Archive for the ‘Recensioni’ Category

::Destino di una famiglia ucraina, Ivan Nechuy- Levytsky  (Bonfirraro editore, 2024 ) A cura di Viviana Filippini

8 settembre 2025

“Destino di una famiglia ucraina” di Ivan Nechuy- Levytsky è un romanzo ucraino, uscito per la prima volta nel 1879 e rappresenta un esempio di letteratura realista ucraina. Le qualità narrative dello scrittore portano il lettore  dentro al mondo di questa famiglia protagonista del romanzo alle prese con i problemi, gioie e dolori della vita quotidiana nella seconda metà dell’Ottocento. Da subito emergono le caratteristiche della terra protagonista,  dedita alla produzione agricola e in bilico tra impero austro-ungarico da una parte e russo dall’altra. Poi però, con Ivan Nechuy- Levytsky scopriamo chi sono coloro dei quali conosceremo la storia. Protagonista l’intera famiglia di Omel’ko Kajdaš,un contadino ucraino molto legato alle tradizioni, alle fede e anche all’alcool. Accanto a lui ci sono i due figli, Karpo e Lavrin che, nel corso della trama, prenderanno mogli portandole dentro al loro microcosmo. Un atto che destabilizzerà un po’ tutti gli equilibri interni alla famiglia, tra genitori e figli, mogli e mariti e tra nuore e suoceri. Per le due giovani spose il nuovo corso esistenziale in famiglia non sarà per niente una passeggiata e, giorno dopo giorno,  si trasformerà in una vera e propria lotta alla sopravvivenza, non tanto per il rapporto con i due mariti, ma con la suocera che metterà a dura prova entrambe le ragazze. La donna ha maniere molto dure, scontrose  e brutali  nel trattare le nuore, per lei ogni scusa è buona per attaccarle, criticandole per ogni cosa o gesto compiuto, provocando in loro la perdita della pazienza. Motria e Melaska, moglie di Karpo la prima e di Lavrin la seconda, devono – o meglio vorrebbero- controbattere alla suocera che ha una visione del mondo familiare del tutto patriarcale, molto radica al passato, che le impedisce di vedere e capire quanto la società dove vivono stia cambiando in modo completo. Le due spose sono così esasperate dalla suocera che, ad un certo punto, una di loro se ne andrà da casa seguendo una mistica religiosa nella speranza di trovare un po’ di sana pace e tranquillità, persa o comunque messa in crisi nel momento dell’inizio della convivenza con la suocera. Ivan Nechuy- Levytsky  racconta il quotidiano vivere di una famiglia contadina ucraina dove i valori della tradizione vengono messi a dura prova dallo svilupparsi di conflitti generazionali che si possono manifestare in una famiglia quando cominciano a convivere negli stessi spazi mentalità fortemente legate alla tradizione, al passato e menti che guardano al domani di cambiamento e trasformazione. In “Destino di una famiglia ucraina” a fare da sfondo ai tumulti di un piccolo mondo familiare, c’è un’ Ucraina in cambiamento e trasformazione, che va di pari passo a quell’ essere una sorta di “oggetto del desiderio” di due imperi (austro-ungarico e russo) che tanto vogliono annettere la terra nei loro possedimenti. Una  situazione del passato, se ci fate caso, ancora attuale. Traduzione Alessandro Achilli.

Ivan Nechuy-Levytsky (1840-1918) è uno dei più importanti scrittori ucraini del XIX secolo e un pioniere del realismo letterario. Nato in una famiglia contadina vicino a Kyiv, studiò all’Università di Kyiv e si dedicò alla scrittura, diventando noto per la sua capacità di rappresentare la vita rurale ucraina. Le sue opere, tra cui “Destino di una famiglia ucraina” (Kaidash Family), esplorano le tensioni sociali, familiari e culturali, evidenziando le lotte di un popolo in cerca di identità. Nechuy-Levytsky è ricordato anche per il suo attivismo culturale e il suo impegno per la lingua e l’identità ucraina. (Fonte sito Bonfirraro editore)

Source: inviato dall’editore.

:: Aquila Neptuni di Marco Vozzolo (Ali Ribelli 2025) a cura di Patrizia Debicke

6 settembre 2025

Anno 388 d.C. L’Impero Romano d’Occidente si avvia verso un tramonto inesorabile, e con esso i suoi fasti, i suoi simboli e la sua potenza millenaria. In questo scenario di caos politico e decadenza morale si muove la vicenda che ha come protagonista il centurione Ausonio, un uomo temprato dalle campagne militari, ma ancora legato alla sua terra e ai valori di un mondo che si sta sgretolando sotto i suoi occhi.

Il romanzo si apre sul conflitto tra Valentiniano II, giovanissimo imperatore in fuga, e Magno Massimo (o Massimiano), usurpatore che tenta di imporre la propria autorità su Milano e sull’Italia. Sullo sfondo, l’ombra possente di Teodosio, Augusto d’Oriente, chiamato a ristabilire un equilibrio ormai precario. Le forze in campo non si limitano alla politica e alle grandi manovre militari: l’autore ricostruisce con precisione la complessità di un Impero in dissoluzione, tra giochi di potere, tradimenti e barbariche alleanze pronte a calare come avvoltoi sulle rovine di Roma.

È qui che entra in scena Ausonio. Non un eroe invincibile, ma un uomo di carne e sangue, costretto a confrontarsi con corruzione, tradimenti e scelte impossibili. Il suo compito – allestire una nave da guerra per difendere il porto del Liris – diventerà un atto di resistenza personale, un baluardo fragile eppure necessario contro il dilagare della violenza. L’“Aquila Neptuni”, la nave che radunerà i superstiti legionari e li porterà a combattere al fianco di Teodosio, non è soltanto uno strumento militare: rappresenta un simbolo, un’ultima fiammata di dignità e di appartenenza.

La ricostruzione storica si intreccia con il ritmo serrato della narrazione. Le manovre di Andragazio, il generale che aveva già insanguinato la storia con l’uccisione di Graziano, si scontrano con le strategie di Bautone, comandante fedele a Teodosio. Le flotte si preparano al confronto decisivo sull’Adriatico, in una battaglia navale descritta con respiro epico, dove le vele tese dal vento, il legno che stride sotto i colpi e il sangue che tinge le onde diventano immagine potente del collasso di un intero mondo.

Il pregio del romanzo è quello di restituire, attraverso lo sguardo di Ausonio, la tensione di un’epoca sospesa tra passato e futuro. Roma non è più il centro saldo e indiscusso dell’universi, ma un corpo in decomposizione, dilaniato da interessi particolari e da un’aristocrazia più dedita al lusso che al bene comune. Eppure, nonostante tutto, esistono ancora uomini capaci di credere ancora in valori di lealtà, sacrificio e appartenenza. Ausonio e i suoi ex commilitoni incarnano questa resistenza morale, quasi fossero gli ultimi testimoni, portatori di una fiaccola che, pur destinata a  spegnersi, non vuole rinunciare a brillare.

