:: La notizia diventa Storia, Giuseppe Di Fazio (Domenico Sanfilippo Editore, 2016), a cura di Daniela Distefano

3 settembre 2016 by

unnamedIl tempo della storia, il flusso delle notizie. La lunga durata degli eventi sociali ed economici, l’immediatezza della comunicazione nell’era di Internet. A volte sembra che l’informazione abbia una marcia in più rispetto alla realtà, ma l’informazione corre per poi consumarsi in fretta. La storia, invece, procede a piccoli passi, rivelando, col passare degli anni, novità sorprendenti.

Quali sfide si pone il giornalismo nell’era della comunicazione integrale?  Come considerarlo? Sul viale del tramonto? Un novello Sisifo che spinge con fatica il
masso del pensiero non nichilistico? Oppure – potenziato dai mezzi virtuali di ultima generazione – è diventato talmente pervasivo da risultare troppo onnipotente, onnipresente e condizionante? Di fatto, Internet ha modificato il nostro approccio con la realtà.
Google, You Tube, Wikipedia, Facebook,  Twitter, per citare i social più diffusi, sono i nostri facili rubinetti del sapere: con un clic beviamo direttamente alla fonte della conoscenza. Un rivoluzione copernicana perché mai come in quest’epoca l’accesso al sapere è stato così a portata di mano degli esseri umani, nei secoli passati, divisi in classi sociali opposte non solo per censo ma anche per istruzione. I fatti vengono prima riportati, poi masticati, infine narrati nei loro sviluppi. Si tratta di un ciclo che si ripete e acquisisce valore di trattamento dei dati in continuo perfezionarsi.
Questo – come afferma Giuseppe Di  Fazio – perché

La notizia non è solo il racconto della superficie e del “rumore” di un fatto: essa ha una profondità che merita di essere indagata secondo tempi che  non sono più solo quelli rapidi dell’informazione online.

Ecco perché la notizia su Internet viene poi assimilata sui giornali cartacei.
Tutto bello? Non proprio, ogni conquista umana comporta un piccolo o grande prezzo da pagare: “la società del tempo libero”, la nostra, è una creatura intrappolata nell’eterno presente. Viviamo con la sete costante dell’essere aggiornati e applichiamo ai nostri giorni l’etichetta della perpetua connessione. Il rischio è che tutto ciò porti ad uno stato di alienazione di pensiero mentre si appressa l’interazione a distanza. Molti sono gli spunti offerti dalla lettura di questo affilato saggio. Una delle sfide che il giornalismo ha affrontato in questi decenni di eventi calamitosi è la lotta alla mafia combattuta nel corso del tempo  con l’inchiostro, la macchina da scrivere, il computer, lo smartphone… A che punto siamo? Il 21 settembre 1990 veniva trovato il corpo senza vita di un giovane magistrato, Rosario Livatino, “il giudice ragazzino”,

il quale si mise sotto lo sguardo di Dio perché sapeva che per applicare la giustizia occorre una luce che illumini tutti gli aspetti della realtà.

La sua morte è stata una vergogna per la Sicilia, per lo Stato,  per l’Italia tutta; una efferatezza  che si è replicata negli anni successivi, defalcando i nostri ingegni migliori, uccidendo la speranza che il loro coraggio sia servito a qualcosa. Ma la mafia non è una realtà omogenea; come dicevano Calvino e don Pino Puglisi per sconfiggerla dobbiamo partire da “ciò che inferno non è”.  L’Autore si sofferma anche su altri avvenimenti  che hanno calamitato l’attenzione dei lettori di quotidiani.                                                                  Il terrorismo è stato un protagonista ricorrente di quasi tutte le prime pagine dei giornali; “la guerra totale islamista”, come la definisce Domenico Quirico, è in atto da un bel po’, ne avvertiamo la presenza solo quando semina morte e distruzione: il nemico è camaleonte e sa ben mimetizzarsi. L’unico baluardo al dilagare di questo stato di conflitto perenne sono le parole del Signore: “Vegliate”.  Non dobbiamo armarci fino ai denti, ma teniamoci pronti ad affrontare l’incognita di un mondo imprevedibile dove quasi 300 persone muoiono non per il maleficio umano di  una bomba ma per gli effetti di un terremoto  indiavolato.

I giornali cartacei durano lo spazio di un mattino, tuttavia gli archivi digitali dei quotidiani sono fonte di storia.

E’ dalla Storia che dobbiamo partire verso il viaggio nelle cose comprensibili dalla mente umana. Tutto il resto è una interazione, per chi crede, divina.

Giuseppe Di Fazio è caporedattore del quotidiano “La Sicilia” nonché docente di Storia e tecnica del giornalismo all’Università di Catania.

Source: libro acquistato dal recensore.

:: Medical Noir, di Danilo Arona e Edoardo Rosati (Acheron Books, 2016), a cura di Federica Belleri

3 settembre 2016 by

coverCinque racconti, fra horror e paranormale. L’argomento trattato è la medicina. Il difficile rapporto tra la precisione della scienza e l’inspiegabile. L’orrore di un parto anomalo, fatto di sangue e grasso; un caso clinico aberrante. Le telecamere in una sala operatoria a seguire un illustre chirurgo durante un intervento della massima urgenza; l’ego di questo medico è in diretta, la professionalità passa in secondo piano.Uno specchio che permette di guardare oltre se stessi; pazzia, dal punto di vista clinico; apparizione, tramandata da generazioni. Il diverso rapporto con conservanti e coloranti contenuti nei cibi confezionati, da parte di due sessantenni che vivono nello stesso palazzo. Due gemelli, uno medico e l’altro prete esorcista, alle prese con una bambina; è malata o posseduta? Un racconto paranormale, difficile da digerire.
Cinque racconti dicevo, brevi ma intensi. Sempre sul filo tra la diagnosi concreta e l’allucinazione. Il linguaggio è clinico ma si sposta con facilità verso il dialogo più semplice, permettendoci di focalizzare la crudezza di alcune immagini. Lettura molto interessante.

Danilo  Arona è uno dei più importanti scrittori horror italiani. Ha scritto e pubblicato più di quaranta volumi fra romanzi, antologie e saggistica.

Edoardo  Rosati, giornalista medico-scientifico, ha collaborato con il Corriere Salute, è responsabile delle pagine dedicate alla medicina del settimanale Oggi, e ha pubblicato diverse opere  sia di narrativa che di saggistica medica.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Samuel dell’ufficio stampa Acheron Books.

