:: Recensione de “L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Arona, Pascarella e Santoro

3 Maggio 2011 by

L_alba_zombie-617x937A cura di Valentino G. Colapinto

L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro: 266 pp. ill., prezzo di copertina €17 [Gargoyle Books, 2011].

Torniamo a parlare di zombi, un argomento quanto mai di attualità, questa volta con un saggio, sicuramente il più completo mai apparso finora in Italia. Non lasciatevi però ingannare dal titolo. L’Alba degli Zombie non è semplicemente un trattato sulla saga cinematografica dei morti viventi ideata da George Romero (New York, 1940). È anche questo, ma non solo.
Questo saggio, infatti, analizza l’argomento zombi praticamente da ogni angolazione ed è una vera miniera di curiosità, imperdibile per ogni appassionato dei morti viventi che si rispetti, ma intrigante anche per il neofita del genere. Per non parlare della chicca finale, costituita da un’intervista molto approfondita a George Romero in persona, e senza dimenticare il ricco apparato fotografico che lo correda.
Insomma, l’ennesimo imperdibile saggio cinematografico di Gargoyle Books, che dopo gli stupendi “The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo” e “Peter & Chris. I Dioscuri della notte” (dedicato a Peter Cushing e Christopher Lee), entrambi scritti dai bravissimi F. Pezzini e A. Tintori, continua a viziare i suoi lettori con un’opera davvero molto curata.
Frutto di un ottimo lavoro di gruppo, il libro si apre con una breve biografia di Romero a cura dello studioso e cultore romeriano Paolo Zelati, cui spetta anche il compito di chiudere il libro con l’intervista al vecchio George cui abbiamo già accennato.
Il saggio vero e proprio ha una struttura tripartita, con una prima sezione curata da Danilo Arona (Alessandria, 1950), sicuramente tra i più importanti scrittori e studiosi italiani dell’orrore, che si dedica a un’analisi molto approfondita e ricca di curiosità sul cinema di Romero, con puntate anche su altri film di zombi, precedenti o meno la “Dead Saga”, che conta fino ad oggi ormai ben cinque titoli: La notte dei morti viventi (1968), Zombi (1978), Il giorno degli zombi (1985), La terra dei morti viventi (2005), Le cronache dei morti viventi (2007) e L’isola dei sopravvissuti (2009).
Personalmente, ho trovato molto interessante scoprire gli ispiratori dei morti viventi (ben diversi dagli zombi haitiani e dagli body snatchers extraterrestri, che avevano imperversato nei decenni precedenti). Si sapeva di “Io sono leggenda” (sia il romanzo di Matheson del 1954 che la versione cinematografica di Ubaldo Ragona del 1964 con Vincent Price), ma quanti si ricordano di film come “Invisible Invaders-Assalto dallo spazio” (1957) o “The Plague of the Zombies-La lunga notte dell’orrore” (1966), alla base della mitologia romeriana?
Ancora più interessante, poi, conoscere le versioni originali dei film di Romero e i finali alternativi e mai filmati, in alcuni casi migliori di quelli che tutti conosciamo. Per dirne una, originariamente Il giorno degli zombi si doveva concludere con la fine della misteriosa resurrezione dei morti viventi, che sarebbe terminata così com’era cominciata. Senza alcuna spiegazione.
Arona è bravissimo nell’esplicitare il carattere rivoluzionario dei film di Romero, soprattutto del primo, La notte dei morti viventi, forse il più riuscito b-movie di sempre, che finalmente porta l’orrore nel mondo contemporaneo, svincolandolo dal gotico della Hammer e di Corman fino ad allora imperante, senza aver paura di scioccare lo spettatore con scene di un’efferatezza forse fino ad allora mai vista sullo schermo (per quanto attenuata da un bianco e nero dovuto essenzialmente a questioni di budget, ma poi rivelatosi scelta artistica azzeccatissima) e senza sentire il bisogno di spiegare le cause del risveglio dei morti, né di apporre un consolatorio happy end.
E poi si trattava del primo horror smaccatamente di sinistra: contro l’autorità, contro la famiglia, contro il razzismo (il protagonista è per la prima volta un afroamericano), contro la guerra (molti vi hanno visto riferimenti al Vietnam), autentico preludio al maggio francese e a quello che ne sarebbe seguito.
Seguono il lavoro di Arona “La città dei morti. Appunti per una filosofia politica degli zombie” di Giuliano Santoro (Alatri, 1976), giornalista e redattore del settimanale Carta, e “Dead Zone. Per una sociologia dell’era zombie” di Selene Pascarella (Taranto, 1977), anche lei giornalista e redattrice di Carta, nonché scrittrice.
Si tratta di analisi molto acute ed eclettiche, che sviscerano (mai termine fu più appropriato) gli zombi da moltissimi punti di vista differenti: storico, antropologico, linguistico, sociale, politico, letterario, perfino medico-scientifico.
Praticamente impossibile riassumerne la ricchezza di spunti in poche parole. Non resta che correre a procurarsi L’alba degli zombie prima che sia troppo tardi. Come annuncia Giacobbo, il 2012 è ormai alla porte e con esso l’apocalisse (zombie, ovviamente).

Valentino G. Colapinto

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:: I dodici segni di Lee Child (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2011 by

I dodici segniSebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
Creatore del celebre Jack Reacher, maggiore in congedo della polizia militare statunitense ed eroe suo malgrado sempre al centro di intricate vicende in bilico tra la spy story e il police procedural più classico, protagonista indiscusso di tutti i suoi romanzi, Child ha saputo dare vita ad un personaggio decisamente anticonvenzionale, non esattamente il classico eroe standard integrato nel sistema e paladino dei valori tipicamente americani: Dio, soldi, patria, famiglia.
Jack Reacher ha una sua personale idea di giustizia, lealtà e patriottismo, non ha nè casa nè famiglia e passa il suo tempo a vagabondare per le pericolose vie d’America con probabilmente solo in tasca i soldi della misera pensione.
I dodici segni da poco edito da Longanesi è la tredicesima avventura che lo vede protagonista e fa parte delle storie narrate in prima persona.
L’esordio è di quelli che lasciano il segno. Subito ci troviamo catapultati nel centro dell’azione. Jack Reacher nel suo vagabondaggio senza meta si ritrova a New York. Sono le due di notte e viaggia in un vagone semi deserto della metropolitana sulla linea 6, la linea locale di Lexington Avenue, direzione Uptown. Un altro sonnecchierebbe perso nei fatti propri, ma non Jack.
Sarà l’addestramento, l’istinto di conservazione, l’abitudine a guardare, non vedere, ad ascoltare, non sentire, come riflesso di un impulso naturale di sopravvivenza, Jack lascia vagare il suo sguardo e una donna attira la sua attenzione. Se ne sta seduta sul lato destro della carrozza, tutta sola nella panca più lontana. Bianca, sulla quarantina, bruttina, con i capelli neri tagliati con cura. Più la guarda e più gli torna alla mente l’elenco di indicatori comportamentali di dodici punti, se osservi un sospetto di sesso maschile, di undici se osservi un soggetto femminile, che il controspionaggio israeliano ha stilato per individuare un attentatore suicida, un kamikaze.
Jack sente di dover fare qualcosa. Si alza, raggiunge la donna e le parla spacciandosi per poliziotto. Ma all’improvviso succede l’inaspettato. La donna estrae una pistola e compie l’unico gesto che Jack non si sarebbe aspettato. Si punta l’arma alla gola e premendo il grilletto si fa saltare la testa.
Agenti di pattuglia del NYPD del turno di notte intervengono e il detective Theresa Lee inizia a raccogliere le testimonianze. Subito affronta Jack e quasi l’accusa di essersi avvicinato alla donna, di averla spinta oltre il limite, invitandolo a recarsi in centrale per stendere la deposizione. Jack non ha scelta e mentre si accinge a ripetere per l’ennesima volta come si sono svolti i fatti si accorge che qualcosa non torna. Il quinto passeggero presente sul vagone al momento del suicidio ufficialmente non esiste.
Poi ciliegina sulla torta la donna si chiamava Susan Mark ed era un’ impiegata del Pentagono così Jack si trova torchiato anche dagli agenti di una agenzia federale che iniziano a fargli strane domande: se conosceva la vittima, se conosceva una donna di nome Lisa Hoth, se la morta gli ha consegnato qualcosa.
Poi uscito dalla centrale un gruppo di uomini di certo ex militari e appartenenti alle forze dell’ordine si apprestano a fargli altre domande: cosa gli ha detto la donna, se ha mai pronunciato il nome di Lisa Hoth o di John Sansom, un deputato della Carolina del Nord che vuole diventare senatore.
Anche questa volta le cose non tornano. Troppa gente sembra sapere troppo. Forse un po’ influisce il senso di colpa, un po’ il desiderio di scoprire la verità, Jack decide di scoprire cosa è realmente successo.
Sarà l’inizio di una storia intricatissima, degna dei più avventurosi action thriller, con al centro terroristi sanguinari, ricatti e un segreto che se rivelato potrebbe aprire scenari inquietanti sul recente passato americano.
Lee Child conosce il segreto per tenere il lettore inchiodato alle pagine, per tutto il libro mi sono chiesta come sarebbe andata a finire la storia e quale fosse il motivo per cui Susan Mark avesse premuto quel grilletto.
Ho dovuto letteralmente costringermi a non andare a leggere le ultime pagine e lo sforzo è stato premiato. E’ una storia che coinvolge, scritta bene dosando suspence, colpi di scena e rivelazioni centellinate e non troppo irrealistiche anche se una punta di macchinosità è presente e viene stemperata dalla simpatia che riesce a ispirare il protagonista, un duro e puro come si suol dire.
Molti avrebbero insistito di più sulla possibile storia d’amore tra Theresa Lee e Jack, ma Child preferisce accennare ad un veloce mordi e fuggi giusto prima dell’adrenalinico finale, molto pulp.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Intervista con Tamara Deroma a cura di Elena Romanello: scrivere spaventi e fantasia

