:: Sherlock : un uomo, un metodo di Arthur Conan Doyle (Rogas Edizioni, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

30 luglio 2016 by
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Di libri di e su Sherlok Holmes se ne possono trovare a centinaia: edizioni di diverse case editrici delle opere di Conan Doyle, saggistica specifica, o recentemente, anche romanzi di altri autori ma sempre con protagonista Il Detective.
Per non parlare della sterminata filmografia, delle trasposizioni a fumetti, delle serie tv e tutte le riprese possibili e immaginabili, più o meno apprezzabili, del personaggio.
In tutto ciò pare difficile trovare ancora qualcosa di inedito (in Italia) su Holmes, eppure è quello che è successo con questo libro, che raccoglie quattro nuovi testi di solito considerati extra-canonici: una piece teatrale, due racconti brevi e uno schema per un racconto mai sviluppato.

Il primo testo, a mio avviso il più curioso, è un’opera teatrale andata in scena nel 1910, La banda maculata: non è la prima rappresentazione teatrale su Holmes, ma è la prima (e l’unica) scritta interamente da Conan Doyle. L’opera riprende il racconto La fascia maculata – in Le avventure di Sherlock Holmes – e ne amplia i personaggi, approfondendo alcune parti del racconto e affidando al dialogo tutta la forza della narrazione. Per chi conosce bene il racconto originale può essere quindi una bella occasione per fare un confronto e scoprire dei dettagli in più sulla storia, in particolare per quello che riguarda le scene dell’Atto I nelle quali il nostro detective ancora non compare sulla scena.
Il secondo ed il terzo testo sono più canonici: due racconti, anche se molto brevi. Più che racconti in effetti sono aneddoti, due storie sulla convivenza di tutti giorni di Holmes e Watson, in cui risalta come sempre la forza del metodo deduttivo del detective, che come l’investigatore Dupin di Poe, è perfettamente in grado di leggere il pensiero del suo collega osservandone i gesti e le reazioni (La fiera di beneficienza). Mentre lo stesso non si può dire del povero Watson e del suo tentativo di fare altrettanto (Come Watson imparò il metodo)…
L’ultimo testo, L’avventura dell’uomo alto, invece è una sorta di canovaccio per un racconto, o un romanzo, mai sviluppato dall’autore, ma nel quale si vede bene tutta l’ossatura della narrazione, costruita grazie ad una serie di indizi ben collegati tra loro.

In tutti e quattro i testi comunque resta sempre forte, centrale, la figura di Sherlock Holmes, quello classico, il cinico, freddo, intelligente e lucidissimo analista che ben conosciamo:

«WATSON: Io posso fare ben poco. Ma ho un amico singolare – un tipo dalle strane abilità e dalla personalità geniale. Abbiamo vissuto insieme e ho imparato a conoscerlo a fondo. Holmes è il suo nome – Mr. Sherlock Holmes. Se fossi in voi e dovessi trovarmi in una brutta situazione, chiederei il suo supporto. Se c’è un uomo in Inghilterra che può aiutarvi, quello è lui.»

Arthur Conan Doyle (1859-1930) è, assieme ad Edgar Allan Poe, uno dei padri fondatori del genere del “giallo deduttivo”. Durante il periodo degli studi di medicina inizia la sua carriera come scrittore, con una serie di racconti e romanzi che si avvicinano molto al genere fantastico. Ma è solo dopo una serie di infruttuosi tentativi di lavorare come medico che si dedicherà alla scrittura a tempo pieno, trovando fortuna grazie al personaggio di Sherlock Holmes, che Doyle finì però con l’odiare presto a causa della troppa notorietà del personaggio stesso, che gli impediva di smettere di scriverne per potersi dedicare ad altro.
Numerose infatti sono state le escursioni di Conan Doyle al di fuori del genere giallo verso i lidi del fantastico, del soprannaturale e dell’orrore – e dei quali comunque si trova spesso traccia anche nelle avventure di Holmes.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa di Rogas Edizioni.

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:: Giornalismo di pace, a cura di di S. De Michelis, N. Salio (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

29 luglio 2016 by
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Le caratteristiche salienti del giornalismo di pace consistono nell’esplorazione della genesi del conflitto al di là dei confini geografici all’interno dei quali esso si svolge; la sua storicizzazione; l’esposizione delle responsabilità di tutti le parti coinvolte; la messa in luce degli aspetti visibili e invisibili, quali quelli culturali e strutturali; l’abolizione dei tentativi di disumanizzazione di una o più parti; la necessità di dare più voce alle persone coinvolte, e non solo quando esse siano espressione di interessi elitari; il tentativo di ricercare soluzioni orientate alla “vittoria” di tutte le parti coinvolte, intendendosi con essa la ricerca di soluzioni che pongano gli interessi di ciascuna parte non più in antagonismo; l’enfatizzazione della nonviolenza, della risoluzione del conflitto, ricostruzione del tessuto sociale e rinconciliazione tra le parti.”