:: Torna da me di Mila Gray, (Bookme, De Agostini Libri, 2016) a cura di Micol Borzatta

3 settembre 2016 by
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Jessa è figlia di un Marine, abituata a vivere con il pensiero del padre in missione. Quando il padre va in pensione, dopo una missione in Iraq, inizia a soffrire di un disturbo post traumatico che però non si fa curare perché si rifiuta di vedere qualsiasi medico.
Arrivata ai diciassette anni Jessa si innamora di un amico di suo fratello Riley, Kit, un teppista mal visto dal padre per degli avvenimenti avvenuti ai tempi in cui era nei Marine con il padre di Kit.
La tragedia per Jessa arriva quando sia Kit che Riley decidono di entrare nei Marine insieme. Le sembra di rivivere ogni volta la stessa storia vissuta in precedenza, ogni volta rimane in ansia pregando per il ritorno sia del fratello che del fidanzato, cacciando ogni giorno la paura provocata dall’incubo di vedere arrivare una macchina dell’esercito a darle la Notizia.
Purtroppo un giorno, quando ha solo diciotto anni, quell’incubo si avvera. Fuori dalla porta di casa c’è il padre di Kit con la terribile notizia, ma chi riguarderà? Riley o Kit?
Dopo un inizio molto profondo, dove troviamo descritto tutto il panico provato da chi ha un parente militare in missione, raccontato dalla protagonista, usata come voce narrante, veniamo catapultati indietro nel tempo, in una narrazione molto leggera, spensierata, quasi frivola, classica di un young adult.
Ritroviamo sempre la nostra protagonista, Jessa, che sarà una delle voci narranti, intervallata da Kit, l’altro protagonista e voce narrante.
I personaggi sono abbastanza stereotipati, lei ragazzina per bene, succube del padre che non la lascia nemmeno scegliere l’università, si innamora dell’amico del fratello maggiore, ex ribelle che ha messo la testa a posto entrando nei Marine, ma che viene comunque mal visto da padre di lei.
Come in ogni young adult troviamo lo svolgersi della storia d’amore, ma qui iniziano le differenze, ovvero la parte più importante.
Se per tutta la prima parte sembra di leggere un classico romanzo da adolescenti, dove l’unica spinta per andare avanti è scoprire la risposta lasciata in sospeso all’inizio, ovvero chi è morto Riley o Kit, ora Mila Grey approfondisce il tema, dal punto di vista psicologico, di cosa voglia dire amare un militare.
Come si sviluppa la vita di una donna che ha un marito, un figlio, un fratello o un fidanzato in missione per molti mesi all’anno e che attende il suo ritorno? Cosa significa aver paura di trovarsi davanti casa un militare che deve comunicare che la persona cara non tornerà mai più?
È proprio questo il tema centrale del romanzo, non tanto la nascita della storia che è solo per dare un po’ di background, ma il presente. Capire e toccare con mano cosa voglia dire aprire quella porta e trovarsi ad affrontare una perdita così importante.
Un romanzo che va letto molto a fondo e senza pregiudizi, che sa dare tanto.

Mila Grey è lo pseudonimo di Sarah Alderson.
Al suo attivo ha già ben cinque pubblicazioni.
Originaria di Londra ha vissuto per gli ultimi quattro anni a Bali con il marito e la figlia.
I suoi scritti sono firmati con lo pseudonimo che con il suo nome vero.
Nella sua carriera di scrittrice ha scritto anche delle sceneggiature.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’ Ufficio Stampa De Agostini.

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:: La congiura di San Domenico di Patrizia Debicke (Todaro Editore, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

2 settembre 2016 by
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Secondo capitolo della serie dedicata alla Sentinella del Papa, La congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot riporta i lettori ai primi anni del 1500, ai giorni dello Stato della Chiesa e dell’Inquisizione.
Questa volta, ancor più delle altre, la Debicke crea una storia ricca di suspense, di intrighi e di mistero che tiene il lettore incollato al testo. La struttura scelta, con la volontà di non suddividere la storia in capitoli bensì mantenere un continuum articolato in paragrafi, si rivela efficace. Ogni passo è centrato su un indizio, una svolta, una sottolineatura e, visto l’elevato grado di complessità della vicenda narrata, ciò aiuta chi legge a seguire con attenzione gli sviluppi, le indagini e tentare magari anche di anticipare qualche rivelazione.
Giulio II e la sua corte si trovano a Bologna e sarà proprio la Dotta a fare da sfondo alle vicende che coinvolgeranno il Papa e la sua Sentinella, Julius Aloysius von Hertenstein leutnant della Guardia Pontificia, il convento di San Domenico e quello di San Mattia, Santa Maria Celesta, le “vedette” della strada e Michelangelo Buonarroti.

«I fedeli hanno visto e sentito. Non possiamo nascondere o minimizzare. Questo spaventoso delitto nella basilica è un sacrilegio che comporta la sconsacrazione.»

Il rinvenimento del corpo di fra’ Consalvo, vice di fra’ Gaudioso e suo assistente nell’Inquisizione, sui gradini dell’Arca, trafitto da un Cristo dorato e con il cadavere di un gatto nero a cingergli la testa come una corona lascia emergere fin da subito la dimensione del marcio che sta per essere svelato. La posa in cui viene rinvenuto il frate è una messinscena e non sarà la sola su cui il lettore avrà piacere di riflettere pensando alle tante, troppe ipocrisie che reggono istituzioni storiche o religiose e dalle cui “impalcature” facilmente si può “precipitare”, come accade al maestro Buonarroti, e ciò può ben rappresentare l’occasione per la svolta.
Il leutnant Hertenstein de La congiura di San Domenico è meno “lucido” del personaggio narrato dalla Debicke ne La Sentinella del Papa (Todaro Editore, 2013), commette un’imprudenza ma questa volta il legame con Maria non è solo sentimentale o carnale, hanno in comune l’aver vissuto sulla propria pelle una terribile esperienza, figlia di una delle più bieche manifestazioni della malvagità umana.

