:: Recensione di “Palo Mayombe” di Danilo Arona a cura di Valentino G. Colapinto

8 aprile 2011 by

palo mayombePalo Mayombe” di Danilo Arona: 266 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 – Ebook acquistabile a 4,50€ da www.kipple.it [Kipple Officina Libraria, 2011].
 
Palo Mayombe, diciamolo subito, è un fottuto capolavoro. Danilo Arona è un mostro sacro dell’horror italiano e questo romanzo è una sorta di “Voodoo chile” letterario, un pezzo di bravura che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque voglia accingersi a scrivere storie dell’orrore.
Mescolando sapientemente fatti di cronaca ai frutti “malati” di un’immaginazione sfrenata, Arona costruisce un horror perfetto che avvince, diverte, sorprende e inquieta capitolo dopo capitolo, senza stancare mai per oltre 260 pagine fitte di disavventure, colpi di scena, protagonisti intriganti, indagini che portano a esiti sconvolgenti.
C’è davvero tanta roba in Palo Mayombe: rock di qualità e occultismo post-moderno, avventure esotiche e sano splatter, l’amata-odiata Bassavilla e una sequela di paradisi (o inferni?) tropicali da Key West alla Giamaica, dalle Los Roques al Messico. E così è davvero difficile riassumerne la trama in poche righe.
Al centro di tutto, c’è il Palo Mayombe, oscuro e terribile culto sincretista di origine africana, sviluppatosi poi nei Caraibi. Ma ognuno degli undici capitoli di questo romanzo è una storia a sé, raccontata da un personaggio diverso, ciascuno vivo, credibile e a suo modo sorprendente.
Undici storie che si intrecciano, si sovrappongono e ruotano tutte attorno a un terribile rituale magico, la Cazuela, il maleficio della mano mozza, che colpisce uno dopo l’altro una serie di chitarristi, rei di aver sognato di possedere la “mano del diavolo”, ossia la mano di un genio come Jimi Hendrix o piuttosto quella di Endoqui, terribile demone delle selve congoliane?
Così tra cantanti pop scomparse e musicisti falliti, vescovi esorcisti e cacciatori di celebrità, iettatori che si improvvisano investigatori e zombi in fondo non troppo cattivi, Danilo Arona trascina il lettore in una sarabanda scatenata, in cui diventa difficile se non impossibile riuscire a distinguere la realtà dalla fantasia.
Solo alla fine del libro, tramite delle ricerche online, ho scoperto che il narcosatanista Adolfo de Jesús Constanzo e i fatti di Matamaros non sono affatto invenzioni letterarie, per quanto perfettamente amalgamate nel contesto. E inserito nel libro c’è anche un Requiem scritto da Sergio “Alan D.” Altieri per l’11 settembre e un articolo di Gianni Riotta scritto per Il Corriere della Sera. Perché Palo Mayombe ha una struttura narrativa ciclica e senza fine: «il Malongo ha sempre più fame. In giro, per il mondo, prolificano le Cazuele. Serve più gente, ogni giorno di più.»
Un’ultima nota: Palo Mayombe è stato originariamente pubblicato da Dario Flaccovio nel 2004, ma la qui presente è un’edizione riveduta e corretta dallo stesso autore, che ha provveduto a limare e arricchire un romanzo già di per sé fenomenale. Il libro è disponibile sia nel classico formato cartaceo che come ebook a un prezzo molto accessibile.
 
Valentino G. Colapinto

:: Segnalazioni: I Mastini di Aprile Polillo Editore

7 aprile 2011 by

Per gli amanti dell hard boiled classico la Polillo editore ha da poco inaugurato una collana I Mastini con l’intezione di proporre ai suoi lettori le opere introvabili o addirittura spesso inedite in riedizioni integrali e ritradotte, appartenenti a quel filone della narattiva poliziesca, soprattutto statunitense ma non è escluso che qualche francese non faccia parte della collezione, che in tutte le sue forme dalla suspense, al noir, al thriller, al poliziesco procedurale fino al romanzo d’azione ha rivoluzionato il giallo classico.  Per chi volesse scoprire le origini di questo genere che vede in autori come Raimond Chandler e Daschiell Hammett i maestri incontrastati la lettura dei Mastini è da non perdere. Oggi 7 aprile nella pregevole collana escono Il passato si sconta sempre di Ross Macdonald e Se muoio prima di svegliarmi di Sherwood King.

passato rossRoss Macdonald, IL PASSATO SI SCONTA SEMPRE
(1964, The Far Side of the Dollar)
Traduzione integrale a cura di Giovanni Viganò

I mastini n. 4 – 304 pagine – Euro 14,40

Uno dei pochi autori di gialli entrati nel novero dei grandi narratori americani, Ross Macdonald si servì della formula poliziesca per raccontare la realtà del suo paese, introducendo nella detective story una profondità psicologica e una complessità etica senza precedenti. E con Lew Archer, il suo personaggio per eccellenza, trasformò l’investigatore privato nella coscienza morale di una società violenta e corrotta. Scritto nel pieno della sua maturità espressiva, questo romanzo del 1964 è considerato uno dei punti più alti della sua produzione. Quando un adolescente ribelle scompare da un istituto di Los Angeles per ragazzi difficili dove era stato spedito dalla sua ricca famiglia, Archer viene incaricato dal direttore della scuola di ritrovarlo. Sembra un caso semplice, il giovane se l’è svignata mal sopportando la disciplina, e invece la storia diventa via via più intricata. Perché i suoi disperati genitori sono così restii a collaborare col detective, trattenendo informazioni che potrebbero essere di vitale importanza? E perché tutte le piste conducono a un hotel abbandonato di Santa Monica che un tempo ospitava attricette, marinai e truffatori e in cui ora un cadavere ancora caldo fa bella mostra di sé? Muovendosi nell’opulenta società californiana, Archer porterà alla luce gelosie, avidità, depravazione e foschi segreti di famiglia.
Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse Lew Archer che, tranne in due casi, compare in tutto il resto della sua produzione ed è stato impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (Il passato si sconta sempre), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.
muoio prima SherwoodSherwood King, SE MUOIO PRIMA DI SVEGLIARMI
(1938, If I Die Before I Wake)

Traduzione: Bruno Amato

I mastini n. 5 – 224 pagine – Euro 13,90
Ispirandosi a questo romanzo del 1938, Orson Welles diresse nel 1946 il celeberrimo film La signora di Shanghai, interpretato da Rita Hayworth e dallo stesso regista. Welles spiazzò pubblico e critica, così come il lettore resterà spiazzato dalle svolte sorprendenti nell’intreccio di questo piccolo capolavoro della letteratura noir. Scritta in uno stile immediato e asciutto, come osservò la rivista Time, la storia segue le vicende di Laurence Planter, un giovane e aitante ex marinaio che viene ingaggiato come autista da un grosso avvocato di New York sposato a una donna bellissima. Un giorno, il socio dell’avvocato gli fa una curiosa e ardita proposta, e Laurence, pur sentendo puzza di bruciato, è tentato dalla prospettiva di una vita migliore. Quando si rende conto di essere capitato in un nido di vipere in cui è impossibile distinguere gli amici dai nemici, è già in trappola, una trappola raffinatissima che lui stesso ha inconsapevolmente contribuito a costruire, e sul suo capo pende un’accusa di omicidio. Lo attende la pena di morte se non riuscirà a dimostrare la propria innocenza.
Raymond Sherwood King (1904-1973) nacque a Yonkers, New York, ma crebbe tra il Kansas e Milwaukee, nel Wisconsin, dove si laureò alla Marquette University.  Trasferitosi a Chicago, dopo esperienze nel campo della pubblicità e delle vendite, divenne collaboratore fisso del quotidiano Chicago Tribune. Pur essendosi dedicato alla narrativa, con una predilezione per quella poliziesca, fin da giovanissimo, pubblicò il suo primo romanzo, il mystery Between Murders, solo nel 1935. Oggi la sua fama è legata al libro successivo, If I Die Before I Wake (Se muoio prima di svegliarmi), che risulta essere la sua ultima opera.
PROSSIME USCITE DELLA COLLANA “I BASSOTTI”
n. 95 – Dorothy L. Sayers, “Lord Peter e l’altro” (uscita prevista per il 26 maggio)
n. 98 – Cortland Fitzsimmons, “Delitto ai grandi magazzini” (in uscita il 21 aprile)

