saprà mai ma sicuramente focalizzano la paura atavica insita nell’ uomo per quanto civilizzato o capace di credersi invulnerabile.
La creatività di Keene spazia davvero senza limiti  e soprattutto il velo di umorismo è la parte che mi ha divertito di più, anche nei momenti più drammatici basta solo pensare a quando descrive l’uomo delle previsioni del tempo che si suicida in diretta durante la trasmissione che annuncia pioggia, pioggia, e ancora pioggia o a quando fa la stessa cosa Mark Berlitz il d-jey di una radio sgangherata.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

La stazione radio AM di Roanoke aveva continuato le trasmissioni all’incirca fino alla quarta settimana. Mark Berlitz, il conduttore maniaco di teorie della cospirazione e sempre pronto a discorsi di estrema destra, aveva vegliato in solitaria incollato al microfono. Devo ammettere che sono rimasto ad ascoltare in una sorta di orribile incantesimo la sanità mentale di Berlitz che si sgretolava a causa dell’isolamento in quella stanzetta. La sua ultima trasmissione finì con un colpo di pistola nel bel mezzo di Big Balls in Cow-town, una vecchia canzone bluegrass dei Texas Playboys ( un peccato, perchè mi è sempre piaciuta la loro musica). Il pezzo terminò due minuti dopo, poi ci fu solo silenzio.

I vermi conquistatori è sicuramente a buon diritto da inserire tra i capisaldi del genere. Consigliato anche a chi considera l’horror solo unicamente letteratura per ragazzi. Avranno di che ricredersi.

Brian Keene nasce nel 1967 e cresce in Pennsylvania e West Virginia, dove ambienterà la maggior parte dei suoi libri. Autore molto prolifico, ha pubblicato 14 romanzi e svariate antologie in circa dieci anni di attività. Ha vinto due prestigiosi Bram Stoker Awards: nel 2001 con Jobs in Hell e nel 2003 con The Rising; e uno Shocker Award, con  Sympathy for the Devil  nel 2004.
Edizioni XII è il primo editore a proporre una sua opera in italiano. L’autore ha fin da subito espresso il suo entusiasmo per il traguardo raggiunto.

I vermi conquistatori di Brian Keene, Edizioni XII, collana Eclissi, Traduzione di Luigi Musolino revisione di Daniele Bonfanti, titolo originale The Conqueror Worms, 2011, pagine 309, brossura, Prezzo di copertina Euro 15,00.

:: Il corrispondente dall’ estero di Alan Furst (Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2011 by

