:: Shirley, Charlotte Brontë (Fazi, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015 by
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Fazi editore continua la sua riproposta di classici ottocenteschi inglesi con un libro meno noto di Charlotte Brontë, Shirley, suo secondo romanzo dopo Jane Eyre, assente dalle librerie dagli anni Novanta, quando ci furono un paio di edizioni per gli Oscar Mondadori e per la Newton Compton.
Si tratta di una storia abbastanza diversa da quella di Jane Eyre, romanzo di formazione con elementi gotici: qui l’autrice abbraccia infatti un registro più sociale, ambientando la vicenda nello Yorkshire dell’inizio Ottocento, in piene guerre napoleoniche, e incentrando il tutto su Shirley, giovane ereditiera, che si trasferisce nel villaggio in cui c’è parte della sua ricchezza, tra terreni, casa, quote in un’azienda, un po’ come succederà ad un’altra famosa eroina inglese, la Bathsebea di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy. Qui diventa amica di Caroline, orfana e piena di debiti, innamorata di Robert Moore, imprenditore in difficoltà e desideroso di riscattare il buon nome della sua famiglia. Robert non può permettersi, per motivi economici, di seguire il cuore e scegliere Caroline, mentre sarà attratto dai soldi di Shirley, che però preferirà qualcun altro, tra altri gentiluomini che si contenderanno i suoi favori, attratti comunque dalla sua insolita situazione che la rende la parte forte all’interno di una possibile coppia.
Shirley è un romanzo in cui tornano gli interessi femministi dell’autrice, visto che ancora una volta traccia due ritratti di donne anticonvenzionali, due amiche agli antipodi ma capaci di sostenersi a vicenda. Anche l’intreccio sentimentale non è melenso, ma realistico e soprattutto insolito, riproponendo di nuovo la ricerca di un sentimento moderno e maturo e non dettato dalle convenzioni sociali.
Quello che colpisce poi più di tutto è il contesto storico e sociale, che ricostrruisce un’epoca fondamentale come eventi esterni e interni della Gran Bretagna, alla base della costruzione poi di una società che durò per tutto l’Ottocento.
Per questo motivo Shirley è un classico da riscoprire, con forti elementi di modernità e di interesse, oltre che essere il libro a cui molte donne e ragazze, da allora in poi, dovettero il loro nome, ancora oggi abbastanza diffuso in ambito anglosassone.

Charlotte Brontë (1816-1855) è una delle maggiori personalità della letteratura inglese dell’Ottocento. Sorella delle scrittrici Anne ed Emily Brontë, compì studi irregolari e si dedicò quindi all’insegnamento. I suoi romanzi, dal celebre Jane Eyre al più tardo Villette, ottennero un clamoroso successo che dura tuttora.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

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:: La casa di Parigi di Elizabeth Bowen (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015 by
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All’indomani della Grande Guerra, in una Parigi profondamente segnata dal conflitto, arriva Henrietta, undici anni, con la sua scimmietta di pezza, e viene accolta dalla signorina Fisher, un’amica di famiglia che la ospita per un’intera giornata nel suo appartamento chic in pieno centro in attesa di ripartire per il Sud della Francia. In casa Fisher Henrietta incontra Leopold, di pochi anni più giovane di lei, e con lui si apre una breve complicità e curiosità, anche perché entrambi sentono di essere soli al mondo, in mezzo ad adulti troppo toccati dalla recente guerra e da loro problemi personali, come la passione proibita tra la mamma di Leopold e il suo padre naturale, che rende impossibile una vita normale per il piccolo che è destinato ad un’esistenza solitaria fin dall’infanzia.
Pubblicato nel 1935, La casa di Parigi non è privo di punti di interesse, come la descrizione della società subito dopo la Grande Guerra, con qualche eco di Henry James e Edith Wharton nell’incontro scontro tra mondo anglosassone (irlandese in questo caso) e quello del resto del mondo. Nella parte parigina forse Muriel Barbery ha tratto qualche ispirazione per le atmosfere del suo L’eleganza del riccio, ma alla fine il libro trasmette una sensazione di incompiuto, di due storie parallele che non si incontrano mai e che non riescono ad essere davvero convincenti, perché incomplete. Henrietta e Leopold con il loro breve incontro non sono approfonditi, restano due bambini sullo sfondo di un affresco diverso, quasi fuori posto ma senza l’empatia che tanta letteratura ha dedicato a infanzia e adolescenza. La storia del passato in Irlanda è fine a se stessa, poteva essere piccante all’epoca (e poi ancora), ma non è coinvolgente come altre analoghe, e il libro, per la prima volta pubblicato nel nostro Paese in edizione integrale, pur essendo ben scritto e con tematiche interessanti, non ingrana, sospeso tra due vicende che non riescono ad essere coinvolgenti, soprattutto se si sono lette altre storie. Tra Parigi e l’Irlanda risulta comunque più viva Parigi, sarà che ultimamente la capitale francese è grande protagonista di nostalgie, simboli, rabbia, amore dopo gli attentati del 13 novembre scorso. Ma è più un riflesso psicologico attuale che un vero legame con il libro.

Elizabeth Bowen (1899-1973), nata a Dublino, scrisse diversi libri e trascorse gran parte della sua vita a Londra, dove entrò a far parte del circolo Bloomsbury divenendo amica di Virginia Woolf.

Source: libro omaggio dell’editore.

