:: Intervista con Federico Baccomo alias Duchesne

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La-gente-che-sta-bene-201x300Benvenuto Federico su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ex avvocato, blogger, ora scrittore di successo. Iniziamo con una domanda facile facile che forse ti avranno già fatto in molti. Come è nato il tuo soprannome?
 
Nasce davvero per caso. Da blogger, per definizione, ci si investe di un soprannome. È il tipo di scelta che potrebbe portarti via settimane, una sorta di nuovo battesimo, non si può sbagliare, così per superare lo scoglio, ho pensato di farla breve e aprire un vocabolario di inglese alla rubrica dei nomi, ho preso il primo che m’è capitato, in alto sulla sinistra, questo “Duchesne”, mi pareva suonasse bene, l’ho adottato. Poi ho scoperto che era un cognome, neppure inglese. Non proprio il più edificante degli aneddoti.
 
Come è nato in te l'amore per la scrittura?
 
Uno dei libri cui mi capita di tornare più spesso è “La gioia di scrivere”, una raccolta dell’opera di quella poetessa magnifica che è la Szymborska. E ogni volta che la prendo in mano mi fa pensare a un servizio che vidi da bambino alla televisione, si parlava della Disney, mostrarono un disegnatore all’opera, buttò giù un rapido schizzo di Topolino, proprio una dozzina di tratti e uscì il muso, perfetto, che sembrava stampato. Son corso a prendere un foglio e una matita e ho provato a rifarlo, mi sembrava piuttosto semplice. Non era così. A leggere le poesie della Szymborska, la sensazione è la stessa, la meraviglia di quello che sembra bello e semplice, eppure è così difficile da ripetere, ci vuole un impegno, una dedizione, un sacrificio, un amore per tutta quella vita che riempie quelle pagine. Ecco, quando ho scoperto che quella fatica, quella dedizione, che prima mi bloccavano, sono semplicemente necessarie, la scrittura ha smesso di apparirmi un mestiere indomabile, ha cominciato a diventare l’esperienza appassionante che è ora.
 
Parlami dei tuoi esordi ti hanno mai offerto pubblicazioni a pagamento?
 
I miei primi tentativi di pubblicazione si persero nelle solite nebbie editoriali. Mandavo manoscritti, più o meno illeggibili, più o meno acerbi, e nel caso migliore mi ignoravano, nel peggiore mi spiegavano che “la mia opera non sarebbe stata restituita ma mandata al macero”. Non ho mai pensato di pagare per essere pubblicato, in quello forse c’era la mia professione d’avvocato a suggerirmi che certi meccanismi non erano poi molto limpidi. Poi gli anni son passati, e quando ormai avevo messo da parte ogni velleità, è arrivato il blog di Studio Illegale. A quel punto, è stato tutto un concatenarsi di eventi fortunati, il blog è stato notato da qualche editore, i primi a muoversi sono stati quelli di Marsilio, e nel giro di un paio di anni sbarcavo in libreria con un romanzo che per me rappresentava molto di più di un semplice esordio.
 
Hai letto Fahrenheit 451 dello scrittore americano Ray Bradbury? Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?
 
Ho letto e amato Fahrenheit 451. Questo tema del libro come manifestazione di libertà e scrigno di memoria, è una cosa cui ho pensato tempo fa, quando, a un matrimonio, mi sono trovato seduto davanti a un signore in pensione, sui settant’anni, che, via via che passavano i piatti in tavola, mi raccontava della sua passione per la pittura, della sua collezione di VHS, del suo amore per il cinema di Truffaut, della letteratura, del suo cane, di innumerevoli altri interessi, passioni. Poi, verso la fine della cena, mi ha confidato una sorta di dispiacere: tutto quel patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze, tirato su in quella che era davvero una vita intera, ora che aveva una certa età, tutto quel patrimonio, quando lui non ci sarebbe stato più, sarebbe semplicemente andato perduto, dissolto. E allora com’è possibile, mi ha chiesto, riuscire a trasmetterlo? E a me, come una sorta di consolazione, è tornato in mente quel principio secondo il quale, piuttosto che dare un pesce, è meglio insegnare a pescare, e insomma, ho detto, forse, invece di trasmettere qualcosa, è sufficiente comunicare la passione, la curiosità, in un certo senso la fame di sapere. Non era d’accordo, la questione non era così semplice. Ma, soprattutto, ha aggiunto, c’è anche da chiedersi a chi trasmetterlo quel patrimonio? E, purtroppo, in assenza di un figlio o di un nipote, anche questa domanda sembrava senza risposta. Ecco, proprio i libri potrebbero essere una di quelle possibili risposte, la possibilità di trasmettere un immenso patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze e, soprattutto, la possibilità di farlo nei confronti di un numero enorme di persone, ché, mi sembra di capire, non sempre dare un pesce è meno nobile che insegnare a pescare.
 