«Ogni tanto penso che Cristo sia morto invano. Per la nostra salvezza? Nossignore, la nostra gente incensa i tiranni e gli assassini e rincorre i sacrileghi

Gli Inquisitori si ergono, dinanzi a Dio e al popolo, a giustizieri e, pur dedicandosi a vizi e malvagità, infliggono violenza invocando la retta via, la parola sacra e il perdono. I sotterranei del convento di San Domenico ricordano le sale degli interrogatori della Brigata Speciale, la polizia segreta del dittatore Francisco Franco, descritte da Mark Oldfield in Quindici cadaveri (Newton Compton, 2013) e allora automaticamente ci si chiede dov’è la differenza. Un convento e un quartier generale che hanno entrambi una stanza della tortura, delle celle per la prigionia degli indiziati, delle sale per gli interrogatori e la “via dell’acqua” che se da un lato può rappresentare una via di fuga sotterranea dall’altro è un utile mezzo per liberarsi di qualunque cosa, soprattutto cadaveri.
Patrizia Debicke van der Noot con La congiura di San Domenico si rivela ancora una volta un’artista della scrittura “storica”. In tutte le 260 pagine che compongono il libro non si trova una frase di troppo. Narrazione asciutta, essenziale, decisa e precisa. Per far immergere il lettore nel contesto storico da lei narrato non le occorre sciorinare quanto appreso e certamente studiato sui fatti e le usanze dell’epoca, essendo sua la capacità di rappresentarlo attraverso la scena, lo sviluppo della vicenda, il linguaggio dei personaggi.
La lettura del libro si rivela piacevole e invoglia chi legge in riflessioni sul passato ma anche sul presente della Chiesa, della religione e della spiritualità; sulla società del 1500 ma anche su quella attuale; sul popolo e su chi lo “governa”; sull’ordinario come sullo “straordinario”.

Patrizia Debicke: Nata a Firenze, vive a Clervaux in Lussemburgo e fa lunghi soggiorni in Italia. Dal 2003 si dedica interamente alla scrittura. Ha scritto romanzi, romanzi gialli, gialli storici, racconti per varie antologie e racconti lunghi pubblicati in formato e-book. È collaboratore editoriale di Delos Book, Mentelocale, MilanoNera, The Blog Around The Corner. Ha tenuto conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Parigi e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo, per circoli letterari e workshop di scrittura per scuole medie e superiori.(fonte: http://www.patriziadebicke.com)

Source: pdf inviato al recensore dall’ autrice.

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:: La strada del nord, Anila Wilms (Keller editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

2 settembre 2016 by
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La strada del nord è il primo romanzo della scrittrice albanese Anila Wilms e, non a caso, l’autrice lo ambienta proprio nella sua terra di nascita, creando un intreccio narrativo nel quale il lettore potrà ritrovare diversi generi letterari che vanno dallo storico al giallo dal sapore di intrigo internazionale. La vicenda è ambientata nella Tirana degli anni Venti, per la precisione nel 1923, quando il vecchio impero si è dissolto alla fine della Prima guerra mondiale, lasciando spazio alla formazione di un nuovo stato albanese. Questo cambiamento provoca nelle genti del posto, in particolar modo nella popolazione della montagna che vive seguendo la legge del Kanun, una sete di vendetta nei confronti del governo appena nato, pronto a tutto pur di radicarsi nella polverosa città di Tirana. In questo luogo arriva Julius Grant, ambasciatore americano, al suo primo incarico davvero importante. Grant è orgoglioso del lavoro da svolgere, perché la sua missione è quella di verificare la presenza, più o meno concreta, di giacimenti di oro nero (petrolio) in Albania. Una realtà quasi certa attorno alla quale già ci sarebbe l’interessamento di vari attori economici e geografici come le compagnie petrolifere di inizio Novecento, l’Italia e il Regno Unito. La situazione si complica in un giorno del 1924, quando un ingegnere forestale tedesco arriva a Tirana con due corpi senza vita, appartenenti a due giovani americani assassinati su un ponte. Questo fatto, oltre a mettere in subbuglio l’ambasciatore Grant, in realtà scombussola parecchio la già instabile situazione politico-sociale dell’Albania. Tutti parlano dell’omicidio, i politici, i giornalisti e la gente comune si scatenano in domande e nella ricerca di risposte per capire chi abbia ucciso i due giovani e perché. Delitto politico o tragica causalità del destino si alterneranno in una narrazione dinamica nella quale gli intrallazzi e gli interessi economici e politici dimostrano di andare ben oltre il valore umano delle persone. La Wilms per scrivere questa storia ha preso spunto da un fatto realmente accaduto in Albania nel 1924 e questo le ha permesso di delineare a noi lettori un mondo travolto dal caos completo. Un piccolo microcosmo all’interno del quale il brutale assassinio di questi giovani stranieri si rivela essere un fatto che non fa altro che peggiorare la già precaria condizione del neonato stato albanese. Le dinamiche narrative interne al libro della Wilms sono interessanti perché dalla ricerca del colpevole, si passa alle questioni sociali e a quelle politiche. Un movimento che pian piano delinea i differenti eventi e questioni politiche che travolsero il nascente Stato. Ne sono un esempio gli schieramenti politici che vedevano opporsi, da una parte, il vescovo Doroteus, dall’altra, il giovane Fauf Henry, pronto a fare qualsiasi cosa pur di ottenere il dominio sull’Albania. La strada verso il nord della Wilms è un po’ romanzo giallo perché c’è un omicidio da risolvere, ma allo stesso tempo, il libro è un affresco storico che porta noi lettori allo scoperta della vita politica, sociale di un mondo (l’Albania) sottoposto, in quell’epoca del Novecento, a modernizzazione forse un po’ troppo forzata e inaspettata per un popolo molto legato ai valori tradizionali. Traduzione dal tedesco Franco Filice.

Anila Wilms è nata nel 1971 a Tirana, in Albania, dove ha studiato Storia e Filologia. Nel 1994 si è trasferita a Berlino.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Keller Editore.

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:: L’ invito, Ruth Ware (Corbaccio, 2015) a cura di Micol Borzatta