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:: L’imperatore della Cina di Joachim Bouvet (Guanda, 2015) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2015 by
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Per quanto possa sembrare bizzarro la storia dell’evangelizzazione cinese, una storia antichissima che se vogliamo può essere fatta risalire alla diffusione del nestorianesimo in Asia (il vescovo siriano Nestorio visse tra il 381 e il 451 d. C.) o forse anche prima se consideriamo l’operato estemporaneo di qualche  sconosciuto mercante itinerante, è più simile a un grandioso libro di avventura che a un polveroso trattato da eruditi. La Cina era una sfida, un impero antichissimo e straordinariamente moderno, con una civiltà evoluta e senza pari nella lontana antichità. Gli euorpei che per primi raggiunsero il Celeste impero si trovarono di fronte un mondo civilizzato ed evoluto, per alcuni versi superiore a quello da cui provenivano, e molti lo dovettero ammettere seppur con riluttanza se volevano conservare una certa onestà intellettuale.  Arrivare in Cina era già di per sé una grande avventura, un viaggio lunghissimo e pieno di pericoli al cui termine c’erano le grandi ricchezze, non solo materiali (ma anche quelle non erano da sottovalutare), di una civiltà orgogliosa e consapevole delle sue qualità e della sua forza.  La Compagnia di Gesù fu l’ordine che, tra tutti quelli che si avvicendarono nella sconsiderata missione di convertire la Cina, subì maggiormente il fascino intellettuale, politico, ed etico di questo popolo, arrivando a scelte a dir poco coraggiose che ne causarono quasi la fine. L’ordine fu soppresso e dissolto da papa Clemente XIV nel 1773, e fu ripristinato solo nel 1814 da papa Pio VII. E fu il Portogallo a iniziare questa marcia verso la soppressione dell’Ordine, memore del suo tentativo, che non gli fu mai perdonato, di rompere il monopolio che la corona portoghese aveva sulle navi in partenza per la Cina sin dalla fine del XV secolo. La Questione dei Riti non fu una diatriba di minore importanza e certamente venne utilizzata strumentalmente per danneggiare proprio coloro che conoscendole approfonditamente stimavano come pratiche civili la venerazione degli antenati e non come atti idolatri di un popolo barbaro, incivile e ignorante. Joachim Bouvet autore di L’Imperatore della Cina (Portrait historique de l’empereur del la Chine, 1697), edito da Guanda, fu un missionario gesuita e se vogliamo la sua opera si ricollega ai più ampi tentativi fatti dagli aderenti al suo ordine di difendere un mondo e una civiltà di fronte all’Occidente, nella consapevolezza che, per favorire un incontro di civilità così diverse, servisse per prima cosa una certa obiettività e imparzialità. Questa edizione tradotta dalla prima versione dell’originale francese, stampata a Parigi nel 1697, e comprendente tutte le parti che furono successivamente censurate nelle edizioni seguenti, è dedicata e rivolta al Re Sole Luigi XIV investito del ruolo di difensore della fede e della cristianità e vuole essere uno strumento per estirpare i semi del dubbio e delle false idee che si erano diffuse in Occidente anche a causa di alcuni filosofi illuministi che consideravano dispotico il governo del Regno di Mezzo. Bouvet a un passo dalla conversione dell’imperatore Kang Xi, (conversione che mai avvenne) voleva presentare a Luigi XIV un suo omologo, di pari dignità e abilità politica, un interlocutore privilegiato con il quale avrebbe potutto instaurare un diaologo proficuo e soprattutto duraturo. Il valore di questo documento storico è indubbio e illuminati dalla introduzione di Michela Catto, che ha anche tradotto il volume, si può collocare storicamente e contestualizzare l’intera opera, di per sé anche di veloce letttura. Comprendo che forse questo documento non avrà il valore che ha avuto per me, avendone sentito parlare durante i miei studi e le mie ricerche ma non avendolo mai potuto avere sottomano, tuttavia sono certa che anche a un lettore diciamo non specialistico, anche come mera testimonianza, può destare curiosità e interesse.

Joachim Bouvet fu un missionario gesuita, nato a Le Mans, in Francia verso il 1656 e morto a Pechino, in Cina, nel 1730. Fu uno dei primi gesuiti scelti da Luigi XIV per la missione in Cina, insieme ad altri quattro confratelli. Essi furono accolti favorevolmente dal famoso imperatore Khang-hi o Kangxi, che volle Padre Bouvet come istruttore di matematica, astronomia e filosofia. Dalla sua posizione privilegiata padre Bouvet collaborò alla realizzazione di mappe delle varie province cinesi. Forte della sua esperienza, la raccontò in alcuni libri, tra cui questo, pubblicato in Francia nel 1697, in cui definì Khang-hi il «Luigi XIV della Cina». Lo scopo principale delle sue opere era alimentare l’interesse di Luigi XIV per la Cina. I suoi libri riscossero l’interesse degli intellettuali francesi dell’epoca, tra cui Leibniz e Voltaire.

Michela Catto, si è perfezionata alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha lavorato a Trento (Fondazione Bruno Kessler), Università di Padova, Torino (Fondazione Luigi Firpo), Firenze (SUM), e Parigi (EHESS- Marie Curie Fellow). Il suo principale oggetto di studio è la Compagnia di Gesù, la sua spiritualità e la sua attività missionaria. Attualmente è impegnata in alcuni progetti riguardanti la Compagnia di Gesù in Cina.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’Ufficio Stampa Guanda.

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:: Radio Imagination, Seikō Itō, (Neri Pozza 2015) a cura di Viviana Filippini

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Dj Ark è il protagonista di Radio Imagination, il romanzo di Seikō Itō, pubblicato da Neri Pozza. Lo speaker parla dalla sua strana emittente radiofonica che ha sede su una pianta di cryptomeria, molto simile ad una conifera. Da questo albero l’uomo improvvisa la sua trasmissione, sempre e solo in diretta, alternando parole, buona musica e i tanti messaggi che gli arrivano dagli ascoltatori, sottoforma di mail o di telefonate. Dj Ark in realtà si chiama Akutagawa Fuyusuke, è completamente solo sul suo albero, ma questo stato al protagonista non fa paura anzi, sembra essere il motore ideale che gli dà la carica per diffondere la sua voce tra la gente. Il romanzo di Seikō Itō è curioso e allo stesso tempo affascinante, perché grazie ad una scrittura fluida, Dj Ark condivide con chi legge e, nella narrazione con chi lo ascolta, quella che è la sua vita. Non a caso, si scopre che la vicenda è ambientato poco dopo il tremendo terremoto avvenuto nel Tōhoku, che scatenò lo tsunami e il terribile incidente alla centrale di Fukushima.  Veniamo a conoscenza del fatto che il protagonista ammette di essere stato un musicista rock di scarso successo, un manager musicale e che ha sempre avuto rapporti un po’ contrastati con il padre e il fratello. Inoltre, Dj Ark è alla ricerca disperata di notizie della sua dolcissima e comprensiva moglie Misato e del figlio Sōsuke, andato a vivere lontano da loro. La speranza dell’uomo è che moglie e figlio sentendolo alla radio, decidano di mettersi in contatto con lui. Leggendo le parole di Dj Ark, capiamo che lo speaker sta vivendo una situazione strana, ed è come se lui si trovasse nel momento di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Forse Dj Ark si sta sognando il tutto, o forse, è morto e quello che ci parla non è il suo copro, ma il suo spirito che vaga nel Giappone colpito dal terremoto, alla ricerca dei familiari con i quali non è riuscito a parlare prima del disastro. Dj Ark continua nella sua impresa grazie alla forza dell’immaginazione, perché essa, oltre a permettergli di trasmettere, lo aiuta ad affrontare il dramma del quale la vita lo ha reso protagonista. In Radio Imagination oltre al simpatico e logorroico personaggio principale, ci sono anche le storie dei soccorritori che dopo lo tsunami si aggirano nella zone colpite del terremoto per portare aiuto a chi ne ha bisogno e che captano, anche se lontana, la voce di  Dj Ark. Il libro di Seikō Itō è un romanzo sulla vita e su come a volte non sia facile accettare e comprendere quello che il destino ci riserva. Radio Imagination è un libro curioso e interessante che spinge il lettore a riflettere sul senso del vivere e a quanto esso possa essere precario. Seikō Itō riesce a creare un perfetto equilibrio narrativo, all’interno del quale i personaggi vivono nella modernità, ma allo stesso tempo con quello che dicono, fanno e pensano, dimostrano di avere un profondo legame e ampia conoscenza delle tradizioni ancestrali giapponesi, dove gli insegnamenti di buddhismo e shintoismo si fondono alla perfezione, rendendo Radio Imagination una vicenda umana e spirituale. Traduzione Gianluca Coci.

