Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Fuoco al fuoco di Candice Fox (Marcos Y Marcos 2024) a cura di Giulietta Iannone

3 settembre 2024

Fuoco al fuoco (Fire with Fire, 2023) traduzione dall’inglese di Beatrice Sterza, dell’autrice australiana super premiata Candice Fox, pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos, è un surreale poliziesco con due improbabili protagonisti: Lynette Lamb un’aspirante poliziotta capace di farsi licenziare il primo giorno di lavoro e il detective della polizia di Los Angeles Charlie Hoskins poliziotto sottocopertura la cui copertura salta e si salva per il rotto della cuffia. Hanno ventiquatr’ore di tempo per trovare la piccola Tilly, scomparsa due anni prima sulla spiaggia di Santa Monica, prima che i genitori disperati pur di fare riaprire il caso distruggano una per una le prove custodite nel Laboratorio biologico forense di Los Angeles, tenendo tre ostaggi sotto tiro. Buffo, surreale, sgangherato, divertente Fuoco al fuoco è un ottimo poliziesco che sa intrattenere grazie ai suoi personaggi ben delineati e al suo sottile umorismo che sa stemperare i momenti più drammatici. Riusciranno i nostri intrepidi eroi a trovare la bimba e a scoprire cosa le è successo? E’ ancora viva? Prigioniera nelle mani di chissà chi? Uccisa dalla sorella? E soprattutto che figura ci farà la polizia di Los Angeles se a risolvere il caso sarà una recluta e un poliziotto tutto acciaccato? Una lettura veloce per questa fine estate, corre veloce e scivola via come l’acqua. Forse diventerà una serie.

Candice Fox è nata a Sidney in una famiglia pronta ad accogliere non solo figli propri e altrui ma anche un’ampia gamma di animali selvatici feriti. In questa comunità vivacissima ha coltivato la sua passione per il crimine espressa felicemente in thriller che negli Stati Uniti hanno slalato le classifiche del New York Times. I romanzi di Candice Fox sono tradotti in tutto il mondo; in Australia è l’autrice di gialli più amata l’unica ad avere vinto tre volte gli ambiti Ned Kelly Awards.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

:: “Vuoto, nulla, vacuità. Il buddhismo e il pensiero moderno”, di Marcus Boon, Eric Cazdyn e Timothy Morton (Ubiliber 2024) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2024

Vuoto, nulla, vacuità Il buddhismo e il pensiero moderno (Nothing. Three Inquiries in Buddhism, 2015) è un’interessante saggio composto da tre saggi di tre dei più profondi e innovativi filosofi contemporanei le cui ricerche stanno ponendo un ponte, mai così necessario come oggi, tra Occidente e Oriente. Tutti con all’attivo numerose e importanti pubblicazioni Marcus Boon, Eric Cazdyn e Timothy Morton analizzano parallelismi, similitudini e affinità tra il vuoto come categoria essenziale del buddhismo e il vuoto della teoria critica occidentale gettando le basi di un serio confronto tra le due scuole di pensiero e soprattutto analizzando il buddhismo come base fondativa per rileggere la dimensione politica dell’Occidente, cosa che non era mai ancora stata fatta e che costituisce il nucleo innovativo di questa opera decisamente originale e necessaria che va così a colmare questa grave lacuna nel dibattuto filosofico conteporaneo.

Il saggio di Marcus Boon si concentra sulla politica ed esplora la politica buddhista del periodo della Guerra fredda.

I dibattiti teorici su buddhismo e il marxismo sono oggi il prodotto di questa scissione ideologica (il cui esito non sono necessariamente due distinte ideologie, ma la scissione stessa come ideologia), in Asia forse quanto in Europa e in America. E, ancora una volta, è proprio nel divario o nella distanza tra queste due visioni apparentemente opposte che si possono inquadrare le nozioni di comunità e il problema del buddhismo politico nei termini in cui li intende Bataille.

Il saggio di Eric Cazdyn compara e compendia la categoria buddhista di “illuminazione”, quella marxista di “rivoluzione” e quella psicoanalitica di “cura” giungendo alla conclusione che hanno una funzione simile.

Il saggio di Morton infine è un’esplorazione del fenomeno che l’autore chiama buddhafobia, una “paura del buddhismo” o meglio del nulla che caratterizza una delle principali ansie generate dalla modernità.

Questo volume è anche corredato poi da un glossario introduttivo dei termini buddhisti, compilato da Claire Villareal che aiuterà chi non ha dimestichezza con questi termini a seguire le argomentazioni e i dibattiti via via svolti. Traduzione di Andrea Libero Carbone.

Marcus Boon è scrittore, giornalista e professore di Inglese alla York University di Toronto. Eric Cazdyn è professore di Estetica e Politica presso la Uni-versity of Toronto; è anche regista e artista. Timothy Morton è titolare della cattedra “Rita Shea Guffey” di Letteratura Inglese alla Rice University di Houston in Texas.

:: La moglie del becchino di Frédéric Dard (Rizzoli 2024) a cura di Giulietta Iannone

29 agosto 2024

Celebre forse più per le inchieste umoristiche del commissario Sanantonio, Frédéric Dard è anche autore di una serie più che considerevole di romanzi noir che Rizzoli sta meritoriamente pubblicando in italiano tradotti da Elena Cappellini, tra cui l’ultimo La moglie del becchino (Le Pain Des Fossoyeurs, 1956). Protagonista di questo breve romanzo dove trionfa l’amour fou, è Blaise Delange, un parigino senza né arte né parte che si reca in provincia per rispondere a un’inserzione di lavoro da parte di una ditta di caucciù. Arriva tardi, il posto è già stato preso ma all’ufficio postale incontra una donna bellissima e melanconica e se ne innamora. La donna perde il portafogli e l’uomo in un rigurgito di coscienza e onestà, o forse solo per rivedere la donna, decide di non tenersi gli ottomila franchi che contiene, di cui avrebbe disperatamente bisogno, e di riconsegnare il portafogli. Così fa la conoscenza di Germaine Castain, infelice moglie di Achille Castain, il becchino del paese. Colpito da tanta onestà Castain decide di offrirgli un lavoro e così Blaise accetta rimanendo inevitabilmente invischiato nei segreti di quell’improbabile coppia. Dard ha un debole per le belle donne capaci di portare alla rovina uomini sentimentali e inevitabilmente ingenui seppure fondamentalmente poco onesti e anche in questa storia vediamo ripresentato questo schema seppure l’ironia e l’amarezza con cui Dard delinea caratteri e ambienti rende la lettura piacevole e scorrevole. I romanzi di Dard si leggono in fretta e questo non fa differenza. Abbiamo la provincia inquietante e sonnolenta, una coppia mal assortita, e l’ingenuo Blaise Delange come terzo incomodo, innamorato e poi amante di Germaine, la dark lady della storia, una ragazza giovane, bellissima, malinconica forse non raffinata ed elegante ma basta poco arrivata a Parigi per trasformarla in una vera bellezza. A ritroso poi ci si chiede se la bella Germaine ha davvero perso inavvertitamente il portafogli o è stato solo un ingegnoso e diabolico piano per catturare un ingenuo nella sua trappola. I noir non prevedono lieto fine, e anche questo non l’avrà ma è singolare vedere come Dard riesca a far sembrare tutto inevitabile, seppure l’ingiustizia del finale gridi vendetta. Particolare. Da segnalare soprattutto la scena nella tomba quando Blaise tenta di recuperare un cadavere, macabra e nello stesso tempo divertente.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi alla fine degli anni Quaranta e i 175 volumi della serie del commissario San-Antonio sono stati uno dei più grandi successi editoriali francesi della seconda metà del Novecento. Parallelamente, Dard ha scritto numerosi altri romanzi e racconti. Amico di Georges Simenon, come lui autore di una vastissima opera, Dard è considerato tra i più importanti esponenti del noir francese. Per Rizzoli sono usciti: Il montacarichi (2019), I bastardi vanno all’inferno (2021), Gli scellerati (2022), Prato all’inglese (2022) e Negli occhi di Marianne (2023).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