Il ritmo narrativo  è rapido, non per scarsa profondità, ma per il continuo, serrato avvicendarsi di colpi di scena. Una decisione mancata, un tradimento, una vela che compare all’orizzonte saranno sufficienti per capovolgere le sorti. Ed è proprio  la precarietà del tempo che l’autore riesce a comunicare al lettore: come una frana annunciata, quando basta un sassolino a preannunciare la rovina.

Ciò che rimane impresso è il netto contrasto tra la dimensione privata di Ausonio: la sua terra, i suoi compagni, la sua estrema dignità di soldato con l’estensione del dramma storico che lo circonda. La sua “isola felice” semicelata tra gli ulivi, continuamente minacciata dai barbari e dagli intrighi di potere, si trasforma quasi nel microcosmo in cui si rispecchia la decadenza dell’Impero.

La battaglia finale nell’Adriatico, con l’“Aquila Neptuni” proiettata al centro dello scontro, suggella un destino epico e insieme tragico. Non può esserci vera vittoria, perché il crollo di Roma è inarrestabile, ma in primo piano risalteranno la dignità e  l’onore  di chi ha combattuto fino all’ultimo respiro per difendere la propria gente. La figura di Andragazio, infine, si chiude con la macchia indelebile del fallimento e con un epilogo che trasuda disperazione: il suicidio in mare, ultimo atto di un comandante travolto dagli eventi e dalla sua stessa ambizione.
Il romanzo, in conclusione, si legge con la tensione di un thriller storico e con l’intensità di una tragedia classica. Porta il lettore dentro un’epoca di passaggi e fratture, restituendo la fine dell’Impero non come un fatto lontano e astratto, ma come un dramma umano, vissuto da uomini che ancora credevano che Roma fosse qualcosa di più di un nome e di un ricordo.

Marco Vozzolo è nato a Minturno (LT) il 12 settembre 1972. Cresciuto a Castelforte, un piccolo paese della provincia di Latina, con pochi abitanti, un po’ retrò. Si divide tra la Toscana, Castelforte e la Provenza. In origine si trasferì a Pistoia per motivi di lavoro. La scelta di rimanere a vivere in Toscana è maturata dall’amore verso i paesaggi, il loro passato e il lento scorrere della vita in alcuni piccoli, preziosi paesi. Rimane comunque un Castelfortese DOC. Frequentatore, per le ricerche storiche, di archivi, biblioteche, archivi vescovili e collezioni private. Sommelier per hobby, è propenso verso i vini Toscani e Francesi, di cui è cultore. Ha pubblicato i seguenti testi e romanzi: La Corona del Re Longobardo, Il Valore delle Piccole Cose, La Bottiglia di Napoleone, Pistoia Medievale… ma non troppo, Una Passeggiata nella Castelforte del 300, Il Grifone, Una Storia Medievale, I Gufi di Velathri, Guillame de Villaret – Dell’ultimo Templare, Ampoiles, Storie di Mare, Necropoli. Ha pubblicato sulla rivista locale Il giornale del Golfo due racconti brevi riguardanti episodi storici del paese d’origine. Incaricato “Settore Storico” del Rione dei Grifone (Pistoia).

:: L’uomo dagli occhi tristi di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli 2025) a cura di Patrizia Debicke

5 settembre 2025

Piergiorgio Pulixi ci riporta nelle atmosfere intense e inquietanti che già avevano fatto di  L’isola delle anime un romanzo di culto. Con il suo nuovo capitolo della serie delle ispettrici Mara Rais ed Eva Croce, l’autore sardo alza ulteriormente la posta in gioco, costruendo una trama che coniuga la tensione narrativa del thriller, la denuncia civile del noir e la profondità emozionale di un’indagine sull’animo umano. La verità non è mai neutra, ma ha il sapore del peccato, e chiunque osi scavare più a fondo rischia di rimanere travolto.

La storia si apre con un’immagine sinistra: nelle acque limpide di un lago dell’Alta Ogliastra, incorniciato da boschi e montagne, un villeggiante nota un motoscafo alla deriva con a bordo il corpo senza vita di Michelangelo Esu, un bellissimo diciassettenne, travestito e truccato da donna, colpito con ventitré coltellate. La scena, che infrange l’incanto del paesaggio, costringe il lettore a calarsi subito nel lato oscuro di Saruxi,  una comunità apparentemente perfetta. Il motoscafo appartiene a Daniele Enna, ex sindaco, volto emergente della politica regionale, pronto a candidarsi alla presidenza della Sardegna con la bandiera della transizione ecologica. E subito quel delitto si trasforma in una bomba pronta a esplodere: dietro la virtuosa immagine del “paese del vento”, simbolo di prosperità e sviluppo green, affiorano interessi, ricatti e infiltrazioni mafiose legate al business dell’eolico.

La madre della vittima, Lorenza Maxia, è una figura centrale e indimenticabile. Il suo dolore, lo strazio quasi palpabile di una madre che ha perso l’unico figlio, non si limita a definire un personaggio, ma diventa voce collettiva e denuncia di una comunità che preferisce insabbiare piuttosto che affrontare la verità. Saruxi è un paese raffinato, ordinato, ricco di fiori e di servizi, ma dietro la facciata si celano inconfessabili compromessi e un potere politico che si intreccia con la criminalità. Pulixi è un maestro  nel descriverne il  contrasto: la seducente bellezza del luogo e il marcio che corrompe le fondamenta.

Sull’indagine lavoreranno Mara Rais ed Eva Croce, chiamate a occuparsi del caso dal procuratore generale con un preciso dictat: risolverlo senza clamore, proteggendo la fragile impalcatura politica che regge la candidatura di Enna. Le due ispettrici, già protagoniste di altre eccezionali indagini, si dovranno muovere in una terra che conoscono e temono, sorvegliate da vicino e ostacolate da occulti poteri che hanno solo interesse a seppellire i segreti del lago. Ciò nondimeno il romanzo non è solo la cronaca di una difficile inchiesta ma forse soprattutto il ritratto di due donne multiformi,  costrette a confrontarsi non solo con il male all’esterno, ma anche con le proprie più intime fragilità.

Mara Rais è impegnata in una devastante battaglia personale: l’ex marito è riuscito a sottrarle la figlia adolescente grazie a un’ordinanza del tribunale. La sua urgenza di risolvere il caso quindi non è solo professionale, ma principalmente legata al bisogno di dimostrare di essere una madre affidabile e di poter riconquistare un pezzo della sua vita. Eva Croce, invece, che non si concede mai tregua, vive la ricerca della verità come un percorso doloroso dentro le proprie zone d’ombra, quasi intrappolata dai suoi fantasmi e dalle sue contraddizioni. Insieme, Mara ed Eva tuttavia incarnano due diverse espressioni della stessa resistenza, benché unite da un rapporto fragile e continuamente messo alla prova. Qualcuno, infatti, trama per dividerle, alimentando sospetti e screzi: e invece l’equilibrio tra loro è indispensabile, perché solo la fiducia reciproca può condurle fino in fondo.

