:: Grande come l’universo – storia di una famiglia, Jón Kalman Stefánsson (Iperborea, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

5 ottobre 2016 by
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Nelle pagine di “Grande come l’universo” Stefánsson ritorna a parlare di Ari, poeta ed editore islandese, e della sua famiglia, questa volta addentrandosi più a fondo nella psicologia dei protagonisti e garantendo spunti di riflessione più ampi. Come nel primo capitolo del dittico, “I pesci non hanno gambe”, il romanzo è ambientato in Islanda, terra di mare, di stelle e soprattutto di pesca.

Il sistema stellare ruota sopra l’Islanda, ma qui l’universo ruota intorna al pesce. (Pag. 74)

Una voce non identificabile, forse la sua stessa coscienza, racconta la storia di Ari in un romanzo che non segue una struttura lineare ma è costituito da sezioni alternate, un’altalena tra tempi e personaggi lontani e vicini, con l’unico obiettivo di raccontare la Vita. Ari possiede una straordinaria inclinazione verso l’arte e la poesia, ha in sé un seme che per generazioni è rimasto assopito in alcuni membri della sua stirpe e che solo in lui ha la possibilità di fiorire davvero. L’ex-poeta deve tornare a scrivere per curare, attraverso la parola, le ferite del suo passato, coinvolgendo fin dalle radici il suo albero genealogico. La decisione di Ari di cercare di cambiare le cose, può permettergli di calmare le acque familiari, il cui mare da anni è in tempesta, agitato da morte, dolore e incomprensioni.
Generazione dopo generazione l’Islanda resta, fredda, a guardare, seguendo le vicende di Ari e dei suoi parenti che sotto il cielo infinito trascinano le loro esistenze. Il romanzo stringe in un unico abbraccio tutte le loro sofferenze, le lacune affettive, il non detto e i rancori; bacia i loro amori sbriciolati, i sacrifici e le lacrime; accarezza le loro paure e le trasforma in coraggio.
Attraverso una prosa estremamente vicina ai versi, Stefánsson ci ricorda che soltanto al buio si vedono le stelle e che, quindi, se “il buio non riesce a spegnere ogni luce”, la speranza può essere regina del cuore umano ogni volta che è accompagnata dal perdono e dall’amore. In fondo, “non è mai troppo tardi finché si è ancora vivi”.
Traduzione e postfazione di Silvia Cosimini.

Jón Kalman Stefánsson: nato a Reykjavìk nel 1963, ex insegnante e bibliotecario, si è dedicato alla poesia e alla narrativa diventando una delle voci più importanti della letteratura nordica. Iperborea ha inoltre pubblicato la trilogia “Paradiso e inferno”, “La tristezza degli angeli” e “Il cuore dell’uomo”; mentre “I pesci non hanno gambe” è il capitolo che precede “Grande come l’universo”.

Source: acquisto personale in libreria.

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:: La terapia del dolore, di Marco Proietti Mancini (Historica, 2016) a cura di Federica Belleri

5 ottobre 2016 by
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Amare qualcuno non è facile. Ci si desidera ma ci si scontra. Uno dei due può rubare spazio all’altro non accorgendosi di annullarne la personalità. Ecco che il silenzio, a volte, non è più mancanza di parole ma incapacità di usarle nel modo giusto. È paura della solitudine, terrore di sentirsi mancare un appiglio sicuro. Anche quando uno dei due ferisce, colpisce, ancora e ancora. Tradisce e ne va’ fiero, sparisce e non concede spiegazioni al ritorno. Apparentemente la storia di solitudini intrecciate. In sostanza un matrimonio voluto a tutti i costi, uno spazio personale da non invadere e un quotidiano vissuto in punta di piedi per non urtare, per assecondare il più possibile. C’è chi si sente morto dentro e chi non fa nulla per cambiare le cose. Questo è il vissuto del protagonista di questo romanzo, fino al punto di non ritorno. Basta un gesto dettato dalla rabbia e dall’orgoglio ferito, per cambiare tutto. Un piccolo movimento e il dolore arriva. Come viene percepito, quanto è intenso? Interrogativi che vengono man mano svelati in corso di lettura. Dove sta ora quel maledetto orgoglio, nel momento in cui ci si deve affidare agli altri? Si comincia a parlare di “noi”, non di singolo individuo. È molto difficile… Bisogna comprendere e assorbire il proprio dolore per accettare quello degli altri. Bisogna ritrovarsi e riconoscersi per iniziare un nuovo percorso. È necessario “sentirsi” nuovamente, per aiutarsi a sopravvivere. Si deve parlare, confrontare, condividere, discutere. Solo in questo modo le lacerazioni potranno rimarginarsi. La vita prenderà una nuova forma, dando spessore ai sentimenti e alle piccole cose, anche nella paura di essere diversi e incerti. Il dolore cambia, quando lo si attraversa. Getta a terra sull’asfalto e permette di ricominciare. Costringe a vedere il mondo attraverso un filtro nuovo e più luminoso. La terapia del dolore. Romanzo introspettivo, delicato e sensibile. Crudo e diretto dove è necessario.
Assolutamente consigliato.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: L’alba, Elie Wiesel, (Guanda, 2010) a cura di Daniela Distefano

