:: Le ragioni del no, ne discutiamo con il Professore Angelo D’Orsi

2 dicembre 2016 by

mnRingrazio, a nome dei miei lettori, il professore Angelo d’Orsi professore di Storia delle idee politiche e sociali nell’Università di Torino, per avere accettato il mio invito a rispondere ad alcune domande, con l’unico intento di fare chiarezza, per dissipare gli ultimi dubbi ancora rimasti in noi elettori, per permettere un voto cosciente e consapevole, in un momento così delicato della storia del nostro paese. Il professore D’Orsi difende le ragioni del no. Non saranno domande esclusivamente tecniche, insomma cercheremo di essere il più chiari e comprensibili, per un pubblico anche di non esperti. Per par condicio ho proposto la stessa iniziativa anche al professore Giovanni Guzzetta, per le ragioni del sì.  

Mancano pochi giorni e gli Italiani, uomini e donne, saranno chiamati al voto, saranno chiamati a decidere se modificare o meno la nostra Costituzione. Una nota a margine, senza volere minare in alcun modo il diritto democratico dei cittadini di decidere questioni anche tecniche, che riguardano lo Stato, pensa che i cittadini siano sufficientemente informati e consapevoli, data la delicatezza e la difficoltà anche per esperti giuristi di comprendere la portata delle modifiche che si renderebbero effettive? Insomma secondo lei gli italiani sono pienamente consapevoli della responsabilità che comporta questa votazione, responsabilità verso noi stessi e i nostri figli e nipoti che erediteranno questa Nuova Costituzione?

I cittadini non sono affatto informati, anche se non sono pochi coloro che si sforzano di raccogliere informazioni e arrivare al voto in modo consapevole. La campagna referendarie doveva essere un momento di informazione e dibattito si è trasformata in una delle tante campagne elettorali, una campagna particolarmente accanita, con colpi bassi, e una violenza verbale che è difficile ritrovare in tempi recenti. Ci riporta a quella del 1948, ed effettivamente siamo davanti a una scelta che può cambiare in modo evidente le nostre vite. In peggio, decisamente, a mio parere. E la trasformazione della campagna referendaria in una corrida ha due ragioni: a) il premier stesso ha voluto indirizzare il referendum verso un plebiscito. Pro o contra. Così facendo ha ridotto lo spazio della discussione, cancellando quello dell’approfondimento. B) si tratta della prima vera occasione per farlo cadere. Perché rinunciare? Ovvero per legittimarlo. Ribadisco: perché rinunciare?

Le modifiche alla Costituzione sottoposte al Referendum del 4 dicembre sono modifiche approvate dalla maggioranza parlamentare, stilate da esperti di diritto, dopo un iter alquanto controverso e dibattuto. Insomma la legittimità del Referendum non è in discussione. Il ricorso presentato il 27 ottobre scorso dal presidente emerito della Consulta Valerio Onida contro la consultazione popolare del 4 dicembre è stato respinto. Quindi l’esito, giuridicamente sarà valido a tutti gli effetti. Un’ unica mia perplessità, come è stato possibile approvare l’Italicum, la nuova riforma elettorale unicamente per la Camera (non prendendo neanche minimamente più in considerazione il Senato), quasi come se la nuova Costituzione fosse stata già approvata? Non è un paradosso, soprattutto se vincesse il no e si andasse subito a nuove elezioni?

Contesto la legittimità della “riforma”: approvata da un Parlamento reso di fatto illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 1/ 2014, con cui dichiarava incostituzionali alcuni pezzi, importanti, della legge elettorale “Italicum”. In secondo luogo è stata istruita manu militari dal governo, in sede referente, cacciando dalla Commissione Affari costituzionali i due senatori critici (Mineo e Chiti). Inoltre, comunque, è stata portata avanti dal Governo e non dal Parlamento, ed infine è stata approvata a colpi di fiducia, tagliole e così via. Quanto agli effetti, ove la riforma fosse approvata, sarebbero paralizzanti per il sistema politico italiano, essendo piena di incongruenze e rinvii a leggi e norme da approvare. Quanto agli esperti è persino ridicolo evocarli: tutti i costituzionalisti italiani, dico tutti tranne tre (Barbera, Ceccanti e Fusaro, non certo il Gotha del diritto costituzionale!) sono stati esclusi dalla discussione e sono ferocemente critici con la legge. E la stragrande maggioranza dei politologi, dei filosofi e sociologi politici, degli storici sono per il NO. Dove sono gli intellettuali per il SI?

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. » (Piero Calamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955) Pensa che i giovani conoscano queste parole, la loro portata etica e morale?

I giovani e non solo i giovani ignorano persino che cosa sia la Costituzione Repubblicana. Su questa ignoranza si è costruito il progetto di devastazione della Carta costituzionale.

Lo Statuto Albertino non fu sufficiente a neutralizzare le derive autoritarie sorte durante il Fascismo. La Costituzione Italiana nacque con il chiaro intento di evitare che una tale pericolosa eventualità si ripetesse. Nello specifico, quale è il nucleo della nostra Costituzione che ha scongiurato per 68 anni questa possibilità, consentendoci di vivere in uno Stato, seppur con i suoi difetti, libero e democratico?

Il nocciolo è il pluripartitismo, e il bicameralismo. Quello che la “riforma” abbinata alla legge Italicum di fatto cancella. Se passasse il SI, un sì implementato dall’Italicum, ci avvieremmo da una democrazia liberale a uno Stato di oligarchie.

Secondo lei la spinta propulsiva di questa riforma costituzionale, in questi termini specifici, verso un monocameralismo se non effettivo, sicuramente strumentale (il Senato verrebbe ridotto, non sarebbe più eletto a suffragio universale diretto, non darebbe più la fiducia al Governo), è stata data dall’Unione europea? Che tra l’altro entra di diritto nel testo, dopo le eventuali modifiche apportate.