Se il giornalismo di guerra ha una genesi antica, già nell’antichità possiamo trovare traccia di cronache di guerra narrate con dovizia di particolari, esaltazione del vincitore, e collaterali derive da precursori dell’odierno giornalismo, il giornalismo di pace nasce e si sviluppa in tempi notevolmente più recenti. Se vogliamo il padre fondatore di questa nuova scuola di giornalismo etico è il sociologo e matematico norvegese Johan Galtung. Nome che forse ai più non dirà niente, ma che nel 1959 fondò il Peace Research Institute of Oslo (PRIO). Quattro anni dopo fondò la prima rivista dedicata il Journal of peace research, e se vogliamo da allora questa scuola di pensiero ha avuto modo di diffondersi e trovare le sue strade.
Se la violenza genera audience, buca lo schermo, cattura click su Internet facendo guadagnare testate e siti online, la non violenza è molto più silenziosa ma fattiva e perché no rivoluzionaria. Come è rivoluzionario il concetto che la pace è possibile, che la soluzione dei conflitti è una strada ragionevole, concreta e reale. Concetti che tendono a perdersi quando i meccanismi di escalation si innescano e da violenza si genera altra violenza, da rappresaglia si genera altra rappresaglia. La pace, per quanto fluttuante e non definitiva, ma sempre in essere, invece costruisce ponti, attuandosi tramite il dialogo e la ricerca della verità.
Quando si è immersi in contesti di violenza diffusa, anche la pace sembra una chimera, un miraggio, folle anche solo concepirla. Il nemico perde connotati umani, e raggiunto questo stadio di disumanizzaione è difficile tornare indietro. Se è necessario un giornalismo di guerra che ci racconti i conflitti in corso, che tenga i punti come si suol dire quasi fossimo a un incontro di boxe, è altresì necessario un giornalismo di pace teso alla risoluzione di quei conflitti che con la guerra non hanno soluzione. Soprattutto il nostro mondo attuale ne ha bisogno. Un vitale bisogno oserei dire.
Vi consiglio tanti libri, ma questo di cui parlo oggi mi sento davvero di chiedervi di leggerlo. Si intitola Giornalismo di pace, è edito dalle Edizioni Gruppo Abele, ed è curato da il compianto Giovanni Salio e dalla ricercatrice Silvia De Michelis. Credo che la lettura di questo libro ha due effetti positivi non da poco. Il primo è quello di porvi davanti alle notizie che ricevete ogni giorno da radio, televisioni, giornali, con uno spirito più critico, e meno facilmente manipolabile. Il secondo effetto, forse quello più rilevante è che trasmette un tale entusiasmo, una tale ragionata e ragionevole concretezza, che spero siano in molti quelli che dopo averlo letto decidano di agire sul serio come costruttori di pace.
Ma veniamo nel dettaglio e scopriamo di cosa parla. Innanzitutto è un testo di saggistica, raccoglie numerosi saggi e articoli apparsi negli anni tradotti finalmente in italiano e selezionati da Giovanni Salio e Silvia De Michelis. Numerosi anche i casi studio raccolti nel capitolo conclusivo. Tra le riflessioni che mi sembrano più significative, innanzitutto l’analisi dei conflitti, visti non come un male ma anzi come il motore propulsore della storia. Un’ occasione, invece che una strada che degenera inevitabilmente verso la violenza e la guerra. Lo spirito ghandiano che ha animato Johan Galtung, al quale personalmente mi sento molto affine, viene costantemente aggiornato nel difficile tempo presente da autorevoli pensatori e studiosi e il ruolo delle donne in questa evoluzione della comunicazione e dell’informazione, non è marginale.
Scegliere di condividere un giornalismo più consapevole, etico, non propagandistico o difensore di interessi di elite, che siano stati o corporazioni private, diventa quasi un passo obbligato quando se ne scoprono le qualità e le prospettive. Perlomeno è un’evoluzione naturale del giornalsimo come lo concepiamo ogni giorno. E questo tipo di approccio alla realtà, all’informazione, non sembra di esclusiva pertinenza del mondo del giornalismo. Insomma non solo i giornalisti potranno arricchirsi leggendo questo libro, che smaschera stereotipi e meccanismi nefasti che hanno inquinato la nostra capacità di comprendere la realtà e i suoi nascosti assetti.
Non solo successi, ma anche questioni aperte, dibattiti interni, punti di vista divergenti come anche solo sul concetto di verità, da Johan Galtung tanto difeso. Mai come questa volta posso dirvi, buona lettura.

Giovanni Salio, detto Nanni (Torino, 24 dicembre 1943 – 1 febbraio 2016) è stato tra i massimi esponenti italiani del movimento nonviolento. Fondatore nel 1982 del Centro studi e documentazione per l’analisi delle azioni dirette nonviolente di Torino, poi diventato Centro studi Sereno Regis, ne è stato presidente fino alla morte. Autore di numerosi scritti e saggi sulla nonviolenza, ha collaborato con Edizioni Gruppo Abele per l’edizione italiana del “Manuale pratico della Nonviolenza” di Michael N. Nagler (2014), di cui ha scritto la prefazione.

Silvia De Michelis, dopo la laurea in Giurisprudenza e un master in Criminologia Forense, è dal 2014 dottoranda presso l’Università di Bradford in Inghilterra. La sua attività di ricerca s’ìncentra sul tema del ruolo dei media nei conflitti.