La struttura del romanzo è ben calibrata: tre parti precedute da un prologo che restituisce la vittima nella sua essenza più vera. Michelangelo Esu non è solo un corpo martoriato, ma anche un  giovane artista che dipingeva angosciosamente occhi maschili tristi, a immagine di un mondo interiore sofferto ed enigmatico. Una scelta narrativa che regala al romanzo un insolito spessore: non bisogna dunque  solo scoprire chi ha ucciso, ma capire chi fosse davvero Michelangelo, cosa mai lo rendesse così fragile e scomodo da meritare una morte tanto brutale.

Pulixi mischia diversi livelli narrativi: la denuncia sociale delle infiltrazioni criminali nell’economia “verde”, la critica a una politica che preferisce proteggere le proprie carriere e non la verità e  l’analisi delle dinamiche di potere in un microcosmo comunitario specchio di vizi e storture universali. Ma c’è anche un grande romanzo sulle donne. Pulixi scava nell’animo femminile con empatia e con una precisione che raramente si trova nel noir, trasformando il dolore in una lente attraverso cui guardare la giustizia e la verità.

Il paesaggio dell’Ogliastra, come sempre nella scrittura dell’autore, non è solo cornice ma personaggio: un luogo di bellezza primordiale ma minacciosa, che rispecchia la tensione dei protagonisti. L’acqua del lago, con i suoi sepolti segreti, diventa metafora delle verità sommerse che rischiano di emergere con slancio distruttivo.

Pulixi si serve di un ritmo incalzante, fatto di capitoli brevi, dialoghi affilati e colpi di scena ben dosati, ma senza mai sacrificare la profondità psicologica. La tensione cresce progressivamente, fino a un finale che lascia addosso una sensazione di ferita aperta, di giustizia parziale, di resa dei conti più interiore che processuale.

Un libro teso, attualissimo e implacabile, che ci ricorda come dietro la patina di progresso e benessere possano nascondersi abissi di violenza e corruzione. Un noir che esaltando la forza d’animo delle donne, ci spiega come la giustizia, per quanto desiderata e inseguita, sia troppo spesso contaminata dal peccato.

Piergiorgio Pulixi (Cagliari, 1982) è uno scrittore di romanzi e racconti noir. “Perdas de Fogu”, romanzo-inchiesta ideato da Massimo Carlotto, segna l’avvio della carriera letteraria di Pulixi e l’inizio della sua collaborazione con il collettivo letterario Sabot. Sempre in questo progetto corale, Pulixi ha partecipato con il suo racconto alla raccolta “Donne a perdere”. “Una brutta storia”, “La notte delle pantere”, “Per sempre”, “Prima di dirti addio” sono i titoli che compongono la saga incentrata sull’ispettore Biagio Mazzeo. Nel 2014 ha presentato al pubblico “Padre Nostro” e il thriller psicologico “L’appuntamento”. Ha vinto il premio Franco Fedeli 2015 e i Corpi Freddi Awards con “Il canto degli innocenti”. “Lovers hotel” è invece una serie audio di sei puntate creata con Carlotto, mentre “L’ira del male” rappresenta la sua prima antologia. Pulixi, i cui romanzi sono al momento tradotti anche negli Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, pubblica alcuni dei suoi racconti anche nelle testate di «Left», «Micromega», «Narcomafie» e «Manifesto».

:: IL GIORNO IN CUI NILS VIK MORÌ di Frode Grytten (Carbonio 2025) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2025

Con prosa lirica e dolente tenerezza, inframezzata da sprazzi di divertita ironia, Frode Grytten ci narra l’ultimo giorno di vita di un uomo ormai anziano che ha passato la sua vita a traghettare anime e persone tra i fiordi, battuti dai venti, della Novergia. Non la Norvegia cosmopolita di Oslo ma quella della costa occidentale, più ruvida, autentica se vogliamo, scarna. Una Norvegia quotidiana, lontana dalle latitudini turistiche ed edulcorate, dei patinati libri di viaggi. Una Norvegia consunta, sciupata, stropicciata che narra di vite comuni, di piccoli gesti, di infinitesimi moti del cuore. Dopo aver perso l’amata moglie Marta, Nils Vik non vive che per rincontrarla e finalmente il giorno è giunto, un giorno di novembre non dissimile dagli altri. Nils Vik si alza, espleta i suoi rituali del risveglio, brucia un materasso, scrive due righe alle figlie perchè non litighino contendendosi l’eredità, e prende il largo con la sua barca, per non più tornare. O meglio tornare da lei, la sua amata Marta. Ha quasi settantanni, la sua vita l’ha vissuta, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue perdite, i suoi ricordi. Il traduttore Andrea Romanzi ha reso il lirismo della scrittura, pulsante e poetico, Grytten scrive in nynorsk, la variante minoritaria e più autoctona del norvegese scritto, usata prevalentemente nell’Ovest, e non in bokmål, quella maggiormente diffusa e di matrice danese, una lingua prestata alla poesia con la sua cadenza, il suo lessico remoto, la sua impalpabile voce. Come l’eco di una fiaba la narrazione si dipana prima in sordina poi dando vita a un coro polifonico di personaggi che resteranno aggrappati alla memoria del lettore.

Figura centrale della letteratura norvegese contemporanea per la sua opera narrativa, giornalistica, poetica e teatrale, tradotto in dodici lingue, Frode Grytten è nato nel 1960 nella Norvegia occidentale, a Bergen (dove vive tuttora), ma è cresciuto a Odda, un piccolo comune costiero dalla forte identità industriale, fonte d’ispirazione costante per il suo immaginario letterario e ambientazione di diversi suoi libri. Per oltre un quindicennio, è stato una delle firme più importanti delle pagine culturali del Bergens Tidende, tra i maggiori quotidiani norvegesi, distinguendosi per i suoi reportage, alcuni dei quali sono stati ripubblicati in 50/50, la raccolta non-fiction uscita nel 2010, in tributo al suo cinquantenario. Dal suo esordio, nel 1983, Grytten ha pubblicato 33 libri e ha vinto premi letterari prestigiosi. Nel 2005 ha ottenuto il Riverton Prize, il principale riconoscimento norvegese per il genere giallo con Flytande bjørn, suo unico crime.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Carbonio Editore.

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:: “Leggermente mossa” di Carlo Lei (Revolver Edizioni)

4 settembre 2025

Carlo Lei – Roma – Insegnante e critico teatrale, scrive di teatro e di tante altre cose in poesia e in prosa.

Ciao Ca’, ho capito quello che mi hai scritto. Hai ragione, lo so bene anch’io, niente di nuovo. Perché a qualcuno dovrebbe interessare un romanzo su due artistoidi come me e il Dario, mi chiedi, con tutti gli annessi e i connessi, io che faccio la cameriera a nero tutti i giorni, persino doppio turno, in zona Porta Garibaldi, a cinque euro l’ora. Il realismo è fuori moda? Magari torna, mi dicevo. Ma comunque, se me lo avessi chiesto a voce ti avrei risposto che è interessante perché ci sono cose che riguardano tutti. L’amore, il bisogno di capirsi. Sì, è la mia, la sua vita, ma altri avrebbero potuto riconoscercisi. Se potessi fare la critica di me stessa, ora, dopo qualche settimana che il lavoro è finito, potrei tirare le somme dicendo che è la storia di uno spaesamento, di una donna che non riesca a trovarsi. Così ti avrei detto. Ma ora, ora che mi trovo a scriverlo, penso che non sia del tutto vero, anzi che faccia pena persino la giustificazione, e che abbia ragione tu. Che spaesamento è una parola che potresti usare tu, non io. Anzi mi accorgo che la sto usando solo perché so che potrebbe piacerti.