29 aprile 2011 by

DSCN9520Tamara Deroma, torinese, è un nome emergente nella letteratura di genere fantastico, con i due romanzi I sette demoni reggenti e Il portale oscuro, editi dalla Sabinae di Roma, che avranno presto un seguito.

Come mai hai scelto di raccontare una storia di genere horror?

Non definirei la mia saga solo un horror, quanto piuttosto un horror fantasy, e comunque questo è un genere che mi è sempre piaciuto, ho sempre avuto una grande attrazione per il macabro, l'oscuro, l'occulto, quello che non si riesce a spiegare. E in questo mi ha dato tanto anche la mia città, Torino, capitale della magia sia bianca che nera.

Come sei arrivata a far pubblicare il tuo romanzo?

Molto semplicemente raccogliendo informazioni su Internet sulle varie case editrici, in particolare su quelle che pubblicano esordienti e il genere di storie che scrivevo io. La Sabinae nasce come casa editrice specializzata in libri di di cinema, ma ha creduto nel mio romanzo e l'ha usato per lanciare la sua collana di letteratura di genere fantastico, Immaginarium.

Il fantasy e l'horror sono generi di moda: che ne pensi?

A me piacciono a prescindere, non seguo le mode. Adesso gli scaffali delle librerie sono pieni di romanzi di genere horror gothic, in particolare sui vampiri (io mi occupo invece di demoni!), molti dei quali sono stati ripescati da pubblicazioni di anni fa. Ho letto i romanzi della Meyer, io amo leggere, e penso che abbiano avuto il grande merito di avvicinare i giovanissimi alla lettura, ma l'horror vero, così come il gothic, è altro, per me la regina dell'horror resta Anne Rice. Penso che il problema di fondo di queste saghe sia quello di non diventare ripetitive, come è successo con la serie The vampire diaries di Lisa Jane Smith.

Perché hai scelto i demoni come protagonisti della tua saga?

Perché trovo da sempre la demonologia affascinante, e comunque il genere horror non è né deve essere solo vampiri e simili. Ho iniziato comunque a lavorare a questa storia nel 1999.

Quali sono i tuoi modelli come autori?

Ovviamente Anne Rice che ho già citato, ma anche Terry Brooks, non tanto per la sua celeberrima saga di Shannara ma per quella del Demone incarnato. Poi mi piacciono molto anche Stephen King, John Steakley, autore prematuramente scomparso di storie di vampiri, e tra i manga adoro Go Nagai, I cavalieri dello zodiaco e di più recenti ho apprezzato molto Death Note.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo il terzo libro della saga, poi ho tante altre idee, non solo horror fantasy, ma preferisco non parlarne per scaramanzia.

Che consiglio daresti agli autori esordienti?

Di tenere gli occhi molto aperti, l'editoria è un mondo di lupi e di squali, è facile incappare in una fregatura. Consiglio anche di essere umili, un rifiuto può capitare, sbagliatissimo è sparare a zero contro chi ce l'ha fatta. Soprattutto consiglio di stare alla larga da chi chiede soldi, in molti autori esordienti c'è purtroppo questa superbia di voler pubblicare a tutti i costi. E accettate i buoni consigli.
 
Il sito di Tamara Deroma è http://www.tamaraderoma.com
Elena Romanello

:: Recensione di Beastly di Alex Flinn a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2011 by

Beastly di Alex FlinnBeastly, uscito quest’autunno per l’Editrice Giunti, quinta fatica di Alex Flinn scrittrice statunitense specializzata in narrativa young adult, quella che per intenderci ha un target di lettori che vanno dai 14 ai 20 anni, si colloca in un mercato in netta crescita, non a caso molte case editrici dedicano collane apposite se non addirittura cataloghi in esclusiva. Gli adolescenti sono lettori forti, esigenti, selettivi ed è difficile che spendano i loro sudati risparmi per libri scadenti anche se la qualità è un parametro variabile anche nei generi più di moda. L’orda di vampiri, streghe, lupi mannari e quant’altro ancora ben aldilà dal retrocedere spesso è al centro di molte storie indirizzate a questa fascia di pubblico  e sebbene in alcuni casi ciò significhi prodotti scritti in serie, ripetitivi, a volte decisamente insulsi, nella ricca offerta ci sono anche lavori originali e ben costruiti. Bestseller in patria Beastly è anche diventato un film scritto e diretto da Daniel Barnz con protagonisti due divi emergenti Vanessa Hudgens e Alex Pettyfer e una consolidata beniamina, a patto che questo termine si usi ancora e non mi faccia apparire troppo matusa, come Mary Kate Olsen, che uscirà nelle sale italiane l’11 Maggio prodotto da CBS e annunciato come il successo cinematografico dell’anno per teenagers. La trama è conosciuta, l’autrice si è ispirata ad un classico della narrativa per l’infanzia, ad una delle fiabe più amate di tutti i tempi La Bella e la Bestia, fiaba che di per sé ha già ispirato almeno per quanto riguarda il binomio essere deforme -amore opere immortali come Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux, rivisitandolo e ambientandolo in una New York dei giorni nostri cinica e indifferente. Kyle Kingsbury e la lunga strada che porterà alla sua redenzione trasformandolo da odioso figlio di papà in persona sensibile e innamorata sono al centro di questo piacevole libro nel suo genere originale e riuscito. La morale è più che evidente, l’amore fa miracoli e riscatta anche le persone più ostili e refrattarie. Ma sicuramente ci sono anche piacevoli sorprese come il personaggio di Kendra, la strega che getta l’incantesimo che trasformerà il ragazzo in bestia, che poi tanto cattiva non è e regalerà un piccolo colpo di scena finale. Per chi volesse informazioni più precise sulla trama posso farne un breve riassunto. Kyle Kingsbury tipico rampollo dell’ upper class, è un ragazzo bello, viziato, egoista, educato senza madre da un padre assente e depositario di valori distorti  e cinici. Non amare mai altri oltre sé stesso sembra il suo mantra e Kyle impara fin troppo bene la lezione. Un giorno però l’oggetto dei suoi scherzi crudeli si rivela essere una strega che per punirlo gli lancia un incantesimo. Se entro due anni, due come i petali della rosa testimone di un suo raro gesto gentile, non riuscirà a trovare l’amore, resterà per sempre l’orribile bestia in cui è stato trasformato. Prigioniero della sua deformità e isolato in un palazzo di mattoni alla periferia di Brooklyne vede passare i giorni finchè un ladro non entra in casa e per salvarsi gli concede sua figlia. Conquistare il suo amore sarà la sua ultima occasione. Beastly ha parecchi pregi e qualche difetto ma in sostanza è una sorta di educazione sentimentale per adolescenti romantici che non hanno ancora smesso di credere alle favole a lieto fine e  all’amore con l’a maiuscola. Alex Flinn dal canto suo è una scrittrice dotata di sensibilità e affronta le tematiche care a quell’età complessa con la delicatezza di una sorella maggiore che adotta linguaggi e stati d’animo tipici dei suoi giovani lettori con realismo e partecipazione. E soprattutto è capace di coinvolgerli in riflessioni anche serie sulla solitudine, sul materialismo ed edonismo imperante, sul disagio di giovani spesso figli di famiglie divise. Non è un adulto che giudica, che si erge a paladino di valori ferrei e insindacabili, ma in un certo senso cerca di educare, di proporre modelli, di spiegare che l’apparenza, la bellezza fisica, sono solo qualità superficiali e sono ben altri i valori che contano. L’avvio è un po’ a lenta carburazione, ma superate le prime pagine la storia scorre fluida e senza intralci. Gli adulti forse sono caratterizzati un po’ troppo negativamente ma essendo in fondo una favola proietta e rappresenta anche la contrapposizione tra l’età adulta e l’adolescenza in cui per molti sarà facile riconoscersi.
L’autrice: Alex Flinn vive a Miami con il marito e le figlie adolescenti. Scrive dall’età di 5 anni e ha all’attivo 7 romanzi young adults compreso Beastly. Nel 2011 uscirà il suo nuovo romanzo Cloaked per i tipi di Harper Teen. 

