Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: L’uccisore di seta di Lorenzo Beccati, Altre Voci Edizioni di Patrizia Debicke

2 luglio 2024

Genova, Anno del Signore 1590. Per la città è un momento duro e penoso, la peste ha nuovamente invaso strade e case, lo spaventoso e acre lezzo dei cadaveri fa da padrone ovunque mentre il terrore del morbo è palpabile.
La morte nera con il suo orrendo corteo di piaghe e bubboni è tornata a funestare città e dintorni . Anche il nostro Pimain guaritore di maiali, contagiato come gli altri, e stato rinchiuso nel lazzaretto, dove si aggirano i monatti raccogliendo i cadaveri e, circondato da corpi di moribondi, pareva condannato. Ma all’improvviso un qualcosa, forse un delirio, un’ allucinazione o altro si è frapposto tra lui e la morte, concedendogli miracolosamente scampo.
Finalmente dopo tanti giorni di indicibili sofferenze, guarito e tornato in sé, lacero e dimagrito lascerà il lazzaretto, accolto all’uscita dal cane Mat che pur dopo essere stato buttato fuori, fiducioso senza farsi scoraggiare, ha continuato ad attendere il suo padrone davanti alla porta .
E a piedi con lui, placata la fame di troppi giorni divorando una forma di pane, potrà far ritorno alla sua casetta sulle colline, dove vive con i suoi maiali.
Ma a Genova un mostro sta decimando senza pietà i tessitori della pregiata seta, famosa nell’Europa intera , riuniti a vivere e lavorare nell’ex convento del Belvedere.
Nel grande monastero infatti, dove il Doge ha ordinato di rinchiudere tutti i setaioli della città ammassandoli con i loro telai nelle celle dove hanno trovato rifugio con la speranza di preservarli dal contagio della peste che infuria, si è verificato un sanguinoso e mortale attacco notturno. Una giovane è stata aggredita improvvisamente, nel buio, da una mostruosa creatura che, dopo averla orribilmente dilaniata e uccisa, l’ha abbandonata cadavere a terra. Ma non basta, perché il crudele assassino, prima di allontanarsi, ha infierito anche su tutta la sua produzione, distruggendo rotoli su rotoli di pregiato materiale. Se accadesse ancora e ancora la città, già messa a terra dall’epidemia di peste che ha riempito il gigantesco lazzaretto, rischierebbe la rovina economica.
Nonostante le pattuglie di sorveglianza e gli immediati tentativi messi in atto per proteggere i setaioli, pare difficile riuscire a bloccare questo mostro, si teme che possa colpire ancora.
Il vecchio protettore e amico di Pimain, il medico Salvemini, gli chiede di indagare su chi e cosa attacca e uccide i setaioli. Insomma pare che la città di Genova abbia di nuovo bisogno di lui, della sua capacità di risolvere casi apparentemente impossibili.
Sarà il senso del dovere o anche l’amore per la bellissima figlia del dottore, Maddalena, ormai pronto a trasformarsi per sempre in una passione pienamente ricambiata, a spingere Pimain ad accettare l’incarico di fermare la violenza della Creatura Oscura? Certo Salvemini sa essere molto convincente ma ha anche dalla sua il fatto che Maddalena da alcuni anni gestisce da sola il negozio per il commercio delle pezze del velluto di Genova di proprietà della sua famiglia. Il dottore che grazie alla seta ha potuto studiare e diventare medico e chirurgo non ha mai voluto sbarazzarsene e quindi ora Maddalena, come tutti gli altri, è rinchiusa nel Monastero.
Ora perciò persino lei potrebbe essere in pericolo.
Nel frattempo tuttavia l’aiuto di Pimain è stato richiesto anche altrove. Dalla vedova di un suo vecchio commilitone e amico, Antonio Sale. La donna vuole che il guaritore di maiali scopra il colpevole di un misterioso furto con omicidio su una nave ancorata in porto che ha coinvolto e del quale, pur essendo stato la vittima, Antonio Dale è stato accusato. Il furto riguarda una cassa piena d’oro di proprietà del Doge trasportata a Genova sotto la sorveglianza dell’amico che la doveva consegnare solo a fedeli messi dogali. La cassa è scomparsa ma oltre a quella è scomparso anche qualcosa per il Doge di privato ma importante e molto più prezioso. Un cruciale bene segreto, da ricuperare assolutamente. E l’ormai anziano governante, sa bene che solo una persona può riuscire a ritrovare il suo tesoro, scoprendo e smontando gli artefici di un crudele piano che in qualche modo collega i due misteriosi casi. Ragion per cui ordinerà al guaritore di maiali di farlo, promettendo in cambio, se riuscirà a sventarlo, di cancellare per sempre l’onta della vecchia accusa per diserzione che pende ancora minacciosamente sulla sua testa e lo porta spesso a richiamare nella mente tanti episodi buoni e cattivi del passato.
Ma nel frattempo la mostruosa creatura uccide altri setaioli. E il Doge, riceve alcune onerose e minacciose richieste legate al suo segreto. Bisogna intervenire, valutare scrupolosamente ogni indizio scavando a fondo, fare qualcosa. Ciò nondimeno per intuire la verità e tutti i risvolti di sordide trame oscure ma e , soprattutto, per riuscire ad affrontarle e risolverle dovrà combattere la sua battaglia a prezzo della vita, praticamente da solo contro tutto e tutti.
In questo terzo e ultimo episodio della serie inaugurata dal “Guaritore di maiali” e proseguita con “II Mistero degli incurabili”, l’ingegno del protagonista Pimain torna a impegnarsi in due difficili e quasi diabolici enigmi sullo sfondo di una Genova, con un’atmosfera molto particolare. Una città in cui risaltano piccinerie e grandezze, caratteristiche della gente di allora, spesso indifferente o peggio crudele, se non sguaiata o addirittura disumana, sottolineando certi terribili aspetti dell’epoca : quali le spaventose condizioni dei lazzaretti, la fame minacciosa costante in agguato per la popolazione. Una Genova antica , minuziosamente descritta con stile raffinato, anche stavolta Lorenzo Beccati, ci pone di fronte a un’eccezionale ambientazione, inserendoci in un mondo medievale denso di ricchi e gustosi particolari in una città quale fu Genova, all’interno di una cornice appassionante e stimolante con tutti gli elementi del passato descritti alla perfezione e ben documentati.
Un altro medieval thriller, arricchito dalla presenza di Pimain, il guaritore di maiali, una figura speciale e molto intrigante che va a inserirsi a pieno diritto tra i più famosi “detective di carta”.

Lorenzo Beccati è autore e scrittore. Ha collaborato a programmi che hanno fatto la storia della tv italiana, tra cui Drive In, Paperissima, Lupo Solitario e tuttora Striscia la Notizia. Ha scritto numerosi libri, soprattutto romanzi grotteschi e thrilller storici. Per quanto sembri strano è anche un doppiatore. Sua infatti è la voce del Gabibbo. Con AltreVoci ridà alle stampe la trilogia con protagonista Pimain, il guaritore di maiali.