:: Segnalazioni: Nero di Puglia e Altrisogni

7 aprile 2011 by

Segnalo ai nostri lettori che volessero cimentarsi nella scrittura due interessanti Concorsi lettearari entrambi gratuiiti che si distinguono per la serietà e l'inventiva: Nero di Puglia e Nel Buio Altrisogni.

bozza manifestoSi chiama Nero di Puglia, ma non è un vino

 È nato “Nero di Puglia 2011. Il noir in tutte le sue gradazioni.” No, non è un vino, ma un nuovo concorso letterario nazionale dedicato a racconti inediti di genere giallo, noir, thriller o mystery, non più lunghi di 20.000 caratteri (spazi inclusi) e ambientati in Puglia.
Tasse d’iscrizione? Nessuna. Premi? 1.000€ al primo classificato, 400€ al secondo e 200€ al terzo, che in questi tempi di crisi non sono pochi.
Giurati scelti tra scrittori e appassionati del genere. Presidente di Giuria lo scrittore di Manduria Omar Di Monopoli, autore di una trilogia pulp-noir ambientata in Puglia, con cui si è guadagnato i favori di pubblico e critica.
Nero di Puglia vuole affermarsi come un concorso serio e autorevole e per questo i dattiloscritti dovranno pervenire in forma anonima (il nome dell’autore sarà indicato solo nella lettera di presentazione). C’è tempo fino al 31/05/11 per inviare le proprie opere. Per maggiori informazioni:
http://nerodipuglia.wordpress.com/ e associazioneurloacquaviva@yahoo.it.

Nel buio– concorso gratuito per racconti e fotografie

Prende il via il 10 Aprile il primo concorso letterario e fotografico a tema di Altrisogni e D&N, in palio la pubblicazione
 
Nel buioè un concorso gratuito per racconti e fotografie, organizzato dalle riviste digitali Altrisogni e D&N. Il concorso è aperto a racconti inediti di genere horror, fantascientifico o weird da 10.000 caratteri, oppure a fotografie in tema. Requisito fondamentale, le opere proposte devono essere in sintonia con il tema Nel buio.
È possibile partecipare con racconti, fotografie o con entrambi. Per i racconti, il punto di riferimento è la redazione della rivista digitale di narrativa Altrisogni. Per le fotografie, il punto di riferimento è la redazione della rivista di ottica e fotografia D&N. Le opere dovranno essere inviate entro il 30 giugno 2011.
Ogni redazione identificherà le 10 migliori opere per la categoria afferente. Le opere così selezionate verranno pubblicate in un’antologia in formato ebook, realizzata dall’editore
dbooks.it. Il racconto primo classificato e la fotografia prima classificata verranno, inoltre, pubblicati in contemporanea su Altrisogni e su D&N. L’annuncio dei vincitori avverrà sui numeri di settembre 2011 di entrambe le riviste.
Per ulteriori informazioni si rimanda alle pagine web di Altrisogni e di D&N. Il bando completo del concorso è presente anche sulle pagine delle riviste.
Per informazioni sulla sezione letteraria del concorso si rimanda alla
pagina dedicata del blog di Altrisogni
 

Altrisogni – rivista digitale di narrativa horror, sci-fi e weird

Email: altrisogni@dbooks.it
Blog: http://altrisogni.blogspot.com
Sito dell’editore: www.dbooks.it

D&N – rivista online di ottica e fotografia

Email: redazione@denonline.it
Sito: http://denonline.it

:: Recensione de “L’Eroe dei Due Mari” di Giuliano Pavone a cura di Valentino G. Colapinto

7 aprile 2011 by

eroe_pavoneL’Eroe dei Due Mari” di Giuliano Pavone: 298 pp. in brossura, prezzo di copertina €17,00 – Disponibile anche come ebook a 9,99€ [Marsilio, 2010].
 
L’Eroe dei Due Mari è il primo romanzo scritto Giuliano Pavone (Taranto, 1970), già giornalista e autore di saggi sul cinema e il calcio nonché libri umoristici.
Si tratta di un’opera originale e divertente, godibilissima, scritta in maniera varia e scorrevole; ignoriamo quanto pesante sia stato l’editing cui è stato sottoposto, ma Pavone mostra di possedere un sicuro talento narrativo.
Questo libro ha una storia bizzarra, che vale la pena di essere raccontata, in quanto è diventato un “caso” prima ancora di essere pubblicato, grazie a una recensione del manoscritto fatta da Tommaso Labranca sulla rivista Film Tv, ripresa poi da alcuni blog, la quale ha creato un tam tam mediatico che ha convinto un editore come Marsilio ad assicurarsene i diritti. 
Il romanzo risente fortemente delle tre grandi passioni di Pavone: la sua città natale che ha abbandonato anni fa per trasferirsi a Milano, il calcio e la commedia all’italiana.
Taranto, innanzitutto. La città più dissestata d’Italia e più inquinata d’Europa. Una città in crisi nera da decenni, il cui benessere e la cui salute sono fortemente correlati al gigantesco Siderurgico. Una città che sembra aver perso la capacità di sognare un riscatto.
Abbiamo imparato a conoscere bene questo scenario post-apocalittico, grazie ai romanzi di Cosimo Argentina o ai saggi di Giuliano Foschini, ma Pavone decide di raccontarcelo usando le corde a lui più congeniali della commedia all’italiana, e qui sta la prima nota d’originalità.
La seconda trovata è quella di raccontare Taranto attraverso il calcio. Non ci sono infatti molti romanzi calcistici nella letteratura italiana e questo sport è sempre stato trattato con una punta di disprezzo e snobismo da parte degli intellettuali, a differenza di quanto avvenuto altrove (penso all’Inghilterra, per esempio).
Ma quale lente può aiutare un romanziere a raccontare l’Italia di oggi meglio del gioco del pallone con tutto il suo splendore e la sua corruzione, le esagerazioni e i vizi?
Tutto comincia con Luìs Cristaldi, il più forte calciatore del mondo, che si trasferisce a costo zero nell’A.S. Taranto Calcio, persuaso da Fratello Egidio – un tele-predicatore d’accatto che sostiene di averlo guarito da un male incurabile –, rianimando così la città dall’atavico torpore. Ed ecco che tutti i tarantini si ritrovano proiettati nel sogno della tanto agognata Serie A, come se questo fosse il traguardo più importante del mondo, dimentichi delle miserie che li circondano.
Pavone tratteggia con delicatezza una teoria di personaggi spassosi come il sindaco Filippo Panìco, calcisticamente analfabeta e sempre alle prese col tifosissimo usciere Santino (che bene avremmo visto in una commedia con Lino Banfi) oppure Armando, epitome del bamboccione meridionale, o ancora Gaia, avvenente e sprovveduta telecronista, che spezzerà il cuore a Pierangelo Giummo, grigio giornalista di provincia.
Tante vicende si intrecciano abilmente sullo sfondo delle vicissitudini calcistiche del Taranto fino a un finale sorprendente, che vedrà comunque un lieto fine per la maggior parte dei protagonisti.
Dopo tante storie catastrofiche e thriller sanguinolenti, fa decisamente bene allo spirito leggere ogni tanto un libro che strappa sorrisi a ogni pagina e non finisce con l’estinzione del genere umano.
 
Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Franco Forte, a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2011 by

Roma in fiamme - Nerone, principe di splendore e perdizioneBenvenuto Franco su Liberidiscrivere e grazie per avere accettato la mia intervista. Innanzitutto milanese, classe 1962, pizzetto sale e pepe, viso da moneta antica, deciso, professionale, ami parlare poco e agire. Presentati ai nostri lettori. Chi è Franco Forte?

Be’, mi hai già descritto tu, mi pare. Da parte mia posso solo aggiungere che sono un grande appassionato della scrittura, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue forme, ed è per questo che nel tempo ho fatto un po’ tutti i mestieri legati alla macchina per scrivere (prima) e al word processor (dopo). L’essere poi riuscito a far coincidere la mia passione (e un po’ ossessione, ammettiamolo) per la scrittura con il lavoro che mi consente di vivere e di mantenere una famiglia… be’, direi che questo mi fa sentire un privilegiato, per quanto io non abbia certo ottenuto tutto questo vincendo alla lotteria, bensì lavorando duro e con caparbietà per parecchio tempo (e senza mai abbassare la guardia neppure adesso).