indexVigilia della Seconda Guerra Mondiale.
L’ombra nera di Hitler oscura l’Europa.
Il nazismo in Germania, il fascismo in Italia, il caudillismo in Spagna, gettano le basi per la guerra imminente e in questo scenario drammatico e pieno di tensione il gioco delle spie si fa frenetico.
Nel dicembre 1938 a Parigi la lunga mano dell’Ovra, la temibile polizia segreta di Mussolini, decide di compiere un atto dimostrativo per dissuadere i numerosi rifugiati politici italiani antifascisti attivi nella capitale francese dal continuare a tenere in vita i numerosi giornali clandestini, creati in appoggio alla Resistenza.
Enrico Bottini, avvocato torinese esule in Francia dal 1935, direttore del foglio clandestino “Liberazione”, viene fatto uccidere in una giornata di pioggia assieme alla sua amante, moglie del politico socialista LaCroix, nella stanza 44 del modesto albergo Colbert “Un albergo piuttosto appartato, il Colbert, silenzioso, discreto, a servizio de les affaires cinq-à-sept, le tresche tra le cinque e le sette”.
Viene inscenato un finto omicidio-suicidio al quale quasi nessuno crede, soprattutto gli  otto appartenenti al movimento Giustizia e Libertà che si riuniscono il mattino dopo in tutta fretta nel retro del Cafè Europa, in una stradina nelle vicinanze della Gare du Nord. Il messaggio è chiaro, diretto a loro: “Facciamo quello che vogliamo non ci potete fermare”. Sgomento, paura, rabbia. Ma la lotta politica deve continuare, la battaglia non è ancora perduta. Bisogna trovare un nuovo direttore di “Liberazione”.
Un nome lascia tutti concordi: Carlo Weisz. Un giornalista che aveva lavorato per il Corriere della Sera di Milano e ora faceva il corrispondente all’ estero alla Reuters. Un triestino con un certo coraggio, in quel momento si trovava in qualche parte in Spagna per scrivere gli ultimi atti della Guerra Civile, un sangue misto metà italiano metà sloveno, uno che conosceva le lingue, l’uomo giusto per quell’incarico.
Carlo Weisz accetta ed è il primo passo che lo porterà nel bel mezzo di un pericoloso intrigo di spie, soprattutto a causa dell’amore per una donna, una di quei tedeschi che Hitler l’ hanno combattuto, e salvare lei diventa per Weisz  l’unica ragione di vita.
Barcellona, Parigi, Berlino, Praga, Genova fanno da sfondo alla disperata lotta di Carlo Weisz per una causa, un ideale, lui spia per caso, quasi inconsapevole strumento trasportato dagli eventi nell’abisso e nella follia che presto infiammerà l’Europa e il mondo intero.
Il corrispondente dall’ estero, edito da Giano Editore nel 2008, è il primo romanzo di Alan Furst, autore americano di spy story classiche per lo più ambientate negli anni 30-40, che leggo, altri tre titoli sono stati tradotti e pubblicati in Italia L’ombra delle stelle e Il Regno delle ombre per Rizzoli e Le Spie di Varsavia, per Giano e devo dire che è stato una piacevole sorpresa.
La prima caratteristica che subito si evidenzia è che Furst, pur essendo americano, si ricollega ai classici della spy story europea per lo più britannici come Eric Ambler, Graham Green, Frederick Forsythe, John Le Carrè in un certo senso più introspettivi e meno interessati all’azione pura rispetto ai loro colleghi d’oltre oceano.
Un altro fatto curioso che mi ha colpito e sentire trattare da un americano un tema come la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia, che non mi pare che nessun autore prettamente italiano abbia fatto, almeno nei romanzi, anche se questa può essere una mia pecca dovuta all’ignoranza. Furst è un narratore classico, ama le ricostruzioni sceniche e le ambientazioni ricche di dettagli e di particolari d’epoca come la musica, – cita Duke Ellingtone e Cole Porter- o  il nome di riviste edite in quegli anni.
La ricostruzione storia è accurata, si vede che c’è dietro un lungo lavoro di ricerca. Nella breve intervista che gli feci, che potete leggere qui, ci disse infatti che si documentò leggendo unicamente libri che parlavano di quel periodo, da libri di storia, di giornalismo, di narrativa, ad autobiografie, e questa cura traspare dalle sue pagine ricche di informazioni a volte curiose che danno un sapore autentico e un po’ retrò alla narrazione.
La struttura dei personaggi è solida, emerge sicuramente il personaggio di Carlo Weisz, una spia per caso, una persona comune immersa in una realtà drammatica che non riesce pienamente a controllare. In Weisz c’è qualcosa di epico, tipico dei personaggi alla Rick Blaine protagonista di Casablanca, una sorta di eroe romantico che crede in certi ideali ed è capace di sacrifici e rinunce in nome dell’amore per una donna forse ancora più eroica e patriottica di lui.
Bellissimo il finale, che giunge quasi inaspettato.
Lo stile di Furst mi ha ricordato molto quello di Hemingway, sopratutto nella creazione dei dialoghi, mai superflui, sempre specchio dei personaggi.
Per gli amanti delle spy story, condite di intrighi e addolcite da una emozionante storia d’amore, una lettura sicuramente consigliata.

Traduzione di Valeria Giacobbo. Titolo originale The Foreign Correspondent.

Alan Furst (New York, 20 febbraio 1941) è un giornalista e scrittore statunitense, autore di romanzi di spionaggio ambientati nel periodo della Seconda guerra mondiale.

:: Recensione di Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov di Claudio Morandini