2 settembre 2016 by
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Sono passati dieci anni da quando Leonora Shaw ha visto Clare e James. Dieci anni dalla fine del liceo e dalla sua storia con James. Dieci anni in cui si è ricostruita una vita e ha realizzato il suo sogno: diventare una scrittrice.
La vita di Nora è scandita da ritmi ben precisi: corse nel parco e lavoro alla sua scrivania nel monolocale dell’East End di Londra.
Un giorno mentre sta lavorando riceve una mail da una certa Flo che la invita all’addio al nubilato di Clare. Nora non sa se partecipare oppure no, ha troncato con il suo passato e con che ne faceva parte in maniera molta brusca, e proprio seguendo questo pensiero è convinta che l’invito sia un errore, fino a quando non riceve una mail da Nina, sua amica e unica ex compagna del liceo con cui ha tenuto dei legami, che le chiede se andranno insieme alla festa.
Nora alla fine decide di andare e accettare l’invito, spinta anche dal fatto che Flo ha precisato che Clare ci tiene davvero tanto, così da far rinascere in Nora un senso di riconoscenza nei confronti di Clare, sentimento che provava anche in gioventù e che è stato sempre alla base della loro amicizia.
Una volta arrivata alla villa nei boschi di Northumberland dove si svolgerà il weekend dedicato all’addio al celibato, Nora, capirà immediatamente di aver fatto un errore madornale, in primis perché scopre che il futuro marito di Clare è James, che fino a quel momento non sapeva, e poi perché gli eventi non vanno proprio come erano stati programmati. Spinti dall’isterismo di Flo accadranno avvenimenti che stravolgeranno tutti cambiando le loro vite per sempre.
Romanzo con una struttura molto particolare consistente in un inizio molto pacato, dove si fa subito la conoscenza della protagonista, Nora, e pian piano delle persone che saranno protagoniste degli avvenimenti con una vera e propria presentazione stile mi chiamo tizio e faccio il tal lavoro, vivo nel tal posto e i miei hobby sono… oltre che tramite i pensieri di Nora che sarà la voce narrante di tutto il romanzo.
Appena crediamo di aver capito come sarà l’andamento del libro, il suo ritmo e le tempistiche in cui si svolgeranno le situazioni, ecco che la Ware decide di dare una scarica di adrenalina al lettore buttandolo in uno stato confusionale e di angoscia pura inserendo un capitolo ambientato in un futuro vicino, che poi si scoprirà essere il presente mentre la festa è un leggero passato prossimo, dove Nora si sveglia in un ospedale con pochissimi ricordi degli avvenimenti accaduti, se non qualche immagine della festa, della casa e di un fucile sopra un camino.
Solo un capitolo prima di ritornare alla narrazione normale che riesce a stravolgere talmente tanto il lettore da portarlo a farsi ancora più domande, a cui non saprà rispondere se non alla fine del romanzo.
Già, perché se fino a quel momento l’unica domanda che mandava avanti nella lettura il lettore era cercare di scoprire qual era il segreto terribile che aveva portato Nora a sparire per dieci anni dalla vita di James e Clare, ora vuole assolutamente sapere come fa Nora da una semplice festa di addio al nubilato a ritrovarsi piena di sangue in ospedale con un’amnesia pesante.
Un ottimo colpo di scena che spezza la regolarità della narrazione e che non viene usato una sola volta, pur senza mai eccederne nell’uso.
Molto ben fatte sono le descrizioni. Poco accentuate quelle delle ambientazioni, ma abbastanza perché il lettore possa figurarsele, quanto invece molto dettagliate e complesse quelle relative ai sentimenti di Nora, che coprono tutta la gamma delle emozioni, dei pensieri, dei dolori e delle paure da lei provate, nelle minime sfumature possibili, tanto da creare un legame a doppio filo con il lettore.
La trama è davvero avvincente, un continuo mix di fatti più o meno tranquilli e avvenimenti adrenalinici che portano il lettore su un’altalena che va sempre più forte e sempre più in alto, con colpi di scena e momenti quasi psicotici che danno delle vere e proprie scariche elettriche.
Che altro dire, un romanzo straordinario con un finale stravolgente da lasciar increduli, quasi con la voglia di rileggerlo per cercare dei piccoli indizi che possano anticipare un colpo di scena così magistrale.

Rhth Ware è il soprannome di una scrittrice inglese. Nata nel 1977 a Lewes, nel Sussex, dopo la laurea all’Università di Manchester si è trasferita prima a Parigi e poi a Londra.
Ha lavorato come cameriera, libraia, insegnate di Inglese per poi approdare nell’ufficio stampa della Vintage Publishing.
L’invito è la sua prima opera.

Source: ebook inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Il sesto giorno, di Rosanna Rubino (Fazi, 2016) a cura di Federica Belleri

1 settembre 2016 by
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Ronnie Rosso ha sei giorni di tempo. Solo sei, per prendere una decisione importante e vedere la sua società quotata in borsa. Fa freddo a Milano, ma a lui non sembra interessare. Ronnie corre, conta i passi, macina metri su metri. Ogni tanto si ferma e respira. La sua città è in subbuglio. Manifestanti ovunque, disordini e rudimentali ordigni esplosivi. Lui passa e osserva, indifferente. Si rifugia nel suo attico, si siede a bordo piscina e si perde, in un passato neanche troppo lontano. Ha solo trentacinque anni, un fisico atletico e ha già conquistato tutto: fama, denaro e rispetto … forse.

Ha una storia pesante da raccontare. A lui piacciono le storie. Si sta liberando da un peso? È anaffettivo Ronnie, guarda ma non approfondisce. Ascolta ma non sente. Non si accorge della presenza dei suoi collaboratori più fidati. Non pensa a tutte le parole che gli escono dalla bocca e a quanto possano ferire. Cosa gli importa davvero?  Quali sono i suoi veri sentimenti?
Conta Ronnie, memorizza gli spazi attorno a sé per avere sempre sott’occhio una via di fuga. Impara i vocaboli e il loro significato. Scappa da se stesso, con un paio di comode scarpe ai piedi. Sopravvive, galleggiando a pancia in su, guardando il cielo e non ascoltando le urla di chi soffre. Non dorme Ronnie, da troppe ore. Abbraccia, senza percepire il calore. È attratto dai colori forti e dai numeri. È legato al suo essere bambino e alla forza che ha sviluppato per non soffrire.
Secondo romanzo questo, per Rosanna Rubino. Scrittura particolare e a tratti spigolosa. Spazi delimitati. Capitoli scanditi da luoghi e orari precisi. Rispecchiano la personalità di Ronnie Rosso. Ritmo sempre sostenuto e crescente nella parte finale. Quattro protagonisti, che hanno un nome. Altri, per i quali un nome proprio non è fondamentale. Mi permetto di definirlo un “noir dell’anima”. Davvero un’ottima e sorprendente lettura. Lo consiglio.

Rosanna Rubino Nata a Napoli, vive a Milano. Architetto, specialista in marketing e comunicazione, consulente nel settore real estate, ha collaborato con il Politecnico di Milano, la Comunità Europea e l’Istituto Europeo di Design. Ha esordito nel 2013 con il romanzo Tony Tormenta (Fanucci), ottenendo un grande successo di critica. È mamma di Sophie, una bimba di sei anni.

Source: prestito bibliotecario.

