:: Intervista a Michael Ridpath

19 aprile 2011 by

Ridpath-Anello_dei_ghiacciSalve Mr Ridpath. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci racconti qualcosa di lei. Chi è Michael Ridpath? Punti di forza e di debolezza.

Mi piace pensare di essere un marito, padre e amico ragionevolmente affidabile. Per quanto riguarda le debolezze, nonostante anni di tentativi non ho ancora capito come scrivere il thriller perfetto, faccio schifo nel DIY (sì, "il fai da te", insomma, aggiustare le cose in giro per casa) e non so scrivere poesie e nemmeno ho il coraggio di provarci.

Lei è nato nel Devon nel 1961 ed è cresciuto nello Yorkshire. Ci racconti qualcosa del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

La maggior parte della mia infanzia l’ ho trascorsa nelle valli dello Yorkshire; per le valli e la pastorizia ricorda l'Islanda, ma non è così desolante. Vivevo in un piccolo borgo antico e per me è stato un grande dolore lasciarlo. In seguito infatti ho frequentato l'università in una città di medie dimensioni (Oxford) e poi trovato lavoro in una città veramente grande (Londra). Suppongo che non sorprenda, allora, che alla fine voglia scrivere di valli remote (o "dalur" in islandese).

Come ha maturato l’idea di diventare uno scrittore?

Ho sempre pensato di non esserne in grado, stesso discorso della poesia di qui sopra. Quando avevo 29 anni ho cominciato a pormi il problema che non stavo facendo nulla di creativo e così ho deciso di dilettarmi in segreto con la scrittura creativa. Alla fine ho scritto un romanzo in segreto. In realtà è stato solo quando l’ ho visto su uno scaffale che ho potuto credere di essere davvero uno scrittore.

Come è arrivato alla fiction? Legge anche altri autori contemporanei?

Divido le mie letture in un buon 50%  di thriller e crime e l’altro50% di qualcosa di completamente diverso. E’ il mio modo di prendere le tecniche di altre persone, e anche mantenere la mente aperta a nuove idee anche al di fuori del thriller e del crime.

Ci racconti qualcosa del suo debutto. La sua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Sono stato estremamente fortunato. Ho trascorso 3 anni a scrivere e riscrivere il mio primo romanzo, Free to Trade, o Dinero Asesino in spagnolo, prima di inviarlo ad una lista di agenti, due alla volta. Il primo agente della mia lista mi ha respinto, il secondo mi ha accettato. Ha fatto un brillante lavoro riuscendo ad ottenere che 5 grandi editori si lanciassero in una guerra di offerte per il libro, e alla fine l'ho venduto per una notevole quantità di denaro. Tanto che ho potuto lasciare il mio lavoro e scrivere a tempo pieno. Ho avuto alcuni periodi di sfortuna da allora, ma non c'è dubbio che sono stato molto fortunato, all'inizio della mia carriera.

Perché ha deciso di scrivere L’anello dei ghiacci?

L’anello dei ghiacci è il primo di una serie che ha per protagonista un detective islandese. Quindi la prima domanda era, perché un detective islandese? Avevo scritto otto thriller finanziari e immaginavo un cambiamento: avevo scritto abbastanza di finanza. Osservando gli scaffali della mia libreria locale ho visto che il crime ha sempre venduto bene, ma ci sono stati tanti detective, come potevo fare la differenza?. Il mio subconscio si avvicinò all’idea  che questa poteva essere l’occasione buona di scrivere finalmente sull’Islanda. Avevo visitato il paese in un tour promozionale per un libro nel 1995 e avevo trovato questo paese un luogo straordinario, bello e selvaggio, piena di gente straordinaria, selvaggia e spesso bella. Ho cercato di essere analitico e pensare ad altre idee, ma la mia mente è rimasta fissa sull’ Islanda. Così l'Islanda è stata.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’anello dei ghiacci?

C'è voluto un po 'meno di due anni. I miei libri di norma li scrivevo in circa 18 mesi: 6 mesi di ricerca e pianificazione, 6 mesi per scrivere una prima bozza, 6 mesi di scrittura per le successive stesure. Questo è stato un po’ più  lungo perché avevo molto da imparare sull’ Islanda e sul mio personaggio principale, Magnus.

Quali romanzi hanno l’ hanno ispirata nella scrittura di questo romanzo?

Il Signore degli Anelli, ovviamente (una saga che ha ispirato Il Signore degli Anelli compare nel romanzo). Poi Blood Eagle un libro su un detective di Amburgo, scritto da uno scozzese, che mi ha fatto pensare che potevo farlo anche io. Ma in realtà stavo cercando di scrivere un libro diverso. Il fatto che il giallo nordico fosse di gran moda è stato in un certo senso negativo. Tutto ciò che è di moda può passare di moda. Ho scritto un libro sulla realtà virtuale nel 1996, un soggetto che è riuscito a diventare e passare di moda prima che il mio libro fosse pubblicato.

Può dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Questo è primo caso di Magnus, coinvolge l'omicidio di un professore di letteratura islandese, che era alla ricerca di una saga che era stata tenuta nascosta da una famiglia in Islanda per 700 anni. Emerge che questa saga ha ispirato Tolkien a scrivere Il Signore degli Anelli. E 'quindi preziosa per un sacco di gente.

Può dirci un po’ di più sul suo protagonista, Magnus Jonson?

Il libro è il primo caso di Magnus Jonson, un islandese che si è trasferito in America quando aveva 12 anni. Dopo la morte di suo padre ucciso in circostanze misteriose, diventa un detective della omicidi di Boston. Alla fine si trasferisce nuovamente a Reykjavík per aiutare la polizia lì. Parla naturalmente islandese, ma vede il paese in tutta la sua stranezza attraverso gli occhi di uno straniero. Non è mai sicuro se è un islandese o un americano.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Può descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Lavoro ogni mattina, sempre. Leggo illavoro degli ultimi due giorni e faccio le correzioni. Poi scrivo, con una pausa per una passeggiata e una tazza di caffè circa a metà mattina. Mi impegno a scrivere un minimo di 1.000 parole, fino ad un massimo di 2.000. A volte scrivo nel pomeriggio.
 
I suoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Sì, mi piace il fatto che i miei libri siano letti in molti paesi diversi. E una delle meraviglie di internet è che posso ricevere e-mail da lettori al di fuori del Regno Unito. Oggi ho ricevuto una mail dall’ Austria, ieri da Singapore. Questo è grande.

Progetti di film tratti dai suoi libri?

Ce ne  sono stati un paio, ma poi non se ne è fatto niente. Mi piacerebbe che la  serie di Magnus fosse adattata per una serie televisiva, ma probabilmente per ciò bisognerà aspettate fino a quando non ne avrò scritto ancora qualcuno.

Quali sono i suoi autori viventi preferiti?

William Boyd, Michael Connelly, James Holland (storico militare).

Cosa sta leggendo in questo momento?

Sto leggendo il terzo libro della Millennium Trilogy di Stieg Larsson. Mi è piaciuto il primo libro, ho trovato il secondo lavoro un po’ noioso e il terzo lo sto trovando un po’ duro. Ma è importante per me sapere come Larsson scrive.

Ha un agente letterario?

Penso che tutti gli scrittori commerciali abbiano bisogno di un agente letterario. Mine, Carole Blake e poi Oli Munson, sono uomini d'affari eccellenti. Da profondo conoscitore del commercio nei mercati obbligazionari l’ho fatto per anni, so quanto sia importante conoscere il mercato del bene che si tratta. Questo è ciò per cui gli autori pagano gli agenti. Anche il mio agente è molto bravo a far pubblicare i miei libri in paesi al di fuori del Regno Unito, che è molto importante per me. I miei libri sono stati pubblicati in 38 lingue.

Qual è il suo rapporto come con i suoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con lei?

Proprio adesso è come se stessi conversando con i miei i miei lettori. Mi piace sempre ricevere e-mail attraverso il mio sito http://www.michaelridpath.com. Di recente ho sentito un olandese il cui padre di 90 anni era appena morto. Mi ha riferito che ero l’ autore preferito di quest'uomo e la sua famiglia voleva qualcosa di mio da leggere al suo funerale. Ho scritto qualcosa del tipo che mi dispiaceva che la nostra conversazione fosse finita. Dicevo sul serio.

Infine, l'inevitabile domanda: a cosa sta lavorando ora?