Professionalmente parlando non si può dire che tu non sia eclettico: scrittore, giornalista professionista, sceneggiatore, consulente editoriale, fornisci servizi di editing e curi corsi di scrittura, traduttore, curatore di antologie, editore; dovessi fare ordine tra le tue molteplici attività che priorità ti porresti? Cosa ami più fare?

Intanto un po’ di ordine lo sto già facendo. Da un anno circa, infatti, ho quasi smesso di fare il giornalista (almeno quello stipendiato da altri. Adesso scrivo e dirigo riviste del mio gruppo editoriale e collaboro solo di tanto in tanto con alcuni giornali), ho ridotto parecchio la mia attività come sceneggiatore televisivo (tanta fatica e ben poche soddisfazioni, alla fine) e mi sono messo d’impegno a curare l’orticello che prediligo: la narrativa. Non c’è niente che dia soddisfazione come pubblicare un romanzo, soprattutto quando ottiene successo e il pubblico ti legge in massa. Di certo, quella del “romanziere” è l’attività che più mi gratifica, fra tutte quelle che pratico ogni giorno.

Sei il direttore della rivista Writers Magazine Italia che oltre a pubblicare interviste ad autori e ad addetti ai lavori del mondo editoriale e articoli di tecnica di scrittura, funge da vera e propria palestra anche per esordienti. Tutti possono infatti mandare i propri racconti a questo indirizzo racconti@writersmagazine.it. Essere direttore di WMI è più una carica onorifica o agisci sul campo? In cosa consiste esattamente il tuo ruolo?

Altro che carica onorifica! Opero a 360°, scrivendo articoli per la rivista, leggendo e valutando insieme ai ragazzi dello staff  i racconti che arrivano in redazione, partecipo alle discussioni online che rendono il forum della WMI uno dei luoghi più attivi e interessanti, per chi scrive, pieno di continue iniziative volte a trovare buone storie (e buoni scrittori) da pubblicare. Insomma, la WMI è stata una mia creatura fin dall’inizio, e continuo a cullarla come il mio pargolo preferito! Del resto, sa darmi molte soddisfazioni…

Sei autore di un manuale di scrittura creativa per esordienti intitolato Il prontuario dello scrittore (Delos Books). Escono molti manuali scritti da persone più o meno competenti che promettono a volte ricette miracolose per diventare scrittori a volte danno validi consigli. Con che spirito bisogna leggere questo genere di libri perché siano veramente utili?

Ho deciso di scrivere il Prontuario proprio perché non mi è mai capitato di imbattermi in un manuale di scrittura creativa che potesse essere davvero utile agli autori alle prime armi, per suggerire loro come affrontare in maniera pratica tutti gli aspetti della scrittura, dalla grammatica ai dialoghi, passando per il Punto di Vista e la scrittura di una sinossi fatta ad arte, strumento indispensabile nel momento del confronto con il mondo editoriale. Il mio si chiama prontuario (e non manuale) proprio per questo: non è un libro che pretende di insegnare a scrivere, ma uno strumento pratico da avere sempre a portata di mano, per risolvere dubbi e problemi di scrittura e per cercare, grazie alla tecnica, di dare il massimo spazio al proprio talento, per ottenere il meglio dalla propria scrittura e arrivare a costruirsi uno stile unico e personale. Se qualcuno cerca di vendervi un manuale dichiarando che vi farà diventare grandi scrittori, allora diffidatene, perché racconta solo bugie.

Come sceneggiatore hai lavorato per RIS – Delitti imperfetti e Distretto di Polizia e hai scritto sceneggiati storici piuttosto noti, come il Gengis Khan e il Giulio Cesare. Quali consigli daresti ai giovani che volessero scrivere sceneggiature per la televisione? Quali scuole sono le migliori? Quali sono le qualità principali che servono in questo particolare mestiere?

Per rispondere a tutto questo rimando i lettori a un libro che ho pubblicato di recente con la mia casa editrice, Delos Books, e che ritengo fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi in maniera professionale al mondo della sceneggiatura, che sia per il cinema o per la televisione: “Scrivere sceneggiature per il cinema e la TV”, di Francesco Spagnuolo. Un libro straordinario perché spiega come muoversi e quali strategie adottare, oltre a insegnare parecchi trucchi del mestiere, e tutto attraverso la voce dei professionisti della sceneggiatura, intervistati da Spagnuolo. Il libro, poi, ha una parte dedicata all’elenco delle scuole di sceneggiatura che possono davvero essere utili, ai bandi di concorso del genere, ai corsi universitari e a tutte le risorse che il web mette a disposizione. Un testo assolutamente indispensabile per chiunque voglia provare a entrare in questo difficile ma affascinante mondo.

Hai pubblicato numerosi romanzi, ne cito solo alcuni:Roma in fiamme,I Bastioni del Coraggio, Carthago, La compagnia della morte, Gengis Khan. Quale ti ha riservato più soddisfazioni a livello di pubblico e critica?

I miei romanzi sono tutti prodotto di una passione viscerale, e quindi ognuno, a modo loro, mi ha dato dolori, gioie, rabbia e soddisfazione. Non ne ho uno preferito, perché ripensare a ciascuno di essi significa per me tornare nel periodo in cui ci ho lavorato, a quando ho studiato le fonti storiche per mesi, mi sono immerso nella mentalità dei protagonisti, nel mondo che li circondava. Ogni volta è stato come fare un viaggio nuovo e incredibile in qualche meravigliosa isola dei Caraibi, e quindi dire in quale io abbia trovato il mare più trasparente e impossibile. Lascio ai lettori esprimere giudizi di merito sui miei romanzi: sono questi che mi servono per capire che cosa vuole il pubblico e orientarmi nelle mie prossime opere.

Scrivere un romanzo storico implica un serio e lungo lavoro di ricerca, tu come ti documenti? Preferisci fare ricerche su Internet o trascorri lunghe ore in biblioteca consultando vecchi tomi magari nel reparto rarità? Prendi appunti? Trascrivi brani? Parlami proprio del lavoro in sé.

E’ la parte più difficile, faticosa e lunga da realizzare. In media, se per scrivere un romanzo storico mi ci vuole un anno di lavoro, almeno sette mesi sono dedicati solo alla ricerca e allo studio delle fonti storiografiche, il che significa partire dal web per le nozioni più generiche e poi approfondire sui testi degli storici, acquistando tonnellate di libri, frequentando biblioteche e andando sul posto, quando possibile. Al termine di questa vera full immersion in tutti gli aspetti del mondo e dei personaggi che devo ricreare, e dopo che dettagli, curiosità e aspetti più generali sono stati ordinati in un file nel mio computer, comincio a scrivere, e alla fine mi rendo conto che di tutto il materiale che ho raccolto sì e no ne userò un dieci per cento. Credo sia questo il vero segreto del buon romanzo storico: non lasciare nulla al caso, prepararsi al massimo prima, e poi evitare di essere leziosi e pedanti (e cattedratici) infarcendo il libro di tutto quello che si è appreso, perché altrimenti si rischia di scrivere non un romanzo ma un trattato di storia.

In questi giorni è uscito in libreria il tuo ultimo romanzo storico  Roma in fiamme Nerone, principe di splendore e perdizione, settimo volume della Storia di Roma di Mondadori. Una biografia romanzata di un personaggio storico a dir poco controverso. Alcuni storici ritengono che Nerone sia stato vittima di una vera e propria campagna denigratoria, pensiamo solo a Tacito. Tu studiando il personaggio, ricostruendolo minuziosamente con luci e ombre, che idea ti sei fatto di Nerone?

Non lo svelo certo qui! Ci ho messo un anno per dare la mia interpretazione di Nerone in questo romanzo, una interpretazione che per la prima volta nella storia viene direttamente dal punto di vista di Nerone stesso, e che quindi mi ha costretto a “immedesimarmi” molto in questo egocentrico, un po’ folle ma anche geniale imperatore. Di sicuro, però, posso dire che gran parte dell’iconografia negativa costruita attorno a Nerone è stata ormai smantellata pezzo per pezzo dagli storici, alla luce delle nuove interpretazioni delle fonti classiche (Tacito, certo, ma anche Svetonio e Dione Cassio), e soprattutto la ridicola e stravagante interpretazione che ne ha dato Hollywood, con la pagliacciata di Quo Vadis. Nerone non era un santerellino, anzi, era uno psicopatico molto attuale e vicino a certa politica spettacolo dei nostri giorni (a lui il Bunga Bunga faceva davvero un baffo…), un visionario che credeva di essere un grande artista del canto e della citarodia, e per certi versi un bambinone cresciuto troppo in fretta (pochi sanno che è diventato imperatore a soli 17 anni), eppure non era un incendiario, non era un persecutore di cristiani, ed era molto più attento alle condizioni economiche dell’impero e del popolo di quanto non lo siano certi politici d’oggi. Un personaggio, insomma, tutto da riscoprire…

Seneca e Nerone, maestro e allievo, quasi padre e figlio. Nerone in fondo ha seguito molti suoi insegnamenti e molta della sua grandezza è dovuta al suo antico maestro. Parlami del rapporto tra Seneca e Nerone.