:: E cosy sia Antologia del Giallo Mondadori a cura di Patrizia Debicke

20 agosto 2024

Il cosy crime prende ufficialmente cittadinanza tra le pagine del Giallo Mondadori con “E cosy sia”, una raccolta di storie a tinte mystery dense di ironia. Una raccolta di dodici racconti scritti per divertimento da alcune tra le migliore penne italiane del settore.
E quindi largo in rigoroso ordine alfabetico ad Aicardi, Aloisi, Basso, Corciolani, Ingrosso, Morlupi, Paolacci, Pastori, Perna, Regina, Rinaldi, Ronco, Venditto, Venturini.
Con una copertina decisamente sfiziosa, un titolo stuzzicante, un’azzeccata prefazione di Alice Basso (ma se ne poteva dubitare?), dodici racconti destinati ai lettori, due dei quali affidati a coppie di autori , amorevolmente accuditi da Barbara Perna (la mamma, creatrice di Annabella Abbondante) che in più ci regala le sue interviste fatte agli scrittori e le loro brevi biografie. Mica male no?
Ciascuno meriterebbe magari un commento a sé, ma forse meglio lasciare un po’ di suspence in più e stringere, regalando solo qualche assaggino qua le là. Tanto per gradire.
Insomma comincio subito col dire onore al merito per averci risparmiato sangue a fiumi, angoscianti scene da incubo e orripilanti e minuziose descrizioni di delitti. La formula del cosy crime, infatti, fa volentieri a meno dei dettagli cruenti, della tensione o delle location in zone degradate caratteristiche del poliziesco noir. Beh certo direte ma un po’ di morti ci vogliono e anche degli assassini, meglio se da mettere in manette, quando necessario. Tranquilli ci saranno.
Una dimensione dunque il cosy crime tipica spesso delle piccole comunità e della vita di provincia, che si limita a fornire qualche informazione, senza indugiare nel torbido o in morbosi dettagli. Ma con le ambientazioni/scenografie volendo si può sbizzarrirsi e chiunque in teoria può indossare le vesti del detective . E quindi se il caso non ci si fa mancare il più classico vedi: questore, vicequestore, capitano della finanza, tenente dei carabinieri, ispettori e, se si va in trasferta in Francia, il lieutenant, e naturalmente per parità di genere sia al maschile che al femminile, ma anche e perché no chiunque altro, investigatori amatoriali, talvolta coinvolti loro malgrado dai loro conoscenti nella storia fino ad estreme conseguenze e costretti per forza a darsi da fare.
Vi consiglio caldamente di leggere sullo sciopero catanese delle marchette inserito con un salto indietro nel tempo nella Sicilia degli anni Sessanta liberamente tratta da una storia vera… Per poi scoprire come sia bello cambiare orizzonte di continuo, saltellando: da Catania, a Genova, a Roma, a Napoli, a Posillipo, a Bisceglie ecc…fino a Parigi pronti ad ammirare le scintillanti luci della Ville Lumière.. Il tutto, in compagnia di personaggi conosciuti e non, spostandovi con ogni mezzo, magari in crociera, una crociera dai risvolti imprevedibili in cui imparerete persino come può diventare facile liberarsi del peggior cascamorto e convinto seduttore presuntuoso. Sissignori vi muoverete tra discutibili situazioni familiari, personaggi particolari, discorsi spesso irreali ma, garantisco, non dimenticando mai il buon cibo legato alla tradizione, dal Nord alla Sicilia, e dunque tanta buona cucina trasformata spesso in ingrediente indispensabile della trama. Comunque sì, in “E cosy sia” si mangia bene. Anzi benissimo e volendo s’impara persino. Ma oibò detta cucina potrebbe servire, perché no? anche come mezzo per eliminare chi se lo merita. Ci sarebbero addirittura alcuni ingredienti che usati in un certo modo potrebbero diventare pericolosi. Eh già! Ma anche le cose più buone se si esagera.. Insomma ricorderete il detto : il troppo stroppia… Certo e può fare talmente male da uccidere?
E come non parlare dei gatti dai nomi parlanti legati a mostri sacri vedi: Nerouolf e (Mycroft Holmes fratello di Sherlock) della letteratura gialla. E che dire di rimandi ad altri classici del genere …Quali per esempio Assassinio sull’Orient Express. Liti e intrighi, amori, tradimenti, favole (il Mostro del Pantano)… Insomma troveremo un po’ di tutto in dodici storie costellate da indizi e tanta ironia da chi ci sa fare.
Ma non rilassatevi troppo: nonostante il tono leggero e l’ironia, il cosy crime non si risparmia quando si tratta di intrighi e colpi di scena!
Ecco comunque doverosamente a voi l’elenco dei racconti che compaiono nell’antologia:
• “Ultima cena a Parigi” di François Morlupi;
• “Peri Peri” di Maria Elisa Aloisi;
• “Vertigine” di Antonio Paolacci e Paola Ronco;
• “All inclusive” di Cristina Aicardi e Ferdinando Pastori;
• “Morte a km zero” di Nora Venturini;
• “Il Gatto, l’Astice e il Cammello” di Valeria Corciolani;
• “Il caso è risotto – Il giallo del risotto giallo” di Lucia Tilde Ingrosso;
• “La dieta è un delitto” di Serena Venditto;
• “Il Pescatore, il Professore e la Carne Jatta” di Patrizia Rinaldi;
• “Il mostro nel pantano” di Paolo Regina;
• “Cuore di mamma” di Alice Basso;
• “Cozze amare” di Barbara Perna.
Quindi ricapitoliamo : Antologia a cura di Barbara Perna, alla quale si deve anche l’introduzione “L’irresistibile leggerezza del cosy crime”, preceduta dalla prefazione di Alice Basso : “Piccolo manuale di sopravvivenza per amanti del cosy crime”.

:: Addio, Bocca di Rosa di Daniela Piazza (Laurana 2024) a cura di Patrizia Debicke