Source: libro inviato dall’Editore, ringraziamo Elena dell’ Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

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:: La città del terrore, Alafair Burke, (Newton Compton, 2016) a cura di Micol Borzatta

29 luglio 2016 by
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New York. East River Park. Mentre Ellie Hatcher e suo fratello Jess stanno facendo la loro consueta corsa mattutina, sono le 5:32, vengono attirati da un capannello di gente che sta indicando qualcosa. È così che Ellie, che in realtà è una detective della omicidi, rinviene il corpo di Chelsea Hart, una studentessa dell’Indiana a New York in vacanza, strangolata, accoltellata e con i capelli strappati.
Chelsea era stata vista l’ultima volta in un esclusivo locale di Manhattan, quando le sue due amiche l’avevano lasciata a ballare mentre loro tornavano in albergo a preparare i bagagli visto che sarebbero dovute partire tutte e tre la mattina dopo.
Ellie inizia subito a indagare insieme al suo partner J. J. Rogan, e seguendo gli insegnamenti del suo mentore collega il caso ad altri tre casi irrisolti avvenuti sei anni prima.
Nessuno però le crede quando espone la sua idea, tutti sono convinti che l’assassino sia un broker della City che quella notte ballava con Chelsea e che i casi del passato siano tre casi irrisolti che non hanno nessun legame né tra di loro né con il caso presente.
Ellie però non si lascia scoraggiare e continua a indagare fino a quando le sue teorie iniziano a prendere forma e concretizzarsi e con un grande colpo di scena scoprirà l’assassino.
Un grande romanzo thriller molto sui generis che non fa rimpiangere nulla al papà James Lee Burke.
Il lettore viene coinvolto fin dalla prima pagina nella vita privata della protagonista e, grazie alla narrazione alternata, in quella del killer. Trucco che porta il lettore ad avere informazioni maggiori rispetto ai personaggi, fattore che lo porta a iniziare a farsi subito le sue congetture, ovviamente molto spesso contrarie a quelle dei detective, visto che ha informazioni in più. Congetture che vorrebbe comunicare a Ellie e a J. J. grazie al legame che riesce a instaurare con loro tramite descrizioni molto profonde a livello mentale ed emotivo che li rende delle persone a tutto tondo.
Gli ambienti descritti hanno un qualcosa di noir che si scosta delle classiche atmosfere a cui siamo abituati quando si tratta di New York o di Manhattan, trasportando il lettore in vicoli bui, in strade di periferia o semplicemente in zone che a causa delle ore notturne molto tarde sono deserte e hanno perso tutta la loro allegria e vivacità che hanno di giorno.
La trama è coinvolgente, intensa e molto ben congeniata, infatti se il lettore seguisse esclusivamente le indagini di Ellie e lavorasse con le informazioni che i detective trovano man mano che le indagini vanno avanti, arriverebbe alle stesse conclusioni, ma c’è da dire che pur avendo molte altre informazioni in più, non è comunque così semplice risolvere il caso e si ritroverà a cambiare idea mille volte, idea che non sarà mai corretta come scoprirà con il colpo di scena finale.
Un romanzo davvero avvincente che se letto come primo non può far altro che invogliare il lettore a reperire gli altri quattro scritti da Alafaire per rimmergersi nella sua squisita narrazione.

Alafair Burke nasce nel 1969 in Florida, a Fort Lauderdale.
Figlia del romanziere giallista James Lee Burke è a sua volta una romanziera di gialli.
Professoressa di diritto e vice procuratore distrettuale dell’Oregon.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Eva Braun, Nerin E. Gun (Castelvecchi, 2016), a cura di Daniela Distefano

29 luglio 2016 by
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Come la Germania, Eva si diede a un uomo anormale, come la Germania credette in lui, come la Germania si lasciò guidare totalmente da lui, come la Germania lo venerò come un dio e lo amò come un padre, e come la Germania di quel tempo discese con lui nell’inferno.