Ho finito il secondo libro della serie Magnus e sono a metà del terzo. Il secondo parla di una cospirazione di un gruppo di manifestanti anti-banchieri che decidono di compiere un assassinio per colpa della stretta creditizia. Il terzo è incentrato sul mistero dell'omicidio di un volontario Wikileaks avvenuto sui fianchi del vulcano Eyjafjallajökull in quanto è in eruzione. Potrebbe essere un paese piccolo, ma la vita non è mai noiosa in Islanda, almeno non nei miei libri.

:: Intervista con Federico Baccomo alias Duchesne

18 aprile 2011 by

La-gente-che-sta-bene-201x300Benvenuto Federico su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ex avvocato, blogger, ora scrittore di successo. Iniziamo con una domanda facile facile che forse ti avranno già fatto in molti. Come è nato il tuo soprannome?
 
Nasce davvero per caso. Da blogger, per definizione, ci si investe di un soprannome. È il tipo di scelta che potrebbe portarti via settimane, una sorta di nuovo battesimo, non si può sbagliare, così per superare lo scoglio, ho pensato di farla breve e aprire un vocabolario di inglese alla rubrica dei nomi, ho preso il primo che m’è capitato, in alto sulla sinistra, questo “Duchesne”, mi pareva suonasse bene, l’ho adottato. Poi ho scoperto che era un cognome, neppure inglese. Non proprio il più edificante degli aneddoti.
 
Come è nato in te l'amore per la scrittura?
 
Uno dei libri cui mi capita di tornare più spesso è “La gioia di scrivere”, una raccolta dell’opera di quella poetessa magnifica che è la Szymborska. E ogni volta che la prendo in mano mi fa pensare a un servizio che vidi da bambino alla televisione, si parlava della Disney, mostrarono un disegnatore all’opera, buttò giù un rapido schizzo di Topolino, proprio una dozzina di tratti e uscì il muso, perfetto, che sembrava stampato. Son corso a prendere un foglio e una matita e ho provato a rifarlo, mi sembrava piuttosto semplice. Non era così. A leggere le poesie della Szymborska, la sensazione è la stessa, la meraviglia di quello che sembra bello e semplice, eppure è così difficile da ripetere, ci vuole un impegno, una dedizione, un sacrificio, un amore per tutta quella vita che riempie quelle pagine. Ecco, quando ho scoperto che quella fatica, quella dedizione, che prima mi bloccavano, sono semplicemente necessarie, la scrittura ha smesso di apparirmi un mestiere indomabile, ha cominciato a diventare l’esperienza appassionante che è ora.
 
Parlami dei tuoi esordi ti hanno mai offerto pubblicazioni a pagamento?
 
I miei primi tentativi di pubblicazione si persero nelle solite nebbie editoriali. Mandavo manoscritti, più o meno illeggibili, più o meno acerbi, e nel caso migliore mi ignoravano, nel peggiore mi spiegavano che “la mia opera non sarebbe stata restituita ma mandata al macero”. Non ho mai pensato di pagare per essere pubblicato, in quello forse c’era la mia professione d’avvocato a suggerirmi che certi meccanismi non erano poi molto limpidi. Poi gli anni son passati, e quando ormai avevo messo da parte ogni velleità, è arrivato il blog di Studio Illegale. A quel punto, è stato tutto un concatenarsi di eventi fortunati, il blog è stato notato da qualche editore, i primi a muoversi sono stati quelli di Marsilio, e nel giro di un paio di anni sbarcavo in libreria con un romanzo che per me rappresentava molto di più di un semplice esordio.
 
Hai letto Fahrenheit 451 dello scrittore americano Ray Bradbury? Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?
 
Ho letto e amato Fahrenheit 451. Questo tema del libro come manifestazione di libertà e scrigno di memoria, è una cosa cui ho pensato tempo fa, quando, a un matrimonio, mi sono trovato seduto davanti a un signore in pensione, sui settant’anni, che, via via che passavano i piatti in tavola, mi raccontava della sua passione per la pittura, della sua collezione di VHS, del suo amore per il cinema di Truffaut, della letteratura, del suo cane, di innumerevoli altri interessi, passioni. Poi, verso la fine della cena, mi ha confidato una sorta di dispiacere: tutto quel patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze, tirato su in quella che era davvero una vita intera, ora che aveva una certa età, tutto quel patrimonio, quando lui non ci sarebbe stato più, sarebbe semplicemente andato perduto, dissolto. E allora com’è possibile, mi ha chiesto, riuscire a trasmetterlo? E a me, come una sorta di consolazione, è tornato in mente quel principio secondo il quale, piuttosto che dare un pesce, è meglio insegnare a pescare, e insomma, ho detto, forse, invece di trasmettere qualcosa, è sufficiente comunicare la passione, la curiosità, in un certo senso la fame di sapere. Non era d’accordo, la questione non era così semplice. Ma, soprattutto, ha aggiunto, c’è anche da chiedersi a chi trasmetterlo quel patrimonio? E, purtroppo, in assenza di un figlio o di un nipote, anche questa domanda sembrava senza risposta. Ecco, proprio i libri potrebbero essere una di quelle possibili risposte, la possibilità di trasmettere un immenso patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze e, soprattutto, la possibilità di farlo nei confronti di un numero enorme di persone, ché, mi sembra di capire, non sempre dare un pesce è meno nobile che insegnare a pescare.
 
Parlami della tua città, la utilizzeresti come scenario per i tuoi libri?
 
Io sono nato a Milano quasi 33 anni fa e qui, alla fine, son sempre stato. È il fondale di entrambi i romanzi che ho scritto, e in entrambi i romanzi io la vedo come un personaggio vivo. In questo senso, è uno scenario splendido, contradditorio, ridicolo, dinamico, disperato. Milano è una città piena di buoni propositi che si sfracellano con la realtà dei fatti.
 
Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?
 
È una di quelle domande con cui si potrebbe riempire un pomeriggio. Tralasciando i nomi più grandi e noti, mi piace Borges, forse l’autore che più di ogni altro mi ha fatto capire quanto possa essere potente la fantasia, mi piacciono Golding e il suo Signore delle Mosche, Fitzgerald e il suo Grande Gatsby, Cain e il suo Postino che suona sempre due volte, tre romanzi diversissimi, ma vicini nel loro rappresentare la miseria, la sconfitta dell’uomo, che pure non crolla, e facendo un salto fino ad oggi farei il nome di Richard Powers, lo scrittore che oggi forse seguo con più attenzione.
 
Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?
 
Scrivo al computer. Trovarmi con una penna e un foglio mi blocca, è come se il mio cervello ormai ragionasse solo in termini di digitazione. E mi fa ridere pensare che è stato un sforzo di adattamento non da poco, ricordo che scrissi la tesi tutta a mano, ricopiandomela al PC solo al momento della consegna.
 
Credi nei valori politici o sei un disilluso come molti giovani?
 
Il punto, per quanto mi riguarda, è che non mi piacciono i politici in genere, e non parlo di idee buone o meno buone che possono portare avanti, non mi piace l’idea di qualcuno che, anche se animato da ottime intenzioni, in fondo sta cercando di ottenere quello che chiamiamo “potere”. Poi mi rendo conto che è un discorso forse qualunquista, sicuramente che non porta da nessuna parte, qualcuno che governi è necessario, però questa diciamo antipatia, un po’ mi impedisce di credere fino in fondo a queste persone e di conseguenza ai valori che proclamano.
 
Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?
 
Ho una particolare predilezione per i dialoghi, è forse l’unico talento che mi riconosco, quel tipo di orecchio, e se in tanti mi hanno detto che la scrittura dei dialoghi è l’aspetto più difficile di un romanzo, per me rappresenta quasi una scorciatoia. Poi, però, la verità è che bisogna cercare di capire cosa funziona in quel momento, in quello snodo, in quel passaggio, e allora ecco che diventa giusto descrivere un cielo, un gesto, un taglio d’occhi. Quello che mi guida è il pensiero della pazienza del lettore, non vorrei abusarne perdendomi in sovrabbondanze. Un grande scrittore come Franzen, ad esempio, uno che sa bene come costruire una frase, a pag. 333 de “Le correzioni”, ha scritto questa frase: “Aveva una faccia grande, con la pelle un po' ruvida, simile a quella del popolare attore italoamericano che una volta aveva impersonato un angelo e un'altra volta un ballerino da discoteca.” Franzen può chiederti quella pazienza, io se avessi scritto una parola più di “simile a John Travolta” mi sarei sentito di troppo.
 
Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sponsor, e lettori?
 
Non credo, forse conviene ascoltare il proprio fiuto, sia nei rapporti con gli altri, sia nei rapporti con la propria scrittura. Posso suggerire di affidarsi a persone e parole cui si crede, non è detto che le une o le altre non finiscano per tradirti, ma è quanto di meglio si possa fare per ridurre le delusioni e i rimpianti.
 
Cosa stai leggendo al momento?
 
“Soffocare” di Chuck Palahniuk e “A Bologna le bici erano come i cani” di Paolo Nori.
 
Ami la letteratura underground?
 
Non saprei dire bene cosa si intende per letteratura underground, però credo che oggi, anche se sembrano un po’ passati di moda, i blog possano essere ancora uno spazio per il talento non filtrato, quello più libero, e tra i blog, lo Sgargabonzi (http://sgargabonzi.leonardo.it/blog/), con la sua anarchia, la sua dirompenza, mi pare possa essere uno splendido esempio di letteratura underground.
 
Un aforisma, un proverbio che ti è caro.
 
Tra le centinaia che ha scritto, c’è un aforisma di Karl Kraus che m’è sempre parso parecchio efficace, dice: “Da qualche parte ho trovato la scritta: «Si prega di lasciare il luogo come si desidera trovarlo». Oh, se chi educa alla vita avesse nel parlare anche solo la metà dell'efficacia dei padroni d'albergo!
 
Studio Illegale. Un blog che è diventato un best seller letterario con 35mila copie vendute, sette ristampe. Per un esordiente che esperienza è stata? Non ti sei sentito in un certo senso travolto?
 
Studio Illegale è stato un piccolo prodigio, è un libro cui voglio molto bene, forse oggi lo scriverei in modo diverso, ci vedo un po’ di ingenuità, ma anche una vivacità che spesso mi pare difficile riuscire a ripetere. Dicevo, è stato un piccolo prodigio anche per come si è comportato, è cresciuto piano piano durante la scrittura, ed è cresciuto piano piano come “prodotto”, s’è conquistato i suoi lettori, ha avuto come una sorta di riservatezza, di circospezione, e questo, per uno che si affaccia in questo mondo, non può che essere una benedizione. Ovvio, tutti poi vorrebbero avere l’attenzione della critica, il nome ai primi posti in classifica o in calce agli editoriali dei quotidiani, ma quel tipo di pressione, quel dover rispondere agli altri, quello smarrimento che ne segue, è facile che si trasformi in qualcosa di molto simile a una gabbia. Studio Illegale magari non mi farà pagare gli affitti per i prossimi anni, ma mi ha dato la possibilità di metter giù delle basi, come primo libro di meglio non poteva offrirmi.
 
Come procede la trasposizione cinematografica?
 
Stiamo lavorando alla sceneggiatura, poi se le cose procedono come si spera a settembre cominceranno le riprese. Devo dire che le persone coinvolte si stanno dimostrando abili, appassionate, era qualcosa che non davo per scontato.
 
La gente che sta bene sempre edito da Marsilio è la tua seconda creatura. Dunque la satira sociale non è morta. Ce ne vuoi parlare?
 
“La gente che sta bene” è, a dispetto del titolo, la storia di un solo uomo, uno che mi pareva potesse essere un ottimo rappresentante di questa categoria molto vaga che è, appunto, la gente che sta bene. Giuseppe, come dice il risvolto di copertina, è uno che ha una famiglia ideale, un solido conto in banca, una carriera in ascesa, degli amici a cui farlo sapere. Mi pare renda bene il suo carattere, un uomo che più che stare bene, è impegnato a convincere gli altri che lui sta bene. In una frase che poi non ho messo nel libro, ad esempio dice: “È vero, ho un divorzio alle spalle ma dire matrimonio fallito, non mi piace, un punto di vista negativo, e non è questo il caso. Io preferisco parlare di una separazione ben riuscita.” Ecco, sta tutto lì, è infantile, vanesio, presuntuoso, eppure in qualche modo così indifeso, inadeguato, un personaggio che offre mille spunti comici, eppure quello che gli sta intorno è in realtà un alone tragico. Mi mette difficoltà parlare con misura, è un personaggio che amo.
 
Viviamo in un periodo di crisi, di recessione, le borse collassano, la disoccupazione aumenta, il titolo del tuo libro ha un sapore un po’ amaro. Per stare bene oggi quali sono le regole del gioco?
 
È difficile indicare una ricetta, si cerca, ognuno a modo suo, di stare a galla. Quello che, nel mio piccolo, ho capito è che c’è questa logica del fare che mi pare un po’ una truffa. Oggi abbiamo il governo “del fare”, un premier che “ha ottenuto i risultati che si prefiggeva”, che invita a darsi “obiettivi ambiziosi”. Anche in televisione ho notato spesso che nelle cosiddette arene, appena si muove una critica, c’è sempre quello che ribatte “ma tu che hai fatto nella vita? Che hai ottenuto?” E questo è il paese che, proprio per il “fare” non poteva fermarsi per la festa della sua unità. Allora mi viene in mente una canzone di Vecchioni, Cyrano, in cui si canta di quest’uomo che prestava le sue parole a un altro perché potesse avere la donna che entrambi, in modi diversi, amavano. Nell’ultima strofa della canzone è proprio Cristiano, il rivale, quello che “ha bagnato d’amore” Rossana, addirittura fino a “che non ha più nessuna voglia”, a dire: “Adesso non lo so, se ho vinto io oppure lui che ti sognava”. Ecco, la logica risultato/fallimento mi pare impedisca di cogliere una storia più ampia, e forse, alla fin fine, non rende davvero l’idea di cosa voglia dire “vincere”.
 
Questo umorismo un po’ sulfureo, caustico che caratterizza i tuoi libri, la tua scrittura, da chi l’ hai ereditato?
 
Credo sia figlio di tutta l’esperienza di una vita, di tutti quelli che hanno esercitato su di me quel potere più o meno oscuro del provocare una risata, siano essi amici, siano essi grandi personaggi come Troisi, Woody Allen, Bill Hicks, Altan, Antonio Rezza, ecc. L’umorismo, soprattutto quello più caustico, è la cifra che oggi sento più vicina quando si tratta di raccontare qualcosa, è la chiave con cui non solo riesco a trovare l’interesse di un possibile lettore, ma anche il mio interesse nel raccontare una storia.
 
Giuseppe Sobreroni fa tanta fatica per emergere per diventare tra virgolette di successo e poi basta un attimo e tutto crolla. Il successo è davvero un’entità così nebulosa e fragile? E’ ancora secondo te un valore per molti giovani?
 
Il successo mi pare oggi un concetto molto vago. Una volta, per dirla banalmente, si era di successo se si avevano i famosi soldi. Oggi mi sembra che il successo, come modalità, abbia invaso molti altri campi, è un po’ la seduzione dell’essere primo, in qualunque cosa si faccia, la seduzione del riconoscimento, della stima e dell’invidia altrui. È un incanto che probabilmente colpisce tutti, giovani e vecchi, bisognerebbe cercare di controllarne la declinazione. Ricordo che i greci parlavano dell’“invidia degli dei” che, di fronte a un uomo che raccoglieva un consenso, una gloria, un potere troppo forte, interveniva a correggere il corso degli eventi, colpendo quello stesso uomo che veniva privato dei suoi privilegi. Mi sembra che sia uno dei modi più belli con cui si è descritta la fragilità del successo.
 
Non so se hai letto Questa città che sanguina di Alex Preston ritratto della società materialistica contemporanea che un po’ mi ha fatto pensare al tuo libro. La felicità è ancora possibile nella nostra società? Quale è il segreto per conquistarla?
 
Credo proprio di sì, voglio crederlo. Di segreti non ce ne sono, ci ha provato anche uno come Bertrand Russell, nel suo “La conquista della felicità”, a indicare delle strade, ma di risultati certi non se ne hanno. Quello che io provo a fare è di non sedermi, di non accettare che le cose siano “così”, che se qualcosa non funziona in fondo vale la pena di provare a cambiarla, che se qualcosa al contrario ci appassiona vale la pena di provare a inseguirla, son insegnamenti ridicoli, me ne rendo conto, ma i miei momenti di felicità son venuti da questo.
 
Progetti per il futuro?
 