:: Atlante Goloso di Marilù Oliva (Rizzoli 2014) a cura di Patrizia Debicke

19 giugno 2024

Questo splendido libro arricchito da stuzzicanti contenuti ed eccezionali illustrazione, piuttosto che un dotto saggio gastronomico sulla cucina dell’Antichità, con l’accento posto su quella degli Antichi Greci e Romani, mira a diventare un piacevole itinerario nella mitologia legato al cibo e al cibo.
Immaginario viaggio dunque partendo dai loro usi e costumi a tavola e soprattutto dai tanti favolosi miti legati al cibo e ai singoli ingredienti. Concetto molto diverso presso gli antichi rispetto ai nostri giorni. Freneticamente impegnati in nuove e diverse mode a ogni costo.
Nella Roma repubblicana per esempio la frugalità originata dal sostantivo frugalitas regnava sovrana in tutti i ceti sociali, in Grecia poi l’aggettivo spartano ovverosia rigoroso veniva costantemente riferito sia ai costumi che al cibo. Semplicità a tavola dunque, favorita dalle classi superiori e obbligatoria necessità per i più poveri.
Civiltà solitamente parche nel cibo pur lasciandosi andare di tanto in tanto a eccessi e grandi abbuffate (ricorderete tutti, immagino, la famosa cena di Trimalcione, il ricco protagonista del Satyricon di Petronio).
Floride civiltà mediterranee nate, cresciute e sviluppatesi con ciò che terra, mare e allevamenti offrivano loro per vivere. Tempi di guerra, povertà e carestie avevano spesso insegnato cosa fare e come. Insomma tutta una serie di accorgimenti per poter mangiare e soprattutto per conservare il cibo in tempi in cui non esistevano i congelatori o i frigoriferi. Quindi si seccava carne e pesce al sole , si usava il sale, l’olio, si trasformava il latte delle capre in formaggi anche da invecchiare, si mischiavano i cereali e si cuocevano focacce, pane, pasta, biscotti…
Il pasto per tutti era un momento conviviale, esempio della civiltà e dei costumi che differenziavano Greci e Romani dalle popolazioni barbariche. Ma per loro il cibo era anche rigorosamente connesso con il mito e le storie degli dèi.
Un culto della gastronomia diverso dal nostro quindi. Stando infatti ai poemi omerici e alle copiose offerte votive di cibo, quali animali vivi ma anche pane e focacce dolci rinvenute nei templi, abbiamo la prova provata di quanto per gli antichi il cibo fosse strettamente correlato con il divino.
E proprio per questo il testo di Marilù Oliva va a esplorare i fondamentali luoghi di mitiche storie romane e greche in cui gli alimenti vennero sfiorati dalle divinità e implicati in fatti eccezionali. Quindi non sarà solo un saggio culinario legato all’Antichità, ma una specie di viaggio attraverso i posti in cui e da cui si originarono le varie storie e le relative leggende.
L’autrice, amante della cucina e brava cuoca, ha scelto di suddividere i capitoli secondo la precisa caratteristica di ogni alimento e ogni capitolo si conclude con il suggerimento di un menù completo, di sua creazione.
Un viaggio culinario che secondo l’attuale tradizione comincia con l’antipasto per concludersi con il dessert. E un viaggio gastronomico, quello dei romani di allora, non molto dissimile da ciò che Cicerone poteva mangiare seduto a tavola con gli amici: aperitivi vari, primae Mensae o i primi di oggi allora: che poi erano minestre, piatti a base di carne, pesce, legumi e selvaggina. Quindi le secundae Mensae che offrivano non solo frutta ma anche bietole, porri, cipolle con alla fine brindisi, levando calici ricolmi di grandi vini, accompagnati da canti e giochi vari.
La normale vita dei Greci era scandita da tre pasti giornalieri. Al mattino una focaccia intinta nel vino e olive verso le 13/14 (una /due) qualcosa di più mentre il pasto più sostanzioso e spesso condiviso era riservato alla sera. Quella dei Romani era simile: colazione leggera, una prandium veloce, spesso consumato in piedi con pane, carne fredda, o pesce o legumi o uova, seguito alla sera da una cena più copiosa, annaffiata con vino. Momenti solo maschili, le donne fino all’era imperiale, salvo le schiave o le amanti, solitamente venivano escluse.
Archestrato di Gela, Catone, Ateneo di Naucrati, Columelle ecc. appassionati o chef stellati di allora ci descrivono menù e ricette. Esaltate ancora più da Apicio che, dalla vetta della tradizione culinaria dell’epoca, ci ha trasmesso De coquinaria, il suo ricco ricettario.
Da allora se non tutto, molto è cambiato. Spesso le donne sono regine in cucina, abbiamo perso e dimenticato cosa fossero certi cibi, mentre abbiamo aggiunto ai nostri quotidiani menu una ricca varietà di prodotti prima sconosciuti provenienti dalle Americhe. Siamo diventati fans del caffè…
Mangiamo più polli, come facevano gli antichi tuttavia apprezziamo le uova cucinate in vari modi. Le uova, grande simbolo della vita . La leggendaria Elena destinata a provocare la famosa guerra di Troia nata da un uovo di cigno fecondato da Zeus…
Notiamo come i gradini più bassi della società siano sempre stati forzosamente parchi nel cibo, mentre per i ricchi la tavola fu presto un lusso oltre che un piacere. Anche se le regole di una corretta nutrizione ampiamente trattate da Galeno avrebbero sempre suggerito a tutti una vera e propria equilibrata dieta mediterranea.
Però, soprattutto per assaporare davvero il piacere di un pasto, la prima vera regola dovrebbe essere sempre, a detta di Plutarco: “… a tavola per mangiare, ma per mangiare insieme”.
Ringraziando sempre e ancora come facevano gli antichi la romana dea Cere, o Demetra figlia di Crono e sorella di Zeus per i Greci. Cere, che ha regalato il suo nome ai cereali e quindi grazie a lei se ancora oggi ci godiamo focacce, pasta e pane.
Ma che dire allora dei legumi come le fave amate dai mitologici eroi come Ercole e poi i ceci, le vecce, i piselli, i lupini e le lenticchie, consumate spesso e volentieri in zuppa con i cereali e quindi care a Demetra madre di Persefone, la mitica latina Proserpina rapita dal Dio degli Inferi in Sicilia, vicino a Enna, che avrebbe dato luogo al ricorrente ritmo delle stagioni. I legumi, lo straordinario riferimento nutrizionale e insostituibili allora come oggi nelle riserve alimentari di ogni famiglia.
La carne di animali, oltre che dedicata al sacrificio agli Dei, cotta alla griglia o arrostita rappresentò il pezzo forte nella tavola dei due contendenti Greci e Troiani dell’Iliade e dei fuggitivi Greci nell’Odissea. A Itaca i Proci asserragliati nella reggia consumavano smodatamente le carni scannando i buoi e dilapidando senza freni le risorse delll’isola sempre accantonate con parsimonia.
Ma alla mensa di Ulisse troveremo spesso anche il pesce consumato per esempio dell’ omerico eroe nell’isola di Scheria ospite del re Feaci padre di Nausicaa. E il pesce domina con la sua varie e colorita tipicità la grande arte pittorica e musiva romana. Mosaici straordinaria che si possono ammirare nei Musei a Roma, Ostia e Napoli.
Anche i formaggi non potevano mai mancare sulle tavola antiche, formaggi fatti di latte di capra come quelli prodotti dai Ciclopi nella loro immane grotta e che Ulisse e i suoi compagni divoreranno per placare la fame ma il cui smodato consumo costerà la vita a tanti tra loro.
Le verdure poi, con le loro infinite varietà, assursero a piatto privilegiato con la cipolla onnipresente nella tavola degli antichi, amata da Afrodite Efeso, Ares … Da ricordare poi il cavolo e il suo famoso detto: nato sotto un cavolo. L’ortaggio con le parti centrarli del cappuccio che ricordano una vulva femminile mentre il gambo un pene. E che, per coglierlo bisogna impugnarne la testa con le mani quasi fosse un bambino che viene estratto dalla cervice uterina .
E non dobbiamo dimenticare : Frutta e dolci. Mele, pere, susine, fichi, con i fichi secchi che restano i principi della tavola antica e divina. Ma con anche tutta la frutta secca posta sempre gloriosamente a dominare il centro tavola.
Poi giungendo in chiusura, Marilù Oliva dopo una rapida carrellata finale , tra fiori edibili, funghi che comparivano spesso e volentieri su tavole povere e ricche, elargisce indispensabili consigli su come ammollare i legumi, preparare la pasta fresca, fare il pane, le salse più di moda tra Romani e Graci e spiega con dovizia di particolari come e quale vino e altre bevande si consumavano con larghezza attorno alle tavole degli antichi. Ma nella Roma repubblicana ohimè proibito alle donne.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Prima di approdare all’ambito mitologico, ha scritto romanzi thriller e noir. Ha pubblicato bestseller come L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), Biancaneve nel Novecento (2021) e L’Eneide di Didone (2022). A sfondo mitologico è il romanzo per ragazzi Il viaggio mitico (DeAgostini, 2022), scritto con suo figlio Matteo. Nel 2023, sempre per ragazzi, è uscito Miti straordinari (DeAgostini, 2023). Ha co-curato per Zanichelli un’antologia sui Promessi Sposi e realizzato due antologie patrocinate da Telefono Rosa, nell’ambito del suo lavoro sulle questioni di genere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Rizzoli, nel 2023 è uscito Atlante della Magna Grecia. Italia del Sud e Sicilia tra Mito e Archeologia. Il suo ultimo libro è L’Iliade cantata dalle dee (Solferino, 2024).

::La Via Francigena passo dopo passo. 2200 km da Canterbury a Roma, Alberto Foppa Vicenzini (Ugo Mursia, 2024) A cura di Viviana Filippini

18 giugno 2024

Tra i cammini che si possono affrontare a piedi, uno dei più noti è quello verso Santiago De Compostela. Nel nostro territorio italiano, abbiamo per esempio la Via Francigena, diventata la protagonista del libro “La Via Francigena passo dopo passo. 2200 km da Canterbury a Roma” , di Alberto Foppa Vicenzini. Da subito l’autore nato a Crema, mette in evidenza come il suo libro non vuole essere una guida, ma un condividere la sua esperienza personale di cammino con tutto quello che gli è capitato. Tanto è vero che il volume si apre con il capitolo “Istruzioni per l’uso” nel quale l’autore vuole fornire tutto quello che può essere utile al lettore-camminatore per affrontare la via Francigena che, con i suoi circa 2200 km, attraversa cinque Paesi, partendo da Canterbury (Regno Unito), passando per Francia, Svizzera, Italia, fino a Città del Vaticano. In reltà è possibile allungare poi il cammino con il prolungamento noto come Via Francigena del Sud, che si inoltra fino a Santa Maria di Leuca, in Puglia. Non solo, perché secondo Vicenzini oltre a conoscere la strada che si percorre è importante anche avere le idee un po’ chiare su chi sono gli abitanti lungo la via che si potrebbero incontrare, scoprendo i loro usi, costumi, tradizioni e anche molteplicità di lingue parlate. Altro aspetto interessante è il come l’autore è la preparazione al cammino, pensando al punto da dove partire, se da Dover o da Calais, ma anche il considerare il tempo in giorni per svolgere il tragitto (di solito dai tre ai tre mesi e mezzo) e quello atmosferico con i cambiamenti che si possono verificare di temperatura e condizioni meteorologiche, passando per esempio dalla zona pianeggiante a quella montuosa, dal sole alla pioggia. Tra le cose e i documenti da avere è fondamentale la credenziale, la quale certifica il passaggio nelle diverse stazioni della via Francigena e il fatto che si sta compiendo il cammino. Inoltre, uno dei suggerimenti di Vicenzini è che più che una preparazione specifica è importante che il corpo ad abituarsi alla camminata. Finita la parte di contestualizzazione e preparazione del e al cammino, Vicenzini parte con l’inizio di quello che è il suo vero e proprio diario del pellegrino del quale ci rende partecipi. Allora scopriamo che il percorso è un modo per fare nuove amicizie, per conoscere donne e uomini in cammino con le loro storie, ma anche per scoprire e apprezzare il paesaggio, grazie ad una mobilità lenta. Vero che fra le tante soddisfazioni ci sono, arrivano anche gli intoppi e i cosiddetti dolori del cammino che l’autore comunque affronta e supera. Tante sono le persone incontrate, ognuno con il proprio vissuto che è parte integrante del pellegrinaggio. Un aspetto curioso del quale il cremasco ci rende partecipi non sono solo gli acquazzoni, i venti o grandinate nelle quali si è imbattuto, ma anche il rito della lavanda dei piedi che ogni camminatore sperimenta come sulla via di Santiago anche sulla Francigena e, in questo caso, è tenuto dai volontari della Confraternita di San Jacopo a Radicofani, un Comune in provincia di Siena, in Toscana. Interessante anche l’ “Appendice” alla fine, dove l’autore descrive il peso di ogni singolo oggetto che ha portato con sé, che va dai vestiti, ai documenti, fino al kit pronto soccorso; per passare alla descrizione di ogni singola tappa dal Regno Unito, Francia, Svizzera fino all’Italia, indicando la località con i singoli chilometri. Il tutto accompagnato da un interessante QRcode che svela le immagini del cammino. “La Via Francigena passo dopo passo. 2200 km da Canterbury a Roma” di Alberto Foppa Vicenzini è un libro avvincente, profondamente umano che non solo racconta la Francigena, ma condivide con ogni lettore le esperienze, le emozioni che il cammino e gli incontri che si fanno durante esso, donano ad ogni pellegrino/lettore, il quale scopre la bellezza del camminare, del guardare, conoscere posti e persone nuove.