Seiko Ito è nato a Tokyo nel 1961. Il suo primo romanzo No−raifu kingu divenne nel 1989 un noto film diretto da Ichikawa Jun. Ha pubblicato raccolte di racconti, saggi e numerosi romanzi. Il primo romanzo tradotto in Italia, Radio Imagination, è edito da Neri Pozza nel 2015 e in Giappone è stato pubblicato nel 2103 in occasione del secondo anniversario del disastro di Fukushima.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Florence Gordon, Brian Morton (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

1 dicembre 2015 by
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Florence Gordon è un’anziana scrittrice ebrea newyorkese, militante femminista e ora desiderosa di starsene per i fatti suoi, se non fosse che il New York Times la tira di nuovo fuori recensendo un suo vecchio libro e nominandola patrimonio nazionale. Florence dovrà districarsi tra impegni familiari e sociali, incontri, frequentazioni con il figlio Daniel, così diverso da lei visto che ha scelto di fare il poliziotto, la nuora Janine, psicologa in piena crisi di mezz’età, la nipote Emily che vede nella nonna un modello da seguire. Una cosa non facile, ma resa possibile dall’umorismo corrosivo di Florence nell’affrontare questa nuova fase della sua vita.
Woody Allen, La versione di Barney, il mito letterario e cinematografico di New York, sempre e comunque una città iconica: sono tante le cose che le pagine di questo libro rievocano alla mente, ambientate in un mondo letterario e culturale non pedante, divertente, caustico, ma comunque Brian Morton ha una sua originalità e una sua visione per restituire questa eroina rissosa e politicamente scorretta, anziana che vuole vivere la sua età senza essere senile e di peso a nessuno, ma nemmeno coinvolta in questioni più grandi di lei, spassosa, pungente, commovente.
Alla fine Florence Gordon racconta di alcuni mesi, forse gli ultimi nella vita di una donna eccezionale, testimone di una stagione irripetibile, che ha dovuto fare i conti con gli anni che passano, con gli amici che se ne vanno o stanno peggio di lei (le pagine sull’amica militante come lei ormai ridotta alla demenza senile sono tra le più toccanti del libro oltre che tra le più realistiche), con i corsi e ricorsi della vita che la riportano alla ribalta.
Certo, a prima vista può sembrare ed è una storia molto americana, celebrazione di una generazione che negli States ha vissuto momenti tra i migliori della Storia del Paese, tra liberazione sessuale, contestazione, possibilità di accedere a livelli di studio e di lavoro elevati, carriere prestigiose, ma alla fine Florence Gordon parla di vita, vecchiaia, trascorrere del tempo, legami familiari, amicizia, tutti temi universali, in maniera da far sbellicare dalle risate ma dal lasciare alla fine con un groppo in gola.
Il personaggio di Florence comunque non si dimentica, ma anche gli altri suoi comprimari sono interessanti e compongono un affresco interessante, una commedia umana in cui riconoscersi e che intrattiene e fa pensare.

Brian Morton, classe 1955, insegna alla New York University. È autore di cinque romanzi molto apprezzati dal pubblico e dalla critica americana (il suo Starting Out in the Evening, del 1998, è stato finalista al PEN/Faulkner Award). Florence Gordon è il suo primo libro tradotto in Italia.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

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:: La passeggera, Daniela Frascati (Scrittura & Scritture, 2015) a cura di Valeria Gatti

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… ma tu mi hai lasciata da sola nella dimensione avvelenata di Aquilina. Io ne ho paura e, al tempo stesso, provo pena. Il mondo mostruoso che l’accompagna è incarnato nel dolore. Lei calamita il male e ne diventa contenitore. Quel male sono le ombre che la custodiscono e l’accarezzano quando è sola. Le stesse che mi perseguitano nel sonno e mi si avventano addosso quando non me l’aspetto. Che abitano, ormai, ogni spazio di questa nave maledetta …