La Banca Centrale Europea, più che l’Unione, la Banca Morgan, e alle loro spalle la Trilateral, di Rockfeller e soci, sono coloro che hanno dettato si può dire la “riforma” nel suo insieme. E i dettagli si trovano nel “Piano di rinascita nazionale” di Licio Gelli. Mi aspetterei almeno un soprassalto di orgoglio patriottico, dalla cittadinanza, davanti al voto, che se ci fosse, non potrebbe che portare al NO.

La limitazione della sovranità popolare, sembra uno dei temi più sensibili del fronte del no. In che misura avverrebbe questa limitazione, quali sarebbero i veri ostacoli a detrimento della libertà e della democrazia?

Un Parlamento in cui formalmente ci sono due Camere, ma una, il Senato, di nominati dai Consigli Regionali, o comunque composta in modo grottesco da sindaci e consiglieri: non gli si dà lo stipendio, ma gli si regala l’immunità, che specie a quel livello della Pubblica Amministrazione, sarebbe strumento provvidenziale per gli inquisiti. L’altra Camera, quella dei Deputati, sarebbe arbitro della situazione, comprese le leggi più importanti, nelle quali in teoria il Senato dovrebbe dire la sua. Una Camera in cui, grazie all’Italicum, il partito che raggiunge una maggioranza di poco superiore al 20% si può accaparrare la maggioranza assoluta dei seggi. Una camera con i “capilista” bloccati, decisi dalle direzioni dei partiti politici. Inoltre si rende quasi impossibile la facoltà dei cittadini di proporre leggi di iniziativa popolare, e si usano degli accorgimenti per vanificare i referendum. Infine, si stabilisce una intollerabile discrasia tra enti territoriali (le Regioni, lasciando a quelle a Statuto speciale facoltà che alle altre vengono tolte), e si aprono prospettive di conteziosi infiniti davanti alla Suprema Corte. Un Parlamento siffatto eleggerebbe le alte cariche, dai membri della Corte stessa, al Presidente della Repubblica, per la cui elezioni addirittura basterebbe un pugno di “onorevoli” per votarlo, dato che si chiede non la maggioranza degli aventi diritti, ma dei presenti. Una cosa incredibile.

Il fatto che vinca il no, non impedirebbe a prescindere nuove modifiche alla Costituzione. Insomma meglio mantenere la Costituzione attuale, in cambio di una fatta male e non condivisa dal Paese. Ma da un punto di vista politico sarebbe la fine del governo Renzi (per sua stessa ammissione) e una possibile apertura a governi molto più estremisti e instabili. Molti ragionano più sulle conseguenze sull’immediato che sul lungo termine. Vuole mettere in guardia su questo atteggiamento?

In primo luogo in un Paese come l’Italia bisognoso di una serie infinita di “messe a punto” (dal riassetto idrogeologico alla tutela ambientale e paesaggistica, dalle misure antisismiche alla soluzione del problema di una intera generazione di precari negli atenei…), non vedo alcuna necessità di mettere mano alla Costituzione. L’Italia non funziona non a causa della nostra legge fondamentale, ma di un pessimo ceto politico, ignorante, inetto e spesso corrotto.

Junkers, Obama, l’ambasciatore americano John Phillips, e molti altri esponenti politici ed economici si sono pronunciati pubblicamente per il sì. In che misura una vittoria del sì favorirebbe le loro posizioni? Secondo lei sono sinceramente convinti che una vittoria del sì migliorerebbe le condizioni dell’Italia, e di riflesso anche del resto del consorzio internazionale?

Credo che la loro sia null’altro che la traduzione in termini politici dei diktat delle grandi centrali finanziarie. Trovo pazzesco non che costoro abbiano aperto bocca in merito, ma che le nostre autorità lo abbiano tollerato. Il fatto che è la Presidenza della Repubblica, dopo Scalfa è stata occupata o da personaggi mediocri o da uomini che hanno svolto un compito che loro non competeva, come Giorgio Napolitano, il vero regista dell’operazione “riforma”. Il quale, ritengo si sia spinto fino a recare dei veri e propri vulnus alla Costituzione.

Se fosse incaricato, insieme a un gruppo di esperti, di proporre modifiche all’attuale Costituzione, quali sarebbero? Una virata verso il monocameralismo, che sembra la tendenza maggioritaria del modello europeo, secondo lei è applicabile a un paese come l’Italia? Sia per motivi storici, che contingenti, penso soprattutto alle infiltrazioni mafiose.

Sono per il bicameralismo, in modo assoluto, ma con una netta distinzione di compiti e funzioni tra le due camere: una di legiferare, l’altra di controllare, detta all’ingrosso. E sono per il sistema elettorale proporzionale “puro”, con le preferenze: il solo che salvaguardia il cosiddetto “potere dell’elettore”.

La sua lezione alla Scuola Popolare Antonio Gramsci si è intitolata: “Dalla democrazia Alla post-democrazia. Costituzione, Stato sociale e nuove oligarchie”. In cui ha parlato della destrutturazione dello Stato liberal-democratico, di cui la riforma costituzionale associata all’Italicum, è secondo lei l’ultimo atto, frutto di un processo molto più ampio di soppressione della democrazia. E’ possibile fermarlo questo processo, in che modo?