Se Nerone è meno spregevole di quanto certa propaganda storica ci ha fatto credere, allo stesso modo Seneca è meno pio, stoico e disincantato di quanto le fonti (fra cui quelle da lui stesso scritte e tramandate ai posteri) lascino intendere. Come tutte le persone, aveva una personalità complessa e profonda, e se nei primi tempi del regno è stato d’aiuto a Nerone per sgravarlo di certi impedimenti amministrativi che il giovane imperatore odiava, poi si è dimostrato poco incline a comprendere la mente sfaccettata e sempre in movimento di Nerone, che andava persino al di là dello schema comune dei potenti: Nerone, infatti, non ambiva al denaro, al potere in se stesso; la cosa che più lo ossessionava era il consenso della gente rispetto alla sua arte, e per questo era disposto a tutto. Seneca, che professava a parole la morale stoica e poi agiva arricchendosi e accrescendo il proprio potere personale, era in conflitto prima di tutto con se stesso, e alla fine ha dovuto arrendersi all’evidenza che il primo nemico della morale di un uomo sono le sue stesse manchevolezze, di cui lui non era certo privo. Anzi.

La Roma imperiale è sicuramente uno scenario affascinante, pieno di fasto, sfarzo, magnificenza, e anche miserie. Cosa ti ha colpito di più? Raccontaci anche un particolare della vita quotidiana curioso, bizzarro, insolito.

Ho scritto 500 pagine di Roma in fiamme e quasi altre 500 di Carthago, in cui la magnificenza dell’Urbe emerge in tutto il suo splendore. In questo romanzo dedicato a Nerone, poi, le curiosità, le bizzarrie, le astrusità del sottobosco della Roma imperiale emergono con forza, e ci fanno conoscere una città che era pronta a divorare se stessa pur di gozzovigliare ed eccedere in ogni situazione. Nerone l’ha conosciuta da vicino, vi ci si è immerso e ne ha respirato l’aria fetida, poi ha deciso che bisognava cambiarla, e ha provato a mettere in atto una rivoluzione culturale davvero (quella sì) epocale. Ci è quasi riuscito, e se non fosse stato un megalomane tutto preso da stesso, forse avrebbe anche potuto farcela a cambiare per sempre le abitudini grezze e volgari dei romani…

Avrei tante e tante domande da farti sul libro ma a questo punto rimando anche i nostri lettori alla lettura del romanzo e al tuo interessante sito www.franco-forte.it. Per concludere mi piacerebbe sapere qualcosa sui tuoi progetti per il futuro?

Sono troppi per elencarli tutti. Dico solo che ho già consegnato a Mondadori il mio prossimo romanzo, che sarà un thriller ambientato nella Milano del 1500 (una sorta di spin-off di “I Bastioni del Coraggio”), che a luglio uscirà in Segretissimo la seconda avventura del mio mercenario d’acciaio, Stal, e che nella seconda metà di quest’anno sarò in libreria con un altro libro firmato a quattro mani con un’altra autrice, di cui però non posso svelare ulteriori particolari.
Ciao e grazie per l’ospitalità.

:: Intervista con Veronica Tomassini a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2011 by

veronica-tomassini-313Benvenuta Veronica su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Inizierei con le presentazioni. Siciliana, ma di origini umbre, hai 39 anni, giornalista, scrivi sul quotidiano La Sicilia dal 1996, scrittrice. Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, delle città in cui hai vissuto.

R. Sono stata una bambina molto amata, dai miei nonni paterni soprattutto, che erano umbri. Con loro ho vissuto parecchio; le mie radici tutto sommato riconoscono quel paesaggio, Terni, i paesini lungo il Nera, Lugnano, Giove, Spoleto, i campi striati degli zii contadini, le bestie, i larici, la luce ambrata, medievale di certi scorci, Piediluco, Labro. Sono i luoghi della mia infanzia. Ricordo i sorrisi dei miei nonni, l’odore di legna al fuoco, il cortile con i gerani di Tosca, la vedova del piano terra, gli gnocchi fumanti, i cappellini cuciti ad uncinetto con un fiore sulla tempia che nonna mi faceva indossare ogni pomeriggio, prima di uscire per la passeggiatina in pineta. Ricordo la semplicità e la mia mano stretta alla loro. Non sarei stata amata di più, pensavo già da allora. Con i miei genitori vivevamo in Campania, a Caserta, per ragioni di lavoro di mio padre. Quando avevo dieci anni ci trasferimmo in Sicilia. Frequentai il liceo, poi l’università a Catania.

Hai pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti L’aquilone per Emanuele Romeo Editore, poi nel 2006 una seconda raccolta di racconti Outsider per A&B Editrice, nel 2008 hai raccolto i tuoi articoli per la Sicilia in La città racconta. Storie di ordinaria sopravvivenza per Emanuele Romeo Editore, e infine l’anno scorso hai pubblicato il tuo primo romanzo Sangue di cane per Laurana Editore. Come è nato il tuo amore per la parola scritta, da quali letture si è generato?

R. Ho letto da sempre, subito, senza filtri. Ho letto “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” che avevo nove anni, Henry Miller a dodici, il neorealismo e Moravia lo lessi in gran parte quando frequentavo le scuole medie. Mio padre aveva una libreria importante, una piccola biblioteca. L’amore per la lettura era un anticipo sulla mia compagna, la scrittura, lo diventò presto, mi fornì molti alibi, una ragione elevata utile a perdonare ogni stranezza, ogni fobia.

Tra le tue influenze letterarie c’è molto del mondo slavo, del verismo russo in particolare mi viene in mente Delitto e castigo, e il suo sottobosco di miseri, sporchi e oppressi. Si sente una sorta di spietatezza, di attenzione per le disuguaglianze, per la miseria, di fatalismo se vogliamo, di ineluttabilità. E’ corretto? Ti riconosci nelle mie parole?

R. Considero i russi, gli scrittori russi, al centro della letteratura mondiale. Ogni scrittore ritengo debba qualcosa al realismo russo, ad una capacità (penso a Cechov) inimitabile di stigmatizzare il dolore con un ghigno, di raccontare le cose con una apparente lucida distanza, con un sorriso che avrà il suono del singhiozzo e seppellirà il lettore nella amarezza e nello sconforto. Ho amato gli eroi capovolti di Cechov, la sostanza dell’ineluttabile così scarno e irreprensibile che incontrai con Dostoevskji. La mia scrittura, e anche la mia vita, ha incrociato la strada di quegli stessi eroi capovolti.

Molti tuoi racconti, parlano di immigrazione, di lotta contro i pregiudizi, ti senti in un certo senso un’ outsider o una precorritrice dei tempi?

R. Entrambe. Una voce fuori dal coro mi sento per certi versi, così invece che darmi della sfigata dico che sono un outsider, salvo poi sentirmi molto più vicina, per ego e intenti, ad un pony spelacchiato. In realtà, se da subito avessi avuto gli strumenti per raccontare il fenomeno epocale cui stavo assistendo, negli anni ’90, in qualche maniera compromessa fino al collo, sarei stata profetica, questo sì. C’era in corso un emorragico movimento di uomini provenienti dall’Est Europa, era appena caduto il muro. La democrazia avanzava a tentoni, spopolando i piccoli agglomerati della Polonia che al cambiamento non era preparata. La mia piccola città di provincia accoglieva maldestramente e ignara questo mondo (in special modo polacco) che mostrava colori nuovi, dinamiche sconosciute. Non avevamo idea di quel che sarebbe stato, delle ricadute sociali, delle contaminazioni, dei nuovi equilibri. E ancora adesso, dopo tanti anni, mi accorgo che l’argomento non è del tutto esplorato. Il mio romanzo allora ha assunto un valore aggiunto, il valore della testimonianza.