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:: Manuale distruzione di Roberto Corradi (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

1 settembre 2016 by
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Manuale distruzione. Dall’antichità a giovedì scorso (Sperling&Kupfer, 2016) di Roberto Corradi è “l’unico vero libro di Storia” in circolazione. Il solo manuale che racconta la Storia come non l’avete mai letta… ma come avreste sempre voluto studiarla.
Chi ha detto che la Storia è noiosa? Dipende dai fatti che scegli di raccontare e da quanto decidi di essere sincero nel commentarli. Se a questo aggiungi uno spiccato senso dell’umorismo, dell’ironia e dell’auto-ironia allora ottieni un “manuale d’istruzione” che insegna molte più cose di quanto non si è indotti a credere.
Manuale distruzione è un testo simpatico e originale, unico nel suo genere, carico della simpatia e dell’energia che ha e trasmette il suo autore e dell’umorismo mai volgare a cui Corradi ha abituato i suoi fan. È un libro che va letto con calma, ingerendone piccole dosi alla volta altrimenti si rischia seriamente di sentirsi male… dal ridere.

Chi dice che Mary Quant abbia inventato la minigonna non tiene conto di almeno settecento anni di storia romana.

Manuale distruzione è dedicato a Pipino il Breve “di cui ancora si sghignazza” e ha la prefazione firmata da Marco Presta il quale sintetizza alla perfezione il senso recondito del libro: “dare una risposta soddisfacente alla domanda «Come abbiamo fatto a ridurci in questo modo?».”
Corradi racconta quanto accaduto negli ultimi 200mila anni agli esseri “umani” che “dall’esigenza di indossare delle mutande che li coprissero così come erano coperti gli animali da pelliccia” sono arrivati al “compromesso di indossare proprio gli animali da pelliccia”.
Al pari di ogni grande autore o comico che si rispetti, Corradi trasmette al lettore molto più di ciò che traspare dalla semplice battuta. Uno sguardo lucido, a volte tagliente, alla Storia, quella vera, spesso faziosamente raccontata, addolcita, edulcorata. Un’opinione critica e realistica sui fatti recenti e passati che hanno cambiato il corso della Storia e il destino dei popoli. Una dimostrazione palese di quanto, a volte, sono i manuali veri a raccontare delle storie.

E questi dei, sostanzialmente, copulavano. Copulavano, si risentivano, si facevano corrompere, dibattevano dei fatti loro: stava nascendo il concetto di Parlamento, che solo molti secoli dopo avrebbe avuto il suo massimo sviluppo in Italia.

Manuale distruzione. Dall’antichità a giovedì scorso di Roberto Corradi è un libro molto spassoso, da leggere per ridere e sorridere ma anche per riflettere. Per imparare a guardare con occhio diverso, magari più critico, i libri che raccontano la Storia e i giornali che parlano dell’oggi. Un modo “leggero” per tentare di cambiare il domani perché gli “idioti” ci sono in ogni epoca e quasi sempre sono “quelli che devono firmare per cose che ci servono come l’aria”.

Roberto Corradi: classe 1976, romano, autore e attore scrive per la televisione, la radio e il teatro. Ha lavorato con Alberto Sordi, Enrico Montesano, Enrico Vaime, Lillo&Greg, Maurizio Battista, Marco Travaglio, Maurizio Costanzo, Marco Presta e Antonello Dose. Deve i suoi inizi a Corrado Mantoni. È noto per la trasmissione di Radio2 Il Ruggito del Coniglio e afferma di saper fare il pandoro. (fonte http://www.sperling.it)

Source: libro inviato al recensore da Fiammetta, che ringraziamo, per conto della Sperling & Kupfer.

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:: L’ indizio di Helen Callaghan, (Corbaccio, 2016) a cura di Micol Borzatta

1 settembre 2016 by
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Margot Lewis è un’isegnante del liceo di Cambridge e cura anche una rubrica sul giornale intitolata Cara Amy dove risponde alle richieste di aiuto e di consigli da parte della popolazione.
Nella via privata però non va tutto bene, infatti sta divorziando dal marito che l’ha tradita seguendo il profumo dei soldi e vuole portarle via tutto.
La vita di Margot però viene davvero sconvolta quando, in contemporanea con la sparizione di Katie Browne una sua ex allieva, trova tra le lettere per la rubrica quella di Bethan Avery, una bambina rapita che chiede aiuto per essere liberata dal suo rapitore.
Margot corre subito dalla polizia, ma nessuno le crede né dà peso alla lettera, perché Bethan Avery è una bambina che è stata rapita 17 anni prima e di cui non si è mai ritrovato il corpo.
Margot però non si dà per vinta, secondo lei la sparizione e la lettera sono collegate, e quando finalmente viene contattata da un esperto di Cold Case si butta anima e corpo a cercare indizi per riuscire a trovare Bethan e quindi anche Katie, ma le scoperte che farà saranno talmente sconvolgenti da cambiarla per sempre.
Fin da subito si entra nel vivo della storia vivendo in prima persona, nel prologo, la scomparsa di Katie. Questa parte viene raccontata con la voce narrante della bambina stessa, della quale non si saprà nulla di come sia fatta, ma invece si conoscerà tutto quello che riguarda il rapporto con la madre, con il patrigno, il disagio domestico e la voglia di stare con il padre naturale.
Dopo questa breve parentesi si entra nella vita di un’altra voce narrante: Margot. Anche qui si sa poco dell’aspetto fisico della protagonista, ma il lettore entra subito in contatto con i suoi pensieri e con il suo carattere, creando già nel primo capitolo un legame empatico davvero forte.
Andando avanti con la lettura, grazie al trucco della scrittrice, sempre più usato nei thriller, di alternare i capitoli tra vittima e ricercatore, il lettore si trova a vivere alternate le sensazioni di paura e di terrore di Katie e la tenacia, la caparbietà e l’insistenza di Margot che, nonostante tutti le diano contro definendola anche pazza, non vuole smettere di cercare la bambina.
Le descrizioni delle situazioni vissute dalle protagoniste sono molto vivide e ricche di particolari, a volte anche molto cruente, come ad esempio la descrizione della ferita di coltello di Margot, ma il lettore è talmente coinvolto e partecipe dei fatti che anche i più deboli di stomaco riescono a continuare la lettura facilmente e senza impressionarsi troppo.
La trama è molto complessa e gli argomenti trattati molto particolari, quasi da prendere con le pinze come si suol dire. Infatti oltre a narrare del rapimento di una bambina, l’autrice parla del problema che possono avere le persona a reinserirsi in società dopo un periodo di ricovero in strutture psichiatriche.
Margot infatti è stata ricoverata due volte in gioventù per depressione, ma tutt’ora la gente che la circonda, pur essendo guarita da molti anni, usa la sua passata malattia come scusante per allontanarla e non aiutarla, e men che meno crederle, se racconta qualcosa che vada al di fuori della loro routine quotidiana, così da no farsi coinvolgere in nulla che sia fuori dagli schemi, non capendo che facendo così non aiutano la persona in questione a non dar peso alle idee che possono sembrare strane, ma la portano a dubitare di se stessa, a riprovare quel senso di insicurezza e malessere che possono farla ricadere nuovamente in uno stato depressivo e confusionale.
Tutto questo il lettore lo vive attraverso i pensieri frammentati di Margot che diventano sempre più confusionari e contradditori. Il tutto ovviamente raccontato sempre in prima persona, dando quasi l’impressione che i pensieri siano del lettore stesso.
Un romanzo adrenalinico adatto per una lettura anche sotto all’ombrellone dove può essere iniziato e gustato fino alla fine senza interruzioni.