Carlo Lei ripercorre la vita della compagna Carmela De Ciccoli: pittrice, scenografa, scrittrice e artista. Una relazione distruttiva sempre sul punto di esplodere per un amore che sopravvive nel tempo.

Carmela De Ciccoli nasce a Napoli nel 1978 e già al liceo conosce i due uomini più importanti della sua vita: Dario Miglionini e Carlo Lei. Due amoriche segneranno il suo destino.

A 17 anni vince il primo premio alla mostra annuale del liceo artistico e i suoi quadri ottengono un grande successo. Ha già un suo stile. Dipinge animali appostati in attesa di qualcosa sullo sfondo di paesaggi minimali ed è felice solo quando dipinge.

Ma da perenne scontenta non riesce ad applicarsi a lungo a una passione e dalla pittura passa presto al teatro esordendo come scenografa, costumista e truccatrice. Non si stima e ogni volta rinnega una passione per l’altra anche a costo di mandare tutti i suoi bellissimi quadri in discarica. 

Sono anni fertili ma duri e Carmela sembra sempre sull’orlo di qualcosa.

Cerca la perfezione, ma puntualmente si scoraggia. È insicura ed entra facilmente in depressione. Con Carlo poi discutono continuamente. Quando lui insiste per portarla a Venezia lei non vuole andarci, la trova malinconica, banale e prevedibile, ma Carlo vuole che si guardi finalmente attorno e che la smetta di guardarsi dentro. Sa che ha accatastato le sue opere in cantina e sospetta che si veda ancora con Dario.

Quando la perde di vista tra le calli non la trova più e scopre che a casa ha già fatto sparire vestiti, quadri e ha lasciato le chiavi sul letto per andare a vivere con Dario alla Garbatella.

Carlo per due anni non ne ha notizie fino a che non riceve per posta un invito per la Turandot con scene e costumi di Carmela e la regia di Dario. Indispettito, decide di andare a spettacolo iniziato e di lasciar vuoto il posto che gli hanno riservato. Durante la recita ha l’impressione che, dopo aver buttato tutti i suoi quadri, si stia buttando via anche Carmela. Quando si rifà viva ha scritto un libro di 90 pagine. Una storia d’amore.  Pensa che quadri, costumi e tutto il resto fossero solo una distrazione dal suo romanzo e vorrebbe tanto un parere di Carlo, ma Carlo trova sempre nuove scuse per non leggerla. Forse è il suo modo di vendicarsi. Sa che lei tiene molto alla sua opinione e che rispetto a lui si sente un’ignorantona. Quando si sposano nel 2011 e pensano di adottare un figlio la madre di Carmela lo chiama ancora Dario. Non sono nemmeno più attratti fisicamente ma si amano.

Continuano ad allontanarsi per poi cercarsi. E cercare è l’anagramma di carcere.

Né con te, né senza di te citava un famoso film dall’esito drammatico.

Un grande amore che troverà il suo culmine il 12.5.2013. Una storia appassionante e vera che mi ha tenuta incollata fino all’ultima pagina per sapere come sarebbe andata a finire.

:: “Uno sguardo delicato sul mondo” di Salvatore Claudio D’Ambrosio – di M. Elena Danelli

3 settembre 2025

Verrebbe quasi da pensare che la solitudine e la malinconia siano indispensabili come l’aria, che abbiano un altro aspetto, non solo quello più evidente della sofferenza, ma che parlino un linguaggio da decifrare, da guardare dritto negli occhi, da comprendere, un compagno silenzioso che chiede di essere ascoltato, accolto, perché la ricompensa è una vita più piena e consapevole in cui le due metà (la luce e l’ombra) si abbracciano per ritornare Uno.
Non tutti ne siamo capaci, preferendo una chiassosa superficiale colonna sonora alle nostre vite, in cui ci distraiamo più o meno consapevolmente con falsi profeti, illusorie luci, ricompense ingannevoli. Per poi alla fine ritrovarci più vuoti, incompresi e soli di prima.
Salvatore Claudio D’Ambrosio ha uno sguardo delicato sul mondo, tanto da intitolare così la sua opera letteraria (intesa come prima raccolta di racconti), quasi un autoritratto capace di abitare prismaticamente più esistenze, più possibili vite e accadimenti, più destini, con la stessa grazia e comprensione, con la stessa accoglienza e dolcezza di chi si rimette fiduciosamente nelle mani di una incommensurabile Forza creatrice a cui ritornare.
L’Opera consta di venticinque racconti, venticinque vite, venticinque anime in cui D’Ambrosio riesce ad immedesimarsi con grande intuizione, con generosità e umanità come avesse vissuto ciascuna delle vite raccontate, convincendo il lettore sì da entrare in ogni singola storia, spesso delle volte amara e tagliente, a volte così dolce da non poter lasciare indifferenti. Un’umanità sfaccettata come il genere umano, in cui, come con un microscopio entrare nell’intimo, in cui tutto diventa prossimo, aderente, la pelle della vita.
D’altra parte la Vita è fatta di questo, di esseri umani che calcano questo pianeta e della cui maggior parte non sappiamo nulla, ma che si affannano, sognano, sperano, amano, odiano, nella durata stessa della propria esistenza come fosse un unico giorno infinito, in cui tutto può accadere e nessuno è preparato, ma che implica risposte in cui non esiste suggeritore per un happy end. Ci si butta dal precipizio, si cammina sul filo del funambolo, si gira il tamburo della pistola, e tutto può essere a nostro favore o contro. Ma i protagonisti dei racconti di D’Ambrosio sono uniti dal filo sottile della speranza, anche quando decidono di porre fine alla propria esistenza (vedi “Tra Buster Casey e Tom”) perché l’estremo gesto è compiuto con la speranza di una promessa che sarà realizzata, o un ringraziamento senza fine per un comune gesto di gentilezza (“Mi sei venuto a prendere a scuola”), oppure ancora il coraggio di “Questa sono io”, la cui protagonista affronta una situazione di un probabile isolamento sociale con coraggio, pagandone le conseguenze, ma garantendosi un futuro libero e maturo.
Tanta luce quanto buio. Anche nei personaggi scomodi dell’Opera troviamo esistenze con cui non vorremmo mai entrare in contatto, nella deviazione della loro violenza, delle aberranti giustificazioni date a comportamenti controversi (“Il toro – storia di una violenza”), perché anche le maleerbe popolano questa terra. D’altra parte come potremmo distinguere e scegliere, se non potessimo vivere di contrasti? Ecco D’Ambrosio accetta senza giudicare, espone senza compiacimento, ma pone con l’evidenza delle parole. Tutti soffrono, tutti gioiscono, sperando anche in un abbraccio di uno sconosciuto. La forza trainante di tutto è la fiducia, l’amore. E dunque, ritornare in carcere o ballare con le farfalle ha lo stesso peso importante dell’equivalenza. Perché la forma oscura che ci aspetta in fondo alla via siamo sempre noi, in attesa della comprensione, dell’accettazione, del rispetto, dell’abbraccio.