Alberto Foppa Vicenzini, nato nel 1976 a Crema, laureato in Informatica presso l’Università Statale di Milano, con un master in Management, lavora presso un’azienda globale di consulenza direzionale e si occupa della realizzazione di siti e-commerce. Amante della natura e delle passeggiate all’aria aperta, si è avvicinato ai viaggi a passo lento nel 2018 e ha percorso il Cammino di Santiago in Spagna, il Cammino d’Assisi e di San Benedetto in Italia; nel 2022 ha potuto realizzare il suo sogno: percorrere la Via Francigena da Canterbury a Roma.

Source: grazie allo studio di comunicazione 1A.

:: Figlio, fratello, marito, amico di Roberto Saporito (Qed 2024) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2024

Pace a chi resta. O forse no? Cinismo, disillusione, rabbia, tutto pur di sfuggire al dolore di una perdita, di molte perdite, che mettono un uomo devastato davanti alla sua solitudine. Figlio, fratello, marito, amico di Roberto Saporito, scrittore albese di indubbio talento, ci narra la storia di un uomo che un tempo è stato figlio, fratello, marito e amico e ora è solo più un violento, un assassino. Un uomo che perde tutto il suo mondo e pian piano anche se stessso in una voragine di violenza decontestualizzata. Come sempre le storie di Saporito partono da elementi autobiografici per scavare nell’inconsio e creare storie peculiari e arcane, illusioni ottiche, proiezioni parallele di un altrove non sempre definibile. Il protagonista, figlio della buona borghesia albese, si accontenta di un lavoro da bibliotecario, tradendo le alte aspettative di un padre avvocato la cui religione sono i soldi, il lavoro, l’affermazione sociale. Ma ha Lisa, la moglie, il grande amore della sua vita. Lui vive per lei, lei vive per lui, finchè questo incanto, questo equlibrio, si rompe: il suo migliore amico sotto cocaina e alcool provoca un incidente stradale in cui muoiono la moglie e la sorella del protagonista. Dopo poco, di dolore, ma sarà un infarto, anche il padre, lasciandogli una cospicua eredità e la possibilità di vivere senza lavorare. Ma perdere i suoi principali affetti e punti di riferimento lo porta a volere vendetta. Parte per Roma con in mente solo una cosa…

E così si dipana una storia, di cui non svelerò gli ulteriori colpi di scena, ma ce ne sarà uno risolutivo finale, atto a cambiare le prospettive. La violenza come catarsi, come rabbia vendicativa contro la vita immeritevole di rimpianti. Una storia noir, oscura e feroce, che ci porta nel cuore nero di un uomo che da mite e incolore, persona senza qualità, si fa travolgere dalla rabbia, dall’odio e dalla violenza. L’incapacità di metabolizzare il suo passato proietta il protagonista in un mondo senza redenzione, in un vuoto esistenziale in cui neanche alcune storie passeggere riescono a dare calore. Un mondo freddo, algido, incolore si dipana in un vorticoso abisso verso un male di vivere che non è dato sapere se verrà mai fermato. Se c’è una morale in questo libro, che forse morale non ha, è che meglio esorcizzare i propri demoni sulla carta che nella vita reale, e uno scrittore ha il grande dono, o potere, di analizzare se stesso e da questo proiettare storie cannibalizzate dalla realtà. Resta l’amore, il grande mistero, l’unica luce in un mondo di ombre e di buio, che neanche un tradimento può sminuire, può togliere il senso che può dare a tutta una vita. Romanzo amaro, crudele, ma capace di esorcizzare il dolore, il distacco e la morte.

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha diretto per trent’anni una galleria d’arte. Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra le raccolte di racconti ricordiamo Harley-Davidson (1996, Stampa Alternativa Editore, vendendone ventimila copie), e Generazione di perplessi (2011, Edizioni della Sera, quarta di copertina di Marco Vichi) e tra i romanzi ricordiamo: Il rumore della terra che gira (2010, Perdisa Pop, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi), Il caso editoriale dell’anno (2013, come “Anonimo”, Edizioni Anordest), Come un film francese (2015, Del Vecchio Editore), Respira (2017, Miraggi Edizioni), Jazz, Rock, Venezia (2018, Castelvecchi Editore), Come una barca sul cemento (2019, Arkadia Editore) e In nessun luogo (2022, A&B Editrice). Suoi racconti sono stati pubblicati su alcune antologie e su innumerevoli riviste letterarie. A ottobre 2004 è stato invitato al Festival Letterario “Letteraria” a Pistoia, tra gli scrittori invitati: Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Massimo Carlotto, Luca Crovi. A giugno 2007 è stato invitato al Festival Letterario Lib[e]ri 2007 di Teramo, tra gli scrittori invitati: Marco Lodoli, Erri De Luca, Walter Siti. Ha collaborato con la Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” con una sua personale rubrica. Nel 2013 il suo primo romanzo Anche i lupi mannari fanno surf [2002] diventa oggetto di studio di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di Anche i lupi mannari fanno surf, di Roberto Saporito”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio Scerbanenco, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