Helen Callaghan vive a Cambridge insieme a Aleister, il suo criceto e a una montagna di libri. Autrice di racconti, è rappresentata dalla prestigiosa agenzia Green and Heaton che ha autori come Sarah Waters e Katherine Webb. «L’indizio» è il suo primo romanzo.

Source: ebook inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il sito più bello

30 agosto 2016 by

bnhGiovedì torniamo, questa vacanza ci voleva. Spero che almeno un pochino abbiate sentito la nostra mancanza. Questo post non era programmato. Nasce un po’ così. Per caso. Riflettendo mentre sfogliavo le pagine dei siti degli editori in cerca di novità o di libri che mi sono sfuggiti. E alcuni siti sono davvero belli. Ben fatti. Invitano i lettori a consultarli. Così mi è venuta questa idea: votare il sito più bello. Qui nei commenti. Non si vince niente, solo la soddisfazione di essere apprezzati. Non siete un po’ curiosi di scroprire quale sito è il più bello? E’ un modo di conoscerne anche nuovi. Buon voto!

:: Un’ intervista con Francesco Anghelone, curatore assieme a Andrea Ungari dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016

31 luglio 2016 by

unnamedNegli scorsi mesi è uscito l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, ecco alcune domande e risposte che ci aiuteranno ad approfondire i temi trattati.

Come è nata l’idea di compilare un Atlante Geopolitico del Mediaterraneo? È al suo terzo anno di pubblicazione, ogni anno focalizzando temi diversi. Ci parli dei motivi che vi hanno spinto a scriverlo e a strutturarlo in questo modo.

Con l’inizio delle cosiddette Primavere arabe è cresciuta l’attenzione nei confronti dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Paesi attraversati da importanti cambiamenti politici e sociali, in molti casi poco conosciuti e difficili da comprendere per gran parte dell’opinione pubblica occidentale. Il nostro obiettivo, quando abbiamo immaginato di dare vita all’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, era quello di offrire ai lettori uno strumento che li aiutasse a comprendere meglio gli eventi che stanno cambiando il volto dell’area, partendo tuttavia da una sintetica ma approfondita analisi della storia recente dei paesi della regione.

Per capire il presente bisogna studiare e comprendere il passato. È questo lo spirito che anima il vostro libro?

Conoscere il passato è fondamentale per comprendere cosa sta accendo oggi nel Mediterraneo. Molto spesso si analizzano i fatti che accadono nell’area senza tenere conto del contesto storico e politico in cui avvengono. Questo rappresenta, a mio modo di vedere, un forte limite rispetto alla possibilità di avere una comprensione profonda degli eventi in corso.

Se vogliamo, la democartizzazione del Medio Oriente era uno degli obbiettivi che si era posta l’amministrazione statunitense, appoggiando in un certo senso, per lo meno moralmente, il fenomeno che va sotto il nome delle “Primavere arabe”. Poi ne è seguito un quasi totale disinteresse. Come se lo spiega?

Non sono convinto che la democratizzazione del Medio Oriente fosse un reale obiettivo dell’amministrazione statunitense. A mio modo di vedere Obama voleva innanzitutto ridurre la presenza americana nell’area, imprimendo quindi un cambio di rotta netto rispetto all’amministrazione Bush che aveva scosso l’intera regione con l’intervento in Iraq. Per gli Stati Uniti oggi il Mediterraneo è uno scenario geopolitico di secondaria importanza, concentrati come sono nella competizione con la Cina in Asia e nel Pacifico.

Dopo i vari totalitarismi del XX secolo, era ipotizzabile un totalitarismo di matrice islamica, come è appunto lo Stato Islamico? Dove sono visibili le sue radici, le sue origini, e in cosa si differenzia dai totalitarismi del passato recente (comunismo, nazismo)?

La nascita del cosiddetto “Stato islamico” era inimmaginabile sino a pochi anni fa. Ciò è stato possibile per una serie di eventi che, a partire dalla guerra dell’Iraq del 2003, hanno mutato profondamente gli equilibri politici dell’area. Le radici di un simile totalitarismo vanno ricercate certamente in una visione radicale dell’Islam che oggi si sta diffondendo molto rapidamente all’interno di molti paesi musulmani. Una visione che vede certamente nell’Occidente un nemico da abbattere. Va però detto che per molti anni i paesi occidentali hanno ignorato i gravi problemi sociali ed economici che affliggevano molti paesi del Medio Oriente e dell’Africa, preferendo concludere accordi con regimi autoritari che garantivano una certa stabilità all’area piuttosto che affrontare alla radice molti dei mali che affliggevano quei popoli. Questo atteggiamento dell’Occidente ha rappresentato ovviamente una forte arma di propaganda nelle mani di chi oggi vorrebbe uno scontro totale tra l’Islam e l’Occidente.

In che misura secondo lei questa è una guerra santa o una guerra profana?

Credo sempre poco al concetto di guerra di religione. Sono convinto che dietro a ogni guerra vi siano interessi molto “profani”. Lo scoppio delle cosiddette Primavere arabe ha creato le condizioni per ridisegnare gli equilibri politici della regione e alcuni hanno cercato di approfittare di questa situazione per sostituire i vecchi regimi al potere. La religione è tuttavia importante perché essa rappresenta un forte strumento di propaganda capace di mobilitare e motivare una grandissima massa di persone.

I fenomeni terroristici presenti in Europa, l’ultimo poche settimane fa a Nizza, in che misura si insericono in una strategia della destabilizzazione, più che della tensione? È un chiaro messaggio alla Francia di interrompere le sue attività in Siria e Iraq?