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:: Intervista con Dan Vyleta a cura di Giulietta Iannone

27 aprile 2011 by

L'uomo di BerlinoSalve Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Figlio di rifugiati cechi emigrati in Germania alla fine del 1960, romanziere e storico canadese. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Vyleta? Punti di forza e di debolezza.

Punti di forza: mi piace stare sveglio tutta la notte a parlare con gli amici di libri, film, politica, bere (troppo) caffè e (troppo) vino, e camminare per la città sentendomi un tutt’uno con la città e con un gran senso di fratellanza per gli altri uomini …
Punti di debolezza: ho difficoltà a scendere dal letto il giorno dopo. E generalmente, la mattina non è il mio momento della giornata.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto in una zona industriale della Germania settentrionale. I miei genitori erano rifugiati politici provenienti dalla Cecoslovacchia ed è qui dove avevano trovato lavoro. In seguito sono andato in Inghilterra, a Cambridge, per studiare, e mi sono innamorato della lingua inglese (e anche di mia moglie!). Poi mi sono trasferito in Canada dopo anni di vita a Istanbul, Vienna, Berlino …

Quando hai capito che volevi essere uno scrittore?

Ho amato i libri sin da molto giovane. Mi ricordo che li razionavo così per non leggerli troppo in fretta: cercavo di leggere non più di cinquanta, ottanta pagine al giorno… E suppongo di aver sempre sognato di raccontare me stesso. Ma una cosa è sognare, un’ altra è sedersi al computer e trovare le parole per iniziare il primo capitolo. Una volta fatto questo, sono rimasto agganciato. Scrivere è come cucinare o fare musica. Tutti dovrebbero farlo.

Leggi altri autori contemporanei?

Sì. Ho letto un sacco di cose. Narrativa, romanzi gialli, racconti, fantascienza … Ma ho un amore speciale per la letteratura del XIX secolo: Dickens, Cechov, Tolstoj, Dumas, Conrad, Dostoevskij, Hugo, le sorelle Bronte. Penso che sia allora che il romanzo ha trovato la sua forma.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato fortunato a trovare un agente molto velocemente. Gli ho solo mandato il mio manoscritto per posta elettronica. Il suo assistente lo lesse e lo passò al suo capo… Ma c’era ancora un lungo cammino prima della pubblicazione. Si trattò di un lungo processo di nervo-demolizione. L’ultima settimana, quando ero in attesa che l’editore facesse un’offerta per il libro, ho preso un sacco di caffè corretti con brandy per tutto il pomeriggio…

Il tuo romanzo d’esordio L’uomo di Berlino (Pavel & I)  è ora tradotto in Italia da Paola Merla per Longanesi. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

E ‘una storia post-bellica, ambientata in quello che fu l’inverno più freddo che Berlino abbia conosciuto a memoria d’uomo. Il fatto è che tutti si aspettavano che il primo inverno dopo la guerra si trasformasse in una catastrofe umanitaria. Non c’era carbone per il riscaldamento. Ma l’inverno del ’45 fu relativamente mite. Così la gente pensò di avere un anno intero per ricostruire, sperando che il prossimo inverno non fosse così male. Ma poi l’inverno del ’46 iniziò, e Berlino era ancora in rovina. Le storia ruota attorno a tre personaggi principali: Pavel, un dimesso soldato americano che si rifiuta di tornare a casa; Anders, un giovane scugnizzo che ruba le cose e le vende al mercato nero, e Sonia, una donna tedesca che vive con un corrotto ufficiale inglese. Un uomo che stava cercando di vendere segreti ai russi viene ucciso. E così il trio di personaggi viene risucchiato in un vero e proprio complotto da Guerra Fredda …

Pensi che Il terzo uomo di Graham Greene abbia influenzato il tuo lavoro?

Amo molto la versione cinematografica de Il terzo uomo che  avevo visto tanti anni fa, ma in realtà il libro non mi ha influenzato molto finchè il mio editore non mi ha fatto notare le rassomiglianze – a questo punto ho letto il romanzo di Graham Greene. Amo il lavoro di Greene, in particolare il cuore della questione e il fattore umano, c’è qualcosa di incredibilmente sicuro nella sua prosa, e ha un orecchio meraviglioso per il dialogo.

Che tipo di film hanno influenzato il tuo lavoro. Germania Anno Zero di Rossellini?

Ho cercato di non guardare troppi film sul periodo che stavo descrivendo. Non volevo che la creatività di altri mi influenzasse troppo. Fu solo alla fine del processo di scrittura che ho cercato attivamente film sul periodo postbellico. Germania Anno zero di Rossellini ha lasciato una profonda impressione su di me, ed è stato gratificante vedere nella sua strada un lontano eco della mia stessa banda di ladri adolescenti.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Pavel Richter?

Tutti nel romanzo si innamorano di Pavel, a volte per motivi sorprendentemente insignificanti. Io personalmente amo Pavel moltissimo, e molti dei miei lettori mi hanno scritto per dirmi quanto anche loro si sentissero legati a lui. C’è qualcosa di delicato e nobile in lui: egli è un uomo giusto in un tempo corrotto. Mi piaceva l’idea di un uomo che apparisse inadatto alla sua età – un eroe di un romanzo ottocentesco incappato in una situazione del XX secolo.

Dimmi qualcosa del tuo personaggio femminile. Sonia è una sorta di dark lady? O è più simile a Ilsa Lund Laszlo di Casablanca?

Più che Ilsa, Sonia è una sopravvissuta. Per sopravvivere, ha dovuto cancellare le proprie emozioni e i propri ricordi. Tutto ciò che rimane in Sonia del periodo  pre-guerra è il suo amore per il pianoforte, è come se suonando Beethoven ciò le ricordi che, una volta, c’era una cosa chiamata civiltà. Quando incontra Pavel, si risveglia qualcosa in lei di cui diffida; lei lo percepisce come una minaccia.

Perché hai deciso di scrivere L’uomo di Berlino?

Non ho davvero deciso di scriverlo – in nessun momento mi sono seduto a pensare coscientemente, ‘Sai cosa, sarebbe una bella idea scrivere un romanzo post bellico ‘. Le prime pagine semplicemente si sono rovesciate su di me, e daallora  ho seguito la corrente ovunque mi stesse portando. Non mi piace l’idea di scrivere con la testa, si scrive con la pancia e si vede dove ciò ti porta. Se si è fortunati si finisce per scrivere un libro.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’uomo di Berlino?