4 ottobre 2016 by
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E’ di buon auspicio riuscire a piangere. Chi piange sa che un giorno non piangerà più. Quante lacrime ha sparso il popolo ebraico nei secoli, nel mondo, come concime per la speranza di non essere ancora maledetto dalla Storia, dalle nazioni che lo hanno perseguitato? E poi il nazismo, questa ghigliottina che ha tagliato il capo a sei milioni di ebrei, togliendo loro la pelle di essere umano e imbavagliandoli di orrore.
Elisha ha solo diciotto anni, e uno strazio alle sue spalle: ha patito lo sterminio della sua famiglia, adesso, per una bizzarra legge del contrappasso, deve mutare divisa e da vittima si deve trasformare in carnefice.

Per la prima volta nella mia vita sentivo una storia ebraica in cui non erano gli ebrei a tremare. Fino ad allora avevo sempre creduto che la missione dell’Ebreo consistesse nell’essere il tremito della Storia, più che il vento che la fa tremare.

Un notte sola e questa strana alchimia sarà per Elisha realtà. E’ autunno,     siamo in una Palestina divenuta  un’immensa prigione dove Israele lotta per la sua esistenza contro il mandato britannico. Due prigionieri – di opposta bandiera –  moriranno: David ben Moshe  e il capitano Dawson;  Elisha sarà il boia di quest’ultimo, all’alba avverrà l’esecuzione.
Ombre, fantasmi del passato, gli morsicano i pensieri come insetti disdicevoli, come cavallette pazze: suo padre, sua madre, il suo maestro, il bambino che era, tutti  i  personaggi del suo breve film esistenziale. Come darsi coraggio per compiere questo atto disumano, come non lasciarsi trapassare dalla pietà per se stessi? Uccidere è un suicidio dell’anima, ma Elisha è un combattente oramai e ha imparato i trucchi dei soldati che non si lasciano annientare nemmeno dalla propria coscienza.

Perché cerco di odiarti John Dawson? Perché il mio popolo non ha mai saputo odiare. La sua tragedia, nel corso dei secoli, si spiega con la mancanza d’odio che dimostrò verso coloro che tentarono di sterminarlo, coloro che così spesso riuscirono a umiliarlo.

Un libro che racconta una notte di follia umana e l’alba della ritrovata familiarità con se stessi.  Forse il popolo di Dio non è ancora pacificato, ma ha perso quel peso che lo schiacciava in fondo alla catena umana.

Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1986,  è nato nel 1928, nella regione dei Carpazi da genitori ebrei.  Ha vissuto l’atrocità di Auschwitz e di Buchenwald;  sopravvissuto è emigrato in Francia nel 1945, diventando giornalista e scrittore. Verso la metà degli anni Cinquanta si è trasferito negli Stati Uniti.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Brian dell’Ufficio Stampa “Guanda”.

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:: The Invasion of the Tearling, Erika Johansen (Multiplayer Edizioni, 2016) a cura di Elena Romanello

4 ottobre 2016 by
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Nel primo capitolo di questa saga fantasy, The Queen of the Tearling, avevamo assistito alla salita al potere di Kelsea Glynn, regina suo malgrado di un mondo in cui il potere è qualcosa di ambito ma anche di mortale, visto che si diventa sovrani dopo vari giochi di potere pericolosissimi e la possibilità di venire uccisi da parte degli altri contendenti al trono è altissima.
Ora Kelsea è regina del Tearling, ma la sanguinaria Regina Rossa del regno di Mortmesne muove guerra contro di lei, soprattutto dopo che Kelsea ha ritenuto chiuso il tributo di schiavi per per anni è stato un appuntamento mensili del Tearling verso la spietata sovrana. Kelsea deve quindi affrontare una guerra che sembra senza uscita, contro una donna in possesso di poteri magici oscuri e terribili, a capo di un esercito che semina terrore in un regno che la nuova sovrana cerca di rendere più giusto e libero.
In parallelo Kelsea comincia a fare strani sogni e ad avere visioni, in cui appare Lily, una giovane donna di un passato remoto, un mondo industrializzato in cui alle donne sono stati negati tutti i diritti e sono diventate solo fattrici di figli e sottomesse agli uomini, da cui cerca di fuggire. Tra le due protagoniste, vissute in tempi diversi e legate da qualcosa di misterioso, si crea un legame da cui può dipendere la vita di entrambe, di Lily allora e di Kelsea nel suo tempo, forse legato all’origine del mondo di Kelsea.
The invasion of the tearling si dimostra quindi ancora più interessante del primo capitolo, in cui predominavano i toni fantasy, in un universo che era debitore a Martin ma anche ad autrici come Marion Zimmer Bradley, con toni cupi e una visione adulta del genere. In questo nuovo romanzo si continua ad assistere alle avventure di Kelsea regina del Tearling, ma in parallelo c’è una nuova storia, di fantascienza distopica, in un futuro prossimo alla nostra epoca, in un Occidente che ha preso una svolta totalitaristica non tanto diversa dai discorsi di certe frange anche presenti nei nostri Paesi che vorrebbero ritornare ad un patriarcato totalizzante e dalla condizione prevalente in altre aree del pianeta. Il modello che viene in mente è Margaret Atwood con il suo Il racconto dell’ancella, tra le migliori distopie femministe per ricordare che certi diritti sono ben lontani da essere scontati per sempre.
Il risultato sono due piani di racconto che si alternano e si mescolano, entrambi interessanti, a testimoniare le potenzialità del fantasy, la sua importanza per raccontare storie al femminile interessanti e come fantasy e fantascienza siano solo due aspetti di un genere ampio e variegato, che quando è di qualità come in questo caso è metafora dell’oggi e delle sue contraddizioni. Come già il primo, anche questo nuovo capitolo esce in una bellissima edizione grafica, corredata da varie immagini, ma non bisogna farsi ingannare, non è l’ennesimo young adult banale, ma una storia molto più interessante, adulta e tosta, che si snoda su due piani per pagine e pagine con un finale ancora aperto.