17 agosto 2024

Il clamore per la tragica vicenda di “La morte non ha rispetto” che aveva sconvolto nell’inverno Celle Ligure tranquilla e ridente cittadina balneare della Riviera di ponente balneare ,della provincia di Savona non si è ancora placato del tutto quando un nuovo caso, estivo stavolta, costringerà il maresciallo Talarico e la sua caparbia “collaboratrice” Annarita Rebagliati a lasciare da parte la lettura degli amati romanzi per andare a ficcare il naso tra i tanti segreti dei cellesi. Un ritorno quindi e un nuovo e imprevedibile caso da risolvere.
Ma partiamo dall’antefatto. Dicevamo Celle, piena estate e uno straordinario evento musicale, una serata organizzata nella piazzetta Raffaele Arecco, vicino al molo. Imperdibile occasione con come principale protagonista la Perfaber, una band che canta e bene cover di Fabrizio De André, amatissimo autore della signora Rebagliati e francamente amato e famoso in tutta Italia e altrove.
Ragion per cui, finita rapidamente la cena, non le resterà che spronare vivacemente la sua bella e intelligente giovane dama di compagnia ucraina per farsi aiutare a vestire con eleganza e uscire di casa prima possibile. Portando uno scialle, saranno anche più di trentacinque gradi, ma non si sa mai.
E a un tale evento non poteva certo mancare come spettatore il maresciallo Antonio Talarico, giovane, piacente e simpatico, arrivato in piazza sia per il piacere di ascoltare buona musica che per garantire ordine, controllo e sicurezza alla serata. Una serata speciale che a giudicare dalla folla in strada, nonostante la calura, stava richiamando oltre ai tanti foresti anche l’intera cittadina. E infatti lasciato al volante della gazzella il vicebrigadiere Carlo Marella, per controllare a distanza la situazione, si era avvicinato al palco.
Il gruppo musicale era di qualità, le canzoni di De Andrè, assolutamente incantatrici tanto che tutti i presenti apparivano rapiti dalla magia della musica e delle poetiche parole del celebre cantautore. Un incanto rotto solo brevemente dalla rumorosa entrata in scena della carrozzella della signora Rebagliati a mo’ di carro da guerra. Ma quando la band aveva intonato il popolarissimo brano Bocca di rosa, accompagnato da tutto il pubblico, sulle parole: “C’era un cartello giallo, con una scritta nera, diceva “addio bocca di rosa con te se ne parte la primavera”… era successo il patatrac. Una ragazza infatti, tale Alice Sanfilippo, arrivata con un folto gruppo di coetanei che si agitavano chiassosi si era accasciata al suolo mentre gli amici gridavano il suo nome. Immaginando un malore provocato dal caldo, la serata era afosa in modo quasi insopportabile, il maresciallo si era avvicinato, mentre la band smetteva di suonare e i militi della Croce Rossa si facevano largo per raccogliere la giovane donna e portarla al Pronto Soccorso . Tutti pensavano che potesse riprendersi ma invece la ragazza morirà addirittura prima di arrivare in ospedale.
A colpire la fantasia della stampa locale, naturalmente già la mattina dopo il fatto balzerà in prima pagina, saranno subito le analogie della vita e delle allegre abitudini della giovane morta, una ragazza molto libera senza legami fissi come la della protagonista di Bocca di rosa, la canzone che veniva eseguita proprio nello stesso momento del suo malore. Si tratta solo di una triste e fatale coincidenza o potrebbe trasformarsi in una accusa? Quale è stata la vera causa della morte di Alice? L’immediato referto medico dell’Ospedale di Savona darà come causa del malore fatale: sovraddosaggio da methil methylene dioxy amfetamina. Ovverosia Ectasy…Ragion per cui sarà indispensabile far intervenire l’antidroga.
La successiva autopsia evidenzierà poi che l’ectasy assunto dalla ragazza era associato a del metafentanyl detto anche Persiano Bianco. Insomma un porcheria all’ennesima potenza. Un mixer fatale. Nuove sostanze oltre la cocaina, fino ad allora lo spauracchio peggiore nella zona, si starebbero facendo largo sulla costa?
In una pletora di potenziali piste, di colpevoli forse improbabili e altri invece possibili, il maresciallo Talarico dovrà portare avanti la sua indagine e risolvere il caso barcamenandosi con le levate di testa della stravagante ma ingegnosa coppia formata da Annarita, padrona che rifiuta ostinatamente di restare fuori dall’inchiesta, e dalla sua riottosa badante…
Ma e soprattutto chinando la testa e destreggiandosi in qualche modo tra l’ira e le continue critiche, pressioni e levate di cappello del magistrato inquirente, il maresciallo dovrà riuscire a trovare il bandolo di un’intricata matassa sullo sfondo di una cittadina apparentemente paradisiaca ma ancora teatro di insospettabili misteri poi, senza farsi sopraffare, anzi coprendo in qualche modo persino le magagne del figlio del dottor Benzi, regalargli addirittura la soluzione del caso su un piatto d’argento assicurando l’omicida alla giustizia.
E ci riuscirà avvalendosi di appoggi inconfessabili, di strampalati intrighi, di apparentemente sconclusionate indagini e di sorprendenti scoperte, come quella sull’ identità di chi ha commesso il delitto, ardita tesi che funziona bene e rimanda i lettori a un indispensabile seguito. Insomma abbiamo un maresciallo del carabinieri da manuale, coadiuvato da un brigadiere locale che ci sa fare, una lucidissima signora Annarita che ama la cucina, la letteratura e si sente finalmente impegnata in qualcosa che la stuzzica abbastanza da farle usare gli apparecchi per l’udito , sostenuta dalla sua badante Elena, coltissima laureata ucraina, costretta dalla guerra nel suo paese ad accettare tutt’altro lavoro. Personaggi da commedia dell’arte molto ben inquadrati e gradevolmente sorretti da un canovaccio dai risvolti comico-mangerecci.
Un romanzo dunque “dove si legge molto e bene” e soprattutto, cosa che non guasta mai, si mangia benissimo.

Daniela Piazza (Savona, 1962) è laureata in Lettere, con specializzazione in Storia dell’Arte. Diplomata in pianoforte, è insegnante di Storia dell’Arte. Ha pubblicato articoli a soggetto storico-artistico prima di esordire con il fortunato romanzo storico Il tempio della luce, edito nel 2012 da Rizzoli e accolto con notevole interesse da stampa e lettori, a cui hanno fatto seguito L’enigma Michelangelo (Rizzoli, 2014), La musica del male (Rizzoli, 2019), Il tempo del giudizio (Rizzoli, 2022), Il bastardo (Altrevoci, 2022), La brigante (Altrevoci, 2023) e il poliziesco La morte non ha rispetto (Laurana, 2022), vincitore nella sezione inediti del Premio NebbiaGialla 2021.

:: La sentenza è morte di Antony Horowitz (Rizzoli 2024) a cura di Patrizia Debicke

27 luglio 2024

Secondo romanzo tradotto in italiano da Francesca Campisi della nuova serie che una volta di più conferma Horowitz, famoso scrittore britannico, come brillante rinnovatore della tradizione poliziesca anglosassone. Ben noto per la sua serie best seller di Alex Rider, con un colpo di scena/trucco di magia in un facsimile in chiave moderna dell’accoppiata dottor Watson, Sherlock Holmes si è trasformato nel coprotagonista della sua stessa storia…
Nel primo e precedente episodio infatti : ‘Detective in cerca di autore’ Daniel Hawthorne, ex detective e consulente degli studi televisivi per le serie poliziesche, con il quale Horowitz aveva già lavorato in passato , gli aveva chiesto di scrivere un romanzo per lui e con lui su un difficile caso da risolvere lavorando insieme. Un’ intrigante novità che aveva funzionato molto bene e dopo essere stata premiata dal pubblico con il successo, aveva regalato ai due eterogenei partner investigativi un succoso contratto letterario per altri due romanzi da scrivere insieme. Ma ci voleva una storia, insomma un nuovo delitto e doveva essere quello giusto. Per potersene servire.
E secondo Hawthorne il nuovo caso che ha per le mani dovrebbe esserlo, tanto che pur di proporlo subito a Horowitz riesce, arrivando in taxi, a fare irruzione sul set, addirittura sabotando le riprese di una scena televisiva ambientata nel 1946.
Stavolta la vittima dell’omicidio finora insoluto è l’avvocato divorzista Richard Pryce. Pryce è stato ucciso nella sua villa di Fitzroy Park e ritrovato la mattina dopo dalla domestica. L’assassino come prima cosa gli ha sfasciato in testa una bottiglia di vino da duemila sterline , poi gli ha piantato in gola il collo rotto di detta bottiglia, perforando con violenza la vena succlavia. Il vino, un esemplare costosissimo quasi introvabile di Chateau Lafite Rothchild di Pouillac del 1982 gli era stato regalata dal suo ultimo cliente, un imprenditore immobiliare, Adrian Lockwood, in occasione della conclusione del suo divorzio dalla scrittrice Akira Anno. La Anno , la settimana prima del delitto , aveva minacciato Pyrce in un ristorante e furibonda gli aveva versato un bicchiere di vino in testa. Insomma parrebbe la perfetta indiziata! Anche perché , sul muro della stanza dove è stato ritrovato il corpo dell’avvocato campeggia il numero 182, dipinto con vernice verde. Numero che richiama l’haiku 182, che fa parte della raccolta pubblicata da Akira.
E un altro particolare indicativo, le ultime parole dell’avvocato. “Tu che ci fai qui?” sentite pronunciare dal marito, Stephen Spencer al telefono con lui prima che cadesse la linea, durante la loro ultima telefonata interurbana alle otto di sera… . Quindi l’avvocato Pryce, soprannominato “rasoio” per la affilata capacità di risolvere i casi più complicati, generoso sostegno per Davina Richardson, vedova del suo caro amico perito anni prima per un tragico incidente speleologico nel nord dell’Inghilterra, uomo a prima vista senza nemici, è stato colpito a morte da qualcuno che conosceva bene e al quale aveva aperto la porta…
Nonostante le loro incompatibilità caratteriali, uomo scontroso e iracondo Hawthorne, decisamente più mite il famoso giallista, Horowitz sa bene che l’ex detective, al di là della sua tendenza a imprecare, riesce sempre a destreggiarsi. E pian piano, conoscendolo meglio, ha imparato ad apprezzarne i lati migliori, il suo eccezionale intuito e soprattutto lo straordinario istinto che gli permette di affrontare i casi più delicati. Quindi, benché non abbia tanta voglia di lavorare di nuovo con lui e, pur dubbioso accetta di affiancarlo in una seconda inchiesta per omicidio ritrovandosi in un battibaleno al centro di un’indagine che abbonda di sospettati con validi moventi ma con alibi addirittura inossidabili e per di più traboccante di segreti e ben presto si complicherà con un misterioso e coinvolgente ramificarsi delle indagini. In “La sentenza è morte” infatti oltre a diversi presunti colpevoli, salta fuori anche una sottotrama con un’altra strana morte che potrebbe essere sia un omicidio che un suicidio. E il morto era qualcuno che l’avvocato Pyrce conosceva.
Senza contare che bisogna barcamenarsi con il pessimo rapporto tra Hawthorne e la poliziotta ufficialmente incaricata delle indagini, la mascolina e sgradevole Cara Grunshaw che non sopporta la loro presenza, mette tutto il tempo e in ogni modo i bastoni tra le ruote e fa l’impossibile per tenerli lontano dalle indagini.
Un caso dunque decisamente arduo e difficile da dipanare.
Poi come se non bastasse in questo intreccio appassionante, dalle mille imprevedibili svolte inattese, ciascun personaggio sembra quasi che stia mentendo…
Una storia intrigante con due protagonisti, Hawthorne e Horowitz , tratteggiati tutto tondo e che si compensano egregiamente. Un storia diversa , insomma, speciale, che andando oltre il mixer di fatti e finzione, colloca ancora una volta Horowitz non solo nel ruolo di autore, ma anche di irrinunciabile personaggio della trama.
Un omicidio, pochi sospettati, una valanga di indizi ingannatori in un libro ispirato ai classici del passato, senza contare che nei suoi romanzi Horowitz, oltre a farci percepire la tangibile presenza dei padri del giallo britannico , ci regala anche una minuziosa e ben calibrata descrizione della Londra attuale, costringendoci a seguirlo nei quartieri alti, di Mayfair, Marylebone dove potrete realmente trovare la celebre libreria Daunt Books, Marylebone, 83-84 Marylebone High Street, London W1U 4QW.