Nel 1997 nelle sale cinematografiche italiane approdò un film destinato a divenire un cult, uno di quelle storie che difficilmente si possono scordare. Gli americani, che in fatto di trasposizioni cinematografiche la sanno lunga, scelsero un evento catastrofico, un fatto tragico realmente accaduto e, aiutati dagli effetti speciali, crearono una scenografica maestosa e unica. Per non farsi mancare proprio niente, affidarono la storia d’amore che tiene le fila di tutto il film a due giovani bellissimi: Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, le cui emozionati vicende vennero accompagnate da una colonna sonora d’eccezione. Gli ingredienti dosati in giuste parti fecero del “Titanic” un vero e proprio colossal. Gli spettatori vennero invitati nelle sale luminose e nei corridoi stretti del transatlantico più bello del mondo, il più perfetto, il più elegante, il più sicuro di tutti i mari. E noi, come davanti a una dolce torta prima di una medicina amara, sperammo di dimenticare il triste epilogo del vero “Titanic”.
Anche “La Passeggera”, ultimo lavoro di Daniela Frascati, pubblicato dall’eclettica “Scrittura & Scritture” è ambientato interamente a bordo di un transatlantico, chiamato “Il Paradiso”, salpato dall’Europa e diretto in America. Siamo nel 1914, a qualche anno della tragedia del “Titanic”, e anche in questo caso sulla nave ci sono più classi per accogliere i passeggeri. Qui abbiamo la prima, quella di lusso, nella quale viaggiano ricchi aristocratici in cerca di nuovi stimolanti affari nel Nuovo Mondo, la seconda, composta da famiglie di borghesi, e la terza, l’ultima, in tutti i sensi. Ed è proprio qui, in questa terra di dimenticati, tra coloro che altro patrimonio non hanno se non una valigia piena sogni, che si nasconde Aquilina. Una bimba che, a causa del suo aspetto misterioso e lugubre, viene da subito accusata di essere mandante di cattivi presagi. A causa sua la nave si trova imbrattata di piume di uccelli neri come la pece che sembrano volteggiare senza alcun ritegno tra i passeggeri. Nella terza classe, inoltre, viene ritrovato cadavere un uomo della seconda e, a pochi giorni dalla partenza, nasce una strana epidemia mortale che si espande rapida e inesorabile. Questa terribile malattia diventa ragione di vita per il medico di bordo, il Dottor Ferrer che mai prima di quella traversata si è trovato a dover affrontare tanta impotenza di fronte alla scia di morte che il terribile virus miete. A lui si affianca il personale di bordo, Novilia la cameriera alla quale viene affidata Aquilina, Lorena, l’infermiera che non teme di ammalarsi, e naturalmente, il capitano della nave, Ippolito Zocalo che ha fatto de “Il Paradiso” la sua casa e, che per mantenere il decoro e il pregio che ha raggiunto, è disposto a mettere a tacere qualsiasi moralità, qualsiasi forma di misericordia e comprensione. Poi c’è Marie Verdier, borghese bella e misteriosa che è consapevole del fascino che esercita sugli uomini e che fa perdere la testa al capitano.
Un narratore calmo e distaccato da voce a tutti i principali personaggi ai quali è affidato il delicato ruolo di vivere la disperazione che aleggia come un vento malefico in ogni settore della nave. Descrizioni efficaci e perfette mettono in luce gli ambienti, le ombre e le paure dei personaggi evidenziando come l’emisfero del male porti ciascuno di loro verso una personale difesa da esso. Al male, come sempre accade, è affiancato il bene, la solidarietà, l’amicizia e il dovere verso il prossimo.
Un romanzo ricco di significati profondi che si celano dietro le vicende estreme e straordinarie dei personaggi e che termina con un finale forte e pregno di emozione.

Daniela Frascati, toscana di nascita, vive a Roma. È impegnata da anni nelle politiche della differenza di genere e nel sociale, anche come organizzatrice di eventi culturali. Collabora con vari giornali territoriali e ha ideato e condotto per Radio Città Futura una trasmissione dal titolo “Il Pane e le Rose”. Tra il 2005 e il 2012 ha pubblicato alcuni racconti in diverse antologie, accanto a nomi di calibro tra cui Camilleri, Carlotto, De Luca, Macchiavelli, Guccini, Morozzi, Marcialis. È del 2011, invece, il suo romanzo Nuda vita.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Vincenza dell’Ufficio Stampa Scrittura & Scritture.

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:: Al via la quattordicesima edizione di Più Libri Più Liberi, Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, 4/8 dicembre 2015, Roma (a cura di Federica Guglietta)

30 novembre 2015 by

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Partirà, tra meno di una settimana, Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria. L’appuntamento con il meglio dell’editoria indipendente si rinnova ogni anno per cinque giorni nella prima settimana di dicembre al Palazzo dei Congressi (Roma, zona EUR).

Tantissimi gli stand da visitare e “saccheggiare”: saranno presenti, infatti, solo per citarne qualcuno, Marcos y Marcos, minimum fax, edizioni SUR, e/o edizioni, Iperborea, Voland, Edizioni Lindau, Mimesis Edizioni, Sellerio, tunué, Bao Publishing, Salerno editrice, Giulio Perrone Editore, Keller, Gorilla Sapiens Edizioni, Tempesta Editore, Edizioni Ensemble, Quodlibet, Exòrma.

Nell’ambito della manifestazione romana si alterneranno reading a mini concerti, tavole rotonde a improvvisazioni teatrali, con il contributo della Regione Lazio e di AIE – Associazione Italiana Editori.

Nove le sale a disposizione, che ospitano ben oltre 350 eventi. Al link (qui) trovate il programma completo degli eventi, ma possiamo già anticiparvi che, tra i tanti ospiti, ci saranno anche: Merritt Tierce – autrice di Carne Viva, di cui abbiamo già parlato qui su Liberi di Scrivere, per edizioni SUR -, Marco Peano, Tommaso Pincio, Paolo Di Paolo, Marcello Fois – che presenterà il suo Ex voto, edito da minimum fax -, Erri De Luca, Graziano Graziani, Nicola Lagioia, Massimo Carlotto, Annie Ernaux – autrice de Gli anni, pubblicato da L’Orma editore -, Zerocalcare – che presenterà L’elenco telefonico degli accolli con Michele Foschini di Bao Publishing -, Giordano Meacci, che con Francesca Serafini e Nicola Lagioia presenta il suo Improvviso il Novecento. Pasolini Professore, uscito in occasione del quarantennale della morte di P.P.P. ed edito da minimum fax, Alessandro Leogrande, Chiara Valerio, Luciano Funetta – che, con Vanni Santoni e Pier Paolo Di Mino, presenterà il suo ultimo romanzo Dalle rovine, edito da tunué -, Dacia Maraini, Ascanio Celestini e tanti, ma tanti, altri.

:: Un’ intervista con Susanne Goga

30 novembre 2015 by
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Susanne GOGA Literaturpreis

Benvenuta, Susanne, su Liberi di Scrivere. E grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te e del tuo lavoro.

Ho 48 anni e vivo a Mönchengladbach vicino a Colonia (gli appassionati di calcio tra i tuoi lettori probabilmente conoscono già il nome della mia città). Sono sposata e ho due figli ormai adulti che mi hanno sempre sostenuto nel mio lavoro. Mi piace viaggiare, leggere, andare a teatro e al cinema e mangiare del buon cibo vegetariano. Dal 1995 lavoro come traduttrice letteraria free-lance e nel 2005 è stato pubblicato il mio primo romanzo.