Un anno e mezzo o giù di lì. Ma ci sono momenti, frasi, emozioni nel romanzo, che sono più vecchi del libro anche di cinque o dieci anni. Gli scrittori sono accaparratori. Ogni giorno,  si raccolgono detriti, sperando che un giorno si rivelino utili.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Dipende dai periodi. Al momento, posso solo scrivere grazie ai caffè. Così mi alzo, faccio colazione, raggiungo a piedi uno dei caffè che mi piacciono, trovo un tavolo, mi prendo una tazza grande di qualcosa di caldo, metto le mie cuffie su (ho ascoltato Beethoven per tutto  il periodo di scrittura di Pavel, e al momento ascolto Brahms) , e inizio a scrivere. Ho anche sempre con me un notebook e la mia penna preferita. Ogni volta che ho un’idea, la butto giù. Ho scritto un sacco di quaderni durante questi anni.

Ci sono attualmente progetti cinematografici legati al tuo libro? Dimmi il tuo cast ipotetico.

Ancora niente, anche se penso che si potrebbe fare un grande film. Avremmo bisogno di qualcuno tenebrosamente affascinante e intenso per il ruolo di Pavel, qualcuno come un giovanissimo Al Pacino. Non so: Cillian Murphy forse? E Marion Cotillard per Sonia? Philip Seymour Hoffman potrebbe fare un buon Fosko – se si radesse la testa!

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Günter Grass, Cormac McCarthy, Hilary Mantel, Pete Dexter, Julia Franck, Josef Skvorecky, Philip Pullman, William Gibson, Simon Armitage – l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Patrick Hamilton, Twenty Thousand Streets under the Sky del 1935. E ‘meraviglioso, un ritratto di una specie molto inglese di disperazione, triste e divertente allo stesso tempo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa  di divertente accaduto durante questi incontri.

Beh, è ​​lusinghiero essere al centro di tanta attenzione, e anche leggermente imbarazzante. Credo che molti scrittori siano persone molto riservate. Mi piace leggere in pubblico però: è bello incontrare i propri lettori. A volte sento che gli scrittori e gli editori – o gli scrittori e gli uomini di marketing – non capisco l’ un l’ altro. A volte vado a una festa in un luogo molto spettacolare – un bar alla moda, o un museo che è stato affittato per la serata – e tutte le persone del settore sono molto glamour e nel loro elemento – mentre gli scrittori invece se ne stanno rannicchiati in uno angolo, a bere drink e fare conversazioni tranquille l’uno con l’ altro. Comunque sono serate a volte anche molto divertenti.

Qual è il ruolo di Internet, nel tuo processo di scrittura, nella ricerca delle fonti  e nel marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Amo internet per diversi tipi di ragione, ma, per me, in realtà il processo di scrittura non cambia molto. Certo uso internet per cercare le cose, ma se proprio lo vuoi sapere  utilizzo ancora la biblioteca – o l’archivio. E ‘diverso per quanto riguarda il marketing. Qui Internet ha cambiato davvero le regole del gioco. Per quanto riguarda gli e-books penso che siano molto leggeri, maneggevoli, cool – ma  preferisco ancora i libri di carta. Io sono una persona tattile, mi piace la sensazione di una pagina stampata, e l’odore della carta e dell’inchiostro.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Ci sono tendenze, sensazioni, bestseller in più. Tutti gli editori sono alla ricerca dei prossimi Stieg Larsson: un libro che sarà un bestseller il  n. 1 in tutto il mondo. Ma per noi scrittori credo che non sia cambiato nulla. Dobbiamo ancora cercare di plasmare i sentimenti, le esperienze in parole, e scrivere il libro migliore che possiamo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ho un sito web www.danvyleta.com con notizie, pezzi di blog, copertine, recensioni ecc e i lettori possono scrivermi a danvyleta.website @ gmail.com

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio secondo romanzo, The Quiet Twin, è recentemente uscito in Canada, Regno Unito, e ora in Germania, e sono stato impegnato con i tour promozionali ma ogni volta che posso prendo un po’ di respiro, e  ora sto lavorando al follow-up!

:: Segnalazione: Le opere di Alda Teodorani in formato ebook grazie alla Kipple

26 aprile 2011 by

aldaPoco alla volta ma inesorabilmente anche in Italia si stanno affermando gli ebook. Sicuramente all’avanguardia in questo campo è la Kipple Officina Libraria, che presenta in esclusiva le pubblicazioni digitali di Alda Teodorani, dark lady del noir italiano.
Gli e-book (ePub senza drm) sono acquistabili sui maggiori portali di vendita on-line grazie alla Simplicissimus Book Farm (
http://www.simplicissimus.it/).
Ma i prezzi sono ancora più scontati sul sito Kipple, dove si trova il ricco “Angolo di Alda” (
http://www.kipple.it/index.php?route=product/category&path=107): un’intervista e biografia all’autrice e l’introduzione di Valerio Evangelisti a Belve sono liberamente scaricabili; altro materiale verrà aggiunto in seguito. Gli ebook di Organi e Belve sono in vendita a 5 euro.

:: Recensioni: Quando avevo undici anni e Capace di intendere e di volare AV

26 aprile 2011 by

Non è facile scrivere racconti. Spesso si immagina che un testo breve implichi minori difficoltà nella costruzione della trama, nella caratterizzazione dei personaggi, nella capacità di scrivere dialoghi realistici ed convincenti,  e invece a mio avviso si verifica l’esatto contrario. Il poco spazio fa si che sia indispensabile che l’autore abbia affinata la capacità anche tecnica di snellire le frasi troppo arzigogolate, di scarnificare, se mi si perdona il termine, la struttura narrativa. Perché un racconto sia efficace deve contenere una certa vita propria, una sorta di morale non necessariamente didascalica. Detto questo è sempre interessante vedere dei giovani, non solo anagraficamente parlando, cimentarsi nel genere, che per inciso amo molto. Cornell Woolrich, Raimond Chandler, Flannery O’Connor, Raymond Carver, Dorothy Parker, Katherine Mansfield, Vladimir Nabokov, Anton Cechov, Isaac Asimov, sono tra i miei preferiti ma come non citare Buzzati un maestro del racconto usato in molte scuole di scrittura come esempio tanto i suoi lavori sono  magistrali o Luigi Bernardi capace di illuminare il foglio con pochi tratti.  Ho letto due volumi di racconti entrambi editi da Giulio Perrone Editore e per la consequenzialità vi consiglio di leggerli entrambi Quando avevo undici anni e Capace di intendere e di volare. Il primo narra la fragile età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e il secondo il passaggio subito successivo dall’adolescenza alla maturità, per cui anche l’ordine di lettura è importante. Da segnalare anche che le raccolte sono nate da un originale connubio letteratura – internet, per dare visibilità agli scritti nati sul forum undiciparole http://undiciparole.forumfree.it un sito che ospita autori emergenti segnalatisi grazie alle iniziative editoriali promosse da Perrone Lab. Illustrazioni di copertina di Tiziana d’Este.  

quando avevo 11 anniQuando avevo undici anni

Autori rigorosamente in ordine di pubblicazione: Rosalia Messina, Maria Alberta Fiorino, Andrea Masotti, Trap, Giuseppe Pavich, Lucia Sallustio, Annamaria Trevale, Andrea Bonvicini, Ippolita Cassisa, Stefano Mascella, Alberto Caprara, Daniela Rindi, Giovanna Astori, Francesca Violi, Vanessa Banfi, Arianna Lattisi, Diego Di Dio.
 