Oggi abbiamo la possibilità di fermare la deriva, dicendo il nostro NO al referendum. Questo è il primo passo, dal quale poi ripartire con una legge elettorale democratica, il ripristino delle Province (sì, sono a favore delle Province), e una serie di atti in grado di restituire fiducia e cancellare la disgregazione sociale prodotta dai governi degli ultimi 25 anni circa. Ne cito un paio: l’abolizione della Legge Gelmini del dicembre 2010, di “riforma” dell’Università, che ha gettato nel caos un sistema che con difetti e limiti non era certo tra i peggiori del mondo, anzi… Un secondo atto “rivoluzionario”, ossia di restaurazione di un corretto sistema di democrazia liberale, è una legge sulla Rai, che la mantenga pubblica, ma la sottragga al controllo governativo e dei partiti politici in generale. Sarebbero passi decisivi per invertire la rotta e salvare non solo la democrazia, ma il Paese.

Grazie della disponibilità, il suo intervento è sicuramente stato prezioso.

:: È solo una storia d’amore, Anna Premoli (Newton Compton, 2016)

2 dicembre 2016 by
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Non leggo molti romanzi rosa.
Da ragazzina leggevo prevalentemente romanzi storici, e ora da adulta preferisco senz’altro il thriller e il noir. Comunque l’editore me l’ha inviato a sorpresa per cui ho deciso di leggerlo. Ci ho messo tempo, leggendo qualche pagina alla sera prima di dormire, ma sono arrivata alla fine.
La Premoli devo dire mi è simpatica, ho letto molte critiche ferocissime, specie quando ha vinto il Bancarella, e mi chiedevo in quale maniera fosse così pessima, o comunque molto peggio di tanti altri scrittori. Dalla mia modesta esperienza (è il suo primo e unico libro che leggo) ha un modo di scrivere molto rilassante, un certo schiacciare l’occhio alle lettrici in segno di intesa (sì, si rivolge a un pubblico prettamente femminile) e la storia di per sé è molto divertente. Almeno lo è per me che come vi ho detto non leggo di prevalenza romanzi rosa.
Non mi sogno di denigrare chi lo fa, ma insomma ho altri gusti almeno da lettore. Perché vi dirò leggendolo mi è venuta un’ insana voglia di scriverne uno.
Comunque sto divagando, torniamo al libro. Un uomo, un premio Pulitzer, fascinoso e tormentato, in crisi di ispirazione (che odia il rosa), si innamora proprio di un’ autrice di romanzi rosa. Il tutto scorre a capitoli alterni, dalla parte di lui, dalla parte di lei. Più una storia parallela tra Norman l’agente di entrambi gli scrittori e Alex, la sorella di lui (la Premoli ha promesso che seguirà questo filone in un prossimo libro, non specificando sui tempi).
Insomma la Premoli più che il rosa (comunque la storia d’amore c’è, anche se un romanzo rosa non è solo una storia d’amore) segue il filone dei romanzi umoristici anni ’50, non raggiungendo le vette di Anita Loos e il suo “Gli uomini preferiscono le bionde“, ma insomma se la cava egregiamente. I due protagonisti assieme funzionano, e tra tutte le scene quella del primo bacio mi ha divertito molto, affatto banale. Insomma se volete leggere un libro poco impegnativo, con classico lieto fine e qualche riflessione sulla letteratura femminile e l’emancipazione sessuale della donna, la lettura che fa per voi.

Anna Premoli, è nata nel 1980 in Croazia, vive a Milano dove si è laureata alla Bocconi. Ha lavorato alla J.P. Morgan e, dal 2004, al Private Banking di una banca privata. La scrittura è arrivata per caso, come “metodo antistress” durante la prima gravidanza. Ti prego lasciati odiare è stato il libro fenomeno del 2013. Per mesi ai primi posti nella classifica, con i diritti cinematografici opzionati dalla Colorado Film, ha vinto il Premio Bancarella ed è stato tradotto in diversi Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche Come inciampare nel principe azzurro, Finché amore non ci separi, Tutti i difetti che amo di te, Un giorno perfetto per innamorarsi, L’amore non è mai una cosa semplice e L’importanza di chiamarti amore.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Autunno, Daniela Distefano