Parlami della tua città, la utilizzeresti come scenario per i tuoi libri?
 
Io sono nato a Milano quasi 33 anni fa e qui, alla fine, son sempre stato. È il fondale di entrambi i romanzi che ho scritto, e in entrambi i romanzi io la vedo come un personaggio vivo. In questo senso, è uno scenario splendido, contradditorio, ridicolo, dinamico, disperato. Milano è una città piena di buoni propositi che si sfracellano con la realtà dei fatti.
 
Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?
 
È una di quelle domande con cui si potrebbe riempire un pomeriggio. Tralasciando i nomi più grandi e noti, mi piace Borges, forse l’autore che più di ogni altro mi ha fatto capire quanto possa essere potente la fantasia, mi piacciono Golding e il suo Signore delle Mosche, Fitzgerald e il suo Grande Gatsby, Cain e il suo Postino che suona sempre due volte, tre romanzi diversissimi, ma vicini nel loro rappresentare la miseria, la sconfitta dell’uomo, che pure non crolla, e facendo un salto fino ad oggi farei il nome di Richard Powers, lo scrittore che oggi forse seguo con più attenzione.
 
Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?
 
Scrivo al computer. Trovarmi con una penna e un foglio mi blocca, è come se il mio cervello ormai ragionasse solo in termini di digitazione. E mi fa ridere pensare che è stato un sforzo di adattamento non da poco, ricordo che scrissi la tesi tutta a mano, ricopiandomela al PC solo al momento della consegna.
 
Credi nei valori politici o sei un disilluso come molti giovani?
 
Il punto, per quanto mi riguarda, è che non mi piacciono i politici in genere, e non parlo di idee buone o meno buone che possono portare avanti, non mi piace l’idea di qualcuno che, anche se animato da ottime intenzioni, in fondo sta cercando di ottenere quello che chiamiamo “potere”. Poi mi rendo conto che è un discorso forse qualunquista, sicuramente che non porta da nessuna parte, qualcuno che governi è necessario, però questa diciamo antipatia, un po’ mi impedisce di credere fino in fondo a queste persone e di conseguenza ai valori che proclamano.
 
Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?
 
Ho una particolare predilezione per i dialoghi, è forse l’unico talento che mi riconosco, quel tipo di orecchio, e se in tanti mi hanno detto che la scrittura dei dialoghi è l’aspetto più difficile di un romanzo, per me rappresenta quasi una scorciatoia. Poi, però, la verità è che bisogna cercare di capire cosa funziona in quel momento, in quello snodo, in quel passaggio, e allora ecco che diventa giusto descrivere un cielo, un gesto, un taglio d’occhi. Quello che mi guida è il pensiero della pazienza del lettore, non vorrei abusarne perdendomi in sovrabbondanze. Un grande scrittore come Franzen, ad esempio, uno che sa bene come costruire una frase, a pag. 333 de “Le correzioni”, ha scritto questa frase: “Aveva una faccia grande, con la pelle un po' ruvida, simile a quella del popolare attore italoamericano che una volta aveva impersonato un angelo e un'altra volta un ballerino da discoteca.” Franzen può chiederti quella pazienza, io se avessi scritto una parola più di “simile a John Travolta” mi sarei sentito di troppo.
 
Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sponsor, e lettori?
 
Non credo, forse conviene ascoltare il proprio fiuto, sia nei rapporti con gli altri, sia nei rapporti con la propria scrittura. Posso suggerire di affidarsi a persone e parole cui si crede, non è detto che le une o le altre non finiscano per tradirti, ma è quanto di meglio si possa fare per ridurre le delusioni e i rimpianti.
 