Gli undici anni, un’età magica per certi versi, si guarda il mondo con occhi sgranati, occhi ancora innocenti ma già capaci di cogliere le contraddizioni della vita. Come non pensare ai fumetti letti con la pila elettrica sotto le lenzuola: L’uomo ragno, La cosa, L’incredibile Hulk, Dottor Strange, gli X-Men e Capitan America in costume bianco- rosso e blu con lo scudo che ricorda vagamente l’emblema della Cia che la mamma comunista di uno dei personaggi dei racconti assicura avesse preso parte al golpe cileno contro Allende a fianco di Pinochet.  E poi le feste di compleanno a casa dei compagni di scuola, la morte di Luigi Tenco che ha oscurato gli undici anni di chi visse qualche generazione fa, giocare a calcio in cortile fino a tardi, fino a che le madri non ricordano che ci sono i compiti da finire, e i primi turbamenti, i primi baci, i primi amori, teneri e commoventi anche se a volte crudeli. Andare a dormire dopo Carosello, le pagelle a fine anno, i discorsi politici dei grandi, la fine della scuola elementare e l’ingresso nella scuola media, i favolosi anni 60, le discussioni sulle Brigate Rosse. Le amicizie del cuore incrollabili e indimenticabili che neppure la lontananza e la separazione riesce ad incrinare, giocare a Subbuteo, le vacanze al mare con la famiglia, i fratelli e le sorelle maggiori, i tubetti di brillantini rubati nei negozi mentre il commesso è distratto, scrivere il diario a cui confidare i piccoli e grandi segreti, farsi schiumare a Carnevale con le bombolette di schiuma da barba, non al mentolo se no si diventa ciechi, la prima sigaretta fumata facendo attenzione che non arrivi nessuno, domandarsi che fine ha fatto Emanale Orlandi, la musica ascoltata con i walkman, andare al cinema a vedere Flashdance o il Tempo delle mele, e poi Videomusic, le vacanze in colonia, collezionare i peluche di Snoopy,  il primo reggiseno. Tenerezza, malinconia, un briciolo di crudeltà, un viaggio nella memoria insomma. E’ difficile dire quale sia il racconto migliore di questa raccolta, diversificati da tecniche narrative, linguaggi, contenuti differenti seppure a mio avviso una certa omogeneità e fluidità li caratterizza tutti. Se proprio dovessi sceglierne alcuni sarei guidata da criteri prettamente personali, quelli che mi hanno ricordato i miei undici anni sono forse Scusi signore di Andrea Masotti, Quando le bande non scalavano la hit parade di Trap, molto struggente e con un finale amaro Quando la luna perse il suo mistero, di Annamaria Trevale, il bellissimo I negri di Stefano Mascella con dialoghi in stretto romanesco e infine il tenerissimo Il coniglio di Francesca Violi.

Capace---sito-grandeCapace intendere e di volare

Autori rigorosamente in ordine di pubblicazione: Diego Di Dio, Solitaria, Andrea Masotti, Costantino Quarta, Alberto Caprara, Dirce Scarpello, Annamaria Trevale, Rosalia Messina, Arianna Lattisi, Trap, Lucia Sallustio, Annapaola Paparo, Vanessa Banfi, Stefano Mascella, Manola Mineo, Anna Rita Rappa, Lita Cassisa, Maria Alberta Fiorino, firulìfirulà.
 
Diventare adulti. Già sembra facile. Si diventa grandi quando si diventa autosufficienti, autonomi, si affronta la vita da soli senza la protezione di genitori chioccia, con un lavoro, una casa, una famiglia propri. Molti non diventano adulti mai neanche da vecchi, molti restano bambini almeno nell’animo, eterni Peter Pan con la voglia di sognare, di non farsi sommergere dai mille problemi del vivere quotidiano. Ma cosa caratterizza il passaggio dall’adolescenza alla maturità, dall’essere ragazzi a diventare uomini? Diciannove scrittori esordienti o quasi ci hanno provato a descrivere quel momento con risultati, buffi, commoventi, originali a volte anche bizzarri e spesso deliziosi. Diciannove brevi racconti di formazione, come si suole dire nei salotti impegnati. Una donna decide di riprendersi la sua vita dopo un matrimonio forzato con un uomo violento che non la ama. Una ragazza si trova sotto le macerie di un terremoto e ritrova tra i soccorritori il ragazzo con il quale chattava su internet. Un ragazzo da sempre considerato un inconcludente apre una pizzeria con un amico e si avvia verso l’indipendenza. Storie minime, di un minimalismo molto carveriano, delicate, accomunate da uno stile diretto e immediato, da una sobrietà linguistica mai sciatta o dimessa. Come nell’altra raccolta un po’ la lingua varia e le voci femminili e maschili si alternano dando un respiro corale e misurato. Alcuni racconti sono più incisivi, scavano nelle psicologie dei personaggi, altri privilegiano l’epoca, gli ambienti, l’affresco di un età di passaggio, su tutti prevale una prosa spoglia, semplice, un fraseggio essenziale, senza fronzoli o aggettivi e avverbi superflui. Si sente che sono stati curati, magari riscritti, limati, non lasciati al primo impulso dell’ispirazione. In alcuni certo ci sono ingenuità, che un autore professionista eluderebbe, ma d’altro canto proprio questa semplicità,  questa spontaneità conferisce un valore aggiunto molto spesso inesistente nei lavori troppo costruiti. In questa raccolta non mi sento di segnalare preferenze perché ho trovato più omogeneità e una certa difficoltà nell’immedesimarmi nelle storie, tutte hanno particolarità molto spiccate che è difficile non apprezzarli nel complesso. Forse il racconto che mi ha più turbato, se il termine un po’ retrò che uso può rendere bene l’idea, è sicuramente La schiava e l’imperatore di Diego Di Dio, dove una donna abusata, picchiata dal marito, diventa “adulta” per amore del figlio e da schiava si riappropria della sua libertà.

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:: Intervista con James Lee Burke a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2011 by

James_Lee_Burke

Salve Mr Burke. Grazie per aver accettato la mia nuova intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Alcuni anni fa ho avuto il piacere  di intervistarti e mi ricordo che era in assoluto la mia prima intervisita con uno scrittore. Raccontaci del tuo esordio. Che strada hai seguito per pubblicare? Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho finito di scrivere il mio primo romanzo edito, Half of Paradise, quando avevo ventitré anni. Poi mi ci sono voluti quattro anni per trovare un agente e un editore. Per me è sempre stato più facile scrivere che pubblicare.
Nel bel mezzo della mia carriera, ho passato trent’anni venendo pubblicato solo in tascabile. Il mio romanzoThe lost get back boogie è stato rifiutato 111 volte prima di essere pubblicato dalla Louisiana State Univerisity Press. Poi è stato candidato al Pulitzer.

Cosa sarebbe la tua vita senza letteratura?

Le arti e le lettere sono l’indice di civiltà di una società; non varrebbe proprio la pena di vivere in un mondo in cui non ci fossero. Le antiche pitture rupestri francesi dimostrano che persino le popolazioni più primitive riconoscevano all’arte un certo valore.

Prima di diventare scrittore a tempo pieno hai svolto varie mansioni, negli ambiti più diversi, dall’estrazione del petrolio al giornalismo, al lavoro nel sociale, e, negli anni ’80, hai insegnato scrittura creativa alla Wichita State University. Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Qualunque lavoro permetta di pagare l’affitto va bene per uno scrittore, certo, a patto che non lo allontani dalla scrittura.

Mi piacerebbe parlare del lavoro quotidiano dello scrittore. Ci descrivi una tua giornata tipo?

Lavoro sempre, dalla mattina alla sera, e a volte fino a notte inoltrata. È l’unico modo di lavorare che conosco.

Ho chiesto a tua figlia Alafair Burke di raccontarmi qualcosa di curioso su di te e lei mi ha risposto: “Ama gli animali. Lo chiamiamo Dottor Doolittle, come il personaggio che parla con gli animali nel libro per bambini”. Che mi racconti, tu, su di lei?

Alafair è la prima giallista della famiglia. Ha iniziato a scrivere polizieschi all’età di sette anni. Il suo primo racconto era intitolato Omicidi alla pista da pattinaggio.

Il personaggio di Robicheaux è stato portato sugli schermi due volte, interpretato prima da Alec Baldwin in Omicidio a New Orleans e poi da Tommy Lee Jones in In the electric mist. Hai visto i film? Quale dei due attori ti sembra più vicino al tuo Dave Robicheaux?

Ho molto apprezzato l’impegno profuso nell’adattamento cinematografico dei miei lavori. Il giudizio sulla riuscita, be’, quello lo lascio agli altri. Ma tutti i creativi coinvolti in entrambi i progetti erano davvero pieni di talento.

Paragoniamo i due personaggi di Dave Robicheaux e di Billy Bob Holland: in cosa si assomigliano, e in cosa, invece, differiscono?

Be’, direi che hanno gli stessi valori, ma rappresentano epoche diverse. Dave, come me, è nato durante la grande depressione. È un periodo storico che non si può comprendere fino in fondo, a meno che non lo si sia vissuto.

Mi è piaciuto molto Terra Violenta, primo romanzo della serie di Billy Bob Holland, premiato nel 1998 con l’Edgar Award. Tu che ne pensi?

Penso che Terra violenta sia uno dei miei romanzi migliori. Non ho mai capito come mai non abbia avuto tutto il successo di certi miei libri ambientati in Louisiana.

Parliamo ora, in generale, dei tuoi libri. Quali sono i tuoi preferiti?