Erika Johansen ha studiato allo Swartmore College in Pensylvania, poi al Iowa Writers’ Workshop dove si è laureata in Belle Arti e in seguito ha lavorato come avvocatessa. Vive a San Francisco in California e si interessa di tematiche sociali, dopo essere stata ispirata dalla campagna elettorale di Barack Obama nel 2007.

Source: acquisto al Salone del libro.

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:: La ragazza nel parco, di Alafair Burke (Piemme, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

4 ottobre 2016 by
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Pubblicato in Italia da Piemme, nella versione tradotta da Sara Marcolini, La ragazza nel parco di Alafair Burke è un libro con una storia che non poteva non fare presa sul pubblico, soprattutto quello americano.
Dall’11 settembre del 2001 in ogni sparatoria o esplosione che ha luogo sul territorio statunitense si cerca immediatamente la pista jihadista o del terrorismo in generale e quando così non è entra in gioco un altro triste aspetto della contemporanea società americana e non solo: le stragi folli messe in atto per i più svariati motivi, che vanno dal risentimento religioso a quello etnico, di orientamento sessuale…
Ne La ragazza del parco di Burke si ritrova tutto questo, studiato, elaborato in maniera tale da incastrarsi alla perfezione con i fatti di cronaca più o meno recenti.
Olivia Randall è un avvocato di successo con dei trascorsi burrascosi con Jack Harris, scrittore famoso, padre di una figlia adolescente che cresce da solo da quando sua moglie Molly è rimasta vittima di un attentato. Harris è accusato di triplice omicidio, di essere l’artefice di un attentato in cui ha perso la vita anche il padre del ragazzo che ha ucciso sua moglie.
L’epilogo che l’autrice ha scelto di dare alla vicenda bene si inserisce nei tristi risvolti a cui la narrazione rimanda. Le conseguenze delle azioni proprie e degli altri che ritornano quando meno ce lo si aspetta. I traumi che riaffiorano più forti che mai anche se ci si era illusi di averli superati. La vita che è un correre e un ripercorrere eventi che si incastrano tra di loro meglio delle tessere di un puzzle.
La narrazione è fitta di salti temporali tra il presente e il passato, in particolare al periodo giovanile di Olivia, agli anni del College e della relazione con Harris. Nella maggior parte dei casi sono dei flashback nei quali la protagonista rivive momenti del suo passato, situazioni intime o emozioni personali e come tali risultano, restando quasi estemporanei al racconto della vicenda principale non riuscendo neanche a dare spessore alla storia e ai trascorsi del suo rapporto con Jack Harris.
Leggendo La ragazza nel parco di Alafair Burke a volte sembra proprio che la storia e le scene siano state studiate per risultare interessanti, accattivanti per il lettore e non determinate dall’evoluzione della vicenda narrata. Quasi come se si volesse dare al lettore ciò che pensa di volere: una triste vicenda cui interessarsi e dei protagonisti cui affezionarsi.

Alafair Burke: È un avvocato penalista, con una grande esperienza di processi. I suoi romanzi sono bestseller del New York Times elogiati da autori come Micheal Connelly e Dennis Lehane.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica Ufficio stampa Piemme.