La speranza ora è che questo nuovo romanzo possa trovare il suo spazio tra i lettori, nei prossimi mesi poi finalizzeremo la sceneggiatura del film tratto da “Studio illegale”. Provare a dar vita a un terzo libro, il passo successivo.

:: Recensione di Via con me, Castle Freeman, (Marcos Y Marcos, 2011) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2011 by
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Una bella mattina d’inizio estate, in un ameno borgo rurale  tra i boschi del Vermont, una donna aspetta rintanata nella sua auto lo sceriffo del luogo. Lillian, un tipetto tosto, lunghi capelli scuri fino alle chiappe, cameriera di tavola calda, appena mollata dal fidanzato Kevin, che di punto in bianco ha pensato bene di sparire senza dare più notizie, ha un problema bello grosso di nome Blackway, un ex vicesceriffo con in ballo affarucci di droga che gli sono costati il licenziamento, grazie proprio alla testimonianza della donna.
Ora Lillian ha paura, sa che Blackway ha intenzione di fargliela pagare, e già ha iniziato a darle noia: un giorno è il vetro dell’auto che va in frantumi, un altro è la sua gattina Annabelle ad essere sgozzata sulla veranda di casa.
Prima che succeda il peggio Lillian decide di rivolgersi allo sceriffo Ripley Wingate, il quale nicchia , tentenna, dice che la legge può fare poco o niente. Non ci sono prove, non si può certo arrestare qualcuno per delle semplici supposizioni. Che mondo sarebbe? A chi piacerebbe vivere in un paese così senza legge? Perché non taglia la corda invece come ha già fatto il suo ex in un raro colpo di genio, perché non torna a casa sua?
Ma Lillian non ne vuole saperne. È Blackway che deve smetterla. Allora una soluzione forse ci sarebbe può sempre chiedere aiuto al vecchio Alonzo Boot, detto “Whizzer” da quando un incidente l’ ha costretto su una sedia a rotelle. Whizzer ha un cuore d’oro e una corte di amici, un tantino sciroccati, che bazzica la sua segheria, ormai in disuso che andava forte ai tempi della Guerra Civile.
Perchè non cerca un certo Scotty Cavanaugh, che ha un conto in sospeso con Blackway per una faccenda di pugni presi in una rissa una decina di anni prima e quasi certamente sarà felice di aiutarla.
Lillian infondo non ha niente da perdere, così si reca alla segheria e spiega i suoi guai a Whizzer e compagni. Scotty non c’è, ma al suo posto si offrono volontari Lester, un vecchietto pieno di risorse, e Nate il Grande, più intelligente di un cavallo ma meno di un trattore, ma grande e grosso e soprattutto un bravo ragazzo.
Con la benedizione di Whizzer i tre si mettono sulle tracce di Blackway e quello che succederà da quel momento in poi, fino all’imprevedibile finale ha il gusto di quelle ballate blues un po’ scanzonate un po’ inverosimili che i tagliaboschi cantano intorno al fuoco nelle serate d’ inverno.
Via con me di Castle Freeman  è sicuramente un piccolo capolavoro di arguzia e umorismo, giocato tutto sui dialoghi, graffianti, acuti, brillanti, dove mai una parola è fuori posto. Un romanzo corale per alcuni versi, in cui molte voci si alternano e si fondono in una sinfonia divertente e divertita.
C’ una bella ragazza in pericolo, due improbabili cavalieri senza macchia e senza paura (il Grande Nate per tutto il libro ripete: non ho paura di Blackway quasi a farsi coraggio), un cattivo, che definendolo un vero bastardo non ci si allontana tanto dal vero, un gruppo di allegri vecchietti che bevono birra ghiacciata tutto il santo giorno e spettegolano rinvangando il passato e creando un piacevole sottofondo da coro greco che si alterna alla narrazione principale.
Tutti gli ingredienti insomma da saga western, in bilico tra l’ affresco rurale e il canto epico medioevale;  non a caso l’autore dice di essersi ispirato a La morte di Artù di Thomas Malor.
Traduzione stupenda di Daniele Benati che ha saputo, con rara maetria, rendere la cadenza del linguaggio parlato in modo realistico e frizzante. Sebbene ambientato nel presente conserva un gusto retrospettivo davvero insolito, che riporta alla memoria le pagine di Faulkner e Steinbeck e con un pizzico di Cormac McCarthy. E per finire a colorire il tutto qualche momento di sana azione condita da un humor nerissimo, basta leggere il capitolo intitolato L’orecchio di Murdock, un racconto in sè che potrebbe vivere di vita propria.

Castle Freeman ha sempre amato la brevità. Saggi lampo, racconti lunghi un soffio, quattro romanzi sotto le duecento pagine.
La sua rubrica radiofonica – “The Farmer’s Calendar” – un almanacco dedicato agli agricoltori, dura due minuti. Nella sua casetta di legno di colore rosso acceso, nel Vermont, Freeman preferisce scrivere, riscrivere e limare finché di un testo non rimangono che le parole essenziali.
Ama i classici: legge e rilegge Twain, Joyce, Faulkner. Ha dichiarato che Via con me si ispira a La morte di Artù di Thomas Malory.

Daniele Benati, nato a Masone nel 1953, è scrittore e traduttore. Dopo aver insegnato in varie università in Irlanda e negli Stati Uniti, ha collaborato alla rivista «Il semplice» con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni, dove ha pubblicato racconti e traduzioni.
Sempre con Celati, ha curato Storie di solitari americani (Rizzoli, 2006), dove ha tradotto racconti di Mark Twain, Jack London, Sherwood Anderson, Ring Lardner, Delmore Schwartz e Flannery O’Connor. Ha anche tradotto opere di Flann O’Brien (La miseria in bocca; Il boccale traboccante; L’ardua vita, Cronache dublinesi), James Joyce (Gente di Dublino), Ring Lardner (Tagliando i capelli), Tony Cafferky (Storie di identità), e Seumas O’Kelly (La tomba del tessitore) e ha curato l’edizione americana di Carta canta, monologo teatrale di Raffaello Baldini (Einaudi, 2000). È inoltre l’autore di Silenzio in Emilia (Feltrinelli, 1997; Quodlibet, 2008) e Cani dell’Inferno (Feltrinelli, 2004) e delle Opere complete di Learco Pignagnoli (Aliberti Editore, 2006), che ha dato luogo a una serie di memorabili convegni-spettacolo in giro per l’Italia.

Source: inviato dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Cuore nazista di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

16 aprile 2011 by

Cuore nazistaDopo il felice esordio Il bambino della città ghiacciata lo svedese Olle Lonnaeus torna in libreria  con un nuovo thriller dal titolo forse un po’ sinistro Cuore nazista per raccontarci una storia di riscatto, amore paterno e vendetta in cui è difficile non parteggiare per lo sfigato e scalcagnato protagonista anche a dispetto delle circostanze. Vediamo in breve la trama. Il quarantacinquenne Mike Lorne Larsson è un povero diavolo a cui la vita non ha mai dato troppe possibilità. «Hai rubato due asciugabiancheria dalla lavanderia collettiva in un condominio di Föreningsgatan. È per questo che ti hanno messo dentro» gli dice ironica l’ispettrice incaricata della libertà vigilata il che la dice lunga sulla sua figura di ladruncolo di mezza tacca, e pure notevolmente sfortunato da farsi prendere, ubriaco fradicio, con le mani nel sacco mentre cerca di spingere su per le scale dello scantinato quella bizzarra refurtiva. Ma non ostante la più nera desolazione in cui immersa la sua vita qualcosa di buono anche Mike ce l’ ha, un figlio Robin, ormai adolescente, incazzoso e risentito per quel catorcio di padre che sembra non combinarne una giusta. Certo Mike non si può dire che sia il padre dell’anno, alcolizzato, rissoso, buona parte della vita trascorsa dietro le sbarre, un perdente incapace di tenersi una donna o un lavoro, ma per suo figlio ha intenzione di rimediare, ha intenzione di portarlo a vivere con se togliendolo dalla famiglia a cui l’ hanno dato in affidamento, ha intenzione di salvarlo dalle cattive compagnie che lo portano a compiere atti vandalici contro gli stranieri, ha intenzione di meritarsi la sua stima e il suo perdono. Così armato della più ostinata e sacrosanta buona volontà  appena messo il naso fuori dal carcere di Kirseberg a Malmo una giornata ottobrina fredda e limpida come la libertà medita il da farsi. Dragan uno jugoslavo con cui faceva pesi nella palestra del carcere, dentro per contrabbando di droga dalla Polonia, gli offre una possibilità, un lavoro onesto presso un’ impresa di autodemolizioni di cui è proprietario un certo Boris, un tizio con un sacco di grana guarda caso proprio di Tomelilla la sua città dove vive Robin. Troppo bello per essere vero? Manco per idea l’attività di sfascia carrozze è solo la copertura per traffici ben più loschi e redditizi e il povero Mike si trova volente o nolente a farne parte. Poi un giorno ciliegina sulla torta nella sua vita compare una donna Amela, una profuga bosniaca in cerca di vendetta,  e Mike come al solito ci ricasca e si ritrova ben presto in un vero e proprio mare di guai. Il bambino della città ghiacciata mi era piaciuto ma questo in un certo senso mi ha coinvolto anche di più. Innanzitutto ho apprezzato le forti iniezioni di ironia e sarcasmo che Lonnaeus ha distribuito con abbondanza. L’incipit è un puro concentrato di humour nero ed è una piacevole sorpresa in un genere che troppo spesso si prende mortalmente sul serio. Poi Lonnaeus scrive bene, non annoia, sa dosare azione e riflessioni morali e squarci di costume. La sua critica della società borghese svedese è pungente e spesso caustica e affronta con intelligenza temi anche dolorosi come il razzismo strisciante, la xenofobia, l‘esaltazione di correnti neonaziste che albergano all’interno di una società apparentemente moderna ed evoluta. Finalista al premio come miglior thriller svedese dell’anno non stento a credere che lo vincerà con facilità.