Questa biografia della moglie del dittatore Hitler è una testimonianza di quanto poco sia emerso sulle dinamiche che risiedono nel Male umano. Chi era Eva Braun? C’è chi l’ha definita un’oca, una serva, un’attricetta infangata dal Potere, c’è chi l’ha voluta plagiata, corrotta, incurante degli eventi storici, popolana di lusso, soggiogata, incatenata ad Hitler come un cane nella sua cuccia. Forse bisognerebbe partire dal Vangelo, da così lontano e nello stesso tempo vicino. Il Signore ci fa sapere che all’ora destinata i buoni saranno separati dalla sterpaglia, cioè dai cattivi. Prima cresciute insieme le spighe di grano, quando vorrà Dio avrà luogo una divisione,  le spighe buone saranno separate da  quelle impregnate di zizzania. Ovunque ci sarà pianto e stridore di denti. La guerra più sanguinosa di tutti i tempi, quella più dolorosa per le modalità di morte applicate, è stata una dimostrazione di ciò che avverrà alla fine dei tempi. Eva Braun era una spiga non matura, ma di certo non cattiva; amante trascurata, giudicava gli avvenimenti internazionali dal suo punto di vista personale. L’uccisione di Ernst Rohm, il capo delle SA,l’assassinio di Dolfuss, l’incontro fra Hitler e Mussolini a Venezia, avevano un solo denominatore comune per Eva, erano tutti prestesi di Hitler per scaricarla. Era in un perenne stato d’ansia perché in ogni momento temeva di essere abbandonata. Più che amare Hitler, lo adorava come una divinità. Da questo punto di vista, potremmo persino azzardare che sia morte felice: aveva realizzato il suo sogno di sposalizio, non chiedeva altro. Sappiamo, dunque, che ha sbagliato, che è rimasta abbagliata dai fari dell’immondo, però forse non possiamo pensare che si trovi adesso all’inferno con suo marito. Eva era anch’essa vittima, non ha fatto male ad altri, solo a se stessa. Ha pagato con la vita, adesso riposa nella pace del silenzio. I sei milioni di ebrei uccisi da Hitler ululano nel suo sepolcro, lei ebbe la colpa di essersi resa protagonista di un mondo che non capiva. Perché il suo universo era solo lei, solo lui. Grazie alla scoperta di trentatré album di fotografie di Eva braun e di alcune pagine del suo diario privato in un oscuro angolo  degli archivi di Washington, l’autore di questo libro – alla fine degli anni ’60 –  fu in grado di ottenere la collaborazione di membri della famiglia Braun, che dopo ventidue anni di silenzio accettarono di parlare. Da questi colloqui è affiorato un ritratto di Eva Braun umano e non stereotipato: Eva una ragazza come tante, suscettibile, sensibile, attenta, premurosa, dall’anima aggraziata; una predestinata però a divenire stella cadente.

Nerin E. Gun, (1920-1987). Fu un giornalista turco-americano. Corrispondente di guerra a Berlino per la stampa neutrale, fu prigioniero nel campo di  concentramento di Dachau. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si stabilì negli Stati Uniti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Le rose rosse del Texas (1964) e Il carteggio segreto di Mussolini (1970). La biografia di Eva Braun fu pubblicata in America nel 1968.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Qui giaccio, Luigi Schettini, (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2016 by
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Il medico legale Tom Sermon si trova a Roma in vacanza con la famiglia quando viene coinvolto in un omicidio inquietante: al Verano, nella tomba dove riposa una parlamentare morta da poco tempo, sorella di un vescovo assassinato anni prima, viene trovato il cadavere di una donna imbalsamata viva, con in bocca l’inizio del Canto del capraio di Nietzsche, poesia molto originale nella produzione del discusso filosofo, che inizia proprio con Qui giaccio.
Nei giorni successivi avvengono altri omicidi, tutti con la stessa tattica, che rimandano ad un fatto oscuro, accaduto anni prima, durante l’elezione di un nuovo Papa, in una realtà parallela ma non simile a quella attuale, visto che si parla del 1991, finché non si arriva ad un finale a sorpresa, che ricompone una vicenda originale, che riecheggia i thriller d’oltre oceano, Harris, Deaver e Patterson in testa, tutta in salsa italiana intorno ad un luogo molto suggestivo e meno noto di altri suoi omologhi stranieri, il cimitero del Verano di Roma.
Non è il primo romanzo che Luigi Schettini ha dedicato a Tom Sermon, eroe ricalcato sui protagonisti dei telefilm stile CSI, ma è godibilissimo anche senza conoscere le sue avventure precedenti, sul modello della vecchia tradizione dei gialli, in cui c’era un eroe per tante avventure non legate strettamente.
Qui giaccio è un libro per gli amanti dei thriller sotto tutte le latitudini, con dentro la figura antica e sinistra dell’imbalsamatore, visto come punto di incontro tra vita e morte e come sorta di mago nero di potenze incontrollabili. A questo si aggiunge una strizzata d’occhio al genere alla Dan Brown, ma senza troppi eccessi, e all’attualità di certi giochi sporchi e nascosti protagonista anche della cronaca nera. Quello che però attrae del libro, prima di immergersi in pagine avvincenti e che filano lisce come l’olio, è la copertina, una rielaborazione grafica di un angolo del Verano, ma che riassume anche il tema del libro, il desiderio di vendetta contro un torto e la voglia di fare giustizia.

Luigi Schettini nasce a Roma nel 1989. Oltre ad essere un valente giallista, nella vita è insegnante/coreografo hip-hop e attore. Grande cultore del cinema di Dario Argento e della letteratura horror e legal thriller di Stephen King e Patricia Cornwell, scrive storie da sempre e all’età di 17 anni da vita al suo primo romanzo. Pubblica I delitti del faro nel 2008 e Giallo Zafferano nel 2011. Nel 2015 l’editore GOLEM pubblica il suo nuovo inquietante thriller, Qui Giaccio, lo stesso romanzo che ha superato le selezioni per il programma Rai “Masterpiece”, dal quale è stato poi escluso poiché si richiedeva che l’autore fosse inedito.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Golem.