Quando hai capito che volevi fare la scrittrice?

Nel momento in cui ho imparato a leggere, in realtà.  I miei genitori hanno sempre letto per me e io ero molto appassionata della lettura. Andavo spesso  alla biblioteca pubblica con mio padre e sognavo di scrivere miei propri libri. Ho iniziato la mia prima storia quando avevo circa sette o otto anni, ma no l’ho mai finita.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Nel 2001 ho deciso che volevo fare qualcos’altro oltre a tradurre e sono tornata al mio vecchio sogno di scrivere. Trovare una prima idea su cui costruire un romanzo non è stato facile, ma una volta trovata il romanzo ha iniziato a crescere. Il mio primo romanzo non è mai stato pubblicato, ma lo continuo a considerare come un esercizio importante di formazione per tutto ciò che è venuto dopo.
Quando ho iniziato un po’ a conoscere il mondo dell’editoria, ho deciso di contattare varie agenzie letterarie. Avere un buon agente è un enorme vantaggio per trovare un editore e negoziare buoni affari. Dopo due rifiuti il ​​terzo agente ha mostrato interesse, ma mi ha detto che il manoscritto che avevo scritto, non avrebbe venduto in Germania. Tuttavia, gli piaceva la mia scrittura e mi ha incoraggiato a mandargli qualcosa d’altro. Ero molto motivata e nel giro di poche settimane ho scritto quattro capitoli di “Leo Berlino“, che sarebbe diventato il mio primo crime novel storico e il mio primo libro pubblicato.
Mi ha fatto firmare un contratto e mi ha guidato sapientemente e pazientemente fino a quando il manoscritto non è stato completato. Poi l’ha presentato a quattro editori e uno di loro l’ ha comprato. E ‘stato il mio agente da allora  e sono molto grata per la sua continua assistenza e consulenza.
Nel 2009 venne pubblicato il mio primo romanzo storico “Das Leonardo-Papier” (che  è appena stato tradotto in spagnolo). Da allora ho scritto alternativamente  per vari editori.

Parlaci di  una tua tipica giornata di lavoro.

La mattina di solito traduco. Quasi sempre lavoro a due libri contemporaneamente – una traduzione, e uno dei miei romanzi. Faccio le cose quotidiane come cucinare e shopping e procrastinare su Internet. Scrivo nel pomeriggio, la sera, nei fine settimana e in vacanza.
La differenza tra la traduzione e la scrittura è che nel momento in cui ho finito il mio lavoro quotidiano di traduzione, smetto di pensarci. La scrittura è completamente diversa. La storia è sempre nella mia testa e ottengo spesso le idee migliori mentre sto facendo  qualcosa di diverso. Libera la fantasia e se sono fortunata riesco a trovare una soluzione a cui non avevo pensato, seduta davanti al computer.

Di solito come trovi le idee?

Spesso provengono da libri o articoli che ho letto. L’idea di “Das Leonardo-Papier” mi è venuta dopo aver letto “A Short History of Nearly Everything“, di Bill Bryson, un libro meraviglioso sulla scienza e gli scienziati. Il capitolo sulla geologia davvero mi ha spinto a scrivere questo romanzo.  Anni fa ho letto un articolo dello “Spiegel” sulla prosopagnosia e l’ho memorizzato da qualche parte nella mia memoria. Anche questo, inoltre, si è trasformato in un romanzo.
E il libro su cui sto lavorando in questo momento è stato ispirato dai brillanti libri di Peter Ackroyd sulla storia di Londra.
Con “I misteri di Chalk Hill”  è stato un po ‘diverso. Dopo qualche esperienza personale mi sono interessata ai fenomeni psichici e su come spiegarli  e ciò a sua volta mi ha dato l’idea per questo romanzo.

I misteri di Chalk Hill, ora pubblicato in Italia da Giunti, è un romanzo gotico, ispirato in parte alla storia di Jane Eyre di Charlotte Brontë. (Charlotte è il nome della tua protagonista). Similitudini, differenze?

Beh, penso che una differenza importante sia che il mio romanzo è ambientato quaranta o cinquanta anni dopo. I tempi erano iniziati a cambiare per le donne. Charlotte non è una vittima delle circostanze costretta a lavorare per denaro. Ha scelto la sua professione per essere indipendente, non per necessità finanziarie. E ha anche il coraggio di lasciare la Germania e trasferirsi in un paese straniero.
Ho anche cercato di evitare la tradizionale storia d’amore tra datore di lavoro e lavoratore. Sir Andrew Clayworth è ricco e di bell’aspetto e forse alcuni lettori si aspettano che la storia andasse in quella direzione, ben nota, ma qui il mio approccio è diverso da “Jane Eyre”. Io porto un estraneo in casa, un giornalista interessato a fenomeni psichici, che collabora con Charlotte, un po’ come una coppia di detective nella tradizione di Holmes e Watson o Wimsey e Vane.

Cosa hai amato di più nello scrivere questo libro?

Molte cose. La creazione dei personaggi, soprattutto di Tom, che è uno dei miei preferiti. Ho amato la ricerca su vari studi scientifici dei fenomeni psichici e ho partecipato ad una manifestazione presso l’Associazione spiritista della Gran Bretagna. Un medium femminile stava rispondendo alle domande del pubblico sulla famiglia e gli amici di un defunto. E ‘stato abbastanza impressionante e non teatrale affatto. Si è svolto in un edificio per uffici molto poco romantico vicino alla stazione Victoria, che ha reso il tutto ancora più convincente. E mi piacevano anche tutti quei riferimenti letterari a Sherlock Holmes e le fiabe tedesche.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un romanzo crime su Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle, il primo di una serie di romanzi. È scritto da Gyles Brandreth e si intitola  “Oscar Wilde and the Candlelight Murders“. Come potete vedere, mi piace leggere libri sulle cose che scrivo.

Come è il tuo rapporto con i lettori? Come possono  mettersi in contatto con te?

Mi piace molto restere in contatto con i miei lettori. Essi possono contattarmi su Facebook o via e-mail tramite la mia homepage. Partecipo anche a gruppi di lettura su internet dove la gente legge uno dei miei libri e discute delle loro impressioni con gli altri e con me. E faccio anche letture nelle librerie, nei festival o nelle istituzioni sociali.

Che ruolo ha  Internet nello scrivere, fare ricerche, e commercializzare i tuoi libri?