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:: Elena Ferrante sono io

3 ottobre 2016 by

indexC’è voluto un giornalista di inchiesta italiano – in collaborazione con colleghi di altri paesi del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, del sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e di quello della rivista americana The New York Review of Books –  per svelare l’identità (ancora presunta) di Elena Ferrante.
Un segreto che a quanto si mormorava tra gli addetti ai lavori non era esattamente tale, ma ora sulle pagine del Sole24 c’è scritto nero su bianco, con prove documentate, che Elena Ferrante non è altro che Anita Raja.
È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!
Cosa cambierà da adesso in poi? Anita Raja e il marito Domenico Starnone non commentano, non ammettono ne negano. Dalla casa editrice di Elena Ferrante non è ancora uscito un comunicato ufficiale, ma si può intuire non sono contenti.
Come non sono contenti molti lettori, e scrittori che in queste ore commentano sui social (una parte perché sembra che un’altra parte del vasto mondo dei lettori e dei critici non riconosca alla scrittrice il diritto all’oblio, a nascondere la sua identità affinché solo i suoi libri vengano letti e giudicati).
Elena Ferrante ha sempre difeso la sua privacy, il diritto a stare in disparte, il diritto a tenere la sua vita privata separata dal grande clamore dovuto al successo (ormai planetario). Mormorii sussurrati sulla sua identità non l’ hanno mai disturbata, ma ora sembra sia stata detta la parola definitiva, sia stata messa all’angolo, sia stata svelata la sua colpa.
Beh perché sì, solitamente indagini patrimoniali, collegamenti internazionali, etc… si fanno per presunti mafiosi o criminali, non per gli scrittori. Molti infatti pensano che il talento investigativo dei giornalisti coinvolti sarebbe stato meglio impiegato in altre cause, più nobili, più utili alla società. Che di per sé è vero, anche noi che qui e ora ne stiamo parlando potremmo impiegare meglio il nostro tempo occupandoci della fame nel mondo, dei rifugiati, dei bambini abbandonati. Io ho scelto di occuparmi di libri e letteratura, per cui mi sembra giusto riflettere su questo caso, eclatante solo per l’importanza e la fama delle persone coinvolte.
Riflessioni che comunque portano altrove su temi molto più seri e universali. L’identità, il diritto alla privacy e la liceità di separare l’artista dalla sua opera. Ma torniamo a Elena Ferrante.
L’indagine investigativa del Sole 24, che porta una firma autorevole, Claudio Gatti, (giornalista serio, impegnato in molte indagini realmente importanti, dallo scandalo Oil for Food, alla denuncia che la banca americana JP Morgan Chase era coinvolta nella truffa da 50 miliardi di dollari perpetrata da Bernard Madoff ) ha di per sé avuto un taglio molto aggressivo se non ostile. Quasi come se tenere nascosta la propria identità fosse un fatto illecito e finalmente solo ora la Ferrante fosse stata inchiodata alle sue responsabilità.
L’articolo dice che è una bugiarda, (lo dice in modo elegante, affermando che è proprio la Ferrante ad ammetterlo) per cui è più che giustificato tutto questo impegno profuso per fare chiarezza e portare a galla la verità. Ecco spero che suoni anche a voi piuttosto eccessivo ed esagerato. Soprattutto perché non si indagano le ragioni di Anita Raja, le serie motivazioni che l’hanno spinta, sempre che sia lei, a nascondere di essere Elena Ferrante. E possono essere ragioni serie, etiche, anche dolorose.
Tutto è stato spazzato via, giudicandolo poco importante. Il prossimo passo quale sarà, indagare sulle presunte amanti del marito, pubblicare le sue cartelle cliniche?
Ecco è questo punto penso abbia spaventato e indignato tutti coloro che in queste ore dibattono. Identificarsi con Elena Ferrante, per quanto il parallelo è sicuramente poco bilanciato, e dire Elena Ferrante sono io.

:: La mia vita con Mr.Dangerous, di Paul Hornschemeier (Tunué, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

3 ottobre 2016 by
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«Di tutte le teste qui… Solo la tua chiede a dei cartoni di essere dei lucchetti»

Amy è una ragazza che ha appena compiuto 26 anni, lavora come commessa in un negozio d’abbigliamento, vive da sola con il suo gatto Moritz, si è appena lasciata col suo ragazzo e per il compleanno ha ricevuto in regalo dalla madre una maglia fuxia con un unicorno.
Ma soprattutto Amy è appassionata, anzi direi proprio ossessionata, da un cartone animato, Mr. Dangerous, i cui personaggi sono diventati un filtro e un veicolo per i suoi pensieri e sogni (ad occhi aperti e non) e anche un metro di valutazione nelle sue relazioni con gli altri.
Le relazioni di Amy con gli altri sono difficili, è spesso sola, incastrata in un lavoro poco gratificante e al di sotto delle sue capacità: solo con la madre sembra avere un legame stabile, ma si tratta comunque di un rapporto in cui è più quello che non si dicono a riempire i loro pranzi assieme. La madre infatti è una donna dolce, affettuosa, che ama profondamente la propria bambina, ma anche stanca, sfinita da un lavoro che non ama (lo stesso di Amy) e dall’età.
I rapporti con gli uomini poi sono ancora più disastrosi: del padre non c’è proprio traccia, se non per un cenno al fatto che abbia lo stesso umorismo di Amy; mentre cinque/sei relazioni si sono susseguite nella vita della ragazza, ma senza trovare mai qualcuno con cui poter davvero condividere qualcosa, relazioni che alla fine l’hanno lasciata ancora più sola, piena di complessi col proprio fisico e insicurezze.
L’unico vero legame profondo di Amy è con Michael, l’amico lontano, trasferitosi a San Francisco, presente però solo come una voce al telefono e mai nemmeno inquadrato in una vignetta. Una presenza insomma che si fa sentire soprattutto per la sua assenza. Michael condivide con lei lo stesso amore per Mr.Dangerous, per le avventure folli e i racconti strampalati, lo stesso tipo di umorismo; ma è lontano, spesso irraggiungibile al telefono. E anche Michael fa parte dell’immaginario di Amy, proiettato nel suo “teatro mentale” sotto forma di un gatto nascosto dietro una barba posticcia.
Michael è a tutti gli effetti il centro delle relazioni di Amy, la persona che più influenza le sue giornate, ma è un centro lontano, fuori dalla sua vita quotidiana per colpa della distanza.
La solitudine e i silenzi della vita di Amy sono ingabbiati in una griglia regolare, fatta di vignette dalla suddivisione classica, e in un disegno pulito, preciso, dal tratto un po’ “morbido”. I colori, senza sbavature o effetti di chiaro-scuro eccessivi, restano sempre tenui, mai carichi o saturi se non per certe scene oniriche in cui Amy trasforma se stessa in un personaggio del cartone di Mr. Dangerous e che finiscono con l’essere i momenti di introspezione più veri della ragazza.