Anthony Horowitz, tra gli scrittori più prolifici del Regno Unito, si destreggia egregiamente tra libri, serie tv, film, opere teatrali e giornalismo. È autore della serie bestseller Alex Rider, di cui ha seguito l’adattamento teatrale, e per la televisione ha prodotto la prima stagione dell’Ispettore Barnaby. Nel 2014 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’ordine dell’Impero britannico per i suoi meriti in campo letterario. Con Rizzoli ha pubblicato I delitti della gazza ladra, I delitti della bella di notte e Detective in cerca d’autore.

:: Notte Isterica, Miran Bax (Morellini editore,2024) A cura di Viviana Filippini

24 luglio 2024

“Una notte isterica, dove tutti sono andati via di testa senza nemmeno un motivo, spingendo le loro azioni al limite della follia. Forse tutti la ricorderanno come la notte dei fuochi, io me la ricorderò per il suo odore di bruciato”. Si chiama “Notte isterica” il nuovo romanzo di Miran Bax (all’anagrafe Massimo Anania), edito da Morellini, nel quale convivono diversi generi letterari che vanno dal giallo, alla sociologia con sfumature psicologiche. La vicenda narrata prende spunto da un fatto di cronaca accaduto qualche anno fa a Torino (era il 2011) e l’autore ci mette una buona dose della sua creatività per una vicenda avvincente, che riflette sulla società contemporanea. Tutto parte da un incendio in un campo Rom dalle conseguenze inaspettate, tragiche e attorno al quale ci sono tante domande: sarà casuale o ci sarà la mano di qualcuno? Il romanzo cerca di ricostruire la storia, lo sfondo socio culturale dove si muovono i diversi personaggi presenti all’interno della narrazione per capire come e dove è nato il tutto. Attorno ad esso si muovono i vari personaggi direttamente o no coinvolti nell’agghiacciante fatto. Per esempio c’è Debora, un’adolescente con qualche problema psichico, ma anche tante paure che la rendono fragile e insicura in ogni azione che deve compiere. Lei però, così chiusa in se stessa,  riesce a trovare un appiglio, una sorta di ancora di salvezza, in Steve. Lui, albanese di origine, comprende bene cosa vuol dire sentirsi diversi, esclusi e stranieri, perché non è italiano, ma arriva da un altro luogo e cultura. Poi ci sono Mara, sedicenne che perde la testa e si innamora di Giuseppe. Tra i due è passione folle, fino a quando non metterà lo zampino Giacomo, il fratello della ragazzina, che quella relazione non la tollera proprio e sarà pronto a tutto, anche all’impensabile, per mettervi la parola fine.  Miran Bax utilizza una scrittura fluida che trascina il lettore dentro le vite dei protagonisti, facendone conoscere le sfumature emotive e i loro tormenti. Sì perché questi giovani con l’animo minato da timori e insicurezze, sono alla ricerca di qualcosa -o qualcuno- che dia loro pace, solo che non è facile trovare questa isola di tranquillità. Sono ragazzi e ragazze soli, e questa solitudine a volte li travolge e annienta, perché  nessuno sembra essere in grado (o vuole) aiutarli. Il mondo che li circonda è cupo, disattento e sordo ai loro bisogni, tanto è vero che gli adulti (genitori e docenti per esempio) che dovrebbero -e potrebbero- essere dei punti di riferimento per questa gioventù, appaiono come un mondo a se stante, lontano, travolto dai propri problemi e spesso troppo fagocitato dal lavoro per rendersi conto di quello che sta accadendo nel prorpio mondo famigliare. “Notte isterica” però è un libro dove il tema del “diverso” è presente in una società contemporanea che parla di includere, ma che fatica a farlo in modo costante, perché si percepisce verso coloro che sono etichettati come “diversi” il timore e la volontà di tenere le distanze. C’è il diverso perché è malato, il diverso che appartiene ad un’ altra cultura, il diverso che è tale perché messo ai margini della società e il diverso che fa paura e che incute sospetto a tal punto da dover esser punito in modo completo per questa sua diversità. Il libro di Miran Bax è un romanzo che a tratti può sembrare crudo ma, allo stesso tempo, è una sguardo lucido e attento sulla società contemporanea e sulle contraddizioni e pregiudizi in essa presenti. Allo stesso tempo “Notte isterica” è una storia che invita il lettore a riflettere sui fatti narrati, sui tormenti dei protagonisti, per provare a comprenderli e per tentare di capire come orientarsi nel mondo di oggi e del domani, senza cadere negli stessi errori di sempre.

Miran Bax, all’anagrafe Massimo Ananania nasce a Torino nel 1975. Nel 2018 pubblica il romanzo “Autopstop per la notte” (Miraggio edizioni) finalista al Premio “Prunola” nel 2019 e con menzione d’onore nel 2021 al premio “Tre colori”. Nel 2020 esce “Tutto l’amore che manca” (Miraggi edizioni) e nel 2021 e 2023 vince il premio letterario “Raccontami in 25 parole”.

Source: Ufficio stampa Comunicazione1A e autore.