Cuore nazista di Olle Lonnaeus Newton Compton collana Nuova narrativa Newton, Titolo originale: Mike Larssons rymliga hjärta, Traduzione dallo svedese di Mattias Cocco,  2011, 327 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 12,90.

:: Recensione di Scrivere sceneggiature per il cinema e la tv di Francesco Spagnuolo

16 aprile 2011 by

2Tra i tanti manuali dedicati alla scrittura che crescono in Italia come funghi, e ce ne sono davvero tanti, più o meno scritti da persone competenti più o meno capaci di promettere ricette miracolose, ricordo che la Delos Books ha creato una collana curata da Franco Forte tra cui potrete trovare: Scrivere crime story a cura di Sue Grafton, Scrivere da professionisti di Stefano Di Marino già recensiti sulle nostre pagine e Il prontuario dello scrittore di Franco Forte.
Oltre a questi titoli è ora disponibile Scrivere sceneggiature per il cinema e la tv di Francesco Spagnuolo un manuale davvero prezioso per coloro che per la prima volta si avvicinano al mondo del cinema e della tv con dubbi, curiosità, a volte una valigia di sogni irrealizzabili, a volte idee distorte o decisamente sbagliate, è buffo per esempio pensare che c’è gente che confonde ancora il ruolo dello scenografo con quello dello sceneggiatore.
Ma non solo per loro, anche gli esperti della materia possono trovare stimolanti punti di vista di colleghi, spunti per aggiornarsi considerato che lo sceneggiatore è un mestiere in costante evoluzione ricco di insidie ma anche affascinante e entusiasmante come pochi.
Spagnuolo ha diviso il libro in due parti Scrivere per il cinema e Scrivere per la tv in cui raccoglie 12 interviste a addetti ai lavori ricche di informazioni, consigli, suggerimenti frutto della loro esperienza personale, pensate alla differenza tra teoria e pratica per capire quanto questa parte può risultare utile.
In conclusione nella parte denominata appendici tutto il know-how per svolgere questa determinata attività: Sindacati e associazioni di scrittori, le scuole di sceneggiatura divise per master e corsi di perfezionamento più un interessante parte dei percorsi di formazione nelle reti televisive degli Usa, riviste, libri e siti web, programmi di scrittura, concorsi e case di produzione, più un fac simile di contratto e l’appendice d in cui viene trattata dettagliatamente l’impaginazione della scena.
Tra gergo tecnico, spiegato con semplicità e immediatezza, e sano buon senso, potremo così conoscere risposte a domande come: Esistono esercizi utili per superare il blocco dello scrittore? Cosa cambia a livello di dialogo tra una scena di una soap opera e una scena di un film cinematografico? A proposito di Festival. Quali sono i più importanti in Italia a cui mandare il proprio lavoro? Per un italiano è possibile vendere sceneggiature in America?
Sergio Altieri, Giorgio Arlorio, Francesco Bruni, Barbara Petronio, Gino Ventriglia e gli altri risponderanno con solerzia di particolari e professionalità mettendoci anche in guardia dai falsi produttori, dalle false agenzie di spettacolo, dai quasi corsi di sceneggiatura, perché le insidie sono tante e non essere sprovveduti è la prima regola da seguire con impegno.

Scrivere sceneggiature per il cinema e la tv di Francesco Spagnuolo, Delos Book, collana i libri di Writers Magazine, 2010, pagine 225, brossura.

:: Recensione di Bunny Lake è scomparsa di Evelyn Piper a cura di Giulietta Iannone

14 aprile 2011 by

bunny lake è scomparsaPer chi avesse l’idea, o piuttosto il preconcetto, che il pulp sia un genere esclusivamente maschile, segnalo che anche le donne scrivono pulp e anzi iniziarono a farlo in tempi non sospetti, quando era ancora considerato scandaloso per una donna trattare temi scabrosi o anche solo dire la propria opinione.
Nella perbenista e puritana America degli anni ’50, conservatrice fino al midollo anche se apparentemente spregiudicata e progressista, Bunny Lake è scomparsa, pubblicato nel 1957 da Evelyn Piper pseudonimo di Marryam Modell ed ora edito in Italia nella collana I Mastini della Polillo editore, avrà avuto davvero l’effetto dirompente di una bomba a mano, soprattutto nell’ottuso cenacolo dei benpensanti che avevano concezioni tenacemente granitiche da applicare alla morale e alla cosiddetta virtù.
Innanzitutto la protagonista è una ragazza madre della provincia americana più bigotta determinata con le sue sole forze, e senza alle spalle una figura maschile protettrice e rassicurante, a crescere la sua bambina nella peccaminosa e cosmopolita New York.
Già questo basta a creare un effetto destabilizzante, poi sommateci che la bambina scompare e Blanche, questo è il nome della protagonista, si trova da sola, con tutta la città contro, a cercarla ed anche solo a dimostrare che Bunny esiste davvero e non è solo il parto della sua fantasia malata.
Il proto femminismo della Piper è più che manifesto, anzi è un valore aggiunto che dà alla narrazione il sapore di un’ impietosa fotografia d’epoca, un ritratto di costume davvero moderno, perdonatemi il termine, se considerate che dopo tutti questi anni, dal 1957 sono ormai passati più di cinquant’anni, lo scavo psicologico dei personaggi conserva un che di ancora attuale pur con qualche concessione al melodramma, dal fascino un po’ retrò, strettamente debitore del periodo.
I pericoli della grande metropoli occhieggiano per tutta la narrazione in bilico tra normalità e follia, tra un distorto concetto di amore materno e il genuino affetto che lega una madre ad una figlia.
La suspence ossessiva, martellante, cresce e si alimenta grazie ai dubbi che l’autrice riesce a mettere allo stesso lettore ignaro spettatore di un dramma psicologico giocato sui toni del reale e dell’irreale.
Tolta qualche ingenuità che allo smaliziato lettore di oggi può forse far sorridere, i meccanismi archetipi messi in moto dalla Piper sono micidiali e non a caso hanno ispirato numerosi libri e pellicole cinematografiche successive a partire dall’ omonimo Bunny Lake è scomparsa di Otto Preminger che seppure con soluzioni diverse riprende il tema della protagonista che non viene creduta e da sola deve lottare contro una città ostile per scoprire la verità.

:: Recensione de “I Giorni Oscuri” di Manel Loureiro a cura di Valentino G. Colapinto

14 aprile 2011 by

Loureiro_Apocalisse Z I giorni oscuriApocalisse Z – I Giorni Oscuri” di Manel Loureiro (trad. di Claudia Marinelli e Daniela Ruggiu): 340 pp. in brossura, prezzo di copertina €16,60 [Edizioni Nord, 2011].
 