20 marzo 2011 by

2Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov (Manni Editore) ultimo romanzo di Claudio Morandini, di cui avevo letto pochi mesi fa un racconto davvero singolare nell’antologia Nero Piemonte e Valle D’Aosta  Geografie del Mistero di Peronne Editore, è un’ opera che affronta un tema complesso e per molti versi controverso se non tragico, ovvero il legame che unisce l’arte e il potere. Ed è un rapporto conflittuale e doloroso come tutti i rapporti che vedono contrapposte due forze antitetiche e instabili. L’arte è per sua ragione d’essere libera ed autonoma, la creatività che l’alimenta necessita di non essere soggetta a regole per esprimersi, il potere al contrario anche il più blando è un forza repressiva e coercitrice che non disdegna l’uso della violenza per sussistere.
Le luci e le ombre di questo scontro impari non disdegnano compromessi e ambiguità, per sopravvivere si accettano espedienti poco nobili a volte abbietti ma ritagliarsi scampoli di libertà diventa pressante e vitale anche sotto i regimi più repressivi e liberticidi.
Il compositore russo  Rafail Dvoinikov, personaggio fittizio ma nello stesso tempo più che realistico nato come riflesso dal confluire delle vite di tanti grandi compositori del Novecento come Stravinsky e Shostakovich, vero e ingombrante protagonista di questo romanzo strutturato come un trattato di musicologia, figura quasi mitica e carismatica pur nel suo canto declinante di vecchio prossimo alla morte, incarna con la sua cupa risolutezza di prescelto, di sacerdote di un culto per adepti difficili da accontentare, di sopravvissuto, queste luci e queste ombre.
Nello stesso tempo diventa l’emblema dell’artista che si scontra contro il potere, in questo caso rappresentato dalle sanguinarie vesti dell’oppressione stalinista, e nella fattispecie duella con Vladimir Galavamov, l’antagonista, il capo della Commissione dei Musicisti di Stato, organo che avrebbe dovuto vigilare sul rispetto dell’ortodossia socialista e sul controllo degli artisti visti come possibili voci critiche e sovversive, il servo del regime, a sua volta compositore mediocre e invidioso del genio e  del talento altrui, che non disdegna il ricatto anche il più infimo e spregevole, basti pensare a quando minaccia Dvoinikov di volergli togliere la patria potestà della figlia Vasilisa, o mezzi che rasentano il ridicolo e il grottesco come quando utilizza nani fatti passare per bambini come informatori, o quando durante gli interrogatori a cui sottopone i musicisti reprobi si fa sostituire da improbabili sosia seguendo le orme e l’esempio di Stalin.
Certo Dvoinikov non è l’eroe romantico che si erge titanicamente contro le imposizioni del regime, resistendo invitto e irriducibile utilizzando unicamente le armi invincibili della bellezza, del talento e della passione artistica. Dvoinikov visse anche sulla sua pelle la lunga stagione della sottomissione, accettò adeguamenti umilianti, si piegò ad opportunismi e rinunce ma questo non ne fece un meschino e mediocre creatore di opere caricate e propagandistiche, anche nelle ore più buie, anche quando si ritrasse in se stesso domandandosi impotente “A che serve scrivere musica?” anche allora la musica in modo anarchico e misterioso trovò il modo di conservare la sua voce più autentica e più pura.
Quando il giovane compositore di Philadelphia Ethan Prescott, l’allievo americano, l’adepto che venera il maestro, si reca in Russia nella sua dacia presso San Pietroburgo, per intervistarlo con l’ambizioso progetto di raccogliere le sue memorie per dare voce al mito quasi dimenticato, non sa cosa il destino ha in serbo per lui, non sa che la sua vita cambierà irreversibilmente.
Come uno spartito scritto in un linguaggio misterioso Rapsodia su un solo tema compone un ritratto del genio che si astrae dalle banalità del vivere comune per portare ad una dimensione superiore l’umano e quel che resta del divino presente in tutti noi. Non a caso gli angeli sono i custodi dell’armonia,  e di angeli musicanti sono piene le pagine della Bibbia e le tele dei maestri del Rinascimento. La scrittura elegante di Morandini è un valore aggiunto che impreziosisce una trama già densa di significati e di suggestioni. Per gli amanti della musica è inoltre un occasione in più per approfondire, grazie ad un autore dotato di sensibilità e competenza, un ambito non spesso trattato dalla letteratura.

Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov di Claudio Morandini, Manni Editore, Collana Pretesti, 2010, pagine 267, brossura, Prezzo di copertina Euro 18,00

:: Intervista a Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone

19 marzo 2011 by

unnamedBuongiorno Mr Matsuoka. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli  un po’ di lei. Chi è Takashi Matsuoka? Forza e debolezza.

Sono nato a Tokyo  da genitori bilingue giapponesi-americani che lavoravano lì in quel momento. Mia madre era nata e cresciuta alle Hawaii. Mio padre era nato a San Francisco, ed educato a Tokyo. Si è laureato sia all’Università della California a Berkley e sia alla Nippon Daigaku di Tokyo. Suo padre gestiva una società di import-export, così la famiglia viveva in due paesi, mentre mio padre stava crescendo. Dato il background dei miei genitori, mi sembra del tutto naturale che sia cresciuto intensamente consapevole di entrambe le culture sia  americana che  giapponese e avendo percezioni e immagini distorte dell’una e dell’altra. I miei genitori mi hanno raccontato molte storie, e ho letto molti libri, tra storie sul Giappone e storie riguardanti le relazioni tra Giappone ed America, molto prima di studiarle poi  più tardi nella vita.