:: Delitto al Palatino di Andrea Frediani Newton Compton a cura di Patrizia Debicke

18 luglio 2024

Nell’aprile del 357 d.C. l’Urbe, da tempo trascurata dagli imperatori che hanno stabilito la loro principale residenza a Costantinopoli a torna improvvisamente al centro della scena.
Costanzo II, Flavio Giulio Costanzo, secondogenito di Costantino il Grande, (e ormai tra i pochissimi superstiti tra i successori con il cugino Giuliano, dopo l’ eliminazione di tutti i membri della famiglia) è arrivato a Roma per celebrare i suoi vent’anni di regno.
Un corteo trionfale sta sfilando attraverso l’Urbe, con alla testa l’imperatore, seguito dal suo esercito in formazione da battaglia. Uno spettacolo esaltante per gli sguardi della gente accalcata lungo le strade, intenta ad ammirare sbalordita il fastoso spettacolo di quei soldati, quasi un tutt’uno con i cavalli paragonabili a statue equestri come quella di Marc’Aurelio sul Campidoglio ma vivi e imponenti con le scaglie lamellari delle loro armature esaltate dalla luce del sole, che passavano davanti a loro.
Alla trionfale parata sono presenti anche Quinto Aurelio Simmaco, figlio dell’ex prefetto dell’Annona e Livia, sua amica da sempre e da tempo sua promessa sposa, solo di recente convertitasi al cristianesimo, cosa che l’ha resa determinata e spavalda, accompagnati e protetti dal goto Wolfram, cliente del padre di Simmaco.
Ma in mezzo alla folla si fa largo faticosamente Plotina. Matrona cristiana, ma aristocratica di alto rango decisa ad avvicinarsi e a parlare, pur in mezzo a quella marea umana con il prefetto dell’Urbe: Memmio Vitrasio Orfito. Plotina vuole denunciare: una violenza, un sopruso, una vergogna” ai suoi danni . Vettio Sossiano, stimato senatore pagano, avrebbe abusato di lei. Il prefetto nicchia, fatica a crederle e ritiene che si tratti invece di una relazione finita male. Anche per una patrizia non è facile far valere le proprie ragioni in quanto donna. E sappiamo bene che ci vorranno secoli per arrivarci in qualche modo. Ma Plotina in quanto cristiana e votata alla castità denuncia Vettio di averla aggredita, stuprandola per punirla di essersi convertita.
Dato il momento e la situazione, il prefetto dell’Urbe, da tempo alle prese con le continue contese religiose tra pagani e cristiani divisi fanaticamente in fazioni, chiede alla donna di soprassedere. Almeno in quell’occasione bisognerebbe che tutto filasse liscio.
Ma non è cosa facile perché proprio un momento dopo Rusticiana, figlia di Memmio Vitrasio Orfito , trascinata via dalla folla si troverà spaventata e sballottata in mezzo a un tumulto di energumeni e ad accorgersi del pericolo e correre per darle aiuto e protezione sarà il giovane Quinto Aurelio Simmaco, seguito da Livia e dal goto. Ma prima che possano riaccompagnare Rusticiana vicino alla sua famiglia, Simmaco pare molto disponibile nei suoi confronti e Livia un po’ gelosa, all’improvviso sentiranno un grido di terrore seguito da un secondo e da un altro, ancora. Le grida provengono dai margini di una domus che parrebbe abbandonata, un uomo è a terra circondato da persone spaventate. E , fatti pochi passi in quella direzione, vedranno meglio che l’uomo sdraiato è supino e ricoperto di sangue. E proprio sul suo petto si distingue chiaramente inciso con una lama, un pugnale probabilmente, un simbolo Il Chi Rho.
Il segno del Cristo.
Ma il monogramma è sbagliato: la P (rho) è incisa al contrario, con il semicerchio a sinistra invece che a destra. Perché? Uno spregio?
Comunque, sia Rusticiana che altri tra i presenti sono stati diretti testimoni poco prima di una lite furibonda tra il morto, che si chiamava Prisco, un abbiente mercante, con appalti in Egitto, ed era anche il maggior sovvenzionatore della Chiesa Ariana a Roma e il patrizio pagano Vettio Sossiano, il nemico di Plotina, da lei accusato di stupro. E le prime indagini consentiranno di appurare che i due già in passato si erano scontrati , sempre per motivi religiosi.
Ragion per cui Vettio, subito accusato dell’omicidio, verrà arrestato e messo sotto custodia nella domus del prefetto.
L’imperatore, personaggio emblematico e convinto sostenitore della dottrina ariana, dichiara furibondo che Roma non merita più la tolleranza religiosa di cui sta godendo da più di vent’anni . Se Vettio risulterà colpevole, farà chiudere tutti i templi e vietare ogni sacrificio agli dei.
Concede tuttavia due giorni al prefetto Memmio Vitrasio Orfito per sbrogliare il caso, poi , se non sarà emerso qualcosa di preciso a discarico dell’imputato, questi verrà direttamente sottoposto a processo nel foro, e niente potrà più salvarlo.
Un ultimatum che getta la città nel caos. Insomma le conseguenze di un brutale delitto possono definitivamente stravolgere il precario equilibrio religioso di una Roma da tempo divisa tra pagani e cristiani poi addirittura appartenenti a due diverse confessioni in contrasto tra loro: ariani e cattolici.
Ma l’indagine non decollerà fino a quando coraggiosamente il giovane Quinto Aurelio Simmaco, figlio ed erede di una delle famiglie aristocratiche pagane più in vista della città pur in disaccordo con il padre che sogna per lui un futuro nel senato o da principe del foro sulla scia di Cicerone, se ne farà carico. Il giovane che cerca di districarsi tra tradizione e cambiamento è convinto che sia il fato a imporgli quella missione.
E da solo, ma con l’aiuto di Wolfram l’enorme goto, un povero emigrato in cerca di guadagno e cibo in cambio della sua prestanza fisica e della nobile Livia, sua promessa sposa, resa più sicura e disinvolta dalla nuova coscienza di cristiana , un ben strano trio, affronterà ostacoli rischiosi pericoli e una corsa contro il tempo, per tentare di salvare l’onore dei pagani di Roma e, con esso, la tradizione che l’ aveva resa, capitale di un impero grande e invincibile.
Dal Palatino i tre varcheranno insieme il muro voluto da Augusto per dividere il resto dell’Urbe dalla Suburra, la valle compresa tra i colli Viminale, Quirinale ed Esquilino. Seguendo una labile traccia per entrare in quella parte di Roma dove si trovano le fulloniche, le vasche per il lavaggio e la spremitura dei panni, dove gli operai pestavano i panni da lavare a piedi nudi, immersi in una soluzione di acqua, soda e urina raccolta nelle latrine.
E insieme, nell’arco di appena quarantotto ore, riusciranno a scoprire la complessa e crudele macchinazione ordita dietro a quel caso. E sarà proprio il tribunale o meglio il foro che darà a Simmaco la possibilità di cimentarsi davanti a un giudice, in questo caso all’imperatore in persona, offrendogli con la sua prima arringa il risultato dell’ indagine .
Un bel romanzo storico in cui Andrea Frediani riesce a ricreare con la tumultuosa atmosfera di una Roma in preda al caos, offrendo contemporaneamente un minuzioso affresco di una città, in balia di complesse realtà sociali e religiose, vessata dalle lotte tra due avverse fazioni: cristiani e seguaci degli antichi dei, senza distinzione di classi sociali.
Un romanzo in cui Andrea Frediani, con il pretesto di un’articolata indagine su un omicidio apparentemente causato da conflitti religiosi, muove motivate e giuste critiche ai cristiani del 357 d.C. già eccessivamente integralisti , all’ alba del loro legittimazione religiosa , come poi lo sono rimasti per troppo tempo fino ben pochi decenni fa.