2 dicembre 2016 by

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“Era stata una bimba così graziosa, è rimasta buona di carattere, ma quanto pesa, non può salire e scendere le scale senza il fiatone, poverella. Però va ogni giorno al parco: camminare la rilassa, dice lei.”
Voci di paese, ma nessuno si avvicinava alla ‘vecchia botte’ Flora. Neanche il panettiere salutava questa donna-cannone senza un furtivo sorriso di malignità.
A complicare il tutto, ci si metteva pure la sua vocina impastata, piena di: “Scusi”, e una spinta; “Mi dispiace”, e la sua grassoccia mammella che urtava il braccio di un passante. Ci volevano strade da metropoli, solo che Flora abitava in un piccolo villaggio del Sud, vicoli stretti, cactus, poca illuminazione alla sera quando i diavoli escono per esorcizzare gli spaventapasseri.
Non c’era angolo di una via che Flora non avesse sfiorato con le sue gambone sentendosi una Visitor in mezzo alle scimmie.
Sua madre si vergognava di lei. Non aveva un lavoro stabile, non aveva amiche, non sapeva fare i lavori di casa, non sapeva badare ai bambini della sorella, non era una intellettuale, non era una femmina fatale, non possedeva una virtù conclamata. Sapeva solo mangiare, divorare, masticare e ricominciare a ruminare dopo poche ore dal pasto principale.
Il tempo del suo vivere era un continuo presente: esisteva solo l’ora del pasto.
Cibo a quantità, di qualità o meno, non importava.
Lasagne, pasta al forno, tagliatelle, crepes, la domenica.
Carne, pesce, insaccati, torte salate, tutti i giorni.
E poi gli spuntini: panini, briosches, gelati, patatine fritte, patatine in busta, snacks di ogni foggia e assortimento..
Era un’occupazione che richiedeva devozione e vocazione: Flora aveva entrambe le cose. Poi arrivò l’autunno.
In autunno le foglie si stancano degli alberi e prendono il volo verso il marciapiede.
Una di esse, gialla d’invidia, si conficcò nell’occhione di Flora che cadde per il movimento brusco del corpo nel tentativo di levarsi questo “coso” che faceva un male da cani.
Un giovane passava di lì, capì subito che qualcosa era accaduto: “L’aiuto io.”
Ma come poteva uno smilzo di cristiano alto, ma non massiccio, sollevare quell’enorme materasso umano che si allargava nel pavimento della strada?
“Cerco qualcuno che può aiutarmi a farla rialzare, non si muova!”
“Non si muova? Io sto affondando nel terreno, mi fa male tutto, oddio oddio oddio!”
Passarono dieci minuti. Lo smilzo non era tornato, un camion aveva rallentato dopo aver intravisto qualcosa di anomalo agitarsi in mezzo alla carreggiata.
“Ehi ma questa non è una donna, è una matrioska! Ahahahahahah
Cosa fa così, fa un po’ di ginnastica, eh?”
E se ne andò facendo marcia indietro.
Passò un altro buon quarto d’ora. Flora si dimenava cercando un punto di equilibrio per rimettersi in piedi, ma ogni volta che si sforzava, rimaneva piombata a terra a causa del grasso che la ricopriva.
Una signora dal balcone si era affacciata sentendola lamentare.
“Le scendo una corda, così la solleviamo dall’alto, che dice, non le sembra una buona idea?”
“Non so, proviamoci, ahiahiahiiiii”
La signora del balcone scese per agganciare la corda alla vita del donnone, ma questa con un repentino cambio di posizione le urtò la testa e anche questo soccorso si rivelò infruttifero.
Era quasi ora di cena, Flora era ancora storpiata, non aveva più voce per farsi udire, però le orecchie funzionavano al meglio e da lontano sentì la musica dentro una macchina.
Era il gelataio ambulante. “Che grande fortuna”, pensò.
“Ora mi vede e mi aiuta”, si disse.
“ Dio Santo, tutto bene? C’è qualcosa che posso fare per aiutarti, Flora?”
Il gelataio era corto un metro e cinquantasette, magro come una sottiletta, tonto come una sardina.
“Sì, c’è – disse Flora – una cosa che puoi fare. Imboccami una coppetta gigante di gelato bacio-nocciola- e cioccolato e poi chiama i vigili del fuoco.
Loro potranno fare il resto”.
Adesso Flora è seduta davanti alla veranda di casa, ascolta la musica di Vivaldi grazie alle cuffiette dello smartphone.
Una piccola brezza le increspa la pelle, gli alberi diventano magri e secchi, sbiaditi e tristi.
Lei li osserva per qualche istante, in quello successivo è già a tavola: la cena luculliana, poi la digestione secolare, infine un sipario a questa giornata di forti emozioni.
Improvvisamente è arrivato il sonno e un sogno:
“Sono come un cavallo di Troia che al suo interno contiene il mondo degli uomini lillipuziani.”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: La regina rossa, Sara Di Furia (La corte editore, 2016) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2016 by
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Siamo nell’Inghilterra di metà Ottocento, sotto il lungo e emblematico regno della regina Vittoria: la piccola Christianne viene adottata dalla nobile famiglia Klein. Siamo in epoca positivista, ma certe credenze sono dure a morire: la bambina ha un abbozzo di sesto dito e un neo sul viso, considerati ancora marchio di stregoneria e questo segna il suo destino e le crea intorno un’atmosfera di sospetto e avversione.
Passano gli anni, Christianne diventa una giovane donna che sconvolge le sorellastre e la famiglia adottiva per la sua ribellione alle regole del suo tempo, accresciuta dall’ostilità da cui è stata circondata fin da piccola. L’incontro con il precettore Nicholas Bourbon, che gira insieme ad un corvo, la influenzerà profondamente e la porterà a vestire i panni di Thomas Talbot per poter accrescere la sua sete di conoscenza fingendosi un uomo.
Una delle sorellastre muore improvvisamente e Christianne scopre di essere in grado di vedere i fantasmi e di parlare con loro. La sua vita ne risulterà stravolta, e Christianne cercherà di scoprire i tanti misteri che la circondano, non ultimo quello di una regina vissuta secoli prima che aveva come lei sei dita, Anna Bolena, moglie di Enrico VIII e madre di Elisabetta I, diventata famosa come la Regina Rossa.
L’Ottocento vittoriano non smette di affascinare persone a tutte le latitudini: lo dimostra anche questo libro, che procede tra echi di Dickens e delle sorelle Bronte, ma anche con richiami ai Penny dreadful, la narrativa fantastica e sensazionalista che spopolò in Gran Bretagna e non solo nel XIX secolo, introducendo il concetto di letteratura popolare e seriale, e venendo omaggiata a distanza di un secolo e mezzo dall’omonima serie tv che ne ha recuperato atmosfere e personaggi.
Christianne si pone tra passato e presente, un’eroina in cerca della sua identità, discriminata come i protagonisti di Dickens ma desiderosa di rivalsa più di loro, mentre nelle pagine del libro prevale sempre di più una forte componente fantastica, con richiami anche ad Edgar Allan Poe (ma non dimentichiamo che anche lo stesso Dickens fu autore di gialli e racconti di fantasmi) e a certe tradizioni folkloristiche britanniche, legate a figure tra realtà e fantasia, come appunto Anna Bolena che periodicamente è stata rivisitata con toni anche esoterici, senza dimenticare che fu giustiziata sotto l’accusa, montata ma creduta da una parte del popolino, di essere una strega.
Un libro il cui unico difetto è di non essere un po’ più lungo, tanta è la mole di cose messe dentro, per appassionati di gotico, un genere che funziona sempre e funzionerà ancora in futuro.