Ci racconti qualcosa del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

Mi sono laureato presso la University of Hawaii con una tesi  in storia e sociologia, e presso la Fordham University Law School di New York. Prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, il mio lavoro principale  è stato come editor di una rivista di moto a Los Angeles durante il 1980. In quel periodo ho guidato moto in tutti gli Stati Uniti, poi in Canada, Giappone ed anche Europa. Attualmente non posseggo una moto, ma ho pensato di comprare sia una Triumph Street Triple che una Ducati Monster. Se ce la faccio ad averne una abbastanza presto, andrò a fare dei viaggi durante le pause dalla scrittura. Io vivo vicino a una bella strada tutta curve che corre lungo una scogliera sul mare. Nelle giornate limpide, riesco a vedere altre isole in lontananza. O almeno credo di poterlo fare, che per uno scrittore di narrativa è comunque una buona cosa.

Legge altri autori contemporanei? Quali sono i suoi preferiti?

Tra i miei scrittori preferiti contemporanei citerei Elmore Leonard, Larry McMurtry, Cormac McCarthy, e Martin Cruz Smith (non ho letto il suo “1941” perché gli eventi in esso contenuti si sovrapponevano con gli eventi di fondo del libro che stavo scrivendo in quel momento). Anche James Elroy prima mi piaceva molto, ma il suo lavoro più recente mi è piaciuto meno.

Lei è uno scrittore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Sono sicuro di aver ricevuto recensioni negative, ma anche alcune buone. Il mio agente non mi invia mai notizie scoraggianti, quindi tendo a conoscere solo quelle buone. Le migliori recensioni (anche negative) sono quelle scritte dai lettori e pubblicate online o inviatemi tramite il mio editore. Sono sempre informato su quello che pensano i lettori dei miei libri , e alcuni dei loro commenti sono stati anche molto commoventi. E’ molto incoraggiante apprendere che sono riuscito a toccare il cuore di persone che forse non incontrerò mai di persona. Alcune delle recensioni più commoventi sono state da parte di lettori che hanno letto i miei libri tradotti in altre lingue (20 o giù di lì, se non ricordo male). Sono sempre molto grato ai traduttori. Se ci sarà  mai la vera pace e armonia nel mondo, sarà perché abbastanza di noi saranno diventati traduttori, nel cuore e nella mente, se non nel linguaggio. (Credo che questo sia sempre stato un tema di fondo persistente miei romanzi.)

Mi piacerebbe conoscere il suo processo di scrittura. Può descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Non ho un programma di scrittura. Quando sono ispirato, il processo di scrittura tende a scorrere a torrenti, a cascate come le onde della marea, e scrivo tutto durante questa fase, mangio e dormo quando posso. Quando non ho ispirazione, dormo molto, leggo molto, faccio nuotate e passeggiate sulla spiaggia. In genere riesco a fare una discreta quantità di esercizio fisico. Consiglio a tutti di fare esercizio fisico per tenere sotto controllo la frequenza cardiaca e l’ossigeno nel sangue. Passare tutto il proprio tempo seduti sul proprio culo non fa affatto bene o mi sbaglio?

Il tuo primo romanzo, molto apprezzato, è stato Nube di passeri. Vuole parlarcene? Quanto tempo ci ha messo a scriverlo?

Nube di passeri è nato in modo naturale e senza molto sforzo nel corso di un periodo di sei mesi. Stavo lavorando ad altro in quel momento. Una mattina, mi sono svegliato con l’inizio e la fine di Nube di passeri  di fronte a me, e ho realizzato che la storia in mezzo mancava solo di essere raccontata. Così ho fatto.

La profezia della dama Shikuza (Autumn Bridge) è il sequel? Potrebbe raccontarci la trama senza svelarci il finale?