Credo che i miei lavori più riusciti siano Rain Gods, Terra violenta, L’urlo del vento, White doves at morning eL’occhio del ciclone.

Il tuo stile è fortemente realistico, linguisticamente accurato e pieno di tensione drammatica. Pensi di essere stato influenzato da autori russi quali Sholokov e Chekov?

Ammiro i russi, ma no, non ne sono stato influenzato.

Che cosa ci dici di The glass Rainbow? Sarà il tuo ultimo Robicheaux?

The Glass Rainbow ha a che vedere con la fine di un’epoca e di una generazione. Il prossimo romanzo della serie si intitolerà Feast day of fools.

So che hai un bel numero di fan; com’è la tua relazione con i lettori?

Se è bello essere un artista, è grazie a tutta la gente che si incontra. Non c’è migliore ricompensa del sapere di aver regalato a qualcuno un certo piacere estetico.

Ti piace viaggiare per promuovere i tuoi libri?

Mia moglie e io abbiamo girato per quindici anni, poi abbiamo smesso. Certo, incontravamo un sacco di bella gente, ma toccavamo trentacinque città l’anno, e alla fine ho pensato fosse meglio allentare un po’ il ritmo.

In chiusura, una domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Il romanzo che sto scrivendo ora si chiama Creole Belle. Penso non sia niente male, ma mi sa che  non sono molto obbiettivo.

Grazie mille per avermi intervistato. Amo l’Italia, e spero di poterci tornare presto.

Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

:: Intervista con Marc Villard a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2011 by

medGrazie Monsieur Villard  di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci parli di lei. Poeta, romanziere, scrittore di racconti, sceneggiatore. Chi è Marc Villard?

Ho iniziato a scrivere poesie a 19 anni poiché il romanzo mi spaventava troppo. Ho creduto fosse più facile scrivere poesie, e nel corso di una decina di anni ho pubblicato diverse raccolte poetiche. Quando decisi di passare alla prosa scelsi il nero, il polar, perché ero un lettore di questo genere letterario. Mi sono reso conto in seguito che l’aver scritto poesie mi aveva abituato a scrivere breve e a snellire i miei testi. Di conseguenza, mi veniva più facile il racconto o la novella, che il romanzo. Quando pubblicai il mio primo romanzo, Juliet Berto, un’attrice francese, mi chiese una sceneggiatura (Neige). Mi interessava, il rigore della sceneggiatura. Oggi preferisco scrivere sceneggiature per i fumetti, piuttosto che per cinema e televisione, è un’atmosfera più amichevole anche a livello di relazioni. Penso quindi di poter dire che come scrittore mi trovo decisamente più a mio agio con i testi corti (romanzi compresi) che con quelli lunghi.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Io sono prima di tutto un lettore. È attraverso la lettura che mi è venuta voglia di scrivere. Con la poesia, mi sono impegnato, ma ho capito presto di avere un talento limitato. I miei primi amori di lettore sono stati Jean Giono, René Char, Emile Zola e Paul Eluard.

Ci parli del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha avuto molti rifiuti?

A 20 anni ho scritto una raccolta di poesie e l’ ho inviata ad alcuni editori. Me  l’hanno accettata quasi subito, ma mi chiedevano un contributo per la pubblicazione. Questa pratica era comune, all’epoca, ma lo è meno adesso. Il mio primo romanzo noir , Légitime démence non ebbe difficoltà a uscire, perché nel 1980 gli editori francesi cercavano questo tipo di libri: polizieschi socialmente e politicamente impegnati.

Frédéric H. Fajardie, con Manchette e Vautrin, è il creatore del néo-polar, il polar di critica sociale. Si sente vicino a questa scuola di pensiero?

Mi sentivo vicino a loro, ma ho capito subito che il discorso politico nella  fiction non faceva per me. Così dal secondo libro ho cambiato registro, lavorando di più sulla storia,  sui personaggi e sul dialogo, piuttosto che sul lato sociale. La sceneggiatura mi ha spinto a un maggior rigore nella costruzione.

Ci parli dei suoi libri: Légitime démence, Corvette de nuit, La Guitare de Bo Diddley,  Quand la ville mord.  Come presenterebbe i suoi libri a un lettore che non li avesse ancora letti ?

Légitime démence è una storia segnata dall’interesse che nutrivo negli anni Settanta per la Rote Armee Fraktion tedesca. È un libro molto radicale nelle idee, ma non è il massimo da un punto di vista letterario.
Corvette de nuit  è il romanzo che tutti vogliono scrivere agli esordi. Un ritorno all’adolescenza, la periferia della mia giovinezza, il rock e un certo distacco verso la vita. Si tratta di un ritorno alle origini, attraverso il fascino che suscita in un adulto un cantante del passato caduto in rovina.
La Guitare de  Bo Diddley nasce dall’attrazione che provavo per il film di Anthony Mann, Winchester 73, in cui un fucile passa di mano in mano,  seminando la morte. Volevo riprendere questo concetto, per adattarlo al nostro tempo e alla musica. La ‘protagonista’ quindi è una chitarra di Bo Diddley trovata nella periferia parigina, che sarà rubata, venduta e regalata. Questo espediente narrativo mi permette di parlare dell’ambiente del rock e di mettere l’accento sui personaggi che abitano i quartieri poveri di Parigi e la banlieue, soprattutto i consumatori di droga, visti come esseri umani e non come delinquenti.
Quand la ville mord riprende come ambiente il quartiere parigino di Barbès, che utilizzo spesso. Si tratta di una zona di forte immigrazione, molto colorata. Due africane sbarcano in Francia per fare fortuna, e si ritrovano a fare le prostitute per pagarsi l’aereo e dei documenti falsi. Una delle due uccide il suo protettore e deve fuggire per salvarsi la vita.

Che relazione c’è per lei tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

La memoria letteraria è ciò che mi guida. Non si può partire da zero. Il romanzo noir somiglia al jazz: ci sono molti standard di grande livello, spetta ai nuovi arrivati saperli trasformare per farne delle creazioni nuove. Bisogna quindi riconoscere che dipendiamo dal passato, ma anche essere in grado di andare oltre.

Ha letto altri autori contemporanei che l’hanno influenzata?

I primi polar che hanno lasciato un segno dentro di me sono i romanzi americani degli anni Cinquanta/Sessanta, scritti da autori di secondo piano: Harry Whittington, Steve Fischer, William O’Farrell, Day Keene… Ma poi mi hanno influenzato anche tanti altri autori, come Horace Mc Coy, Jean Patrick Manchette, James Ellroy, David Goodis, Tony Hillerman, Clark Howard

Mi parli della sua città. La utilizza come sfondo dei suoi libri?

Vivo a Parigi da quando avevo 19 anni e amo vivere in un contesto urbano. Adoro l’idea di poter uscire di casa e andare a vedere un film alle 9,30 del mattino, di  trovare  dei bar aperti all’una di notte, di scegliere un concerto tra una trentina di possibilità. Amo la folla anonima, la vita rumorosa, gli amici che posso incontrare con una corsa in metrò. Nei miei libri uso spesso due quartieri di Parigi, Barbès e Les Halles. Barbès è un quartiere in cui vivono molti immigrati, di tantissime nazionalità, che costituiscono il fascino del luogo. Non è difficile immaginarlo come sfondo in cui collocare una storia noir. A Les Halles invece ci vivo io, e sotto il  Forum des Halles ci sono molte linee della metropolitana e della RER, che hanno creato un sotterraneo adatto a chi vuole parlare dei segreti sepolti sotto la città. Ho anche intenzione di lavorare su una zona chiamata Château d’ Eau, in cui lavorano molti parrucchieri africani.

Che strumenti utilizza per scrivere? La penna, la macchina da scrivere, il computer?

Per anni ho scritto a mano, ribattendo poi tutto a macchina. Ma ora scrivo tutto al computer, anche le scalette. È molto più facile.

Crede nei valori politici o è un disilluso come molte persone?

Ho sempre votato a sinistra come la maggior parte degli scrittori della mia generazione, ma non ho mai militato in un partito politico. Come tanti, sono anch’io spaventato dall’ultra-liberismo, dal razzismo, dalla crescita dell’estrema destra. Tuttavia, quando vedo le rivolte africane in corso, mi dico che abbiamo molti debiti con questi paesi. Ciò che più mi ha colpito in questi ultimi anni è il modo orribile in cui trattiamo in Francia i sans papiers, i senza fissa dimora e le donne maltrattate.