Sara di Furia è nata a Brescia e ha già pubblicato diversi racconti e romanzi, tra cui I segreti di Kane Town, ricevendo attestati e premi in numerosi concorsi nazionali. È membro dell’associazione EWWA (European Writing Women Association) ed è insegnante nella scuola secondaria di secondo grado.

Provenienza: acquisto dell’articolista da La Corte editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Claudio Pavone (Roma, 30 novembre 1920 – Roma, 29 novembre 2016), a cura di Daniela Distefano

1 dicembre 2016 by

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E’ morto lo scorso ventinove novembre lo storico e partigiano Claudio Pavone, avrebbe compiuto 96 anni il giorno successivo, il trenta novembre. È stato presidente, per il quadriennio 1995-1999, della Società italiana per lo studio della storia contemporanea nonché direttore della rivista di studi storico-politici “Parolechiave”. Dall’autunno del 1943 prese parte alla Resistenza.
Tale esperienza, oltre ad incidere sulla sua coscienza civile e sulla sua visione politica, si rivelò determinante anche per la sua attività di ricercatore scientifico nel campo storico, infatti esercitò per molti anni l’attività di funzionario degli Archivi di Stato.
Dal 1975 è stato professore incaricato e dal 1980 al 1991 professore associato, presso l’Università di Pisa.
È stato presidente della SISSCO dal 1995 al 1999. Nel 2007 è stato insignito del Premio Internazionale Ignazio Silone per la saggistica.
Con la sua scomparsa si disperdono i rivoli di una testimonianza lucida, a tratti aspra, ma sempre autentica: le voci della lotta alla follia nazista e fascista, il coro dei fucilati che morivano per vivere nei ricordi futuri.
Tutto quello che è stato raso al suolo dalla falce della Morte ha preso forma di materiale grezzo che la Storia e suoi interpreti – come Claudio Pavone – hanno disossato per far affiorare la Verità di un’epoca dannata e da non dimenticare. Perché non accada mai più quello che nessuno mai aveva osato concepire.

:: Il muggito di Sarajevo, Lorenzo Mazzoni (Edizioni Spartaco, 2016) a cura di Giulietta Iannone

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Coloratissimo, come tutti i Balcani, pieno di musica, surreale, sulfurealmente divertente, anarchico, tragico è uscito il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, Il muggito di Sarajevo, per Edizioni Spartaco. Un romanzo che ci porta di peso nella Sarajevo della guerra e dell’assedio, il più lungo assedio nella storia bellica contemporanea, che si protrasse per 4 lunghissimi anni, dall’aprile del 1992 al febbraio del 1996. Una guerra sporca, terribile, come tutte le guerre, una guerra di cecchini combattuta nel cuore dell’Europa, che vide contrapposti da un lato il governo bosniaco, e dall’altra l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache. Televisori, radio, giornali ci portavano quotidianamente notizie da questa città martoriata, divenuta in breve simbolo delle nostre mille contraddizioni e di quanto sia precaria e transitoria l’illusione di pace e sicurezza che viviamo in Europa. Minacciata in continuazione da forze che non vediamo, non percepiamo. Ma ci sono, rosicano i nostri diritti, la nostra parvenza di libertà, il nostro benessere, forse anche ingiusto se pensiamo alle condizioni di tanti altri paesi del mondo. Lorenzo Mazzoni non fa un discorso essenzialmente politico nel suo romanzo, ma questa insicurezza si fa forte e chiara, pure grazie al tono surreale e onirico che utilizza, e un grande senso di speranza e ottimismo che straborda dalle pagine. Immaginatevi un film con Emir Kusturica alla regia e la colonna musicale affidata ai Gogol Bordello, che sto ascoltando in sottofondo proprio mentre scrivo queste righe. Violini, fisarmoniche, musica gispy, denti d’oro, droga e fiumi di vodka, insomma questo è lo scenario che ci vedo io, ed è giusto che ogni lettore si crei il suo immaginario personale. Dopo tutto leggere è una delle attività più creative (e sovversive) che esistano. Dunque vediamo, immaginatevi una mucca veggente, dei funghi allucinogeni, un serbo prigioniero a Sarajevo tenuto sotto custodia da un vecchio pazzo, panetti di oppio, due giornalisti italiani in cerca di uno scoop, Amira leader di una band Senza strumenti, che trova in Sarajevo il centro della sua creatività, nani, giganti, soldati ONU, prostitute (contro la loro volontà), Mozambik, un irlandese che fa da guida ai giornalisti e compra generi di prima necessità da rivendere a chi non potrebbe procurarseli, un cecchino fanatico delle canzoni di Barbra Streisand. E la guerra, le privazioni, la mancanza di cibo, la paura, l’odore di morte, le pile di cadaveri, le torture fatte ai prigionieri, insomma l’irrazionale e l’orrore, contrapposti, affiancati. Mazzoni sceglie uno stile narrativo sincopato, fatto di brevi capitoli, quasi una carrellata di racconti che si possono leggere anche slegati, sebbene un filo conduttore, una trama esistano. E tanta musica da Kurt Cobain ai Red Hot Chili Peppers, alla divina per eccellenza Barbra Streisand. Per chi ama Graham Greene la sua lezione non è andata perduta. Dunque che dire d’altro: muuu!