Andrea Frediani, è nato a Roma nel 1963. Divulgatore storico tra i più noti d’Italia, ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi e romanzi storici, tra i quali: Jerusalem; Un eroe per l’impero romano; la trilogia Dictator (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Marathon; La dinastia; 300 guerrieri; 300. Nascita di un impero; I 300 di Roma; Missione impossibile; L’enigma del gesuita. Ha firmato le serie Gli invincibili e Roma Caput Mundi; i thriller storici Il custode dei 99 manoscritti e La spia dei Borgia; Lo chiamavano Gladiatore, con Massimo Lugli; Il cospiratore; La guerra infinita; Il bibliotecario di Auschwitz; la Invasion Saga (I tre cavalieri di Roma, Attacco all’impero e I traditori dell’impero); I Lupi di Roma; L’ultimo soldato di Mussolini; Le Williams, con Matteo Renzoni, L’eroe di Atene, Il nazista che visse due volte, Il dio della guerra e Napoleone. Le sue opere sono state tradotte in tutto il mondo. Il suo sito è http://www.andreafrediani.it

:: “La Santissima Vergine Maria. Figlia, sorella e regina degli angeli”(Edizioni Segno) di Marcello Stanzione, a cura di Daniela Distefano

13 luglio 2024

E’ stato il Beato Bartolo Longo a rivelare come Iddio, dopo aver creato gli Angeli, manifestò ad essi il Mistero della Incarnazione del Verbo nel seno di una Donna singolare, l’Immacolata. Per questo, fu ordinato loro di onorare e venerare la Madre di Gesù Uomo-Dio, quale Regina e Signora.

San Michele, umile e fedele a Dio, guidò l’esercito degli Angeli buoni. E apparve nel Cielo un vessillo, il “signum magnum” descritto da San Giovanni, cioè Donna ammantata di sole, con il capo inghirlandato di dodici stelle, e la luna tenuta sotto i suoi piedi.

Quale meraviglia contemplare un istante l’anima umana di Maria dove non vi fu mai né disordine, né imperfezione, né colpa, né preoccupazioni mondane o frivole, ma solamente l’adorazione, l’amore e l’unione a Dio in una preghiera di tutti i momenti, poiché, pregare, è pensare a Dio amandolo come diceva Tommaso d’Aquino. E questa purezza dell’anima traspariva sul suo corpo. Quanto doveva essere bella Maria! Quanto è bella la nostra Mamma del Cielo!

E quanto è Buona Maria Santissima, ragione della nostra esistenza.

Maria d’Agreda afferma che la Beata Vergine nutriva un grande amore per gli uomini e che questo amore era una delle principali grazie ch’ella riceveva in preparazione dell’Incarnazione, affinché Nostro Signore, come uomo potesse ricevere questa qualità da sua Madre per eredità, per trasmissione.

La Madonna, poi, è stata messa a parte e al di sopra di tutte le creature anche a causa delle sue sofferenze. E questo è il mistero della “Compassione di Maria”.

Le anime che sono più unite a Gesù Cristo, che le sono più care, Egli le inizia più perfettamente alle sue sofferenze con la conoscenza ch’esse ne hanno e con la comunicazione che Gesù fa loro. Si comprende allora il ruolo delle anime tutte date a Dio, come “Vittime d’Amore” per il riscatto del mondo, si comprendono le sofferenze straordinarie da parte dei grandi mistici, le stimmate… E’ dunque nel dolore che Maria diede alla luce i suoi altri figli, sul Calvario, adottando come Figli i membri del Corpo Mistico di Gesù Cristo.

Ma come possono gli uomini afflitti per i loro peccati andare in Cielo? Per mezzo di Santa Maria degli Angeli. Ad imitazione di San Francesco, possiamo anche noi chiedere alla Regina degli Angeli di renderci più attenti e sensibili alle ispirazioni di questi spiriti angelici, a cominciare da quelle del nostro personale angelo custode. Potremmo ugualmente pregare più sovente gli angeli, poiché possono aiutarci ad amare meglio e servire il loro Re e la loro Regina, che sono anche i nostri. Potessimo noi salutare la Vergine con le nostre Ave Maria quotidiane come l’Arcangelo Gabriele lo fece la prima volta a Nazareth oltre duemila anni fa.

Il Beato – e a breve Santo – Carlo Acutis fu un ragazzo devoto di Maria e degli Angeli. Ogni giorno recitava il rosario in onore della Vergine. I suoi compagni sono concordi nell’affermare che Carlo è stato un vero annunciatore di Gesù e testimone del Vangelo spesso parlava del rischio di potersi perdere con il peccato mortale nella dannazione eterna. Prima di affrontare il supplizio della malattia dichiarò: “Offro tutte le sofferenze che dovrò patire al Signore per il Papa e per la Chiesa…e per andare diritto in cielo”. Stroncato da un’emorragia cerebrale, morì il 12 ottobre 2006 a 15 anni.

Concludo dicendo che il testo di Marcello Stanzione, godibilissimo, è impreziosito da citazioni e preghiere a Maria, Regina degli Angeli.

Ecco una citazione di San Bonaventura: “Vi è una nuova beatitudine da aggiungere a quelle che sono state proclamate da Nostro Signore, è questa: ‘Beati quelli che si sono confidati alla Santa Vergine, il loro nome è iscritto nel Libro della vita’”.

La Nona Beatitudine – Con la tua santa Verginità e la tua Immacolata Concezione, o Vergine purissima e Regina degli Angeli, ottieni che il mio corpo e la mia anima siano purificati. Amen. Gli Angeli hanno ammirato questo sublime mistero dell’Immacolata Concezione, tutto l’inferno ha fremuto, e la Vergine Madre, come un’aurora brillante, è venuta ad illuminare quelli che erano nelle tenebre della morte. Io ti benedico e ti venero, o Maria, voi che siete la Gioia degli Angeli, la Consolazione degli afflitti ed il Giardino delle delizie dello Spirito Santo. Amen.

Per San Luigi Grignion di Monfort, “L’Ave Maria è una rosa vermiglia che si presenta a Maria, è una perla preziosa che le si offre, è una coppa di nettare che le si dona”.