Si parla tanto di multietnicità, di multiculturalità, di integrazione, di accoglienza dello straniero, ma sempre con una sorta di ostentato razzismo, forse inconscio, urticante, un senso venefica di superiorità. Nella tua personale esperienza di giornalista e scrittrice hai notato questa deriva, questa, perdonami il termine, colpa?

R. Ho notato più che altro le riserve, certi “ma” ragionati. Non so, forse è paura. Abbiamo paura, avvitati nelle nostre comodità, temiamo qualsiasi sussulto. Senza le differenze moriremo vecchi e noiosi, moriremo così, vivendo.

Gli sbarchi di Lampedusa occupano quasi tutti i telegiornali trasmettendo urgenza, allarme sociale. Cosa provi guardando i telegiornali, sentendo i commenti di chi proprio gli immigrati non li vuole dicendo finiranno nella criminalità, non abbiamo le strutture per accoglierli, già non c’è lavoro per noi italiani?

R.Ieri sentivo in radio: il povero è Cristo. Io lo so. Ho appreso di quei giovani tunisini che spazzavano in terra, buoni bravi, purché non li mandassero via. Che pena, che pena infinita, per me e noi e la nostra rigidità, per loro, per un neonato vascello colato a picco quella stessa notte con la sua mamma vascello.Ho immaginato quellamamma vascello colare a picco, con il suo neonato vascello, e con le sue pupille vascello scrutare il buio dei fondali, il bimbo aggrappato al petto, cercando nel silenzio la sua memoria, di quale desiderio stava morendo.  Siamo dentro una parabola evangelica.

Sangue di cane il tuo primo romanzo è una sorta di lungo monologo in cui una donna abbandonata parla del suo amore perduto, della passione totalizzante per un uomo Slawek, un polacco, un alcolizzato, un puttaniere, bello come un dio, con un passato fatto di violenza e brutalità, un uomo che la società emargina ma che conserva qualcosa di epico e solenne. Mi viene in mente il barbone alcolizzato, Andreas Kartak di La leggenda del santo bevitore di Roth. Il personaggio di Slawek come è nato?

R. Nasce da un incontro speciale, troppo speciale per non raccontarlo. La nostalgica fierezza di Slawek, la sua fame d’esistere, la sua solitudine, sintetizzavano un dolore storico. Slawek incarna la poesia del dolore, lo spaesamento di ogni proscritto, la vocazione alla felicità che cova nell’uomo, malgrado tutto, malgrado l’abiezione, la miseria, i fallimenti.   

Scegli l’amore come canale di incontro tra due realtà quasi parallele, i giusti, i civilizzati, i borghesemente integrati con casa, lavoro, shopping il sabato e vacanze da un lato e loro, i reietti, pieni di pulci, che dormono in scatoloni o caverne, che chiedono l’elemosina agli angoli di strada, senza futuro, senza speranza, affamati e aggrappati ai più semplici bisogni primari. L’amore, il sesso, può portare davvero ad un superiore e diverso canale di comunicazione?

R. L’amore: sì. Tutto può, tutto sana. E’ la vera rivoluzione. E’ la sola possibilità di salvezza.

Quanto ti sei sentita coinvolta scrivendo questo libro? E’ stato difficile per te affrontare i passi più scabrosi, fisici, imbarazzanti, a volte repellenti?

R. Molto coinvolta. Ed è certo un libro difficile da portare addosso. Tutte le volte ho la sensazione di trovarmi in mutande davanti al mondo.

La fisicità è un elemento caratterizzante della tua scrittura. Parli di sudore, sangue, umori, corporeità. Da dove hai tratto queste peculiarità?

R. Dalla vita. La scrittura deve sporcarsi le mani, la scrittura non mente.La scrittura esige parecchio, esige dolore, tout court.

Il tuo romanzo è stato accolto come uno degli esordi del 2010 più promettenti, più significativi. Ti saresti aspettata questo successo? Non intendo come sorta di autocompiacimento, ma proprio ti aspettavi che temi così difficili fossero apprezzati e soprattutto capiti da un così vasto pubblico?

R. Sì, me lo sentivo nel cuore. Quel che tarda giungerà e accadrà, diceva un teologo. Io ho saputo aspettare. E poi questo è un libro speciale, non dovrei dirlo forse, ma ha un potere che io non ho, che non viene da me.

Se facessero una trasposizione cinematografica del libro chi sceglieresti come cast, dal regista agli attori? Ti dico subito che per Slawek ho pensato a Zbigniew Zamachowski protagonista di Film bianco di Kieślowski, forse non bellissimo ma sicuramente bravo.

R. Ottima scelta. Mi sta bene. Per la regia avrei pensato a Emir Kusturica, che ne pensi?

Grazie Veronica della disponibilità e nel lasciarci ti chiederei qualcosa sui tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo attualmente? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

R. Sì, ho scritto altro, vedremo però. Ho ricevuto alcune proposte. Vedremo. Al momento troverete un mio piccolo giallo dentro le uova di Pasqua. Un progetto editoriale curato dalla scuola Holden per l’azienda Tre Marie. E’ stato un gioco. Non sono certo una giallista.

:: Intervista con Vania Colasanti.

4 aprile 2011 by

vaniaGrazie Vania di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontati ai nostri lettori. Che persona sei, che studi hai fatto, dove sei vissuta? Forza e debolezza di Vania Colasanti.
 
Sono nata e cresciuta a Roma. Ho frequentato il Liceo Linguistico e poi ho studiato Storia dell’Arte. Sono giornalista professionista e attualmente lavoro per Rai Internazionale, sono autrice di un programma quotidiano che si chiama Italia è. Ci occupiamo di attualità e in particolar modo seguo la rubrica musicale e quella di libri condotta dalla scrittrice Cinzia Tani. E’ un programma rivolto agli italiani all’estero.    
 
Raccontami qualcosa della tua infanzia, un ricordo solare, un piccolo aneddoto curioso o  insolito.
 
Se penso all’infanzia mi vengono in mente le vacanze al mare d’estate. Penso al sole, ai miei 10 anni, quando trascorrevo il tempo sulla spiaggia dell’Argentario, un luogo che mi è molto caro e in cui torno spesso.
 
Giornalista e autrice Rai ora scrittrice. Puoi parlarci della tua esperienza professionale?
 
Ho iniziato con la carta stampata. Ho cominciato a lavorare a Paese Sera poi ho collaborato per anni al Venerdì di Repubblica. Curavo una rubrica che si chiamava A casa di caratterizzata dalla fotografia del frigorifero. Erano interviste a casa di personaggi famosi, della politica, dello spettacolo. Anche le loro letture erano importanti per conoscere meglio il personaggio: dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei. Dopo, era il 1997, Renzo Arbore mi chiamò come autrice a Rai International. 
 
Ciao, sono tua figlia – Storia di un padre ritrovato edito da Marsilio è il tuo primo romanzo. Puoi parlarcene?
 
E’ un libro essenzialmente autobiografico. Narra la mia esperienza. E’ il frutto di un lungo lavoro analitico che mi ha permesso di entrare dentro la mia storia. Io sono una giornalista, scrivere e la mia attività professionale principale. Narrare in fondo è il mio lavoro.
 
Come hai deciso di metterti in gioco e scrivere un vero e proprio romanzo autobiografico in cui parli del tuo rapporto con tuo padre?
 
Mi chiedi per quale motivo l’ho scritto. Innanzitutto è stata un’esperienza positiva, così come è stato positivo l’atteggiamento nell’affrontarla. E spero con la mia testimonianza di poter essere utile a persone che hanno vissuto o vivono situazioni come la mia. 
 
L’assenza di un genitore a volte paradossalmente è una presenza anche ingombrante. A volte si può idealizzare un padre assente o colpevolizzare il genitore presente. A te è successo?
 
Per anni l’ho creduto morto. Era un modo per difendermi dalla sua sparizione. Crederlo morto, in un certo senso, mi aveva permesso di dargli un’identità. E quando sono arrivata all’accettazione del  suo abbandono, ho deciso di cercarlo, grazie anche alla collaborazione di mia madre che ha sempre sostenuto la ricerca di mio padre. Mettendo da parte i suoi risentimenti personali.
 
Fanda1Un padre che ci abbandona può generare sentimenti di frustrazione, rabbia, a volte disprezzo. Pensi che la capacità di perdonare, di comprendere le motivazioni degli altri, le debolezze, possa essere possibile? Si può continuare ad amare un padre assente? Si può perdonare un padre che ci ha abbandonati?
 