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974 e ha abitato a Parigi, Hurghada, Londra, Sana’a. Ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui Il requiem di Valle secca (Tracce, 2006),  Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Apologia di uomini inutili (Edizioni La Gru, 2013, Premio Liberi di scrivere Award). È il creatore dell’ispettore ferrarese Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta, indagini di uno sbirro anarchico, La Trilogia (2011, Premio Liberi di Scrivere Award), La Tremarella (2012, il cui ricavato è andato interamente alle vittime del terremoto in Emilia), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi sui giornali Il Manifesto, Il Reportage, East Journal, Il reporter e Torno Giovedì- Collabora con Il Fatto Quotidiano. Vive tra Milano e Istanbul.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Spartaco e l’autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Tempo assassino, Michel Bussi (Edizioni E/O 2016), a cura di Micol Borzatta

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23 agosto 1989. Clotilde si ritrova in macchina con il fratello Nicolas, la madre Palma e il padre Paul. Sono le 21:02 ed è la notte di Santa Rosa e si stanno dirigendo a sentire il concerto di un gruppo molto importante che per la prima volta suona in Corsica, quando la Fuego rossa su cui stanno viaggiando tira dritto a una curva e finisce nello strapiombo. Palma, Nicolas e Paul muoiono sul colpo, mentre Clotilde sarà l’unica sopravvissuta.
Agosto 2016. Dopo 27 anni da quando è rimasta orfana Clotilde decide di tornare in vacanza in Corsica, ad Arcanu, nel paese originario del padre dove vivono ancora i nonni e i parenti.
Ovviamente decide di andarci con la sua famiglia, ovvero il marito Franck e la figlia Valentine.
Appena arrivano in Corsica la sua prima tappa è andare a portare dei fiori sul luogo dell’incidente per metabolizzare la cosa e superare l’ansia che la zona le provoca.
Il soggiorno lo passano al Camping del Tritone, il campeggio dove soggiornava da piccola. Anche se il boungalow non è lo stesso, appena vi si sistema iniziano a succedere molte cose strane. All’inizio le spariscono i documenti, poi riceve una lettera scritta con la calligrafia della madre morta che le chiede di mettersi alla sera, quando sarà a cena dai nonni, sotto al leccio così che lei possa vederla. Clotilde inizia a pensare di essere impazzita e quando prova a parlarne con Franck, invece di trovare man forte e sostegno, viene accusata di pensare solamente al passato, di star dando fuori di testa e di non voler assolutamente prendersi cura e preoccuparsi del marito e della figlia. Clotilde però non può smettere di indagare, in fondo sta parlando della sua famiglia.
Romanzo spettacolare, molto profondo e completo.
Come oramai siamo stati abituati dai precedenti romanzi, ritroviamo tutta la capacità di Bussi di manipolare la realtà e i fatti in modo da portare il lettore alla confusione più totale, ma nello stesso tempo catturarlo in una tela da cui non si può liberare, e da cui non si vorrà liberare fino alla fine del romanzo dove troverà i grandi colpi di scena a cui è abituato che spiegheranno qualsiasi enigma a cui non sarà riuscito a trovare risposta durante la lettura. Ovvero a qualsiasi, visto che Bussi non darà mai la possibilità di trovare risposte prima della fine, perché gli piace sconvolgere il lettore e stravolgerlo con rivelazioni inimmaginabili.
Come sempre le descrizioni sono particolareggiate e molto spazio viene dato ai pensieri, ai sentimenti e alle emozioni, specialmente di Clotilde, che ritroviamo bambina di quindici anni attraverso le pagine del suo diario, e da adulta rivivendo giorno per giorno la sua vacanza che ripercorre esattamente le stesse giornate passate da ragazzina.
Un romanzo che sa conquistare, sa colpire e sa stravolgere la mente, lasciando alla fine solo la voglia di poter prendere un altro romanzo dell’autore per rimmergersi nel suo stile unico.

Michel Bussi è un autore francese, al momento uno dei più venduti oltralpe. Nato in Normandia, dove ambienta tutte le sue opere, insegna geografia all’Università di Rouen.
Nel 2016 ha già pubblicato Ninfee Nere sempre con E/O.
Tempo Assassino è il terzo libro che viene tradotto in Italia, dopo Un aereo senza di lei e Ninfee nere.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Speciale Robin Hobb – Seconda domanda all’autrice

1 dicembre 2016 by

robinDopo il recap di ottobre, proseguono le iniziative legate all’autrice americana Robin Hobb, questa volta con un’ intervista a tappe, una tappa il 29 novembre e una oggi. Ogni blog partecipante posterà in tali date una domanda e una risposta dell’autrice. Poi dal 5 dicembre ci sarà il via con il blogtour vero e proprio. Buona lettura!

Davide Mana: Com’è cambiato il mercato della narrativa fantasy dal suo esordio a oggi, in termini di pubblico e di temi?

Robin Hobb: Temo che una risposta semplice possa non soddisfare un quesito così complesso.
Alcuni dei cambiamenti sono evidenti. I libri sono molto più lunghi. E le serie ancora di più! Ricordo lo stupore che ho provato la prima volta che ho visto l’edizione economica di un romanzo di Robert Jordan. Mi è sembrato un mattone, era enorme! Credo che oggi i lettori vogliano storie più lunghe e complesse, e amino restare in quel mondo molto più a lungo.
In un’opera più corposa, specie se di genere fantasy, lo scrittore ha più spazio per creare ed esplorare un mondo più grande. È possibile dettagliare maggiormente l’ambientazione, che attira il lettore più a fondo nella storia. La trama può essere più complessa e intricata.
Tuttavia, a me piace ancora tantissimo leggere racconti fantasy. Sono iscritta a due riviste dedicate al genere: The Magazine of Fantasy and Science Fiction e Asimov’s Science Fiction. Credo che il meglio del genere fantasy sia scritto in buona parte sotto forma di narrativa breve.

Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di rispondere alle domande dei lettori! Se ci sono fan italiani che non conoscono ancora il sito bloodmemories.it, li invito a collegarsi per entrare in contatto con altri lettori di Robin Hobb. La community di Blood Memories ha anche una pagina Facebook, dove è possibile scambiarsi commenti e opinioni.