:: Un affare balcanico di Diego Zandel (Voland 2024) di Patrizia Debicke

9 luglio 2024

Fine aprile 1997. Dopo una sfibrante trattativa Telecom Italia (con la greca OTE) acquisisce il 49 per cento delle azioni di Telekom Serbia. L’importante transazione economica , in cui verranno coinvolti i servizi segreti dei due paesi, verrà appoggiato da strani personaggi, detti i “facilitatori”, collegati al presidente serbo Slobodan Milošević.
L’azienda italiana dovrà sborsare una somma quasi astronomica : 1.500 milioni di marchi tedeschi che per le difficoltà legate all’insolvenza della Serbia verso numerose banche europee Milošević reclamerà in contanti e, parzialmente, gli saranno fatti pervenire in diciotto sacchi di juta delle Poste serbe a bordo di un jet privato.
Erano tempi speciali quelli di più di trent’anni fa quando, in occasione dei campionati mondiali di calcio del 90, vinti dalla Germania, svoltisi in Italia e con la squadra di giovani azzurri qualificatisi al terzo posto, Telecom Italia aveva regalato ai giornalisti italiani presenti ben mille telefonini. Erano regalie acquisite come “normalità”, fatte per accattivarsi la stampa e all’ordine del giorno per i giornalisti economici e i loro parenti o amici, tifosi delle due diverse squadre della capitale che ogni settimana ricevevano in dono biglietti gratuiti in tribuna per assistere alle partite.
Tempi elastici di mazzette a gogò che parevano ancora da prima repubblica.
Diego Zandell si ispira con il suo romanzo Un affare balcanico, un bel mixer di giallo/spionaggio avventura, a quell’inquietante accordo e visto che all’epoca (fine anni 90) era effettivamente responsabile della Stampa Aziendale di Telecom Italia, mischiando sapientemente realtà e finzione, passa il testimone della storia a un suo ideale alter ego di fantasia, il dottor Guido Lednaz come lui di origine fiumane. Anticipiamo la ghiotta informazione utile che il dottor Lebnaz, esule fiumane durante le estati passate a Fiume (ormai jugoslava ) in casa dei nonni materni aveva là imparato a parlare serbo croato.
E un bel giorno detto dottor Lednaz, redattore lui e come l’amico e collega Stefano assegnati alle Relazioni esterne della Stampa Aziendale per la Telecom, (organo destinato alla mensile beatificazione dei successi dell’azienda) , dopo aver ascoltato per caso attraverso la sottile parete che divideva la toilette della società dalla sala di attesa, sarà testimone di una scottante conversazione proprio in serbo croato. Nella stanza vicina infatti due tizi, convinti di non essere compresi, discutono nella loro lingua di onerose condizioni per addivenire alla positiva conclusione dell’affare. E i due sono attesi dall’AD in persona, il dottor Capurso. La curiosità che costringe Lebnatz a indagare, individuando facilmente l’identità dei due serbi, molto ben ammanicati in Italia e addirittura scoprire che uno di loro è il console onorario della Serbia mentre l’altro è addirittura il patron di una squadra calcistica di Compobasso, lo porterà solo in virtù della conoscenza della lingua a una rapida carriera aziendale ovverosia, a ritrovarsi meno di una settimana dopo a far parte dello staff dell’Aministratore delegato alle dirette dipendenze del Responsabile Relazioni Internazionali Ingegner Gobetti e caricato su un aereo per la Serbia.
A questo punto non si può spoilerare tanto ma si può dire che il dottor Lednaz, da buon padre di famiglia (mogli e tre figli) che lavorava in un ufficetto fuori dalle stanze che contavano nella sede storica di Telecom Italia di Roma, volente o nolente, con la promessa di soldi facili e una promozione verrà imbarcato nella delicata e intricata vicenda di Telekom Serbia. Una vicenda che contempla il controllo della società , ceduta all’Italia da Milosevic, allora premier serbo, poco prima della guerra in Kosovo e già con l’acqua alla gola e talmente indebitato da non riuscire a pagare le pensioni, gli stipendi e le bollette per le forniture nel paese del gas russo.
E Lednatz senza essere preparato, vuoi per fortuna vuoi per caso ,dovrà riuscire a cavarsela in un avventuroso intrigo internazionale, districandosi persino tra ingombranti personaggi: quali il crudele comandante Željko Ražnatović molto più noto nelle cronache di guerra come il comandante Arkan, tra pericolose donne patriote doppiogiochiste , autisti innamorati, sorveglianti drogati, orsi ballerini e le sterili raffiche di kalashnikov.
Con un romanzo intrigante, Diego Zandel ci riporta a una pagina scura della cronaca italiana, ricordando la situazione e i risvolti politici dell’ormai dimenticato affare Telecom Serbia.
Una storia che si allarga ironicamente con ampie descrizioni a ricevimenti enogastronomici e festeggiamenti balcanici con orsi ballerini e splendide cantanti serbe in stile Kusturica, il famoso regista bosniaco, e con una ipotesi fantastica, che si può sommare alle tante altre sull’affare Telecon Serbia venute a galla durante i lavori della solita apposita commissione parlamentare di inchiesta che regolarmente si svolse e naturalmente si concluse nel nulla.
Con la boccata d’aria dei soldi offerti dalla vendita a Telecom Italia del loro gestore telefonico pubblico, la Serbia continuò invece la sua folle corsa verso le pulizie etniche e allo scontro con la NATO, in cui anche gli aerei italiani bombardarono le installazioni telefoniche pagate molto salate dallo Stato italiano, allora ancora il proprietario di Telecom Italia.

Diego Zandel, figlio di esuli fiumani, è nato nel campo profughi di Servigliano nel 1948. Ha all’attivo una ventina di romanzi, tra i quali Massacro per un presidente (Mondadori 1981), Una storia istriana (Rusconi 1987), I confini dell’odio (Aragno 2002, Gammarò 2022), Il fratello greco (Hacca 2010), I testimoni muti (Mursia 2011). Esperto di Balcani, è anche uno degli autori del docufilm Hotel Sarajevo, prodotto da Clipper Media e Rai Cinema (2022).

:: Il castagno dei cento cavalli di Cristina Cassar Scalia (Einaudi 2024) a cura di Valerio Calzolaio

9 luglio 2024

Catania (con indispensabili puntate nell’area metropolitana del capoluogo regionale). Giugno 2017. Quella festa repubblicana del 2 giugno è giorno lavorativo per l’agente del Corpo forestale Sandra Bellini e l’ispettore naturalista Luigi Spechis, da ore fanno su e giù per il versante orientale dell’Etna appresso a varie emergenze, ora un incendio (ben affrontato dalla specifica squadra) che lambisce il territorio di Sant’Alfio, proprio vicino al maestoso castagno dei cento cavalli, verso il quale scendono per una ricognizione, casualmente trovando un macabro cadavere. Si tratta di una donna nuda e attempata, le mani amputate appoggiate sul ventre, a sua volta squarciato in basso da un lungo taglio trasversale che corre da fianco a fianco; i piedi, anche quelli recisi, conficcati sul terreno; il resto del corpo ricoperto di tagli, più o meno grandi, più o meno profondi. Ricostruiscono che prima è stata strangolata, probabilmente altrove; poi portata lì e ridotta così. Faticosamente scoprono che si tratta della 65enne Anna Collesano residente ora a Piedimonte Etneo, nata però a Castelbuono, non lontano da Palermo, vissuta là come infermiera moglie del chirurgo e poi trasferitasi cambiando vita, nuovo nome e nuova vita, un labirinto di domande in sospeso. Aveva un vicino saltuario compagno ma stenta a emergere un qualche movente dell’omicidio e della scena successiva al crimine. La 40enne palermitana Giovanna Vanina Guarrasi, poliziotta vicequestore aggiunto, quel giorno stava riaccompagnando a Palermo la sorella 23enne Costanza Cocò Calderaro (differente padre e stessa madre, lei risposatasi dopo essere restata tragicamente vedova), Castelbuono era del resto il paese dei propri nonni paterni. Deve prendere di petto il nuovo efferato delitto, casi lasciati in sospeso negli anni Settanta e Novanta, violenze e vendette, scavando nel passato con tutta l’affiatata squadra.

La brava medica oftalmologa Cristina Cassar Scalia (Noto, 1977) continua a scrivere bei gialli, la notevole serie di Vanina va a gonfie vele. Nel 2023 sono usciti due romanzi, un prequel (ambientato nel 2015) e l’ottavo (aprile), questo è il nono di inizio estate, sequel delle precedenti avventure, che si svolgono tutte a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, fra il 2016 e il 2017 (molto prima della pandemia). Il luogo cruciale scelto questa volta è un sito Unesco dal 2008, con tre tronchi e l’immenso cappello fitto di rami (verdi a giugno) e affascinanti leggende connesse, “monumento messaggero di pace nel mondo”. L’intreccio è originale e avvincente, tornano ovviamente i consueti personaggi coprotagonisti, dall’83enne commissario in pensione Biagio Patanè (alle prese con recenti malesseri della moglie) all’esperto bell’ispettore Carmelo Spanò (stufo di essere da qualche mese l’amante della ex moglie), da Cocò che è appena fuggita inspiegabilmente dall’imminente matrimonio, all’avvocata Maria Giulia Giuli De Rosa, forse innamorata del giornalista compagno del caro dolce sensibile medico legale, tutti grandi amici. La narrazione come di consueto è in terza al passato, fissa (quasi) su Vanina (e incursioni su Patanè). Dopo aver lasciato Palermo cinque anni prima (con indagini che pure continuano su bande mafiose) e trascorso tre anni a Milano con una promozione sul campo, da oltre un paio d’anni la tenace, attraente e decisa protagonista è tornata sull’isola, a Catania, dura temuta dirigente della sezione Reati contro la persona, e molti la vorrebbero alla sezione Criminalità organizzata. Lei è soddisfatta del lavoro e della squadra formale e informale che guida. Gira sempre con la pistola, preserva fondente nei cassetti, fuma Gauloises come una turca, ama vecchi film, ingozza dolci e altre specialità. Si va riconsolidando anche il rapporto con l’amato magistrato palermitano Paolo Malfitano, pur se si è ben sistemata in una casetta alle pendici dell’Etna, a Santo Stefano, un’oasi di pace all’interno di una proprietà più grande, circondata da giardino e agrumeto, con l’edificio principale abitato dalla padrona di casa, la materna amabilissima 76enne vedova Bettina, originaria di Ragusa e brava solidale cuoca. Quelli che amiamo, colleghi, parenti, magistrati e magistrate, amici e amiche, ci sono tutti: come ben sanno gli editori (almeno dai tempi di Holmes e Conan Doyle), ogni nuova avventura di personaggi seriali è per il lettore una sorta di ritorno in famiglia. Speciale il Nerello Mascalese di mineralità vulcanica.