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:: Qualche riflessione sui due “Saloni”

29 luglio 2016 by

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Ha senso organizzare due Saloni del libro in concomitanza, negli stessi giorni? Lascio a voi lettori la risposta pur considerando che noi guardiamo il problema da fuori, senza conoscere i dettagli, a quanto pare neanche tanto resi chiari ai dieci editori indipendenti che per protestare sui “metodi”, si sono dimessi dall’ AIE. L’impressione, sempre esterna, è che invece di unirsi e sodalizzare l’editoria italiana sia frammentata da due forze contrapposte: i grandi contro i piccoli. Dinamiche simili le viviamo anche nel mondo dei blogger, anche se in proporzione circolano molto meno soldi. Uno spreco di tempo, di forze, di ingegni, in un’ Italia che legge sempre meno e sicuramente è assillata da problemi ben più bravi che toccano la sussistenza stessa delle persone. L’editoria muove tuttavia ancora milioni di Euro, forse concentrati in alcuni poli imprenditoriali, la Mondadori su tutti, e questa guerra di “Saloni” rientra senz’altro in queste dinamiche di gestione. Ha dunque senso spostare a Milano la Fiera del libro più importante d’Italia, da trent’anni? La ricaduta economica su Torino è significativa in termini di investimenti, turismo, pubblicità, circa 50 milioni di euro lo scorso anno. Il Salone del Libro è per Torino insomma una delle ancora poche attività che rendono, non ostante gli scandali, la mala amministrazione, la poca limpida gestione del Salone, (ma ricordo che neanche l’Expo di Milano ha brillato per correttezza) quindi non è detto che una manifestazione simile sia per forza gestita meglio tolta ai torinesi. Che appunto è piuttosto ingenuo pensare che stiano con le mani in mano, o addirittura rinuncino alla loro in favore di Milano, che ricordiamo ha già Bookcity e Bookpride e altre fiere minori legate ai libri d’antiquariato. Ma Milano vuole il primato, vuole essere la città dell’Editoria, e giusto il Salone le mancava. Sono anni che ci prova a ottenerlo, non è una questione di questi giorni. Invece di gemellarsi, Torino e Milano si fanno la guerra e questo non giova a nessuno, tanto meno agli editori coinvolti. Soprattutto perché non si capiscono le peculiarità delle due città. Milano hai i capitali, ma Torino ha la tradizione, il lavoro nel sociale, l’attenzione per la cultura d’impegno. Se la parte sana del Salone funzionava era anche per queste peculiarità che non si comprano con i soldi. Ben venga dunque una Fiera del libro di Milano, sul modello della Fiera del libro di Francoforte, più simile a un mercato che a un Festival, e bene venga il Salone del Libro di Torino, una festa per i lettori. In date diverse, in mesi diversi. I milanesi facciano quello che sanno fare meglio, i torinesi lo stesso. Per il bene dell’editoria tutta, insomma. E non diano questo brutto spettacolo di sé a chi è fuori. Non giova a nessuno.

:: La casa delle signore buie, Pupi Avati, Roberto Gandus (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2016 by
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Nella Noto del Settecento, il giovane Moré Barreca è promesso sposo a Nunzia, primogenita del marchese Macola, ma si innamora della sorella minore Assunta, che viene però rinchiusa per non ostacolare delle nozze di interesse in un monastero di donne, la Contemplazione della morte, su un’isola, dove incontrerà un inferno in terra, capeggiato dalla badessa Orietta del Presagio. Solo un aquilone può permetterle di comunicare con Moré, che cercherà di andare in suo aiuto, sfidando pericoli e rischi, mentre Assunta cerca di sopravvivere in mezzo a donne che di santo hanno ben poco, in un luogo dove le nobili vengono a lasciarsi morire e restano dopo morte in saloni degli orrori che ospitano i loro cadaveri per i secoli a venire.
Da un’idea di Pupi Avati, che vorrebbe trarne anche un film ma per ora per i costi elevati non se ne parla, ecco un originale e agile romanzo a quattro mani con Roberto Gandus che si basa su un documento del Settecento nell’archivio del Santo Uffizio di Noto, per costruire una storia cupa e appassionante ricca di suggestioni.
Risulta evidente il richiamo al romanzo gotico inglese di fine Settecento, che scelse proprio ambientazioni del Sud Italia per raccontare le sue storie, a cominciare da Il castello di Otranto di Walpole, rivelando come terre assolate nascondessero segreti e orrori indicibili nei loro antichi manieri. Ci sono anche echi de La monaca di Denis Diderot, de I promessi sposi di Manzoni, ma anche de La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini, in una storia che ricorda gli orrori dei conventi e che riecheggia comunque anche i celeberrimi penny dreadful ridiventati famosi grazie all’omonima serie e che con altre forme e nomi erano popolarissimi anche in Italia, basti pensare al successo di un’autrice come Carolina Invernizio.
Un libro scritto come un film, con colpi di scena continui, passioni, delitti, eroi puri che lottano contro cattivi assoluti, antico per certi versi ma capace di avvincere ancora il pubblico di oggi: sarebbe bello che diventasse un film, pare che interessasse anche Guillermo del Toro che però si trova in grande difficoltà economica dopo il fallimento di un paio di suoi progetti, ma è già godibilissimo come libro, con un titolo che ricorda un film horror di Pupi Avati, La casa dalle finestre che ridono, ancora oggi uno dei più spaventosi del cinema italiano.
Una lettura appassionante ma anche di svago intelligente, adatta anche per l’estate ormai arrivata, giusto per condire il tutto con un po’ di brividi.