La profezia della dama Shikuza è sia un sequel che un prequel di Nube di passeri. Si muove attraverso tanti secoli e poiché ci sono salti avanti e indietro nel tempo, alcune persone hanno avuto difficoltà a leggerlo. Altri si sono divertiti molto, il che è incoraggiante. Il personaggio chiave in La profezia della dama Shikuza è una giovane maga, Shizuka, che è la vera fondatrice del  Clan Okumichi, il clan da cui nascono gli eroi e le eroine giapponesi dei miei romanzi. (Gli americani nei miei racconti provengono da esperienze diverse.) Sono sempre stato affascinato dal rapporto e dalle contraddizioni insite nel fatto che tutti abbiamo (o sembriamo avere), sia il libero arbitrio che il destino predeterminato. La profezia della dama Shikuza è costruito tra queste contraddizioni.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Ho sempre letto sia durante le pause che durante il lavoro, e sempre materiale che non fosse per niente, nemmeno lontanamente, vicino a quello che stavo scrivendo. Nel corso degli anni ho letto e riletto le recenti traduzioni in lingua inglese dell’ Iliade, l’Odissea, Beowulf, Anna Karenina, e L’idiota; ho anche riletto Orgoglio e Pregiudizio, e Sulla strada, due dei miei romanzi preferiti, e un sacco di gialli e di sci-fi, il mio libro preferito tra questi ultimi di Philip K. Dick  è Ubik , che probabilmente avrò letto una dozzina di volte nel corso degli anni. Leggo anche storie della guerra nel Pacifico e del periodo postbellico per i dettagli e la timeline. Ho appena finito di leggere di Don Winslow L’inverno di Frankie Machine, e di William Boyd Ordinary Thunderstorms, entrambi i quali mi sono piaciuti moltissimo.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi libri?

L’Universal ha acquistato i diritti cinematografici di Nube di passeri prima che fosse pubblicato, e possono fare (o non fare)  un film in qualsiasi momento a loro scelta. Hanno pagato. Non ho alcun controllo su ciò che ne faranno. Spero sempre che lo facciano, naturalmente, perché verrei pagato di nuovo, e poi sono curioso di vedere come verrà gestita la cosa. Non è un libro facile da trasformare in un film. Non voglio sembrare troppo materialista al riguardo, ma uno scrittore professionista, che non sia preoccupato per il lato economico della scrittura non sarà uno scrittore professionista a lungo. Solo i dilettanti e i ricchi di famiglia possono ignorare le realtà economiche di pubblicazione. Finora, sono stato fortunato. Posso solo sperare che la mia fortuna continui.

Ha scritto solo romanzi o anche racconti?

Ho scritto solo due racconti in tutta la mia carriera, nessuno dei quali è mai stato pubblicato. Uno è uno sci-fi  ambientato in un in degenerato futuro (che a volte ora non sembra così lontano) e l’altro è un racconto su un  ballerino di tango mezzo delinquente di Buenos Aires. Ho presentato lo sci-fi anni fa una sola volta, e poi l’ho messo via. Solo gli amici hanno letto l’altro.

Infine l’inevitabile domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho appena finito il mio terzo romanzo, ambientato nel primo anno e mezzo di occupazione americana in seguito alla sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, circa tra il settembre 1945 e il gennaio 1947. Come nei miei precedenti due romanzi, gli eventi chiave della storia ruotano attorno alle interazioni tra giapponesi ed americani. I personaggi centrali giapponesi sono un ex pilota di caccia, una figlia orfana di un maestro irezumi (tatuatore giapponese), un ex generale della polizia segreta imperiale, e la figlia di razza mista di una prostituta deceduta. Sul versante americano, ci sono un maggiore dell’esercito americano, un’ infermiera che è anche un tenente dell’esercito, e un sergente afro-americano. Il contesto è la lotta del personale dell’esercito statunitense per il controllo e il governo di questo paese, le relazioni tra persone così diverse la cui lingua e la cultura sono quasi un completo mistero l’uno per l’altro, e le lotte dei giapponesi per sopravvivere alle  brutali condizioni post-guerra e ricostruire le loro vite spezzate e il paese. Il personaggio centrale giapponese, è sicuramente il pilota ex-lottatore, ed è un discendente dell’eroe giapponese di Nube di passeri. Ho già cominciato a scrivere il prequel e sequel di questo romanzo. Aloha nui loa, Takashi Matsuoka.

:: Recensione di Charleston di Cinzia Tani a cura di Riccardo Falcetta

18 marzo 2011 by

Charleston_Cinzia_taniCharleston – Cinzia Tani, Mondadori, 2010, pp. 360, € 19,50
di Riccardo Falcetta
 
Mentre prende la mira con il fucile del padre, Claire è ancora innocente. Fra pochi secondi si chiederà se voleva colpire il bersaglio o la donna vestita di giallo che vedrà cadere sul prato.
     Prima di premere il grilletto non le è parso di scorgere un movimento laggiù tra gli Oleandri?”
 