Paul Hornschemeier è autore completo delle sue opere: testi, disegni e colori. Nato nel 1977 da genitori avvocati, cresciuto nel sud dell’Ohio, in una piccola città, le sue opere, famose per smascherare i meccanismi con cui si mente a se stessi, sono state tradotte in molte lingue e gli sono valse diversi premi, tra cui tre Eisner (Best Limited Series; Best Writer/Artist; Best Coloring). Ha lavorato con la Dark Horse che ha pubblicato il suo primo fumetto, Mother, come home, nel 2004 e con la Marvel per la quale ha colorato e diretto una mini serie.
La mia vita con Mr.Dangerous, 2011, è stato inserito tra i New York Time Best Seller.

Source: inviato dall’ufficio stampa di Tunué

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:: Questo non è un romanzo fantasy!, Roberto Gerilli (Plesio editore, 2015) a cura di Elena Romanello

3 ottobre 2016 by
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Filippo Mengarelli è un appassionato di giochi di ruolo e fantasy, e ha debuttato nel genere con Le cronache di Falcograd: il problema è che il libro non ha avuto nessun successo, è stato stroncato senza pietà dal più noto blogger del settore, vera e propria autorità per tutti gli appassionati che pendono dalle sue parole virtuali, e l’editore ha troncato con lui ogni rapporto.
Rimane solo una speranza per lui: andare al Lucca Comics & Games, la più grande manifestazione in tema dedicata all’immaginario nel nostro Paese, e cercare di riannodare i fili per salvare il suo futuro di scrittore. Perché Le cronache di Falcograd è solo il primo di una trilogia, che rischia di restare incompiuta, con un finale aperto sul più bello.
Con lui c’è l’inseparabile Alessandra, sua migliore amica, illustratrice e fangirl, con una particolare passione per l’universo di Doctor Who. Arrivato a Lucca, Filippo si scontra subito con gente che lo evita e lo prende in giro, ma poi scopre che in giro per la fiera ci sono quattro ragazzi vestiti come i protagonisti della sua saga. Ma forse non sono cosplayer come gli altri, forse sono gli stessi personaggi, che si sono catapultati nel nostro mondo in cerca di un autore che li porti alla giusta conclusione. Il problema è che non sono arrivati da soli, con loro c’è il nemico, che come tutti i nemici del fantasy vuole il potere assoluto e distruggere tutto e tutti.
Sono ormai tanti anni che il genere fantastico ha preso piede nel nostro Paese, soprattutto durante eventi come il Lucca Comics, tra i più amati e frequentati al mondo, insieme al Komiket di Tokyo e al Comicon di San Diego.
Roberto Gerilli scrive un romanzo fantasy, ma anche una parodia del genere e un omaggio scherzoso a tutti gli appassionati e i cultori, in un libro che si divora spesso piegandosi in due dalle risate.
Tra La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen per la mescolanza tra realtà e fantasia e Balle spaziali di Mel Brooks per gli omaggi al fandom fantasy e fumettistico con tutte le sue follie, Questo non è un romanzo fantasy è un libro imperdibile per gli appassionati di ogni età che ogni anno affollano Lucca e non solo, perché ognuno troverà qualcosa di se stesso e di quello che ha vissuto, amato, seguito in un luogo diventato magico. Ma è anche un libro per chi vuole capire di più la complessità, il divertimento e l’importanza di un certo fandom, per tanto tempo visto come meno influente di quello per esempio della musica, ma tutto da scoprire, tra citazioni, parodia, umorismo, presa in giro e riflessione. Perché di Filippi e di Alessandre è sempre pieno a Lucca, e qualcuno di loro è riuscito nel corso degli anni a realizzare i propri sogni, e a farli diventare realtà.
Lucca è tra poco più di un mese, e questo libro, uno dei primi se non il primo dedicato alla vita in fiera è un ottimo modo per prepararsi all’evento, a giorni dove davvero sembra che il confine tra fantasia e realtà sia labile.