Pupi Avati, bolognese, classe 1938, è regista e sceneggiatore. Accanto ai molti film intimisti, ha diretto tre film di genere horror gotico come La casa dalle finestre che ridono, Il nascondiglio e L’arcano incantatore, forse meno famosi ma molto amati dagli appassionati di cinema di genere.

Roberto Gandus, torinese, vive tra la sua città e Roma, è sceneggiatore cinematografico e autore televisivo. Ha scritto i romanzi L’ultima esecuzione e La sarta, usciti per Fratelli Frilli e Il Gyoko per Golem.

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:: L’artista dei veleni, Jonathan Moore (Newton Compton Editori, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016 by
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Il giallo in tutte le sue sfumature, thriller in testa, è un genere che tira e attira sempre, con sempre nuovi autori e storie. Certo, non sempre è facile trovare nuove idee e ideare intrecci originali intorno ad un genere che è vincolato ad alcuni schemi, quali la ricerca di chi ha commesso un determinato crimine, ricerca spesso complessa e tutt’altro che scontata.
Chi nel genere thriller e giallo cerca qualcosa di originale e nuovo troverà senz’altro interessante L’artista dei veleni di Jonathan Moore, storia in cui tutto non è come sembra e dove le carte in tavola vengono stravolte varie volte, nel corso di una doppia indagine, poliziesca e personale.
Caleb Maddox è un tossicologo che studia gli effetti chimici del dolore e che svolge attività di consulenza saltuaria per le forze di polizia: dopo una brusca e violenta rottura con la sua ragazza, si trova in un locale per affogare i dispiaceri nell’alcool, e qui incontra la seducente Emmeline, che poi si dilegua. Caleb vuole ritrovarla ma deve collaborare in parallelo per lavoro ad un’indagine per omicidi seriali. La polizia infatti ripesca dei cadaveri dalla Baia di San Francisco e tra questi c’è anche quello di un uomo scomparso nello stesso locale e nella stessa notte in cui Caleb ha incontrato la misteriosa Emmeline, di cui non sembra esserci traccia.
I risultati delle analisi non rivelano alcun indizio, per cui Caleb inizia a collaborare di nascosto con il medico legale della città, e a analizzare le tracce chimiche sui resti delle vittime, che continuano a salire. Ben presto la caccia all’assassino si intreccia con la ricerca di Emmeline, mentre Caleb inizia a capire che la sua stessa vita può essere in pericolo e che c’è qualcosa che forse gli sfugge e che può essere essenziale.
Non si può rivelare molto di più di un libro che vive di colpi di scena e false piste, con un inizio in sordina ma interessante e un ritmo sempre più avvincente, capace di incollare alle sue pagine un autore scafato come Stephen King, che ha confessato di aver divorato senza staccarsi le ultime cento pagine. Basti dire che da questa storia verrà fuori tutto e il contrario di tutto, in un intreccio che ha tra le sue fonti remoti il capolavoro di Hitchcock La donna che visse due volte, ambientato non a caso sempre a San Francisco, città di frontiera, sospesa tra l’Oceano e una faglia tellurica che prima o poi si riattiverà. Il tema della ricerca del colpevole e della verità, leit motiv della narrativa gialla, qui diventa qualcosa di veramente insolito, tra vari piani di realtà, forse uniti e forse divisi, con al centro un eroe solitario, vicino ai moderni scienziati delle nuove storie thriller ma con echi dei personaggi di Poe e Lovecraft.

Jonathan Moore vive alle Hawaii, dove oltre alla scrittura coltiva anche la passione per l’andare in barca. Il suo lavoro ufficiale è fare l’avvocato, si è diplomato alla Scuola di Legge di New Orleans, e in passato ha lavorato come insegnante d’inglese, consulente in un carcere minorile, assistente di rafting sul Rio Grande e investigatore per un avvocato penalista.

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:: Il ponte delle Vivene, Davide Dotto, (Ciesse edizioni, 2016) a cura di Viviana Filippini

28 luglio 2016 by
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Il ponte delle Vivene è il primo romanzo di Davide Dotto, il quale affonda le proprie radici nel mondo delle credenze e nel folclore popolari della Valle del Chiese. Tutto ruota attorno ad un antico castello incastrato nella roccia e ad un antico ponte di corda che attraversa lo strapiombo che sta dietro alla costruzione. Una sorta di confine tra il mondo degli uomini e quelle delle Vivene. Chi sono queste figure? Secondo i montanari della zona sono degli spiriti che custodiscono e proteggono la memoria della valle e che si manifestano in esseri che hanno la sembianza di donna. In questo mondo, in bilico tra realtà e tradizione atavica, arriva a vivere, da fuori della valle, Giuseppina novella sposa di Oreste. La giovane donna non solo dovrà abituarsi ad uno stile di vita per lei del tutto nuovo, ma dovrà farsi accettare anche da tutti i membri della comunità della Valle del Chiese. Un po’ alla volta, Giuseppina riuscirà ad integrarsi, ma la mancanza di un figlio che le permetta di sentirsi davvero parte del suo nuovo mondo la porterà a chiedere una sorta di intercessione allo spirito misterioso della Vivena, senza sapere quali saranno le conseguenze derivanti dalla sua scelta. Il ponte delle Vivene è una storia avventurosa nella quale la vita quotidiana dei protagonisti s’intreccia con figure leggendarie che si tramandano di generazione in generazione.Le Vivene cambiano aspetto fisico, ma sono sempre donne, caratterizzate da una saggezza profonda che il popolo ammira e allo stesso tempo teme. Nel libro ci sono figure femminili come Marlena, Adelina, Zoe che nel loro modo di fare e pensare hanno un qualcosa in più che le rende simili e, allo stesso tempo, diverse da tutti coloro che le circondano. Il ponte delle Vivene di Davide Dotto è un viaggio in un mondo che ci potrebbe sembrare lontano dai nostri tempi, ma da questa narrazione emerge quanto sia importante per le generazioni del domani mantenere vive e salde le radici del passato e delle credenze popolari.