     È con la forza ineccepibile del mistero e dell’ambiguità che Cinzia Tani incolla il lettore ai successivi venticinque capitoli di “Charleston”, suo ultimo imponente romanzo.
     Siamo a Cannes, in una domenica d’estate del ‘29. A più di dieci anni dalla fine della Grande Guerra, l’Europa e il mondo intero vivono l’abbaglio dorato degli anni venti e il tracollo di Wall Street, che segnerà presto la fine di quell’illusione di prosperità illimitata, è ancora di lá da venire.
     Mentre trascorre il pomeriggio nella villa di famiglia esercitandosi nel tiro a segno, la giovane Claire Simmons, frivola e sensibile figlia di un petroliere americano, si convince di aver colpito Stella, danzatrice dal fascino algido e inaccessibile, ingaggiata da suo padre in un locale per insegnarle la danza e con cui da subito la ragazza instaura un relazione di silenziosa conflittualità. Quando diverse ore dopo Claire trova il coraggio di controllare, del corpo di Stella in giardino non c’è traccia, ma forse qualcosa è successo, poiché la ballerina da quel momento scompare nel nulla.
     Una premessa tanto semplice quanto geniale; un mistery che una volta “servito”, consente all’autrice di afferrare il lettore e condurlo altrove, lungo l’ascesa e il declino della famiglia Simmons e lungo il doloroso percorso di crescita che per Claire inizia dal ritrovamento del diario di Stella e prosegue, dopo il crollo della Borsa e il suicidio di suo  padre, nel tormentato rapporto che instaura con Michel, il sassofonista che con Stella viveva e lavorava, in realtà un esponente della guerriglia  siriana.
     Da quando Stella scompare, tutto ciò che Claire scopre su di lei e Michel la spinge a riconsiderare radicalmente la propria vita, i valori, i punti di riferimento, a cercare con ostinazione, anche nel sacrificio, una libertà di crescere che la gabbia delle consuetudini borghesi fino a quel momento le ha precluso.
     “Charleston” è una storia di passioni umane, ideologiche e artistiche, un racconto di amicizia e riscatto che trova il proprio nucleo tematico nello scontro tra la necessità dei legami e l’anelito alla libertà: la libertà che Stella trova nella sua passione esclusiva per la danza e nella figura della grande ballerina Isadora Duncan; la libertà che Michel brama per il suo popolo. La libertà nuova e selvaggia che il jazz e il charleston portano alle giovani generazioni, diventando autentici leit motiv, elementi di coesione di una narrazione particolarmente densa, che dilaga di continuo tra passato e presente.
     A dominare il tutto, la presenza costante e simbolica del mistral, “vento freddo e impetuoso” che reca il cambiamento, e l’assenza di Stella, certamente una delle grandi figure femminili della letteratura recente: è lei, col fascino dirompente di una bellezza imperscrutabile e con la forza delle sue scelte, sempre dettate da una radicale libertà e dall’insofferenza ai condizionamenti, la vera protagonista che, alla stregua di un’invisibile presenza mitica sembra tessere i destini degli altri, fino all’inattesa epifania finale.
     “Charleston” è anche un’epica corale ricca di suggestioni “vintage” che dal cuore dell’America di inizio secolo, alla Corniche di Cannes, da Sanremo ai jazz club e sui sentieri ridenti e pullulanti di crimine del Panier di Marsiglia, fino alla Genova della guerra partigiana, si snoda attraverso una serie di luoghi ed episodi simbolo del Novecento, distillando un cocktail di storia e immaginario pop da un secolo che come pochi ha saputo produrre meraviglie e tragedie.
     Lontana dalle grafie cinematiche che imperano nella produzione letteraria odierna, l’autrice di straordinari romanzi quali “L’insonne” e “Sole e ombra” (selezione Campiello 2008), si affida ancora una volta agli stilemi del grande romanzo ottocentesco attualizzandoli e realizzando un libro notevole. Forse, il suo capolavoro.