Salvatore Claudio D’Ambrosio, già autore di “Ho ancora gli occhi da cerbiatto” e “Frammenti di un cuore da cerbiatto”, entrambi editi da CSA Editrice, di sé dice … “Marito, papà di tre splendidi bambini, consulente privato presso un importante gruppo bancario nazionale, figlio, adottato, nero (o marrone, a seconda della sensibilità dell’interlocutore). Bancario per professione, sognatore per vocazione… “Vorrei continuare a scrivere sempre restando me stesso, senza ammiccamenti, senza mosse furbe. Non rinnego ciò che ho detto nel primo (libro), anzi, ma dopo la rabbia credo sempre ci possa e ci debba essere una reazione di amore”.

:: Come due fiori di loto di Jane Yang (Longanesi, 2025) a cura di Giulietta Iannone

1 settembre 2025

Canton, tardo Ottocento. Piccolo Fiore è una bambina di vivace intelligenza e dal formidabile talento nell’arte del ricamo. Ma nella Cina ancora semifeudale di fine Ottocento, le opportunità che le si aprono sono molto limitate. Per questo, fin da quando è piccola, la madre le offre l’unico privilegio possibile alle fanciulle del suo infimo rango, ossia un matrimonio vantaggioso grazie alla tradizionale e dolorosissima pratica della fasciatura dei piedi. Ma queste prospettive di riscatto sono destinate ad annullarsi alla morte improvvisa del padre: per lei ora l’unica strada possibile è quella della schiavitù presso una famiglia di più alto rango. È così che Piccolo Fiore fa ingresso nella casa di Linjing, sua coetanea e padrona. Da quel momento e per gli anni a venire la vita delle due giovani dovrà destreggiarsi tra gli alti e bassi della loro complicata amicizia e le millenarie tradizioni di una Cina sempre più attenta alle nuove tendenze che arrivano dall’Occidente. La storia di due donne molto diverse, delle immani ingiustizie che entrambe subiscono, degli amori e della loro incessante lotta per la libertà diventano in questo romanzo d’esordio la storia di un intero paese, la cui cultura sempre più ci interroga, ci inquieta e ci affascina.

Per chi ama la Cina di tardo Ottocento e le lotte istancabili che le donne hanno dovuto affrontare per ottenere la loro emancipazione e indipendenza è sicuramente consigliabile la lettura di questo bellissimo libro Come due fiori di loto di Jane Yang, edito in Italia da Longanesi. L’autrice ha riportato fedelmente molti racconti legati alle vite delle sue antenate, e questo realismo traspare in filigrana preziosa per tutto il romanzo che narra la storia di due personaggi femminili a tutto tondo: Piccolo fiore e Li Linjing, prima rivali, in un complicato legame di schiava e padrona, poi finalmente amiche. Jane Yang ha un talento naturale nella scrittura che sorprende soprattutto considerando che questo è il suo romanzo di esordio, che racchiude, come un tesoro prezioso, anche molti segreti e riferimenti simbolici nascosti nell’arte del ricamo cinese, come nei bellissimi romanzi di Lisa See, dove le donne si sono sempre ingegnate utilizzando linguaggi segreti per tramandare di generazione in generazione, matrilineare, la loro saggezza. Scritto benissimo, di piacevole e fluida lettura Come due fiori di loto è un romanzo che non si dimentica e permette di conoscere un mondo scomparso dove erano le donne, seppur nascoste all’interno di appartati ginecei, che governavano le famiglie e il paese, nell’ombra, nel segreto. Il periodo storico in cui è ambientata la storia è anche interessante perchè richiama il periodo in cui l’Occidente incontrò l’Oriente, con i suoi screzi, le sue rivalità, ma anche quella complementarietà che ha arricchito entrambi i mondi e le culture. La modernità dell’Occidente si incontrò dunque con le tradizioni millenarie dell’Oriente in un rapporto in cui entrambi i mondi avevano da imparare l’uno dall’altro.

Jane Yang Nata nell’enclave cinese di Saigon ed è cresciuta in Australia, dove vive tuttora. Nonostante gli studi e la carriera nel mondo scientifico, è sempre stata affascinata dalle storie e dalle leggende della Cina antica tramandate dalla sua famiglia. Come due fiori di loto è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’editore.

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:: “I cristiani per davvero e l’odio del mondo” di Rocco Quaglia (Edizioni Segno) a cura di Daniela Distefano

1 settembre 2025

Cosa vuol dire essere cattolici cristiani nel 2025? Forse seguire quei trucioli di Pane che il Signore ci ha seminato lungo il cammino, a volte invisibile, avendo l’occhio assuefatto dalla voracità del mondo, ma poi tracce chiare, nette, man mano che ci avviciniamo alla meta, quella strada non stordita da neon e cartelloni pulsanti, spesso solitaria, e illuminata solo dalla fede che conduce alla porta stretta. Chi ci arriva sa che ha percorso un viaggio straordinario, ma non è detto che poi si riesca ad oltrepassare la porticina: è piccola, disagevole, ci entrano in pochi, quelli che il Signore aspetta da oltre duemila anni. Tutto questo porterebbe allo scoraggiamento, già San Pietro nel Vangelo era esterrefatto (“ se è così, chi si potrà salvare?”) poi però lo rassicura Gesù dicendogli che nulla è impossibile a Dio.

Ho letto questo questo libro con passione, con ponderatezza, e ho fatto una sintesi ossea di quello che mi ha trasmesso riportando brani di pagine pacate e placanti. Rocco Quaglia è un esperto di psicologia, forse non deve stupire che a parlare di Bibbia, Apocalisse, odio dei vignaioli omicidi sia un professionista della mente. “Amerai il tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze”.. E il Signore dice anche.. “con tutta la tua mente”. Siamo nell’era della esaltazione  del tecno-pensiero umano. Poi interviene Dio come sempre: “I pensieri dell’uomo non sono che un soffio”. Buona lettura

Chi potrebbe essere motivato o invogliato a seguire Gesù di Nazareth che dice di essere figlio di Dio, nato da una Vergine e venuto per salvare gli uomini dai loro peccati? Dice inoltre che quanti crederanno in lui saranno odiati, perseguitati e uccisi. Gesù era consapevole non soltanto di essere malvisto da quelli di casa sua, ma anche che sarebbe stato odiato in ogni tempo da tutti gli uomini. A differenza dei seguaci di altre religioni, il cristiano non ha modo di mettere il proprio odio al servizio della causa di Dio: nessuna guerra può essere giustificata, nessuna uccisione e nessuna vendetta possono essere legittimate. La carriera che il discepolo compie in Gesù è una lenta discesa nell’umiliazione, nella spoliazione, nella reiezione. Gesù chiama beato quel discepolo oltraggiato, perseguitato, calunniato. Il tempo profetizzato da Gesù, tempo dell’apostasia della chiesa, del raffreddamento dell’amore, dello smarrimento della fede è giunto. Il tempo dell’odio per Cristo e per i cristiani sta esplodendo con sempre maggior virulenza. Il male signoreggia ovunque, la zizzania è matura e ormai ha colonizzato e infestato l’intero campo della Chiesa. L’inquinamento del pianeta è lo specchio dell’inquinamento morale dell’umanità.