Davide Dotto è nato a Terralba nel 1973 e vive nella provincia di Treviso. Laureato in giurisprudenza all’università di Padova nel 2000, è impiegato amministrativo presso un ente locale. Lettore onnivoro, da anni riempie quaderni di pensieri, note, impressioni. Da questi sono stati tratti racconti pubblicati i diverse antologie. Ha collaborato con Scrittevolemente.com, è tra i redattori di Art-litteram.com e cura il blog Il nodo della penna.com. Questo è il suo primo romanzo.

Source: inviato dall’autore che ringraziamo.

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::La paura del desiderio, Claire Messud (Bollati Boringhieri, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016 by
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La voce narrante di questa storia, di cui non viene rivelato né il nome né se è uomo o donna, svolge la professione di ricercatore universitario e si trova a dover passare un periodo a Londra, per approfondire il tema della morte nella narrativa ottocentesca, ma anche per superare una storia d’amore finita. Nella capitale britannica, caldissima durante un’estate insolita, trova una sistemazione in quello che si rivela un non eccezionale quartiere periferico, e si trova come vicine di casa una madre anziana, mai in scena ma con una presenza incombente, e la sua figlia non più giovanissima, obesa, che si guadagna da vivere facendo la badante e sostiene di far morire prematuramente i suoi pazienti.
Durante i mesi passati nella casa di Londra, si crea uno strano rapporto di affinità e repulsione tra il narratore (o narratrice) e la vicina di casa, che spesso gli piomba in casa per parlare del suo lavoro, di sua madre, dei conigli di cui il o la protagonista sente solo l’odore, oltre che un’atmosfera di suspense che solo molto dopo verrà risolta con la verità su cosa poi è accaduto.
C’è un vecchio detto, trito e ritrito, che dice che nella botte piccola c’è il buon vino. Ecco, di fronte a questo romanzo di poco meno di centocinquanta pagine, più una novella lunga che un romanzo vero e proprio, viene voglia di citarlo, perché tutto è comunque ben dosato, in un thriller non thriller che parla di solitudine, di vite al margine, di rassegnazione e anche di seconde possibilità.
Tutti argomenti attuali, qui declinati in una città come Londra che per molti vuol dire ben altro che malinconia, desolazione, calura e alienazione, ma che qui viene descritta con pochi tratti vividi in un quartiere fuori dai giri turistici, Killburn, dove spesso si trova a vivere chi passa nella capitale britannica anche solo non lunghi periodi per studio e lavoro. La solitudine, scelta o imposta, è la coprotagonista della vicenda, tra un personaggio come la voce narrante che ha preferito privilegiare la carriera e gli studi lontano da casa e due donne che si sono trovate spinte, da vecchiaia, malattia, indigenza e abitudini di vita, fuori dalla società.
Un libro scritto come un giallo, che si legge in maniera veloce e appassionante, ma capace di far riflettere su tanto del mondo di oggi, sulle vite spesso tra sconosciuti che si vivono e nello stesso tempo sul desiderio alla fine di sapere che fine fanno le persone che incrociano i propri percorsi di vita, sia pure per poco.

Claire Messud, classe 1966, è nata nel Connecticut ed è cresciuta tra Stati Uniti, Australia e Canada. Ha scritto libri come I figli dell’imperatore (2007) scelto come Miglior Libro dell’Anno dal New York Times, dal Los Angeles Times e dal Washington Post, When the World Was Steady e The Hunters, composto da due romanzi brevi, La donna del martedì e La paura del desiderio. Vive a Boston con il marito, il critico letterario James Wood, e due figli.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Elena dell’ Ufficio stampa Bollati Boringhieri .