Più che perdonare ho accettato mio padre per quello che è. Certamente non condivido il suo comportamento. Sono madre di un figlio di vent’anni e per me è inconcepibile una simile scelta. Devo dire che non ho avuto sentimenti di rabbia, ma il suo abbandono ha generato in me sicuramente delle insicurezze. Paura di essere abbandonata, paura di trovarmi da sola.  
 
E’ stato difficile scrivere questo libro o ho hai trovato in te quasi una spinta automatica a narrare e a narrarti?
 
Per me scrivere è quasi un bisogno fisiologico. Se non scrivo è come se mi mancasse qualcosa, scrivere, per me, è come bere un bicchiere d’acqua quando si ha sete.  E’ stato un processo molto spontaneo. Io sono molto veloce nella scrittura, anche grazie al lavoro che faccio. Il libro è diviso in tre parti. Il primo capitolo è stato scritto un po’ di tempo fa, poi sono successi degli eventi che mi hanno spinto a scrivere il secondo e terzo capitolo in un mese. Un mese è mezzo.
 
Il riavvicinamento è stato un processo graduale o è avvenuto quasi all’improvviso magari in maniera casuale? Il ruolo di tua madre è stato fondamentale?
 
Il ravvicinamento è avvenuto in due fasi. Prima c’è stato un incontro all’uscita del liceo. Erano anni in cui una ragazza madre – come la mia – faceva ancora scalpore. Avevo il suo cognome, ma lei mi aiutò a contattare mio padre, richiamandolo direttamente dopo 16 anni di silenzio. Questo primo incontro piuttosto superficiale a scuola non mi aveva del tutto soddisfatto. Ma io sono una persona cocciuta e tenace, così a distanza di tempo, con un pretesto, l’ho richiamato e rincontrato.  E il nostro rapporto si è consolidato. Tanto che, lo spider della copertina, fu proprio uno dei suoi primi regali. E spero dia quel senso di leggerezza che serve a superare anche momenti difficili.
 
Quanto tempo hai impiegato a scriverlo? Scrivevi nei ritagli di tempo magari la sera o ti sei presa una pausa proprio per scriverlo?
 
Come ti ho detto il primo capitolo l’avevo nel cassetto. Il secondo e il terzo l’ ho scritto in circa un mese, un mese e mezzo. L’ ho scritto d’estate un po’ a tavolino. Il secondo e terzo capitolo sono più incentrati sulla ricerca dei miei fratelli. 
 
Cos’è per te la libertà? Cosa ti fa sentire veramente libera?
 
La libertà è avere la padronanza del proprio tempo. Avere tempo per se stessi. Questo naturalmente non significa venire meno alle proprie responsabilità, alla famiglia, al lavoro. Ma semplicemente poter disporre del proprio tempo in modo libero.
 
Ti senti femminista? Pensi che ci siano ancora molte battaglie da combattere per la vera parità dei sessi?
 
Secondo me uomo e donna sono complementari. Naturalmente non rinnego le battaglie femministe, ci mancherebbe altro! Ma continuare oggi a sottolineare questa differenza, in un certo senso, rimarca il divario. Mi auguro che in futuro non ce ne sia più necessità.     
 
Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato avrà un seguito o è un’ esperienza conclusiva?
Credo che avrà un seguito. Temevo una reazione negativa di mio padre che invece non c’è stata. Anzi è stato il primo a volere dare un contributo a volere che raccogliessi la sua testimonianza in una sorta di intervista. Non per giustificarsi ma per raccontare le sue motivazioni, cosa l’ ha spinto a comportarsi in quel modo. Raccoglierò il materiale e se vale la pena sì ci sarà un seguito.
 
Puoi anticiparci in esclusiva per Liberidiscrivere i tuoi progetti per il futuro?
 
Essenzialmente continuare a lavorare in Rai come autrice televisiva, è il mio lavoro da anni ed è quello che amo fare, nello stesso tempo anche continuare a scrivere libri, poesie. Una cosa non esclude l’altra.

Per saperne di più la Pagina Ufficiale Facebook: http://www.facebook.com/pages/Ciao-sono-tua-figlia-di-Vania-Colasanti/184224814947250

:: Recensione di “Sangu” a cura di Valentino G. Colapinto

1 aprile 2011 by

sanguSangu. Racconti noir di Puglia di AA.VV: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €12,00 [Manni, 2011].
 
Mai come negli ultimi anni si sono affermati così tanti scrittori pugliesi, tanto che si è parlato da più parti di un rinascimento letterario in atto nel Tacco d’Italia. Questo fenomeno, però, aveva finora interessato solo marginalmente la letteratura di genere, e in particolare il noir. Tralasciati, infatti, due magistrati scalatori delle classifiche come Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, non è facile individuare altri pugliesi specialisti di un genere così di moda.
Proprio per smentire questo dato e affermare che anche la Puglia – al di là dell’immagine da cartolina fatta di cime di rapa e taranta – può essere una regione per noir (e basti pensare ai tanti casi mediatici di cui è stata protagonista ultimamente, come il delitto della povera Sarah Scazzi), la Manni Editori ha pensato bene di realizzare l’antologia “Sangu”, chiedendo a dieci autori pugliesi – prevalentemente salentini, come la stessa casa editrice del resto – di raccontare il lato oscuro di questa regione.
Molti i nomi famosi a livello nazionale e apprezzati sia dal pubblico che dalla critica tra Cosimo Argentina (Taranto, 1963), Rossano Astremo (Grottaglie, 1979), Piero Calò (Manduria, 1969), Carlo D’Amicis (Taranto, 1964), Daniele De Michele in arte “donpasta”, Omar Di Monopoli (Bologna, 1971), Elisabetta Liguori (Lecce, 1968), Piero Manni (Soleto, 1944), Livio Romano (Nardò, 1968) ed Enzo Verrengia (Alatri, 1955).
Di tutti questi due soltanto, Di Monopoli ed Enzo Verrengia, avevano già una qualche familiarità col genere, mentre per gli altri si è trattata di una prima volta assoluta e questo emerge chiaramente dalla notevole eterogeneità del volume, che contiene racconti molto diversi tra loro: al pulp tarantiniano si alterna l’horror soprannaturale, al noir vero e proprio lo splatter o il divertissement letterario.
I temi affrontati vanno dalla piaga ancora viva del caporalato a delitti consumati in una banale quotidianità, dalla mafia alla superstizione popolare, ma tenendo sempre al centro una depravazione fisica e morale, che sembra contagiare tutto e tutti.
Si tratta per lo più di storie molto crude, per stomaci forti. Basti pensare che su dieci racconti, tre contengono episodi di necrofilia. Storie in ogni caso non banali, né banalmente raccontate. Gli autori coinvolti, infatti, fanno largo uso della contaminazione col dialetto (o con l’albanese nel caso del racconto di D’Amicis) e di sperimentazioni letterarie più o meno ardite, ma senza cadere quasi mai nello sterile gioco intellettuale. Si tratta pur sempre di narrazioni impastate di terra e di sangue.
Personalmente, ho apprezzato in particolar modo “Maledetta maciàra” di Omar Di Monopoli e “Straordinario” di Enzo Verrengia, che come detto erano i soli due a essere già avvezzi al genere nero e ne danno dimostrazione sfruttando al meglio i meccanismi del noir, con tanto di colpo di scena finale spietato e fulminante.
“Maledetta maciàra” racconta della scomparsa di un bambino, Tommasino, in un indefinito paese salentino, dietro cui non si può non vedere l’eco dei fatti di Avetrana, avvenuti a pochi chilometri dalla Manduria dove risiede da anni Di Monopoli. Del delitto di Tommasino viene incolpata una maciàra, sorta di fattucchiera in salsa pugliese, facile capro espiatorio per il popolino, ma la realtà come al solito non è così scontata. In poche pagine Di Monopoli riesce a tratteggiare una vicenda esemplare, mostrandosi come di consueto maestro nell’invenzione di un dialetto letterario efficacissimo.
“Straordinario” narra la parabola finale della vita di un grigissimo bancario, Alfonso Limosani detto Fonzino, costretto dal suo direttore a farsi saldare di persona il debito contratto dai Fratelli Cioffreda, delinquenti incalliti. Mentre attraversa una suburbia post-apocalittica, in cui non è difficile riconoscere la San Severo amata-odiata dall’autore, Fonzino decide di riscattare la sua mediocre esistenza, salvando una bella prostituta senegalese dal suo sfruttatore. E sarà proprio questo inatteso gesto di bontà a portarlo alla rovina.
Notevole anche l’esercizio di stile di Carlo D’Amicis nel suo “Ammazzare i Morti”, che impastando italiano e albanese è riuscito a raccontare con un ininterrotto flusso di coscienza di oltre venti pagine le vicissitudini picaresche e tragicomiche di uno dei tanti immigrati extracomunitari in cerca di miglior fortuna.
Nel complesso, quindi, un esperimento sicuramente interessante e godibile, di cui sarebbe bello vedere presto un seguito, che coinvolga magari anche altri scrittori pugliesi non necessariamente salentini.
 