Chi sono i discepoli? Che tipo di persone Egli sceglie?

L’apostolo Paolo viene in aiuto rivelandoci che Dio sceglie le cose folli del mondo, quel che è debole, ignobile, spregevole. Quel che non si comprende è che di fronte a Dio non esistono i forti, i saggi, i nobili; di fronte a Lui tutti gli uomini sono ugualmente deboli, corrotti, perversi: in una parola “peccatori”, ovvero “falliti”, privi di una gioiosa speranza, privi di uno scopo importante…. Gesù , dicendo che il regno dei cieli è per i fanciulli, dice in realtà che è per tutti, o meglio per quanti realizzano la propria incompiutezza, il proprio non finito. Solo il disperato è nella condizione di udire la voce di Dio. Ai discepoli, dunque, è destinato il regno dei cieli, ma per entrarvi bisogna rinascere bambini. Gesù esalta i bambini sapendo che “non contano” e che nessuno li conta; non hanno mai avuto diritti, oggi non hanno neppure il diritto di nascere, e Dio non li consegna più nelle mani degli uomini.

Del grande comandamento

I farisei pensavano di amare Dio mettendo in pratica la Legge; ma la Legge, come è scritto, fa desiderare il peccato e produce ira contro Dio. Per amare “qualcuno” bisogna conoscere non il suo corpo, gli anni lo disfano; non il suo carattere, mutevole in base alle circostanze; non le sue qualità, con il tempo svaniscono. L’amore per una persona nasce dall’amore che dimora in questa persona, poiché è dell’amore che s’innamora il vero amore. Ora, innamorarsi di Dio significa innamorarsi dell’amore che Egli prova per noi. A noi serve soltanto credere nell’amore di un Dio che dice di amarci, il resto viene da sé. Tutto cesserà! La giovinezza evapora, la bellezza si spegne, la forza svanisce, le conoscenze passano, i sogni si dileguano, << l’amore soltanto resta>>.   L’apostolo Giovanni, con ragione, scrive:<<Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli (Gesù) ha dato la propria vita per noi>>. E’ questo l’amore che trasforma la ragione in follia e la follia in sapienza, nella sapienza di Dio. Senza questo amore chi potrebbe mettere in pratica il comandamento che impone al cristiano di dare la propria vita per i fratelli?. Il cristiano che ha conosciuto l’amore di Dio non può dunque amare sé stesso di più e l’altro di meno, poiché mediante Cristo si realizza un’ ineffabile unità in Dio, il Padre.

Conclusione

Senza una rivelazione dello Spirito che viene dal Padre, la via che Gesù indica fa inorridire l’uomo carnale. Per questo mondo, che celebra i suoi pride e si gloria delle proprie false libertà come fossero conquiste, nulla è più intollerabile, fastidioso e inopportuno della buona notizia del Signore.  La spiritualità si esaurisce in opere di bene.. Tuttavia undici uomini inermi sono stati inviati come agnelli in mezzo ai lupi; portarono la Parola di Gesù fino alle estremità della terra. Hanno vinto il mondo, non con gli eserciti, ma con la spada della parola di Dio. Mai amico ebbe migliore amico di Gesù.

:: Broken Moonlight di Mariachiara Lobefaro (Gallucci 2025) a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2025

La sedicenne Vicky Middleton si è appena trasferita nella frenetica metropoli di Hong Kong. L’incontro con Sean Lau – occhi a mandorla e capelli neri come la pece – è un colpo di fulmine. Affascinante e misterioso, Sean le rivela il suo segreto: il Dio della Guerra ha scagliato su di lui una maledizione, che lo trasformerà per sempre in una creatura della notte. L’unica possibilità di salvezza, secondo il negromante Fang-Shi, è ritrovare un antichissimo manufatto, andato perduto due secoli prima. L’amore spinge Vicky a offrire il proprio aiuto incondizionato, ammesso che Sean le dica tutta la verità…

Esce dopo domani, primo agosto, un young adult un po’ diverso dal solito, dedicato agli adolescenti dai sedici anni in su, dal titolo Broken Moonlight di Mariachiara Lobefaro con l’editore Gallucci. Ho potuto leggerlo in anteprima e mi ha subito incuriosito l’ambientazione Hong Kong, perla del magico oriente, luogo abbastanza originale per ambientare un romanfantasy, così viene definito questo genere letterario che unisce il romance (c’è una tenera storia d’amore tra adolescenti) e il fantasy (c’è magia, maledizioni, sortilegi, divinità vendicative). Oltre allo scenario esotico, di una Hong Kong contemporanea, perlopiù notturna, descritta nelle sue vie, nei suoi, mercati, nei suoi locali, la parte riguardante il folklore locale è molto accurata, segno che l’autrice ha fatto approfondite ricerche, tra leggende tradizionali cinesi, e divinità del pantheon cinese (il tempio di Man Mo esiste davvero e fu costruito intorno al 1847 da alcuni ricchi mercanti cinesi, durante i primi anni del dominio coloniale britannico di Hong Kong). Protagonisti sono due ragazzi Vicky Middleton, un’inglesina che ha appena perso il padre, e Sean Lau, un affascinante cinese che sfortuna volle si è trovato vittima di una maledizione scagliata niente di meno che dal dio della Guerra. Per salvarsi Sean Lau dovrà trovare un antico manufatto andato perduto due secoli prima. Manufatto anch’esso cercato da un boss locale anche lui vittima della maledizione dell’irascibile dio. Vicky innamoratasi a prima vista del ragazzo farà di tutto per aiutarlo. Ma siamo sicuri che Sean Lau le abbia raccontato davvero tutto? O nasconde altri segreti? In una labirintica Hong Kong inizia per ciò questa sorta di caccia la tesoro dai risvolti imprevedibili. Naturalmente non vi racconto il finale se no vi rovino tutto il divertimento, ma è davvero bello. La Lobefaro scrive bene e ha senso dei tempi e un amore sincero per l’oriente. Buona lettura e arrivederci a settembre.

Mariachiara Lobefaro è nata in Puglia, ha studiato a Bologna e vive a Firenze, dove insegna Lettere alle superiori. È stata finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2024, nella sezione dedicata al miglior esordio. Con Gallucci ha pubblicato anche Diamond Palace ed è tra gli autori della raccolta Le farfalle nello stomaco.

Source: inviato dall’editore.