Per quanto riguarda il lavoro narrativo preferisce scrivere la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o i dialoghi?

Il momento migliore è quando uno riflette sul libro. Qui, tutto è possibile e ogni giorno mi dico che scriverò un capolavoro. Poi però devo predisporre il progetto, il piano di lavoro e questo è meno divertente. La scrittura è interessante, e quello che mi affascina è la musica delle parole, e un certo modo di  scrivere a orecchio. Penso che la fonetica del testo sia importante, e questo è l’aspetto del lavoro di scrittura che mi appassiona di più. I dialoghi invece non mi pongono particolari problemi.

Un aforisma, un proverbio che le è caro.

Scrivo queste righe per debolezza.
Se fossi forte, non scriverei nulla.
Sarei il padrone dei
miei desideri e di  quelli degli altri.
Pierre Herbart.

Viviamo in un’ epoca di crisi, di recessione, la disoccupazione aumenta. Il noir è veramente la lingua dell’uomo contemporaneo?

Il noir è sempre stato una letteratura della crisi. Noi non scriviamo mica per dire che tutto va bene, che la vita è meravigliosa. Al contrario, scriviamo per dire ciò che c’è di sbagliato, ed è in questa letteratura, simile tutto sommato al giornalismo, che la società si riflette meglio.

Mi descriva la sua giornata di scrittore…

Mi alzo presto, faccio colazione e scrivo come faccio ora. Smetto a mezzogiorno e vado spesso a pranzo con amici. Nel pomeriggio faccio una passeggiata, per poi riprendere a lavorare verso le 18. La sera, leggo. Ascolto anche  tanta musica, ma non mentre scrivo. A volte al pomeriggio guardo un DVD, ma solo per divertimento.

Progetti di film tratti dai suoi libri?

Quand la ville mord sta per passare in televisione su Arte, e questa settimana devo vedere  un regista che sta lavorando a un cortometraggio tratto da uno dei miei racconti, intitolato L’ami de passage.

Quali sono i suoi autori preferiti?

John Fante, Kem Nunn, Allen Ginsberg, Valeria Parrella, Quim Monzò, Richard Lange, Raymond Carver, Pete Fromm, Niccolò Ammaniti, Pierre Autin-Grenier, Craig Davidson, David Lodge.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Le Signal (* il titolo originale è The Signal, del 2009) di Ron Carlson eTijuana Straits (*id., 2004 – entrambi i titoli sono inediti da noi, salvo errori) di Kem Nunn.

Come possono contattarla i suoi lettori?

Ho un sito-blog: www.marcvillard.net e i lettori a volte mi lasciano messaggi. Spesso sono bambini, perché ho scritto due libri per bambini. Inoltre partecipo a molti festival letterari che si tengono in Francia, a presentazioni e incontri sia nelle librerie che nelle biblioteche, tutte occasioni per conoscere i miei lettori. Mi piacciono i dibattiti e sono decisamente uno scrittore che non sta fermo (sto per partire per Tangeri).

Infine, nel salutarla e ringraziarla per la sua disponibilità, l’ultima domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho completato un romanzo di 120 pagine intitolato Branchés à la source, in cui diversi destini si incrociano, a Barbès, intorno all’assassinio di una professoressa di disegno. E sto finendo un albo a fumetti insieme a Jean-Philippe Peyraud,  per l’editore Glénat..

:: Recensione di Missione in Alaska di Mykle Hansen a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2011 by

1Merda. Dovrò anche cambiare lo pneumatico. Ma posso fare anche quello. Marv Pushkin può farlo. Marv Pushkin può fare tutto, perché è in armonia con l’universo. Marv Pushkin trionfa. Sempre.

Marv Pushkin, uno yuppie come si diceva qualche anno fa,  maschio, bianco, americano, manager di successo, giovane, bello, sexy, ricco, griffatissimo dalla calza alla mutanda, piace alle donne, cazzo, chiedete a Marcia del Controllo Prodotti, una sventola da paura, un sollazzo per il suo Walter, pensa bene che per accrescere ancora di più il suo potere, per contare di più all’interno dell’azienda, per fare parte della ristretta enclave dei dirigenti che contano, quelli per intenderci che per consolidare il loro affiatamento vanno in Tailandia in gita premio a sniffare e scopare come conigli, cosa c’è di meglio che esibire una testa d’orso impagliata nel suo super accessoriato ufficio e così carico di adrenalina e testosterone a mille organizza lui e la sua squadra una battuta in Alaska a caccia del prezioso Orso bruno americano. Direte voi che c’è di male? Sana avventura, contatto con la natura, gioco di squadra, il non plus ultra delle più moderne tecniche per motivare un team. Bene, diciamo che non tutto va esattamente come previsto e il nostro eroe si ritrova incastrato sotto il suo Suv, dannato cric, con i piedi in balia del concupito orso, che da orso cosa può fare se non mangiarglieli sgranocchiando cartilagini, tendini, ossa e compagnia cantando. Pensate che il nostro Pushkin si demoralizzi, niente affatto. Marv Pushkin sa che arriveranno i soccorsi, sa che l’elicottero  del Search e Rescue atterrerà e lo toglierà dai guai e poi due piedi bionici e via verso il suo luminoso futuro. Apoteosi del grottesco, allucinato e dissacrante ritratto dell’uomo medio americano, intossicato di consumismo, di gadget, di antidolorifici, figlio del Pensiero Positivo, dell’ottimismo a tutti costi Missione in Alaska di Mykle Hansen edito in Italia da Meridiano Zero e tradotto con una sorta di allegra e stralunata complicità da Francesco Francis è decisamente un libro surreale, ogni pagina contiene dosi di bizzarro umorismo capace di strappare tutta la vasta gamma di  manifestazione di piacere dalla ghignata sommessa alla risata sperticata. Hansen sicuramente è un tipaccio, su nelle foreste dell’Oregon a Portland dove vive ne avrà visti di Marv Pushkin, vestiti a capo a piedi in tuta mimetica di Ralph Lauren, affrontare una battuta di caccia o una seduta di pesca al salmone e da cosa nasce cosa, l’umorismo è contagioso e straripa nel ridicolo di un mondo, di una società senza più anima, in cui la superficialità, il gretto materialismo, la stupidità esibita come uno status sociale, fanno i loro danni e portano le loro funeste e tragicomiche conseguenze. Hansen è cattivo, sporco, scorretto e geniale e lascia al lettore la consapevolezza che se ci sono davvero persone come Marv Pushkin, si può ancora ridere, che un’ autentica risata è l’unico antidoto che ci rimane, prima della catastrofe.

Mykle Hansen, scrittore e performer specializzato in narrativa surreale e satirica, vive a Portland, nell’Oregon, ed è il brillante autore di romanzi culto come Eyeheart Everything, Rampaging F*ckers of Everything in the Crazy Shitting Planet of the Vomit Atmosphere (Wonderland Book Award 2008).
È inoltre musicista, batterista, programmatore informatico, scultore, falegname, ciclista, cultore delle arti marziali, nonché amante del tofu alla piastra.

:: Recensione di Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2011) a cura di Giulietta Iannone

21 aprile 2011 by

imagesCi sono più cose in cielo e in terra che in un rapporto su un caso di omicidio.