Un ruolo estremamente grande e importante. Faccio un sacco di ricerche su Internet, che è una fonte preziosa di informazioni. Soprattutto per gli autori di romanzi storici c’è un sacco di roba brillantemente utile là fuori e sarò sempre grata a tutte le dotte persone che hanno messo lì tutti questi dati liberamente utilizzabili da me.
Per quanto riguarda la commercializzazione vorrei fare riferimento alla domanda 9. La comunicazione con i lettori e la presentazione dei miei libri su Internet è una parte essenziale del marketing di oggi e io cerco di essere il più attiva possibile in questo senso sempre sforzandomi di risparmiare abbastanza tempo per la scrittura e la lettura.

Verrai  in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe. Se avessi avuto l’opportunità di farlo, sarei sicuramente venuta. Forse verrò in vacanza e sarebbe bello incontrare i lettori nel vostro paese.

Progetti di film tratti dal suo libro?

Purtroppo nessuno finora. Ma io non sto perdendo la speranza. Amo i film e i buoni adattamenti letterari quindi c’è ancora la possibilità che qualcuno possa essere interessato a adattare uno dei miei libri.

Infine, per concludere l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad un romanzo storico ambientato a Londra nel 1900. Ci saranno avventure, buio, nebbia, mistero, divertimento, amore, Penny Dreadfuls, messaggi segreti, e altre cose. L’atmosfera sarà diversa da “I misteri di Chalk Hill“, dal momento che ci troveremo in una metropoli, sarà un romanzo ambientato in città, che è meno idilliaca delle colline del Surrey ma entusiasmante a suo modo. E spero che i lettori si divertiranno almeno quanto io mi sto divertendo io scrivendolo.

:: La verità sul caso Rudolf Abel, James B. Donovan (Garzanti, 2015) a cura di Giulietta Iannone

28 novembre 2015 by
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La Guerra Fredda fu una guerra di spie.
Rudolf Ivanovič Abel fu una di queste. Fu catturato dall’FBI nel giugno del 1957, dopo essere stato tradito da uno dei suoi, un personaggio davvero squallido e incolore che forse non è il caso neanche di citare.
Per nove anni, come agente residente, Abel aveva diretto la rete dello spionaggio sovietico nell’ America settentrionale, dal suo studio di pittore di Brooklyn. E non era stato neanche un pittore mediocre, solo non aveva avuto molto tempo per applicarsi si lamentava, aveva dovuto occuparsi d’altro.
Oltre alla pittura aveva altri interessi apparentemente insoliti ma necessari per la sua professione e per il suo specifico ruolo: conosceva diverse lingue, discuteva con competenza di matematica, filosofia, arte, scienze spionistiche. Le sue spiccate doti intellettuali e la sua intelligenza fuori dal comune erano però nascoste da un aspetto dimesso, anonimo, se l’aveste visto una volta ve ne sareste subito dimenticati. Frutto dell’addestramento, camaleontica abilità innata? Forse un miscuglio delle due. Il direttore dell’albergo dove aveva soggiornato alcuni mesi prima della cattura lo definiva un uomo tranquillo, mite, corretto, che pagava sempre puntuale e non creava problemi. Un uomo di cui ci si dimentica o forse ispira anche un po’ di simpatia, certo non lo si percepisce come una minaccia.
Rudolf Ivanovič Abel era un colonnello del KGB, un militare in incognito in terra straniera, e quel tanto o poco che sappiamo di lui lo dobbiamo a James B. Donovan, autore di La verità sul caso Rudolf Abel, (Strangers on a Bridge – The Case of colonel Abel, 1964) libro fino ad oggi inedito in Italia, che Garzanti ha voluto e Vittorio Di Giuro ha tradotto.
Non è esattamente un romanzo. Seppure romanzato è un libro autobiografico basato sugli appunti che Donovan prese giornalmente da quando iniziò a occuparsi del caso Abel. Un documento storico se vogliamo, i cui carteggi originali sono conservati, tra casse di documenti, negli Hoover Institution Archives, ancora non disponibili al pubblico “for preservation purposes”.  (Potete visionare alcuni documenti originali a questo link).
Alla fine degli anni ’50, nel periodo più gelido della Guerra Fredda, le prime pagine dei giornali americani erano occupate da questa cattura, dall’inevitabile processo che ne seguì e infine, in modo piuttosto rocambolesco e anche insperato, dallo scambio di prigionieri che portò alla liberazione di Abel e al suo ritorno in Unione Sovietica.
Lo stile del libro è piuttosto sobrio, schematico, forse antiquato, il traduttore l’ha mantenuto in modo impeccabile, e se questo dovesse limitare in un certo senso il cosiddetto effetto sensazionalistico, trasmette tuttavia l’autenticità e la drammaticità dei fatti narrati.
Anche Donovan a suo modo era un personaggio eccezionale. Un serio professionista, un avvocato cattolico, fermamente convinto che tutti abbiano diritto a un processo equo e soprattutto convinto che l’America avesse il migliore sistema giuridico esistente. Se non ai livelli di Abel anche lui era stato un militare, e aveva operato come ufficiale di marina nei servizi segreti militari. Tanto da non stupirsi quando il suo ruolo di avvocato di ufficio di un personaggio certo ingombrante come Abel diventò una vera e propria missione diplomatica direttamente voluta dal presidente Kennedy. Missione che lo portò ad attraversare la cortina di ferro e ad andare nella Germania dell’Est, anche affrontando non pochi pericoli. Probabilmente non grandissimi, ma ad ogni controllo passaporti non aveva la piena certezza di come sarebbe andata a finire. Insomma non il tranquillo e burocratico lavoro di ufficio di un avvocato in uno studio più che avviato e ben integrato nella buona società newyorkese di inizio anni ’60.
Quello che emerge e più sorprende delle pagine di questo libro è il rapporto tra gentiluomini di due persone che pur restando “nemici”, per lo meno posti in due diversi lati di una barricata ideologica, culturale e sociale oltre che politica, trovarono il tempo di instaurare un rapporto umano basato sul rispetto e sulla stima reciproca.
Il quadro che emerge della società di quegli anni è altrettanto interessante, denso di informazioni, e osservazioni a volte acute e mai scontate.
Certo conosciamo la storia vista dagli occhi di Donovan, altrettanto interessante sarebbe stato conoscerla dagli occhi di Abel, tuttavia una certa moderazione e imparzialità ci offre un affresco tutto sommato veritiero di cosa successe tra il 1957 e il 10 febbraio del 1962, giorno dello scambio di Gary Powers per Abel. Anche Marvin Makinen e Frederic L. Pryor furono liberati, più un sacerdote americano, in cambio gli americani espulsero anche altri due cittadini sovietici accusati di spionaggio.
Donovan si rivelò soprattutto un ottimo negoziatore, non privo di coraggio e capacità di stilare profili psicologici dei personaggi coinvolti. La trattativa fu portata avanti da Donovan molto probabilmente con il capo del KGB nell’Europa Occidentale, e anche questo segnala la delicatezza e difficoltà dell’intera operazione, che avrebbe potuto avere, se condotta da altri, anche risvolti tragici.
Tutto dunque si concluse bene. Kennedy arrivò a congratularsi con Donovan, in una lettera del 12 marzo 1962, definendo la sua missione “un’ operazione di alto livello“. Ed è piuttosto singolare che Donovan non conobbe mai il vero nome di  Rudolf Ivanovič Abel. Quando glielo chiese, Abel si informò se era un dato necessario allo svolgimento del processo. Dononvan rispose di no. E così quel dettaglio restò per lui sconosciuto. Il caso infatti volle che Donovan morì il 19 gennaio del 1970, e Abel il 15 novembre del 1971. Praticamente con un anno di differenza. Le ceneri di Abel furono interrate sotto il suo vero nome, e solo allora in Occidente poterono conoscere la sua vera identità: si chiamava Vilyam Genrikhovich Fisher.
Un’ ultima curiosità: da questo libro Steven Spielberg ha tratto un film con Tom Hanks nel ruolo di Donovan. Uscirà nelle sale italiane il 17 dicembre.