:: La fossa dei lupi di Ben Pastor (Mondadori 2024) di Patrizia Debicke

13 giugno 2024

Tornano in primo piano in scena memorabili personaggi de I promessi sposi, alcuni come comprimari vedi: Renzo, Lucia, Don Abbondio mentre l’Innominato pur fulcro della storia da bandito e taglieggiatore pentito infine diventato un pio un agnellino, è stato messo da Ben Pastor al servizio della fiction e trasformato in vittima designata. Ciò nondimeno in pratica tutti i personaggi del romanzo manzoniano risalgono in scena maliziosamente collegati in qualche modo alle attuali vicende di La fossa dei lupi.
I promessi sposi proprio loro già ? Il capolavoro di Alessandro Manzoni , amato o più spesso odiato e noioso spauracchio di tanti studenti italiani per generazioni e invece, per chi scrive di giallo spesso un libro da infilare nella rosa dei primi rappresentanti italiani del genere .
Intanto ci prova Ben Pastor, fedele lettrice del Manzoni, a far cambiare idea e interessare tanti italiani incuriosendoli soprattutto con una disincantata ma raffinata e perfetta ricostruzione storica dell’epoca. I milanesi riconosceranno le loro vecchie strade, dovranno riscoprire chiese ormai, scomparse e i Corpi Santi, le cascine e i borghi agricoli sorti attorno alla città di Milano, appena oltre le mura spagnole.
Dunque, dicevamo riprende in mano alcuni personaggi, tre anni dopo le loro drammatiche avventure, , a novembre del 1628 mentre Milano si sta ancora assestando dopo i tanti lutti della peste che ha fatto tirare le cuoia anche al loro persecutore Don Rodrigo, e fa ritrovare Renzo e Lucia economicamente ben sistemati, con lui che gestisce con successo in comproprietà, nella bergamasca, una fiorente azienda di filatura. Ma per il capriccio di Lucia che è incinta e vuole che suo figlio venga al mondo dove è nata lei, li fa tornare temporaneamente a Olate, in terra di Lecco nella vecchia casa di famiglia e in un certo senso diciamo sotto la pelosa influenza di Don Abbondio.
Vi abbiamo anticipato che l’Innominato, al secolo Bernardino Visconti è la vittima designata da Ben Pastor nella sua trama. E dunque a Milano il bel luogotenente di giustizia Diego Antonio Olivares, grande famiglia spagnola ma con un ricca madre italiana, uomo d’ordine ma anche di cultura, sta indagando proprio sulla morte dell’Innominato, ucciso in un bosco dove si cacciano i lupi, sui monti sopra Lecco, vicino alla casa di un suo figlio illegittimo. Una morte che ha lasciato alla famiglia, pur pagati i tanti conti in sospeso, una considerevole eredità da dividere ma anche un complesso intrico di interessi.
Olivares, ex studente presso i Gesuiti che lo vorrebbero nel loro ordine, ma lui nicchia ancora dopo la parentesi militare in Svizzera (guerra dei trent’anni) per difendere la fede contro gli eretici con per compagno Grauembart un capitano miscredente, dove il saggio consiglio di frate Pizarro gli ha suggerito di provare anche altro ed è felicemente sopravvissuto alla peste. Ora vive a Milano, ha un importante incarico ben remunerato, ampia libertà d’azione e può muoversi in lungo e largo nei territori del Ducato.
Ma chi ha ucciso l’Innominato ? Cui prodest? Qualcuno per vendicarsi? I parenti? I suoi ex bravi, messi a stecchetto dalla sua improvvisa conversione e, in una Milano ancora traumatizzata dalla peste, rimasti senza lavoro? Ma se i parenti ci guadagnano qualcosa, gli ex bravi no, o almeno pare. Cosa che dovrebbe farli scartare… Il recente e, se non c’entrano, malaugurato trasferimento di Renzo e Lucia Tramaglino, invece li infila pari pari nella rosa dei sospetti, l’assassinato era stato complice nel tentativo di rapimento di Lucia organizzato con Gian Paolo Osio, l’amante di Suor Virginia Levya, monaca in Monza. E si potrebbe ipotizzare anche il nome di Don Abbondio, il curato, magari per antiche ruggini e invidie nei confronti del Visconti?
Olivares, interroga e reinterroga gli sposi manzoniani: hanno qualcosa da nascondere? Renzo è ancora impetuoso, e Agnese sua suocera non è certo cambiata ma pur invadente, saccente e spesso importuna, pare abbia colpito al cuore un vecchio commilitone.
Il luogotenente interroga e reinterroga anche Don Abbondio, il pauroso ma avido e ricco curato?
Son tempi grami per quanti cercano di sopravvivere. La peste che ha spopolato la Lombardia può far serpeggiare esasperazione e volontà di rivolta?
Avvalendosi di precisi particolari “La fossa dei lupi” descrive in dettaglio la società e il potere di quegli anni. L’influenza spagnola,i rapporti tra i nobili, le abitudini della popolazione più misera, sempre condannata a subirne l’arroganza. I signori lombardi spendono e spandono senza riguardo dominando la plebe che spesso mangia poco o niente. Povertà e lusso smodato si confrontano con criminalità contrastata solo con mostruose torture e pene di morte, intessute in un mondo denso di proibizioni e segreti. Mentre la Chiesa, nella persona del Cardinale, sollecitando a ogni costo pronte risposte e accuse è sempre disposta a usare le proprie guardie, malviste dalla Giustizia laica di Milano, per dominare fino a prevaricare.
Ciò nondimeno Don Diego Antonio de Olivares, passo passo ma con determinazione, allargherà le sue indagini a macchia d’olio, spaziando tra i troppi nullafacenti, bisognosi di guadagnarsi da vivere a ogni costo e, messo sulle tracce delle malefatte di Paolo Osio e della Monaca di Monza, complici di Don Rodrigo e dell’Innominato nel tentativo di sequestro di Lucia Mondella ai fini di stupro, verrà a conoscenza di quali orrendi e reiterati delitti la curia milanese imputi loro e della terribile condanna che sta pendendo sulle loro teste. E in caccia della corrispondenza del defunto padre di Don Ottaviano Gallarati, amico e foraggiatore di crimini all’Innominato, che potrebbe aiutare a risolvere il caso del suo omicidio, chiederà udienza alla vedova,la dotta , poetessa curiosa e stravagante scienziata Donna Polissena, una bella signora evasiva e attraente. Con la quale scoprirà di condividere la passione per la letteratura, l’arte e forse altro… Talmente affascinante e seducente, nonostante gli occhiali che porta, un vezzo pare, persino in grado di spingerlo a fare alcune scelte della vita. E a risolvere il suo personale conflitto fra carne e spirito. Conflitto che per lunghi anni, dopo aver pensato a una vita religiosa sulle orme di Ignazio di Loyola, ambendo addirittura a un possibile martirio in terra lontana gli fa invece desiderare oggi l’amore carnale e il piacere condiviso. E sognare un futuro?
Ma prima di bearsi in un finale a potenziali tinte rosa, come un prestigiatore andando anche a scavare nei quartieri malfamati milanesi, Olivares dovrà sbrogliare e risolvere la sua spinosa indagine thriller ,districarsi tra i miracoli veri o inventati, pericolosi attentati e trasversali prezzolate vendette.

Ben Pastor, scrittrice italoamericana, all’anagrafe Maria Verbena Volpi, nata a Roma ma trasferita ben presto negli Stati Uniti, ha insegnato Scienze sociali presso le università dell’Ohio, dell’Illinois e del Vermont. Oltre a Lumen, Luna bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, Il cielo di stagno, – ovvero il ciclo del soldato-detective Martin Bora (pubblicati da Hobby&Work a partire dal 2001 e poi da Sellerio) – è autrice di I misteri di Praga (2002), La camera dello scirocco, omaggi in giallo alla cultura mitteleuropea di Kafka e Roth (Hobby &Work), nonché de Il ladro d’acqua (Frassinelli 2007), La voce del fuoco (Frassinelli 2008), Le vergini di pietra e La traccia del vento (Hobby & Work 2012), una serie di quattro thriller ambientata nel IV secolo dopo Cristo. Nel 2006 ha vinto il Premio Internazionale Saturno d’oro come migliore scrittrice di romanzi storici. Le sue opere sono pubblicate negli Stati Uniti e in numerosi Paesi europei. Nel 2014 esce La strada per Itaca (Sellerio) e nel 2020 Il ladro d’acqua (Mondadori). Nel 2023 esce per Sellerio La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora.

:: L’estate dei morti di Giuliano Pasini (Piemme 2024) a cura di Massimo Ricciuti

8 giugno 2024

L’estate dei morti è il periodo dell’anno racchiuso tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. In quei giorni del 1984 una ragazza di nome Sibilla annega in uno stagno in circostanze misteriose. Esattamente due decenni dopo, l’agente scelto Rubina Tonelli, di stanza al commissariato di Case Rosse, sull’Appennino emiliano, riceve una telefonata che annuncia il brutale omicidio di due uomini in un casale della zona. A effettuare la chiamata è una ragazza che dice di chiamarsi proprio Sibilla: secondo lei, le vittime sarebbero state uccise dalla Borda. Quest’ultima, nella tradizione dell’Emilia-Romagna, è una creatura leggendaria rappresentata come una sorta di strega che vive nelle zone paludose e uccide i passanti, soprattutto i bambini. Rubina, come spesso le accade, decide di fare di testa propria e si reca al casale senza il suo superiore, il commissario Roberto Serra. Sul posto trova, in effetti, i cadaveri di due uomini orrendamente massacrati. Il locale sembra appartenere a Luce, amica della ragazza morta nel 1984 e presente anche lei allo stagno venti anni prima. Di Luce, però, si sono perse le tracce da lungo tempo e la telefonata non può essere stata fatta dalla Sibilla del 1984. Sono solo due dei tanti misteri che Roberto e Rubina si troveranno ad affrontare un’indagine destinata a segnarli per sempre.

L’estate dei morti è il quinto romanzo del bravissimo Giuliano Pasini. Al sempre presente commissario Serra, si è aggiunta, dall’avventura precedente, l’agente scelto Tonelli, mandata a Case Rosse per “punizione”. Sono due personaggi complicati, ognuno alle prese con le proprie debolezze e con il proprio, ingombrante passato. Le cicatrici fisiche e morali che si portano addosso faticano a guarire e tutto ciò va a pesare sul loro rapporto, fatto di cose dette e, soprattutto, taciute. In questa indagine saranno costretti a confrontarsi con eventi che di naturale paiono avere davvero poco: Roberto è più scettico al riguardo, mentre Rubina si lascia trascinare da subito. Le tradizioni popolari sono dure a morire e gli abitanti di Case Rosse non fanno eccezione. Serra si sta facendo pian piano accettare, anche se resta comunque uno ed fòra, cioè non del luogo. Il commissario è segnato da una tragedia che l’ha colpito da ragazzo: l’assassinio dei genitori, avvenuto in sua presenza. I responsabili non sono mai stati individuati e lui si è imposto di trovarli. Nel romanzo ritroviamo alcuni personaggi ormai familiari, quali Vito Corazza della Squadra Mobile di Modena e il generale Minimo, comandante del RIS di Parma. Fa capolino una nuova figura, l’invadente giornalista Germana Prilli, che intreccia un inquietante rapporto con Rubina. Proprio quest’ultima assume una maggiore rilevanza, che la porta a essere una vera e propria coprotagonista. Non mancano momenti riservati alla buona musica, al buon cibo e al buon vino. Il tutto nel romanzo sicuramente più “duro” e più cupo dell’autore, una storia davvero forte che, agli elementi del thriller, aggiunge venature noir e soprannaturali.

Giuliano Pasini, nato a Zocca, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive in pianura, a Treviso. Socio di Community, una delle più importanti società italiane che si occupano di reputazione, è presidente del Premio Letterario Massarosa e in giuria di altri concorsi italiani e internazionali. Il suo esordio, Venti corpi nella neve (ora Piemme), diventa subito un caso editoriale. Seguiranno Io sono lo straniero e Il fiume ti porta via (entrambi Mondadori), tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge. È così che si muore ne segna il ritorno a Case Rosse dieci anni dopo il primo romanzo.

:: “Il Volto Santo di Gesù. Beata madre Maria Pierina de Micheli” (Edizioni Segno) di Vincenzo Speziale, a cura di Daniela Distefano

8 giugno 2024

“Mi si presentò Gesù col volto insanguinato e, dopo avermi comunicato le sue pene, mi disse:’Mia diletta, ti rinnovo l’offerta del mio Santo Volto perché l’offri incessantemente all’Eterno Padre; con questa offerta otterrai la salvezza e la santificazione delle anime. Quando poi la offrirai per i miei sacerdoti, si opereranno meraviglie’”.