Gli eventi di Nizza ci dicono innanzi tutto che è oggi impossibile poter garantire la sicurezza al cento per cento all’interno dei paesi occidentali. Le modalità di reclutamento dei cosiddetti martiri, i luoghi scelti per gli attentati e le modalità degli stessi sfuggono infatti a ogni regola e ciò li rende dunque difficili se non impossibili da prevedere in molti casi. Ciò crea certamente le condizioni per il diffondersi del panico all’interno della società, ponendo seri problemi ai governi. Lo scopo, nel caso specifico, è certamente quello di spingere la Francia e interrompere le proprie attività contro l’Isis, ma al tempo stesso colpire sul suolo europeo serve a dimostrare la forza del Califfato, nonostante le perdite territoriali che ultimamente sta subendo, e dunque a promuoverne una diffusione sempre più ampia.

Il bacino da cui l’ISIS prende questi aspiranti martiri, consci che moriranno e non avranno vie di scampo, è essenzialmente dalle sacche più disagiate, ghettizzate, emarginate. La mancanza di integrazione di questi giovani nel tessuto sociale è da molti vista come una qustione a lungo sottovalutata anche dai paesi europei. Alfredo Macchi conclude che la battaglia da svolgere è essenzialmente culturale. È d’accordo?

Sì, certamente. Per troppi anni abbiamo ignorato i problemi che potevano nascere dall’esistenza di veri e propri ghetti nelle grandi città europee. Così come abbiamo ignorato la violazione dei diritti umani in molti paesi del Medio Oriente solo perché i regimi ci erano “amici”. Questi sono stati errori politici ma anche culturali, dettati da una certa arroganza dell’Occidente rispetto ai suoi vicini arabi. Ora che ci siamo svegliati da questo lungo sonno dobbiamo iniziare una forte opera di inclusione sociale a tutti i livelli, altrimenti rischiamo di perdere definitavamente la battaglia contro chi promuove l’odio e lo scontro di civiltà.

Molte colpe di cosa sta succedendo spettano alla disomogeneità e disorganizzazione dell’Unione Europea. In che modo fattivamente potrebbe far smettere i finanziamenti che l’ISIS riceve? In che misura partecipa a questo “gioco” la Cina?

L’Europa, come soggetto politico sul piano internazionale, semplicemente non esiste. I suoi paesi membri perseguono ancora obiettivi nazionali e ciò rappresenta una scelta miope che rischiamo di pagare a caro prezzo. Ha certamente gli strumenti per limitare il flusso di finanziamenti all’Isis, ma per far sì che ciò accada è essenziale una condivisione delle scelte e degli obeittivi che oggi non sembra esistere. La Cina, da parte sua, ha già forti interessi economici nell’Africa subsahariana e certamente nei prossimi anni estenderà il suo raggio di azione anche nel Nord Africa. Per ora la sua politica nell’area è essenzialmente di carattare commerciale, ma niente esclude che nei prossimi anni possa divenire anche un attore politico, specie dopo che avrà consolidato la propria presenza economica.

La mia percezione è che la gente capisca davvero poco di cosa sta succedendo, delle vere motivazioni, delle vere ripercussioni. Rientra tutto in una certa disinformazione e strumentalizzazione dei mass media, non solo svolta dall’ISIS? In che misura anche noi contribuiamo a tenere all’oscuro l’opinione pubblica su quello che sta davvero accadendo? Mi riferisco anche a motivi più che legittimi come il tentativo di non diffondre il panico.

La conoscenza è sempre importante. Uno dei grandi limiti che oggi riscontriamo nel nostro rapporto con l’Islam è proprio la scarsa conoscenza che abbiamo di esso. Così come conosciamo poco i paesi della sponda sud del Mediterraneo e quelli del Medio Oriente. In questo momento dobbiamo dunque diffondere conoscenza e non fare il contrario, anche perché attraverso la conoscenza spesso siamo in grado di superare antiche diffidenze e assurdi preconcetti. L’opinine pubblica deve essere consapevole, a mio modo di vedere, che attraversiamo una fase storica molto difficile e che la sicurezza all’interno dell’Europa è oggi seriametne messa a rischio. Ciò non significa che siamo di fronte a una battaglia persa, tutt’altro. Esistono problemi seri, ma esistono, come sempre, anche soluzioni in grado di risolverli. Ci vorrà certamente molto tempo e una lungimiranza politica che sino ad oggi è purtroppo spesso mancata all’Occidente.

Quali sono i veri rischi che corre l’Occidente, se non si riuscisse a fermare lo Stato Islamico? L’Islam moderato prevarrà? È pessimista?

Lo Stato islamico poterebbe essere distrutto nel giro di poche settimane se l’Occidente decidesse un intervento militare massiccio. Ma ciò comporterebbe un intervento di terra, che nessun paese occidentale al momento vuole lontanament prendere in considerazione. Ci sono certamente altri modi per fermare l’Isis, innanzitutto sostenendo le forze che lo combattono nell’area e poi agendo sul flusso di finanziamenti che lo sostengono. Ciò significa però rivedere le politiche occidentali, specie statunitensi, nei confronti delle Monarchie del golfo, Arabia Saudita in testa, da cui provengono molti dei finanziamenti alle organizzioni terroristiche di matrice islamica. Non so dire se l’Islam moderato prevarrà, sono convinto però che all’interno del mondo islamico le voci moderate e aperte al dialogo, che esistono, devono fare di tutto per far sentire la loro voce con maggiore forza e impedire che un’intera comunità religiosa sia identificata con un numero alto, ma pur sempre limitato, di terroristi e assassini.

Cosa cambierà quando si passerà dai combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili? Ha in mente uno scenario possibile?

Al momento è difficile prevedere cosa ciò comporterà sul piano politico per la regione. Non siamo ancora in grado di capire quando e come ciò avverrà. L’unica cosa certa è che un simile cambiamento va progettato dai paesi con grande attenzione. Gli Stati Uniti stanno già facendo investimenti in tal senso e l’Europa dovrebbe impegnarsi nello stesso percorso. Per i paesi ricchi di petrolio dell’area ciò rappresenterà una grande sfida. Dovranno fare investimenti che permettano loro di diversificare le proprie entrate economiche, altrimenti rischieranno seri problemi nel medio-lungo periodo. In questo senso l’Europa potrebbe svolgere un ruolo di supporto molto importante.

Può parlarci del libro che attualmente sta scrivendo sulla questione turca, anche alla luce del tentato golpe del 15 luglio. Quali conseguenze porterà, anche alla luce di un’ eventuale entrata della Turchia nell’UE?