Il Maestro Operaio Huang, mentre fa jogging alle prime luci dell’alba in una Shanghai invernale e oscura, si guarda intorno disarmato, tutto sta cambiando intorno a lui: dove sono finite le vecchie biciclette simbolo di uguaglianza e di efficienza?, ora i clacson delle auto strombazzano all’impazzata ad ogni ora del giorno e della notte, mentre nel cielo gli scheletri di alte grù sono all’opera nei nuovi cantieri dove si costruiscono gli ennesimi complessi residenziali per nuovi ricchi.
Poco più lontano, la sua vecchia casa in stile shikumen, dove aveva abitato assieme a un’altra dozzina di famiglie di operai, stava per essere rasa al suolo per far posto a un grattacielo.
Ormai sono i ruggenti anni Novanta, tempi nuovi di trasformazione: nei chioschi si vendono bibite dai nomi stranieri Coca Cola, Pepsi Cola, Sprite.  La Cina socialista è finita in mano ai cani capitalisti come dicono i ritornelli delle canzoncine alla moda. E Huang ormai settantenne anche se ancora in buona salute è un rudere, un sopravvissuto. Sono finiti i tempi gloriosi in cui era considerato un Lavoratore Modello, o un membro autorevole di una Squadra di Propaganda del Pensiero di Mao Zedong durante la Rivoluzione Culturale. Ora non è più nient’altro che un pensionato di un’acciaieria statale sull’orlo della bancarotta.
Mentre corre borbottando tra sé scopre il cadavere abbandonato di una ragazza e la cosa che lo colpisce di più è l’abito che indossa in stile mandarino: un qipao rosso simbolo un tempo di borghese decadenza e ora di gran moda tra i ricchi della città. Huang non ha dubbi non può che essere l’opera di un maniaco sessuale, l’ assassino del qipao rosso.
Dopo il primo ritrovamento altre ragazze vengono uccise e abbandonate negli angoli più trafficati della città con indosso quell’insolito abbigliamento e ben presto lo spettro del serial killer inizia a ingrandirsi inquietante nelle menti sovreccitate dei responsabili politici e degli alti papaveri della polizia.
Il caso viene affidato in tutta fretta alla squadra casi speciali  e chi se non l’ispettore capo Chen Cao del Dipartimento di polizia di Shanghai può far luce sull’inquietante mistero che sembra compromettere il buon nome stesso del Partito.
Chen accetta ma a malincuore, infondo lui amerebbe di più occuparsi di letteratura e conseguire il suo master in santa pace, ma non ha alternativa. Sfuggito per un pelo ad un caso spinoso di corruzione non ha altra scelta che trovare il colpevole prima che uccida ancora e per farlo dovrà rinvangare il passato, e far luce sugli episodi più buoi e controversi della Rivoluzione Culturale dove tutto sembra avere avuto inizio.
Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong, quinto libro della serie dell’ispettore Chen Cao, è un classico police procedural incentrato sulla figura dell’ispettore protagonista e impreziosito da un’accurata analisi politica e sociologica della Cina contemporanea.
Un romanzo impegnato per certi versi che l’autore dedica al fratello Xiaowei: A mio fratello Xiaowei se non avessi avuto fortuna, ciò che accadde a lui durante la Rivoluzione Culturale sarebbe potuto capitare a me.
Attento ai dettagli e alla consequenzialità degli eventi Xiaolong affida alla deduzione e all’intuito del personaggio principale e della sua squadra la risoluzione del caso concentrando tutto nel finale per certi versi drammatico anche se è più che evidente già a metà del libro il colpevole. Questo sicuramente allenta la suspence che non sembra l’obbiettivo primario dell’autore più attento invece ad analizzare le motivazioni psicologiche dei personaggi, soprattutto del colpevole visto a sua volta più come una vittima che un efferato assassino.
Ciò che conta davvero per l’autore è tratteggiare i cambiamenti avvenuti nella società cinese, denunciarne i mali come la corruzione endemica soprattutto politica, la mancanza di etica dei nuovi ricchi disposti a tutto per il dio denaro, l’incapacità di un’ onesta e obbiettiva revisione storica della Rivoluzione Culturale.
Non manca infine un certo lirismo tipicamente orientale asciutto e non sentimentale che lascia il lettore piacevolmente affascinato.
Consigliato a chi ama i polizieschi classici e soprattutto la Cina, ne emerge un suo ritratto fedele e realistico ma anche pieno di struggente bellezza.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Niente, tranne la pioggia di Sergio Paoli

20 aprile 2011 by

niente–  Sto seguendo un caso.
–  Ah, beh, certo! Un caso. Il caso del vendicatore solitario che se ne fotte di tutto e di tutti e indaga per conto suo. Il tipico sbirro romantico e sfigato dei romanzi noir che gira solo nelle notti scure e piovose e combatte contro una società cattiva all’insaputa dei suoi superiori, che sono ancora più malvagi, e di tutto il resto del mondo, compresa me. Senza contare le cospirazioni in corso, ovvio. Per la “Giustizia”, immagino.  

 
Niente, tranne la pioggia terzo romanzo di Sergio Paoli, uscito l’11 aprile per Todaro Editore è decisamente un libro atipico, sconvolgente per certi versi, decisamente controcorrente nel buonismo dilagante che ha contagiato anche molto noir o pseudo noir. Innanzitutto tratta un tema già di per sé scomodo il trafficking  il commercio illegale  di esseri umani per i più rivoltanti fini dalla schiavitù, allo sfruttamento sessuale, al rapimento per trapianti di organi, al lavoro nero e non lo fa un modo edulcorato o attenuato. Ne mostra anzi i lati più violenti e inumani senza paura di turbare l’eccessiva sensibilità di chi si trincera dietro un opportunismo ipocrita e perbenista convinto che cose simili non possano realmente succedere nel nostro civilizzato e prosperoso nord. E invece le organizzazioni criminali di stampo mafioso ormai infiltratesi agevolmente in Lombardia prosperano grazie ai loro traffici illeciti dal contrabbando di droga, al riciclaggio, alla tratta appunto delle ragazze dell’est e soprattutto magari affidano il lavoro sporco a bende di slavi più o meno disperati, ma i mandanti, le teste pensanti sono altrove, seduti nelle comode poltrone dirigenziali di banche compiacenti o industrie magari quotate in borsa. Il mondo della criminalità sta cambiando i nuovi capi mafia magari hanno master alla Bocconi e partecipazioni azionarie ufficialmente pulite. E l’allarme non solo è dato da Roberto Saviano ma anche dalla Direzione Nazionale Antimafia che avverte di quanto l' infiltrazione delle cosche avanzi e mini il tessuto sociale e produttivo di regioni un tempo estranee al fenomeno. In uno scenario così dolorosamente attuale si muove Vasco Lubrano, sovrintendente capo in forza alla Polizia Giudiziaria della Procura di Bergamo, un uomo solo, capace di scoperchiare il calderone di interessi illeciti che prosperano a Bergamo all’avvicinarsi dell’expo di Milano, ostinatamente deciso ad andare fino in fondo fino alle estreme conseguenze. Tutto inizia con il ritrovamento di un sacco della spazzatura al cui interno si trovano dei resti umani. Il corpo smembrato di una prostituta moldava uccisa e abbandonata in un luogo impervio che solo il caso ha fatto si di ritrovare. Ma chi te lo fa fare Lubrano di prendertela così a cuore, è solo una prostituta, una puttana, spazzatura umana e non persona? Ma Vasco Lubrano non ci sta sente puzza di bruciato sente che altre morti sono collegate, sente che un piano criminale ben più ampio sta tessendo le sue trame e vuole vederci chiaro a rischio di perdere la sua donna, a rischio di perdere la sua stessa vita. Nina, Eughenia, Mariana, sono persone, non pezzi di carne senza valore, meritano che qualcuno si occupi di loro, meritano considerazione dopo tanto dolore, meritano giustizia. Forse non tutti i colpevoli pagheranno, forse come al solito i peggiori la faranno franca, ma che importa, quello che conta e che le vite delle vittime non siano vuoti a perdere.
Niente, tranne la pioggia rappresenta sicuramente un’ evoluzione nella scrittura di Sergio Paoli, una trasformazione che porta ad un’ amarezza e ad una disillusione se vogliamo ancora più marcata che nei lavori precedenti. La solitudine del protagonista, il suo essere un uomo incapace di aprirsi agli altri o di istaurare anche solo un rapporto più solido con la sua donna ne fa una sorta di cane sciolto, di outsider, anacronisticamente depositario di principi e di una moralità che lo emargina e lo isola. La pioggia che cade costantemente, la desolata periferia post industriale, le lavanderie dietro alle quali vecchi mafiosi si costruiscono una vita di facciata, i tir carichi di donne disperate senz’acqua, cibo, possibilità di lavarsi, tutto scorre tra le pagine di questo romanzo intriso di dolore e umana compassione e porta con sé un senso di ribellione e di rifiuto. Dopo aver letto questo libro le notizie che si susseguono nei telegiornali di donne uccise e abbandonate in campi, dirupi, argini di fiume perdono impersonalità. Questa è la vita che ci circonda, questo il male che inquina la nostra quotidianità e guardarlo in faccia ogni tanto non può che essere un’ esperienza da fare prima che il nulla ci sommerga.

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