Il Signore scelse suor Pierina de Micheli come strumento per diffondere i Suoi Messaggi di Amore e Salvezza.

Giuseppina, questo il suo nome prima della consacrazione, non cercava e non voleva la vocazione da ragazza. La lotta fu tremenda ma alla fine capì che in Gesù c’è la vera libertà, libertà di essere e di sentirsi amati, per cui alla fine decise di dirgli sì. Un giorno, passeggiando con sua madre e dopo aver pregato per avere lumi e scegliere in quale Congregazione entrare così gli disse:

“Io entrerò nel convento dove sono le suore vestite di color del cielo!” Tramite il fratello sacerdote, don Riccardo conosce due suore venute dall’Argentina, da Buenos Aires, dove c’erano le Suore Figlie dell’Immacolata Concezione e che vestono veramente l’abito del color del cielo. Giuseppina comprende che è quello l’ordine religioso dove il Signore la chiama. Undici anni dopo, all’età di 23 anni, prende la decisione di farsi suora, era il 15 ottobre 1913. Cominciano le prove, ma lei non vede l’ora di poter “dare a Gesù, dare sempre, dare tutto”.

Il 27 maggio 1938, Gesù le si presenta in uno stato da far pietà anche ai cuori più induriti e le dice: ”Contempla il mio Volto e penetrerai gli abissi di dolore del mio cuore. Consolami, e cerca anime che s’immolino con Me, per la salvezza del mondo”.

Il 21 novembre dello stesso anno, Gesù le appare grondante sangue e oppresso da grande tristezza e gli dice: ”Vedi come soffro? Eppure da pochissimi sono compreso. Quante ingratitudini da parte di quelli che dicono di amarmi! Ho dato il mio Cuore come oggetto sensibilissimo del mio grande amore per gli uomini, e do il mio Volto come oggetto sensibile del mio dolore per i peccati degli uomini: voglio sia onorato con una festa particolare nel martedì di quinquagesima, festa preceduta da una Novena in cui tutti i fedeli riparino con me, unendosi alla partecipazione del mio dolore”.

Nel 1939, Gesù nuovamente le appare e ripete: “Voglio che il mio Volto sia onorato in modo particolare il martedì”.

Prima di concludere, la beata suor Pierina ci parla di tre potenti armi contro Satana: prima il Santo Nome di Gesù. E’ un nome che Satana non sopporta perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sottoterra. La seconda arma è il sangue di Cristo. L’invocazione del sangue di Cristo. E’ il sangue di Cristo che rimette i peccati, senza questo non c’è remissione dei peccati.

Terza arma la devozione alla Santa Vergine Maria. Dall’inizio del libro della Genesi si dice che il frutto di una donna avrebbe schiacciato il frutto di Satana.

L’Amore di Gesù per l’umanità è inconcepibile ancora alle nostre menti e ai nostri cuori. Siamo circondati da un filo spinato che ci impedisce di pascolare tra i verdi prati della gioia eterna. Per superarlo, basterebbe amare la Santa Croce e sopportare ogni giorno quella piccola nostra.

Il Signore un giorno le disse: “Non posso essere tolto dalla croce finché ogni uomo, donna e bambino non si saranno uniti a te per tirarmi giù”. Suor Pierina le rispose:”Cosa posso fare? Non posso sopportare il tuo grido!”. Gesù le rispose:

“Va’ nel mondo e annuncia a ogni uomo che incontrerai che c’è un uomo sulla croce per lui”.

:: La promessa di Mauro Marcialis – A cura di Valerio Massimo Manfredi (Solferino 2024) a cura di Patrizia Debicke

7 giugno 2024

Primo capitolo di una Tetralogia in quattro volumi, il secondo dovrebbe essere in uscita in questi giorni, La promessa di Mauro Marcialis parte dal 61 d.C. con Nerone saldamente al potere e ormai entrato nella sua seconda tragica decade di governo.
Il prefectus orbi Lucio Pedanio Secondo è stato ucciso nel suo letto. Da uno schiavo al quale dopo aver promesso per anni la libertà, gliel’aveva crudelmente negata…
Il senato su dictat del senatore Gaio Cassio Longino ha deliberato e, nonostante l’aperto dissenso del popolo, secondo il diritto romano, un antico senatus consultum per il quale indistintamente tutti e quattrocento schiavi di sua proprietà, che siano uomini donne o bambini, dovranno essere giustiziati. L’orrendo e macabro rituale prevede che prima verranno lapidati e i pochi superstiti crocefissi.. La legge verrà applicata e sarà un’ecatombe.
Alla fine di quel bestiale massacro, secondo il conteggio riportato al redemptor (il liberto preposto all’incarico )che ha ricevuto l’orrendo compito, risulteranno solo 397 corpi:
“Lascia stare, qualcuno al Senato deve avere arrotondato” risponderà secco il legionario Livio Amanzio che fa parte di un migliaio di soldati destinati a scortare quei poveretti alla morte Ma non è vero che il numero degli schiavi era stato arrotondato e lui sa perchè. Perché lui fatto una promessa, a Hagen lo schiavo che ha assassinato Pedanio, tagliandogli la gola . Hagen lo ha pregato di trovare e salvare i suoi figli … E lui che si è impietosito, l’ha fatto. Tre bambini dai sei agli otto anni … che ha nascosto. Per poi scoprire che solo due erano i suoi figli. Derek e Brynia biondissimi, mentre non lo era Arild il terzo, il più grande, quello bruno. Ora però che la sua pietas l’ha spinto a fare quella scelta che cozza contro ogni logica, deve trovare una soluzione. Non può tenerli con sé perché sta per partire per l’Oriente, tra appena due giorni dovrà raggiungere la sua nuova legione. E allora rimedia per loro delle vesti pulite e visto il poco tempo a disposizione, nonostante il loro strazio, li separa, affidandoli a tre diverse famiglie. Consegna Arild al lanista Ovidio con il quale ha un vecchio debito di gioco, e Derek a Curzio, suo caro amico, un venditore di animali che commercia prevalentemente tra Roma e Portus Ostiensis Augusti (Ostia). Chiede a entrambi che i due piccoli pur da schiavi vengano trattati bene. E promette che al suo ritorno saprà ricompensarli. Lascia invece la bambina nella nobilis domus di Flaminia, sotto la protezione della sua adorata amante segreta, la moglie di Gneo Domizio, un influente politico cittadino. Ai piccoli promette che al suo ritorno, a breve spera due/ tre anni, saprà farli ritrovare. Ma la guerra ai confini dell’impero pare non volersi fermare mai, e nei dieci anni che Livio Amanzio dovrà restare lontano da Roma, combattendo in oriente agli ordini di Tito, fino ad arrivare al grado di centurione primus pilus prior (ovverosia capo dei centurioni) e nei quali riuscirà a ottenere saltuarie ma buone notizie dei suoi protetti, tante cose cambieranno. L’imperatore Nerone, dal governante illuminato dei suo primi anni si è trasformato in un instabile e incontenibile tiranno, tanto da mettersi contro senato esercito e popolo e venir deposto e fatto uccidere per ordine del vecchio console Galba, nel 68. Anche lui eliminato dopo appena sette mesi, nell’anno successivo, detto dagli antichi, dei quattro imperatori. In quel 69 d.C. che, dopo Galba, si vide ascendere al trono Otone , poi Vitellio e infine Vespasiano, comandante delle truppe imperiali dal 66 d.C. impegnate nella repressione in Giudea, acclamato imperatore dalle legioni d’Egitto, Giudea, Siria e Danubio, e che pose fine al lungo periodo d’instabilità. Al suo arrivo nell’Urbe, nel 71 infatti, il Senato lo riconobbe, nominandolo console con il figlio maggiore Tito e gli dedicò il trionfo . E anche Livio Amanzio dopo il lungo assedio e la drammatica e definitiva caduta di Gerusalemme (settembre 70 d.C.) inquadrato nel loro seguito farà finalmente ritorno a Roma.
Nel frattempo i suoi tre protetti, ormai diventati adolescenti, hanno vissuto le loro vite lontani e senza sapere nulla l’uno dell’altro. Arild, forte e robusto come un toro, addestrandosi al combattimento e sognando di diventare gladiatore nelle file del lanista Ovidio; Derek, cresciuto con Curzio, il commerciante di animali, dopo essere sfuggito pur sfigurato alla gelosia del figlio del padrone, è stato da lui mandato a Roma, dove si contraddistinguerà per il suo talento di scultore e per la sua eccezionale capacità nell’addestrare i combattivi cani pugnax; Brynja continua a vivere nella domus del Gneo Domizio, diventato l’ influente senatore che sta ideando per l’imperatore la costruzione dell’anfiteatro più grande del mondo. Anfiteatro che vedrà purtroppo la damnatio memoriae del capolavoro di Nerone, la Domus Aurea.
Derek e Arild, ci lavoreranno entrambi: Derek, in un vasto laboratorio fuori città, sta realizzando le 156 maestose statue di bronzo dorato raffiguranti dei, eroi e semidei, da porre nelle arcate perimetrali del II e del III ordine dell’edificio; Arild impiegato nel cantiere, è impegnato nelle fondamenta spostando e tagliando pietre. Brynja, diventata una vera bellezza bionda, non sa di loro, spera solo di rivedere Arild, suo amore da bambina, ma come schiava, non può nemmeno allontanarsi dalla domus di Domizio che per sua disgrazia l’ha già scelta come gioco sessuale. Può solo contare su Flaminia, la sua padrona , l’amore di Livio ma moglie del senatore e prigioniera quasi quanto lei.
Prevaricazioni e complotti, veri amori e desideri forse impossibili, sacrifici di magia nera, ignorate preghiere agli dèi, crudeli scontri e fatali competizioni nel Circo Massimo daranno orgogliosamente il via alla saga dei tre giovani schiavi decisi a fare di tutto per sopravvivere e rivedersi ancora. Riuscirà a mantenere la sua promessa il loro salvatore Livio Amanzio?
Emerge subito da questo primo capitolo il vero volto di Roma, l’allora capitale dell’Impero. Una enorme città dominata da immani contrapposizioni, dove la sfrenata ricchezza dei patrizi si opponeva alla fame dei plebei, dove i potenti si beavano in orgiastici banchetti e organizzavano, per placare la fame della folla giochi sempre più sanguinari. Una città con le mura tempestate di graffiti che narravano storie del mondo intero, mentre il più grande anfiteatro del mondo pian piano prendeva forma e cresceva.
Una straordinaria ricostruzione ambientale e umana di un mondo, quello romano, incompatibile (per lo meno in occidente) a questa nostra era . Un mondo in cui il libero civis romanus pur rispettoso della legge e del costume sociale doveva confrontarsi quotidianamente con lo sprezzo della libertà, della considerazione, della rispettabilità. Un mondo basato per buona parte infatti su un indiscriminato impiego di mano d’opera gratuita, ovverosia gli schiavi. Esseri senza alcun diritto civile. Da usare a piacimento, peggio di carne da macello, per svago, piacere, o come servitù ma solo talvolta impiegati in compiti domestici come crescere i bambini, insegnare e invece troppo spesso relegati a quelli più infimi, umilianti e per il minimo errore ammazzati e gettati in pasto ai cani.