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:: Il gigante, Edna Ferber, (Astoria 2025) A cura di Viviana Filippini

28 luglio 2025

“Il gigante”, romanzo di Edna Ferber, uscito per la prima volta nel 1949 arriva in libreria grazie alla collana narrativa vintage, proposta dalla casa editrice Astoria.  In realtà lo si conosce forse più per l’omonimo film uscito nel 1956 diretto da George Stevens, con Rock Hudson, Elizabeth Taylor e James Dean, alla sua ultima apparizione cinematografica, visto che morì pochi mesi dopo, nel settembre del 1955, in un tremendo incidente stradale. Il libro è un ritratto della provincia americana, in particolare del Texas. Il protagonista è Jordan Bick Benedict che perde la testa per Leslie Linnon. Tra Bick, appartenente ad una ricca famiglia di allevatori texani, e la moglie ci sarà sempre amore, ci saranno anche dei figli, ma non mancheranno degli intoppi, soprattutto all’inizio della loro convivenza. Grazie al suo fascino del Maryland, Leslie riuscirà a conquistare tutti e ad appianare gli screzi. Alcuni ostacoli deriveranno dalla diversità della visione della vita, più provinciale per Bick e per tutta la sua grande famiglia fortemente attaccata al Texas, e più cittadina da parte di Leslie, che imparerà pian piano a conoscere e accettare il mondo del marito, molto diverso da quello dove lei è nata e cresciuta. Oltre alla coppia c’è la numerosa famiglia di Bick, la sorella Luz, Jett Ritt che è un dipendente della famiglia Benedict, un po’ sbruffone, sopra le righe, con una passione segreta per Leslie e la voglia di diventare come i suoi datori di lavoro. Il giovanotto vedrà cambiare in modo radicale la propria esistenza nel momento in cui riceverà in eredità un pezzo di terreno e troverà là sotto l’oro nero (petrolio), quell’oro nero che Bick non ha mai considerato fino in fondo.  Il romanzo della Ferber, che va dagli anni Venti del 1900 fino alla Seconda Guerra Mondiale, non è solo un ritratto della vita, usi e costumi del Texas, ma è un’indagine anche in quelli che sono i caratteri umani dei personaggi protagonisti con Benedict fortemente radicato nel suo  mondo, nel suo passato e in quello che gli hanno trasmesso i suoi avi e che lui stesso vorrebbe trasmettere ai figli. Dall’altra parte Leslie, che vuole conoscere in modo profondo il Texas, tanto amato dal marito, anche se non sarà lui ad aiutarla in queto, ma l’incasinato Jett Ritt. Questo approfondire il nuovo contesto non reciderà il rapporto della donna con il suo passato, anzi esso resterà sempre vivo, ed è quello che la sosterrà fino al grande e radicale cambiamento nella famiglia Benedict, con le scelte dei figli, che non prenderanno le redini dell’azienda di famiglia. Jordan, il maggiore deciderà di fare il medico e sposerà Juana, un’infermiera messicana. Judy, la sorella minore, sposerà invece il fidanzato di sempre Bob, un vero texano, con il quale avvierà una fattoria tutta loro, invece di riprendere la gestione della proprietà familiare. Vere e proprie rotture di schemi tradizionali che rappresentano un colpo tremendo per il loro padre Bick, mentre sono una svolta decisiva al cambiamento per la madre Leslie. Poi c’è lui, Jett Ritt, sì sbruffone, sì in crisi con ogni moglie sposata, ma è la rappresentazione di colui che punta alla scalata sociale, a diventare come – e più potente- dei suoi datori di lavoro. Con una ricchezza conquistata e ostentata, in realtà in lui si nascondono un dolore e una infelicità di fondo data dall’impossibilità di ricevere amore dalla persona che ama, perché sposata ad un altro (Leslie). “Il gigante”, romanzo di Edna Ferber, è uno sguardo sull’America degli inizi del Novecento dove la tradizione si dovrà, anno dopo anno, confrontare con una nuova visione del mondo data dalle generazioni più giovani non sempre disposte a restare legate al mondo dal quale arrivano, ma pronte a fare il salto e ad affrontare difficoltà, nel caso si presentassero, per un domani nuovo tutto da costruire.

Edna Ferber nasce a Kalamazoo, Michigan, nel 1885, ma ancora molto giovane si trasferisce nel Wisconsin. Diventata giornalista a soli diciassette anni, pubblica il suo primo romanzo nel 1911 e raggiunge subito una grande popolarità. Negli anni ’20 scrive alcune commedie di enorme successo, che vengono messe in scena a Broadway, e nel 1925 ottiene il premio Pulitzer con il romanzo So big. Una storia americana, che viene poi adattato per il cinema, proprio come accadrà con Il gigante, su cui è basato il leggendario film di George Stevens con Rock Hudson nella parte di Bick, Elizabeth Taylor in quella di Leslie e James Dean in quella di Jett, la sua ultima, grande interpretazione prima dell’incidente stradale in cui perderà la vita, a soli ventiquattro anni. Ferber muore a New York nel 1968, ma le sue opere sono ristampate e ammirate ancora oggi. Donna schietta e dalle opinioni forti, è stata definita dal New York Times “la più grande scrittrice americana della sua epoca”. (Fonte Astoria edizioni)

Source: richiesto all’editore.

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:: Georges Dumézil, Loki (Massari 2024) recensione a cura di Emilio Patavini

25 luglio 2025

Pubblicato nel 1948, questo saggio di mitologia comparata di Georges Dumézil analizza con rigore filologico una delle figure più affascinanti del pantheon scandinavo, Loki, ponendola a confronto con Syrdon, eroe degli osseti, popolazione del Caucaso discendente dagli antichi Sciti. L’autore de Gli dèi dei Germani (Adelphi 1974) e insigne indoeuropeista muove la sua ricerca dalle fonti germaniche in cui troviamo la figura complessa e ambigua di Loki, dall’Edda poetica all’Edda in prosa di Snorri Sturluson, dai Gesta Danorum di Sassone Grammatico alla ballata feringia Lokka táttur. Questo volume, pubblicato l’anno scorso da Massari editore con la curatela e traduzione di Massimiliano Carminati, colma finalmente una lacuna editoriale, permettendo al pubblico italiano di leggere questo prezioso testo in una edizione tascabile e ben curata.

Loki è un outsider, generatore di mostri, «personaggio bisessuale» – come l’ha definito il germanista Jan de Vries nel saggio che gli ha dedicato (The Problem of Loki, 1933) –, antieroico e metamorfico, contraddittorioper natura,amico e nemico degli dei, trickster menzognero e beffardo ma anche fratello di sangue di Odino e compagno di avventure di Thor.

Il suo grigiore morale lo ha reso uno dei villain più iconici dell’universo Marvel, anche se la sua trasposizione su carta e celluloide si discosta notevolmente dalla divinità della mitologia norrena. Infatti ha dato non poco filo da torcere agli studiosi, e le interpretazioni si sprecano. C’è per esempio chi lo ha identificato come personificazione di un elemento naturale come il fuoco, vista anche l’assonanza del suo nome con il termine norreno per “fiamma”, logi. L’ipotesi sembra rispecchiarsi nell’ambivalenza del fuoco, che può essere la tranquilla fiamma riscaldante del focolare domestico quanto un incendio distruttivo, come la fiamma di Surtr che arderà il mondo durante il Ragnarök. C’è anche chi lo ha visto come divinità ctonia e infera o persino satanica. La sua figura ha sollevato numerosi interrogativi, tanto da costituire un «problema», per tornare a citare lo scritto di de Vries. Per esempio, Loki è una figura importante all’interno del pantheon nordico, tanto da comporre (sotto il nome di Lóðurr) insieme a Odino e Hœnir una triade divina che dà vita ad Askr ed Embla, gli Adamo ed Eva della mitologia norrena, ma che è anche all’origine della maledizione dell’oro di Andvari e della vicenda volsungo-nibelungica; eppure, a differenza di altre divinità come Odino e Thor, è caratterizzato dall’assenza di culto e dalla mancanza di toponimi derivati dal suo nome.