Roberto Gerilli è un anconetano che da trentacinque anni vive cibandosi di libri, fumetti, film e serie tv. Si è laureato in ingegneria elettronica ma non è riuscito a creare il flusso canalizzatore, per cui ha deciso che da grande diventerà uno scrittore. Nel frattempo beve tè e racconta storie alla lepre marzolina. Nel 2014 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, “Città Senza Eroi”, edito da UteLibri. Scrive per “Diario di Pensieri Persi” e “Speechless Magazine”. Il suo sito ufficiale è http://www.robertogerilli.it

Source: acquisto al Salone del libro.

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:: Liberi junior – Il pigiama verde, Guia Risari (Coccole Books 2016) a cura di Viviana Filippini

30 settembre 2016 by
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Il piccolo Andrea è un bambino parecchio capriccioso, che sa dire sempre e solo no! Fosse solo questo a rendere il protagonista de Il pigiama verde una piccola peste, lo si potrebbe accettare, ma il bambino diventa ancora più cocciuto e dispettoso quando deve andare a letto, perché non vuole mai indossare il pigiama. La ragione? È il semplice fatto che il pigiamino gli ricorda troppo l’oscurità della notte, il buio e l’inquietante silenzio che la caratterizzano. Una sera il papà fa un regalo molto speciale ad Andrea: un bel pigiama verde. Il bambino è molto sospettoso e non capisce perché mai dovrebbe indossare quell’affare, ma il babbo gli fa notare che quell’indumento non è un semplice capo d’abbigliamento. Quella è una tuta speciale che gli farà vivere fantastiche avventure. Andrea, un po’ riluttante, indossa il pigiama verde e una volta chiusi gli occhi per dormire, il piccoletto comincerà una serie di inimmaginabili avventure. E così Andrea si trova con una fantastica tuta impermeabile nelle profondità marine dove scorge strane creature, compreso un polipo che cambia colore. In un attimo, il protagonista si ritrova prima nella giungla tra scimmie, uccellini canterini e felini maculati, e poi nello spazio, dove vede stelle luminose e sorridenti. Il libro di Guia Risari è una storia corredata dalle simpatiche e colorate illustrazioni di Andrea Alemanno che rendono agli occhi del piccolo lettore molto coinvolgenti le mirabolanti avventure vissute dal piccolo protagonista. Il pigiama verde di Guia Risari è una piacevole storia che aiuta i bambini a capire come il sonno, grazie ad un piccolo aiuto (in questo caso il pigiama verde) possa diventare una dimensione nella quale riposare con piacere, sperimentando emozionanti e fantastiche avventure.

Guia Risari (Milano, 1971) è laureata in Filosofia morale all’Università Statale di Milano. È specializzata in Studi ebraici moderni in Inghilterra e in Letteratura comparata in Francia, dove ha vissuto per qualche tempo e ha collaborato con diverse università francesi. Ha lavorato come educatrice, giornalista e traduttrice. Scrive racconti, libri per bambini, testi teatrali, saggi, testi surrealisti, poesie. Tiene laboratori, conferenze e corsi di scrittura e lettura. Fra i suoi libri si citano: Jean Améry. Il risentimento come morale sul risentimento nella filosofia occidentale (Franco Angeli 2002), vincitore di cinque premi letterari, L’alfabeto dimezzato. Storie di coccodrilli scottati e scimpanzé in piscina (Beisler, 2007), Il cavaliere che pestò la coda al drago (EDT-Giralangolo, 2008), Gli occhiali fantastici (Franco Cosimo Panini, 2010), Il Decamerino (Mondadori, 2015), La porta di Anne (Mondadori, 2016), Il viaggio di Lea (Einaudi Ragazzi, 2016).

Source: libro inviato dall’autrice, che ringraziamo, al recensore.

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:: Nomi di donna, Gianluca Pirozzi (L’erudita, 2016) a cura di Elena Romanello

30 settembre 2016 by
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Gianluca Pirozzi, autore e attivista per i diritti civili, si confronta nella sua terza fatica con l’universo femminile, con una serie di racconti, alcuni collegati altri no (ma si scopre mentre si legge), che raccontano tante sfaccettature dell’essere donna oggi, con pochi ma efficaci tratti, che portano subito nel cuore di esistenze diverse, opposte, ma tutte degne di essere raccontate e svelate da uno sguardo equilibrato e rigoroso.
Con le illustrazioni oniriche di Clara Garesio e una suddivisione in base alle ore del giorno e della notte in base al momento in cui avviene l’incontro tra il lettore e le protagoniste del libro, si scoprono scampoli di vita di Stella, Clara, Edda, Diana, Monica, Nadia, Aristea e altre, donne di tutte le età alle prese con i sentimenti, il lavoro, la propria vita, gioie, dolori, ricerche di se stesse e tanto altro.
Sono attimi di vita, come quella di Monica che va a correre tutte le mattine dopo aver perso un amore e poi torna verso quella che è la sua vita ormai solitaria, Nadia, che va a lavorare in albergo percorrendo un tratto illuminato da vetrine di negozi che le aprono per un attimo nuovi orizzonti, Aristea, che vive in una roulotte, Giovanna che fa i conti con un amore che dura da una vita all’alba degli ottant’anni, la nuova italiana Bianca che non ha dimenticato il suo Kenya, la transgender Fabiana che inizia la sua nuova vita come Andrea, Edda che deve affrontare la perdita di una persona amica, Agata che vede la sua vita distrutta dalla persona da cui pensava di essere amata.
Tutte storie essenziali che raccontano però il mondo al femminile di oggi, gli studi, i lavori anche fuori sede, la maternità, l’adolescenza, la vecchiaia, gli amori sbagliati, l’omosessualità, il transgenderismo, le famiglie disfatte e ricomposte, le crisi esistenziali, il vedere il mondo da una prospettiva diversa, con toni sempre efficaci e interessanti.
Un libro edito da una casa editrice indipendente e molto attiva, L’Erudita di Giulio Perrone, che negli ultimi mesi ha avuto varie presentazioni e segnalazioni proprio per le tante tematiche che tratta, che hanno reso interessante dibattiti in varie sedi, dai festival letterari alle associazioni GLBT, proprio perché gli spunti su cui parlare sono tanti, a partire da ognuna delle storie contenute nel libro