Cosa stai leggendo al momento?
 
“Soffocare” di Chuck Palahniuk e “A Bologna le bici erano come i cani” di Paolo Nori.
 
Ami la letteratura underground?
 
Non saprei dire bene cosa si intende per letteratura underground, però credo che oggi, anche se sembrano un po’ passati di moda, i blog possano essere ancora uno spazio per il talento non filtrato, quello più libero, e tra i blog, lo Sgargabonzi (http://sgargabonzi.leonardo.it/blog/), con la sua anarchia, la sua dirompenza, mi pare possa essere uno splendido esempio di letteratura underground.
 
Un aforisma, un proverbio che ti è caro.
 
Tra le centinaia che ha scritto, c’è un aforisma di Karl Kraus che m’è sempre parso parecchio efficace, dice: “Da qualche parte ho trovato la scritta: «Si prega di lasciare il luogo come si desidera trovarlo». Oh, se chi educa alla vita avesse nel parlare anche solo la metà dell'efficacia dei padroni d'albergo!
 
Studio Illegale. Un blog che è diventato un best seller letterario con 35mila copie vendute, sette ristampe. Per un esordiente che esperienza è stata? Non ti sei sentito in un certo senso travolto?
 
Studio Illegale è stato un piccolo prodigio, è un libro cui voglio molto bene, forse oggi lo scriverei in modo diverso, ci vedo un po’ di ingenuità, ma anche una vivacità che spesso mi pare difficile riuscire a ripetere. Dicevo, è stato un piccolo prodigio anche per come si è comportato, è cresciuto piano piano durante la scrittura, ed è cresciuto piano piano come “prodotto”, s’è conquistato i suoi lettori, ha avuto come una sorta di riservatezza, di circospezione, e questo, per uno che si affaccia in questo mondo, non può che essere una benedizione. Ovvio, tutti poi vorrebbero avere l’attenzione della critica, il nome ai primi posti in classifica o in calce agli editoriali dei quotidiani, ma quel tipo di pressione, quel dover rispondere agli altri, quello smarrimento che ne segue, è facile che si trasformi in qualcosa di molto simile a una gabbia. Studio Illegale magari non mi farà pagare gli affitti per i prossimi anni, ma mi ha dato la possibilità di metter giù delle basi, come primo libro di meglio non poteva offrirmi.
 
Come procede la trasposizione cinematografica?
 
Stiamo lavorando alla sceneggiatura, poi se le cose procedono come si spera a settembre cominceranno le riprese. Devo dire che le persone coinvolte si stanno dimostrando abili, appassionate, era qualcosa che non davo per scontato.
 
La gente che sta bene sempre edito da Marsilio è la tua seconda creatura. Dunque la satira sociale non è morta. Ce ne vuoi parlare?
 
“La gente che sta bene” è, a dispetto del titolo, la storia di un solo uomo, uno che mi pareva potesse essere un ottimo rappresentante di questa categoria molto vaga che è, appunto, la gente che sta bene. Giuseppe, come dice il risvolto di copertina, è uno che ha una famiglia ideale, un solido conto in banca, una carriera in ascesa, degli amici a cui farlo sapere. Mi pare renda bene il suo carattere, un uomo che più che stare bene, è impegnato a convincere gli altri che lui sta bene. In una frase che poi non ho messo nel libro, ad esempio dice: “È vero, ho un divorzio alle spalle ma dire matrimonio fallito, non mi piace, un punto di vista negativo, e non è questo il caso. Io preferisco parlare di una separazione ben riuscita.” Ecco, sta tutto lì, è infantile, vanesio, presuntuoso, eppure in qualche modo così indifeso, inadeguato, un personaggio che offre mille spunti comici, eppure quello che gli sta intorno è in realtà un alone tragico. Mi mette difficoltà parlare con misura, è un personaggio che amo.
 
Viviamo in un periodo di crisi, di recessione, le borse collassano, la disoccupazione aumenta, il titolo del tuo libro ha un sapore un po’ amaro. Per stare bene oggi quali sono le regole del gioco?
 