Dopo aver passato in rassegna le testimonianze scritte della tradizione scandinava, la seconda parte del saggio è dedicata al confronto di Loki con Syrdon, personaggio dell’epopea narte degli osseti. Dumézil fu un attento studioso della mitologia e in più in generale della cultura e delle lingue caucasiche, cui dedicò diversi saggi come Légendes sur le Nartes (1930) e Textes populaires ingouches (1935). Dal 1925 al 1931 insegnò storia delle religioni all’Università di Istanbul, dove colse l’occasione per apprendere molte lingue caucasiche, come l’osseta, il circasso, l’ubykh e l’abcaso, diventando ben presto un esperto in materia. L’analisi comparativa arriva a toccare anche altri personaggi perfidi e mendaci, come Bricriu ed Evnyssen, seminatori di discordia tratti rispettivamente dalla mitologia irlandese e dal Mabinogion gallese, per arrivare infine a un confronto con il Mahābhārata, il poema più lungo mai scritto.

Questo Loki di Dumézil non è una lettura facile né per tutti, bensì un testo che appagherà solo gli specialisti ed esperti conoscitori di mitologia comparata e filologia germanica. Non è, per intendersi, un saggio divulgativo quanto Gli dèi dei Germani: qui l’autore non lesina riferimenti bibliografici e approfondimenti che potrebbero scoraggiare il lettore che è alla ricerca di un testo più leggero e accessibile, ma come ogni saggio di Dumézil resta una lettura imprescindibile per ampliare le proprie conoscenze di indoeuropeistica.

Source: inviato dall’editore.

:: Questo libro non esiste di Marilù Oliva (Solferino 2025) a cura di Patrizia Debicke

23 luglio 2025

Un manoscritto perduto: direte esistono problemi peggiori. Ma certo. Come magari ritrovarsi coinvolti in un’indagine per omicidio. Ma per Mathias, aspirante scrittore in bilico tra ambizione e precarietà, la perdita del suo romanzo è una vera tragedia. E se fosse stato quello giusto, quello capace di cambiargli la vita?

Il protagonista della storia è Mathias Onaru, un aspirante scrittore che perde il manoscritto su cui aveva proiettato ogni suo sogno. Basta un momento, un attimo di sosta davanti al chiosco per comprare delle margherite da portare al nonno al cimitero e la borsa con il computer e il suo libro, lasciata sul sedile posteriore della macchina sparisce.  Un dramma, almeno per lui. Anche il file con il testo era nel computer. Non ha altre copie… Mathias è un esordiente, e come spesso accade, dimentica le regole più semplici: non si invia mai un manoscritto senza conservarne una copia. Unica speranza rintracciarne una tra le tante spedite alle varie case editrici. Non gli resta che provare a rintracciarlo.
Mentre contemporaneamente sarà costretto ad affrontare l’assurdità di un omicidio che lo ha subdolamente sfiorato da vicino e vagherà vanamente in una Roma luminosa e indifferente, tra surreali  colloqui e scomodi ricordi.
Dallo sconforto più cupo, infatti  riemerge la voce beffarda di suo nonno: figura autoritaria, incombente presenza nell’infanzia, però anche qualcuno in grado di trasmettergli la passione per il cielo e il tempo, l’idea di diventare un astrofisico.  L’uomo burbero che coltivava un sogno utopistico ma poetico: costruire una macchina per afferrare i ricordi, fermare i dittatori, risuscitare la moglie. Rincorrere il tempo, forse cambiarlo.

Inseguiremo  Mathias, che vaga semisperduto in una Roma luminosa e indifferente, mentre rincorre il suo manoscritto e, con esso, la propria identità. Immerso in  umilianti colloqui surreali, angosciato dal terrificante sospetto di essere coinvolto in un delitto, mentre alza gli occhi al cielo notturno e lo interroga cercando risposte. Da sempre è abituato a paragonare le persone agli astri, è persino  convinto che la volta celeste abbia il potere di ravvivare relazioni, amicizie e amori.
Ma ora? Ce la farà?  Riusciranno le sue stelle ad aiutarlo?

Con questo romanzo, Marilù Oliva chiude la trilogia dedicata al tempo, dopo Le sultane (vecchiaia, diritto alla maturità) e Lo Zoo (il presente svilito e svenduto per l’effimero).  Tre libri molto particolari, che pur sconfinando nel noir, vanno oltre i limiti di genere per trasformarsi in ragionamento, filosofia, denuncia sociale. Una trilogia che mostra una crescita evidente, anche nello stile:  di volta in volta il linguaggio si fa sempre più raffinato, speciale.
Se Le sultane era un ode al  diritto di vivere il tempo fino in fondo, e Lo zoo una denuncia del tempo, mortificato nella nostra società, con Questo libro non esiste Marilù Oliva allarga maggiormente il suo punto di vista: il tempo umano si collega al tempo universale, alla sua inavvicinabile impenetrabilità. “Questo libro non esiste” è come un romanzo giallo  con quattro angolazioni:  un viaggio nel tempo in tutte le sue forme: quello intimo, quello della memoria , il tempo della narrazione e quello cosmico, anche nelle oscure pieghe del suo significato più profondo. Ma cos’è veramente  Mathis genio o follia

Il cognome stesso del protagonista, Onaru, che  letto al contrario diventa Urano, il padre  di Chronos nella mitologia greca. Mathis si innamorerà  dell’unica donna che non lo vuole e lo respinge, si è fatto rubare il manoscritto in cui ha riversato le sue illusioni, le sue speranze: ma questo manoscritto esiste davvero?
O forse non è stato ancora scritto. 
A ben guardare “Questo libro non esiste” è molto più di un giallo. La vicenda di Mathias si trasforma anche in pretesto per riflettere sulla scrittura, sul fallimento, su una certa  deriva del mondo editoriale. Una scusa perfetta per introdurci quasi attraverso il buco della serratura nel farraginoso mondo dell’editoria, nei suoi acrobatici compromessi, nelle sue tante, troppe ipocrisie.

Non mancheranno ironiche allusioni al sistema: come la casa editrice Malbege satirica deformazione delle Malebolge dantesche, gli scrittori che si ritrovano al  Don Juan in onore del massimo Cervantes e bevono un “mulino a vento”, le relazioni virtuali, i like gabellati come valuta di scambio. Con humour, intelligenza e forma inseriti vivacemente nella narrazione.
Non facile ma un bel romanzo da leggere.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Solferino ha pubblicato i bestseller mitologici L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), L’Eneide di Didone (2022), L’Iliade cantata dalle dee (2024), La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre (2025), il romanzo Biancaneve nel Novecento (2021), il saggio I Divini dell’Olimpo (2022) e le riedizioni di due dei suoi noir di successo, Le Sultane (2021) e Repetita (2023).