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֎  Il calendario dell’ intervista ֎

Le tazzine di Yoko
Bostonian Library
Libri e librai
Liber Arcanus

NB: Commentate tutte le tappe, anche queste dell’ intervista, per vincere nel giveaway finale una copia della nuova versione de Il ritorno e dell’inedito La vendetta. Che i draghi siano con voi!

:: Blogtour, le tappe – Il rituale del male, Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2016)

30 novembre 2016 by

Inizia domani un blogtour incredibile, il più ambizioso e folle a cui abbia partecipato, in tutto ben 17 blogger al servizio di un libro davvero interessante, Il rituale del male,  (Lontano, 2015) di Jean-Christophe Grangé. Un libro che merita senz’altro tutto questo dispiegamento di forze. Da domani 1 dicembre fino al 17 dicembre ogni giorno una tappa, ogni giorno un tema diverso, speriamo originale: estratti, copertine dal mondo, recensioni, interviste a traduttori, audioletture, insomma tanti e tanti argomenti. Ci siamo preparati da più di un mese,  per cui incrociate le dita per noi, che vada tutto bene.

Qui potete vedere tutte le varie tappe, i blog che parteciperanno, gli argomenti trattati. Enjoy!

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֎ Tutti i link ֎

1/12 Un lettore è un gran sognatore Post introduttivo: chi è Grangé
2/12 Il tempo dei libri Trama & Origine del romanzo
3/12 Strategie evolutive Incipit e commento
4/12 Viaggiatrice Pigra I personaggi
5/12 Every book has its story Scenario e ambientazione
6/12 Il colore dei libri Profilo storico e politico
7/12 My secret diary Focus On: Gregoire Morvain
8/12 Hook a Book I film tratti dai libri di Grangé
9/12 Leggere in Silenzio Dreamcast
10/12 The Imbranation Girl Tutte le Traduzioni e Copertine
11/12 Il Bianco e Il Nero Emozioni di una Musa Recensione
12/12 Diario di un sogno Recensione
13/12 AmaranthineMess Recensione
14/12 Le Parole Segrete dei Libri Audiolibro
15/12 Ladra di libri Recensione
16/12 Non solo noir I traduttori raccontano Grangé
17/12 Liberi di scrivere Lo Scrittore Stefano Di Marino racconta lo stile, la tecnica e l’arte di Grangé

:: Cinese in 21 giorni, Massimo De Donno, Luca Lorenzoni, Lucia Musso, Giacomo Navone, (Sperlig & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2016 by
cinese

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Questa recensione è una recensione molto particolare, non penso di averne mai fatte di simili, e penso avrò ben poche occasioni di ritrovarmi in futuro a sperimentare qualcosa di altrettanto singolare. Premetto solo due cose, ho già avuto modo di avere un primo approccio con la lingua cinese, frequentando qualche lezione di un corso base all’università, e seconda cosa sono fortemente motivata ad apprendere questa lingua. Due elementi che non credo siano di scarso valore, ma comunque andiamo con ordine. Questo libro promette di insegnare a parlare, (per lo meno a tenere alcune conversazioni basilari) in 21 giorni. Follia? Bene mi sono detta, proviamo, seguiamo le istruzioni e alla fine documentiamo sul blog se funziona davvero. Il cinese è una lingua difficile, per lo meno per un italiano, non ce lo nascondiamo, ma questo libro promette davvero qualcosa di pazzesco, quasi fatico a spiccicare parola di inglese, e sono anni che lo studio, lo leggo, lo traduco. Un’altra cosa da tenere presente, per evitare false speranze, è che questo libro considera essenzialmente il cinese parlato, per il cinese scritto temo di vogliano molto più di 21 giorni se non anni. Ma il cinese in 21 giorni insegna un metodo, che poi può essere applicato a qualsiasi cosa voi vogliate apprendere. Metodo, memoria, motivazione all’apprendimento, ecco queste tre caratteristiche penso siano le principali da tenere presente. Dunque inizio da domani con il primo capitolo, intorno al 21 dicembre aggiornerò questo post con le mie riflessioni.

Troverai ulteriori e preziose indicazioni, video e le soluzioni degli esercizi, sul sito internet: www.cinesein21giorni.it

Aggiornamento: ho sospeso l’esperimento, che comq riprenderò e vi avviserò per tempo. A una prima impressione il “metodo” sembra un po’ folle, ma le cose che avevo memorizzato con quel metodo me le ricordo dopo un mese, quindi direi che se non ci si fa spaventare qualche risultato lo si ottiene. Richiede cieca dedizione, e qui l’importanza delle motivazioni che vi spingono. In pratica penso che se tutto non funziona, è colpa più nostra che di questo stravagante libro. Xie xie a tutti per avermi seguito fin qui. Ci risentiamo presto, comq sono troppo curiosa.

Aggiornamento 2: Ni Hao! da stasera riprenderò lo studio di questo libro curiosa di vedere i risultati, va premesso che sto studiando cinese anche in modo tradizionale, anche se sono molto all’inizio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La notte del predatore, Wilbur Smith (Longanesi, 2016) a cura di Micol Borzatta