Grazie alle Edizioni Nord, oggi 14 aprile arriva nelle librerie di tutta Italia “I Giorni Oscuri”, seguito del fortunato Apocalisse Z dello scrittore galiziano Manel Loureiro (Pontevedra, 1975), soprannominato lo Stephen King spagnolo.
I Giorni Oscuri comincia esattamente dove finiva Apocalisse Z, ossia coi quattro superstiti (un anonimo avvocato galiziano, il pilota ucraino Viktor Pritchenko, l’infermiera Suor Cecilia e la bellissima adolescente Lucìa) a bordo di un elicottero, mentre cercano disperatamente di raggiungere le Canarie – ultimo baluardo dell’umanità, ridotta in pochi mesi ai minimi termini da una pandemia che trasforma gli uomini in zombi antropofagi, proprio come nei film di George Romero.
Purtroppo per loro, le Canarie si riveleranno non essere affatto quel paradiso che sognavano. Certo, qui non ci sono morti viventi (o almeno così pare…), ma le isole sono sovraffollate, la benzina e i farmaci scarseggiano e per di più i sopravvissuti sono impegnati in una guerra civile senza senso tra repubblicani di Tenerife e monarchici di Gran Canaria.
In questo secondo romanzo Loureiro svela finalmente il segreto dell’epidemia zombesca, provocata dal TSJ, un virus a metà tra l’ebola e la rabbia, prodotto in laboratorio dai russi e liberato nell’atmosfera da una malaccorta incursione di terroristi islamici del Daghestan.
In virtù della loro esperienza di sopravvissuti, l’avvocato protagonista e Pritchenko sono obbligati a partecipare a una missione praticamente suicida: andare a Madrid per recuperare le scorte di farmaci ormai indispensabili.
Nel frattempo, suor Cecilia lotta tra la vita e la morte e Lucìa dovrà sfuggire alla furia omicida di un marinaio poco onesto, finendo per scatenare involontariamente la diffusione del virus TSJ anche a Tenerife.
I Giorni Oscuri ha una cinquantina di pagine in meno ed è decisamente più agile di Apocalisse Z, che dopo un inizio molto intrigante si dilungava in qualche prolissità di troppo.
Mentre nel primo romanzo, tutta la vicenda era narrata attraverso gli occhi dell’avvocato di Pontevedra, alter ego dell’autore, nei Giorni Oscuri Loureiro, sicuramente più a suo agio coi meccanismi narrativi, decide di osare, alternando la narrazione in prima persona dell’avvocato con quella in terza persona delle disavventure di Lucia, non tralasciando per qualche pagina di mostrarci anche la “visione del mondo” di un morto vivente.
Dopo il successo riscosso dalla sua opera prima, grande era l’attesa intorno al seguito, ma possiamo dire che non è andata affatto delusa.
I Giorni Oscuri è un romanzo molto godibile, che si legge in una notte o due, senza lasciare scampo né annoiare il lettore. Peccato per qualche inverosimiglianza della trama, che indebolisce un po’ la struttura narrativa, ma nel complesso Manel Loureiro si conferma un autore da seguire con attenzione, ennesima dimostrazione della vitalità artistica spagnola.
A questo punto aspettiamo il capitolo finale della trilogia, che sicuramente non si farà attendere troppo.
 
Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Pierpaolo Turitto

14 aprile 2011 by

Cover_memoria_destinoGrazie Pierpaolo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscirvere. Parlami di te. Descriviti come se fossi un personaggio di un tuo libro.
 
Pierpaolo è un quarantunenne, appassionato di giochi e per questo, alla metà degli anni che ha ora, ha lasciato un tranquillo posto in banca per aprire un negozio.
Il suo amore per la scrittura l’ha portato a collaborare con riviste dedicate ai videogiochi prima e a dirigerne una poi.
Oggi è un padre di famiglia che si divide tra il suo lavoro nutritivo (che gli dà da mangiare) e la scrittura.
 
Com’è nato in te l'amore per la scrittura?
 
Preferirei non inciampare in luoghi comuni ma sin da bambino scrivevo racconti brevi, amavo la corrispondenza con gli amici lontani e vicini. Perché non lo so, pensandoci bene non leggevo nemmeno molto.
 
Raccontami un episodio insolito, bizzarro dei tuoi esordi.
 

Nel mese di febbraio in una bellissima libreria romana gli amici del blog corpifreddi mi hanno accompagnato nelle mia prima presentazione.
Era un venerdì sera e il giorno seguente al mio posto sarebbe stato seduto Glenn Cooper.
I due libri presentati erano esposti in vetrina e sul bancone: La memoria del destino e La mappa del destino. Per assonanza e vicinanza qualcuno li ha comprati entrambi! Grazie Glenn!
 
Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Che libro stai leggendo attualmente?
 
Recentemente leggo più gialli e thriller ma la mia libreria è popolata di ogni genere. L’autore più presente è Benni, passione di gioventù. Poi c’è Hornby, Ammaniti, Carofiglio, Mastrocola, Cunningham, solo per citare quelli che vantano almeno una cinquina.
Attualmente ho iniziato il primo libro di Marco Malvaldi, sono pronti già gli altri tre. Prima di lui ho letto con piacere i quattro libri di Maurizio De Giovanni.
 
Parliamo del tuo libro La memoria del destino. Com’è nato? Da che idea, suggestione, ricordo si è generato?
 
Suggestione è il termine giusto. Ero al cinema che vedevo “La finestra di fronte” di Ozpetek e mi sono appassionato all’idea di scrivere una storia ambientata a Roma il 16 Ottobre del 1943, il triste giorno in cui oltre mille ebrei furono deportati dalla capitale.
Poi per supposta incapacità o traghettato da altre idee mi sono spostato al 23 Marzo dell’anno seguente (attentato partigiano di Via Rasella che portò all’eccidio delle Fosse Ardeatine) e di lì al suo anniversario sessanta anni dopo.
 
Come ti sei documentato per la stesura del romanzo? Preferisci frequentare biblioteche o fare ricerche su internet?  
 
Faccio entrambe le cose. Le biblioteche sono di certo più affascinanti, sfogliare non è come cliccare.
 

pierpaoloHai visitato tutti i luoghi di Roma presenti nel libro? La tua visione della città nasce da un esperienza diretta o filtrata per esempio dai racconti di uno scrittore, di un nonno, di un amico?
 
Sono stato in tutti i posti del romanzo e a dire il vero in tanti altri che poi ho scartato. E’ stata un’esperienza direttissima, emozionante e di incredibile accrescimento personale.
 
Passato e presente si intrecciano molto strettamente in La memoria del destino. Come l’ hai dosati nel tuo romanzo?
 
Il passato è motivo e ragione del presente. La memoria del primo è la causa del secondo, un po’ come vedere un tuono e attenderne il fragore.
La storia si svolge però tutta nel presente.
 
La memoria dopo tutto è la chiave che porterà alla soluzione del caso. Come ti è venuta l’idea di creare un espediente così insolito?
 
Ho pensato che ricordare e ricostruire sia la chiave della soluzione di ogni thriller, nel mio caso si deve ricordare e ricomporre ciò che è accaduto molti anni prima.
 
Come nasce la suspence nel tuo romanzo? Dall’intreccio, dai dialoghi, da particolari tecniche narrative, o è scaturita spontaneamente?
 
Il lettore credo che avverta pagina dopo pagina l’imminenza di un nuovo evento o la necessità di un nuovo tassello nel mosaico che si sta componendo. Il resto lo fa il ritmo, i personaggi corrono e con essi la narrazione. Se ho usato delle tecniche narrative non l’ho fatto in modo consapevole!
 
Come nascono i personaggi? Crei una scaletta con le caratteristiche salienti o si evolvono durante la narrazione? Ti è mai successo che un personaggio uscisse diciamo dalla carta e prendesse connotazioni sue proprie, magari diverse da come l’avevi immaginato all’inizio?
 
A dire il vero i miei personaggi sono un po’ sacrificati alla storia e a Roma che fagocita tutti coloro che corrono lungo le sue strade. Non sono mai delineati dalla testa ai piedi. Il lettore credo li conosca più per quello che pensano e provano che per come sono fatti fisicamente. Non sono ispirati a persone reali e come tali hanno una vita propria. Talvolta li immagino quando passo in un posto che ho utilizzato nel romanzo.
 
Tecnicamente come hai proceduto. Diverse stesure, una sola? Hai scritto un capitolo per volta rivedendolo prima di proseguire o hai proceduto a scrivere tutto in una volta per procedere solo dopo alla revisione?
 