James Britt Donovan (New York, 1916-1970) è stato un avvocato e ufficiale della marina militare americana. Oltre a essere protagonista del «caso Abel» descritto nel libro Il caso Abel, ha collaborato al processo di Norimberga e ha assistito le famiglie dei prigionieri cubani sopravvissuti al tentativo di invasione dell’isola di Cuba alla Baia dei Porci.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marianna dell’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Info: grazie a Quotidiano piemontese, fino a esaurimento posti,  il film  Il ponte delle spie in anteprima gratis, per info qui

:: Generazione perduta, Vera Brittain (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2015 by
gr

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Nel centenario dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, conflitto distruttivo che segnò più una generazione, la Giunti propone un classico della narrativa memoralistica inglese, Generazione perduta, in originale Testament of Youth, Testamento di giovinezza, scritto da Vera Brittain, tra le più incisive intellettuali britanniche del Secolo breve.
Una storia vera, quindi, che si legge come un romanzo, che è appassionante come un romanzo e che racconta una tragedia individuale e collettiva in maniera asciutta ma coinvolgente. Vera Brittain è una giovane con velleità intellettuali, con la fortuna di essere cresciuta in una famiglia abbastanza anticonformista e aperta alle novità, che l’ha portata a frequentare l’Università a Oxford, una delle prime ragazze a coltivare questo tipo di aspirazioni, suffragate da un grande interesse per la cultura classica, e a interessarsi a fermenti sociali come il movimento delle suffragette.
Tutti i suoi progetti vengono sconvolti nel 1914, quando scoppia la Prima guerra mondiale in cui la Gran Bretagna, a differenza dell’Italia, è coinvolta fin dall’inizio. Per la giovane, la guerra è un contrattempo per i suoi progetti, ma comunque decide di aderire, come tante donne, e di diventare infermiera ausiliaria. Vera lavorerà tra Londra, Malta e la Francia, mentre moriranno al fronte il fidanzato Roland, l’adorato fratello Edward e tanti altri amici e parenti. Dopo la guerra, Vera riprenderà i suoi studi umanistici a Oxford, laureandosi, continuerà a frequentare amiche del tempo della guerra (ci sono altri suoi libri di memorie che sarebbe bello leggere) ma soprattutto si impegnerà nel movimento pacifista e in quello dei diritti delle donne, svolgendo attività di insegnante, scrittrice e giornalista.
Generazione perduta è un libro che colpisce, mai melenso, mai lagnoso, sempre puntuale, coinvolgente, pronto a ricostruire da una voce reale dell’epoca un periodo che è così lontano ormai ma ancora così vicino. Un libro che fu molto amato da Virginia Woolf, che racconta una caduta agli inferi, una resurrezione, una voglia di memoria come raramente si sentono, dal punto di vista di una donna, una persona reale, che provò a cambiare il mondo. Un libro al femminile e femminista ma per tutti coloro che vogliono scoprire e riscoprire una pagina di Storia, partendo da una vicenda personale per abbracciare una prospettiva universale, che fa veramente voglia di scoprire meglio questa autrice.
Il libro è illustrato in copertina da immagini del film uscito l’anno scorso, in originale appunto Testament of Youth, per la regia di James Kent, con Alicia Vikander, Kit Harrington, Emily Lloyd, Miranda Richardson, da noi arrivato in sordina in tv e che avrebbe meritato una maggiore attenzione. Traduzione M. D’Ezio.

Vera Brittain (1893-1970) è stata scrittrice, giornalista, filologa, infermiera di guerra, femminista, pacifista. Ha scritto vari libri, per lo più basati sulla sua esperienza di vita a partire dalla Grande Guerra, come appunto Generazione perduta. Non superò mai del tutto la morte del fratello Edward e scelse di farsi cremare dopo la morte e che le sue ceneri fossero sparse nel cimitero inglese dell’altopiano di Asiago, una delle testimonianze più struggenti della Prima guerra mondiale nel territorio italiano.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

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:: Savage Lane, Jason Starr (Unorosso, 2015) a cura di Micol Borzatta