Gianluca Pirozzi è nato a Napoli ed ha vissuto a Roma, Bruxelles, Parigi, Bogotá, Mumbai e Skopje. I suoi racconti sono stati più volte premiati nell’ambito di rassegne letterarie nazionali e pubblicati in antologie e raccolte narrative. Ha pubblicato la raccolta Storie liquide (2010) e il romanzo Nell’altro (2012). Nomi di donna è il suo terzo libro.

Source: inviato dall’editore al recensore su segnalazione dell’autore.

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:: Blogathon “I classici della letteratura”: La dama delle camelie, Alexandre Dumas figlio

30 settembre 2016 by

vert « Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita. »

(William Shakespeare, La Tempesta, Atto IV, Scena I)

Lessi per la prima volta La signora delle camelie, tradotta dal francese da Francesco Tarquini, una trentina di anni fa, avrò avuto 15 anni, e per quanto possa sembrare bizzarro, ben pochi libri furono capaci di influenzare sicuramente in meglio la mia vita e la mia idea di cosa significasse essere una donna, e anzi la mia stessa percezione della femminilità o se vogliamo anche di una certa visione del femminismo che da allora non mi ha più lasciato. Piuttosto bizzarro che tutto questo nacque appunto da un libro edito nel 1848 e scritto da Alexandre Dumas figlio in memoria di una cortigiana parigina che per un anno fu sua amante. Quindi quando è arrivato il momento di scegliere un classico per questo Blogathon non ho avuto quasi esitazione e ho scelto La Dame aux camélias.
Ho amato certamente molti altri libri, anche forse oggettivamente più belli stilisticamente o più complessi nella trama o maturi, Dumas era giovanissimo quando lo scrisse, ma il mondo che è riuscito evocare questo breve, anzi brevissimo romanzo, nessun altro romanzo è riuscito ad eguagliare.
I primi capitoli soprattutto quando il narratore si aggira per le stanze di Marguerite Gautier al numero 9 di Rue d’Antin, aperte al pubblico perché possa vedere gli oggetti che saranno poi battuti all’asta per coprire i debiti di una vita dispendiosa e dissoluta, sono della letteratura tutta i più struggenti e allo stesso tempo terribili che abbia mai letto. Rileggerli mi provoca sempre una forte emozione, per quel carico di non detto, critica sociale e pietà umana che racchiudono.
Marguerite Gautier, la bella, affascinante e sfortunata Marguerite Gautier è appena morta, e i membri dell’alta società parigina si aggirano come avvoltoi su quanto in vita aveva posseduto. Una morte che non fa rumore, tanto che il narratore si lamenta che nessuno gliel’abbia detto tornato a Parigi da poco. Questo genere di donne, per quanto bellissime, circondate dal lusso, colte, creano rumore e scandalo da vive, ma la loro morte scivola nel silenzio e nella più totale indifferenza. Quasi fossero infiltrate in un mondo per cui appunto sono solo state fonte di divertimento, niente di più.
Per la facile morale del mio secolo, puntualizza il narratore, che per queste donne prova una sincera e autentica umana comprensione. Che ha smesso di giudicarle da quando vide una donna portata via da gendarmi con un figlio in braccio dal quale stava per essere separata. Forse oggi sono riflessioni abbastanza comuni, ma certo non lo erano a metà Ottocento. Per sfuggire alla povertà la giovane Marguerite Gautier non ha scelta, può solo usare il suo corpo e la sua bellezza per ottenere quelle ricchezze, quella libertà, quell’indipendenza che altrimenti le sarebbero stati negati, condannandola ad una vita di stenti. Marguerite Gautier ammette di non essere una donna onesta, ammette che quelle cose valgono per lei di più di una buona reputazione, e forse anche dell’amore del duca che vede in lei un riflesso della figlia morta.
Marguerite Gautier è promiscua, tendenzialmente infedele, dilapida patrimoni, conosce le regole di quel mondo e le piega per i suoi interessi. Frequenta orge, e avida sempre di nuove sensazioni, anche forse per la malattia, la tisi, che la divora. Poi incontra il giovane Armand Duval e di colpo il suo mondo gretto, egoista, vizioso, crolla. Conosce l’amore e l’impossibilità di viverlo. Il suo passato le pesa come un macigno, le regole della sua società l’uccidono prima che lo faccia la tisi. E quando il padre di Armand le chiede di rinunciare a lui, il suo sacrificio è totale, rinuncia alla sua speranza di felicità quasi senza esitazione. Tanta generosità e sensibilità in una donna di tal genere è il motivo stesso per cui il narratore decide di tramandare la sua storia. Un’ eccezione, un’anomalia.
La Dame aux camélias parla della sostanza di cui è fatto l’amore, impalpabile come un merletto veneziano, e allo stesso tempo fragile e indistruttibile. Anche se la sofferenza che procura non fa sconti ed è reale e drammatica come ogni dolore che ci procuriamo con le nostre azioni, o le nostre debolezze. Marie Duplessis, la vera Marguerite Gautier non avrebbe potuto avere maggiore tributo, e grazie a questo libro infatti ancora oggi la ricordiamo con tenerezza e simpatia. Potere della letteratura.