È difficile indicare una ricetta, si cerca, ognuno a modo suo, di stare a galla. Quello che, nel mio piccolo, ho capito è che c’è questa logica del fare che mi pare un po’ una truffa. Oggi abbiamo il governo “del fare”, un premier che “ha ottenuto i risultati che si prefiggeva”, che invita a darsi “obiettivi ambiziosi”. Anche in televisione ho notato spesso che nelle cosiddette arene, appena si muove una critica, c’è sempre quello che ribatte “ma tu che hai fatto nella vita? Che hai ottenuto?” E questo è il paese che, proprio per il “fare” non poteva fermarsi per la festa della sua unità. Allora mi viene in mente una canzone di Vecchioni, Cyrano, in cui si canta di quest’uomo che prestava le sue parole a un altro perché potesse avere la donna che entrambi, in modi diversi, amavano. Nell’ultima strofa della canzone è proprio Cristiano, il rivale, quello che “ha bagnato d’amore” Rossana, addirittura fino a “che non ha più nessuna voglia”, a dire: “Adesso non lo so, se ho vinto io oppure lui che ti sognava”. Ecco, la logica risultato/fallimento mi pare impedisca di cogliere una storia più ampia, e forse, alla fin fine, non rende davvero l’idea di cosa voglia dire “vincere”.
 
Questo umorismo un po’ sulfureo, caustico che caratterizza i tuoi libri, la tua scrittura, da chi l’ hai ereditato?
 
Credo sia figlio di tutta l’esperienza di una vita, di tutti quelli che hanno esercitato su di me quel potere più o meno oscuro del provocare una risata, siano essi amici, siano essi grandi personaggi come Troisi, Woody Allen, Bill Hicks, Altan, Antonio Rezza, ecc. L’umorismo, soprattutto quello più caustico, è la cifra che oggi sento più vicina quando si tratta di raccontare qualcosa, è la chiave con cui non solo riesco a trovare l’interesse di un possibile lettore, ma anche il mio interesse nel raccontare una storia.
 
Giuseppe Sobreroni fa tanta fatica per emergere per diventare tra virgolette di successo e poi basta un attimo e tutto crolla. Il successo è davvero un’entità così nebulosa e fragile? E’ ancora secondo te un valore per molti giovani?
 
Il successo mi pare oggi un concetto molto vago. Una volta, per dirla banalmente, si era di successo se si avevano i famosi soldi. Oggi mi sembra che il successo, come modalità, abbia invaso molti altri campi, è un po’ la seduzione dell’essere primo, in qualunque cosa si faccia, la seduzione del riconoscimento, della stima e dell’invidia altrui. È un incanto che probabilmente colpisce tutti, giovani e vecchi, bisognerebbe cercare di controllarne la declinazione. Ricordo che i greci parlavano dell’“invidia degli dei” che, di fronte a un uomo che raccoglieva un consenso, una gloria, un potere troppo forte, interveniva a correggere il corso degli eventi, colpendo quello stesso uomo che veniva privato dei suoi privilegi. Mi sembra che sia uno dei modi più belli con cui si è descritta la fragilità del successo.
 
Non so se hai letto Questa città che sanguina di Alex Preston ritratto della società materialistica contemporanea che un po’ mi ha fatto pensare al tuo libro. La felicità è ancora possibile nella nostra società? Quale è il segreto per conquistarla?
 
Credo proprio di sì, voglio crederlo. Di segreti non ce ne sono, ci ha provato anche uno come Bertrand Russell, nel suo “La conquista della felicità”, a indicare delle strade, ma di risultati certi non se ne hanno. Quello che io provo a fare è di non sedermi, di non accettare che le cose siano “così”, che se qualcosa non funziona in fondo vale la pena di provare a cambiarla, che se qualcosa al contrario ci appassiona vale la pena di provare a inseguirla, son insegnamenti ridicoli, me ne rendo conto, ma i miei momenti di felicità son venuti da questo.
 
Progetti per il futuro?
 
La speranza ora è che questo nuovo romanzo possa trovare il suo spazio tra i lettori, nei prossimi mesi poi finalizzeremo la sceneggiatura del film tratto da “Studio illegale”. Provare a dar vita a un terzo libro, il passo successivo.

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