28 novembre 2015 by
index

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Savage Lane è una via tranquilla di un quartiere residenziale dove gli abitanti sono benestanti, facenti parte di club esclusivi. Ed è proprio in Savage Lane che abitano Karen, madre quarant’enne di due bambini e divorziata, e Deb e Mark, coppia quarant’enne non molto affiatata con due figli.
Deb infatti ha allacciato una relazione, da due anni, con un ragazzo di 18 ani, Owen, mentre Mark sta cercando in tutti i modi di portare la sua amicizia con Karen a un livello superiore, senza purtroppo ottenere nessun risultato.
Deb si crogiola nell’alcool per cercare di non sentire il senso di colpa, ma quando sta arrivando al punto di rottura, con la mente annebbiata dalla vodka, decide di affrontare colei che crede essere l’amante del marito. Si reca così al circolo dove il marito ha appena finito di giocare a golf con degli amici e lo trova al tavolo con Karen e la sua amica Jill a parlare. Deb non ci vede più e inizia a gridare insulti in direzione di Karen mentre si avvicina al tavolo. L’aria si fa sempre più tesa e carica fino a quando le due donne iniziano a spintonarsi e a lottare sul pavimento del ristorante del circolo.
Mark riesce a tirare via la moglie e una volta a casa la discussione continua fino a quando lei si chiude in camera, per uscirne alla sera vestita di tutto punto per andare a incontrare Owen. Passa davanti al salone, dice con voce fredda al marito che sta uscendo e varca la soglia di casa.
Mark non le presta attenzione, sente solo una macchina fermarsi davanti casa e la moglie uscire.
Inizia così l’incubo per Mark, Karen e per i figli di entrambi, perché Deb scompare.
La polizia inizia a indagare fino a quando si ricordano di un caso simile che li porta sulla dritta via.
Un romanzo molto diverso dai classici gialli, dove il colpevole lo si conosce fin dall’inizio, vivendo l’omicidio con lui, ma l’autore, e la bravissima traduttrice Barbara Merendoni che ha saputo rispettare lo stile di Starr fin nei minimi particolari, riesce a tenere il lettore legato alla lettura creando fin dalla prima pagina un’atmosfera di aspettativa che lo tiene con cuore a mille in attesa degli avvenimenti successivi.
Il primo terzo del libro, ovvero fino a quando non avviene l’omicidio, troviamo una narrazione che sembra quasi piatta ma che scava in sottofondo nella mente del lettore insidiandosi sempre più profondamente coinvolgendolo nella narrazione, rendendolo quasi complice del colpevole.
Da dopo l’omicidio troviamo un cambiamento netto della narrazione, il ritmo diventa altalenante, a volte più frenetico, a volte più calmo, esattamente come avviene con il procedere delle indagini, peccato però che questo seguire l’andamento della storia avviene anche quando i poliziotti si trovano in un punto di stallo, rendendo così la narrazione monotona e lenta che porta il lettore a distrarsi, gli fa passare tutto il senso di aspettativa facendolo arrancare fino alle pagine finali dove Starr riesce a ricreare un po’ di interesse con un piccolo colpo di scena che pur se era già stato accennato nella prima parte del libro non era del tutto confermato.
Un romanzo nel suo complesso avvincente e particolare che dà una nuova luce ai gialli.

Jason Starr nasce a New York nel 1966. Subito dopo la laurea si è dedicato esclusivamente alla scrittura. Inizialmente autore di sceneggiature teatrali ha lavorato per diverse compagnie Off-Off Broadway. Ispirato dai vecchi autori noir come Thompson e Woolrich ha esordito nella narrativa con Chiamate a freddo nel 1999. I suoi libri vengono tradotti in sei lingue. Il sito ufficiale di Jason Starr.

Source: inviato al recensore dall’editore.

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:: Piove cenere, Luciano Modica, (Todaro editore 2015), a cura di Viviana Filippini

25 novembre 2015 by
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Piove cenere è il giallo di Luciano Modica pubblicato da Todaro Editore. La scena narrativa prende vita a Catania, dove il pm Biondi e il commissario Miceli devono risolvere l’ennesimo caso di omicidio che ha ferito la città. La vittima è Orazio Rapisarda, un giovane studente di venticinque anni, trovato morto poco distante da casa. Indagando nella vita del ragazzo, le forze dell’ordine scopriranno che Rapisarda era un militante di estrema destra e, proprio per questa ragione, i sospetti sui presunti colpevoli si concentreranno da subito attorno ai centri sociali della sinistra antagonista. Gli investigatori sembrano aver imboccato la via giusta per incastrare il colpevole ma, in breve tempo, questa pista iniziale lascerà spazio ad una realtà molto più inquietante nella quale la mafia, l’imprenditoria e la politica dimostreranno di andare di pari passo. Il giallo di Luciano Modica è un romanzo corale nel quale si possono individuare da subito coloro che lottano per la giustizia e quelli che, sotto sotto, agiscono in modo costantane e continuo per farla fallire. Il magistrato Biondi con la figlia Silvia, il commissario Miceli, la dottoressa Mignemi faranno il possibile per scovare i colpevoli, mettendo assieme dati, indizi, interrogatori e tutto quello che possa essere utile per la risoluzione del caso. A loro si opporranno, in modo più o meno evidente, coloro che da subito si impongono come antagonisti. Ci saranno il Serpente, un mafiosetto che sta cercando di farsi strada nella delinquenza locale. Accanto a lui Francesco Sanfilippo Rubini, un picchiatore violento, figlio di Ignazio Sanfilippo Rubini, detto il Duca, ex senatore con intrighi di potere vari a Roma e con alcune – una in particolare una- delle potenti famiglie mafiose locali. Accanto a queste figure spunteranno un pentito e l’innocua, almeno all’apparenza, Giulia, figlia del Duca, ricercatrice universitaria, fidanzata per interessi familiari con Salvo Ribera, adorato dal Sanfilippo senior e in grande ascesa nelle file della destra politica. Il mondo creato da Modica è un universo retto dal perfetto equilibrio tra potere politico e delinquenza. L’atmosfera è caratterizzata da una cappa di cupezza e di pesantezza resa ancora più concreta dalla costante presenza della cenere del vulcano Etna che ammanta, nasconde e copre tutto. Questo sistema di corruzione per avere guadagni facili che caratterizza Piove Cenere di Modica, sembra essere intoccabile ma, a spiazzare tutti (personaggi del libro e i lettori stessi) sarà la ribellione di una delle voci protagoniste che, stanca dei soprusi e di sottostare alle regole della delinquenza gratuita, compirà un gesto impensabile che guasterà la macchina della corruzione.

Luciano Modica nasce a Siracusa nel 1967. Accantonato il diploma di pianoforte si laurea in Economia e diventa amministratore giudiziario di aziende confiscate  a Cosa Nostra dalla magistratura. Dada sempre tra le città di Catania e Siracusa, dilapida i suoi guadagni per comprare libri. Mara non gioca a dadi è il suo primo romanzo uscito nel 2011.

Source: inviato al recensore dall’editore.

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