Alexandre Dumas (figlio), figlio dell’Alexandre Dumas autore de I tre moschettieri, nacque a Parigi, nel 1824. Il romanzo La signora delle camelie, ispirato alla figura della sua amante, Alphonsine Duplessis, gli aprì, ancora giovanissimo, le porte del successo. Tra le altre sue opere ricordiamo La società equivoca (1855), L’amico delle donne (1864) e Francillon (1887). Morì a Marly-le-Roy nel 1895.

Source: acquisto personale.

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:: Belgravia, Julian Fellowes (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

29 settembre 2016 by
belgravia-neri-pozza

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Nato come feuilleton a puntate in formato elettronico, è uscito finalmente in un unico volume Belgravia, omaggio al romanzo ottocentesco di Julian Fellowes, sceneggiatore tra le altre cose di una delle serie di culto degli ultimi anni, Downton Abbey.
La storia ci porta a Bruxelles nel 1815, alla vigilia della battaglia di Waterloo, che cambiò definitivamente l’Europa, dove si incontrano tanti destini e persone, come la diciottenne Sophia Trenchard, figlia di James, fornitore di pane e birra ai soldati, che si innamora di lord Edmund Bellasis, pronto ad invitarla al ballo della duchessa di Richmond e a prometterle un matrimonio d’amore.
Waterloo distruggerà tante vite, lasciando tanti lutti: la storia si sposta poi venticinque anni dopo, con gli ormai anziani genitori di Sophia, morta prematuramente di parto dando alla luce il figlio di Edmund, alle prese con una nuova ricchezza, costruita grazie al loro lavoro, ma anche con gli intrighi dei conti di Brockenburst, genitori di Edmund caduto a Waterloo, che hanno paura di alcuni misteri che potrebbero venire fuori dal passato del loro figlio.
Leggendo le pagine del libro, avvincente ma più che ad un romanzo simile ad una sceneggiatura per un futuro sceneggiato o serial, è impossibile non pensare ad autori come Dickens, Thackeray, la stessa Austen e Elizabeth Gaskell, in un affresco che omaggia una delle epoche più vive ancora oggi nell’immaginario non solo britannico, l’Inghilterra ottocentesca e vittoriana, con forti contrasti sociali ma nello stesso tempo grande vitalità.
Fellowes mette al centro del suo libro tanti personaggi, non ultimi gli appartenenti alla servitù, che si confrontano in un mondo che cambia, prima dal punto di vista politico poi da quello sociale, dove si affrontano l’antica aristocrazia britannica, non più capace di mantenere fino in fondo ricchezza e prestigio vivendo in maniera totalmente parassitaria e il crescente ceto borghese imprenditoriale, che da una bancarella di vettovaglie a Covent Garden riesce ad arrivare a comprare una casa a Belgravia, sontuoso e moderno per allora quartiere di Londra.
Belgravia è un romanzo interessante comunque per chi ama l’Inghilterra vittoriana e i suoi protagonisti, per chi cerca una storia vicina a quelle classiche e non con modernizzazioni arbitrarie nel comportamento dei protagonisti, appassionante come i romanzi d’appendice dell’epoca senza scadere nel volgare di tante ricostruzioni moderne dove si parla solo di improbabili e anacronistiche storie d’amore. A tratti forse è già un po’ sentito, ma è un dejà vu o meglio dejà lu che piace e alla fine non stanca.

Julian Fellowes ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park, per la regia di Robert Altman, altro ritratto della servitù dell’aristocrazia inglese. Oltre a essere un celebre sceneggiatore, è anche uno dei più famosi attori britannici, lo si è visto in film come Il danno e Tomorrow Never Dies. Negli ultimi anni è diventato famoso per aver ideato il serial cult Downton Abbey, che racconta l’aristocrazia inglese e la sua servitù durante i primi decenni del Novecento.

Source: libro letto al Gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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