Mauro Marcialis è nato a Roma nel 1972 e vive a Reggio Emilia. Tra i suoi romanzi di successo, Spartaco il gladiatore (Mondadori 2010), Il sigillo dei Borgia (Rizzoli 2012), Il falco nero (Rizzoli 2014) e Roma calibro zero (SEM 2022).

:: La scomparsa di Elisa Ohlsen di Antonio Fusco, (Rizzoli 2024) a cura di Patrizia Debicke

3 giugno 2024

Una segnalazione anonima, proveniente da un telefono non rintracciabile, permette di ritrovare sepolto all’Idroscalo di Ostia il cadavere mummificato di una giovane donna. Al dito di quei poveri resti un anellino con due cuori intrecciati che corrisponderebbe a quello che figura nella denuncia di scomparsa di Elisa Ohlsen, diciassettenne allontanatasi dalla casa di vacanze della famiglia per passeggiare nei boschi intorno al lago di Albano e poi svanita nel nulla sette anni prima.
Il caso aveva fatto scalpore, il fascicolo è ancora aperto e le prime indagini della scientifica si indirizzeranno in quel senso cercando una comparazione certa, con il testo del DNA . Il pensiero infatti degli investigatori va subito a lei. Impossibile poi tenere celato il ritrovamento ai cronisti e all’attenzione dei media visto che le indagini si concentrano subito freneticamente sulla riapertura del fascicolo Ohlsen. Il livello di guardia è al massimo e tutti, nel XVII distretto di polizia, sono coinvolti direttamente nel caso, salvo l’ispettore Massimo Valeri – pecora nera della squadra detto l’Indiano di origini shinti ma adottato e cresciuto come un figlio da un funzionario e sua moglie- , che dopo l’ennesima lite con il suo superiore, il sostituto commissario Tognozzi, è stato destinato con l’assistenza di Matteo Landini ad approfondire il ritrovamento del cadavere di Emilio Bassetti, un anziano professore. Un cadavere rinvenuto per caso pochi giorni prima per colpa del pallone lanciato in aria e atterrato in un balcone del primo piano durante una partitella di calcio tra ragazzi. Il tredicenne Marius, un ragazzino dominicano, che l’Indiano conosce bene, si era arrampicato per ricuperarlo ma, così facendo, notando la porta finestra socchiusa, era entrato per scusarsi e aveva trovato il morto. L’uomo viveva solo non aveva relazioni e non era stata più visto da quando sette anni prima era andato in pensione. E poi essendo privo di famiglia, con l’unica sorella che viveva altrove ed era deceduta, nessuno si era preoccupato per lui. Solo il caso aveva fatto ritrovare il suo corpo mummificato sdraiato in una brandina della sua abitazione. Insomma, almeno a prima vista, per l’Indiano un caso facile e da archiviare in fretta. Un caso che gli consentirebbe di tornare sulla sua casa barca, ormeggiata nel porto turistico di Roma e riprendere la relazione con Giulia, felicemente ricominciata la sera prima dopo troppi anni di lontananza. Secondo le prime ipotesi la morte del vecchio parrebbe un suicidio. Ma l’Indiano si è sempre fidato poco delle apparenze. E poi, signori, beh questo è un romanzo giallo.
E infatti presto la faccenda si complica e di parecchio. In un inspiegabile gioco di incastri che coinvolgono il sostituto commissario Tognozzi, Massimo Valeri dovrà farsi carico anche dell’indagine sulla diciassettenne scomparsa. E là cominciano le prime sorprese. Costretto ad ampliare la sua inchiesta, non potrà ignorare le coincidenze che si presentano una dopo l’altra e paiono voler far incrociare il presunto suicidio del professor Bassetti con la scomparsa di Elisa Ohlsen. Le sue ricerche devono per forza allargarsi, in modo esponenziale senza trascurare ogni possibile e immaginabile pista, tanto che ben presto si capirà quanto stia per diventare coinvolgente, complessa e intricata la trama costruita per noi da Antonio Fusco.
Qualcosa poi ai piani alti della politica e addirittura dei servizi pare volersi interessare al caso. Un qualcosa di condizionato da un diverso interesse ? Perchè? Forse un mistero? Potrebbe? Ciò nondimeno, a conti fatti, l’ispettore di polizia Massimo Valeri, detto l’Indiano, straordinario investigatore, insofferente per natura, menefreghista poco amante delle gerarchie ma che sa collaborare con i colleghi, oltre a riuscirsi ad adeguarsi alle situazioni, pur di venire a capo dell’indagine dovrà servirsi di tutte la sua capacità. Addirittura stavolta per riuscire a fare luce nel marcio, Valeri dovrà districarsi in un sottofondo di segreti e incredibili legami, denso di soprusi, feroci ricatti e inquietanti depravazioni con riferimenti alla massoneria e peggio. Cercando di scoprire come e perché delle vite apparentemente normali siano state coinvolte in erotiche e perverse cerimonie rapportabili ad antichi ordini esoterici.
Una complessa e rischiosa indagine, che andrà a scavare in un tormentoso e sconvolgente passato che continua fatalmente a lambire e contaminare anche il presente.
Un’inchiesta che richiama irrisolti e dolorosi casi di ragazze scomparse avvenuti nel passato, come quelli di Rossana Corazzin, Emanuela Orlandi e Catherine Sherl.
E terza volta in libreria per l’ispettore Massimo Valeri, l’Indiano, secondo personaggio creato da Antonio Fusco, che si muove e opera nella dura e complicata realtà della capitale.
La scomparsa di una persona cara è il peggior evento che ogni familiare debba essere costretto ad affrontare. L’omicidio, l’uccisione di una persona di famiglia provoca choc ed orrore, ma di solito piano piano al dolore subentra un faticoso processo di rielaborazione legato alla perdita e al lutto, al quale fa forzosamente seguito l’accettazione. Altra cosa invece è la scomparsa di una persona che suscita incertezza, inquietudine , nulla di certo a cui appigliarsi come una crudele sospensione nei sentimenti. Senza contare l’ impotente senso di un’angoscia che si rinnova ogni giorno e persino di colpa, se si arriva a immaginare che il proprio caro abbia bisogno di aiuto ma non si possa fare abbastanza o addirittura sia impossibile darglielo.

Antonio Fusco, nato a Napoli nel 1964, vive a Pistoia dove è ancora funzionario della Polizia di Stato.Laureato in Giurisprudenza e Scienze delle pubbliche amministrazioni, dal 2000 si occupa di casi di polizia giudiziaria in Toscana ed è criminologo forense.
Ha esordito nella narrativa nel 2014 con il romanzo noir Ogni giorno ha il suo male introducendo il personaggio del commissario Tommaso Casabona protagonista al 2020 di sei indagini.
Con La pietà dell’acqua ha vinto nel 2016 la quinta edizione del Premio Mariano Romiti.