Leggo ogni paragrafo alla sua conclusione e faccio lo stesso con il capitolo, sempre a voce alta. Ho fatto una sola stesura che ho corretto e rivisto decine di volte.
 
Il lavoro di editing è spesso lungo e impegnativo. Migliorare un testo è sempre possibile ma influire sul testo di un altro senza snaturarlo implica sensibilità, misura ed esperienza. Che esperienza è stata per te farlo revisionare da un editor?
 
Il testo è passato prima sotto le grinfie di un correttore di bozza severo e poi nelle mani di un editor che ha ritoccato pochissimo e ha sempre trovato la mia totale approvazione.  
 
Hai ricevuto proposte di traduzione per l’estero?
 
No e non credo che ne arriveranno. Forse per queste servirebbe un buon agente e/o un editore grande.
 
E cinematografiche? Se ne facessero un film chi ti immagineresti nel ruolo dei protagonisti?
 
Al momento no e su queste non escludo che possa accadere, qualche tentativo è in essere. Faccio troppa fatica a dare un volto ai protagonisti, non mi viene in mente nessuno.
 
La memoria del destino avrà un seguito?
 
Credo di no. Se me lo chiedessero esplicitamente con tanto di contratto di pubblicazione forse ci penserei su, ma al momento la storia è chiusa.
 
A cosa stai lavorando attualmente?

 
Sto scrivendo un nuovo romanzo la cui idea mi gira in testa da qualche anno. Non è un giallo ma più un’avventura con una strana coppia formata da un’anziana benestante e un extracomunitario musicista.

:: Recensione di La gabbia dei matti di Luca Rinarelli

13 aprile 2011 by

gabbiaIl periodo d’oro del noir sociale intriso di alti ideali forse un po’ utopistici ma nobilitati da profonde convinzioni ideologiche e umanitarie, a mio avviso ma prendete questa affermazione come un opinione del tutto personale, si colloca negli anni settanta e tra gli esponenti più significativi non posso non citare Jean-Patrick Manchette uno scrittore che fece dell’ impegno politico e civile la sua caratteristica predominante, come non pensare ad opere come Piovono morti e Piccolo blues. Più tardi negli anni ottanta e novanta fino ai giorni nostri autori per lo più francesi penso a Didier Daeninckx, Serge Quadruppani, Thierry Jonquet e Marc Villard, ma anche scandinavi e statunitensi hanno parlato di degrado delle periferie, di sfruttamento, di razzismo, di emarginazione, di antisemitismo. Il noir sociale è stato da sempre una delle declinazioni del noir che più mi hanno coinvolto per cui quando ho saputo che l’editrice Agenzia X affidandosi alla cura di uno scrittore come Matteo Di Giulio inaugurava la collana Inchiostro rosso dedicata appunto al noir di denuncia incentrato su temi scomodi come l’omofobia, il razzismo, il precariato, ho accolto la notizia con una forte carica di aspettativa e devo dire che il primo noir che ho letto di questa collana ha sicuramente superato brillantemente la prova. Di Luca Rinarelli ho avuto modo di leggere In perfetto orario che in un certo senso già conteneva una forte carica di critica sociale per cui non mi stupisco che Di Giulio abbia scelto proprio lui per inaugurare questa collana. Questa volta non ci sono killer venuti dall’est ne padri in cerca di giustizia ma sempre di giustizia si parla quella che vogliono ottenere con metodi più o meno ortodossi un gruppo di ragazzi con handicap mentali inseriti in un progetto riabilitativo, il loro tutor Marco, Daniela una collega della cooperativa di recupero e l’uomo forte del gruppo l’ex legionario Franco. Giuseppe uno dei ragazzi del gruppo è morto in circostanze sospette dopo un arresto. Caduto dalle scale mentre scappava dicono i poliziotti, ma Marco non ci crede. Sa che non è vero. Per obbligare i responsabili ad ammettere le proprie colpe Marco progetta di rapire il vicequestore Cagnazzo, affinché finalmente dica la verità. La confessione poi affidata a Youtube porterebbe finalmente giustizia e pace per la memoria dell’amico, questo almeno sperano in buona fede i ragazzi ma naturalmente non tutto andrà per il verso giusto fino al finale che  non vi anticipo anche se non è difficile da immaginare. Noir di denuncia nel più puro senso del termine, La gabbia di matti, parla di disagio, di marginalità, ma anche di amicizia, di senso di responsabilità, di solidarietà e pur nella sua drammaticità, casi reali che hanno sicuramente ispirato l’autore ce ne sono decisamente troppi, un rosario di nomi che scorrono nelle coscienze come una condanna, non è un noir cupo o pessimista. Anzi spinge a reagire, a non rassegnarsi agli abusi e alla violenza tanto generalizzata specie negli strati che per loro preciso compito dovrebbero arginarla. Ci si interroga, si riflette, si prova anche rabbia, Rinarelli è capace di coinvolgere il lettore nelle sue battaglie, e forte è il messaggio che le cose possono, anzi devono, cambiare perché Federico, Carlo, Stefano siano gli ultimi. Davvero gli ultimi.

:: Recensione di L’uomo di Berlino di Dan Vyleta (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 aprile 2011 by

L'uomo di BerlinoBerlino al termine della seconda guerra mondiale è una città di macerie e rovine. I suoi abitanti senza più meta, identità, vagano come spettri combattendo ogni giorno con il freddo, la fame, la disperazione, la borsa nera, le file davanti al macellaio con le tessere annonarie, camminando per le strade con carriole di detriti, con abiti non della propria misura, forse presi a coloro che sono morti. La guerra appena finita si protrae in una guerra non dichiarata, in un’ estenuante lotta per la sopravvivenza e nell’inverno del 1946, forse uno dei più freddi, Pavel Richter non fa che adeguarsi, lui e i suoi reni malandati, sempre in cerca di penicillina,  la sua casa piena di libri, il suo passaporto americano, il suo sapere 3 lingue, il suo non battere ciglio se gli puntano una pistola addosso. Pavel vive con un ragazzino di strada Anders, un orfano, sveglio, legato a lui da un rapporto padre-figlio, a cui ama leggere Dickens quasi per scusarsi, per farsi perdonare il suo essere un uomo solo, un vinto in un mondo alla deriva. Poi un giorno, senza preavviso, come a volte capitano le cose, un suo amico americano Boyd White, un piccolo delinquente, un protettore, che si arrabatta come tutti a Berlino con piccoli traffici, bussa alla sua porta con una richiesta di aiuto. Involontariamente ha ucciso un nano, almeno così dice, un pezzo grosso, lo si intuisce dai vestiti costosi, uno di quegli uomini che portano con sè una infinita serie  di guai. Pavel prende in consegna il cadavere, senza esitare, a un amico, a un ex compagno d’armi, non si rifiuta un favore quando ti chiede aiuto. E’ l’inizio di una complicata vicenda in cui nessuno è come appare. Chi è davvero Sonia, la donna che suona divinamente il pianoforte e per vivere concede il suo corpo al potente e spietato colonnello Fosko? Chi è Belle la prostituta amica di Boyd White a cui l’uomo dice di rivolgersi in caso di necessità ? Chi è davvero il morto, un innocuo personaggio senza nessuna importanza scambiato per un ufficiale russo o invece è un faccendiere tedesco senza scrupoli custode di un mistero per cui è facile morire, uno dei più pericolosi segreti dei nazisti? Ma soprattutto chi è Pavel? E’ davvero l’indifeso studioso che appare o nasconde un’altra identità, sfuggente, temibile e ambigua? In un gioco di spie che ricorda molto da vicino le atmosfere di opere celeberrime come Casablanca o il greeniano Il terzo uomo vediamo dipanarsi una vicenda decisamente complessa e piena di echi letterari. Raccontato in prima persona dall’ inglese Peterson, un occhio bendato, una pistola sotto il cappotto, factotum di Fosko, torturatore e all’occorrenza assassino, con un debole per Richter, L’uomo di Berlino è un romanzo robusto, singolare come opera prima di un ragazzo decisamente giovane ma che sembra padroneggiare alla perfezione i meccanismi della suspence  ed è capace soprattutto di imprimere una forza drammatica per alcuni versi anche impressionante addolcita da venature paradossalmente melò. La storia d’amore tra Sonia e Pavel imprevedibile, destinata a durare la lunghezza di un inverno, non scade mai nel patetico o nel melenso anzi arricchisce una trama di per sè molto cruda e dà un sapore agrodolce che si stempera nel finale in cui ogni cosa trova la sua soluzione. Forse non sarà il finale che preferiremmo, ma sicuramente è perfetto per i personaggi così come li ha creati l’autore.