Valentino G. Colapinto

:: Recensione di La memoria del destino di Pierpaolo Turitto

1 aprile 2011 by

Cover_memoria_destinoRoma. Nel marzo del 1944 via Rasella fu teatro di un’azione dimostrativa di un gruppo di partigiani  che attaccarono un reparto delle truppe naziste di occupazione uccidendo 33 militari tedeschi. Ne seguì la sanguinosa rappresaglia che si consumerà nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Sessant’anni dopo nell’anniversario dell’attentato l’apparente suicidio di un anziano professore universitario da l’avvio ad una vicenda in cui storia e memoria, appunto la memoria del destino che da il titolo al romanzo, giocano un ruolo decisivo. L’ispettore Cangemi chiamato a  seguire le indagini inizia in un primo tempo a non credere alla tesi del suicidio. Troppi indizi lo portano ad avere dei dubbi: la porta di casa aperta del professore Friedrick Gius, i fogli sparsi per terra ai piedi della sua scrivania come se qualcuno avesse rovistato tra le carte, la porta di uno sgabuzzino socchiusa come se qualcuno vi ci fosse nascosto per poi scappare via forse in preda al panico o al rimorso, piccoli dettagli certo ma che stonano con il quadro generale. Anche Pietro De Simone, giornalista de il Messaggero, storico quotidiano romano ha le sue idee. E’ il primo a collegare la morte con l’attentato che si svolse proprio lo stesso giorno, in quell’esatto punto, all’incirca alla stessa ora. Anche due ragazzi Marta e Tommaso, veri protagonisti della storia, due studenti universitari, forse gli unici testimoni della morte del professore, si interrogano su cosa possa essere successo. Su chi era l’uomo con cui il professore parlava, forse litigava, poco prima del salto nel vuoto. Ma hanno paura. Chi li crederà innocenti? Chi crederà alla loro assurda storia? Poi l’avvelenamento di un anziano religioso da a Cangemi la certezza che in intorno a quella morte sospetta ci sia sotto qualcosa, qualcosa di terribile. Cangemi ha poco tempo, deve fare in fretta a capire cosa sta succedendo, deve fermare la spietata macchina messa in moto forse proprio dal lontano 1944. Non dirò di più della trama perché di un thriller si tratta, e la suspence e il coinvolgimento emotivo del lettore che ne deriva si basano nello scoprire passo passo i tasselli dell’indagine. La minaccia che incombe per tutta la narrazione che troverà risoluzione solo nel finale è sicuramente la parte più intrigante del romanzo. Roma emerge con le sue chiese, i suoi sotterranei, le sue vie, i suoi monumenti con tutta la sua meraviglia e il suo fascino assoluto. Si vede che l’autore si è documentato con certosina perizia non tralasciando nessun dettaglio e questo lavoro di ricerca è ben ricompensato dal sapore realistico che il testo riflette. Gli elementi esoterici che traspaiono quasi in filigrana assieme alla bellezza che emana dalla Città Eterna scenario ideale per fare confluire la  Storia con il gioco di specchi creato da sette segrete e oscure cospirazioni, rendono questo libro sicuramente interessante per coloro che apprezzano i classici del genere. Per chi ha amato i romanzi   di Dan Brown una lettura da non perdere.

:: Recensione di Due maroni così. Tratto da una storia vera e tosta di Marco Costa

31 marzo 2011 by

Due maroniPaolo M., protagonista di questo romanzo autobiografico, opera prima di Marco Costa nato nel 1967 a San Secondo Parmense, è un ragazzo come tanti, che vive il disagio sulla sua pelle, la noia, le frustrazioni, le nevrosi, le ossessioni, le depressioni, le tensioni con i genitori, l’incapacità di essere ciò che la società pretende da noi, sempre vincenti, sempre i più forti, sempre padroni delle nostre azioni nel bene e nel male. Paolo M forse più vulnerabile di altri giovani, forse solo più sfigato, si rifugia, nell’alcool, nella droga, nei programmi televisivi in reti di infimo ordine dove ciarlatani travestiti da santoni ti promettono di vedere nella tua anima e darti soluzioni. Paolo M vuole un briciolo di speranza, vuole vivere, ama la vita, crede nell’amicizia, crede nell’amore. E’ una persona positiva, infondo non lasciamoci ingannare dall’aura da cattivo ragazzo, crede in alcuni valori, crede nella solidarietà, forse è troppo sincero questo sì, troppo innocente, troppo fiducioso per trovarsi bene in questo mondo dove “homo homini lupus” Plauto ci insegna. Paolo M è un candido, un puro, sembra un personaggio uscito dalla penna di Mark Twain. Marco Costa da vita a questo altro se stesso di carta con sensibilità e tenerezza, ci riporta a provare simpatia per Paolo M a tifare per lui nella lotta per la vita e per la felicità a cui tutti abbiamo diritto sia i forti sia i deboli sia chi ce la fa da solo sia chi ha bisogno dei centri di ascolto per capire meglio se stesso per vincere le proprie fragilità. La sincerità di Costa è disarmante. L’autore si mette a nudo, parla di cose così personali che quasi il lettore ha la sensazione di profanare un intimità. Ma così non è condividere è l’obbiettivo di Costa, parlare liberatoriamente di sofferenza, disagio, è un modo per esorcizzare il male e trovare qualcuno che ci ascolti a volte è raro come trovare un vero amico. Forse l’eccessiva spontaneità pregiudica lo stile e la fruibilità del testo ma il suo valore di testimonianza non ne risulta minato. Qualche errore grammaticale in meno, qualche periodare più levigato e ricercato infondo avrebbe dato più tono alla forma ma è la sostanza che importa.

Due maroni così. Tratto da una storia vera e tosta di Marco Costa, Altromondo Editore, Collana Iride, 2008, pagine 105, Prezzo di copertina Euro 10,00.      