:: Minerva in fiamme di Susanna Raule (Mondadori 2024) a cura di Patrizia Debicke

26 Maggio 2024

Una bella storia, dai toni squisitamente rosa e da cosy crime uhm… anche se forse in realtà non un giallo vero e proprio ma sicuramente disporremo di una trama interessante e intelligente con questo Minerva in fiamme.
Intanto come prima cosa rassicuriamo i lettori non è che una preziosa statua o un celebre dipinto che raffigurano la dea vergine guerriera ma considerata anche la dea della sapienza, simbolo dell’ingegno e dell’intelligenza siano stati distrutti dalle fiamme. No per fortuna, anche se il nome è giusto: proprio quello della antica divinità italica passata a far parte della ricca mitologia etrusca per poi innestarsi nella mitologia romana e di là poi essere equiparata alla greca Atena, nata con addosso tutta l’armatura dalla testa dolorante di Giove in virtù dell’ascia bipenne di Efesto. Ma non è il nostro caso. La Minerva del romanzo infatti è solo la brava psicologa e psicoterapeuta quarantenne in forza al Centro per adolescenti della Spezia, per suo dispiacere da quindici anni di (più o meno) vive un’ educata convivenza con la sclerosi multipla che, durante una leggera ricaduta, presenta alcuni dei classici sintomi: intorpidimento di un arto nel suo caso la gamba destra con forte senso di bruciore (di qui le fiamme) e naturalmente maggior senso di fatica incrementato a dismisura dal gran caldo. Prima mossa: telefonata in ospedale, evitando di svegliare il compagno bello e dotato pittore di qualità , per fissare un immediato appuntamento e passare il suo paziente un ragazzo di sedici anni, primo incontro terapeutico della mattinata a suo carico, a un’amica collega e via di corsa all’ASL per una visita di controllo.
Sappiamo tutti che il lunedì da sempre è la peggior giornata per chi lavora e in particolare quel lunedì a La Spezia fa un caldo boia… Una giornata insomma che per lei si sta annunciando nefasta in tutti i sensi e ohimè alla mercè di un afa’ quasi insopportabile.
Alla ASL la neurologa che la segue da anni e la conosce come le sue tasche, organizzerà subito per lei una prima settimana di flebo di cortisone e programma una risonanza da fare prima possibile secondo i tempi, li conosciamo purtroppo , da lumaca della Sanità italiana.
Ma quando dopo la visita, ecc. ecc. , un paio d’ore più tardi circa, schiacciandosi come una sardina dentro un autobus affollato riesce finalmente ad arrivare al suo posto di lavoro al Centro Adolescenza, verrà accolta dalla brutta notizia, spauracchio di ogni terapeuta: Angel Batista il suo paziente sedicenne non si è visto, insomma non si è presentato perché è morto per un incidente. . Il ragazzo di origine sudamericana e in terapia obbligata dopo l’arresto per spaccio, era soltanto alla seconda seduta con lei. Lo aveva valutato poco comunicativo e diffidente. Faceva parte di un complessino rap… Ma in quel loro primo incontro aveva cavato ben poco da lui. Ciò nondimeno le successive notizie sull’accaduto chiariscono che non si è trattato di un incidente stradale, che so con il motorino come poteva essere prevedibile a quell’età. No il ragazzo è morto di notte in un supermercato, e Minerva scoprirà trattarsi di uno piccolo e da lei frequentato, inesorabilmente schiacciato da una catasta di bottiglie di acqua minerale. Apparentemente solo un fortuito e disgraziato incidente . Ma cosa era andato a fare di notte Angel in quel posto. A rubare? Ma cosa ? L’armadietto dei liquori chiuso a chiave non presenta segni di effrazione E allora? Oddio, a ben guardare parrebbe un incidente un po’ strano, pensa Minerva. E istintivamente non ci crede, per lei c’è qualcosa che non va, poi riflettendoci e considerando meglio i particolari diventa addirittura sospetto. Insomma gatta ci cova. E quando questa sua sensazione si trasforma in certezza, suo malgrado si troverà coinvolta in una personale indagine sulla morte del ragazzo. Epperò appena comincia a muoversi e a provare ad approfondire la storia, questa diventa più misteriosa Sorgono nuove domande… La polizia sembra accettare per buona la tesi dell’incidente ma Minerva e i suoi colleghi covano dubbi. Tanto che la carovana di psicoterapeuti e collaboratori della protagonista vedi: Celeste Aicardi l’amica psicologa senior, Damiano Testa pelo rosso e barba luciferina, Glenda Fontana psichiatra che vive in salopette e Daria Peverini la tirocinante affannata come una foca , e persino la neurologa di Minerva si mettono in caccia di particolari. E neppure il capo in testa del Centro Adolescenza, l’elegantissimo e rompiscatole Pier Boero (giovanile e insopportabile ex marito di Minerva) pur all’inizio riluttante, riuscirà ad esimersi dal ficcare il naso. E quando collaudati professionisti del settore come loro decidono di fare i detective… le faccende si complicano. E la loro diventerà una passeggiata obbligata tra delinquenza, spaccio, microcriminalità che opera agli incerti confini, spesso superandoli , della legalità. Ma alla fine i risultati si vedranno, è garantito, anche se non saranno quelli di una gettonata serie TV. Tutt’altra cosa. Persino la polizia finirà con starli a sentire…
In una città arroventata dalla calura di giugno che distrugge quasi Minerva sul piano fisico, la teorica sfida mentale diventa presto sempre più un casino e anche ohimé molto pericolosa. Giostrando tra orde barbariche di turisti che poco più che in costume da bagno invadono le strade sopraffacendo la popolazione locale, pazienti muniti di coltelli, allarmi bomba, uno strano spacciatore forse disposto a dare una mano e gli arcigni dirigenti dell’ASL il cui unico pensiero pare sia la paura di venire coinvolti in rischi penali e possibili, per Minerva non sarà facile barcamenarsi e arrivare in fondo al caso con ancora un po’ di fiato e quasi risanata. O, per lo meno, sempre viva…
In Minerva in fiamme si toccano con colta disinvoltura spinosi argomenti quali: salute mentale, inclusione, parità di genere, problematiche della nuova generazione di giovani che non sanno ancora cosa vogliono e stentano a inserirsi nella difficile quotidianità e malattia …
Susanna Raule parla della sclorisi multipla con tono volutamente ironico, sdrammatizzando una situazione a lei ben nota perché coinvolta personalmente, ma una patologia che oggi per fortuna gli studi più recenti, salvo rari drammatici casi, hanno reso curabile e con la quale, controllandosi, si riesce a convivere bene per decenni.
Un romanzo piacevole, veloce, arricchito da un modo di scrivere naturale, mai dottrinale anche quando tratta temi in cui descrive il quotidiano dei pazienti e del personale di ogni centro pubblico ospedaliero al giorno d’oggi, tutti uniti contro un comune nemico battendosi ogni giorno con burocrazia, mancanza di personale e di fondi. E un romanzo che rappresenta anche la testimonianza della vita privata di Minerva, la sua serena lotta contro la malattia, con per sua fortuna sempre al suo fianco la forza, l’intelligenza e lo spirito di un compagno straordinario.

Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta, nota al pubblico come scrittice di fantathriller, sceneggiatrice di fumetti e vincitrice di alcuni prestigiosi premi. È tra le fondatrici del collettivo per la parità di genere nel fumetto Moleste (www.moleste.org). Il suo sito è http://www.susannaraule.com.

:: Il grande Nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo, Martin Tallack, (Iperborea, 2024) A cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2024

“Il grande nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo” di Martin Tallack, edito da Iperborea è un libro che mescola diversi generi letterari, nel senso che non è solo un saggio che mette al centro il tema del viaggio attorno al sessantesimo parallelo del pianeta terra alla scoperta di tutti quei luoghi che lo caratterizzano. Accanto ad esso ci sono le storie e il vissuto umano e naturale. Quello che Tallack fa è portarci nel suo pellegrinaggio personale, alla scoperta del suo universo interiore e di quel  cammino di ricerca di pace e equilibrio al quale lui  anela dal momento della morte improvvisa del padre, scomparso tragicamente. Il saggio, ma è anche un po’ memoir di viaggio, è una vera e propria avventura umana, dove l’autore racconta il perché ha deciso di affrontare i luoghi scelti per il percorso e il rapporto con le persone che incontra. Non solo, infatti oltre al presente, allo stesso tempo, troviamo la storia passata, le abitudini, usi e costumi, miti, leggende e folklore delle località visitate e delle popolazioni incontrate. Realtà, avventura, ieri e oggi si intrecciano in una narrazione scorrevole che trascina chi legge in un mondo di emozioni appassionanti dove l’aspetto umano ed emotivo hanno un ruolo fondamentale per lo scrittore  e per il lettore che diventa, pagina dopo pagina, partecipe delle emozioni e avventure dello scrittore britannico. Tallack, che tra l’altro è anche cantautore, ci accompagna in quello che è un itinerario nel Nord attorno al sessantesimo parallelo, dove lo spostamento fisico diventa un profondo viaggio alla ricerca di sé. Tra le tappe ci sono le Shetland dove regnano sovrane la roccia e la torba;  la Groenlandia con Quassik, la montagna dei corvi; il Canada con Fort Smith che all’inizio del XX secolo non era ancora una località molto sviluppata, ma con la corsa all’oro del Klondike ci fu una vera e propria invasione del Canada Occidentale. Troviamo poi l’Alaska dove i turisti accorrono per vedere la risalita dei salmoni rossi e il valore della terra è importante e fondamentale, perché essa rappresenta il passato e il futuro del paese  ma, allo stesso tempo, è fragile e indomita. Tallack ci porta in Siberia a contatto con gli eveni della Kamčatka, e alla loro convivenza con le renne tra i ghiacci siberiani; a San Pietroburgo, voluta da Pietro il Grande verso la fine XVII, dopo essere rimasto affascinato dall’Europa Occidentale, soprattutto da Londra e Amsterdam. Un passaggio lo si fa anche in Finlandia con le Isole Åland e in questa cultura finlandese si percepisce il forte attaccamento alla propria identità e si scopre che, un tempo, i palazzi prendevano i nomi dai pesci e dagli animali facevano da traino all’economia locale, tanto è vero che ci imbatte nella casa delle anguille, in quella delle capre, quella dell’aringa o dell’abramide (è un pesce). Si arriva infine in Svezia e Norvegia per muoversi tra canali e canaletti, divinità antiche, botanici come Linneo e società moderna e contemporanea alle prese con eventi inaspettati come gli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia dove morirono 77 persone. “Il grande Nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo” di Martin Tallack è un libro che si apre al mondo nordico attorno al sessantesimo parallelo, un universo sì vasto, a volta solitario, ma affascinante dove realtà differenti si trovano a condividere lo stesso spazio diventando “casa” e come dice Tallack: “centro del mondo”. Traduzione Stefania De Franco.