Cristina Cassar Scalia è originaria di Noto. Medico oftalmologo, vive e lavora a Catania. Ha raggiunto il successo con i romanzi Sabbia nera (2018 e 2019), La logica della lampara (2019 e 2020), La salita dei Saponari (2020 e 2021), L’uomo del porto (2021 e 2022), Il talento del cappellano (2021 e 2022), La carrozza della Santa (2022 e 2023), Il Re del gelato (2023), La banda dei carusi (2023) e Il Castagno dei cento cavalli (2024) – tutti pubblicati da Einaudi – che hanno come protagonista il vicequestore Vanina Guarrasi; da questi libri, venduti anche all’estero, è stata realizzata una serie tv. Con Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020).

:: Alba tragica di Paola Varalli (Todaro, 2024) a cura di Patrizia Debicke

4 luglio 2024

Tornano i quarantenni e poco più protagonisti di “Tira mòlla e messèda”: il terzetto formato dal bravo e onesto idraulico Pino dell’acume sopraffino, il prestante e virile gommista Mario detto Marietto , da Viliam (rigorosamente con la V) il barista al bancone del bar figlio di Socrate bravo e irresistibile cuoco e la loro erculea amica Eddy, diminuitivo di leggasi: Edmonda de Amicis, di professione buttafuori in un locale notturno .
La nuova squadra di personaggi della Varalli , ritornano in pista più pimpanti, irresistibili e disincantati che mai e il romanzo è ambientato nella stessa cornice : Milano anni Ottanta e più in particolare nel Bar William, zona Paolo Sarpi, ormai colonizzata dai cinesi che allarga fino a via Canonica, e a via Piero della Francesca, luogo delle loro quotidiane riunioni.
Favolosi anni quelli in cui si credeva ancora, soprattutto nella Milano da bere, che il meglio dovesse venire. Anni in cui ancora si chiacchierava consumando un paio di “biciclette” al bar. Traduco : aperitivi di quei bei tempi, a base di bianchino o spruzzato accompagnati da due olive e quattro patatine. Una città molto meno conosciuta e che bisogna saper spiegare bene , per chi non è nato e cresciuto milanese..
Ma torniamo a noi, ad Alba tragica e dunque per chiarezza ripartiamo da capo. Da un prologo antefatto avvenuto a un alba di metà giugno del 1980 al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Autonomo. Quando un’ambulanza porta a sirene spiegate una quarantaduenne vittima di un incidente stradale. Per salvarla serve un’immediata trasfusione. In sala d’attesa affidata a un vigile urbano, è seduta figlia la undicenne … Ma accadrà qualcosa di tragico.
Qualche anno dopo, Alba Tremonti, appena assunta come lavorante apprendista dello Studio GraficheINdue, aspetta il turno in tipografia, mentre le sue “cape”, Giovanna e Agnese, – grafiche pubblicitarie, ma anche art director, copywriter e donne delle pulizie che possiedono una gatta bianco e nero detta Helvetica Light (come il carattere tipografico più utilizzato) – , si sono appena accorte che ha portato a stampare il lavoro sbagliato sperando di fare ancora in tempo a fermarla. Lei , bassetta grassoccia sempre distratta che non ne fa mai una giusta, si è ormai guadagnata il soprannome di Alba Tragica. E stanno scherzando, su di lei, su quanto sia imbranata, persino Marietto e Pino al Bar William. Oddio Pino l’idraulico, scherza un po’ meno. Si è invaghito infatti della dolce infermiera Ornella: peccato che lei, dopo aver chiesto a Viliam sue notizie si sia allontanata per poi svanire nel nulla, anche se a conti fatti parrebbe non per sua volontà… Infatti passato a chiedere notizie in ospedale saprà dalle colleghe che è stata costretta ad allontanarsi per andare in soccorso di una zia malata.
Ma questo allontanamento di Ornella, condito di assoluto silenzio che si prolunga un po’ troppo e par voler assumere contorni più foschi, finirà con mettere in apprensione Pino. Poco convinto si morde le mani e fa mille congetture. Ragion per cui, dopo avere allargato il raggio delle indagini, anche a Eddy che, messa al corrente, ha trovato informazioni sul luogo di residenza dell’inferma zia dell’Ornella, a Pino e Marietto, Eddy è impegnata e Viliam consegnato dal padre al bar, non resta che andare a cercarla a Bologna, non la goduriosa capitale emiliana ma una frazione di Perledo, in provincia di Lecco, sopra il lago di Como, in una baita sperduta ma con una posizione al bacio e una spettacolare vista sul lago e sulle montagne che lo circondano. Ma la zia di Ornella non l’ha mai vista e anzi impensierita consegna a Pino quanto sua nipote le aveva chiesto in caso di sua sparizione e cioè un’inserzione da mettere a Milano sul giornale del quartiere con scritta una frase apparentemente senza senso. Sarà un codice? Parrebbe e bisogna assolutamente trovare il modo di decifrarlo.
Ma i nostri del Borgh di Ortolan sono o non sono i detectives del Bar William? Ci riusciranno e non basta perché sapetelo che in questa loro seconda avventura, densa di colpi di scena, dovranno confrontarsi con non una ma addirittura con due sparizioni. La faccenda è grave perché più di qualcuno minacciosamente tornato dal passato è ricomparso all’orizzonte.
Un altro divertente romanzo corale di Paola Varalli con interpreti e comparse che rimandano alla Commedia all’italiana. Nelle pagine di Alba tragica troviamo infatti : il portinaio Renato Curaluscio (nomen omen), l’infermiera Edera Avvinta e il ricolo ma salvifico architetto Giovanni Saibene della Rocca. Irrinunciabile poi Viliam, sfegatato fan di Ursula Andress. Tanto che in giro si narra addirittura che abbia avuto un storia con lei quando non era famosa. E questa volta la Varalli introduce addirittura una comparsata di una cinquantenne Andress, sempre bella come tutti ricordano in 007, di passaggio al volo in zona Sarpi. E impossibile non citare il padre di Viliam Socrate, inventore del Niente, perfido liquore da lui creato per punire quegli avventori che alla richiesta del barista di ordinare dicono : ‘Niente’.
Ma la maggiore protagonista del libro ancora una volta sarà Milano non quella patinata ma quella genuina e piena di umanità di via Paolo Sarpi e via Lomazzo, la Milano dei bar senza pretese con la Cimbali, i flipper , i jukebox con le canzoni di Massimo Ranieri e di Celentano, i tavoli alla buona, le seggiole impagliate spaiati e il bancone di formica color verde bile.
Un universo variegato fatto di clienti del bar, vicini , pensionati, strani personaggi, per una storia arricchita da una lieve ma godibile trama gialla, resa complicata da tutta una serie di false tracce ma con degli abilissimi investigatori di quartiere che riescono sempre a sbrigarsela facendo a meno dei carabinieri.

Paola Varalli nasce in provincia di Varese, vive tra Milano e il lago di Como, di professione è architetto. Ha pubblicato tre gialli con Fratelli Frilli Editori e ha partecipato a numerose antologie a tema (con Todaro Editore Quattro volte Natale nel 2020 e Odio l’estate nel 2021). Nel 2023 sempre per Todaro ha pubblicato Tira mòlla e messèda – Le indagini del Bar William.