L’ uomo di Berlino di Dan Vyleta, Longanesi, collana La Gaja Scienza, 2011, 360 pagine, rilegato, Titolo orginale Pavel and I, Traduttore Paola Merla, Prezzo di copertina Euro 18,60.

:: Recensione de “La città del sesso” di Leonardo Palmisano a cura di Valentino G. Colapinto

11 aprile 2011 by

palmisanoLa città del sesso. Dominazioni e prostituzioni fra immagine e corpo” di Leonardo Palmisano: 128 pp. ill. e rilegato, prezzo di copertina 15,00€, disponibile anche in formato epub a soli 2,99€ [CaratteriMobili, 2010].
 
Leonardo Palmisano(Bari, 1974), sociologo ed etnografo nonché romanziere (Trentaquattro, Il Grillo Editore 2010), è l’autore di un’indagine senza veli su un fenomeno oggi più che mai attuale: la prostituzione.
Il campo di ricerca è ristretto alla città di Bari, ultimamente al centro delle cronache per vicende di escort e scandali assortiti.
La città del sesso” è frutto di un grande lavoro di ricerca sul campo, che ha portato Palmisano a intervistare oltre cinquanta persone tra professioniste della prostituzione, protettori o clienti, di cui vengono riportati molti stralci.
Le prostitute sono divise per aree geografiche omogenee tra nigeriane, rumene-albanesi e sudamericane. Ne esce fuori uno spaccato crudo, privo di ogni malinteso pudore o romanticismo, che ci mostra la prostituzione per quello che è, ossia riduzione in schiavitù di esseri umani, la cui carne viene mercificata da sfruttatori senza scrupoli e clienti incapaci di una vita affettiva e sessuale soddisfacente.
Tra tutte le nigeriane sembrano trovarsi sul gradino più basso del mercato, sottoposte a ogni genere di abusi e spesso soggiogate anche psicologicamente dalla magia tribale delle “madame” (le protettrici, a loro volta ex prostitute, cui spetta fino al 60% dei guadagni).
A spingerle, come sempre, la miseria e il miraggio di un lavoro onesto e ben retribuito. Ma spesso sono le stesse famiglie a vendere le proprie figlie pur di sopravvivere.
Dopo un viaggio infernale, che prevede una sosta di parecchi mesi nei campi di lavoro forzato della Libia, quando le sventurate approdano in Italia, scoprono che la realtà è molto diversa dai loro sogni. Le aspetta una vita durissima, in cui il poco tempo libero viene impiegato essenzialmente per riposarsi, e priva di ogni integrazione nel tessuto sociale della città, in cui restano corpi alieni.
Sembrano più smaliziate, invece, le prostitute dell’est europeo, ben consapevoli di quello cui vanno incontro quando si trasferiscono in Italia, eppure spesso costrette a questo passo dai debiti familiari, da cui non di rado è impossibile affrancarsi, a causa di tassi usurai che non lasciano scampo.
Palmisano analizza anche il discusso mondo della prostituzione dell’alto bordo, in cui non è raro imbattersi in ragazze che esercitano la libera professione, affittando coi propri risparmi un appartamento in centro e procurandosi i clienti grazie ad annunci pubblicati sui giornali e sulla rete. Qui i prezzi salgono esponenzialmente ed è realmente possibile per una professionista accumulare finalmente un piccolo capitale, ma non ci si lasci ingannare. Dietro ogni escort c’è sempre una vita traumatica, spesso tragica, che ha costretto in un modo o nell’altro queste ragazze a scegliere un simile mestiere.
L’autore passa quindi ad analizzare il funzionamento del mercato del sesso, strettamente correlato a quello della droga (cocaina soprattutto). Figura chiave è diventata quella del ragazzo di buona famiglia ma con qualche vizietto di troppo, che per sdebitarsi si ritrova a fare da intermediario tra clienti danarosi e clan malavitosi, permettendo a questi ultimi di infiltrarsi in ambienti altrimenti inaccessibili.
L’indagine si conclude con un’interessante riflessione sull’influsso della pornografia online sui modelli di consumo della prostituzione.
Impreziosito dalla prefazione del noto semiologo Omar Calabrese e da un saggio finale del ricercatore di storia dell’arte Christian Caliandro, il libro di Palmisano unisce al rigore scientifico la scorrevolezza dell’inchiesta giornalistica, senza dimenticare l’ottima cura dei particolari e della veste grafica, cui Caratteri Mobili ci ha abituato.
 
Valentino G. Colapinto

:: Recensione di Assassini di sbirri di Frederick H. Fajardie (Aisara Edizioni 2011) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2011 by

1Me ne andrò a coltivare cavoli insieme a Francine e a Paic Lavatrice, lontano da questo disastro, lontano da quella che chiamano “felicità”.

Assassini di sbirri è il primo romanzo di Frédéric H. Fajardie scritto tra Mimizan e Parigi durante l’estate e l’ autunno del 1975. Breve e folgorante esordio di uno dei rappresentanti del cosiddetto neo polar francese, etichetta che si dice sia stata coniata da Jean Patrick Manchette per definire un vero e proprio punto di rottura sociale e letterario tra romanzo noir sociale e romanzo poliziesco e thriller tout court, Assassini di sbirri racchiude in sé tutti gli elementi che caratterizzano questo genere. Innanzitutto troviamo una forte critica sociale, un certo anarchico e sovversivo disincanto che fa da sfondo ad una storia in cui la violenza realistica e non mitigata da filtri emotivi e di intrattenimento acquista una valenza provocatoria e cattiva. La gente muore in questo romanzo, torturata, umiliata, colpita da armi di vario genere, le ferite vanno in cancrena, nello scontro a fuoco finale molto alla Apocalipse Now, anche i personaggi principali vengono colpiti da bombe molotov ed esplodono incendiandosi, o perdendo arti, crivellati di colpi, dilaniati. Spero con quanto detto di non dare una visione troppo cupa, del racconto perché così non è, un sottile umorismo e una satira feroce ci accompagnano per tutte le 125 pagine e in alcuni tratti l’umorismo tracima in vera e propria comicità, pensate solo alla descrizione pagina 101 di Padovani che va in casa della vecchia signora che lo crede un robivecchi e gli presenta la gondola di plastica da vendere. Ho riso con le lacrime agli occhi. La società e le forze di polizia vengono analizzate con occhio critico e nessuno sconto. Nella scena iniziale quando Padovani partecipa alla sua prima azione con ostaggi e riesce a parlare con l’uomo scatola di detersivo Paic, arrivando a farlo arrendere e a farsi consegnare l’arma, l’intervento ormai inutile e violento delle forze d’assalto che lo uccideranno provocando la rivolta del commissario e il suo scontro verbale con il superiore sono un esempio della critica di Fajardie contro arroganza e l’abuso del potere tema che occhieggia per tutto il libro anche se non arriverà mai a giustificare l’azione dei tre assassini di sbirri contro cui il protagonista si dibatte. Poi c’è Parigi come sfondo, la città con le sue strade, i suoi caffè, i suoi chioschi dei giornali, la sua periferia rumorosa in mezzo all’odore di cavoli e pollame, le grù, il cemento, i palazzi e le fabbriche. Infine emerge l’amore per gli emarginati. Il personaggio di Dugomier burp, il testimone, una via di mezzo tra gli ammutinati della Corazzata Potemkin e i barboni allucinati di Los Olvidados, strappa a Padovani un commovente e poetico elogio funebre sicuramente una pagina di alta letteratura. Raccontare più nel dettaglio la trama in questo caso mi sembra piuttosto superfluo, considerate che è un libro che si legge in poche ore e lascia un retrogusto un po’ amaro ma divertito. I giochi di parole sono tutti spiegati nelle note ed impreziosiscono uno stile  essenziale e secco, quasi tagliente e sincopato. Bellissimo. Spero che il bravo Giovanni Zucca a cui è affidata la traduzione possa tradurre altre opere di Fajardie, questa è la prima che leggo ma sono curiosa di leggere tutta serie di Padovani.

Assassini di sbirri di Frédéric H. Fajardie, Aisara Edizioni, Collana narrativa, Titolo origilane Tueurs de flics, Traduzione dal francese di Giovanni Zucca, pagine 125, brossura, Prezzo di copertina 14 Euro.