Malachy Tallack è uno scrittore e cantautore britannico. Con il romanzo “La valle al centro del mondo”, apparso in Italia presso Bompiani, è stato candidato all’Highland Book Prize e all’Ondaatje Prize della Royal Society of Literature. Il grande Nord è stato Libro della Settimana per la BBC Radio 4 ed è entrato nella shortlist del prestigioso Saltire First Book Award. Dopo aver vissuto per buona parte della sua vita sulle isole Shetland, ora risiede a Fife, vicino a Edinburgo.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

:: Gli ultimi soldati di Roma: Vexillatio, 476 d.C. di Marco Vozzolo (Ali Ribelli 2024) a cura di Patrizia Debicke

13 Maggio 2024

Negli anni precedenti al definitivo disfacimento dell’Impero la divisione dell’Europa era questa: tribù nomadi, formate da popolazioni diverse, stanziavano a nord di Teutoburgo e premevano da oriente. La penisola iberica e il nord dell’Africa erano dominate dei vandali. Gli alamanni si erano impossessati delle terre che giungevano fino in Elvezia mentre i galloromani ormai del tutto indipendenti da Roma spaziavano nella penisola.
Mentre praticamente tutte le forze militari al di là delle Alpi erano allo sbando, un’unica guarnigione, la Vexillatio, era rimasta in forza nelle Gallie, a guardia del distretto di confine di Duro Catalaunum, un centro romano nei cui pressi si era svolta la famosa battaglia dei Campi Catalaunici 451d.C., contro Attila vinta dall’ultimo grande generale dell’esercito dell’Impero Romano d’Occidente: Flavio Ezio. (Ai nostri giorni la città sorta sulle rovine di quell’antico centro porta il nome di Châlons-en-Champagne, nel dipartimento della Marna, in Francia).
Compito di questa legione romana, era di presidiare quell’avamposto ai limiti dell’impero. Una legione prevalentemente composta da militari selezionati e voluti dal generale Pietro Marcellino, praticamente tutti originari dalla penisola italica e dalle sponde del fiume Liris, , oggi il Garigliano, che divide il Lazio dalla Campania. Legionari, un tempo solo dei ragazzini che per raggiungere la loro destinazione avevano percorso ben 954,85 miglia, l’equivalente circa di 1413 chilometri: al comando Aristarchos Temistocle, ormai un veterano dell’esercito spalleggiato dal centurione e conterraneo Vatinio Arunco.
Ma, erano tempi rischiosi per un avamposto isolato. Fino a quel momento Duro Catalaunum aveva miracolosamente schivato gli attacchi dei turingi e dei burgundi sia per la sua posizione, protetta dalle foreste, che per la maggior appetibilità di altre province . Orde di barbari infatti, tenendosi sempre alla larga dai domini e dai possibili scontri con i visigoti, avevano privilegiato la presa e i saccheggi in Provenza e Borgogna e, dopo aver conquistato ogni città, che incontravano, vi si installavano razziandola per poi spremerla fino in fondo secondo il vessativo sistema di tasse e ruberie ormai collaudato dai romani. Ciò che accadeva nei posti di confine rispecchiava in toto la squallida realtà dell’Impero d’Occidente.
Ma ormai purtroppo anche il piccolo borgo fortificato di Duro Catalaunum, ricco e prosperoso in virtù dei commerci, stava per rientrare nei loro progetti di espansione. Brutte voci di scorrerie e devastazioni di fattorie e villaggi correvano. Insomma bisognava prevedere un assalto da un momento all’altro. Ed era impossibile, nonostante le richieste e sollecitazioni inviate, contare sull’appoggio dell’esercito di stanza nella Gallia Meridionale. Le forze imperiali erano allo sbando, sconfitte o sterilmente impegnate in mille altri rivoli . Ed era anche inutile confidare nel soccorso richiesto alla V Legione Ferrata. A Duro Catalaunum non potevano ancora saperlo ma la V era stata sterminata dall’armata del generale erulo Rudulfus, che adesso stava muovendo il suo esercito proprio verso di loro.
Mentre le autorità cittadine come il borioso vescovo cattolico , Caliberto, messo al corrente della situazione suggerisce di pregare per invocare l’aiuto divino, e il superbo governatore della città, Attilio Fatico, propone l’invio di un ambasceria apportatrice di promesse di ricompense adeguate e doni sostanziosi, per convincere Rudulfus a rinunciare alla conquista e al saccheggio, Aristarchos Temistocle l’esperto centurione primae spatha al comando dell’intera guarnigione sa che tutto sarà inutile e che invece dovrà fare i conti con l’inesorabile catastrofe pronta ad abbattersi su tutti loro. E infatti sia l’ambasciatore del governatore che l’emissario del vescovo verranno barbaramente trucidati su ordine del generale erulo.
A Duro Catalaunum dunque non resta altro da fare che prepararsi alla migliore difesa possibile. Gli uomini della guarnigione romana, sotto l’esperta guida di Aristarchos Temistocle coadiuvato dai suoi migliori ufficiali, i centurioni Vatinio Aurunco e Antonino Tacito e dai loro fratelli legionari, sia di origine italica che barbara, saranno costretti a fronteggiare un attacco condotto da un numero spropositato di nemici. Loro unica certezza la lunga e dura esperienza nelle feroci campagne militari affrontate e il costante durissimo addestramento che ha fatto di loro dei combattenti micidiali, pronti a battersi fino alla morte per reggere a ogni costo le posizioni.
Il generale erulo Rudulfus non concederà mai tregua, ma dopo interminabili sanguinose battaglie e la dolorosa perdita del loro eroico comandante, i legionari sopravvissuti guidati dal centurione Vatinio Aurunco e dal centurione Antonino Tacito, pur estenuati dalle marce forzate e i continui duelli mortali, raggiungeranno finalmente la costa del Mediterraneo e il mare. Là gli ormai pochi superstiti della Vexillatio troveranno il momentaneo rifugio di Massilia. Dove apprenderanno che il tredicenne Romolo Augusto, fatto acclamare imperatore a Ravenna dal padre Oreste, dopo aver regnato per soli dieci mesi dal 475-476 d. C. a settembre era stato deposto e relegato in esilio presso Castellum Lucullanum, (ovvero l’odierno Castel dell’Ovo di Napoli9 da Odoacre, generale e politico germanico, principe sciro o unno. Ogni residua pretesa ufficiale all’impero nella penisola è ormai lontana (Giulio Nepote, erede legittimo al trono, ha riparato in Dalmazia). Odoacre, dopo aver allontanato l’imperatore fanciullo si è proposto a Zenone, imperatore di Oriente come patrizio e reggente in suo nome. Ma ovunque o quasi regna ancora il caos e anche Massilia, pur con le sue possenti mura non rappresenta più un porto sicuro. I legionari superstiti della Vexillatio potrebbero arruolarsi in altre unità, ma sia Vatinio Arunco che Antonino Tacito e alcuni dei loro uomini, tutti provenienti dalla stessa regione italica, dopo i tanti anni passati al servizio di Roma, decidono di trovare un imbarco e far ritorno nelle loro zone di origine della penisola italica. Non avranno vita facile: primo ostacolo con tutte le imbarcazioni contingentate per contribuire alla difesa della città dovranno accontentarsi di una specie di malconcia carretta del mare. Ciò nondimeno nonostante le tempeste, gli scontri al largo e i mortali agguati loro tesi , riusciranno a raggiungere la costa laziale, sbarcare e rivedere trionfalmente le sponde del fiume Liris. La loro unica speranza è vivere là per il resto della loro vita. Purtroppo i loro piani dovranno confrontarsi con quelli del feroce generale erulo Rudulfus che, solo spinto dal desiderio di vendetta e di schiacciare quei pochi prodi che hanno saputo contrastare e sconfiggere lui e il suo esercito ha deciso di rintracciarli ovunque persino all’opposto confine dell’impero.
Una trama intrigante caratterizzata da un ritmo indiavolato e una notevole varietà di situazioni. Marco Vozzolo da storico e appassionato, ha curato molto le scene d’azione, approfondendole e spiegandole in modo minuzioso per descrizione, abbigliamento e corredo dei legionari e dei loro usi e costumi mirando a lettori appassionati di romanità e di battaglie. Un romanzo da gustare e che fa immergere il lettore in un periodo lontano troppo poco studiato nei percorsi scolastici italiani.

Marco Vozzolo è nato a Minturno (LT) il 12 settembre 1972. Cresciuto a Castelforte, un piccolo paese della provincia di Latina, con pochi abitanti, un po’ retrò. Si divide tra la Toscana, Castelforte e la Provenza. In origine si trasferì a Pistoia per motivi di lavoro. La scelta di rimanere a vivere in Toscana è maturata dall’amore verso i paesaggi, il loro passato e il lento scorrere della vita in alcuni piccoli, preziosi paesi. Rimane comunque un Castelfortese DOC. Frequentatore, per le ricerche storiche, di archivi, biblioteche, archivi vescovili e collezioni private. Sommelier per hobby, è propenso verso i vini Toscani e Francesi, di cui è cultore. Ha pubblicato i seguenti testi e romanzi: La Corona del Re Longobardo, Il Valore delle Piccole Cose, La Bottiglia di Napoleone, Pistoia Medievale… ma non troppo, Una Passeggiata nella Castelforte del 300, Il Grifone, Una Storia Medievale, I Gufi di Velathri, Guillame de Villaret – Dell’ultimo Templare, Ampoiles, Storie di Mare, Necropoli.