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Segreto di famiglia, Mikaela Bley, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016 by
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A Stoccolma, durante un freddo e piovoso venerdì di maggio, scompare la piccola Lycke, di solo otto anni, sconvolgendo un quartiere tranquillo e benestante della capitale svedese dove certe cose non dovrebbero certo succedere.
Ellen Tamm, giornalista televisiva specializzata in cronaca nera, si occupa del caso per il suo lavoro, scoprendo una serie di bugie e false piste, partendo dal fatto che il papà e la mamma di Lycke sono da tempo separati e che è stata la nuova moglie del papà ad accompagnarla al centro sportivo dove si sono perse le sue tracce. Ellen si trova a dover lottare con i drammi del suo passato, quando anche lei affrontò da piccola una storia simile nella sua famiglia, le frecciatine velenose dei suoi colleghi e l’ostruzionismo di un caso che diventa man mano sempre più problematico, fino ad alcuni sconvolgenti colpi di scena finali.
Da alcuni anni, i gialli scandinavi ci raccontano il lato oscuro di democrazie che da decenni si considerano all’avanguardia per tutela dei diritti umani e dello stato sociale, cose ottime ma che non impediscono devianze, comportamenti criminali, discriminazioni, violenze contro donne, omosessuali, bambini, migranti, recrudescenza di ideologie estremiste. Segreto di famiglia si inserisce in questa tradizione di romanzi interessanti, pronti a raccontare cosa si nasconde dietro una città ordinata e civile come Stoccolma, dove ci si confronta non con un omicidio ma con una cosa forse ancora più inquietante, la scomparsa di una persona, una bambina in questo caso.
I dati alla mano relativi alle scomparse di persone di ogni età nei Paesi occidentali sono a dir poco inquietanti, ci sono trasmissioni in tema, romanzi, telefilm, ed è e resta uno dei misteri più inespicabili e dolorosi, spesso senza soluzione. Non è un caso che qui ad indagare non sia una poliziotta ma una giornalista televisiva, emula dei suoi colleghi e colleghe che sulle reti europee presentano da anni trasmissioni per capire cosa succede là fuori, cosa inghiotte vite diverse, spesso tranquille e senza problemi, talvolta anche di bambini come capita nel libro.
Segreto di famiglia privilegia l’indagine psicologica all’azione, tra quartieri residenziali, luoghi di aggregazione, parchi, per ricordare ancora una volta che ogni progresso sociale è sacrosanto e doveroso ma non può cancellare del tutto il cuore nero che c’è negli esseri umani e che in alcuni di loro emerge in maniera tragica contro chi è più debole. Un thriller appassionante e inquietante, che riecheggia la realtà di chi non torna più a casa e di cui forse non si troveranno mai più le tracce.

Mikaela Bley, classe 1979, vive a Stoccolma con il marito e i due figli. Prima di diventare una scrittrice a tempo pieno faceva la produttrice per il canale TV4. Segreto di famiglia è il suo romanzo d’esordio, l’autrice ne ha in progetto altri, oltre ad una serie tv con protagonista la sua Ellen Tamm.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Serva di Dio. Suor Maria Santina Scribano madre dei sacerdoti, Vincenzo Speziale (Edizioni Segno, 2016), a cura di Daniela Distefano

28 luglio 2016 by
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Suor Maria Santina Scribano, al secolo Emanuela Giovanna Scribano, nacque il 4 dicembre 1917 a Ragusa. Rimasta orfana di madre, fu affidata alla nonna paterna mentre sua sorella Michelina a quella materna. Tornata dal padre che nel frattempo si era risposato, la giovane visse dai 12 ai 15 anni i tre anni più duri e tristi della sua vita. Purtroppo la convivenza con la matrigna le procurò sofferenza ed umiliazioni. Avrebbe voluto amare Gesù, ma voleva farsi una famiglia. All’età di 15 anni decise di fare tutti i giorni la Santa Comunione in suffragio della sua mamma e ogni settimana si confessava.
Col passare degli anni, Emanuela si sforzò sempre di più nel morire a se stessa per far crescere in lei Gesù, convinta che a ispirarla era  l’amore di Dio. Tra il 1938 ed il 1941, si realizzò il suo sogno di fede, anche se non fu facile né semplice la vita in convento. I disegni divini sono imperscrutabili, però c’è un tracciato netto che separa gli uomini chiamati dal Signore. Una totale abnegazione li contraddistingue, una pena sopportata con lieve timore, la certezza di vivere con gioia il Calvario. Suor Maria Santina ha vissuto la Croce di Cristo con l’umiltà dei Santi e la tenacia degli eroi. Tutta la sua vita è una parabola di speranza, carità, fede, devozione, resilienza.  Ha assaggiato il sangue di Nostro Signore con la vergogna di non esserne degna. Perché esistono i Santi? Perché i miracoli, le profezie, i sogni realizzati? Forse Dio ha pietà di noi, manda suoi ambasciatori per illuminare il cammino verso il Cielo. Non è facile seguire il percorso di un Beato, però non ci sono alternative, il must è : “soffrire e non morire”. La strada verso la Liberazione dai ceppi terreni a volte è tortuosa, lunga, piena di buche, di sterpaglia, di fiori penzolanti, di orme animalesche; il sentiero che conduce a Dio ci fa paura, è un salto nel vuoto, ma è l’unico che può salvarci. “Tu hai parole di vita eterna, Signore”. Cristo è la sola Verità che ci rimane. Senza di lui il mondo è fatuo come un pozzo senz’acqua.

Vincenzo Speziale scrittore, già autore de “Il mistero di una vita beata Anna Biagi Taigi” ,“La Via Crucis dettata da Gesù a suor Josefa Menendez”, “Fatima aveva ragione”.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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