:: Recensione di Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro

16 marzo 2011 by

vita privata sconosciutaPer le nostre lettrici più romantiche, ma anche consigliatissimo a qualche maschietto che volesse scoprire i misteri e i segreti del cuore femminile, presento Vita privata di una sconosciuta, edito da Garzanti  un tenero romanzo sentimentale dal gusto un po’ retrò che unisce ad una certa grazia ed eleganza leggermente decadente e vecchio stile un indubbio fascino ben superiore al classico romanzo rosa tout court. Innanzi tutto l’ambientazione è suggestiva. Cosa c’è di più romantico e intrigante di Parigi come scenario di una storia che vede i sentimenti e le emozioni al primo posto.
Ma veniamo alla trama. Tutta la storia ruota intorno ad una semplice scatola quadrata, il cui coperchio di plastica bianca presenta una curiosa fantasia di sottili linee intrecciate, giunta per gli strani echi del destino e per intercessione di Josianne, una bibliotecaria parigina dai lisci capelli rosso fuoco e dagli occhi nocciola, nelle mani di Trevor Stratton un professore americano piuttosto freddo e formale, studioso di letteratura francese del XIX secolo, e residente in Francia con il progetto di tradurre le poesie di Paul Valery. Al suo interno il curioso professore trova alcune lettere ingiallite dal tempo, pagine di diario, suggestive fotografie in bianco e nero di uomini e di donne sconosciute vissute tra la fine del XIX secolo e il periodo tra le due guerra mondiali, alcune monete, guanti di pizzo, un rosario, cartoline, fiori secchi, tutti oggetti appartenuti ad una donna misteriosa, Louise Brunet, abitante al numero 13 di Rue Thérèse, indirizzo che costituisce anche il titolo originale dell’opera.
Per tutto il romanzo le immagini di questi oggetti si alternano alle parti scritte e rendono più evocativa una narrazione che con discrezione e garbo tutto francese porta il lettore a seguire le investigazioni del protagonista intorno a questa donna capace dopo tanti anni trascorsi di affascinare e sedurre. Veniamo così a scoprire i perduti amori di Louise Brunet per il cugino Camille, per il marito non troppo amato, per l’affascinante professore di francese e pian piano il puzzle si compone e compare una donna bizzarra e delicata, capace si scherzi eccentrici come le false confessioni in cui racconta al prete particolari intimi di relazioni adulterine solo per divertimento. Nelle note conclusive l’autrice Elena Mauli Shapiro nata e cresciuta a Parigi ma americana di adozione, ci racconta di come questa scatola sia venuta davvero in suo possesso e sebbene la Louise Brunet che lei ha tratteggiato sia una sua invenzione, in una certa misura è sempre stata lei ad ispirarla.
Infondo è una storia d’amore, soffusa da un pizzico di magia che confonde passato e presente e ci porta a rivalutare le  buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria. Tutto è giocato su echi e suggestioni un po’ demodé e alterna le memorie del passato tratteggiate con struggente malinconia e nostalgia al presente in cui la storia d’amore tra Trevor e Josianne prende forma trasformando tutta la ricerca e le misteriose lettere che lui scrive in un complesso gioco di corteggiamento e seduzione. Per saperne di più il blog dell'autrice: emshapiro.wordpress.com.

Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro, Garzanti, Collana Narratori moderni, Traduzione dall'inglese di Stefano Beretta, Titolo originale dell'opera 13, rue Thérèse, 2011, 260 pagine, rilegato, illustrato, Prezzo di copertina Euro 16, 60   

:: Recensione di L’altare dell’Eden di James Rollins a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2011 by