30 novembre 2016 by
lanottedelpredatore

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Hector Cross sta provando a rifarsi una vita.
Dopo che gli hanno ucciso la moglie, Hazel Bannock, è riuscito a trovare i colpevoli, uno lo ha ucciso con le su stesse mani, anche se il mondo intero ancora non sa della sua morte, mentre l’altro è stato convinto da colei che successivamente ha deciso di condividere la vita con lui, a lasciarlo nelle mani della giustizia. Si tratta di Jhonny Congo, rinchiuso nel braccio della morte in attesa che arrivi il suo momento.
Il giorno in cui è previsto il suo trasferimento per mettere in pratica la pena di morte, Jhonny riesce a scappare.
Hector ricade in uno stato vendicativo fortissimo e viene anche lasciato dall’avvocatessa che lo aveva convinto a non farsi giustizia da solo.
Nel frattempo deve occuparsi anche della Bannock Oil, l’azienda della moglie che ha ereditato alla sua morte e di cui si occupa della sicurezza.
Le problematiche però si accavallano fino a unirsi in un’unica e sola.
Una nuova avventura che verrà affrontata come sempre a testa bassa, come ci ha già abituato Wilbur Smith e come siamo abituati a vedere Cross.
Ritroviamo infatti tutto il suo carattere impulsivo, che cerca in tutti i modi di tenere a freno cercando di pensare e ragionare lucidamente prima di agire e buttarsi a capofitto, ma che alla fine sappiamo benissimo che non ci riuscirà mai.
Descrizioni sempre particolareggiate faranno sì che si venga trasportati all’interno delle pagine, accompagnando Hector per tutta la missione, come se ci trovassimo componenti della sua squadra tattica.
Altra caratteristica che si ritrova, purtroppo, è il rallentamento della narrazione verso il centro del romanzo, rallentamento che porta il lettore a perdere un po’ quel carico di adrenalina con qui era arrivato, ma che ritroverà e ricreerà subito dopo aver superato la parte tattica, quando si ritorna in piena azione, con colpi di scena e descrizioni adrenaliniche.
Un romanzo che si legge comunque tutto d’un fiato e che saprà conquistare.

Wilbur Smith nasce nel 1933 nell’attuale Zambia (Rhodesia del Nord), ma la famiglia si è subito trasferita mentre era ancora in fasce ed è cresciuto in Sudafrica.
Dal 1964 si è dedicato interamente alla narrativa, con 36 opere al suo attivo ambientate in Asia, Africa, Egitto e America spaziando dall’antico Egitto ai giorni nostri.
Nel 2015, insieme alla moglie Niso, ha fondato la Wilbur & Niso Smith Foundation. Un’organizzazione senza scopo di lucro che scopre nuovi scrittori di avventura e sostiene lo sviluppo dell’alfabetizzazione.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mondo in fiamme. Una primavera di cenere, Edoardo Stoppacciaro (La Corte Editore, 2016) a cura di Elena Romanello

30 novembre 2016 by
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Una guerra disastrosa ha imperversato nelle terre di un mondo diviso tra vari regni. Ora sono passati vent’anni, ma le cicatrici ci sono ancora, anche perché la pace che è stata fatta era fondata sul disprezzo tra sovrani avidi e infidi dignitari di corte.
Un nuovo mondo sembra essere arrivato alle porte e i re di quelle terre lo sanno e cercano di trarne profitto: Re Qilvere pensa che il nuovo corso porterà alla definitiva supremazia del suo regno su tutti gli altri, Re Leukas è preda del rimorso per gli orrori compiuti dal proprio padre a cui lui è succeduto controvoglia e teme l’imminente annientamento del suo popolo, mentre Re Ralgaon e i suoi consiglieri vorrebbero un’alternativa ad un mondo basato su sopraffazione e terrore.
Ma in questo mondo non ci sono solo sovrani e nobili, ci sono popolani, soldati, cavalieri, avventurieri, in cerca di un loro posto, dimenticando il passato e costruendo qualcosa di nuovo. Qualcosa che può essere messo a rischio da forze sovraumane, come se non fossero bastati gli orrori commessi dagli esseri umani, forze che solo Kalysta, una ragazzina dalla pelle coperta di tatuaggi, sa che esistono, perché è stata lei a scatenarle, senza volerlo, ma è successo.
Ora queste terre che sperano in una nuova stagione di pace e di concordia stanno per essere reclamate da creature antiche e magiche, che vogliono reclamare un mondo che li ha dimenticati, andando per la sua strada e commettendo errori che non potranno più essere superati.
Il fantasy, da Tolkien a Martin, i due grandi modelli di Mondo in fiamme, ha raccontato le guerre mentre avvenivano, scontri tra eserciti di stirpi e regni diversi: qui Edoardo Stoppacciaro racconta invece il dopo una guerra, la ricerca di una pace e di un nuovo equilibrio tra giochi di potere e mille problemi, con echi anche di tanti momenti della Storia reale, a cominciare dalla contrapposizione di blocchi diversi e di concezioni del mondo opposte. Ogni re e ogni regno ha un suo equilibrio interno, problemi e questioni di risolvere, tra voglia di cambiamento, desiderio di non perdere niente della propria influenza anzi di schiacciare i vicini, paura per quello che è stato e non è stato perdonato.
Dato che siamo in un romanzo fantasy, diventano importanti le forze della magia e le creature sovraumane, qui trattate in maniera originale, come qualcosa di dimenticato ma di sempre presente nell’ombra, pronto a manifestarsi per una serie di circostanze casuali ma fatali.
Mondo in fiamme trascina in un mondo che non manca di affascinare e che non si esaurisce qui, perché come è abbastanza ovvio per chi arriva alla fine di oltre trecento pagine che si leggono in un fiato, ci saranno seguiti e nuovi sviluppi per terre che cercano una primavera che rischia di essere di cenere e di morte.

Edoardo Stoppacciaro è nato in provincia di Viterbo e svolge da quando aveva nove anni la professione di attore doppiatore. Ha lavorato a tantissimi film e serie tv, come Il Trono di Spade, dove doppiava Robb Stark, Lo Hobbit, I Borgia, Homeland, Le regole del delitto perfetto, Hunger, Humandroid, Ratatouille, Pacific Rim, Cattivissimo me, Everest e Alice in Wonderland.

Provenienza: acquisto dell’articolista da La Corte editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.