:: Recensione di L’anello dei ghiacci di Michael Ridpath

30 marzo 2011 by

Ridpath-Anello_dei_ghiacciTra i diversi scenari in cui siamo abituati a vedere dipanarsi intricate storie di sangue e delitti, nel più puro Nordic style, l’Islanda non compare spesso. Mi viene giusto in mente l’islandese Arnaldur Indridason con la sua serie dedicata al commissario Erlendur Sveinsson ma se già dovessi farvi un secondo nome mi troverei in serie difficoltà. Quindi immaginatevi la mia sorpresa quando sono venuta a conoscenza che Garzanti avrebbe pubblicato L’anello dei ghiacci dell’inglese Michael Ridpath che proprio islandese non è ma ha scelto l’Islanda, questo misterioso paese di ghiacci, montagne, fiumi e vulcani, per raccontarci una storia in cui le antiche saghe scandinave hanno un ruolo rilevante. Per chi ha amato  Il signore degli anelli un’ occasione davvero insolita di vedere il vecchio capolavoro di J.R.R. Tolkien assumere una nuova luce e di essere immersi in un intrigo che proprio di letteratura si nutre. Ma andiamo con ordine e iniziamo dal principio. Magnus Jonson è un poliziotto di Boston, un islandese in America con i problemi di integrazione di tutti gli stranieri, forse in passato ha ecceduto con l’alcool ma ora cerca di restare sulla retta via, ha una fidanzata che infondo ama ma non tutto fila liscio, lei vuole qualcosa di più, una relazione stabile, passare dal ruolo di amante a quella di moglie, e Magnus esita forse un po’ troppo ma soprattutto i suoi guai maggiori dipendono dal suo senso dell’onore, dal suo considerare un poliziotto corrotto un cattivo poliziotto e non un collega al di sopra del bene e del male. Magnus sa che quando sarà chiamato a  testimoniare dirà la verità, farà il suo dovere a costo di passare per una spia e questo significa attirarsi l’ira di killer prezzolati dagli stessi delinquenti che pagavano il suo collega. Senza la sua testimonianza il processo si sgonfierebbe in un nulla di fatto è indubbio e Magnus è stanco di subire attentati e di schivare proiettili in vicoli bui. Vuole restare vivo e per farlo non ha nessuna intenzione di perdere la sua vita e farsi incastrare nel programma di protezione dei testimoni. Così quando si presenta l’occasione di andare a dare man forte alla polizia di Reykjavic fa le valigie e senza guardarsi in dietro parte. Ma anche l’evoluto nord ha i suoi guai: c’è la kreppa parola finlandese che sta per crisi finanziaria, c’è sempre più droga, le bande di spacciatori sono in crescita, il numero di crimini violenti cresce in maniera esponenziale e infatti non fa a tempo a scendere dall’aereo che si trova a dover indagare sull’omicidio del professor Agnar Haraldsson, uno dei più importanti studiosi di Tolkien, un uomo con non pochi lati oscuri. Riuscire a capire in che traffici fosse coinvolto diventa essenziale per scoprire il suo assassino e Magnus e i suoi colleghi islandesi si trovano così ad interrogare un’ ex amante di Haraldsson, una donna piena di segreti, proprietaria di una galleria d’arte e custode di un manoscritto che sembra interessare a troppa gente. Cosa nasconde la bella Ingileif? Che legami ci sono con questa storia e il suo stesso passato? Magnus dovrà dare una risposta a questi e altri interrogativi fino a chiedersi infine se è davvero possibile che un antico anello proprio come ne Il Signore degli anelli  abbia davvero poteri magici che spingano la gente ad uccidere. Ecco in breve la trama, non dirò di più. Come ho già accennato l’insolita ambientazione è sicuramente uno dei punti forti di questo strano thriller in cui saghe e leggende danno vita ad una storia appassionante e ricca di colpi di scena. La caratterizzazione dei personaggi è senz’altro un’altra caratteristica riuscita, specialmente quella del protagonista Magnus Johnson, pieno di luci e di ombre, sfaccettato e in un certo senso simpatico. Ma anche i personaggi minori sono curati e determinanti, come Vigdis , Katrin, Arni,  l’ispettore Baldur Jakobsson, il pastore di Hruni, pur se i nomi completi spesso sono uno scioglilingua non si fa fatica a identificarli e ad inserirli nella storia. L’indagine, seppur anomala, non mi risulta che molti poliziotti leggano testi antichi per trovare indizi risolutivi, è abbastanza interessante e realistica pure nei dettagli più minimi faccio un esempio per esempio il colore esatto in dotazione alla polizia islandese dei nastri segnaletici intorno ai luoghi di un delitto, come anche la ricostruzione dei rapporti gerarchici all’interno della polizia dove tutti si danno del tu e non ci sono formalismi. Michael Ridpath è senz’altro un autore da tenere d’occhio e pure alla mano ci ha concesso un’intervista che merita davvero di essere letta come il suo romanzo.

L'anello dei ghiacci di  Michael Ridpath, Garzanti Libri,  collana Narratori Moderni,  traduzione di Duccio Viani, titolo originale Where the Shadows Lie, 2011, Pag. 364, rilegato, Prezzo di copertina  Euro18,60.

:: Recensione di La passione del calcio. Un romanzo autobiografico di Franz Krauspenhaar

29 marzo 2011 by

PerdisaImager.aspxAmmetto, lo confesso, sono una ragazza, beh un po’ più di una ragazza, una donna ormai che di calcio non ne capisce niente pure se si crede una tifosa tutto per colpa di un portiere dell’Inter degli anni 80 Walter Zenga. Lo confesso è imbarazzante me ne vergogno quasi come un ladro che ruba di notte e non vuol dividere il suo bottino con i suoi complici. Hanno cercato di spiegarmi cos’è il fuorigioco, ma niente io di coccio ancora guardo inebetita i guardalinee alzare la bandierina e giudicare nulli gol sacrosanti almeno dal mio ignorante punto di vista. Detto ciò, che mi sembra una premessa doverosa, per rispetto verso chi il calcio lo apprezza veramente, immaginatevi la mia perplessità quando si è presentata l’occasione di leggere La passione del calcio. Un romanzo autobiografico di Franz Krauspenhaar autore che conosco e apprezzo ma di cui ignoravo questa passione. Allora dopo rincuoranti rassicurazioni che il calcio è solo un pretesto, che si parla di altro, di vita, di letteratura, di poesia ho messo La partita di pallone di Rita Pavone in sottofondo, mi son fatta coraggio, ho guardato la zolla di prato che campeggia in copertina e ho iniziato a voltare le pagine. Krauspenhaar eleggendo il lettore ad intimo amico, con il suo stile affabulante e carismatico, inizia a parlare della sua infanzia, dei lontani anni Sessanta, evocati con malinconia e una sorta di rimpianto per un' epoca più pulita e leale e pian piano ci trasmette la sua stessa passione ed euforia di un tempo per un calcio che non c’è più o forse non c’è mai stato prima che intrallazzi, beveroni, corruzioni lo contaminassero deprivandolo da quell’aura di sacralità che oggi ahimè ha irrimediabilmente perduto. Sarà colpa della disillusione che la maturità porta con sé, sarà colpa della memoria che gioca strani scherzi e sovradimensiona il passato trasformandolo nella magica isola che non c’è non c’è dato di saperlo. In un continuo saliscendi nel pozzo dei ricordi Krauspenhaar riporta in superficie come in tanti flashback emozioni ormai sopite forse rimpianti che hanno accompagnato gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e infine della maturità legandosi a filo doppio con personaggi ed episodi calcistici come le prime emozioni vissute allo stadio di San Siro o le forti sensazioni provocate da una radiocronaca di Coppa Uefa o ancora i ricordi rievocati dai vari mondiali di calcio seguiti nei contesti più disparati e con i più svariati stati emotivi. Così si fanno spazio nell’ album dei ricordi i vari Sivori, Maradona, Pelè, Rosato, Albertosi fino ad arrivare ai meno conosciuti e osannati Rojo e Iordanescu, comunque tutti accomunati dall'incedere del tempo, quando le passioni scemano a poco a poco, dando ancora origine a picchi di emozioni ed adrenalina. Con questo romanzo Krauspenhaar ci descrive con la sua solita profondità che rifugge da ogni bassezza o fanatismo, con una nostalgia di fondo che non lascerà insensibili molti suoi coetanei che hanno vissuto esperienze simili, la vita nel suo essere crudele e feroce a volte, altre meravigliosa. E quel senso di meraviglia traspare incorrotto da queste pagine sincere e vere che come dicevo prima hanno il tono di una confidenza fatta tra amici. E’ bello quando la letteratura riesce a fare questo, ed è vero che il calcio è solo un pretesto, un’ opportunità per parlare d’altro anche se un po’ di disillusione resta, un retrogusto un po’ amaro come quello di certe birre che si ama condividere. Il tempo passa e le passioni e le emozioni si appiattiscono quasi si raffreddano, diventando ricordi frusti come abiti smessi di un'altra epoca rinchiusi in un armadio, che ci appartengono ancora, ma non ci identificano più, simboli di un mutamento inarrestabile che non ci fa più essere gli uomini e le donne di ieri. Ecco queste sono le sensazioni che questo libro mi ha trasmesso, per cui che amiate il calcio o meno questo libro è un’ esperienza leggerlo. Vi lascio con l’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo che racchiude bene a mio avviso lo spirito del libro.
Il grande, lungo canto a Mexico 86, contro l’Inghilterra detestata, quel mezzo giro di trottola a metà campo e la lunga corsa, il saltello continuato di sinistro a sfiorare la sfera, dentro il dribbling di cerveza ubriacante, mezza Inghilterra lasciata col sedere per terra, fino al gol, il capolavoro d’azione, il grande, il lungo canto di Maradona, che ricordo vidi in bianco e nero – perché la tv principale s’era rotta, davanti ad una carbonara a fumare, nel caldo della prima sera, e la mia giovinezza – io, coetaneo del Pibe- all’esplosione, promettente e rapace. Il gol più bello, la passione del calcio riassunta in quel gesto, in quell’atto che è canto d’amore.

La passione del calcio di Franz Krauspenhaar Perdisa Editore Collana Arrembaggi, pagine 154, 2011, Prezzo di copertina Euro 10,00.