L'altare dell'Eden di James RollinsPer gli amanti dei romanzi di avventura la scomparsa improvvisa di Michael Crichton è stata sicuramente una grave perdita o almeno lo è stata per me e quindi è stato naturale guardarmi intorno nel panorama letterario non proprio amplissimo del genere e un nome si è fatto strada forse più degli altri, quello di James Rollins. Un autore che è stato accostato anche a Clive Cussler, Wilbur Smith e Matthew Reilly ma a mio avviso più simile a Crichton tanto da essere sicuramente un suo degno erede sia per stile sia per quella sua tendenza a corredare le parti più di fantascienza con dati, tabelle, reali e scientificamente attendibili capaci di creare una realtà parallela a volte solo precorritrice dei tempi.
Forse inizialmente Rollins ha raggiunto una certa notorietà grazie all’adattamento letterario del film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ma in realtà è stato capace di creare decine di romanzi avventurosi pieni di quel mix tra esotico e fantastico che caratterizzano il suo stile condito da una punta di originalità che lo differenzia dai suoi colleghi magari anche più famosi pensiamo solo ad Amazzonia a mio avviso uno dei suoi libri migliori.
Il mese scorso la Casa Editrice Nord, che ha pubblicato di quest’autore già diversi titoli tra cui l’intera serie Sigma Force  La mappa di pietra, L’ordine del sole nero, Il marchio di giuda, La città sepolta, L’ultimo oracolo e La chiave dell’apocalisse ha pubblicato L’altare dell’Eden romanzo stand-alone che vede protagonisti un’ intrepida veterinaria Lorna Polk e un ruvido e  brusco agente della Border Patrol di New Orleans Jack Menard destinati a rincontrarsi dopo anni e ad unire le loro forze per seguire un’ indagine altamente pericolosa sulle tracce di una fantomatica organizzazione clandestina che attraverso la manipolazione genetica cerca di costruire l’arma perfetta.
Tutto ha inizio a Baghdad nei pressi dell’antica Babilonia, un giorno di aprile del 2003. Due ragazzini irakeni si aggirano tra le rovine dello zoo cittadino in cerca di cibo. Anche rubare un osso avanzato al pasto di un leone per farci un brodo è un modo per combattere la fame. Ma l’arrivo di alcuni uomini armati li spinge a nascondersi spaventati dietro un muretto di calcestruzzo e dalla loro postazione assistono ad uno strano ritrovamento.
Uno degli uomini emerge dai sotterranei sotto lo zoo, sede di un laboratorio segreto dove si testano armi biologiche, con una grossa valigia di metallo. Al suo interno una serie di uova bianche contenenti degli embrioni ancora vivi. Prima di riuscire a fare piazza pulita del laboratorio uno dei ragazzini viene scoperto e un attimo prima di venir ucciso una sagoma grossa e scura scivola fuori dal laboratorio e assale l’uomo armato che lo tiene sotto tiro. Una bestia terrificante, nei cui occhi feroci brilla una scaltra intelligenza umana, uno degli ultimi esemplari di un esperimento che mina a sovvertire le leggi del creato.
L’azione poi si sposta anni dopo negli Stati Uniti. Un vecchio peschereccio arenato sulla spiaggia viene rinvenuto nel delta del fiume Mississippi, una zona di confine nascondiglio ideale per contrabbandieri e trafficanti che approfittavano degli uragani per introdurre negli Stati Uniti droga, armi e anche esseri umani. Al suo interno gli unici superstiti: strani animali esotici deformi che soprattutto attirano l’attenzione perché sono dotati di una strana intelligenza decisamente superiore agli standard delle loro razze.
Jack Menard incaricato di seguire le indagini chiama immediatamente in aiuto la dottoressa Polk che subito intuisce che quelle anomalie non sono affatto naturali e che quegli animali non sono nient’altro che cavie di qualche azzardato esperimento genetico. Prima di essere riusciti a mettere in salvo tutti gli animali il peschereccio esplode portandosi con se la maggior parte dei suoi segreti. Alcuni esemplari riescono ad essere portati al Centro in cui la Polk lavora per accertamenti, ma uno degli animali un gigantesco giaguaro con i denti a sciabola geneticamente modificato è in libertà per le paludi intorno a  New Orleans e inizia a seminare vittime.
Jack e Lorna superando le loro personali incomprensioni si alleano e si mettono all’inseguimento del pericoloso animale. E’ l’inizio di un’ avventura entusiasmante tra colpi di scena, suspence, dubbi morali e raccapriccianti esperimenti scientifici. Rollins tratta temi di attualità con una competenza frutto del suo notevole bagaglio culturale e scientifico e del suo autentico amore per la natura e gli animali, ricordiamo per molti anni ha svolto con successo la professione di veterinario prima di dedicarsi alla scrittura. E’ piuttosto abile nel creare e innescare una crescente tensione narrativa che come negli antichi romanzi a puntate alla fine di ogni capitolo crea aspettative e curiosità.
La trama è ben strutturata, originale, logica, capace di rendere credibili anche gli aspetti più fantascientifici sempre tratti da spunti reali, e alla fine del libro dedica alcune pagine intitolate Verità e finzione in cui segnala la line di demarcazione tra questi due estremi. Un’ ottima qualità del romanzo è la capacità dell’autore di creare un’ ambientazione davvero realistica, mi è piaciuta molto la parte svolta nelle paludi della Louisiana descritte rispettando i vari ecosistemi, descrivendo la vera fauna e vegetazione che si trova in quei luoghi. Poi movimentate e  vivaci le scene di azione che si susseguono in tutta la narrazione rendendo la storia la trama ideale per un film d’azione. I personaggi sono realistici e caratterizzati efficacemente.
L’inevitabile love story tra i due protagonisti può apparire priva di originalità ma è davvero sfumata e più che altro atta a creare un ammorbidimento sulla tensione narrativa a volte creata anche con spunti spiccatamente horror. Se devo essere sincera un po’ di inquietudine a dire il vero me l’ ha messa questo romanzo e soprattutto mi ha fatto pensare a quanti laboratori clandestini esistono realmente dove si portano avanti esperimenti proibiti dalla legge e anche eseguiti su cavie umane, il pensiero agli esperimenti nazisti svolti dai vari dottor Mengele non può che fare capolino. Certo è un libro di intrattenimento ma ci sono anche alcuni spunti su cui riflettere. Sicuramente consigliato.

L’altare dell’Eden di James Rollins, Editrice Nord, Collana Narrativa Nord, Traduzione di Enrica Budetta, Titolo originale dell’opera  Altar of Eden, 2011, 440 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 19, 60.