La Turchia potrebbe rappresentare un ponte ideale tra l’Occidente e il mondo islamico, giocando un ruolo straordinario nei rapporti tra i due mondi. Oggi la situazione del paese è molto complessa ed è certamente più lontano dall’Europa di quanto non fosse solo un decennio fa. Le ragioni di tale allontanamento risiedono sia nella chiusura di alcuni paesi europei rispetto all’ipotesi di un ingresso della Turchia nell’UE (Germania e Francia in testa) nonostante i negoziati siano stati avviati nell’ottobre del 2005, sia nella politica dell’attuale governo turco che negli ultimi anni è stato più impegnato a rilanciare il ruolo del paese quale potenza regionale che quale partner europeo. Il golpe, i cui dettagli sono ancora da chiarire, ha provocato una reazione dura del governo turco che rischia di minare gravemente la tenuta democratica del paese. La Turchia è un paese importantissimo per gli equilibri del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale, per tale ragione con alcuni colleghi, e col supporto delle edizioni Bordeaux, abbiamo deciso di lavorare a un volume che ne analizzi la storia recente, le politiche e le riforme attuate durante gli anni di governo di Erdoğan e la politica estera. Come per l’Atlante, anche in questo il nostro obiettivo è di offrire al lettore uno strumento attraverso il quale comprendere meglio la realtà di un paese importante e così vicino a noi di cui ancora sappiamo troppo poco.

:: Blogathon “Harry Potter and the Cursed Child Parts I & II”: Harry Potter e la Pietra Filosofale

31 luglio 2016 by

Prima di lasciarci per questa breve pausa estiva ecco il nostro ultimo post dedicato a una bellissima iniziativa in onore del maghetto più famoso della letteratura per ragazzi: Harry Potter, chi se no? Il blog Over The hills and far away ha infatti lanciato una blogathon, una maratona di blog, in occasione dell’uscita oggi 31 luglio, di Harry Potter and the Cursed Child Parts I & II. Per conoscere tutti gli altri blog partecipanti e i relativi argomenti trattati vi invito a visitare il post di lancio.

HarryPotterELaPietraFilosofaleNella mia tappa mi occuperò di recensire il primo libro della serie, Harry Potter e la Pietra Filosofale, e cercherò di farlo in un modo un po’ speciale, per lo meno diverso dal solito. Recensioni del libro in rete ce ne sono centinaia, per cui più che parlarvi della trama, delle incoerenze che hanno notato alcuni recensori e lettori, del modo in cui noi grandi ci siamo quasi appropriati della serie, togliendola quasi agli originari destinatari, i ragazzi, cercherò di esprimervi le mie riflessioni durante la lettura. Riflessioni di un adulto che legge un libro per l’infanzia, un adulto quanto mai babbano, privo di quella magia che ancora possiedono i ragazzi. E non è forse la fantasia ancora incorrotta della loro età la vera magia, che la Rowling ha proiettato in questi libri, ironici, divertenti, leggeri, poetici. La fantasia, l’amicizia, il potere dell’amore, la capacità di vincere il male con il bene, cose a cui molto spesso gli adulti hanno smesso di credere, condannandosi a esistenze grigie e deprimenti.
Spazzando via anni e anni di polemiche sul fatto che sia un libro diseducativo o meno, che sembrano comunque non aver scalfito il successo mondiale di questi libri, mi concentrerei su alcune riflessioni dedicate ai genitori che si interrogano se fare o no leggere questi libri ai loro figli, nell’età più vulnerabile della crescita. Avendo letto solo il primo volume e non essendo una potteriana storica, forse le mie osservazioni potranno parere alquanto parziali, ma mi sforzerò che almeno siano obiettive e senza pregiudizi. Harry Potter e la Pietra Filosofale è essenzialmente un fantasy, proiezione di un mondo in cui la magia, gli incantesimi, la stregoneria esistono. Sono parte fondante della realtà. Si studia per poterla applicare in scuole come Hogwarts e sebbene ci voglia predisposizione, ciò non toglie che i poteri si acquistino con lo studio e il duro lavoro, e si debba scegliere se usarli per il bene o per il male. Insomma il piccolo Harry cresce facendo delle scelte, operando delle precise prese di posizione, sebbene la tentazione del male sia sempre presente, anche solo quando escogita lo scherzo allo zoo al cugino Dudley.
Il lavoro psicologico della Rowling nel descrivere la psiche infantile è realistico e accurato, la sua visione materna del processo di crescita dei ragazzi presente, si vede che è una madre che osserva, ascolta i ragazzi e sa immedesimarsi nel loro mondo. Stare al gioco, consapevoli che la magia non esiste (risibili le accuse di fondamentalismo magico), ma è bello immaginare un mondo alternativo dove con una bacchetta magica si possa cambiare la realtà (molto spesso fatta di violenza e sopraffazione), fa parte dello stesso processo educativo che la Rowling mette in atto. Se la magia è appunto la fantasia, la Rowling sembra portarci in un mondo capace di meraviglia, di mistero, di straordinario. Aiutarli a distinguere poi la realtà dalla fantasia, spetterà ai genitori, agli insegnanti, agli educatori, non investiamo la Rowling di un peso che non le compete.
Harry Potter e la Pietra Filosofale fu pubblicato per la prima volta nel giugno del 1997 dalla casa editrice londinese Bloomsbury. Dopo un percorso piuttosto travagliato fatto di rifiuti. Sono ormai passati quasi vent’anni e i ragazzi di allora sono adulti. Nuove generazioni si accostano al libro e sembra con lo stesso medesimo interesse. Leggere questo libro ai propri figli è una cosa che viene fatta molto spesso, molte mie amiche con figli me ne accennano, e sembra che non annoi e non stanchi ancora dopo tutti questi anni. Siamo difronte a un testo ormai diventato un classico della letteratura per ragazzi, un libro che appunto nasconde strati adatti anche a interessare gli adulti. Rimandi filosofici, letterari, politici, educativi. Insomma ben più complesso di quanto lo stile apparentemente semplice con cui è scritto faccia pensare. Cosa abbastanza inconsueta, e forse il segreto del grande successo che ha conservato negli anni.
L’uscita di Harry Potter and the Cursed Child Parts I & II, proprio oggi in concomitanza con la nostra Blogathon, sembra confermarlo. Questo libro poi neanche scritto dalla Rowling, ma tratto da un suo soggetto, è stato il libro più prenotato di sempre. Un altro record dei tanti che la serie ha raggiunto. Buona lettura!

Joanne Rowling (Bristol, 31 luglio 1965) è una scrittrice britannica. La sua fama è legata alla serie di romanzi di Harry Potter, che ha scritto firmandosi con lo pseudonimo di J. K. Rowling (in cui “K” sta per Kathleen, nome della nonna). I suoi libri della saga potteriana hanno riscontrato un successo internazionale e hanno vinto numerosi premi; da essi è stata inoltre tratta una fortunata serie di film.

Source: acquisto personale.